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lunedì 11 settembre 2017

Poesie sempre «Dalla parte del torto» - Wasim Dahmash



(prefazione di Wasim Dahmash al nuovo libro di Marco Cinque)

Rimando il lettore che vuole conoscere le molteplici attività di Marco Cinque alla controcopertina di questo libro: mi limito a ricordare che è autore di opere di poesia, pittore, fotografo, musicista, promotore di iniziative culturali e artistiche, ma anche e soprattutto impegnato verso gli ‘oppressi’. Si può ben dire perciò, con il poeta palestinese Muin Bsisu, che se «I ricchi hanno Dio e la Polizia, i poveri hanno le stelle e i poeti», in Marco Cinque i “poveri” hanno il loro poeta.
Fin dal titolo questo libro allude alla dicotomia che Bsisu propone: delle due parti in cui è possibile stare, una è quella scelta da Marco Cinque ed è lo stare Dalla parte del torto. Scelta di fondo per ognuno di noi è la parte dove stare e con chi. Qui è la voce narrante che parla solidale con profughi e naufraghi, con tutti quelli che stanno “dalla parte del torto”, che si trovino emarginati per strada nelle nostre città, o rientrino tra i caduti sul lavoro di Morti bianche su orizzonti neri, oppure coinvolti in guerre, nel nucleare (quello civile a Fukushima, e quello di guerra di Hiroshima e Nagasaki, dagli esiti simili) e i popoli – quello palestinese, quello del Popolo Rosso, raccontato in Ombre rosse, o greco in Hellas – e i condannati a morte, quelli di San Quentin, o i rinchiusi a Guantanamo, che sfilano due per due, come due sono i membri di ognuno dei versi di Guantanamo Guantanamera, allineati secondo le scansioni di una filastrocca dell’orrore:
Schiavi globali
in pegno alla gloria
tortura reclama
la mia sicurezza
la storia uno specchio
di nebbia artefatta
nell’odio che arde
vulcanica brezza
di acqua marcita
di terra sfregiata
di sale negli occhi
di arcani rintocchi
sull’ultima sera.
La dichiarazione preliminare del titolo, «stare o essere dalla parte del torto», nasconde un senso che si capisce solo se si raddrizza. Non è difficile cogliere l’ironia: è un senso che appartiene alla comunità, inequivocabile. È perciò una voce collettiva, o per lo meno è quella di una minoranza, che parla e sceglie di parlare anche per chi, come ormai è divenuto luogo comune, ‘la voce non ce l’ha’ e si trova perciò ‘dalla parte del torto’ insieme con chi se ne fa carico con i suoi versi. Ma questi versi, non hanno forse qualcosa, un qualche residuo, del canto epico? La risposta è positiva per la ragione di cui dicevo: si tratta di una voce collettiva aperta ad accogliere contenuti politici, sociali, satirici, di incitamento alla resistenza e anche alla perdita della speranza ma dove trova spazio anche la tenerezza d’amore, come accade in Mentre ti sognavo eri già, o in Me gusta mucho, dove i suoni allitteranti dondolano allungandosi nelle ripetizioni delle parole.
I versi scorrono sull’argomento delle singole composizioni, afferrati al tema generale dei titoli in cui sono inseriti, pertinenti al senso complessivo del libro, memori solo della libertà permessa dagli usi secondo cui gli antichi ritorni ritmici sono come segnali rinnovati di volontà di poesia: le pause scandite dagli a capo, le associazioni ossimoriche, i parallelismi e i suoni allitteranti, il recupero dei suoni delle parole in posizioni inedite, ma anche del recupero del loro senso, come eco di saggi aforismi o come quando è sufficiente alterare la scrittura delle lettere per alludere a un pensiero complesso, come in Ad-Dio.
Nella raccolta di cui è costituita questa selezione antologica, attraverso le sue poesie, di cui alcune inedite e molte scritte tra il 2004 e il 2017 – tratte da pubblicazioni precedenti, tutte corredate da titoli eloquenti: Civiltà cannibali, Percezioni, At The Top Of My Voice e altri ancora – Marco Cinque si sofferma sulla sofferenza umana, di cui la Palestina è esempio:
Ma dov’è
dov’è la Palestina
frammenti deflagrati
appesi persino alle tue
alle mie
alle nostre mani
brandelli dispersi
in ogni direzione
che nemmeno le lapidi
più affamate riescono a riconoscere.
In AccaDueO il poeta sviluppa il tema dell’acqua a partire dalla sua denotazione più stringata, la formula chimica, estraniata dalle maiuscole. L’acqua scivola in poesia lungo il problema delle privatizzazioni e rimanda alle lotte per la difesa dei beni comuni oppure si snoda lungo un percorso in cui è lei tra i protagonisti della violenza, come in Onda, quando racconta delle vittime dello tsunami nel sud-est asiatico del 2006.
FinePenaMai è un’altra sezione di una raccolta già pubblicata dove il senso del titolo risiede nel sintagma che, sostantivato, è diventato parola. Esordisce con Ergastolo, con lo spazio e il tempo che si dilatano nei pensieri tentacolari di un prevalente ‘io’ che racconta. Ma la casistica di dolore vissuto dentro le prigioni si sviluppa nei temi dei morti in carcere, dove i loro nomi sono elencati come gli eroi nelle stele.
L’elenco delle pubblicazioni poetiche, a riprova di una pratica continua, prosegue con Muri e mari, rEsistiAmo e infine Parola Nuda. In quest’ultima sezione riprende tra l’altro il luogo comune per cui gli sconfitti, come i poveri del resto, non scrivono la storia e sono perciò “dalla parte del torto”. Scrive Marco Cinque in Se i poveri:
Se i poveri scrivessero la storia
[…]
Se i poveri iniziassero davvero a scrivere
la verità si sveglierebbe da un lungo
tormentato sonno e direbbe ai poveri:
non smettete, non smettete più di scrivere.
Ma si trova dalla parte del torto anche chi si ritrova nella poesia, inedita, senza speranza. In Speranze, quasi un aforisma, allude forse alle speranze a cui siamo stati indotti dalla politica? Una esperienza, quella della speranza nella politica, che si vive col ‘noi’, ancora una volta plurale, perdita di prospettiva che un tempo era collettiva.
La pluralità dell’opera di Marco Cinque fa da supporto a questa raccolta, sullo sfondo si percepiscono i suoi esercizi sui ritmi, gli strumenti, i suoni con cui usa accompagnare la lettura della poesia, non perché musica e poesia si sovrappongano o si fondano, ma perché le diverse espressioni restino autonome stabilendo un parallelismo: un apporto sonoro parallelo all’apporto letterario, un complemento che non deve interferire. Esiste un’idea di fondo comune ai due linguaggi ed è quanto basta a far sì che il risultato sia omogeneo a sufficienza per comunicare con l’ascoltatore-lettore.
Nel leggere questi versi, alla fine, si è condotti a stare dentro il loro ritmo, come fa Marco Cinque qui nel pensare al nome del palestinese Mahmoud Darwish, in una strofa di Hanno detto:
Hanno detto il tuo nome: sembrava un suono
verbo limpido che non ha mai tradito
che non sapeva, non voleva piegarsi
alla menzogna armata dell’opportunismo.
Ed è come pronunciare il nome di quest’altro poeta, così tutto di seguito, Marco Cinque.
Questa non è la prima volta che l’autore dona i diritti delle sue opere a coloro che stanno dalla parte del torto, alle lotte degli oppressi, degli ultimi. Così anche i diritti di questo libro andranno all’Associazione Gazzella onlus che a Gaza si prende cura dei bambini feriti. E non è un caso che chi scrive, oltre a far parte dell’Associazione, sia un palestinese.
Il libro è già disponibile sul sito di Pellicanolibri – http://www.associazionepellicano.com – 214 pagine per 12 euri

sabato 5 dicembre 2015

parla Susan Abulhawa





Nel segno di David - Susan Abulhawa

Questo libro precede “Ogni mattina a Jenin” di qualche anno, ma è la stessa storia, è il primo dell’autrice.
Amal è una ragazzina che vede il mondo dalla parte dei vinti*
Dentro c’è la storia di un popolo, ci sono grandi storie d’amore, una storia d’oppressione senza fine, un apartheid** crescente e impunito, storie d’amicizia senza tempo, coraggio indomito, viaggi (chi viene mandato via da casa sua deve viaggiare, per vivere, sperare in un ritorno che gli viene negato).
E poi c’è anche il massacro di Jenin (qui nel film di Mohammad Bakri)
Ma non fidatevi di chi vi parla di questo libro, le parole che legge(re)te vi da(ra)nno una una piccola idea di questo romanzo bellissimo e terribile.
Leggetelo, senza paura di indignarvi e di commuovervi - franz


*”Il racconto intelligente della sconfitta è la sottile vittoria del vinto” (Nicolás Gómez Dávila)
**qui


Qualcosa su Susan Abulhawa

Ingresso respinto nella sua Palestina, di Paola Caridi: qui

 

Qualcosa di Susan Abulhawa
La bruciante ipocrisia dell'Occidente: qui

Una poesia di Susan Abulhawa: qui

Interviene Susan Abulhawa: qui, qui e qui



Con stile lucido e appassionato l’autrice, Susan Abulhawa, cittadina americana di origine palestinese, narra la storia dolorosa della sua famiglia dal 1941 ai nostri giorni.
Per noi che viviamo in Occidente e che spesso ci accostiamo con disincanto ai problemi di quel crogiolo di popoli e di culture che è il Medio Oriente, la lotta tra Palestinesi e Israeliani ci appare talvolta incomprensibile per le nostre usuali categorie di giudizio.
A tale proposito in un passaggio del libro la cognata Fatima così si rivolge ad Amal, la protagonista: ”Credo che la maggior parte degli occidentali non ami come noi, non perché non ne siano in grado ma semplicemente perché vivono in zone sicure…l’occupazione Israeliana ci conduce fin da piccoli agli estremi delle nostre emozioni…le radici della nostra sofferenza affondano così profondamente nella perdita, che la morte fa ormai parte del nostro quotidiano… la nostra è una rabbia che gli occidentali non possono comprendere" (pag. 241)
Queste parole ci indicano con chiarezza la chiave di volta per una lettura scevra da pregiudizi, lasciandoci coinvolgere in una storia appassionante e ricca di colpi di scena…

…“La storia la scrivono i vincitori”, è una frase citata da Goering a Norimberga, e fa un effetto strano riferirla in questo contesto in cui i vincitori appartengono al popolo che i nazisti avevano progettato di sterminare. 
La Storia dei vincitori - gli Israeliani - parla di una terra promessa da cui sono stati espropriati ma loro di diritto, unica garanzia di vita dopo i pogrom, le uccisioni di massa e i forni che li hanno spinti a lasciare l’Europa. 
La Storia dei vinti - i palestinesi - parla del primo grande sopruso di aver dovuto abbandonare, nel 1948, le case e la terra in cui vivevano da un tempo di cui si è persa la memoria, di essere stati sospinti come bestiame nei campi profughi, con scene di violenza che sono pari a quelle di stampo nazista. 
La Storia contenuta nei libri cita il trattato di Balfour che ha creato le premesse per mezzo secolo di guerre e guerriglie.

Il libro di Susan Abulhawa racconta la storia dei vinti attraverso quella della famiglia di Amal, con due grandi scene di apocalittica violenza che segnano i due climax del romanzo: la prima è nel 1948, quando la famiglia di Amal deve lasciare Ein Hod, fondata da un generale dell’esercito di Saladino nel 1189, e culmina nel rapimento del bambino; la seconda è nel 2002, quando gli israeliani distrussero Jenin, il campo profughi che era cresciuto a dismisura in mezzo secolo di “provvisorietà”. Covo di terroristi, secondo Israele, ma la rappresaglia operata, che non fa distinzione tra attivisti, vecchi, donne e bambini, è di infausta memoria…

martedì 13 gennaio 2015

Gideon Levy, Mohammed Khatibi e Wasim Dahmash, Moni Ovadia raccontano di Palestina e Israele

Il 29 novembre 2014  durante la giornata Onu per i diritti del popolo palestinese a Lucca, organizzata da Pax Christi, Gideon Levy, Mohammed Khatibi e Wasim Dahmash, Moni Ovadia raccontano di Palestina e Israele.
(gli interventi sono ospitati nel canale youtube invictapalestina)

df ,mn