Gli scritti di Fëdor Dostoevskij sono una miniera per cogliere le convergenze e le (profonde) differenze tra lo spirito russo e quello europeo: realtà profondamente diverse che, peraltro, si specchiano. Marco Pozzi indaga da tempo quell’intreccio. Su queste pagine abbiamo pubblicato, nelle settimane e nei mesi scorsi, frammenti di quel lavoro di ricerca. Ad essi se ne affianca, qui, un altro. (la redazione)
«Ascolta una
grande idea: ci fu sulla terra un giorno che nel mezzo della terra stavano tre
croci. Uno dei crocifissi credeva al punto che disse a un tratto: “Oggi sarai
con me in paradiso”. Finì il giorno, tutt’e due morirono, s’incamminarono e non
trovarono né paradiso, né resurrezione. Non si avverò quanto era stato detto.
Ascolta: quell’uomo era il più sublime di tutta la terra, formava ciò per cui
essa deve vivere. Tutto il pianeta, con tutto ciò che c’è sopra, senza
quell’uomo non è che follia. Non ci fu né prima, né dopo nessuno che Lo
eguagliasse, né mai ci sarà: che è perfino un miracolo. In questo appunto sta
il miracolo, che non ci fu e non ci sarà mai chi Lo eguaglia. Ma se è così, se
le leggi della natura non hanno risparmiato neppur Quello, se non hanno
risparmiato nemmeno il proprio miracolo, ma hanno obbligato anche Lui a vivere
in mezzo alla menzogna e a morire per la menzogna, significa che tutto il
pianeta non è che menzogna e poggia sulla menzogna e su una stupida beffa.
Significa che le stesse leggi del pianeta sono una menzogna e un vaudeville del
diavolo. Perché vivere, allora, rispondi, se sei un uomo?»
È
l’ingegnere Aleksej Nilič Kirillov a chiederlo, nei Demoni (Parte
terza, cap. sesto, II), romanzo pubblicato nel 1871 dall’ingegner Dostoevskij.
Fra colleghi c’è sintonia, lo dimostra la famosa lettera che lo scrittore
scrive al fratello non appena riacquista la libertà dopo la lunga prigionia in
Siberia: «Vi dirò di me che io sono un figlio del secolo, sono un figlio del
dubbio e della miscredenza, fino a oggi e (lo so) finché campo. Questa sete di
fede mi è costata e mi costa spaventose sofferenze, ed essa cresce nel mio
animo tanto più forte quanto più in me albergano conclusioni opposte. E
tuttavia, Dio mi concede a volte degli attimi in cui sono assolutamente in
pace; in quei momenti amo e vedo che sono amato dagli altri, e in quei momenti
ripongo in me il simbolo della fede nel quale per me è tutto limpido e santo.
Questo simbolo è molto semplice, ed è questo: credere che non ci sia
niente di più bello, profondo, disponibile, sensato, coraggioso e perfetto di
Cristo e non solo non c’è, ma mi dico con amore geloso, che nemmeno può
esistere. Inoltre, se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è al di fuori della
verità, e davvero la verità si trovasse fuori di Cristo,
preferirei comunque rimanere con Cristo piuttosto che con la verità» (fine
gennaio o febbraio 1854). Cristo è al centro del ragionamento, come da
secoli lo era in Russia.
Intorno
all’anno Mille, dopo un viaggio a Costantinopoli, di cui resta estasiato,
Vladimir I (972-1015), Principe di Novgorod e Gran Principe di Kiev, si
converte al cristianesimo e porta la fede nella regione della Rus’, sotto
l’influenza dalla tradizione bizantina, quell’impero romano d’Oriente non
ancora caduto. Nel 1054, al culmine della tensione nei rapporti fra il Papa e
il Patriarca di Costantinopoli, uno scisma dà origine al cristianesimo
ortodosso, con sensibilità, dottrina e organizzazione differente.
Nella
cultura europea gli imperatori cristiani si appoggiano ai sacerdoti (pontifices), i quali, negli ambiti di
competenza, si attengono alle leggi emesse dall’imperatore, che si è insediato
per volontà divina e all’autorità del sacerdote è rispettoso: i due poteri sono
separati ma intrecciati. Più centralizzata intorno al pontefice è la
chiesa di Roma, più conciliare quella d’Oriente; il sacerdote, nel celibato
romano, mantiene un’esclusività verso la gerarchia ecclesiastica, mentre il
sacerdote orientale è sposato.
Oltre che
alle questioni teologiche, come quella del filioque, si
contrappongono due modi distinti di sentire l’essere cristiano dentro la
società: in Occidente le cronache riportano parecchi nomi di vescovi, mentre in
Oriente la vita si svolge soprattutto nei monasteri. Qui le regole sono
meno istituzionalizzate rispetto all’Occidente e, rispetto all’Occidente, molto
meno impatto hanno i testi antichi di logica e di filosofia greca, mentre
centrale è la dedizione intima al messaggio evangelico: più fede che
filosofia. Il Nuovo Testamento prevede uno sforzo dell’anima dentro al
mondo per raggiungere una dimensione nuova, culminata dalla resurrezione; in
questo viaggio Cristo è la guida, l’ispirazione, l’ideale, per trionfare sulle
perdizioni: è una maturità spirituale che passa dal rinnegamento e dal
superamento di sé, di cui la spiritualità monastica è un’emanazione nel mondo,
tanto che i monaci diventano portavoce nella chiesa d’Oriente a ispirazione
nella perpetua lotta.
In tale
contesto si rafforza la cultura monastica. Nelle chiese dentro i
monasteri ‒ con l’iconostasi alta fino al soffitto e in mezzo le
“porte regali”, dove, durante la funzione, accede il sacerdote per consacrare
il pane e il vino dell’Eucarestia ‒ fiorisce l’arte delle icone:
immagini dipinte del santo a cui la chiesa è consacrata, insieme a storie del
Vangelo, apostoli e arcangeli. Vengono riconosciuti i primi santi
ortodossi, aumentando il patrimonio religioso russo. L’intera chiesa russa
diventa più autonoma, e si rafforza tanto più declina l’influenza mongola,
causata anche dalla caduta di Costantinopoli nel 1453 che pone fine dalla
civiltà bizantina: la città viene ribattezzata Istanbul e la basilica di Santa
Sofia trasformata in moschea.
Per la Russia
sorge un parallelismo con Israele, il popolo affidatario della vera fede
circondato da popoli miscredenti: Mosca è la nuova Gerusalemme. Alla fine del XV la Russia
non è più un insieme di principati, ma un’entità statale, tanto che la
parola Rossija (dal greco) comincia a sostituire la
parola Rus’. A sud il confine corre verso il nascente impero
ottomano, con cui si commercia, come si commercia con l’Europa; a nord e a
ovest si raggiungono pressoché i confini attuali, in un immenso territorio di
foreste dove la popolazione si concentra lungo i fiumi; i contadini si sfamano
di funghi, bacche e selvaggina dalle foreste, coltivano grano, allevano mucche
e polli, come fittavoli della corona prima, poi come dipendenti del nobile
locale.
Come
rappresentare tutto ciò? Secoli di storia, di pensieri, di sentimenti? Di
spiritualità, di umano, di trascendenza? L’ingegner Dostoevskij brevetta un
metodo. Scrive in
una lettera del 20 febbraio 1854: «Io vi dirò di me che sono un figlio del
secolo, un figlio della miscredenza e del dubbio e che (lo so) lo resterò fino
alla tomba. Quante terribili sofferenze mi è costato e mi costa questa sete di
fede, la quale è tanto più forte nell’anima mia, quanto più sono gli argomenti
contrari». E si legge nei suoi taccuini: «La negazione è necessaria,
diversamente l’uomo finisce per essere sulla terra come una cimice. La
negazione della terra è necessaria, per essere infiniti. Cristo, il più alto
ideale positivo dell’uomo, porta in sé la negazione della terra, per quanto la
sua ripetizione si è rivelata impossibile».
La leggenda
del grande Inquisitore, composta da Ivan Karamazov, è un esempio magistrale di negazione,
di lotta nella contraddizione. Se il pensiero che l’ingegner Dostoevskij
voleva esprimere fosse stato una lode alla libertà che ci ha dato Cristo,
avrebbe potuto affermarlo direttamente, attraverso una spiegazione degna della
miglior saggistica, oppure con le parole di un personaggio, in un monologo,
parlato o scritto (come ad esempio il diario di padre Zosima). Invece qui
l’affermazione avviene in maniera diversa, cioè costruendo un
personaggio, l’Inquisitore, che nega tale principio, e che lo nega
proprio perché lo riconosce vero, ma inapplicabile: così vuole
“correggere l’opera di Cristo” riconoscendone la troppa perfezione, inadatta a
una creatura come l’uomo. La negazione perciò afferma, e proprio in quanto
negazione esprime le contraddizioni che l’affermazione porta in sé, e proprio
nell’esprimerle, evolvendosi il discorso, le supera. Il concetto così si forgia
(“l’osanna”), si tempra passando nell’alternarsi di diverse temperature, la più
alta e la più bassa possibile, al loro limite, come un’esplosione solare o lo
zero kelvin. Ed è nella libertà che l’essere umano può vivere questa
esperienza. Una libertà che si esprime nella sua ampiezza e nella sua
contraddizione, di una coscienza che davanti alla scelta del bene e del male
può scegliere il bene, senza negare l’esistenza del male, ma temprandosi
attraverso di esso, modellando la propria identità, la quale soltanto in questa
condizione può essere piena e non scissa, frammentata. Deve esistere la
possibilità del Male per poter scegliere il Bene, la possibilità di essere
la “creatura bipede e ingrata”, e non “una puntina di organetto”, che gira e
gira in un solco dal momento che non potrebbe far altrimenti. È necessario un
gancio-traino verso l’assoluto, un asintoto morale sul quale ascendere.
Se la stessa
idea di partenza fosse stata espressa in altro modo, diciamo più consueta, più
lineare, più prevedibile, a chi la riceve sarebbe arrivata molto più debole;
invece, approfondendola sino al fondo nella sua negazione, chi la riceve è come
se dentro di sé già avesse percorso ogni possibile obiezione, ogni dubbio in
cui si sarebbe attardato. Perciò la conoscenza è superiore: durante la lettura
della Leggenda il percorso comprende molte stazioni
intermedie, che il lettore esperisce dentro sé stesso: sia quelle già
conosciute, sia quelle ancora sconosciute, in una via crucis o giro turistico
che include ogni highlight da visitare.
L’ingegner
Dostoevskij commenta in una delle sue ultime lettere: «Quegli imbecilli non
hanno mai visto nemmeno in sogno una potenza di negazione simile a quella che
ho messo nella mia Leggenda del Grande Inquisitore e nel
capitolo che precede. La loro stupidità non potrà mai immaginare la potenza di
negazione che io ho conosciuto». È un modo di conoscere il mondo, un
viaggio nelle possibilità infinite della storia, in tempo zero, coi piedi sul
divano, o sdraiato nel letto, ma con un libro in mano.
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