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martedì 11 ottobre 2022

GHASSAN KHANAFANI SCRITTORE OLTRE LA LINEA - Samed Ismail

 

Ghassan Kanafani è il più grande intellettuale palestinese. Scrittore, pittore, organizzatore culturale e direttore di giornali, tra cui Al Hadaf, organo del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), partito marxista della resistenza palestinese di cui era dirigente di spicco, infine martire, assassinato dal Mossad nel 1972 a Beirut. La sua popolarità negli ambienti della sinistra occidentale potrebbe essere dovuta al fatto che, se l’accoppiata militante – intellettuale è sempre rassicurante, la triade militante – intellettuale – artista è addirittura esaltante, poiché porta con sé il sapore di un’utopia realizzata. Purtroppo, cercando rassicurazione ed esaltazione, difficilmente si riesce a penetrare la coerenza di un’opera così sfaccettata, e si finisce per perdersi nei suoi aspetti isolati. Si apprezzerà allora il simbolo della colta resistenza palestinese o si resterà sopresi della sua splendida scrittura, perché di solito non ci si aspetta che uno scrittore politico sia anche un buon artista, e il Nostro, fortunatamente, è uno di quegli spiriti che sopravvive alla traduzione. Comunque non si arriverà a capire il senso dell’affermazione iniziale. Ghassan Kanafani è il più grande intellettuale palestinese, non per quello che ha che realizzato, ma per le possibilità di liberazione che ha aperto al popolo palestinese. Queste possibilità si potrebbero aprire a tutti i popoli colonizzati se si studiasse con più attenzione la sua opera più importante, ovvero quella del “metodo” che si può ricavare dai suoi lavori e dal suo esempio, un’opera troppo poco conosciuta nei suoi risvolti profondi.

In quest’ottica proveremo a tracciare un itinerario attraverso la sua produzione letteraria.
Uno dei suoi romanzi brevi più famosi è Ritorno a Haifa (1969), un vis à vis tra colonizzato e colonizzatore, nonché un vero e proprio manifesto della causa.

L’incontro coi sionisti si sviluppa attraverso due fasi.

La “fase riflessiva”, con lo smarrimento, dato dal ritorno in una casa che ancora si riconosce ma che non appartiene più; il riconoscimento della sofferenza altrui, visto che i colonizzatori in questo caso sono ebrei polacchi scampati all’Olocausto; l’interrogarsi sulla causa e sulla patria.

Da qui si passa alla “fase attiva”, con lo svelamento e la denuncia della logica sionista;

«Un errore sommato a un altro errore non dà risultato giusto; e se le cose stessero così, quello che è successo a Efrat e Miriam ad Auschwitz sarebbe giusto. Ma quando la smetterete di approfittare delle debolezze e degli errori degli altri? Queste vecchie parole sono già logore, queste equazioni cariche di inganni… Una volta dite che i nostri errori giustificano i vostri, un’altra che all’ingiustizia non si pone rimedio con una nuova ingiustizia… Vi servite del primo ragionamento per giustificare la vostra presenza qui, e del secondo per evitare le conseguenze di ciò che avete fatto»[1].

Quindi si definisce la causa come qualcosa che non dipende dal sangue, che non è perciò un fattore ereditario, ma bensì dipende da una scelta; la patria non come ricordo del passato ma rivolta al futuro. Infine abbiamo l’esaltazione della lotta armata- che sarà ancora più gioiosa in Umm Saad– come unico mezzo per la liberazione della Palestina. Questo romanzo, oltre ad essere una sintesi imprescindibile della questione palestinese, ripercorre le tappe dello sviluppo del pensiero di Kanfani.

Talvolta, specie quando si tratta di un intellettuale politico, si oblitera la sua “fase riflessiva”, in cui le idee, ancora in fase di gestazione, vertono su temi elementari. Attenzione, elementari non nel senso di semplici, nel senso di rivolti alla radice dei problemi. L’importanza di questa dimensione preliminare viene troppo sottovalutata, sia nello sviluppo del pensiero in generale, ma soprattutto di quello politico. Perciò si ritiene che situazioni “limite” come quella palestinese abbiano come immediata conseguenza il fervore rivoluzionario, che la tragedia della Nakba porti simultaneamente  la nettezza di conclusioni come quella di Ritorno a Haifa.
A noi invece interessano proprio i racconti scritti tra il 1967, che segna un punto di svolta storico per la Palestina e per l’autore, e il 1958, anno di pubblicazione del famoso romanzo d’esordio Uomini sotto il Sole.

Qui domina l’esigenza pre-politica di misurarsi con  lo stato psicologico-esistenziale prodotto dagli eventi del 1948, dalla tragedia individuale e nazionale che è la Nakba. Kanafani adotta una prosa onirico-filosofica, i cui concetti fondamentali sono la morte, il destino e la follia.

Nel racconto La terra degli aranci tristi, che dà il titolo alla raccolta che prenderemo in esame, è riportata l’esperienza biografica della fuga da Acri, città natale dell’autore. Kanafani nel 1948 era un bambino di dodici anni, fino a quel maggio «troppo piccolo per capire fino in fondo il senso di ciò che succedeva». Ma a Beirut tutto diventa chiaro, anche per un bambino. La sua famiglia ha perso tutto, sono riusciti a salvare solo «le arance», simbolo dei simulacri che i palestinesi hanno dovuto escogitare per salvare la memoria. L’essere strappati dal proprio mondo è una morte ancora più dolorosa per chi è scampato alla pulizia etnica e si trova a vivere nella diaspora. Al Kanafani bambino questo sradicamento è rivelato nel desiderio di morte del padre, nel suo istinto al suicidio:

«”Li voglio ammazzare, mi ammazzo voglio farla finita…voglio….”. Poi tacque. Quando guardammo nella stanza attraverso le fessure era disteso per terra, singhiozzante, coi denti che battevano mentre piangeva…nostra madre, seduta in un angolo, lo guardava disperata. Non capivamo granché, ma ricordo che quando vidi la rivoltella nera abbandonata per terra accanto a lui, capii ogni cosa e, come un bambino, che s’imbatte nell’orco, corsi verso la montagna fuggendo da casa, spaventato a morte».

La storia si chiude con la rivoltella e l’arancia avvizzita appoggiate sul tavolo, un’immagine che è insieme visione e previsione: la patria sarà sempre unita alle armi, rivolte da noi o contro di noi. In un altro finale scrive:

«Meglio morire. Ma le persone in generale non amano molto la propria [2] morte, così saranno costretti a pensare a qualcos’altro signore…».

Cosa può essere questo “qualcos’altro” se non la morte del nemico? Ciò non può ancora essere detto, la lucida razionalità rivoluzionaria e ancora lungi da venire. Egli si trova ancora nella palude della tragedia esistenziale del suo popolo. Il racconto appena citato s’intitola Oltre il confinee riecheggia un saggio comparso nel 1949 in Germania, dal titolo Oltre la linea. Questo scritto di Ernst Junger ha poi dato luogo a un dialogo con un altro dei maggiori pensatori tedeschi del Novecento, Martin Heidegger, sul tema del nichilismo. Si potrebbe dire che  Kanafani affronta lo stesso tema, ma la sua prospettiva, invece che partire da un approccio ontologico europeo, è onticamente fondata nel caso palestinese, per dirla in termini heideggeriani.

Dall’allucinazione di un commissario israeliano affiora il ricordo di una sua vittima, un prigioniero palestinese, che, nella sua accusa al sionismo, fornisce una descrizione fenomenologica del rapporto tra colonizzato e colonizzatore tanto sintetica quanto tagliente. Qua Kanafani spezza una delle equazioni che costituisce il fulcro della vulgata pro-palestina, ovvero quella secondo cui “esistere” è uguale a “resistere”:  

«[…]hanno cercato di sciogliermi come una zolla di zucchero in una tazza di tè bollente, Dio mi è testimone, per riuscirci hanno fatto uno sforzo immane. Ma nonostante tutto io esisto ancora… e la domanda continuava a echeggiare: e poi? Questo tipo di domande, signore, sono davvero strane, perché quando arrivano, persistono e se non si risponde non se ne vanno. Sì, e poi? Lasciamelo dire a voce bassa: sembra che non ci sia più un e poi?[…]hai sentito signore? Non c’è più un e poi? Mi sembra che la mia vita, la nostra vita, sia una linea retta che procede tranquilla e sottomessa, accanto alla linea della mia causa… ma le due linee sono parallele e non si incontrano».

Scambiare la mera esistenza con la resistenza è rischioso perché le due linee potrebbero non essere coincidenti, e questo è vero soprattutto alla luce del presente in cui la linea della causa appare sfumata, ed è evidente la mancanza di un poi, di un orizzonte ulteriore. La storia ha dimostrato che la vita e la causa non solo possono essere parallele, ma addirittura opposte, nel momento in cui, anche quell’esistenza strappata dall’annientamento dell’occupazione, potrebbero rientrare nel piano sionista dalla finestra[3]:

«Prima di tutto hanno un valore turistico: ognuno che arriva deve venire nei campi profughi e i profughi devono mettersi in fila e dipingere le loro facce di una pena ancora più intensa di quella vera e il turista passa, scatta fotografie e si rattrista un poco…poi tornerà al suo paese e dirà…dovete vedere i palestinesi prima che si estinguano!».

Il protagonista è però ancora “il palestinese” quale tipo umano creato dal livellamento dell’occupazione, che può attaccare la logica del sionismo ma è ancora incerto della propria, perché in fin dei conti è un folle, anche se la follia è una tappa obbligata per il recupero del senso:

«Mi hanno sbattuto in una cella profondissima per farmi confessare che si era trattato di un attimo di follia. Ma io, in quella cella, mi sono reso conto più che mai che quello era stato l’unico momento sensato di tutta la mia vita».

Il ritorno dalla follia al senso viene descritto in Ucciso a Mossul. Il protagonista Maruf – ispirato ad un amico realmente esistito di Kanafani – è inizialmente arreso al fatalismo che se interrogato sul voler tornare in Palestina risponde:

«Certo che vorrei…ti rispondo subito alla domanda che mi avresti fatto dopo la mia risposta…conosci la storia di Annibale? Quando attraverso le Alpi procedendo con le sue truppe dietro gli elefanti…bé, io non sono un elefante…gli elefanti siete voi. Quando attraverserete i confini della Palestina i sarò dietro di voi. Sarò un minuscolo scarafaggio all’ombra degli elefanti di Annibale».

Poi cambia di colpo, e decide di “guidare gli elefanti”, di passare dalle “retrovie degli scarafaggi” alla prima linea. Quando l’Io narrante gli chiede il perché di questa sua metamorfosi Maruf risponde:

«Niente…prima la falsità era sopra la verità sotto…poi tutto si è capovolto…la verità si è trovata sopra e la falsità sotto…».

La domanda, solo spostata, diventa:

«Ma a cosa si deve questo ribaltamento?».

Dopo questa risposta c’è il silenzio. Probabilmente il salto antropologico da uomo comune a rivoluzionario non si può spiegare, si può trovare la causa, ma la causa non dice nulla sul perché, e questo risulta ancora più evidente a uno sguardo retrospettivo. Molti infatti vedono una causa, innumerevoli cause, per cui lottare eppure non si staccano dalle retrovie, fino all’eterna ritirata. Passare dall’indifferenza, da una vita che si svolge come mero mantenimento dell’esistenza individuale,  alla dedizione totale per una causa, che esige il sacrificio di quella stessa vita così tenacemente conservata, è qualcosa di incredibilmente distante dalla logica. Capire come innescare questo salto, questo ribaltamento, è precisamente il punto di svolta o di arresto di ogni movimento rivoluzionario.

Nella sua risposta a Oltre la linea Heidegger scrive che Junger, nonostante abbia chiarito che il nichilismo non è necessariamente una malattia, adotta comunque un atteggiamento medico rispetto al problema; ma ciò, fa notare sempre Heidegger, trova la sua giustificazione nel giovane Nietzsche che chiamò il filosofo «medico della civiltà»[4]. Ora, da questa definizione di Nietzsche, possiamo renderci conto della profondità filosofica di Kanafani, Nel suo trattato sulla rivolta del 1936-1939, dal contenuto più prettamente politico, egli delinea il compito dell’intellettuale organico alla nazione; prima di sospingere il popolo alla rivoluzione deve depurarlo da tutte le storture morali e psicologiche quali fatalismo, arrendevolezza e sottomissione[5]. Questi chiaramente sono “mali” che ostacolano direttamente la politica, interferendo con la sua “fase attiva”.  Come abbiamo visto la riflessione letteraria del nostro completa quella strettamente analitica. Lo scrittore di Acri si fa carico anche dei “mali” più profondi, quelli che intaccano la “fase riflessiva”. Prima di condurre il suo popolo nella lotta si preoccupa di curarne le ferite, proprio perché senza la guarigione non ci può essere vittoria. La liberazione dell’individuo e di un popolo è irrealizzabile se si ignora la sua storia esistenziale esistenziali e il relativo trauma.

La raccolta degli Aranci tristi, nella traduzione italiana a cura dell’Associazione Amicizia Sardegna-Palestina, si apre con Oltre il confine e si chiude con Niente, che oltre a sembrare una risposta ci mantiene nell’ambito del nichilismo. Il protagonista, che sembra l’omologo di quello del primo racconto dall’altra parte della linea, è un Palestinese internato per aver sparato dal confine verso i territori occupati dall’entità sionista. I medici lo vogliono rinchiudere perché questo soldato sostiene di non aver provato “niente” quando ha sparato, vogliono imputare il suo gesto ad un esaurimento nervoso. Il malato non è d’accordo coi medici, innanzitutto sull’ubicazione del male:

«”È vero che è un esaurimento nervoso, ma non è qui…”.
“E dove allora?”.
Indicò il petto e disse con calma:
“Qui…”.
“L’esaurimento nervoso non colpisce lì…”.
“Chi l’ha detto questo?”.
“I medici…”.
“Sono pazzi”.».    

La  conclusione apre uno squarcio nella logica ufficiale e lo svelamento porta a un ribaltamento della verità:

«”Io sarei stato malato di questa cosa che ha a che fare con i nervi perché ho sparato di proposito, non è così?”.
“Esatto!”.

Si spezzarono altri fili della ragnatela e il nero insetto si diede da fare in preda alla follia mentre cercava di rammendare gli squarci. Continuò:

“Loro invece non sono malati di questa cosa che ha a che fare con i nervi perché non sparano di proposito, non è così?”.
“Certo, cosa vuoi dire?”.
“Cosa voglio dire? Bah! Niente…niente…”.».

Un artista si valuta dalla capacità di dire senza dire niente “di particolare” ma anche di dire il Niente. Kanafani è stato capace di fare entrambe le cose con assoluta maestria, riuscendo a stare tra le linee pur mantenendo la sicurezza e la coerenza della propria, data dall’obiettivo (hadaf) della liberazione totale della Palestina.

Note:

[1] P.60

[2] Corsivo mio

[3]

[4] Pp.112-113

[5] P.46


da qui

venerdì 4 marzo 2022

CESSATE IL FUOCO

 Cosa nostra

 

1 - E se a Washington ci fosse una banda di lucidi pazzi, quelli che hanno detto: il petrolio dell’Iraq è cosa nostra, e se adesso quella banda ha come obiettivo di impossessarsi della Russia dicendo: le risorse energetiche e minerarie della Russia sono cosa nostra (via Blackrock e/o Blackwater, le anime nere degli Usa, e/o per interposto oligarca, naturalmente)?

 

2 – Dice Stanislaw Lec: “Anche quando viene chiusa la bocca, la domanda resta aperta”. Chi prova ad argomentare viene zittito, sei un disertore, sei pro Russia, dicono, ma la domanda che resta aperta è: perché non possono essere piazzati missili in Messico, ai confini degli Usa, e invece possono esserlo in Ucraina, ai confini della Russia?

 

3 - fra qualche anno, nelle parole crociate facilitate, potrebbe esserci la seguente definizione: continente con un grande avvenire dietro le spalle, sei lettere (inizia per E)




CESSATE IL FUOCO

ROMA – 5 marzo 2022

ore 13.30 partenza da Piazza della Repubblica

ore 14.30 arrivo a Piazza san Giovanni in Laterano per manifestazione

 

Contro la guerra cambia la vita, dai una possibilità alla Pace

Bisogna fermare la guerra in Ucraina.
Bisogna fermare tutte le guerre del mondo.
Condanniamo l’aggressione e la guerra scatenata dalla Russia in Ucraina. Vogliamo il “cessate il fuoco”, chiediamo il ritiro delle truppe.
Ci vuole l’azione dell’ONU che con autorevolezza e legittimità conduca il negoziato tra le parti.
Chiediamo una politica di disarmo e di neutralità attiva.
Dall’Italia e dall’Europa devono arrivare soluzioni politiche e negoziali.
Protezione, aiuti umanitari, diritti alla popolazione di tutta l’Ucraina, senza distinzione di lingua e cultura.
Diamo segnali concreti di solidarietà. Ognuno contribuisca all’accoglienza e al soccorso degli Ucraini in fuga.

Costruiamo ponti e solidarietà tra i popoli con la democrazia, i diritti, la pace.
Basta armi, basta violenza, basta guerra!
Vogliamo un’Europa di pace.

da qui

 




 

Fuori la guerra dalla storia!

 

 

Sareste un pochino più credibili:

▪︎ se quando parlate di diritto all'integrità territoriale di un Paese, non foste gli stessi che hanno bombardato la Serbia perché non accettava il distacco unilaterale del Kosovo

▪︎ se quando erogate sanzioni lo faceste con tutti, proprio tutti, quelli che violano la legalità internazionale e le risoluzioni ONU da anni (c'è un lungo elenco e lo sapete e comprende molti vostri "amici")

▪︎ se quando parlate di crimini di guerra, almeno chiedeste scusa per le finte provette di antrace esibite all'ONU per motivare una guerra che ha devastato l'Iraq e fatto migliaia e migliaia di morti e per cui nessuno è stato chiamato a rispondere

▪︎ se quando dite che la risposta militare è il solo modo per difendere un popolo aggredito, non foste gli stessi che, dopo 20 anni di guerra in Afghanistan con quasi 200.000 morti, hanno riconsegnato il popolo afghano agli stessi Talebani per combattere i quali avete fatto la guerra

▪︎ se quando denunciate - giustamente - la Bielorussia che ha deciso con referendum di installare armi nucleari, non foste gli stessi che tengono le testate atomiche statunitensi collocate nelle basi militari in territorio italiano

▪︎ se quando dite che dobbiamo "investire in difesa più di quanto abbiamo mai fatto finora" (Draghi ieri al Senato) non foste gli stessi che hanno esportato armi ovunque nel mondo vendendole a chiunque, compresi regimi dittatoriali dall'Egitto all'Arabia Saudita, e compreso lo stesso Putin a cui avete venduto blindati Lince anche nel 2015, quando era già in vigore l'embargo deciso dalla UE

▪︎ se quando aprite le porte ai rifugiati ucraini - la sola cosa giusta che state facendo in questi giorni - non foste gli stessi che lasciano affogare in mare o morire di freddo nei boschi d'Europa i rifugiati siriani o afghani o africani che tenete a distanza col filo spinato

 

 

Sareste un pochino più credibili se non foste quelli di sempre, se non foste voi.

 

Donne in Nero Reggio Emilia 2 marzo 2022

 

 

La guerra e i denti stretti – Ernesto Sferrazza

 

…Per quanto possa apparire brutale e dispotico, è il dialogo con il nostro nemico di oggi che ci salverà domani. Non bisogna lasciarsi accecare dai successi tattici del momento, poiché essi tendono a rovesciarsi in sciagure strategiche. In un mondo globale e interconnesso non ci possono essere vinti e sconfitti, come se questi universi fossero separati e non comunicanti. Nonostante sia stata proprio la globalizzazione della violenza a riattivare la figura del Grande Altro, del nemico assoluto, in realtà essa reclama l’abbandono una volta per tutte della dicotomia Noi/Loro, Democrazia/Dittatura, Liberali/Autoritari. L’interconnessione globale non concede spazio di legittimità al vocabolario binario. E non perché non vi siano opzioni politicamente e moralmente preferibili (il sottoscritto si dichiara democratico e liberale), ma perché esse convivono in uno spazio in cui sono mediate da altre opzioni che non possiamo non riconoscere. E il riconoscimento potrà e dovrà essere critico, ma in sua assenza a spadroneggiare sarà la violenza perpetua tra parti in costante conflitto. Per quanto ciò possa apparire faticoso, per quanto gli schiaffi del presente portino il nostro immaginario a ben altre soluzioni, il Nemico ha la enne minuscola. Non un’alterità assoluta da annientare a tutti i costi, in una logica spavalda Noi vs. Loro che ha dato fin troppi esiti insanguinati…

da qui

 

 

 

Generale Tricarico a Rai News 24 su Nato, "isteria antirussa" e Stoltenberg - Antonio Perillo

 

Leonardo Tricarico non è un comunista incallito, è ex capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica e comandante delle forze italiane durante la guerra in Kosovo. 
Non è un fan di Putin, per il quale ha invocato un processo per crimini di guerra.

E' appena intervenuto a RaiNews, fra il gelo dei conduttori, dicendo le seguenti cose:

- il segretario generale della Nato Stoltenberg "parla troppo" e senza consultarsi con gli alleati;


- la Nato infatti è "un'alleanza difensiva e non ha nulla a che vedere con la guerra" in corso;


- la Nato rappresenta troppo e anzi "si identifica" col il punto di vista degli USA;


- la Nato non ascolta l'Italia, più interessata al versante sud mediterraneo, ed è presa da "isteria antirussa" e "ossessione dell'allargamento ad Est";


- gli USA hanno scelto di assecondare in tutto gli alleati Nato dei Paesi Baltici, ferocemente antirussi;


- la Nato ha promesso l'ingresso all'Ucraina, facendole immaginare una protezione che non poteva garantire;


- "è stata gettata benzina sul fuoco e questi sono i risultati"

 

Insomma, leggo comunicati per la pace che rispetto alle responsabilità degli USA e della Nato sono più moderati di un generale.

da qui

 

 

 

Senza dubbio alcuno - Marco Arturi

 

Non è chiaro quanti se ne siano accorti, ma in questi giorni l’Europa ha fatto una scelta di campo definitiva: quella di rinunciare alla possibilità di essere attore di pace, anzi l’attore di pace per eccellenza. Al contrario, nell’ora più buia le autorità dell’Ue hanno scelto le esibizioni muscolari, il muro contro muro, la censura di guerra, la cobelligeranza. Perché una cosa è bene dirsela subito e dirsela chiaramente: per effetto degli atti dei nostri governi siamo entrati in guerra. Questo è quello che è accaduto e sarebbe bene che ne avessimo quantomeno la consapevolezza, a prescindere da come la si possa pensare sulle ragioni del conflitto: le sanzioni economiche e culturali e l’invio di armi e contingenti alle condizioni date questo e null’altro sono, atti di guerra.

La crisi russo-ucraina rappresentava un’occasione irripetibile, per quanto orribile, per costruire l’anomalia di un’unione di stati irriducibilmente votata alla pace, al dialogo, al confronto. Ce la siamo giocata grazie a un gruppo di governanti completamente asserviti agli interessi della grande finanza – Draghi ovviamente su tutti – all’atlantismo e al filoamericanismo. E a una débâcle culturale che mina alle fondamenta i valori dei quali pretendiamo di essere portatori.

Il concetto che sta alla base di quel pensiero occidentale tanto decantato in questi giorni è quello del dubbio: invece ci siamo consegnati con entusiasmo alle certezze granitiche e al dogma. Non c’è Cartesio né Bacone né Kant che tenga: noi siamo il bene, gli altri sono il male. La complessità del mondo la capiremo poi, se ne avremo il tempo.

Spettava all’Unione europea – a chi, sennò? – il compito di promuovere e organizzare una conferenza di pace, di richiedere l’invio di una forza di interposizione dell’Onu, di imporre con qualsiasi mezzo il dialogo a entrambe le parti in causa. Sarebbe stato possibile e sarebbe spettato all’Ue per un sacco di ragioni che hanno a che fare con i molti errori commessi nel passato recente e con quella che dovrebbe essere la natura stessa del progetto europeo, il suo tratto distintivo. E per un’altra ragione di fondo che fingiamo di ignorare: sia gli ucraini che i russi sono europei.

Per tutti questi motivi ripudiare ogni ipotesi di coinvolgimento nel conflitto non sarebbe stata solo l’unica cosa da fare, sarebbe stata anche la più giusta.

Invece l’Unione che si vanta di avere cancellato la guerra dal 1945 a oggi è diventato un soggetto cobelligerante: gli atteggiamenti e le scelte di Macron, Scholz, Draghi e le parole durissime usate da Ursula von der Leyen lasciano pochi dubbi a riguardo

continua qui

 

 

 

Bicocca, Dostoevskij e l'"hybris" - Roberto Buffagni 

 

Confermata la notizia che l'Università Milano Bicocca ha annullato un corso su Dostoevskij di Paolo Nori. Ometto ogni considerazione in merito alle libertà di pensiero, insegnamento, cultura, che evidentemente non interessano più.

Per comprendere la Russia, conoscere Dostoevskij è molto importante. Non solo: per comprendere i complessi rapporti tra Europa e Occidente, e la Russia – un immenso paese a cavallo tra Europa ed Asia, Occidente e Oriente -  conoscere Dostoevskij, che li meditò per tutta la vita, è indispensabile.

La ratio di questo provvedimento è dunque la seguente: NON VOLER CAPIRE la Russia. 

La Russia è stata designata come nemico dalla UE, e dall'Italia in essa. UE e Italia hanno compiuto atti di guerra: invio di armamento offensivo all'Ucraina, sequestro attivi Banca Nazionale Russa. Noi italiani e la UE siamo cobelligeranti dell’Ucraina, anche se non ce ne siamo ancora accorti.

La Russia è il nostro nemico, e con questo atto dichiariamo che NON vogliamo capire il nostro nemico. Evidentemente, riteniamo di non averne bisogno. Riteniamo che la superiorità delle nostre forze economiche e militari, e della nostra ideologia liberal-progressista, sia così soverchiante da rendere superfluo ogni sforzo di comprendere la cultura, la mentalità, il modo di sentire e di agire nel mondo del nostro nemico russo.

La Russia è una grande potenza, che dispone del maggiore arsenale nucleare al mondo. Essa ha esperito, nel corso dei secoli e ancora di recente, tragici conflitti bellici, che hanno messo in forse la sua stessa esistenza: ma pur attraversando immani sciagure, è sempre riuscita a ritrovarsi, a resistere, a sconfiggere i suoi nemici, facendo appello a forze che, per brevità, usiamo chiamare “patriottismo” e “nazionalismo”; ma che si radicano, nell’anima e nella memoria storica dei singoli e dei popoli, a una profondità ctonia che solo grandi uomini come Dostoevskij sanno parzialmente scandagliare: “come quei che va di notte, che porta il lume dietro e sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte.” 

Sono queste, le vere e più potenti armi del nostro nemico russo. L’armamento convenzionale e nucleare è soltanto uno strumento materiale, certo indispensabile, al servizio di quelle forze ctonie e della traduzione razionale di esse ad opera della dirigenza politica e militare russa. 

D’altronde, implicitamente lo conferma la strategia bellica euroamericana, che punta al “regime change” in Russia. Il “regime change”, infatti, può aver successo solo quando si riesca a sfaldare la solidarietà tra dirigenti e popolo, e a innescare il processo centrifugo di frammentazione della nazione, ossia a piegare e poi dissolvere “patriottismo” e “nazionalismo” nell’anima dei singoli russi, popolo e dirigenti. 

I dirigenti politici russi hanno ripetutamente e ufficialmente chiarito che stanno conducendo il conflitto odierno a difesa di un interesse vitale della nazione. "Interesse vitale", nel linguaggio delle relazioni internazionali, significa un interesse che lo Stato, e il popolo che esso organizza, deve difendere a tutti i costi.

"A tutti i costi" significa che si è disposti a difendere l'interesse vitale con tutte, ripeto tutte, le proprie forze, armamento nucleare compreso.

Ma a noi non serve, capire il nostro nemico. Non abbiamo bisogno di intendere le sue motivazioni, i suoi riflessi condizionati, l’equazione personale dei suoi dirigenti politici, le tradizioni culturali e la mentalità del suo popolo, il suo modo di amare e di odiare, di provare compassione e disprezzo, il significato che esso dà a parole come “onore”, “casa”, “famiglia”, “madre”, “padre”, “Dio”, “patria”; né quali corde esse tocchino nell’anima sua: perché non crediamo che esista l’anima, o non crediamo che ce l’abbia il nostro nemico. 

Nella nostra tradizione culturale europea, questo atteggiamento di arrogante rifiuto di capire ha un nome: “hybris”. Ne hanno chiarito il significato le opere che stanno a fondamento della nostra civiltà: le tragedie e le epopee della classicità greca. 

La frase che oggi sentiamo ripetere sui media, che “la prima vittima della guerra è la verità”, risale a Eschilo, il maggiore dei tragici greci. Eschilo combatté contro l’Impero persiano. Fu autore di una tragedia, “I persiani”, scritta dal punto di vista del nemico esistenziale dell’Ellade contro il quale aveva combattuto vittoriosamente a Maratona, Platea, Salamina. A Maratona cadde suo fratello Cinegiro. Sulla propria tomba, Eschilo fece scrivere questo epitaffio: «Codesta tomba Eschilo ricopre, d'Atene figlio, padre fu Euforione: vittima di Gela dalle ricche messi. Il suo valor potrebber ben ridirlo di Maratona il piano e il Medo chiomato.»

La conseguenza fatale di “hybris” è “nèmesis”, la punizione degli Déi. A pagare il prezzo della giustizia divina può essere il colpevole di “hybris”, ma anche la sua famiglia, i suoi discendenti, il suo popolo. L’infrazione alla legge divina che commette chi si renda colpevole di “hybris” è questa: per la grecità, l’uomo sta a metà tra l’animale e il dio. Se precipita nell’animalità, o tenta di elevarsi alla divinità, l’uomo viola l’ordine del cosmo. La némesis divina lo rimette al suo posto, e ripristina l’ordine del cosmo. 

Gli animali non hanno bisogno di sforzarsi di capire l’altro, perché non ne sono in grado. Gli Dèi non hanno bisogno di sforzarsi di capire l’altro, perché già sanno. 

A quanto pare, noi, noi italiani, noi europei, non possiamo capire il nostro nemico perché non ne siamo in grado; e non abbiamo bisogno di capirlo, perché già sappiamo tutto di lui.

 

AGGIORNAMENTO

 

Dalla Bicocca arriva la retromarcia. La rettrice Iannantuoni spiega: «Nessuna censura, il corso si terrà come previsto. Ho invitato Nori per un caffè in rettorato e lui ha accettato. C’è stato un malinteso in un momento di grande tensione. Dall’idea di questa università non c’è niente di più lontano della censura».

da qui

 

 

 

La legge razziale ucraina – Rete Voltaire

 

…Il 21 luglio 2021 il presidente Volodymyr Zelensky ha promulgato la «Legge sui popoli autoctoni», secondo cui soltanto gli ucraini di origine scandinava, i tatari e i karaiti, hanno «il diritto di godere pienamente di tutti i Diritti umani e di tutte le libertà fondamentali» (sic). Ne consegue che gli ucraini di origine slava non possono beneficiarne.

I neonazisti ucraini utilizzano largamente simboli nazisti. Non soltanto l’alfabeto runico delle lingue protogermaniche, ma anche i numeri 14 e 88, che si richiamano alle 14 parole dei suprematisti bianchi e alle iniziali del saluto nazista.

Le14 parole sono lo slogan di David Lane: «Dobbiamo assicurare l’esistenza del nostro popolo e un avvenire per i bambini bianchi» (in inglese «We must secure the existence of our people and a future for white children»). David Lane è stato uno dei capi dell’Ordine, un’organizzazione terrorista statunitense. È morto in prigione nel 2007.

Il numero 88 rinvia all’ottava lettera dell’alfabeto: HH, abbreviazione di Heil Hitler…

da qui

 

 

 

L'isteria "progressista" di chi si definisce liberal - Paolo Desogus

 

Una forma di esasperata isteria si è impossessata della discussione pubblica in Italia. Si manifesta in diverse forme, talvolta con aria progressista, per intimare, vietare, obbligare e in definitiva conformare i comportamenti pubblici a un'unica e inemendabile morale. Chi si trae fuori perde lo statuto di persona civile.

 

L'apice di questo fanatismo si è manifestato nelle scorse ore dopo gli attacchi alle persone di nazionalità russa presenti in Italia. La vittima più illustre è il direttore della Scala di Milano, Valerij Gergiev, a cui il sindaco Sala ha ordinato di condannare pubblicamente il suo paese. Altri attacchi sono stati lanciati contro alcuni giornalisti e persino degli sportivi, colpevoli di essere russi o di aver espresso in passato qualche apprezzamento verso Putin.

 

L'aspetto più sconcertante è che i paladini di quest'ultima deriva del politicamente corretto si definiscono liberali. Si tratta di liberali che si comportano da illiberali, progressisti che parlano da reazionari, pacifisti che applaudono a Ursula Von Der Leyen quando, alla vigilia delle prime trattative di pace, promette che la Nato si estenderà in Ucraina.

 

Tra quattro giorni verrà celebrato il centenario di Pasolini e forse dovremmo ricordarci che nei suoi ultimi scritti affermava che il nuovo fascismo avrebbe assunto pose progressiste, tolleranti e nondimeno repressive e violente.

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A Marc Innaro a Mosca - Ennio Remondino

Il difficile mestiere di raccontare stando in casa del Cattivo. E a proposito di stampa con meno retorica e più riflessione, la solidarietà di tutto RemoContro al corrispondente Rai da Mosca Marc Innaro. Assieme indignati e stupiti per l’attacco insensato e vigliacco che sta subendo l’ottimo Marc, ‘colpevole’ di aver ricordato la storia nell’espansione Nato ad est, dato di fatto noto e tra le motivazioni per il gesto folle di Putin, non certo a giustificare ma a spiegare. Giornali seri e prestigiosi Usa ed europei lo avevano raccontato molto prima e più diffusamente di Marc, ma la piccola politica preferisce forse il più innocuo bla bla video a riversarci addosso tante opinioni travestite da analisi. Tutti in coro. 74 giorni di bombe Nato sulla Jugoslavia dell’allora cattivissimo Milosevic li rivivo accanto a Marc. Anche se non sono sicuro che la mia solidarietà possa aiutarti o diventare parte degli atti d’accusa. Un abbraccio, Ennio Remondino.

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Ucraina: l’attacco lo lanciò la Nato otto anni fa - Manlio Dinucci

 

La commissaria Ursula von der Leyen ha annunciato che la Ue mette al bando l’agenzia di stampa russa Sputnik e il canale Russia Today così che «non possano più diffondere le loro menzogne per giustificare la guerra di Putin con la loro disinformazione tossica in Europa». La Ue instaura così ufficialmente l’orwelliano Ministero della Verità, che cancellando la memoria riscrive la storia. Viene messo fuorilegge chiunque non ripete la Verità trasmessa dalla Voce dell’America, agenzia ufficiale del governo Usa, che accusa la Russia di «orribile attacco completamente ingiustificato e non provocato contro l’Ucraina». Mettendomi fuorilegge, riporto qui in estrema sintesi la storia degli ultimi trent’anni cancellata dalla memoria.

Nel 1991, mentre terminava la guerra fredda con il dissolvimento del Patto di Varsavia e della stessa Unione Sovietica, gli Stati uniti scatenavano nel Golfo la prima guerra del dopo guerra fredda, annunciando al mondo che «non esiste alcun sostituto alla leadership degli Stati uniti, rimasti il solo Stato con una forza e una influenza globali»

Tre anni dopo, nel 1994, la Nato sotto comando Usa effettuava in Bosnia la sua prima azione diretta di guerra e nel 1999 attaccava la Jugoslavia: per 78 giorni, decollando soprattutto dalle basi italiane, 1.100 aerei effettuano 38 mila sortite, sganciando 23 mila bombe e missili che distruggevano in Serbia ponti e industrie, provocando vittime soprattutto tra i civili.  

Mentre demoliva con la guerra la Jugoslavia, la Nato, tradendo la promessa fatta alla Russia di «non allargarsi di un pollice ad Est», iniziava la sua espansione ad Est sempre più a ridosso della Russia, che l’avrebbe portata in vent’anni a estendersi da 16 a 30 membri, incorporando paesi dell’ex Patto di Varsavia, dell’ex Urss e della ex Jugoslavia, preparandosi a includere ufficialmente anche Ucraina,  Georgia e Bosnia Erzegovina, di fatto già nella Nato (il manifesto, Che cos’è e perché è pericoloso l’allargamento a Est della Nato22 febbraio 2022),

Passando di guerra in guerra, Usa e Nato attaccavano e invadevano l’Afghanistan nel 2001 e l’Iraq nel 2003, demolivano con la guerra lo Stato libico nel 2011 e iniziavano tramite l’Isis la stessa operazione in Siria, in parte bloccata quattro anni dopo dall’intervento russo. Solo in Iraq, le due guerre e l’embargo uccidevano direttamente circa 2 milioni di persone, tra cui mezzo milione di bambini.

Nel febbraio 2014 la Nato, che dal 1991 si era impadronita di posti chiave in Ucraina, effettuava tramite formazioni neonaziste appositamente addestrate e armate, il colpo di stato che rovesciava il presidente dell’Ucraina regolarmente eletto. Esso era orchestrato in base a una precisa strategia: attaccare le popolazioni russe di Ucraina per provocare la risposta della Russia e aprire così una profonda frattura in Europa. Quando i russi di Crimea decidevano con il referendum di rientrare nella Russia di cui prima facevano parte, e i russi del Donbass (bombardati da Kiev anche col fosforo bianco) si trinceravano nelle due repubbliche, iniziava contro la Russia la escalation bellica della Nato. La sosteneva la Ue, in cui 21 dei 27 paesi membri appartengono alla Nato sotto comando Usa.

In questi otto anni, forze e basi Usa-Nato con capacità di attacco nucleare sono state dislocate in Europa ancora più a ridosso della Russia, ignorando i ripetuti avvertimenti di Mosca.  Il 15 dicembre 2021 la Federazione Russa ha consegnato agli Stati Uniti d’America un articolato progetto di Trattato per disinnescare questa esplosiva situazione (il manifesto, «Mossa aggressiva» russa: Mosca propone la pace, 21 dicembre 2021). Non solo è stato anch’esso respinto ma, contemporaneamente, è cominciato lo schieramento di forze ucraine, di fatto sotto comando Usa-Nato, per un attacco su larga scala ai russi del Donbass.

Da qui la decisione di Mosca di porre un alt alla escalation aggressiva Usa.Nato con l’operazione militare in Ucraina. 

Manifestare contro la guerra cancellando la storia, significa contribuire consapevolmente o no alla frenetica campagna Usa-Nato-Ue che bolla la Russia quale pericoloso nemico, che spacca l’Europa per disegni imperiali di potere, trascinandoci alla catastrofe.

 

(il manifesto,1 marzo 2022) 

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Pace. La vogliono in troppi – Gianni Lixi

 

Ho ricevuto diverse critiche per aver pubblicato nel mio blog il pezzo di Samed Ismail (qui) che aveva un titolo molto forte e provocatorio “Sono contro la pace”. Critiche fatte, in almeno due casi  da persone al quale sono molto affezionato e che stimo molto.  L’ho letto e riletto prima di pubblicarlo e l’ho letto e riletto dopo aver ricevuto le critiche. Sono ancora convinto della scelta fatta e sottoscrivo ogni singolo pensiero e vorrei cogliere l’occasione per approfondire alcuni punti.

Pace per me è una parola sacra e va usata quando porta con se contenuti, usarla indiscriminatamente significa sia svuotarla del suo sacro significato sia renderla accessibile a tutti anche a coloro che sapendolo o non sapendolo fanno scelte di guerra. C’è un detto tra coloro che frequentano i movimenti pacifisti che è “Non c’è pace senza giustizia”. Questa frase è attribuita a Giovanni Paolo II, papa a  me non molto simpatico ma la frase spiega molto dei concetti che sono presenti nello scritto di Ismail.

Veniamo al particolare, per cercare di dare quello che io credo sia il giusto significato della parola pace.

La Russia invade l’Ucraina , la invade militarmente, cioè con un sistema che a noi occidentali lontani dalle guerre che dal 1945 ad oggi si sono combattute, sembra impossibile nel 2022. Noi apparteniamo a quegli  agiati cittadini (borghesi) che sono riusciti a tenersi lontano dai milioni di morti e di orrore che dalla fine della II guerra mondiale, questo pianeta ha sofferto. Ecco perché in tutte le interviste alle persone comuni, in tutte le analisi giornalistiche dei media occidentali c’è sbalordimento, incredulità, stupore. Le stesse sensazioni non le trovate nei cittadini che popolano le  regioni del pianeta dove dal 1945 ad oggi si è combattuto e si sta combattendo a causa di guerre perpetrate dall’America e dai suoi alleati: Corea, Vietnam, Palestina, Iraq, Afganistan, Libia, Siria, Yemen, Somalia,Libano… Queste guerre hanno provocato milioni di morti, atroci sofferenze e disperazione e soprattutto hanno lasciato una instabilità politica che continua a provocare morte e disperazione. Per fare tutto questo c’è bisogno di una industria bellica forte e rigogliosa  infatti  questo spiega perché l’America  è il paese che investe più in armi. Ha una economia che dipende per una grande fetta dall’energia e per un’altra grande fetta dalla produzione e dal commercio delle armi. In Palestina non si sporca le mani direttamente, da i soldi dei suoi cittadini ad israele  (più di 30 miliardi di dollari in armi per 10 aa) in compenso ha nel mediterraneo una portaerei grande come la Palestina occupata.  In questi giorni in cui in televisione ai virologi, senza darci un attimo di tregua,  si sono sostituiti i grandi esperti di geopolitica, è tutto un dare addosso al mostro (Putin) e chi cerca di contestualizzare le vicende è per l’aggressione Russa in Ucraina e contro il popolo Ucraino. Sia chiaro Putin come accade soprattutto in questi anni nei paesi occidentali, imbavaglia la stampe e reprime il dissenso, ma cosa c’entra questo  col cercare di capire? Sono stato testimone diretto di come, in una trasmissione del TG3 tenuta da Mario Franco Cao, per due volte questo abbia tolto la parola a Moni Ovadia che neanche lontanamente stava sostenendo  l’attacco russo ma stava solo cercando di inquadrare il problema da un punto di vista geopolitico così come dovrebbe fare chiunque si aprocci a parlare dell’argomento. Purtroppo non si è potuto sapere il pensiero di Moni Ovadia perché è stato interrotto prima. Qualche giorno fa Marc Innaro, corrispondente RAI da Mosca ha solo detto una straconosciuta realtà e cioè che è stata la NATO in questi anni che ha accresciuto le sue basi in Europa, e per questo c’è qualcuno (il PD) che lo vuole far licenziare. Peraltro qualche giorno prima documentando giornalisticamente quello che stava accadendo nei giorni precedenti alla sciagurata invasione, diceva che dall’Ucraina c’erano già 40000 profughi, ed ha poi precisato, con grande imbarazzo del giornalista in studio  che i profughi non erano Ucraini ma Russi che scappavano dall’Ucraina . In quei giorni infatti gli sciagurati messaggi di Biden che gufavano l’intervento militare Russo stavano galvanizzando la componente Ucraina nel Donbass perché convinti che la loro prossima adesione alla NATO li avrebbe protetti dall’attacco Russo. Non oso immaginare cosa farebbe l’America se la Russia o la Cina mettessero in Messico delle postazioni militari puntate contro di loro.  Siamo al delirio filoamericano. In un crescendo che mi fa tremare i polsi, arrivano le armi all’Ucrania, l’adesione di questa all’Europa, il parlamento europeo che all’unanimità in standing ovation applaude  l’ingresso del nuovo stato senza un minimo di capacità critica verso l’alleato Americano . Ora lasciando perdere le polemiche legate alle parole di Zelensky contro i palestinesi ed a favore dell’Apartheid fascista israeliana (che per me sono comunque rivelatrici di un certo  modo di pensare), perché un leader politico che ha diverse opzioni per risolvere un tema così delicato e difficile sceglie proprio quella che più mette a rischio l’incolumità del suo popolo? Mi riferisco al fatto che da qualche mese si parlava della adesione ad un patto di neutralità e molti osservatori davano per certa la formazione di uno stato neutrale come è avvenuto per la Finlandia  al dissolvimento dell’Unione Sovietica. Perché volere aderire a tutti i costi alla NATO,  un patto anacronistico che sta solo servendo a trascinare i paesi che vi aderiscono a guerre foriere di tragedie per tutta l’umanità? E’ superfluo ricordare la guerra in Afganistan fatta col pretesto di andare ad ammazzare un terrorista cittadino non Afgano ma dell’Arabia Saudita paese che finanzia i terroristi amico degli USA , o la guerra fatta perché Colin Powel (generale americano) ha agitato in aria una boccetta di acqua. C’entra forse il lavoro che l’intelligence americana fa in Ucraina? Naturalmente trattandosi di intelligence non ho e non potrò mai avere dati ( a meno che non liberino Julian Assange!) ma, diceva un perfido politico italiano, a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca!

E’ spaventoso, non ho parole per descrivere la superficialità dei politici ma anche dei loro consulenti cosidetti “esperti”. E tutto questo in nome della pace. La pace che non fa cessare le fabbriche costruttrici di morte. Io sono contro questa pace. Quei palazzi costruiti col sudore dell’uomo a Kiev, bucati di morte da un altro uomo seduto su una postazione militare in Russia o in un carrarmato in Ucraina, sono l’emblema della ipocrisia della guerra. La colpa non è certo di quel ragazzino che ha premuto il pulsante di quel razzo, ragazzino magari fatto di coca o eccitanti, come la guerra in Vietnam ci ha insegnato, ma di chi costruisce quelle armi. E l’ipocrisia sta nel fatto che chi le costruisce non si sente colpevole, chi lucra sulle morti violente che le armi generano lo fa senza il minimo scrupolo ed anzi l’economia del paese in cui opera lo ringrazia.   La pace che non mette in discussione l’industria delle armi non è pace è solo un mezzo di cui quell’industria si serve per continuare a produrle. La discriminante  tra chi parla di una pace fasulla e pericolosa per le sorti del mondo e chi parla di una pace concreta  deve essere questa: bandire l’industria delle armi. Se non si passa da qui i costruttori ed i trafficanti di morte ringraziano. Ecco perche son contro la pace, sono contro questa vuota parola che tanto più è usata senza la discriminate di cui parlavo sopra tanto più è foriera di morte. Si lo so è facile prendermi per naive senza aderenza con la realtà e soprattutto che non capisce  quella parola che giustifica tutte le più grandi nefandezze che accadono in questo pianeta: la real politik.

No, non sono naive sono conscio che si arrivati ad un punto di non ritorno e che tutto è affidato alle  poche  cittadine e cittadini di questo pianeta che si stanno muovendo dal basso per fare capire ai loro concittadini che sono e saranno i movimenti che si oppongono alla industria bellica ed alle basi militari che daranno un vero significato alla parola pace. Alla manifestazione contro le basi NATO in Sardegna si è arrivati ad essere al massimo un migliaio di persone, lo stesso accade alla RVM sempre in Sardegna per la chiusura della fabbrica di bombe che ammazzano bambini,donne e civili in Yemen con i soldi dell’Arabia Saudita e dell’America. Sarebbero dovute essere centinaia di migliaia. Sarebbero dovute essere tutte quelle che ora si mettono in bocca la parola pace. Ma non c’erano. Poche decine di persone davanti al tribunale di Cagliari dove sono stati messi sotto processo cittadine e cittadini   che hanno manifestato al poligono di Capo Frasca in Sardegna. Solo quelle persone e le persone che non potendo andare danno voce a quelle manifestazioni hanno il diritto di usare la parola pace, tutte le altre se la usano stiano attenti perché bene che vada è fuffa male che vada la utilizzano i professionisti di morte per continuare ad ammazzarci gli uni con gli altri.

Gianni Lixi.

PS: in questo link ( qui ) Jeremy Corbin amplia con molta lucidità e competenza alcune cose di cui ho parlato nell’articolo  (scusate non è tradotto).

da qui

 

 

 

Sono contro la pace - Samed Ismail


Se all’interno dell’impero c’è pace significa che all’esterno l’impero si trova in guerra.
Israele dichiara: «la guerra non è lo strumento per risolvere i conflitti».
In questa frase c’è più verità che ironia.
La risoluzione di un conflitto non è data soltanto dalla cessazione delle ostilità. La vittoria è la risoluzione definitiva di un conflitto, la risoluzione che si verifica quando uno dei contendenti prevale sull’altro. In questo senso la guerra dichiarata, esplicita, non è sempre il mezzo migliore per risolvere i conflitti….

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Chi è il colpevole? - Ascanio Celestini

 

Chi è il colpevole di questa guerra? È la Nato che sta allargando i propri confini? È Vladimir Putin che ha scommesso sulla propria forza e ha tirato la corda puntando sulla debolezza statunitense e sulle divisioni dell’Europa? Io penso che la colpa è prima di tutto di chi fa politica con le armi. E mi pare una disquisizione da salotto decidere chi sia più o meno responsabile.

«La spesa militare, a livello globale, è raddoppiata dal 2000 ad oggi, arrivando a sfiorare i duemila miliardi di dollari all’anno» (dall’appello di cinquanta premi Nobel e scienziati). E se guardiamo in tasca al nostro paese ci accorgiamo che il bilancio del ministero della difesa per il 2022 sfiora i 26 miliardi di euro con un aumento di 1,35 miliardi. «Ci dobbiamo dotare di una difesa molto più significativa e bisognerà spendere molto di più di quanto fatto finora» ha detto Mario Draghi. Ed ecco che un colpevole ce lo abbiamo dentro casa. Fa il presidente del consiglio in Italia.

Un altro si chiama Lorenzo Guerini. Giorgio Beretta, analista della Rete Italiana Pace e Disarmo ci fa sapere che il nostro ministro della guerra «ha sottoposto all’approvazione del Parlamento un numero senza precedenti di programmi di riarmo: diciotto, di cui ben tredici di nuovo avvio».

 



Greenpeace International ci dice che «circa il 64 per cento della spesa italiana per le missioni militari è destinato a operazioni collegate alla difesa di fonti fossili». Negli ultimi quattro anni abbiamo speso 2,4 miliardi di euro nelle missioni militari collegate a piattaforme estrattive, oleodotti e gasdotti che riguardano l’Eni.

Per me è un piccolo capolavoro di indecenza l’articolo che Ernesto Galli della Loggia ha scritto sul Corriere della Sera il 12 luglio 2020 a proposito dell’Egitto. «Abbiamo bisogno del ben volere di Al Sisi perché l’Eni possa continuare non solo ad estrarre dal suo Paese l’ingentissima quantità d’idrocarburi e di gas che estrae ogni anno» e dunque possiamo evitare di chiedere #veritàperGiulioRegeni. Il bravo giornalista ritiene che sia più significativo «intitolare sempre al nome di Giulio Regeni un certo numero di borse di studio (magari chiamando l’Eni a contribuire al loro finanziamento)…».

Allora? Chi è il colpevole di questa guerra?

da qui

 

 

 

Come salvare la pace oggi - Vincenzo Costa

 

1. Siamo in guerra.

Siamo ufficialmente in guerra: “L’unione europea finanzierà l’acquisto e la consegna di armi per un paese sotto attacco” (Ursula von der Leyen). Borrell addirittura pare abbia chiarito che la UE fornirà JEt da combattimento all'Ucraina. Chi lo ha deciso? Quale parlamento lo ha deciso? Quale fonte democraticamente legittimata ha deciso, per noi, di entrare in guerra? E non si dica che non è guerra: quando si annuncia pubblicamente di acquistare armi e inviarle a un paese in guerra contro un altro paese si entra in guerra con quest’ultimo. È un gesto di ostilità, un gesto di guerra. Certamente, non aiuta la pace.

Questo accade, peraltro, proprio nel momento in cui un flebile filo di speranza si è aperto con l’avvio delle trattative tra Russia e Ucraina. Trattative che hanno visto protagoniste, per promuoverle, Stati da cui non ci saremmo aspettati che si muovessero in questa direzione, mentre la UE sembra giocare alla guerra e le sue mosse mirano, oggettivamente, a sabotare quei negoziati. Questa UE vuole la pace o la guerra? Che senso hanno queste dichiarazioni bellicose, senza saggezza, spropositate?

 

2. Il febbraio radioso

Che si entrasse in guerra era inevitabile, lo si capiva. E non ci si può opporre. Le masse sono state mobilitate, convinte, la propaganda di guerra è in azione in maniera massiccia da settimane. La corrente dell’opinione pubblica è tutta per la guerra oramai. Come sempre accade è stato costruito il nemico, è stato creato il sentimento favorevole, l’odio verso chi uccide i bambini, verso il pazzo assetato di sangue. Chi esprime dubbi diventa un collaborazionista. Viene chiesto di maledire Putin se si vuole dirigere un concerto alla Scala, e qualcuno già propone di bloccare i conti correnti bancari e di licenziare chi non si allinea con la difesa della libertà e dei valori occidentali.

Chi non si allinea con l’atlantismo più sfrenato è pro-Putin è uno che ama le dittature, i despoti, è uno che vorrebbe imporre la tirannia russa anche in Occidente, e va isolato e punito. Magari ucciso, come accadde a Jean Jaures il 31 luglio del 1914.

 

3. Abbiamo bisogno di un movimento pacifista

E’ stato hackerato il movimento pacifista. Per la prima volta nella storia abbiamo avuto pezzi (dico pezzi, perché ci sono tante persone che vogliono la pace) di movimento pacifista che hanno chiesto di inviare armi, o addirittura di intervenire. Un cantante famoso chiude un concerto per la pace chiedendo di intervenire in Ucraina, cioè SI CONCLUDE UNA MANIFESTAZIONE PER LA PACE CON UN INVITO ALLA GUERRA. Il segretario di un partito di governo chiede che si inviino armi in ucraina, mentre gli americani, persino loro, si mostrano più prudenti, più defilati, dichiarano che non sono stati usati i loro droni. Il Bundestag tedesco aumenta le spese militare con cifre da capogiro e in maniera continuata, che proseguiranno per i prossimi anni. Contro chi? Che cosa ci aspettiamo? Che la Russia si senta tranquilla con gesti come questi?

Abbiamo bisogno di un movimento pacifista, che miri alla pace e non ad acuire il conflitto e a farlo deflagrare, e PER AVERE LA PACE DOBBIAMO CHIEDERE UN NUOVO PATTO DI SICUREZZA PER TUTTI, non un movimento che chieda di inviare armi agli ucraini.

 

4. La guerra non è ancora iniziata

La guerra non è ancora iniziata. Sinora i russi hanno impiegato armamenti rudimentali, avanzano lentamente, e non per la resistenza che trovano, ma perché non vogliono fare vittime né civili né militari. Per adesso mirano solo a negoziati, a negoziare un nuovo sistema di sicurezza europeo. Se falliscono i negoziati inizia la guerra vera, e non sarà come quella che stiamo vedendo, con due botti al giorno a Kiev, con scaramucce. Sarà la guerra, quella vera, quella devastante.

E’ questa guerra che possiamo ancora evitare e che dobbiamo evitare, e se vogliamo evitarla dobbiamo fare pressione perché le parti trovino un accordo, chiedere alla UE e al nostro paese gesti che spingano tutti le parti a trovare un accordo giusto per tutti. E la soluzione può essere una sola: la neutralità dell’Ucraina.

Anche in questo caso, le dichiarazioni della von der Leyen, che allude all’ingresso dell’Ucraina nella UE suona come un sabotaggio della pace, perché l’ingresso dell’Ucraina avverrebbe in funzione antirussa.

Dobbiamo chiedere la costruzione di una grande Europa, di cui la Russia sia parte integrante, perché la tradizione russa fa parte dell’Europa. Solo questo, che non può avvenire in due giorni, può essere un obbiettivo di pace. E c’è da pensare che qualcuno, acutizzando questo conflitto, abbia proprio mirato a rendere per sempre impossibile la crescita di un’Europa che comprenda la Russia.

La pace va costruita, con gesti, con politiche, con diplomazia, con la sicurezza, non inviando armi a un paese in guerra.

 

5. I valori e la democrazia

Invece di sbrogliare la matassa diplomatica, con senso della misura, tenendo conto degli interessi legittimi di tutte le parti (la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina da un lato e la sicurezza della Russia), invece di trovare un punto di mediazione tra queste due esigenze, la UE ha esasperato il conflitto, facendolo diventare un conflitto tra la libertà e la tirannia, tra il bene e il male. Un conflitto tra valori, oscurando il problema reale: che la pace ha delle condizioni, e che va costruita costruendo un sistema di sicurezza.

 

6. A che cosa si mira?

Ma questa esasperazione può non essere semplicemente il segno di pochezza politica del ceto politico europeo. È chiaro oramai a che cosa si mira: si mira a creare una situazione che porti alla perdita del potere da parte di Putin, a destabilizzare la Russia. La speranza è che sanzioni, propaganda, pressioni sugli oligarchi russi portino alla caduta di Putin. Si è personalizzato il problema.

Tutti oramai credono che il problema non sia la Russia, le sue esigenze di sicurezza, la sua storia, la sua identità, ma Adolf Putin, il pazzo. Tutti oramai credono che non esista un problema politico, relativo a un nuovo assetto di sicurezza globale, ma solo un problema psicopatologico, di un pazzo che va fatto cadere, possibilmente con un complotto di palazzo.

 

7. Verso la destabilizzazione globale

Ovviamente, su Putin si può pensare quello che si vuole, che è un tiranno, che è un autocrate, che ha un carattere pessimo. E Putin non è certo un modello politico a cui guardare, e nessuno guarda a lui tra coloro che cercano di capire quello che sta accadendo. Ma puntare sulla sua destituzione è un azzardo, per diverse ragioni:

a) Può non riuscire (come non riuscì in Turchia il tentativo di spodestare Erdogan), e questo produrrebbe un moto di repressione durissimo, una riduzione delle libertà in Russia, una resa dei conti, che poi potremmo condannare, ma che di fatto avremmo causato proprio noi con la nostra insipienza.

b) Può riuscire, ma dalla caduta di Putin difficilmente risulterebbe una situazione più tranquilla, certamente non sorgerebbe una Russia democratica. Non vi sono le condizioni strutturali. La Russia, come l’Ucraina, è dominata da grandi oligarchi, vi è anche li un deep state che rappresenta l’ossatura. Ne risulterebbe una situazione caotica, e avere una potenza nucleare destabilizzata è da irresponsabili. La cultura liberale non impara dall’esperienza, non riesce a capire che l’idea di esportare la democrazia in contesti in cui non vi sono le condizioni produce il caos. Lo abbiamo visto in Libia, in Afghanistan, dopo le primavere arabe.

c) La Cina non starà a guardare, e pensare a un colpo di mano antiputin in Russia, senza un accordo con la Cina, potrebbe avere effetti devastanti. La Cina confina largamente con la Russia, ha bisogno di stabilità. Ci mancherebbe una Russia filo atlantica al confine cinese. Alcuni sognano cose che diventerebbero incubi. Eppure, l’Occidente sta mirando alla destabilizzazione globale.

 

8. Il rischio di una guerra nucleare

Alcuni pensano che il passaggio all’allerta nucleare ordinato da Putin sia uno scherzo o un bluff. Non lo è. Voglio ricordare che gli USA usarono l’arma atomica per due ragioni. A) mettere fine a un conflitto che costava troppe vite di soldati americani e b) mettere in chiaro la forza che avevano ai fini della divisione del mondo dopo la seconda guerra mondiale. Ora, se gli USA la usarono per quegli scopi, crediamo davvero che uno stato minacciato nella sua esistenza esiterebbe a usarla? Vale la pena mettere la Russia con le spalle al muro sperando che preferisca perire senza usare la sua ultima risorsa? È saggio?

da qui

 

 

 

RUSSIA/UCRAINA: LA GUERRA DI TERRA E DELLA CULTURA - Umberto Franchi 


Sembra che " i potenti del Mondo" abbiano tutti perso la testa con:

- Putin che continua con una guerra atroce distruggendo una Nazione e causando migliaia di morti militari e civili;

-- con la UE ed il governo Italiano che anziché ricercare con la diplomazia la strada del dialogo e di un possibile accordo che tenga conto degli interessi delle i parti in guerra, decide di buttare benzina sul fuoco in modo belligerante, inviando armi all'esercito Ucraino;

ma l' Italia e l'Europa vanno oltre ed agiscono meschinamente anche sulla cultura con:

- l'Università Bicocca che annulla un corso universitario su DOSTOEVSKY perche' parla della Russia ;

- la scala di Milano con la complicità del Sindaco Sala , rimuove e licenzia il Direttore Russo Valéry Cherghiev perche' non ha abiurato rispetto alla guerra fatta dalla Russia di Putin ;

- la Commissione Europea censura la televisione di stato Russa "Russia Today" ed il giornale online Sputinik , perché allineati con il governo Russo ;

- la Polonia che accoglie tutti gli sfollati Ucraini ma solo se hanno la pelle bianca, quelli neri provenienti dall'Ucraina vengono espulsi  ;

- in Italia giornalisti che raccontano cose diverse non allineate alla narrazione della stragrande maggioranza dei commentatori e vengono emarginati ;

- ed intanto i battaglioni neonazisti Ucraini "AZOV" , Impediscono ai civili di uscire dalle città per seguire i corridoi umanitari decisi dalla Russia ... li vogliono tenere come ostaggi per evitare i bombardamenti Russi..

Ora credo che questo comportamento oltre ad essere meschino, penso  che i nostri governanti dovrebbero farsi questa domanda :

Siamo sicuri che stiamo facendo la cosa giusta ? oppure si dà il via ad un clima maggiore di astio e di odio e ritorsioni e contro-ritorsioni, aprendo la strada di una guerra atomica che metterebbe fine alle contese ma anche all'umanità ?

-Credo che anche il presidente dell'Ucraina deve rientrare in se ... Capire la realtà... senza continuare a  chiedere l'intervento della Nato che vorrebbe dire guerra mondiale atomica!;

- infine credo che e' da ipocriti sostenere che le armi EU servono a difendere gli Ucraini... la differenza militare tra Ucraina e Russia e' enorme, le armi allungheranno solo la tragedia della guerra.. e penso che non valga continuare la tragedia della guerra, delle morti con distruzioni ed accumulo di macerie, solo al fine di fare entrare l'Ucraina nella Nato , di non sciogliere le bande naziste Ucraine e non riconoscere l'autonomia del Donbass.

Ricordiamoci il monito di Einstein: " Non ho idea di quali armi verranno usate per la terza guerra mondiale, ma la quarta sarà combattuta con i bastoni e le pietre "


 

 

Russia: dalle sanzioni al crollo? - Michael Roberts

La guerra economica tra il gruppo di paesi della NATO guidato dagli Stati Uniti e la Russia si sta intensificando insieme alla vera guerra nella stessa Ucraina. In risposta all'invasione dell'Ucraina da parte della Russia, gli Stati Uniti e l'Europa hanno alzato la posta imponendo sanzioni economiche, in primo luogo la sospensione di qualsiasi relazione con le diverse importanti banche russe, comprese le due maggiori, Sberbank e VTB. Tuttavia, è significativo che le sanzioni escludano la Gazprombank, il principale finanziatore russo alle società che esportano energia. Chiaramente, l'Occidente non vuole interrompere le esportazioni di petrolio e gas a causa delle sanzioni, quando la sola Germania fa affidamento sul 40% della sua energia dalle importazioni russe.

Di conseguenza, il pacchetto di sanzioni della NATO prevede sostanziali eccezioni. In particolare, mentre sanziona le maggiori istituzioni finanziarie russe, esclude alcune transazioni con quelle istituzioni legate all'energia e alle materie prime agricole, che rappresentano quasi i due terzi delle esportazioni totali. Significativamente, l'Italia ha fatto pressioni con successo per esentare dal divieto di esportazione la vendita delle borse di Gucci ai ricchi russi! Pertanto ora la leader dell'UE Von der Leyen e Biden alla Casa Bianca hanno annunciato che "lavoreremo per vietare agli oligarchi russi di utilizzare le loro risorse finanziarie sui nostri mercati". Biden dichiara che gli Stati Uniti "limiteranno la vendita della cittadinanza - i cosiddetti passaporti d'oro - che consentiranno ai ricchi russi legati al governo di Mosca di diventare cittadini dei nostri paesi e di accedere ai nostri sistemi finanziari". L'UE e gli Stati Uniti stanno lanciando una task force per "identificare, dare la caccia e congelare i beni delle società e degli oligarchi russi sanzionati, i loro yacht, le loro ville e qualsiasi guadagno illecito che possiamo trovare e congelare".

La ridicolaggine e l'ipocrisia di queste misure proposte non dovrebbero mancare. Per decenni, i governi occidentali sono stati felici di ricevere questi "soldi sporchi" e persino di consentire agli oligarchi di ottenere la cittadinanza e privilegi speciali per esercitare un'influenza sulla politica nei loro paesi al fine di sostenere i partiti filo-capitalisti. Ora questi privilegi devono essere eliminati (anche se vedremo fino a che punto si arriverà)…

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Ucraina, i missili entrano solo con i contractor – Thomas Mackinson

Missili, mortai, bombe, mitragliatrici, equipaggiamenti: l’Italia è pronta a fare la propria parte per difendere l’Ucraina. Rifornimenti per quella che, a detta di diversi esperti di tattiche militari, non sembra ancora una “guerra”, almeno per la forza offensiva dispiegata e il numero delle vittime di cui si ha notizia. Ma la scelta dell’Europa e della Nato di armare l’Ucraina, senza scendere direttamente in campo, pone le condizioni perché sia comunque una “guerra sporca”, anche sul fronte occidentale, quello che da sette giorni si stringe attorno ai valori più alti della democrazia. Nella quale si riaffaccia, però, l’ombra dei contractor.

Sul terreno ucraino non ci sono solo i temi del soverchiante squilibrio delle forze in campo, dell’uso di armi non convenzionali. C’è anche quello di “armare la guerra” senza sporcarsi le mani, senza lasciare l’impronta sul campo. Tema per gli alti comandi, e non solo, è anche come farle arrivare a destinazione, possibilmente integre, fino alle linee impegnate sui vari fronti. Ufficialmente gli accordi, anche quelli presi a Roma, prevedono una consegna diretta cui provvederà la Nato per la parte logistica. Un ponte areo alla frontiera, per poi procedere con un convoglio terrestre, giacché aereo sarebbe militarmente esposto. Il punto di contatto “lecito”, spiegano fonti qualificate, potrebbe essere ovunque, basta guardare la carta militare: le frontiere d’Europa non sono sigillate ma “porose” e i punti in cui immettere colonne di armi e di aiuti sono dappertutto, dall’Ungheria, dalla Romania, fino al Nord. Il problema è proprio come scortarle in un viaggio di mille chilometri fino a Kiev, che in tempo di pace impiegherebbe un giorno per arrivare a Charkiv. Il tutto sotto l’occhio vigile dei satelliti, dell’aeronautica e delle colonne di Putin. La questione non è banale, da ché l’anshluss pianificato dal Cremlino si è infranto, per la resistenza opposta dagli ucraini e le difficoltà logistiche incontrate sul campo: operazioni di supporto come queste, non possono che procedere lungo un “corridoio” organizzato, protetto, affidabile.

La Nato potrà certo vigilare, ma non entrerà mai in Ucraina per fare la consegna. L’esercito di Zelensky difficilmente potrà arrivarci e attraversare il Paese. Potrebbero entrare in campo allora i famosi contractor, le compagnie paramilitari private che non hanno insegne, fungono da avamposti degli eserciti e portando le armi quando legalmente non si può. In Afghanistan le portavano le ambulanze. Del resto sono già lì. Appena la situazione si è fatta incandescente aziende private e governi occidentali hanno ingaggiato società specializzate per garantire ai propri dipendenti un “lasciapassare”, quando salire su un’auto o un aereo era già rischioso e i canali delle ambasciate non promettevano certezze. L’inglese Stam, notizia di ieri, si è adoperata per questo e un ex paracadutista italiano intervistato da Today ha raccontato di essere stato ingaggiato da una società che lavora per un governo straniero per portare al sicuro quaranta persone. Ma qui non si tratta di evacuare civili, si tratta di portare armi alla guerra che nessuno dice di volere…

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