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martedì 21 ottobre 2025

Un tempo nuovo

Un tempo nuovo – Sull’Ottobre italiano - Marco Revelli

Ci sono giornate che spaccano il tempo. Lo dividono in due come uno spartiacque perché segnano l’irrompere di un tempo nuovo, qualcosa di impensabile fino a poco prima, d’invisibile, che d’improvviso emerge alla superficie e rivela un cambiamento di orizzonte nel modo di guardare le cose, e di sentire ciò che accade, e di percepire il nostro posto nel mondo. La giornata del 3 di ottobre – i due milioni nelle cento piazze – ma anche del 4 – un milione tondo tondo nelle strade di Roma – e pure del 22 settembre, la prima epifania di quel sommovimento -, sono di questo tipo: con i loro mutamenti tellurici nel costume, nella morale condivisa, nel comportamento finiscono per travolgere, a volerli interpretare per quello che sono, tutti i modi consolidati di considerare i fatti politici e sociali, rendendo inutili – o se si preferisce “obsolete” – le vecchie forme del discorso e dello stesso scontro politico.

Pensavamo di vivere in un Paese anestetizzato, dal senso morale atrofizzato e dalla coscienza civile disseccata, ognuno per sé e nessuno per tutti, convinti di aver già visto tutto e che nulla serva, e di colpo, una mattina di primo autunno, ci siamo trovati nel pieno di un’eruzione vulcanica, travolti da un’infinità di corpi, di voci, di canti e di suoni che parlavano da bocche di ogni età, e comunicavano tutti lo stresso sentimento, semplice, semplicissimo, direi “elementare” come sono appunto le cose che contano: che non se ne può più di assistere passivamente all’orrore che quotidianamente si consuma sotto i nostri occhi. Che se si vuole mantenere un barlume di rispetto di sé bisogna uscire dai propri anfratti privati e mettersi in marcia. Mescolarsi. Partecipare.

Per questo, per questa loro origine interiore e sotterranea, sommovimento degli strati profondi della coscienza collettiva, le mobilitazioni di quei giorni hanno avuto il carattere del novum. Del “mai ancora visto”. Dello “stato di eccezione”. Per la loro dimensione, certo, sconfinata nel senso letterale della parola, tale da forzare tutti i limiti spaziali delle città perché quella marea non riusciva a essere contenuta nelle piazze e nelle strade, per ampie che fossero, ma tendeva a straripare, disperdersi nella rete urbana, sulle tangenziali, nelle stazioni, negli aeroporti, ovunque un qualche “nodo” segnasse un’intersezione s’infilava come una marea che riempie ogni vuoto che si trova davanti. Ho sentito un commentatore di uno dei cortei milanesi dire al microfono della sua radio che “ci siamo auto-bloccati, perché c’è tanta gente che non si riesce a muoversi”. Ho visto ragazzini perdersi nel proprio stesso quartiere perché la massa liquida che gli stava intorno ne cambiava i punti di riferimento. Ho parlato con amici stremati che mi hanno raccontato di essere stati trasportati per ore da un flusso di persone senza percepire bene la direzione. Dunque, lo spazio urbano trasformato in massa umana.  Ma non solo per la quantità, l’estensione. Anche per la profondità, e l’intensità questa mobilitazione è incomparabile con le manifestazioni politiche (e anche sociali) a cui eravamo abituati. Porta in sé appunto il carattere di un “tempo nuovo” perché davvero quella moltitudine era irriducibile alle tradizionali appartenenze, ai contenitori organizzativi, alle molteplici leadership (peraltro estenuate). Rispondeva a un richiamo più interiore, una sorta di appello morale – pre-politico? post-politico? meta-politico? – che si era accumulato nel tempo, come una molla che si carica e che di colpo deve scattare.

La spontaneità è stata la chiave della mobilitazione. Quello che ha portato in piazza decine forse centinaia di migliaia di giovanissimi – la “generazione Gaza” è stata chiamata -, che neppure hanno l’età per votare, ma quella di pensare sì, e di condividere. E con loro tante e tanti, che magari non votano più. O che forse lo fanno ancora, ma stancamente, distrattamente, come cosa che li tocca poco, e che, chissà?, potrebbero anche distribuirsi trasversalmente, anche se non in misura uguale, lungo l’asse destra/sinistra… Tutti messi in movimento non da un appello di partito, o di organizzazione – lo sciopero indetto dalla CGIL e prima ancora dai Sindacati di base è stato tutt’al più l’innesco, ha fornito l’occasione per ritrovarsi, ma non ha costituito la sostanza dell’evento – bensì dal bisogno individuale e insieme collettivo di “esserci”, ognuno a modo suo, e tutti insieme. L’ha espresso bene, questo concetto, Francesca Fornario, quando ha scritto: “Grazie a chi ha tentato di rompere l’assedio, grazie a chi ha scioperato, grazie a chi ha bloccato le navi cariche di materiale per fabbricare esplosivi in partenza per Israele, grazie a chi ha digiunato, protestato, spiegato agli studenti, studiato, pregato, boicottato, vegliato, occupato, pianto…” E ha aggiunto: “C’è un prima e un dopo questo genocidio. C’è un solco che separerà per sempre non solo le vittime dai carnefici ma anche quelli che si saranno battuti con ogni mezzo da quelli che avranno fatto finta di niente o avranno negato, minimizzato, parlato d’altro, parlato troppo poco o troppo tardi. Un solco che separerà per sempre chi avrà fatto di tutto per far uscire le notizie e chi no; chi avrà fatto di tutto per fermare lo sterminio e chi avrà lasciato correre finendo per ritrovarsi dalla stessa parte dei complici”. Meglio non si poteva.

Questa la grandezza di quanto è accaduto sotto i nostri occhi. Poi c’è la miseria, anzi le miserie, di quanti pur avendo visto non hanno capito. O non hanno voluto capire. Giorgia Meloni in primis, con le sue trivialità sul “weekend lungo”, le paranoie vittimistiche sui “nemici del mio governo”, la miserabile richiesta dei “costi dello sciopero per Gaza”, ma insieme tutti quelli che come lei di fronte alle maree montanti si rifugiano dietro ai piccoli episodi di disordine, strepitano per  uno slogan inopportuno, o mettono in piedi infime fabbriche del fango per denigrare quei pochi “capitani coraggiosi” della Flottiglia che con il loro atto hanno riscattato il vuoto morale dei propri governanti. A cui possiamo aggiungere quanti, e sono tanti, di fronte all’enormità di ciò che hanno sotto gli occhi, si chiedono se gioverà o meno a Elly Schlein in vista delle prossime scadenze elettorali. O se servirà a Maurizio Landini per ricuperare un ruolo al proprio sindacato, messo all’angolo dalla scomposizione del mondo del lavoro degli ultimi decenni.

La risposta, spiace dirlo, è no. Quanto succede negli strati profondi della coscienza del Paese difficilmente si rifletterà sulla sua superficie. Sul piano della politica politicante. Tanto distanti sono le richieste etiche degli uni e le risposte pratiche degli altri (“gli Ideali e la rozza materia”, direbbe Norberto Bobbio). Ma detto questo, possiamo esser certi che nulla sarà più come prima, se quel risveglio che si è manifestato continuerà. Se quei giovani che fino a ieri avevamo creduto sonnambolici e muti continueranno a far crescere la propria volontà di una resa dei conti vera con chi gli sta rubando il futuro. In fondo non succede spesso nella storia un sommovimento di questo tipo, che cambia lo sguardo con cui milioni di persone guardano alla condizione del mondo e insieme a se stessi. È successo alla fine degli anni Sessanta, sotto la spinta dello scandalo della guerra del Viet-nam. È successo alla fine degli anni Novanta, col crollo del muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS. Succede oggi, di fronte allo “spettacolo dell’inumano” che si compie in Palestina e all’ignavia di tutti i poteri, alla dissoluzione dei principii elementari del diritto internazionale, alla logica della forza come unica misura del mondo. Se l’inedita “furia del dileguare” del sistema mediatico alimentato dalle tecnologie dell’istantaneità non eroderà sul nascere la spinta propulsiva di questo moto, e la rapida dissoluzione dei nostri sistemi politici non consegnerà al vuoto del nichilismo compiuto la domanda di cambiamento radicale che sale dal profondo; se, come  cantava Giorgio Gaber in un’altra era geologica, sapremo “trasformare in coraggio la rabbia che è dentro di noi” – coraggio di pensare un’alterità fino a ieri impensabile -, allora davvero, nel punto più basso del pericolo, si potrà sperare che nasca ciò che salva.

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Il futuro arriva in barca - Alberto Poggio(*)

Qualche decina di barche a vela e qualche centinaio di persone, armati solo di coraggio, libertà e giustizia, stanno disvelando la connivenza dei cosiddetti “grandi” stati con la pulizia etnica che il Sionismo sta sistematicamente attuando in Palestina dal 1947 a oggi.

Anziché usare la loro ostentata potenza per fermare il genocidio che lo stato criminale e razzista di Israele sta perpetrando, i “grandi” stati tacciono e continuano ad alimentarne la macchina omicida e a giustificarne la narrazione tossica.


Complici e silenti i governi presuntamene democratici. La missione della Global Sumud Flottiglia squarcia il velo sull’apartheid e sull’illegalità praticate dall’ “unica democrazia in Medio Oriente”, menzogna ripetuta a pappagallo da pletore di utili idioti nella politica, nella cultura e nel giornalismo. Complici i governi apertamente neofascisti saliti al potere, i cui leader di cartone ora starnazzano come oche isteriche. La missione della flottiglia manda in frantumi tutte le loro chiacchiere nazionaliste sulla forza. Davanti alle minacce di uno stato criminale loro alleato girano i tacchi e si nascondono, codardi come solo i fascisti sanno essere.


Su quelle barche naviga il futuro che dobbiamo costruire insieme. E’ il futuro che abbiamo già intravisto, sistematicamente negato con la violenza. Avevano e hanno ragione i giovani che mesi fa occupavano le università del mondo. Denunciavano il genocidio e il potere, a tutti i livelli, lì ha ignorati, isolati e scacciati. Avevano e hanno ragione i giovani che da anni manifestano nelle strade del mondo. Chiedono un cambiamento della società e dell’economia per contrastare la crisi climatica e ambientale globale. Il potere fossile li ha prima blanditi, poi derisi e infine gli ha contrapposto sovranismi e autarchie neofasciste che stanno rullando tamburi di guerra in mezzo mondo. Avevano e hanno ragione i giovani che decenni fa manifestavano per la giustizia sociale ed economica nel mondo, forzando blocchi e zone rosse ai raduni dei “grandi” stati, come nel 2001 al G8 di Genova. Il potere turbocapitalista ha tentato di soffocarne le idee a suon di manganelli.


Per decenni abbiamo vissuto anestetizzati nella bolla fatata del cosiddetto “Occidente”. Ci siamo girati dall’altra parte mentre i nostri poteri politici, economici e militari depredavano il resto del mondo esportando ingiustizia. Oligarchie economiche, fossili e tecnologiche occidentali hanno iniquamente accumulato ricchezze enormi , a discapito dell’allargarsi della forbice delle diseguaglianze e dello sfondamento dei limiti planetari, che oggi hanno il terrore di perdere. Eccole quindi a spargere ovunque i germi dell’autoritarismo, scommettendo sul consenso imbelle degli occidentali.


Oggi questa bolla è scoppiata, la maschera del cosiddetto “capitalismo compassionevole” è caduta decretando la fine dell’era dei principi superiori e del “politicamente corretto”. Non ci sono più remore o schermi, le oligarchie mirano al dominio totale. L’orrore di Gaza è anche questo, un test di future pratiche criminali di ingegneria politica: chi è superfluo e d’intralcio per la dittatura del mercato deve semplicemente andarsene o sarà schiacciato nel silenzio di tutte e tutti. Questo è quello che dice la destra sionista all’unisono con il presidente pro-tempore degli Stati Uniti e con il coro muto dell’Europa, mentre annunciano la speculazione immobiliare fondata sugli scheletri di un massacro, travestita da accordo di pace. Questo è quello che dice il presidente pro-tempore degli Stati Uniti agli attoniti vertici militari, indicando loro gli oppositori politici e culturali come nemico interno a cui muovere guerra con ogni mezzo. Questo è quello che dice il Decreto ungherese che equipara l’antifascismo al terrorismo. Questo è quello che dice il Decreto Sicurezza italiano, arma di repressione di massa contro chi azzarda a opporsi.


In questo momento la Global Sumud Flottiglia ha già forzato il blocco illegale e sta per essere assaltata. I popoli e i giovani in lotta nel mondo ci indicano la strada. Una strada di scelte radicali e dal basso, l’opposto del falso riformismo di élite in cui ci siamo impantanati per decenni. Il momento del futuro è ora, costruirlo è compito di tutte e tutti.

(*) Alberto Poggio, ingegnere e ricercatore universitario. Per lavoro si occupa di valutazioni ambientali e pianificazione territoriale di impianti e infrastrutture industriali ed energetiche. È membro della Commissione Tecnica nominata dall’Unione Montana dei comuni della Valle di Susa per studiare l’evoluzione del progetto di Nuova Linea ferroviaria Torino-Lione.

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La nuova politica nascerà fuori dalla politica - Matteo Masi

C’è un errore ricorrente che molti commettono ad ogni giro di elezioni, soprattutto amministrative, in Italia. Errore commesso da chi ha a cuore la nascita di una nuova politica che vada a scardinare il maledetto bipolarismo in cui ormai siamo già ri-scivolati dopo il tradimento dei 5 stelle. L’errore è quello di guardare alle elezioni con una prospettiva tatticista, da “mestierante” politico (che non è un male di per se), come se la nascita di un ipotetico “terzo polo populista” si possa pensare in termini di tattica, di liste, di coalizioni e di percentuali elettorali. Ma se davvero vogliamo dare vita a qualcosa di nuovo, questa logica non basta — anzi, è proprio ciò che dobbiamo superare.

Oggi non esiste ancora un vero spazio politico alternativo: manca una base, un’area, un immaginario collettivo in cui competenze tecniche di organizzazione elettorale possano essere utili. Applicarle ora significherebbe solo adattarsi alle strutture esistenti, finendo inevitabilmente per assomigliare a ciò che si dice di voler superare.

Il punto è che il nuovo progetto — quello che molti chiamano, con un termine forse ancora provvisorio, “terzo polo” — non può nascere dentro le dinamiche della sinistra radicale o del riformismo tradizionale, né tantomeno guardando a destra. Non deve porsi il problema di allearsi con “chi c’è”, ma di costruire qualcosa che ancora non c’è. E questo implica, almeno all’inizio, una scelta netta: nessuna alleanza, nessuna scorciatoia elettorale. Come accadde ai primi 5 Stelle, la forza dovrà venire da un voto di opinione, da una fiducia riposta in un progetto autenticamente nuovo e riconoscibile.

Solo in un secondo momento, quando il movimento avrà radici solide e consenso reale, potrà eventualmente aprirsi a chi vorrà aderire come “socio di minoranza”, non come partner paritario. L’obiettivo non è entrare nel gioco politico esistente, ma riscriverne le regole.

Dalla politica alla cultura, e oltre

L’errore più profondo, però, non è solo tattico: è culturale. Chi ragiona ancora in termini puramente “politicisti” — come se bastasse aggiungere un tocco di populismo a un discorso già stanco — non ha compreso la portata del cambiamento necessario.

Il nuovo soggetto, se mai nascerà, dovrà partire da un ripensamento radicale che tocchi la cultura, l’antropologia, la spiritualità. Non basta un nuovo linguaggio politico: serve un nuovo modo di guardare l’uomo, la comunità, il senso stesso della convivenza. È un passaggio che alcuni, come il nostro direttore Nello Preterossi o Gabriele Guzzi sulle nostre pagine o con il suo movimento, indicano da tempo: occorre spostare l’asse dalla politica alla cultura e, ancora più in profondità, allo spirito.

Non si tratta di religione, ma di visione. Anche chi non condivide la prospettiva spirituale di Guzzi non può negarne il valore: la capacità di guardare le cose da un punto di vista altro, di introdurre nel discorso politico una dimensione simbolica, etica, interiore che oggi manca del tutto.

Il fallimento dei 5 Stelle è stato anche questo: aver intercettato una rabbia politica, ma non averla trasformata in un percorso culturale e umano. Hanno dato voce a un disagio reale, ma non l’hanno trascinato oltre la soglia del “vaffanculo”. Oggi quella spinta non si può più riattivare: serve qualcosa di più profondo, di più trasformativo.

Un progetto che nasce altrove

Per questo il nuovo soggetto politico — se vuole davvero essere tale — non può nascere nei vecchi circoli o nelle sigle della sinistra residuale o della destra (cosiddetta) sociale. Deve nascere altrove: tra chi oggi non fa politica, ma sente che qualcosa si è spezzato nel legame tra cittadini, istituzioni e significati.

Il compito non è “rimettere insieme una coalizione”, ma reimmaginare la comunità. Non è aggiungere un nuovo partito, ma rifondare la politica a partire da ciò che è fuori la politica stessa.

Solo a partire da questa rifondazione culturale e spirituale potrà esistere un terzo polo che non sia la fotocopia degli altri due, ma una vera alternativa. E, forse, la prima vera occasione di rigenerazione per l’Italia intera come nazione.

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mercoledì 8 ottobre 2025

Free Palestine! - ritorno dalle prigioni israeliane

 




«Voglio essere molto chiara. Davanti ai nostri occhi si sta consumando un genocidio. Un genocidio trasmesso in diretta streaming su tutti i nostri telefoni. Nessuno ha il privilegio di dire di non essere consapevole di ciò che sta accadendo. Nessuno in futuro potrà dire che non lo sapevamo. In base al diritto internazionale, Gli Stati hanno l’obbligo giuridico di agire per prevenire e fermare un genocidio. Ciò significa porre fine alla complicità, esercitare una pressione reale e porre fine al trasferimento di armi. Non lo vediamo. Non vediamo nemmeno il minimo indispensabile da parte dei nostri governi. I nostri sistemi internazionali stanno tradendo i palestinesi. Non sono nemmeno in grado di impedire che si verifichino i peggiori crimini di guerra. E non capirò mai come gli esseri umani possano essere così malvagi, da voler deliberatamente far morire di fame milioni di persone intrappolate in un assedio illegale, come continuazione di decenni… e decenni di soffocante oppressione. Occupazione dell’apartheid. [...] Il nostro obiettivo con la Global Sumud Flotilla è stato quello di intervenire quando i nostri governi non hanno adempiuto ai loro obblighi legali. I nostri governi parlano di garantire i diritti umani e dell’importanza di far arrivare aiuti umanitari a Gaza, ma non fanno la loro parte e non fanno nemmeno il minimo indispensabile, per garantire la sicurezza di questa missione. Questa missione non dovrebbe esistere. E questo è una vergogna. Quello della Global Sumud Flotilla è stato il più grande tentativo di rompere l’assedio illegale e disumano di Israele via mare. È una storia di solidarietà internazionale globale di persone che si sono fatte avanti, quando i nostri governi non sono riusciti a farlo. I miei leader, i cosiddetti leader che dovrebbero rappresentarmi e che continuano ad alimentare un genocidio, morte e distruzione, non mi rappresentano. E questa è l’ultima risorsa a cui questa missione deve ricorrere. È una vergogna… è una vergogna. E potrei parlare per molto, molto a lungo dei nostri maltrattamenti e degli abusi subiti durante la nostra prigionia, credetemi, ma non è questa la storia. Quello che è successo qui è che Israele, mentre continua a peggiorare e a intensificare il suo genocidio e la sua distruzione di massa - con intento genocida, tentando di cancellare un’intera popolazione, un’intera nazione davanti ai nostri occhi - ha violato ancora una volta il diritto internazionale impedendo agli aiuti umanitari di arrivare a Gaza, mentre la gente muore di fame. E vogliamo anche sottolineare che non abbiamo bisogno solo di aiuti umanitari per entrare a Gaza. Dobbiamo porre fine all’assedio. Dobbiamo porre fine all’oppressione. Questa azione è stata una sfida al nostro solito modo di fare estremamente violento, che impedisce che questi crimini di guerra si verifichino. Ed è di questo che parla questa storia. Non possiamo distogliere lo sguardo da Gaza e da tutti i luoghi del mondo che soffrono, che vivono in prima linea in questo sistema: Congo, Sudan, Afghanistan, Gaza e molti, molti altri. Quello che stiamo facendo è il minimo indispensabile. Questo genocidio e altri genocidi sono resi possibili e alimentati dai nostri governi, dalle nostre istituzioni, dai nostri media e dalle nostre aziende. È nostra responsabilità porre fine a questa complicità. […] No, non siamo eroi. No, no… stiamo facendo il minimo indispensabile. Ciò che stiamo facendo non lo è in alcun modo. Nessuno è obbligato a venire in soccorso del popolo palestinese. Ciò che stiamo facendo è ascoltare e agire in base alle loro richieste affinché le persone in tutto il mondo agiscano e pongano fine alla complicità nell’uso dei nostri privilegi, delle nostre piattaforme, per prendere posizione contro ciò che è in ogni modo ingiustificabile.»

Greta Thunberg

6 ottobre 2025

da qui


Diamo il Nobel per la Pace alla Global Sumud Flotilla! – Shady Hamadi

 


Il Nobel per la Pace dovrebbe andare alla Global Sumud Flotilla. Ci hanno insegnato che la Pace si cerca con l’azione non violenta: quella di cercare di rompere un blocco che affama una intera popolazione che muore sul palcoscenico globale. A guardare, complici o inermi, i governi mondiali che non sono capaci di dare una risposta coesa. Il loro immobilismo, però, è stato scosso dall’azione di semplici cittadini che si sono riuniti pensando che qualcosa andasse fatto. Non violenza; non altra morte ma il semplice aiuto: di cibo e dell’apertura di un passaggio che si trasformi in un corridoio umanitario.

La Sumud, così come altri in passato, personaggi che hanno invertito gli equilibri sconquassando il mondo, sono oggi al centro di conflitti e cospirazioni volte solo allo screditarne l’operato.

Ma lo abbiamo visto tutti: mani in alto attivisti, hanno gridato i carcerieri di Gaza israeliani, assaltando come pirati le navi liberatrici. In silenzio, con il coraggio della gente semplice, gli attivisti hanno accettato il fato. Mentre altri stanno proseguendo. L’etica dell’azione, la perseveranza nel progetto di alleviare le sofferenze di un popolo solo, abbandonato e orfano di compassione, fanno dire: Nobel per la Pace alla Sumud!

da qui



lunedì 6 ottobre 2025

Gaza: la carne bianca e il genocidio invisibile

 

Un testo di Karim Franceschi (*) e la risposta di Adelinda Baumann. A seguire altri sguardi sul movimento con 6 link a “Comune.info”.

 

Testo di Karim:

Cento città italiane sono entrate in sciopero oggi.

I bambini di Gaza che muoiono di fame, gli ospedali ridotti in polvere, i corpi che continuano a essere estratti dalla terra, niente di tutto ciò è bastato a mobilitare la sinistra bianca.

Alcuni attivisti europei sulle barche vengono fermati e, per citare Joker, “beh, allora tutti perdono la testa!”

Quello è stato il punto di rottura.

Quando coloro che dovrebbero muoversi liberamente, i non identificati, i mobili, i titolari di diritti universali, vengono improvvisamente fermati, il sistema balbetta.

Non perché la giustizia sia stata violata.

Ma perché “non faceva parte del piano”.

Per mesi, Gaza è stata la zona di fissità. Lo spazio del localizzabile.

Sorvegliati, uccisi, affamati, accerchiati.

Le loro morti erano prevedibili. Accettabili.

Ma toccate coloro che viaggiano con il passaporto, che si presentano nel linguaggio della legge e della neutralità, e l’indignazione esplode.

Gli attivisti torneranno a casa. Parleranno di sconvolgimenti, resistenza, coraggio morale.

Sono stati nutriti, fotografati, accuditi.

E sullo sfondo, un genocidio continua, incorniciato ora non dai corpi che cancella,

ma dallo spettacolo di una deviazione nella mobilità bianca.

Funziona così:

L’urlo non si sente finché non echeggia attraverso una voce familiare.

Non quando i bambini muoiono di fame, ma quando agli europei viene detto “non potete passare”.

Non è empatia. È panico identitario.

Un tremore nel meccanismo di chi è autorizzato a muoversi e chi è destinato a rimanere e morire.

La flottiglia è stata brillante, non perché ha sfidato il potere, ma perché ha toccato un nervo scoperto.

Ha portato i corpi bianchi pericolosamente vicini ai campi di sterminio, la non-terra, il non-luogo, dove i bambini di colore vengono cancellati con precisione industriale.

La sola vicinanza della carne europea a una zona riservata all’infanticidio sistematico ha fatto venire i brividi lungo le schiene europee.

Ma era una farsa.

Nel momento in cui gli attivisti vengono nutriti, accuditi e riportati a casa, sani e salvi, l’illusione di un destino condiviso si infrange.

E cosa resta, allora?


Risposta di Adelinda:

Quello che dici è vero e non sei stato l’unico a farlo notare. Lo fecero notare già alcune giornaliste italiane (Leyla Belmoh e Giulia Paganelli tra le prime che ricordi) appena pronunciato il famoso discorso del portuense genovese, frase che poi divenne slogan da tutte le parti, e ricordo aver condiviso questo stesso pensiero. Certo è fortemente nichilista e certo, dopo anni di morte celebrale, leggere questa realtà ai bianchi, comodi, europei, fa male, motivo per cui scattano. E scattano come non mai. Chi non ha il privilegio del passaporto pass par tout lo sa; conosce bene la differenza di peso tra la vita di chi invece ha alle spalle una storia di cui non importa a nessuno.

Spero tu comunque sia in piazza.

Che questo non sia una distanza da chi si è svegliato oggi, e che una riflessione come questa – che invece é fondamentale – possa attraversare il ragionamento fino a far percepire e comprendere loro il privilegio che si vergognano ad ammettere.

I due testi sono ripresi dalla pagina facebook del centro sociale Arvultura di Senigallia.

(*)

https://www.labottegadelbarbieri.org/la-resistenza-curda-dopo-il-tradimento-americano

e

https://www.labottegadelbarbieri.org/ascoltando-karim-franceschi-partigiano-a-kobane/

 

da qui

sabato 4 ottobre 2025

La missione della Flotilla

 



Le violazioni di Israele coperte dagli Stati - Micaela Frulli

(dal Manifesto del 2/10/25)

Ogni analisi relativa alla Global Sumud Flottiglia (Gsf) deve partire dalla situazione giuridica delle acque in cui le imbarcazioni che la compongono stanno navigando. Si trovano in acque internazionali, dove il diritto internazionale non consente a Israele né a nessun altro Stato di intercettarle: vige la libertà di navigazione ai sensi dell’art. 87 della Convenzione Onu sul diritto del mare (Cdm), che ha codificato una consuetudine preesistente e vigente anche per gli Stati che non sono parti della Cdm, come Israele. Il diritto considera il mare internazionale come uno spazio comune utilizzabile esclusivamente a scopi pacifici e che non può essere sottoposto alla sovranità di alcuno Stato (artt. 88 e 89 della Cdm). Obiettivo della Gsf è raggiungere le acque antistanti Gaza, che non possono in alcun modo essere considerate acque territoriali israeliane. Israele non ha titolo di sovranità su di esse, come non ne ha sul territorio di Gaza e sullo spazio aereo e mantiene su tali spazi un’occupazione che la Corte internazionale di giustizia (Cig) ha definito illegale a tutti gli effetti. Solo la Palestina ha diritti sovrani al largo della Striscia, in base all’art. 2 della Cdm, cui ha aderito nel 2015, notificando l’estensione del proprio mare territoriale fino a 12 miglia nautiche dalla costa, come previsto dal trattato. Sul mare territoriale vige il diritto di passaggio inoffensivo delle navi che non recano pregiudizio al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero.

Al quadro di base delineato dal diritto del mare, deve aggiungersi che Israele, oltre ad occupare illegalmente il territorio di Gaza, ha imposto un blocco navale da lungo tempo uscito dai confini del diritto internazionale umanitario, poiché arreca danni eccessivi alla popolazione civile rispetto al vantaggio militare concreto e diretto derivante dal blocco stesso (par. 102 del Manuale di San Remo sul diritto applicabile ai conflitti armati in mare, che codifica il diritto consuetudinario in materia). Il diritto umanitario stabilisce inoltre che, se la popolazione civile del territorio sottoposto al blocco non può avere accesso al cibo e altri beni di prima necessità, la parte che impone il blocco deve consentire il libero passaggio degli aiuti umanitari (parr. 103-104 Manuale di San Remo).

È chiaro dunque che in base al diritto internazionale le imbarcazioni della Gsf non stanno violando alcuna regola di diritto internazionale, ma agiscono nel pieno rispetto del diritto del mare e del diritto internazionale umanitario, facendosi carico dell’attuazione di obblighi che gli Stati, Israele in primo luogo e gli altri a seguire, non stanno rispettando.

C’è da chiedersi perché gli Stati e le organizzazioni internazionali, quasi all’unanimità, facciano appello al rispetto da parte della Gsf di un blocco navale che ha superato qualsiasi confine di legalità. C’è da chiedersi perché non si fa invece pressione su Israele per porre fine al blocco illegale e per garantire l’arrivo degli aiuti umanitari alla popolazione civile, come prevede il diritto. Gli Stati, soprattutto quelli di cui le navi della Gsf battono bandiera, hanno l’obbligo di fare tutto quanto è possibile per proteggere una missione umanitaria che agisce nel pieno rispetto delle regole per raggiungere obiettivi tutelati dal diritto internazionale.

Stupisce ancor più questo atteggiamento se si considera che Israele sta agendo anche in violazione delle ordinanze cautelari emesse dalla Cig nel 2024 nell’ambito del procedimento intentato dal Sudafrica contro Israele per violazione della Convenzione Onu per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio. Tali ordinanze impongono a Israele di adottare misure immediate ed effettive per garantire l’assistenza umanitaria a Gaza e impedire che la Gsf giunga a destinazione viola anche questi obblighi.

Qualcuno evoca la presunta legalità del blocco navale in base al rapporto della Commissione d’inchiesta nominata nel 2010 dal segretario generale Onu sul raid israeliano a danno della nave Mavi Marmara (Rapporto Palmer). Quel rapporto, in condizioni assai diverse da quelle odierne, stabilì che il blocco navale israeliano era lecito, pur condannando l’uso sproporzionato della forza da parte delle forze israeliane nell’abbordaggio della nave, che provocò dieci morti e molti feriti fra gli attivisti a bordo. Il Rapporto Palmer, però, già allora fu criticato da più parti e contraddetto dal Rapporto della Commissione d’inchiesta del Consiglio diritti umani dell’Onu (2010), che si espresse nel senso di una totale illiceità del blocco navale, qualificandolo come una forma di punizione collettiva in violazione dell’art. 33 della IV Convezione di Ginevra.

Uno scenario di grave illegalità si configura nel momento in cui le imbarcazioni della Gsf sono state intercettate e attaccate, illegalità non certo attribuibile a chi porta avanti le ragioni del diritto (e dell’umanità) su quelle barche.

da qui

 

La missione della Flotilla mi ha fatto riflettere sul concetto di martirio – Luciano Casolari

Global Sumud Flotilla evoca in me più o meno coscientemente, ma con forti riverberi inconsci, il concetto di martirio. Quando parlo di inconscio intendo una parte della mente che opera al di fuori della coscienza che però fornisce alla parte mentale che conosciamo spunti emotivi, sensitivi e brandelli di ragionamento sfuggenti.

Cosa è il martirio? Si tratta di una parola spesso usata a sproposito ma nella sua vera essenza, derivante dal greco, trae il significato dai termini testimone e testimonianza. Chi si sottopone al martirio lo fa per testimoniare una verità. I punti cruciali che risultano necessari sono: 1. Che la persona o le persone siano consapevoli del fatto che attraverso la loro testimonianza esiste il rischio o la certezza della morte, 2. Che accettino questo rischio e anzi rifiutino ogni possibilità di evitarlo se questo significa rinunciare alla propria verità, 3. Che effettivamente inducano gli aggressori a ucciderli perdendo in questo modo, attraverso questa aggressione, la loro forza morale. Il martire non si suicida ma si mette nelle mani del possibile carnefice per indurlo a mostrare il suo volto brutale e disumano. I martiri fanno molta paura ai potenti perché, smascherandoli, offrono al popolo la loro vera immagine. Spesso avviene che il popolo, in qualche modo, segua la bandiera issata dal martire per togliere il potere al potente che lo ha martirizzato.

Il martirio per eccellenza nella nostra cultura è quello di Gesù di Nazaret che conosce perfettamente il suo destino, rifiuta le scappatoie che Ponzio Pilato gli offre per cercare una via di fuga e, in questo modo, si impone come bandiera contro la cattiveria degli uomini per portare la sua testimonianza.

 

Nelle parole del capo dello Stato italiano e di molti commentatori mi è parso di udire di nuovo esortazioni ragionevoli di moderni Pilato che chiedono al possibile martire: “Ma chi te lo fa fare? Troviamo una mediazione, un qualche tipo di soluzione”. Purtroppo a questo punto della vicenda una qualsivoglia ragionevole mediazione tipo fornire gli aiuti al vescovo cattolico significherebbe perdere il valore di testimonianza. I detrattori sono pronti a schernire, ad affermare “Vedete i grandi valori dove approdano? Di fronte alla fermezza di Israele si sono squagliati”. E invece io ho timore per gli uomini e le donne intercettati su quelle imbarcazioni.

Mi rendo conto che dal mio studio, al sicuro, è facile discettare di martirio, di testimonianza e di verità. Molto arduo essere stati su quelle navi con i timori, le angosce e i dubbi che hanno attanagliato i partecipanti.

Non so come andrà a finire questa vicenda ma sento, anche qui come percezione non del tutto cosciente, che la situazione è complessa come quando il giovane sconosciuto definito successivamente “Tank man” sfidò in camicia bianca un carro armato in piazza Tienanmen nel 1989. In quel caso lui non venne travolto ma nei giorni successivi migliaia di manifestanti, fra cui forse anche lui, furono uccisi.

Quando in ballo non c’è più solo la nostra vita ma una bandiera, una testimonianza di verità, diventa difficile trovare una soluzione per cui ognuno di noi può solo chiudersi in preghiera. La preghiera sarà diversa a seconda che vi sia una fede o un anelito di verità ma mi pare l’unica speranza umana in un momento come questo in cui la follia pare prevalere. La preghiera non è un atto sterile di richiesta ma una fonte concreta di cambiamento del nostro animo che ci induce come collettività a prendere delle posizioni che possono mutare il corso della storia.

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Gaza: il punto in cui siamo - Tomaso Montanari

«Il diritto internazionale è importante, ma fino a un certo punto» (Antonio Tajani, ministro degli esteri della Repubblica italiana, primo ottobre 2025). Qual è, questo «certo punto»?

È un punto sulla carta geografica: quello in cui la Marina militare israeliana assalta le navi disarmate e civili della Global Sumud Flotilla, che portano aiuti a una popolazione sottoposta a genocidio e sterminata con l’arma della fame. È un punto: un punto delle acque internazionali in cui i banditi si fanno polizia, e tolgono beni e libertà a naviganti incolpevoli.

Ed è il punto di una inversione: quello in cui chi viola la legge e usa la violenza è presentato come il garante dell’ordine, e chi rispetta scrupolosamente la legge e usa la nonviolenza è presentato come un eversore dell’ordineIl punto in cui i criminali sequestrano gli onesti. E poi chiedono loro di firmare confessioni in cui affermano di aver compiuto un crimine contro il legittimo blocco navale israeliano. Confessioni estorte sotto minaccia e in detenzione illegale: lo ha fatto per secoli l’Inquisizione contro gli ebrei. Oggi lo fa Israele alle donne e agli uomini della Flotilla.

È il punto in cui, in televisione, gli opinionisti dicono che quelle sono «acque israeliane»: mentendo per la gola.

È il punto in cui Sergio Mattarella invita la Flotilla a lasciare gli aiuti a Cipro, cioè a non entrare nelle acque, internazionali o palestinesi, in cui Israele avrebbe potuto «porre a rischio l’incolumità di ogni persona». Che sarebbe come dire a cittadini di una città siciliana di non manifestare in un quartiere controllato da Cosa Nostra: perché quelli sparano. È il punto in cui Giorgia Meloni, come sempre con la bava alla bocca, si scaglia contro le vittime e si schiera con gli assassini. Il punto in cui la propaganda israeliana accusa la Flotilla di dipendere da Hamas, e i giornali di propaganda della destra fascista italiana rilanciano questa immondizia.

È il punto in cui inizia a vigere la legge della forza, il diritto di terminare lo sporco lavoro. Il diritto di Israele di finire in pace un genocidio. È il punto nel quale sono i bianchi a uccidere i non bianchi: e dunque tutto va bene. È il punto in cui i palestinesi non sono degni nemmeno di sedere al tavolo delle trattative: perché subumani, terroristi, colpevoli.

È il punto in cui si progetta un protettorato coloniale retto da criminali di guerra, e si chiama «piano di pace». È il punto in cui, se non si accetta questo piano, Israele può portare a termine il lavoro: finché non ne rimanga nessuno, di palestinesi.

È il punto in cui un popolo insorge in pace, e chi lo governa prova a proibire lo sciopero generale, spera negli incidenti di piazza, spinge la polizia agli scontri.

È il punto in cui siamo. Il punto in cui la maschera della civiltà e del diritto cadono, e si mostra il volto mostruoso dell’Occidente. Il punto in cui sono sempre più vere le parole scritte da Omar el Akkad sul genocidio di Gaza: «Considerando anche lo spargimento di sangue che scatenerà in futuro, quello che è successo sarà ricordato come il momento in cui milioni di persone hanno guardato all’Occidente, all’ordine basato sulle regole, al guscio del liberalismo e a come è asservito al capitalismo, e hanno detto. Non voglio averci più niente a che fare». Ecco qual è il punto in cui «il diritto internazionale è importante, ma fino a un certo punto».

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mercoledì 1 ottobre 2025

La legalità della Global Sumud Flotilla e gli obblighi di protezione dell’Italia

L’azione della Global Sumud Flotilla è legittima. Con questo documento come ASGIGIURISTI DEMOCRATICI e Comma 2–Lavoro è Dignità vogliamo fornire chiarezza sulle norme del diritto internazionale applicabili e sulle responsabilità derivanti dalla loro violazione, anche alla luce di affermazioni contrarie al diritto internazionale espresse da esponenti del Governo italiano.

Mentre la Global Sumud Flotilla ha ripreso la navigazione per portare viveri e medicinali indispensabili a Gaza, dopo essersi dovuta fermare per riparare i danni causati dall’attacco israeliano subito in acque internazionali, che ha messo a repentaglio la sicurezza della navigazione e degli equipaggi, le Associazioni ASGI,  GIURISTI DEMOCRATICI e Comma 2–Lavoro è Dignità ritengono indispensabile dare il proprio contributo facendo chiarezza sulle norme del diritto internazionale applicabili, e sulle responsabilità di chi quelle norme viola. E ciò soprattutto alla luce di una serie di affermazioni contrarie al diritto internazionale espresse anche da esponenti del Governo italiano.

Innanzitutto, è necessario ribadire che l’azione della Global Sumud Flotilla è perfettamente conforme al diritto internazionale e non sta violando alcuna norma. E ciò né con riferimento all’attuale navigazione in acque internazionali, né nel prosieguo della propria rotta fino alle coste di Gaza.

Costituiscono invece palese violazione del diritto internazionale l’attacco armato alle imbarcazioni della Sumud Flotilla, il blocco navale israeliano al largo di Gaza con l’isolamento della striscia e la conseguente carestia che ha colpito la popolazione civile, il considerare come israeliane le acque antistanti la costa di Gaza.

Con riferimento alla qualificazione giuridica delle acque antistanti Gaza va infatti ribadito che i limiti di quelle acque non segnano i confini di Israele né acque territoriali israeliane, bensì palestinesi, e ciò indipendentemente dalla scelta politica di riconoscere o meno lo Stato di Palestina.

Il diritto internazionale impone, infatti, che non si possano riconoscere effetti giuridici ad annessioni territoriali illecite, di conseguenza è illecito qualsiasi riconoscimento di sovranità territoriale israeliana sul mare antistante Gaza.

L’occupazione e l’annessione di territori palestinesi da parte di Israele è illecita, come da ultimo affermato dalla Corte internazionale di giustizia (International Court of Justice, Legal Consequences arising from the Policies and Practices of Israel in the Occupied Palestinian Territory, including East Jerusalem, Avisory Opinion, 19 July 2024), che ha ribadito come «Israele non abbia diritto alla sovranità su alcuna parte del Territorio palestinese occupato e non possa esercitarvi poteri sovrani in virtù della sua occupazione» (§ 254). In conseguenza di ciò la Corte non solo ha affermato l’obbligo di Israele di «mettere fine alla sua presenza illecita nel più breve tempo possibile» (§ 267), ma ha anche affermato per tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite, e quindi ovviamente anche per lo Stato Italiano, l’obbligo di non riconoscere in alcun modo la presenza illecita di Israele nei Territori Palestinesi e di non attribuire alcuna conseguenza giuridica alla situazione creata da Israele con l’occupazione illecita; inoltre tutti gli Stati devono «vigilare affinché sia posto fine a ogni ostacolo all’esercizio del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione derivante dalla presenza illecita di Israele nel Territorio palestinese occupato» (§§ 278, 279). Facendo seguito a tali conclusioni l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con Risoluzione del 13 settembre 2024 (A/ES-10/L.31/Rev.1) ha imposto ad Israele un termine massimo di 12 mesi (scaduti quindi il 13 settembre 2025) per cessare l’occupazione illecita, ribadendo il divieto per tutti gli Stati di riconoscere effetti legali all’occupazione.

Ne consegue che come non è territorio israeliano Gaza, non sono israeliane le acque antistanti le sue coste, e qualsiasi affermazione di segno diverso da parte dei rappresentanti dello Stato italiano costituisce violazione dell’obbligo di non riconoscimento della situazione.

ASGI, GIURISTI DEMOCRATICI e COMMA 2 ricordano, peraltro, che la definizione dei confini degli spazi marini e la disciplina dell’esercizio di poteri sovrani in mare è contenuta nella Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), ratificata sia dall’Italia sia dallo Stato di Palestina e che quindi vincola entrambe le parti.

Con riferimento all’intenzione dichiarata dalla Global Sumud Flotilla di portare gli aiuti fino a Gaza nonostante il blocco navale istituito da Israele sin dal 2009, va precisato che anche in questo caso l’azione della Flotila risulta conforme al diritto internazionale, e quindi perfettamente lecita, mentre costituisce violazione del diritto internazionale e illecito uso della forza ogni attacco alle navi della Flotilla messo in atto dallo Stato di Israele. Anche senza voler indagare sulla illegittimità sin dall’inizio di questo blocco navale, il blocco infatti è sicuramente illecito e non può essere forzatamente mantenuto nei confronti di navi che portino aiuti umanitari nella situazione in cui versa attualmente la popolazione di Gaza. Il diritto internazionale umanitario impone infatti alle parti in conflitto di garantire un adeguato approvvigionamento di viveri e altri beni necessari per popolazione civile di territori occupati (si vedano gli artt. 23 e 55 della Quarta Convenzione di Ginevra sulla protezione della popolazione civile nei conflitti armati, e, per quanto riguarda l’esistenza di una norma consuetudinaria di eguale contenuto anche con riferimento ai conflitti armati non internazionali l’ampio e universalmente riconosciuto studio pubblicato dal Comitato Internazionale della Croce Rossa). È quindi palesemente illegittimo un blocco navale la cui finalità, o anche solo il cui effetto, sia privare di cibo e altri beni di prima necessità una popolazione civile non adeguatamente approvvigionata in altro modo.

Tanto più illegittimo risulta ovviamente un blocco che, come quello di cui qui si tratta, costituisce strumento di una generalizzata campagna volta a colpire la popolazione civile e che costituisce crimine contro l’umanità e crimine di guerra, fino ad essere strumento della attuale campagna genocidaria.

ASGI, GIURISTI DEMOCRATICI e COMMA 2 ricordano che tutte le ordinanze sulle misure provvisorie emanata dalla Corte Internazionale di Giustizia nell’ambito della controversia relativa all’Applicazione della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio nella Striscia di Gaza (International Court of Justice, Application of the Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide in the Gaza Strip (South Africa v. Israel)ordinanza del 26 gennaio 2024ordinanza del 28 marzo 2024ordinanza del 24 maggio 2024) impongono ad Israele precise misure di prevenzione del genocidio, tra cui l’assicurare l’arrivo di beni di prima necessità per la popolazione di Gaza. Il contino aggravarsi della situazione e le esplicite dichiarazioni di rappresentanti dello Stato di Israele provano la palese volontà dello Stato di non dare alcun seguito alle ordinanze, in violazione non solo del diritto internazionale sostanziale ad esse sotteso ma anche degli obblighi derivanti dall’accettazione della giurisdizione della Corte.

Alla luce di quanto precede ASGI, GIURISTI DEMOCRATICI e COMMA 2 ribadiscono l’illiceità di qualsiasi attacco alle navi della Global Sumud Flotilla e la legittimità internazionale di azioni in protezione messe in atto da navi militari italiane poste a salvaguardia delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla battenti bandiera italiana. Anche qualora tali azioni comportassero l’uso della forza, come per esempio abbattere i droni preposti all’attacco, l’uso della forza necessario a proteggere le imbarcazioni italiane e i membri degli equipaggi sarebbe internazionalmente lecito. Tali azioni di protezione risultano inoltre doverose in considerazione del fatto che tutte le persone a bordo di navi battenti bandiera italiana sono sottoposte alla giurisdizione italiana ai sensi dei trattati sui diritti umani ratificati dall’Italia e che impongono allo Stato di adottare, con dovuta diligenza, tutte le misure necessarie per proteggere la vita umana. Uno spogliarsi dell’obbligo di protezione da parte dello Stato italiano, a fronte dell’evidente estremo pericolo nel quale sarebbero poste in caso di un attacco in mare, lo renderebbe quindi responsabile della violazione di tali convenzioni.

Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione

Giuristi Democratici

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