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mercoledì 14 luglio 2021

Migrare - Zygmunt Bauman

 

 

Il viaggiare per profitto viene incoraggiato; il viaggiare per sopravvivenza viene condannato, con grande gioia dei trafficanti di “immigrati illegali” e a dispetto di occasionali ed effimere ondate di orrore e indignazione provocate dalla vista di “emigranti economici” finiti soffocati o annegati nel vano tentativo di raggiungere la terra in grado di sfamarli.

da qui

giovedì 5 dicembre 2019

BENVENUTI NELLA VERA PANOPTICON REVOLUTION - Alessandro Isidoro Re




Ogni disciplina ha il suo tormentone: la filosofia si chiede dall’alba dei tempi se esista davvero un libero arbitrio; la fisica s’interroga sulla nascita dell’universo; la giurisprudenza, spesso, si domanda quale debba essere la funzione del carcere.
Questo dilemma fu uno dei crucci di Jeremy Bentham: filosofo e giurista inglese, campione di originalità (potete osservare tutt’ora il suo cranio imbalsamato presso lo University College di Londra, per suo volere testamentario) vissuto tra diciottesimo e diciannovesimo secolo ed esponente di spicco dell’utilitarismo giuridico: indirizzo che vede la pena come un male (minore) capace di evitare un altro male (peggiore).
Bentham ritenne infatti che fosse necessario punire solo ciò che era utile punire e con il minor sforzo possibile. Per questa ragione, ideò un sistema di sorveglianza penale malignamente perfetto. Il suo nome dice già tutto: Panopticon – che in greco antico significa “Ciò che vede ogni cosa”…
L’idea che sta alla base di questa utopia penale è che un solo sorvegliante, all’interno di un carcere, possa controllare tutti i detenuti senza che quest’ultimi possano sapere se in un dato momento siano osservati oppure no. Questo principio, come detto, risponde alle esigenze di quell’utilitarismo giuridico, propiziato proprio da Bentham.

Il funzionamento di questo meccanismo teoricamente infallibile, infatti, concentra tutto lo “sforzo coercitivo” in un solo agente dell’ordine (risparmiando cospicue risorse di personale) – il quale occupa la torre centrale della struttura, da cui si dipana, in modo circolare, tutta la struttura carceraria contenente le celle dei detenuti – in una sorta di proto Grande Fratello di stampo penale.
Il concetto di Panopticon – collegamento diretto con la mitologia greca, che richiama il nome del gigante dai cento occhi Argo Panoptes – è divenuto presto il simbolo del controllo invisibile e ubiquo da parte di un’entità esterna.
Michel Foucault e lo stesso George Orwell hanno preso spunto dalla teoria di Jeremy Bentham per costruire le loro dissertazioni filosofiche e narrative: l’uno disquisendo della cosiddetta “Societé panoptique” nella terza parte del preclaro saggio Sorvegliare e punire (1975),l’altro dipingendo l’immortale quadro della più famosa delle società distopiche con il suo romanzo 1984.

Salto nel tempo: marzo 2018. 

Di social e società panottici ne hanno disquisito più o meno tutti.
Da Raffaele Alberto Ventura, noto anche col suo social nom de plum Eschaton, che preconizzò anche il nostro totale disinteresse verso la protezione delle informazioni digitali in cambio di visibilità dopata; al Guardian, più recente (2015), dove si parla di “Societé panoptique” all’ingresso dell’era dei big data; fino a Edward Snowden (che di controllo sociale se ne intende), che ha da poco definito Facebook “una società di sorveglianza”. Perché scriverne ancora, dunque? Una premessa e due semplici risposte.

La premessa
Per chi avesse abitato in una romita spelonca nell’ultimo mese, è giusto ricordare lo scoppio del caso Cambridge Analytica. “Cambridge Analytica” come si legge su Wikipedia “è una società di consulenza britannica che combina il data mining, l’intermediazione dei dati e l’analisi dei dati con la comunicazione strategica per la campagna elettorale”.
Fondata da Steve Bannon, ex capo stratega del presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump, Cambridge Analityca è stata accusata di aver inficiato il regolare corso democratico delle ultime elezioni presidenziali americane influenzando il voto del popolo statunitense attraverso i dati di circa 70 milioni di utenti Facebook…

Come spiega bene su Linkiesta Andrea Daniele Signorelli, il “cavallo di Troia” è stato un banale test della personalità ideato dal ricercatore dell’Università di Cabridge Aleksandr Kogan, disponibile su Facebook, e che ha improvvidamente attirato l’attenzione di un gigantesco numero di persone. Per accedere al test, infatti, era obbligatoria la spunta su alcune richieste – come l’accesso alle informazioni digitali contenute sul proprio profilo social, spalancando così le porte altresì sui dati dei propri amici. Dati che, in seguito, Kogan ha offerto a Cambridge Analityca. Il grosso problema, naturalmente, è che Mark Zuckerberg (e quindi Facebook, come ha riferito il Guardian) sarebbe stato a conoscenza dell’operato di Cambridge Analityca ma non avrebbe fatto nulla (e non sarebbe l’unica azione ambigua da parte dell’imprenditore di White Plains, come evidenzia Federico Mello nel suo recente Il lato oscuro di Facebook) per impedire questo massiccio utilizzo di dati terzi.
Almeno fino alla fuoriuscita del caso per opera del whistleblower di Cambridge Analityca Christopher Wylie. Ed è soltanto di oggi (5 aprile 2018) la notizia che Facebook avrebbe “tagliato” le informazioni digitali degli utenti forniti dai cosiddetti “data broker”, come ben spiega Carola Frediani in un recentissimo articolo per AGI. 
Ma in questo caso – come ha sottolineato lo stesso Signorelli – a noi interessa l’atteggiamento del singolo: come sempre più spesso accade, infatti, la fiumana di utenti attratti da quel succoso test della personalità non ha letto le condizioni propedeutiche per il lubrico passatempo virtuale. Tutto e subito, pur di condividere; il gioco valeva la candela.

Le risposte
Primo, questo “scandalo” Cambridge Analytica ha portato sotto l’occhio bulimico del pubblico mainstream ciò che prima era diletto e castigo (e pure foraggio) dell’Intellighenzia Social.
Secondo, sempre l’affaire Cambridge Analytica sposta questo filone panottico tecnoparanoico a un altro livello. Non più Panopticon 2.0 o Reloaded ma (come recita la trilogia di Matrix che ha compiuto da poco 19 anni e come suggerisce Ventura/Eschaton): Panopticon Revolution.
Una “rivoluzione panottica” che sta nell’avere restaurato il vetusto e monolitico Panopticon benthamiano in un carcere pieno di specchi; specchi che riflettono la nostra immagine su altri specchi in un Infinite Jest dove tutti guardano tutti e dove anche il guardiano stesso (come suggerisce ancora Ventura) è osservato da un occhio centrale trascendente, un po’ Sauron un po’ Big Brother, che è in realtà la summa di tutti questi occhi. Vi ricordate del gigante Argo Panoptes? Ecco. Noi siamo il gigante, e siamo anche gli occhi. La spaventosa e ancestrale domanda di Giovenale – “Quis custodiet ipsos custodes?” “Chi guarderà i guardiani?” (contenuta nella Satira VI, che a sua volta riprende un pensiero affine del Platone della Repubblica) – trova, insomma, un’icastica risposta: i guardiani stessi (“ipsos custodes”) guarderanno gli altri guardiani.

Scriveva Zygmunt Bauman: “In un mondo in cui cose volutamente instabili sono la materia prima per la costruzione di identità necessariamente instabili, occorre stare costantemente in guardia” (Bauman, 2014). Cosicché, infine, non ci saranno più guardiani… 
Come ben scrive Simone Cosimi in un florilegio pubblicato su Wired dei contributi più significativi del sociologo polacco, (celebre per la sua teoria della società liquida): “La novità è che questo spazio del controllo ha perso i muri. E a dire il vero non occorrono neanche più i sorveglianti, visto che le «vittime» contribuiscono e collaborano al loro stesso controllo”.
Se tutti siamo guardiani non esiste più nulla da guardare. Perché, come chiosa il preconizzante articolo di Ventura, “dello spazio privato non c’importa più nulla, perché non ci serve più a nulla, perché non abbiamo più nulla da nascondere”.
Tuttavia, questa fuga dalla criptoesistenza epicurea (sparuti ormai i seguaci del “lathe biosas”, visti ormai come alieni) che Ventura ammanta di malinconia non è la tragedia esistenziale del nuovo millennio, bensì (con spirito più affabile, quasi una sprezzatura à la Baldassarre Castiglione) 
l’ineluttabile
 Zeitgeist della nostra epoca.
Un coro di milioni di voci giubilanti o querulanti che grida a sé stesso ciò che non vuole ammettere e ciò che invece sa fin troppo bene. Abbiamo bisogno, come un gregge assuefatto, delle scariche di dopamina rilasciate a ogni like, commento, menzione, post, re/tweet o condivisione social. Come recita un articolo del Financial Times (altra profezia risalente a cinque anni fa), siamo diventati completamente dipendenti dalle nostre appendici digitali. Ne abbiamo “semplicemente” bisogno. Anche a costo di immolare la nostra vita privata, che privata più non è da tempo, sull’altare della Panopticon Revolution.
Siamo noi stessi che cediamo i nostri dati a chicchessia senza preoccuparci del dopo, e lo facciamo tutti, perché ciò che intimamente ci interessa più di tutto è essere visti, letti, osservati, condivisi; qualunque cosa, (anche scrivere questo articolo, granello di sabbia nel deserto), pur di sfuggire all’anonimato.
Un anonimato che è la vera povertà dell’Annus Domini 2018 – inizio della Panopticon Revolution.

letture
  • Jeremy Bentham, Panopticon, Marsilio, Venezia, 2002.
  • Zygmunt Bauman-David Lyon, Sesto. potere. La sorveglianza nella modernità liquida, Laterza, Bari, 2014.
  • Michel Foucault, Sorvegliare e punire, Parte Terza, Einaudi, Torino, 2005.
  • Federico Mello, Il lato oscuro di Facebook, Imprimatur, Reggio Emilia, 2018.
  • George Orwell, 1984, Feltrinelli, Milano, 2002.
  • Giovenale, Saturae, Feltrinelli, Milano, 2013.
  • Baldassare Castiglione, Il libro del cortegiano, Garzanti, Milano, 2007.
  • Zygmunt Bauman-David Lyon, Sesto potere. La sorveglianza nella modernità liquida, Laterza, Bari-Roma, 2014.
visioni
  • Lana & Lilly Wachowsky, The Matrix Trilogy, Warner Bros. Pictures, Stati Uniti d’America/Australia, 1999-2003.

lunedì 9 gennaio 2017

ricordo di Zygmunt Bauman

Lo Stato si priva di una sempre più grande dose della sua potenza autarchica, e quindi diventa incapace di assumersi l'insieme delle sue funzioni. Lo Stato, per dovere, ma con l'entusiasmo degno di una causa migliore, delega i propri compiti, anzi lì dà "in affitto" alle forze di mercato, che sono anonime, prive di un volto. Di conseguenza i compiti che sono vitali per il funzionamenti e il futuro della società sfuggono alla supervisione della politica e quindi a ogni controllo democratico. Il risultato: si affievolisce il senso di comunità e si frantuma la solidarietà sociale. Se non fosse per la paura degli immigrati e dei terroristi, l'idea stessa dello Stato come un bene comune e una comunità di cittadini sarebbe fallita.
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Il terreno su cui poggiano le nostre prospettive di vita è notoriamente instabile, come sono instabili i nostri posti di lavoro e le società che li offrono, i nostri partner e le nostre reti di amicizie, la posizione di cui godiamo nella società in generale e l'autostima e la fiducia in noi stessi che ne conseguono. Il "progresso", un tempo la manifestazione più estrema dell'ottimismo radicale e promessa di felicità universalmente condivisa e duratura, si è spostato all'altra estremità dell'asse delle aspettative, connotata da distopia e fatalismo: adesso "progresso" sta ad indicare la minaccia di un cambiamento inesorabile e ineludibile che invece di promettere pace e sollievo non preannuncia altro che crisi e affanni continui, senza un attimo di tregua. Il progresso è diventato una sorta di "gioco delle sedie" senza fine e senza sosta, in cui un momento di distrazione si traduce in sconfitta irreversibile ed esclusione irrevocabile. Invece di grandi aspettative di sogni d'oro, il "progresso" evoca un'insonnia piena di incubi di "essere lasciati indietro", di perdere il treno, o di cadere dal finestrino di un veicolo che accelera in fretta.
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Penso che la cosa più eccitante, creativa e fiduciosa nell'azione umana sia precisamente il disaccordo, lo scontro tra diverse opinioni, tra diverse visioni del giusto, dell'ingiusto, e così via. Nell'idea dell'armonia e del consenso universale, c'è un odore davvero spiacevole di tendenze totalitarie, rendere tutti uniformi, rendere tutti uguali. Alla fine questa è un'idea mortale, perché se davvero ci fosse armonia e consenso, che bisogno ci sarebbe di tante persone sulla terra? Ne basterebbe una: lui o lei avrebbe tutta la saggezza, tutto ciò che è necessario, il bello, il buono, il saggio, la verità. Penso che si debba essere sia realisti che morali. Probabilmente dobbiamo riconsiderare come incurabile la diversità del modo di essere umani.


martedì 26 agosto 2014

un'intervista di Zygmunt Bauman, a partire da Gaza

Professor Bauman, lei è uno dei più grandi intellettuali contemporanei ed è di origini ebraiche. Qual è stata la sua reazione all'offensiva israeliana a Gaza, che sinora ha provocato quasi 2mila morti, molti dei quali civili?
"Che non rappresenta niente di nuovo. Sta succedendo ciò che era stato ampiamente previsto. Per molti anni israeliani e palestinesi hanno vissuto su un campo minato, in procinto di esplodere, anche se non sappiamo mai quando. Nel caso del conflitto israelo-palestinese è stata la pratica dell'apartheid  -  nei termini di separazione territoriale esacerbata dal rifiuto al dialogo, sostituito dalle armi  -  che ha sedimentato e attizzato questa situazione esplosiva. Come ha scritto lo studioso Göran Rosenberg sul quotidiano svedese Expressen l'8 luglio, prima dell'invasione di Gaza, Israele pratica l'apartheid ricorrendo a "due sistemi giudiziari palesemente differenti: uno per i coloni israeliani illegali e un altro per i palestinesi 'fuorilegge'. Del resto, quando l'esercito israeliano ha creduto di aver identificato alcuni sospetti palestinesi (nella caccia ai responsabili dell'omicidio dei tre adolescenti israeliani rapiti in Cisgiordania il giugno scorso, ndr), ha messo a ferro e fuoco le case dei loro genitori. Invece, quando i sospettati erano ebrei (per il susseguente caso del ragazzino palestinese arso vivo, ndr) non è successo nulla di tutto questo. Questa è apartheid: una giustizia che cambia in base alle persone. Per non parlare dei territori e delle strade riservate solo a pochi". E io aggiungo: i governanti israeliani insistono, giustamente, sul diritto del proprio paese di vivere in sicurezza. Ma il loro tragico errore risiede nel fatto che concedono quel diritto solo a una parte della popolazione del territorio che controllano, negandolo agli altri".

Come anche lei sottolinea, tuttavia, Israele deve difendere la sua esistenza minacciata da Hamas. C'è chi, come gli Usa, dice che la reazione dello Stato ebraico su Gaza è dura ma necessaria. Chi la giudica eccessiva e "sproporzionata". Lei che ne pensa?
"E come sarebbe una reazione violenta "proporzionata"? La violenza frena la violenza come la benzina sul fuoco. Chi commette violenza, da entrambe le parti, condivide l'impegno di non spegnere l'incendio. Eppure, la saggezza popolare (quando non è accecata dalle passioni) ci ricorda: "Chi semina vento raccoglie tempesta". Questa è la logica della vendetta, non della coabitazione. Delle armi, non del dialogo. In maniera più o meno esplicita, a entrambe le parti del conflitto fa comodo la violenza dell'avversario per rinvigorire le proprie posizioni. E il risultato è: sia Hamas sia il governo israeliano, avendo concordato che la violenza è il solo rimedio alla violenza, sostengono che il dialogo sia inutile. Ironicamente, ma anche drammaticamente, potrebbero avere entrambi ragione".

Cosa pensa, nello specifico, del premier israeliano Netanyahu e del suo governo? Ha commesso errori?
"Netanyahu e i suoi sodali, e ancor più gli israeliani che bramano il loro posto, si sforzano di fomentare il desiderio di vendetta nei loro avversari. Spargono semi di odio perché temono che l'odio del passato scemi. Alla luce della loro strategia, questi non sono "errori". I governanti israeliani hanno più paura della pace che della guerra. Del resto, non hanno mai imparato l'arte di governare in contesti pacifici. E, negli anni, sono riusciti a contaminare gran parte di Israele con il loro approccio. L'insicurezza è il loro migliore, e forse unico, vantaggio politico. E magari vinceranno facilmente le prossime elezioni facendo leva sulle paure degli israeliani e sull'odio dei vicini, che hanno fatto di tutto per irrobustire".

Lei in passato è stato critico nei confronti del sionismo e dell'uso che Israele fa della tragedia dell'Olocausto per giustificare le sue offensive militari. La pensa ancora così?
"Raramente la vittimizzazione nobilita le sue vittime. Anzi, quasi mai. Troppo spesso, invece, provoca un'unica arte, che è quella del sentirsi perseguitati. Israele, nato dopo lo sterminio nazista contro gli ebrei, non è un'eccezione. Quello a cui siamo di fronte oggi è un triste spettacolo: i discendenti delle vittime nei ghetti cercano di trasformare la striscia di Gaza in un ghetto che sfiora la perfezione (accesso bloccato in entrata e uscita, povertà, limitazioni). Facendo sì che qualcuno prenda il loro testimone in futuro".

A questo proposito, cosa pensa del silenzio di politici e intellettuali europei sul conflitto riesploso a Gaza?
"Innanzitutto, non esiste la "comunità internazionale" di cui parlano americani ed europei. In gioco, ci sono soltanto coalizioni estemporanee, dettate da interessi particolari. In secondo luogo, come ha osservato Ivan Krastev celebrando il centenario dell'inizio della Grande Guerra, noi europei abbiamo ben in mente che "un'eccessiva" reazione come quella all'omicidio di Francesco Ferdinando ha portato alla catastrofe "che nessuno voleva o si aspettava"".

Lei ha scritto in passato che la società moderna non ha imparato l'agghiacciante lezione dell'Olocausto. Questo concetto si può applicare anche al conflitto israelopalestinese?
"Le lezioni dell'Olocausto sono tante. Ma pochissime di loro sono state seriamente prese in considerazione. E ancor meno sono state apprese  -  per non parlare di quelle messe realmente in pratica. La più importante di queste lezioni è: l'Olocausto è la prova inquietante di ciò che gli umani sono capaci di fare ad altri umani in nome dei propri interessi. Un'altra lezione è: non mettere un freno a questa capacità degli umani provoca tragedie, fisiche e/o morali. Questa lezione, nel nostro mondo veloce, globalizzato e irreversibilmente multicentrico, ricopre ancora un'importanza universale, applicabile a ogni antagonismo locale. Ma non c'è una soluzione a breve termine per lo stallo attuale. Coloro che pensano solo ad armarsi non hanno ancora imparato che dietro alle due categorie di "aggressori"
 e "vittime" della violenza c'è un'umanità condivisa. Né si accorgono che la prima vittima di chi esercita violenza è la propria umanità. Come ha scritto Asher Schechter su Haaretz, l'ultima ondata di violenza nell'area "ha fatto compiere a Israele un ulteriore passo verso quel torpore emotivo che si rifiuta di vedere ogni sofferenza che non sia la propria. E questo è dimostrato da una nuova, violenta retorica pubblica".


da qui (intervista apparsa il 5-8-2014, su Repubblica, a cura di Antonello Guerrera)