domenica 1 febbraio 2026

Cristo e il metodo per capirlo, copyright © ing. Dostoevskij - Marco Pozzi

 

Gli scritti di Fëdor Dostoevskij sono una miniera per cogliere le convergenze e le (profonde) differenze tra lo spirito russo e quello europeo: realtà profondamente diverse che, peraltro, si specchiano. Marco Pozzi indaga da tempo quell’intreccio. Su queste pagine abbiamo pubblicato, nelle settimane e nei mesi scorsi, frammenti di quel lavoro di ricerca. Ad essi se ne affianca, qui, un altro. (la redazione)

«Ascolta una grande idea: ci fu sulla terra un giorno che nel mezzo della terra stavano tre croci. Uno dei crocifissi credeva al punto che disse a un tratto: “Oggi sarai con me in paradiso”. Finì il giorno, tutt’e due morirono, s’incamminarono e non trovarono né paradiso, né resurrezione. Non si avverò quanto era stato detto. Ascolta: quell’uomo era il più sublime di tutta la terra, formava ciò per cui essa deve vivere. Tutto il pianeta, con tutto ciò che c’è sopra, senza quell’uomo non è che follia. Non ci fu né prima, né dopo nessuno che Lo eguagliasse, né mai ci sarà: che è perfino un miracolo. In questo appunto sta il miracolo, che non ci fu e non ci sarà mai chi Lo eguaglia. Ma se è così, se le leggi della natura non hanno risparmiato neppur Quello, se non hanno risparmiato nemmeno il proprio miracolo, ma hanno obbligato anche Lui a vivere in mezzo alla menzogna e a morire per la menzogna, significa che tutto il pianeta non è che menzogna e poggia sulla menzogna e su una stupida beffa. Significa che le stesse leggi del pianeta sono una menzogna e un vaudeville del diavolo. Perché vivere, allora, rispondi, se sei un uomo?»

È l’ingegnere Aleksej Nilič Kirillov a chiederlo, nei Demoni (Parte terza, cap. sesto, II), romanzo pubblicato nel 1871 dall’ingegner Dostoevskij. Fra colleghi c’è sintonia, lo dimostra la famosa lettera che lo scrittore scrive al fratello non appena riacquista la libertà dopo la lunga prigionia in Siberia: «Vi dirò di me che io sono un figlio del secolo, sono un figlio del dubbio e della miscredenza, fino a oggi e (lo so) finché campo. Questa sete di fede mi è costata e mi costa spaventose sofferenze, ed essa cresce nel mio animo tanto più forte quanto più in me albergano conclusioni opposte. E tuttavia, Dio mi concede a volte degli attimi in cui sono assolutamente in pace; in quei momenti amo e vedo che sono amato dagli altri, e in quei momenti ripongo in me il simbolo della fede nel quale per me è tutto limpido e santo. Questo simbolo è molto semplice, ed è questo: credere che non ci sia niente di più bello, profondo, disponibile, sensato, coraggioso e perfetto di Cristo e non solo non c’è, ma mi dico con amore geloso, che nemmeno può esistere. Inoltre, se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è al di fuori della verità, e davvero la verità si trovasse fuori di Cristo, preferirei comunque rimanere con Cristo piuttosto che con la verità» (fine gennaio o febbraio 1854). Cristo è al centro del ragionamento, come da secoli lo era in Russia.

Intorno all’anno Mille, dopo un viaggio a Costantinopoli, di cui resta estasiato, Vladimir I (972-1015), Principe di Novgorod e Gran Principe di Kiev, si converte al cristianesimo e porta la fede nella regione della Rus’, sotto l’influenza dalla tradizione bizantina, quell’impero romano d’Oriente non ancora caduto. Nel 1054, al culmine della tensione nei rapporti fra il Papa e il Patriarca di Costantinopoli, uno scisma dà origine al cristianesimo ortodosso, con sensibilità, dottrina e organizzazione differente.

Nella cultura europea gli imperatori cristiani si appoggiano ai sacerdoti (pontifices), i quali, negli ambiti di competenza, si attengono alle leggi emesse dall’imperatore, che si è insediato per volontà divina e all’autorità del sacerdote è rispettoso: i due poteri sono separati ma intrecciati. Più centralizzata intorno al pontefice è la chiesa di Roma, più conciliare quella d’Oriente; il sacerdote, nel celibato romano, mantiene un’esclusività verso la gerarchia ecclesiastica, mentre il sacerdote orientale è sposato.

Oltre che alle questioni teologiche, come quella del filioquesi contrappongono due modi distinti di sentire l’essere cristiano dentro la società: in Occidente le cronache riportano parecchi nomi di vescovi, mentre in Oriente la vita si svolge soprattutto nei monasteri. Qui le regole sono meno istituzionalizzate rispetto all’Occidente e, rispetto all’Occidente, molto meno impatto hanno i testi antichi di logica e di filosofia greca, mentre centrale è la dedizione intima al messaggio evangelico: più fede che filosofia. Il Nuovo Testamento prevede uno sforzo dell’anima dentro al mondo per raggiungere una dimensione nuova, culminata dalla resurrezione; in questo viaggio Cristo è la guida, l’ispirazione, l’ideale, per trionfare sulle perdizioni: è una maturità spirituale che passa dal rinnegamento e dal superamento di sé, di cui la spiritualità monastica è un’emanazione nel mondo, tanto che i monaci diventano portavoce nella chiesa d’Oriente a ispirazione nella perpetua lotta.

In tale contesto si rafforza la cultura monastica. Nelle chiese dentro i monasteri ‒ con l’iconostasi alta fino al soffitto e in mezzo le “porte regali”, dove, durante la funzione, accede il sacerdote per consacrare il pane e il vino dell’Eucarestia ‒ fiorisce l’arte delle icone: immagini dipinte del santo a cui la chiesa è consacrata, insieme a storie del Vangelo, apostoli e arcangeli. Vengono riconosciuti i primi santi ortodossi, aumentando il patrimonio religioso russo. L’intera chiesa russa diventa più autonoma, e si rafforza tanto più declina l’influenza mongola, causata anche dalla caduta di Costantinopoli nel 1453 che pone fine dalla civiltà bizantina: la città viene ribattezzata Istanbul e la basilica di Santa Sofia trasformata in moschea.

Per la Russia sorge un parallelismo con Israele, il popolo affidatario della vera fede circondato da popoli miscredenti: Mosca è la nuova GerusalemmeAlla fine del XV la Russia non è più un insieme di principati, ma un’entità statale, tanto che la parola Rossija (dal greco) comincia a sostituire la parola Rus’. A sud il confine corre verso il nascente impero ottomano, con cui si commercia, come si commercia con l’Europa; a nord e a ovest si raggiungono pressoché i confini attuali, in un immenso territorio di foreste dove la popolazione si concentra lungo i fiumi; i contadini si sfamano di funghi, bacche e selvaggina dalle foreste, coltivano grano, allevano mucche e polli, come fittavoli della corona prima, poi come dipendenti del nobile locale.

Come rappresentare tutto ciò? Secoli di storia, di pensieri, di sentimenti? Di spiritualità, di umano, di trascendenza? L’ingegner Dostoevskij brevetta un metodo. Scrive in una lettera del 20 febbraio 1854: «Io vi dirò di me che sono un figlio del secolo, un figlio della miscredenza e del dubbio e che (lo so) lo resterò fino alla tomba. Quante terribili sofferenze mi è costato e mi costa questa sete di fede, la quale è tanto più forte nell’anima mia, quanto più sono gli argomenti contrari». E si legge nei suoi taccuini: «La negazione è necessaria, diversamente l’uomo finisce per essere sulla terra come una cimice. La negazione della terra è necessaria, per essere infiniti. Cristo, il più alto ideale positivo dell’uomo, porta in sé la negazione della terra, per quanto la sua ripetizione si è rivelata impossibile».

La leggenda del grande Inquisitore, composta da Ivan Karamazov, è un esempio magistrale di negazione, di lotta nella contraddizione. Se il pensiero che l’ingegner Dostoevskij voleva esprimere fosse stato una lode alla libertà che ci ha dato Cristo, avrebbe potuto affermarlo direttamente, attraverso una spiegazione degna della miglior saggistica, oppure con le parole di un personaggio, in un monologo, parlato o scritto (come ad esempio il diario di padre Zosima). Invece qui l’affermazione avviene in maniera diversa, cioè costruendo un personaggio, l’Inquisitore, che nega tale principio, e che lo nega proprio perché lo riconosce vero, ma inapplicabile: così vuole “correggere l’opera di Cristo” riconoscendone la troppa perfezione, inadatta a una creatura come l’uomo. La negazione perciò afferma, e proprio in quanto negazione esprime le contraddizioni che l’affermazione porta in sé, e proprio nell’esprimerle, evolvendosi il discorso, le supera. Il concetto così si forgia (“l’osanna”), si tempra passando nell’alternarsi di diverse temperature, la più alta e la più bassa possibile, al loro limite, come un’esplosione solare o lo zero kelvin. Ed è nella libertà che l’essere umano può vivere questa esperienza. Una libertà che si esprime nella sua ampiezza e nella sua contraddizione, di una coscienza che davanti alla scelta del bene e del male può scegliere il bene, senza negare l’esistenza del male, ma temprandosi attraverso di esso, modellando la propria identità, la quale soltanto in questa condizione può essere piena e non scissa, frammentata. Deve esistere la possibilità del Male per poter scegliere il Bene, la possibilità di essere la “creatura bipede e ingrata”, e non “una puntina di organetto”, che gira e gira in un solco dal momento che non potrebbe far altrimenti. È necessario un gancio-traino verso l’assoluto, un asintoto morale sul quale ascendere.

Se la stessa idea di partenza fosse stata espressa in altro modo, diciamo più consueta, più lineare, più prevedibile, a chi la riceve sarebbe arrivata molto più debole; invece, approfondendola sino al fondo nella sua negazione, chi la riceve è come se dentro di sé già avesse percorso ogni possibile obiezione, ogni dubbio in cui si sarebbe attardato. Perciò la conoscenza è superiore: durante la lettura della Leggenda il percorso comprende molte stazioni intermedie, che il lettore esperisce dentro sé stesso: sia quelle già conosciute, sia quelle ancora sconosciute, in una via crucis o giro turistico che include ogni highlight da visitare.

L’ingegner Dostoevskij commenta in una delle sue ultime lettere: «Quegli imbecilli non hanno mai visto nemmeno in sogno una potenza di negazione simile a quella che ho messo nella mia Leggenda del Grande Inquisitore e nel capitolo che precede. La loro stupidità non potrà mai immaginare la potenza di negazione che io ho conosciuto». È un modo di conoscere il mondo, un viaggio nelle possibilità infinite della storia, in tempo zero, coi piedi sul divano, o sdraiato nel letto, ma con un libro in mano.

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