Professor Bauman, lei è uno dei più grandi
intellettuali contemporanei ed è di origini ebraiche. Qual è stata la sua
reazione all'offensiva israeliana a Gaza, che sinora ha provocato quasi 2mila
morti, molti dei quali civili?
"Che non rappresenta niente di nuovo. Sta succedendo ciò che era stato
ampiamente previsto. Per molti anni israeliani e palestinesi hanno vissuto su
un campo minato, in procinto di esplodere, anche se non sappiamo mai quando.
Nel caso del conflitto israelo-palestinese è stata la pratica
dell'apartheid - nei termini di separazione territoriale esacerbata
dal rifiuto al dialogo, sostituito dalle armi - che ha sedimentato
e attizzato questa situazione esplosiva. Come ha scritto lo studioso Göran
Rosenberg sul quotidiano svedese Expressen l'8 luglio, prima dell'invasione di
Gaza, Israele pratica l'apartheid ricorrendo a "due sistemi giudiziari
palesemente differenti: uno per i coloni israeliani illegali e un altro per i
palestinesi 'fuorilegge'. Del resto, quando l'esercito israeliano ha creduto di
aver identificato alcuni sospetti palestinesi (nella caccia ai responsabili
dell'omicidio dei tre adolescenti israeliani rapiti in Cisgiordania il giugno
scorso, ndr), ha messo a ferro e fuoco le case dei loro genitori. Invece,
quando i sospettati erano ebrei (per il susseguente caso del ragazzino
palestinese arso vivo, ndr) non è successo nulla di tutto questo. Questa è apartheid:
una giustizia che cambia in base alle persone. Per non parlare dei territori e
delle strade riservate solo a pochi". E io aggiungo: i governanti
israeliani insistono, giustamente, sul diritto del proprio paese di vivere in
sicurezza. Ma il loro tragico errore risiede nel fatto che concedono quel
diritto solo a una parte della popolazione del territorio che controllano,
negandolo agli altri".
Come anche lei sottolinea, tuttavia, Israele deve difendere la sua
esistenza minacciata da Hamas. C'è chi, come gli Usa, dice che la reazione
dello Stato ebraico su Gaza è dura ma necessaria. Chi la giudica eccessiva e
"sproporzionata". Lei che ne pensa?
"E come sarebbe una reazione violenta "proporzionata"? La
violenza frena la violenza come la benzina sul fuoco. Chi commette violenza, da
entrambe le parti, condivide l'impegno di non spegnere l'incendio. Eppure, la
saggezza popolare (quando non è accecata dalle passioni) ci ricorda: "Chi
semina vento raccoglie tempesta". Questa è la logica della vendetta, non della
coabitazione. Delle armi, non del dialogo. In maniera più o meno esplicita, a
entrambe le parti del conflitto fa comodo la violenza dell'avversario per
rinvigorire le proprie posizioni. E il risultato è: sia Hamas sia il governo
israeliano, avendo concordato che la violenza è il solo rimedio alla violenza,
sostengono che il dialogo sia inutile. Ironicamente, ma anche drammaticamente,
potrebbero avere entrambi ragione".
Cosa pensa, nello specifico, del premier israeliano Netanyahu e del suo
governo? Ha commesso errori?
"Netanyahu e i suoi sodali, e ancor più gli israeliani che bramano il loro
posto, si sforzano di fomentare il desiderio di vendetta nei loro avversari.
Spargono semi di odio perché temono che l'odio del passato scemi. Alla luce
della loro strategia, questi non sono "errori". I governanti
israeliani hanno più paura della pace che della guerra. Del resto, non hanno
mai imparato l'arte di governare in contesti pacifici. E, negli anni, sono
riusciti a contaminare gran parte di Israele con il loro approccio.
L'insicurezza è il loro migliore, e forse unico, vantaggio politico. E magari
vinceranno facilmente le prossime elezioni facendo leva sulle paure degli
israeliani e sull'odio dei vicini, che hanno fatto di tutto per
irrobustire".
Lei in passato è stato critico nei confronti del sionismo e dell'uso che
Israele fa della tragedia dell'Olocausto per giustificare le sue offensive
militari. La pensa ancora così?
"Raramente la vittimizzazione nobilita le sue vittime. Anzi, quasi mai.
Troppo spesso, invece, provoca un'unica arte, che è quella del sentirsi
perseguitati. Israele, nato dopo lo sterminio nazista contro gli ebrei, non è
un'eccezione. Quello a cui siamo di fronte oggi è un triste spettacolo: i
discendenti delle vittime nei ghetti cercano di trasformare la striscia di Gaza
in un ghetto che sfiora la perfezione (accesso bloccato in entrata e uscita,
povertà, limitazioni). Facendo sì che qualcuno prenda il loro testimone in
futuro".
A questo proposito, cosa pensa del silenzio di politici e intellettuali
europei sul conflitto riesploso a Gaza?
"Innanzitutto, non esiste la "comunità internazionale" di cui
parlano americani ed europei. In gioco, ci sono soltanto coalizioni
estemporanee, dettate da interessi particolari. In secondo luogo, come ha
osservato Ivan Krastev celebrando il centenario dell'inizio della Grande
Guerra, noi europei abbiamo ben in mente che "un'eccessiva" reazione
come quella all'omicidio di Francesco Ferdinando ha portato alla catastrofe
"che nessuno voleva o si aspettava"".
Lei ha scritto in passato che la società moderna non ha imparato
l'agghiacciante lezione dell'Olocausto. Questo concetto si può applicare anche
al conflitto israelopalestinese?
"Le lezioni dell'Olocausto sono tante. Ma pochissime di loro sono state
seriamente prese in considerazione. E ancor meno sono state apprese
- per non parlare di quelle messe realmente in pratica. La più importante
di queste lezioni è: l'Olocausto è la prova inquietante di ciò che gli umani
sono capaci di fare ad altri umani in nome dei propri interessi. Un'altra
lezione è: non mettere un freno a questa capacità degli umani provoca tragedie,
fisiche e/o morali. Questa lezione, nel nostro mondo veloce, globalizzato e
irreversibilmente multicentrico, ricopre ancora un'importanza universale,
applicabile a ogni antagonismo locale. Ma non c'è una soluzione a breve termine
per lo stallo attuale. Coloro che pensano solo ad armarsi non hanno ancora
imparato che dietro alle due categorie di "aggressori" e "vittime" della violenza c'è un'umanità condivisa. Né
si accorgono che la prima vittima di chi esercita violenza è la propria
umanità. Come ha scritto Asher Schechter su Haaretz, l'ultima ondata di
violenza nell'area "ha fatto compiere a Israele un ulteriore passo verso
quel torpore emotivo che si rifiuta di vedere ogni sofferenza che non sia la
propria. E questo è dimostrato da una nuova, violenta retorica pubblica".
da
qui (intervista apparsa il 5-8-2014, su Repubblica, a cura di Antonello Guerrera)