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lunedì 8 giugno 2026

Etica della reciprocità (vale anche per gli Usa e per Israele?)



Confucio sintetizza così: “L’allievo Tse Kung chiese: Esiste una parola che possa esser la norma di tutta una vita? Il maestro rispose: Questa parola è ‘reciprocità’. E cioè, non comportarti con gli altri come non vuoi che gli altri si comportino con te.”

articoli di Lucio Caracciolo (ripreso da infosannio.com) e MJ Rosenberg (ripreso da invictapalestina.org/blog), con due domande di Francesco Masala

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Anche wikipedia dedica una pagina etica della reciprocità


Domande – Francesco Masala

se l’Iran e Hezbollah volessero e riuscissero a eliminare tutti i pezzi grossi degli Usa e di Israele, compresi i presidenti e i militari al top degli eserciti aggressori, potremmo dire che sono dei selvaggi o che applicano (in qualche modo) l’universale etica della reciprocità?

e se l’Iran e Hezbollah volessero e riuscissero a ridurre Tel Aviv come lo Stato d’Israele ha ridotto Gaza o sta riducendo il Libano, potremmo dire che sono dei selvaggi o che applicano (in qualche modo) l’universale etica della reciprocità?

 

La solitudine di Israele in guerra totale – Lucio Caracciolo

Israele fu per unire gli ebrei. Oggi li divide. E si divide. Fine del sionismo? Israele si volle “Luce delle nazioni” (Ben-Gurion). Oggi pare uno Stato paria. Israele si propose di salvare gli ebrei dalle persecuzioni, ora li mette in pericolo. Lo Stato esiste di norma per garantire pace, sicurezza e benessere del popolo. Lo Stato di Israele è in stato di guerra permanente. Vorrà esserlo per sempre? Paradosso supremo: il violento tramonto di Israele è opera di Israele. Della scelta di trattare l’orrore del 7 ottobre come questione di vita o di morte, quasi Sinwar fosse per sventolare lo stendardo del Profeta nella Grande Sinagoga di Gerusalemme. A sfida mortale risposta mortale. Vendetta da consumare liquidando tutti, e tutti insieme, gli aspiranti liquidatori di Israele. Questa non è guerra, è strage senza fine. Vittoria totale annuncia sconfitta totale perché impossibile. A meno di credersi capaci di finire la storia. Agli eventuali sopravvissuti, in entrambi i campi, resterebbe poco di umano. Qualche segno si intravvede.

Ammettiamo però che Israele trionfi su tutti i fronti, quindi emerga torreggiante su un Medio Oriente distrutto e rifatto a sua immagine e somiglianza. Che cosa resterebbe della sua ragione sociale, fondata sul diritto a esistere di un popolo scampato alla soluzione finale quindi riunito nella Terra promessa? Tenuto finora insieme dal memento mori, intesa minaccia permanente dell’Amalek di turno, sia esso l’Iran con la sua pletora di indocili clienti arabi o la Turchia neoimperiale, entro la cui forma ottomana i pionieri sionisti si immaginavano provincia autonoma. Senza Nemico, come sedare particolarismi e separatismi delle sue eterogenee tribù, delle quali due (arabi e haredim) non-sioniste, tanto da scansare l’obbligo alla difesa della patria? E più nel profondo, il senso di elezione che consente agli ebrei israeliani di certificarsi superiori ad arabi e islamici incivili, resisterebbe all’estinzione della minaccia, alla fine della persecuzione? Infine, come può una controsoluzione finale ottenuta con i mezzi disumani placare coscienza e memoria dei discendenti di coloro che all’altra fine scamparono? Il suicidio morale non è per tutti meno insopportabile del suicidio fisico.

Implicito nel bellicismo totalitario la rinuncia alla deterrenza. Persa il 7 ottobre. Inutile nel nuovo contesto. Contro gli ingenui che vogliono le armi al provvisorio servizio della politica, il governo di Gerusalemme postula la soluzione militare definitiva. Poco importa se il “cane pazzo” (Moshe Dayan dixit) non fa più paura. Se non puoi terrorizzare i terroristi devi sterminarli. Senza troppo distinguere per sesso ed età. Conseguenza della degradazione del popolo palestinese ad aggruppamento di bestie terroriste. Per cui ogni bambino nasce terrorista e come ogni adulto o anziano deve morire perché tale. Stazione ultima del percorso che dal rifiuto di (ri)conoscere l’Altro ne induce percezioni alterate dal terrore dell’ignoto. Perciò lo erige mostro. Israele è in guerra di attrito contro sé stesso. Le sue Forze di difesa (Idf) sono ovunque al contrattacco. Mentre conquistano e talvolta riperdono avamposti aprono sempre nuovi fronti, chiudendone nessuno perché nessuno è chiudibile. A meno di non credere nella Vittoria Totale. Sperando di non scoprirla sacrificio di sé.

La reazione del primo ministro al pogrom di Hamas ha uno sfondo inconfessabile, infatti rimosso. I terroristi di Sinwar lo hanno tradito. Per anni quei Fratelli musulmani che Israele ha incentivato dalla nascita per contrastare Arafat e la sua Olp, scompigliare il frastagliato fronte palestinese e spingerlo alla resa dei conti fratricida – missione quasi compiuta – sono stati parte integrante della sua tattica non troppo segreta, tantomeno originale: divide et impera. Impresa finanziata dal Qatar, condivisa con l’Egitto guardiano della frontiera occidentale di Gaza e bollinata da Washington. Fino al 7 ottobre il meccanismo oliato da Bibi sembrava funzionare a meraviglia. Gaza pareva sedata. Dirigenti del Mossad e loro omologhi di Hamas, grati dello stipendio pagato, si concedevano rilassate conversazioni. Contro i deliri complottisti, la sorpresa per lo Stato profondo e per lo stesso Netanyahu è stata tale. Sconvolgente. E vergognosa. Perciò resteremo a lungo in attesa di una vera indagine sui fatti di quel giorno.

da qui

 

 

Non è Netanyahu, è Israele! –MJ Rosenberg

L’articolo di Mairav Zonszein sul New York Times è così sconvolgente non solo per ciò che racconta, ma anche per chi lo dice, dove lo dice e per quanto poco senta il bisogno di smorzarne l’impatto.

Non si tratta di un’estranea che lancia accuse.

Zonszein è una nota giornalista israeliana che scrive sul New York Times, e ciò che descrive è un paese che ha superato il limite: del combattere.

Inizia con un dettaglio che sembra quasi surreale nelle sue implicazioni. Con l’avvicinarsi del cessate il fuoco, «i funzionari israeliani temevano che la guerra potesse finire presto». L’implicazione è lì, inequivocabile: la paura non è la sconfitta, è la fine della guerra stessa.

Zonszein non insiste su questo punto. Non ne ha bisogno. Il significato è ovvio. Quando la prospettiva della pace produce ansia anziché sollievo, qualcosa di fondamentale è cambiato. La guerra non è più un mezzo per raggiungere un fine. È diventata il fine.

Poi arriva il momento che fa piazza pulita di ogni residuo di finzione. Proprio nel giorno in cui il cessate il fuoco è entrato in vigore, quando i civili «hanno cominciato a tirare un sospiro di sollievo», Israele ha lanciato «uno degli attacchi più letali… senza alcun preavviso», uccidendo più di 350 persone e ferendone oltre 1.000, «molte delle quali civili».

Zonszein non usa eufemismi, né un linguaggio distaccato. La giustapposizione è l’accusa: sollievo da una parte, uccisioni di massa dall’altra – simultanee, deliberate e normalizzate.

Esprime poi il giudizio fondamentale, che colpisce con la forza di qualcosa di a lungo osservato e finalmente detto ad alta voce: per gli israeliani, i cessate il fuoco sono visti come fastidiosi ostacoli alla guerra.

Non si tratta di un singolo leader o di una singola decisione. È una diagnosi di una società. I cessate il fuoco non sono obiettivi. Sono ostacoli. La diplomazia non è il punto di arrivo. È un’interferenza.

Da lì, Zonszein allarga l’obiettivo. «La guerra è sempre più spesso la risposta automatica dello Stato… non solo la strategia, ma la norma».

Non una tattica. Una condizione di esistenza

E una volta che la guerra diventa la norma, acquisisce una logica autosufficiente che è quasi impossibile da spezzare: «Se la guerra è lo status quo, il lavoro non è mai finito e non si può mai perdere, perché si è sempre e ancora al fronte».

Quella frase dovrebbe far riflettere. Perché descrive un sistema senza via d’uscita. Senza obiettivo finale. Senza un momento in cui basta. La guerra diventa permanente – non perché ha successo, ma perché non deve mai finire.

Zonszein è esplicita nell’affermare che la cosa non è imposta dall’alto. L’opinione pubblica è profondamente coinvolta. Anche dopo settimane di distruzione e paura, «il 78 per cento degli israeliani ebrei sostiene ancora la guerra contro l’Iran».

Quel numero non è una nota a margine. È la storia. Significa che non si tratta semplicemente di una politica; è un consenso. La normalizzazione della guerra è penetrata profondamente nella società israeliana. È sostenuta, giustificata e richiesta da una larga maggioranza.

Ecco perché alle prossime elezioni in Israele i principali contendenti saranno tra vari gradi di Netanyahu. Tutti falchi. Tutti odiatori dei palestinesi. E nessun candidato di rilievo che, come fece Rabin, voglia un cambio di rotta. È come se qui sapessimo che nel 2028 i repubblicani nomineranno un sostenitore di Trump, e i democratici nomineranno qualcuno che promette di essere una versione più efficace e meno rozza di Trump. Una situazione senza speranza, ma non è la nostra realtà. È quella di Israele.

Zonszein spiega perché. La “definizione di vittoria degli israeliani è inquadrata da una realtà distorta”, in cui le minacce possono essere eliminate con la forza e i risultati politici ottenuti attraverso campagne di bombardamenti, mentre i costi umani rimangono in gran parte invisibili.

Ma nel 2026, l’ignoranza è una scelta. Gli israeliani non vivono in un vuoto informativo. La devastazione a Gaza e altrove è documentata senza sosta: sui social media, nei resoconti internazionali, ovunque. L’idea che la gente “non sappia” crolla sotto il peso di ciò che è chiaramente visibile.

Zonszein coglie l’inutilità di questo intero approccio sottolineando la ripugnante metafora di stampo nazista, popolare in Israele, che è diventata sinonimo della politica israeliana: uno “sforzo senza fine di falciare l’erba ancora e ancora, non importa quanto velocemente o con quanta forza ricresca”. L’«erba», ovviamente, sono i palestinesi. O qualsiasi altro musulmano che debba essere falciato, abbattuto.

E questo porta alla conclusione più devastante del saggio: ciò che la società israeliana sostiene ora non è un percorso verso la sicurezza, ma un impegno verso la guerra perpetua.

Perché quando la guerra diventa normalizzata – accettata, prevista, persino desiderata – smette di essere una risposta alla minaccia e diventa il principio organizzativo dello Stato stesso.

Nel momento in cui scrive questo, il caso è già chiuso. Ciò che ha descritto non è solo una serie di campagne militari, ma una trasformazione: una società che ha interiorizzato la guerra come impostazione predefinita, come collante politico, come sostituto della strategia.

E una volta che quella trasformazione è completa, il pericolo non è solo che le guerre non finiscano.

È che la società stessa non vuole porvi fine.

(Traduzione a cura di: Leila Buongiorno)

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mercoledì 3 giugno 2026

Quando anche l'anguria diventa una minaccia: la criminalizzazione dell'identità palestinese in Germania - Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

 

“Che fine hanno fatto gli studiosi tedeschi di diritto che un tempo contribuirono allo sviluppo del diritto internazionale? Dove sono i think tank e le fondazioni che un tempo guidavano i dibattiti sulla giustizia? Cari tedeschi: per favore svegliatevi e aiutate ad affrontare la crisi che il vostro Paese sta contribuendo a plasmare nel cuore dell’Europa. Ancora una volta.”

Con queste parole, Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, ha espresso con rara chiarezza la crescente crisi morale e giuridica che si sta sviluppando all’interno della Germania.

Il suo intervento è importante perché ciò che sta emergendo oggi non è semplicemente una disputa sulla politica verso la Palestina. È una trasformazione più profonda del rapporto tra diritto, memoria e potere statale all’interno dell’Europa stessa.

La classificazione da parte del servizio di intelligence interno tedesco dell’anguria e di Handala come simboli di “estremismo palestinese secolare” rappresenta un cambiamento di paradigma nel rapporto tra sicurezza, memoria e identità politica. Nella formulazione del BfV (Bundesamt für Verfassungsschutz, il servizio di intelligence interno tedesco), l’anguria diventa problematica specificamente quando viene utilizzata per rappresentare la mappa della Palestina storica al posto di Israele, trasformando un simbolo culturale in ciò che lo Stato interpreta come una negazione della legittimità di Israele. Non si tratta di simboli di attività armata, ma di simboli di continuità culturale, memoria territoriale ed espressione storica.

Anche artistica.

L’anguria diventò associata all’identità palestinese soprattutto dopo il 1967, nei periodi in cui l’esposizione della bandiera palestinese veniva vietata dalle autorità israeliane nei territori occupati. I suoi colori — rosso, verde, bianco e nero — permisero ad artisti e attivisti palestinesi di preservare simbolicamente la presenza della bandiera attraverso metafora visiva, sostituendo la bandiera con l’anguria, che avevano gli stessi colori.

Diversi artisti palestinesi contribuirono alla diffusione di questo simbolo come forma di resistenza culturale contro la cancellazione identitaria. Handala, creato dal fumettista palestinese Naji al-Ali è diventato una delle rappresentazioni visive più durature dell’esilio e dell’espropriazione palestinese: il bambino rifugiato scalzo eternamente rivolto altrove fino al ritorno della giustizia. E fino al ritorno in Palestina.

Classificare questi due simboli come esempi di estremismo significa trasformare i diritti fondamentali sanciti dalla diritto, in oggetti di sorveglianza politica, repressione e censura. Da elementi dell’identità palestinese a minaccia e questione di sicurezza.

Nel diritto internazionale, l’espressione culturale e politica gode di una protezione esplicita attraverso quadri giuridici sovrapposti che regolano la libertà di espressione, la partecipazione culturale e i diritti delle minoranze. L’esposizione di simboli nazionali o storici rientra pienamente nelle forme protette di espressione politica secondo trattati come la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici.

La postura emergente della Germania capovolge questi obblighi.

Invece di proteggere le espressioni e le libertà, le istituzioni statali sono disposte a trattare qualsiasi espressione palestinese come questione sospetta. La conseguenza non è solamente la censura, ma l’impossibilità stessa di apparire pubblicamente come soggetto politico legittimo. La graduale riclassificazione dei simboli, del linguaggio e dei riferimenti storici di un popolo da espressione pubblica legittima a elemento di potenziale minaccia.

Questa trasformazione è importante perché determina quali identità appaiono nello spazio pubblico e quali invece appaiono come elementi di sospetto che richiedono monitoraggio, o contenimento. Una volta che i simboli palestinesi vengono securitizzati, la stessa presenza palestinese diventa tollerata e controllata.

È questa la crisi morale e giuridica che Albanese ha chiesto alla Germania di riconoscere.

da qui

l'ennesima invasione d'Israele

Proteste a Cagliari per l’arrivo di voli charter da Tel Aviv: tra turisti, anche soldati? - Pierpaolo Loi

In mattinata all’aeroporto di Cagliari – Elmas sono atterrati quattro voli provenienti da Tel-Aviv: alle 8.45, alle 11.35, alle 12.50 e alle 14.30. Scrive l’Associazione Amicizia Sardegna Palestina in un breve comunicato: “Pare che la nuova COLONIA turistica dei simpatici giovani possa diventare la Sardegna, grazie anche all’indefesso lavoro della nostra impareggiabile presidentissima. Sempre sperando non si trattengano un po’ troppo, come avvenuto in altri bei posti del Mediterraneo”. Tra i turisti, anche soldati?

Ad accogliere i turisti israeliani all’aeroporto anche un gruppo di attivisti pro Palestina. Imponente lo schieramento di forze dell’ordine: mezzi di artificieri, unità cinofile e del reparto Mobile della polizia. Di contro i manifestanti che hanno voluto affermare la contrarietà dell’arrivo di turisti israeliani in Sardegna, mentre il governo israeliano ordina all’IDF di continuare l’azione militare nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania nonostante la tregua, e i bombardamenti in Libano, causando centinaia o migliaia di morti civili e la distruzione di innumerevoli villaggi, con il conseguente sfollamento della popolazione.

Un comunicato del “Presidio per la Palestina”, che tutti i giorni si tiene a Cagliari in piazza Yenne, testimonia lo stato d’animo di molti/e sardi/e riguardo alla notizia dell’arrivo di turisti da Israele e della versosimile presenza in Sardegna di soldati israeliani: “È notizia di questi giorni che voli diretti a Cagliari provenienti da Tel Aviv stiano arrivando almeno 2/3 volte a settimana. Da alcuni di questi sbarcheranno militari che dopo aver partecipato ai massacri di Gaza usano il nostro mare e le nostre spiagge per rilassarsi. Queste persone attraverseranno Cagliari e le strade del centro per tutta l’estate. La nostra arma potrá essere la bandiera simbolo di libertá: esponiamo una bandiera palestinese nel balcone della nostra casa, del nostro ufficio o nella vetrina del nostro negozio. É un gesto semplice ma potente: diciamo che Cagliari non dimentica le migliaia di bambini e bambine uccisi…”.

 

I parlamentari Sabrina Licheri, Mario Perantoni e Susanna Cherchi del Movimento 5 Stelle hanno espresso una forte preoccupazione: “Quanto accaduto oggi all’aeroporto di Elmas  – affermano in un comunicato – non può essere trattato come un fatto ordinario. L’arrivo di voli provenienti da Tel Aviv, accompagnato da una schiera di mezzi di sicurezza e dalle legittime preoccupazioni espresse da cittadini e associazioni, riporta al centro una questione politica e morale che il Governo continua a ignorare […] Anche mesi fa abbiamo denunciato il rischio che la Sardegna venisse trasformata in una meta di decompressione per militari israeliani impegnati nel conflitto a Gaza”.

La Sardegna rivendica un ruolo di accoglienza, di dialogo, di pace, di rifiuto delle guerra e dei massacri di civili inermi che la guerra comporta.

da qui

 

Cento famiglie di riservisti dell’esercito genocidario israeliano in villeggiatura sarda (di lusso)  - Mauro Lissia

 (da Il Fatto Quotidiano)

 Per prima cosa hanno chiesto dove si potesse acquistare cibo kosher, le pietanze preparate secondo la tradizione ebraica tanto odiate dai vegetariani. Dopo, sorridenti e rilassati, si sono sistemati nelle comode stanze del Forte Hotel Village, il lussuoso e premiatissimo resort meta di sceicchi, star del cinema e famosi calciatori, a 30 chilometri da Cagliari, sulla splendida spiaggia di Santa Margherita di Pula, dov’erano attesi e dove la direzione aveva organizzato un’accoglienza circondata da un inflessibile cordone di sicurezza.

È cominciata così, tra ingressi presidiati e contingenti di guardie armate, la vacanza in Sardegna di un centinaio di famiglie arrivate da Israele che le organizzazioni pro-Pal indicano come legate ai reduci dai massacri di Gaza. Ogni dettaglio li identifica come militari dell’esercito invasore. Non c’è un anziano, tutti nell’età giusta per imbracciare un mitragliatore e usarlo. Era già accaduto l’anno scorso a Santa Teresa Gallura, con la stessa atmosfera di silenziosa complicità che l’Italia garantisce alle milizie di Netanyahu. Un copione cui la Sardegna può opporre solo una resistenza pacifica, qualche decina di manifestanti con le bandiere palestinesi tenuti sotto controllo all’aeroporto: dopo i quattro dell’altroieri sono in programma altri voli di linea El Al da Tel Aviv e charter di compagnie israeliane per l’aeroporto di Elmas, dove la Questura cagliaritana ha dovuto creare percorsi protetti non si sa bene da cosa. Uno spiegamento di forze da visita presidenziale, giubbotti antiproiettile e artificieri, le auto della polizia già a bordo pista, che l’ufficio stampa della Questura minimizza: “Un dispositivo di sicurezza normale quando si attendono voli sensibili” avverte l’addetta stampa. Soldati in licenza? “A noi non risulta – è la risposta invariabile – sono turisti con le loro famiglie”. Centinaia di turisti che da quando Netanyahu ha riacceso le polveri hanno scelto la Sardegna per le loro vacanze. Tutti insieme, tutti nello stesso periodo, tutti nel resort che ignoti tour operator hanno voluto riservare loro. In nome di un’amicizia che ai sardi non risulta: “Sembra che la nuova colonia turistica dei simpatici giovani israeliani possa diventare la Sardegna – è il commento dell’associazione Sardegna Palestina – grazie anche all’indefesso lavoro della nostra impareggiabile presidentissima, sempre sperando che non si trattengano troppo, come è avvenuto in altri bei posti del Mediterraneo”.

È vero che loro malgrado gli abitanti dell’isola alimentano guerre e stermini con gli armamenti prodotti dalla tedesca Rwm nelle campagne di Domusnovas, appena una trentina di chilometri da Elmas. Ma tralasciando il fatto che fra i destinatari degli ordigni ci sia anche Israele, a chi è contrario alle invasioni criminali non restano che bandiere, striscioni e slogan, come quelli usati l’altroieri all’arrivo in aeroporto dei voli con la stella di David. Per il resto è solo ospitalità a cinque stelle, con il celebre resort affidato al controllo attento dell’Italpol, fra ingressi videosorvegliati, presidiati giorno e notte, compresi quelli dalla spiaggia, per garantire ai villeggianti o veterani di guerra un soggiorno sereno e un riposo dalle fatiche belliche interrotto soltanto da sessioni di shopping nelle griffatissime botteghe del villaggio: le signore le hanno prese d’assalto. Dal cielo di Santa Margherita non piovono missili e c’è abbondanza di cibo internazionale: com’è lontana la realtà terrificante di Gaza e delle colonie vista dai bungalow più costosi della costa sarda. 

da qui

domenica 31 maggio 2026

Il genocidio spiegato a Erri De Luca - Girolamo De Michele

 

Pare assurdo: uno che ha fatto il volontariato nell'ex Yugoslavia, dove è accaduto uno dei genocidi condannati dalla Corte penale internazionale, non sa riconoscere quello di Gaza. E non è un problema soltanto suo

L’intervista rilasciata da Erri De Luca al giornale israeliano Israel Hayom sta suscitando, più che un vero dibattito, un’eco mediatica nella quale si perde, via via che l’onda sonora si allarga e il suo contenuto si affievolisce, ogni reale possibilità di conseguire qualcosa che non sia un semplice ribadire un posizionamento. È ciò di cui non abbiamo bisogno.

Per questo provo a fare, per quel che posso, chiarezza, con gli strumenti storici, giuridici e filosofici che ho acquisito e messo alla prova per scrivere una biografia non solo dell’autore della parola «genocidio», ma del concetto stesso.

 

Chi ha gettato la prima palata di merda nel ventilatore

Cominciamo col puntualizzare ciò di cui si sta trattando. Erri De Luca, in procinto di recarsi in Istaele per il Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim di Gerusalemme, ha rilasciato una lunga intervista nella quale, fra le molte cose che dice, esplicita il suo credo su genocidio e sionismo. Questa parte dell’intervista, circa un terzo, è stata estrapolata e tradotta da G.M., e pubblicata sul Foglio. Per quel che vale, non è un’intervista concessa al Foglio, né la sua traduzione. L’autore del cut&copy è persona nota da tempo per la sua peculiare tecnica di tagliare e montare parole altrui: anni or sono Max Blumenthal, mettendo in fila una serie di comprovati plagi, si chiedeva se si trattasse di un «plagiario seriale» o di un volgare «hasbarista»; e concludeva che G.M. è la prova del fatto che «basta fare un po’ di taglia e incolla dalle pubblicazioni dei difensori di Israele per avere successo nel mondo dei neoconservatori». Negli anni, passando dall’antidarwinismo al complotto cinese sul Covid, questo personaggio ha elaborato la teoria degli «ebrei antisionisti/antisemiti», da Hannah Arendt a Daniel Barenboim, da Grossman ad Amos Oz, e, in Italia, dall’«apostata» Primo Levi alle «umilianti giaculatorie» dei più illustri intellettuali ebrei italiani, da Natalia Ginzburg e Gad Lerner: tutti interessati a difendere il loro ruolo dall’interno dell’intellighentia di sinistra, a costo di schierarsi con i peggiori nemici di Israele. 

Si sappia, dunque, per un verso chi ha messo in moto questa vicenda (con le tecniche e modalità che gli sono consuete), e dall’altro quale acqua a quale mulino si porta elevando il «coraggio» di Erri De Luca a metro di giudizio della «viltà» di altri intellettuali, magari suoi ex compagni.

 

Cosa ha detto Erri De Luca sul genocidio

Veniamo alle parole di Erri De Luca, poi precisate e ribadite anche in questo post. Traduco dall’originale inglese (traduzione non so se intelligente, ma non artificiale):  

So benissimo cosa è il genocidio, e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale. Ciò che è accaduto a Gaza è una guerra moderna e brutale, in cui il numero di vittime civili è enorme e orribile perché quando i combattimenti si svolgono all’interno di uno spazio urbano densamente popolato, tra scuole e ospedali, la popolazione pagherà sempre il prezzo più alto. Lo abbiamo visto a Mosul, a Raqqa e a Mariupol. È l’inevitabile conseguenza del combattere un nemico che si trincera tra i propri civili. È terribile, ma non è genocidio. […] Il fatto che Israele sposti ripetutamente la popolazione civile, da nord a sud e da sud a nord, per allontanarla dalle zone di combattimento attive, rende quest’accusa priva di fondamento.

Spiace dirlo, ma Erri De Luca cos’è un genocidio crede di saperlo, ma non lo sa. Il che, per chi ha fatto il volontariato nell’ex Yugoslavia al tempo delle guerre, è ancor più grave, perché uno dei genocidi condannati dalla Corte penale internazionale è accaduto proprio laggiù, a Srebreniza.

Genocidio è un termine giuridico che designa un crimine internazionale: non lo si va a cercare sul Tommaseo o nella Treccani, ma nella Convenzione per la Prevenzione e Repressione del Crimine di Genocidio. Che è testo vincolante per le nazioni che lo hanno sottoscritto, e impone precisi obblighi, fra i quali la persecuzione dei suoi autori anche al di fuori dello Stato in cui esso accade: «Per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: uccisione di membri del gruppo; lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo a un altro».

Che ci sia o meno genocidio lo si stabilisce in base a questa definizione, non per comparazioni con altri crimini internazionali o altre guerre. La stessa comparazione, fosse pure con la Shoah, non è contemplata dalla Convenzione, e non per caso: due ore prima della sua approvazione fu respinto un emendamento presentato dai delegati polacco e cecoslovacco che chiedeva di inserire la locuzione «come nella recente guerra». Non nominando la Shoah, né uno specifico genocidio, il testo della Convenzione si allineava così al giudizio di Raphael Lemkin, inventore della parola e co-autore della prima stesura della Convenzione: «Il genocidio non è un fenomeno eccezionale, ma accade nelle relazioni fra gruppi umani con una certa regolarità, così come l’omicidio ha luogo nelle relazioni fra individui».

Nel deliberare sul genocidio di Srebreniza, la Corte Penale Internazionale respinse gli argomenti dei difensori dei criminali serbi: che non fosse possibile distinguere fra il civile e il militare; e che le milizie serbe, uccidendo solo gli uomini adulti e non l’intera popolazione, non avevano l’intenzione di cancellare la totalità dei bosniaci musulmani della città. Sono, purtroppo, gli stessi argomenti che usa De Luca a difesa dell’Idf. Per inciso: nella storia nessun genocidio ha mai davvero cancellato la totalità della popolazione che ne è stata vittima.

Infine: lo spostamento forzato di una popolazione al di fuori della propria terra è Pulizia etnica: locuzione che nasce proprio in occasione delle guerre di Yugoslavia; per il diritto internazionale indica l’ultimo passo di un processo genocidiario, o la sua premessa: è una spia rossa che segnala il genocidio in atto.

Erri De Luca sembra dire che «purtroppo è la guerra»: ma in guerra – sin dal tempo di Ugo Grozio, e poi della Convenzione dell’Aja, e infine, dopo la Convenzione Onu sul genocidio, dello Statuto di Roma del 1998, il cui testo depositato a Roma è stato impunemente sorvolato dall’aereo che portava Netanjau negli Usa – l’invasore occupante non ha potestà assoluta sul civile occupato (e neanche sul militare). Che Grozio, Rousseau, Cassese (Antonio) e Lemkin non scrivessero in ebraico non è un’attenuante per non conoscerli, quale che sia il peso del sasso o della bottiglia che hai tirato da giovane.

 

Cosa ha detto Erri De Luca sul sionismo

Per me, il sionismo è il riconoscimento più semplice e fondamentale del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria. Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere qui, chiunque veda due entità che convivono fianco a fianco, è sionista per questo stesso motivo. 

In quanto sionista, De Luca afferma di rifiutare a priori eventuali dibattiti pubblici: «Non sono in grado di sedermi nella stessa stanza o condividere un palco con persone che desiderano che Israele venga cancellato dalla mappa. E, cosa ancora più importante, non collaborerò con alcun evento o forum in cui si usi la parola «genocidio» nel contesto di Gaza.

Per De Luca «sionismo» è oggi una «parola maledetta»: ma sembra che questa maledizione abbia una pregiudizievole origine politica. Io direi – parafrasando Valentina Pisanty – che, come «antisemitismo», «sionismo» è una parola presa in ostaggio dalla militarizzazione e dalla confusione fra ciò che è e ciò che non è. E le parole di De Luca non aiutano a sciogliere questa confusione.

«Sionismo» è una parola che ha significato molte cose, anche in contraddizione fra loro: il socialismo per gli ebrei immigrati e il colonialismo per i palestinesi residenti, ad esempio. Ma ciò che conta, oggi, è cosa il sionismo è – o è diventato. Anche «tiranno» era, al tempo di Sofocle, una parola polisemica, che poteva designare una forma moderna e razionale di governo: ma di certo non si cita Sofocle a difesa dei tiranni odierni. Far coincidere «sionismo» col diritto degli ebrei ad avere un proprio Stato significa far collassare questo diritto su due altre affermazioni: che non c’era altro modo di soddisfare questo diritto se non quello che si è dato, e che oggi non c’è alternativa allo stato di cose esistente. Il che è doppiamente falso.

Israele, ricordiamolo – lo ha fatto Omer Bartov nel suo ultimo libro – fu riconosciuto dall’Onu, nel 1947, all’interno di precisi confini (peraltro contestati). L’esito della guerra del 1948 non dava alcun diritto di occupare i territori destinati allo Stato palestinese, così come l’esito della guerra del 1967 rispetto alla Cisgiordania. Esito della guerra, peraltro, determinato anche dall’assassinio dell’inviato dell’Onu Folke Bernadotte, latore di un piano di pace, a opera dei terroristi criminali e nazi-sionisti (sono parole di Einstein e di Hannah Arendt) della Banda Stern, cioè del futuro Likud. Inoltre, la risoluzione del 1947 obbligava Israele a emanare una Costituzione democratica che garantisse i diritti anche agli arabi all’interno dello Stato, cosa che, per esplicita volontà di Ben Gurion, che non voleva avere le mani legate dalla risoluzione del 1947, non è avvenuta né allora, né in seguito.

Si aggiunga che De Luca sembra equiparare chiunque usi la parola «genocidio» a chi desidera la cancellazione degli ebrei dalla Palestina, operando una brutale divisione fra «noi sionisti» e «tutti gli altri» (che sarebbero dei tagliagole?). È una strategia intellettualmente penosa, ben presente nel web – non solo per effetto della hasbara israeliana: c’è anche chi è capace di farlo da sé: si designa un nemico immaginario, a uso e consumo della propria tesi (si chiama «fallacia del fantoccio», o dello spaventapasseri); se ne dimostra l’esistenza con generalizzazioni di singole figure e singoli discorsi; si riempie la bocca di questi singoli elevati a fantocci di iperboli: e il gioco è fatto.

Ma quello che De Luca sembra ignorare è la statura intellettuale e morale, e la rilevanza nel campo degli studi e della stessa comunità internazionale, di personaggi come William Shabas nel campo del diritto internazionale umanitario; di Omer Bartov, uno storico che ha segnato il prima e il poi nella storiografia dell’Olocausto; di Masha Gessen, recente Premio Pulizer (cui non si può certo applicare il giochino del «parlaci dell’Ucraina», che è peraltro anch’essa una fallacia); di Anna Foa. Per non dire di chi non usa la parola «genocidio», ma riconosce che siamo in presenza di crimini contro l’umanità e di crimini di guerra – crimini per i quali il tribunale e la pena sono gli stessi del crimine di genocidio: da Marcello Flores a Liliana Segre, a Gad Lerner.

Di cosa stiamo parlando, allora? Del mettere la testa sotto la sabbia e rifiutarsi di vedere l’orrore in atto, sino a non saperlo nominare. Che questa sabbia sia la fatalità storica, poco importa. Nel caso di un intellettuale che ha un ruolo e un’autorevolezza nel pubblico dibattito, stiamo parlando della funzione stessa dell’intellettuale: che è, per come Italo Calvino me l’ha insegnato, ciò che dice Marco Polo all’imperatore che, sconfortato, conclude che «Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può che essere la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente». La risposta di Polo è che «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, dargli spazio».

 

Bruciare i libri di Erri De Luca?

Ma se Erri De Luca arriva ad accettare l’inferno fino a non vederlo più, non sarebbe allora legittimo, come alcuni urlano, buttare via i suoi libri, addirittura bruciarli?

A bruciapelo, rispondo che bruciare i libri è una stronzata – anzi, peggio: è uno dei modi in cui si accetta l’inferno fino a non vederlo. Comincia a bruciare, chessò, il Mein Kampf , e poi ti trovi a bruciare il libro accanto, e poi un altro, e così via, finché la mitridatizzazione ti porterà a bruciare l’intera biblioteca, perché se i suoi libri contengono le tue verità sono inutili, e se non le contengono sono dannose.

Anche perché a bruciare libri ci pensa già qualcuno, a cui rischiamo di non badare perché impegnati in altro. Ad esempio, su un quotidiano nazionale c’è una pagina settimanale di propaganda filo-israeliana, Hakol. La realtà di Israele, dove un tale, già fattosi notare per aver invocato «interventi finalmente incisivi, se non risolutivi, da parte di quanti ne hanno a disposizione gli strumenti» contro insegnanti e studenti, di recente ha compilato una lista di proscrizione di libri segnalati da una newsletter editoriale: L’odio anti-Israele piomba a scuola, nientemeno. I nuovi hostes publici – dei quali l’articolista, che sarebbe persona di scuola, ha letto solo la quarta di copertina – sono Anna Foa, Omer Bartov, Rashid Khalidi, Enzo Traverso, Arturo Marzano, Roberta De Monticelli, e Claudio Vercelli. «Ditegli sempre di sì», avrebbe detto Eduardo: se non ché ho visto un’interrogazione parlamentare redatta copincollando pari pari un articolo di questo tale (fossi stato il ministro interpellato, avrei insegnato la creanza a chi mi interpellava con una fotocopia altrui). Il deputato in questione è uno che  ogni volta che lo leggo o lo sento mi chiedo se la sua ghost writer non sia la Strega malvagia dell’Ovest, e a Erri De Luca non gli allaccia i calzari: però è lui che ha l’autorità per deliberare, foss’anche l’acquattarsi servile ai piedi dei potenti, non gli intellettuali. Vale a dire: cerchiamo di mantenere il giusto peso e la giusta misura, non creiamoci a nostra volta fantocci da bruciare per soddisfare un godimento che non è all’altezza del nostro desiderio.

 

Tradurre l’Esodo non basta

I libri di Erri De Luca non hanno, in genere, attinenza con ciò di cui qui si parla, quindi non ne parlerò. Salvo uno: la traduzione dell’Esodo. Della cui traduzione, e del traduttore, una bravissima e instancabile attivista, Lavinia Marchetti (i suoi interventi passati sono diventati un libro, Schegge da un genocidio) ha scritto che «si può tradurre l’Esodo verso per verso, e nondimeno smarrirne il nucleo storico». L’Esodo è la storia (sempre che sia davvero accaduta) di un popolo che, convinto di avere una terra promessa, si muove verso di essa, travolgendo e sterminando un altro popolo che vi risiedeva: i Cananei, e più in specifico gli Amalekiti. È quello che ricordò Edward Said a Michael Walzer, facendo una «lettura cananita» di Esodo e rivoluzione . Leggere l’Esodo dalla parte degli Amalekiti è l’equivalente del dire la parola genocidio da parte dei colonizzati: strappare ai colonizzatori il monopolio dell’interpretazione di una parola che, in fondo, è scandalosa – o meglio: nomina uno scandalo – solo perché per la prima volta le vittime erano europei, e non africani o amerindi. Però il comando divino di ricordarsi di sterminare Amalek risuona oggi nelle parole e nelle pratiche dello Stato d’Israele. E come ha scritto Coetze nella lettera in cui rifiutava l’invito al festival letterario cui andrà De Luca, «è impossibile per qualsiasi parte della società israeliana, comprese le comunità intellettuali e artistiche, dichiararsi privi di colpa rispetto alle atrocità di Gaza» – cioè «un genocidio che ha ricevuto un sostegno entusiasta dalla maggior parte dell’opinione pubblica israeliana».

Ma oltre al contenuto storico, c’è anche un contenuto etico dell’Esodo. Che ha a che fare con quella cultura che ha affascinato un’intera generazione di studiosi, me compreso. L’esodo come attraversamento del deserto, come metafora potente della condizione umana: il prendersi per mano e marciare insieme. Sono consapevole del fatto che oggi quelle pensatrici e pensatori sarebbero su posizioni opposte: Buber e Scholem, Lévinas e Benjamin, Arendt e Wiesel. Ma anche in una contrapposizione si vede quell’altra cultura – così come ci sono concetti filosofici che vanno oltre chi li enuncia. Di tutto questo mondo, oggi, non si vede traccia: e quando si perde il rapporto con quella trascendenza che fonda la dimensione religiosa, non restano che gli dei degli eserciti, che brandiscono pretese verità fondate su un libro scritto in una lingua mancante di vocali e segni d’interpunzione; i cui verbi all’indicativo mancano del presente, dell’imperfetto, del piuccheperfetto e del futuro, nonché dei tempi del congiuntivo, per limitarsi alle lacune più evidenti. Lo aveva osservato Spinoza, ricevendo in cambio dagli idolatri della sinagoga di Amsterdam una maledizione e una coltellata.

 

Dalla parte dell’uovo: Murakami a Gerusalemme

E poi, pensando a cosa Coetze non dirà a Gerusalemme, mi è venuto in mente cosa invece disse Murakami, che nel 2009, nonostante gli inviti dei suoi amici a non farlo, andò a Gerusalemme per ricevere il Jerusalem Prize. E fece questo discorso, a partire da un precetto che lo scrittore giapponese dà a sé stesso: «Tra un muro alto e solido e un uovo che si rompe contro di esso, io sarò sempre ‘mettiti dalla parte dell’uovo’». E spiegò questa immagine.

Non importa quanto giusto possa essere il muro e quanto sbagliato l’uovo, io resterò in piedi con l’uovo. Qualcun altro dovrà decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato; forse il tempo o la storia decideranno. Se ci fosse un romanziere che, per qualunque sia il motivo, scrisse opere in piedi con il muro, di che valore sarebbe quali opere siano? 
Qual è il significato di questa metafora? In alcuni casi è fin troppo semplice e chiaro. Bombardieri, carri armati, razzi e proiettili al fosforo bianco sono quel muro alto e solido. Le uova sono i civili disarmati che vengono schiacciati e bruciati e colpiti da loro. Questo è uno dei significati della metafora. 
Ma non è tutto. Ha un significato più profondo. Pensatela in questo modo. Ognuno di noi è, più o meno, un uovo. Ognuno di noi è un’anima unica e insostituibile, racchiusa in un guscio fragile. Questo vale per me, ed è vero per ognuno di voi. E ognuno di noi, in misura maggiore o minore, si trova di fronte a un muro alto e solido. Il muro ha un nome: è Il Sistema. Il Sistema dovrebbe proteggere noi, ma a volte assume una vita propria, e poi inizia a ucciderci e ci induce a uccidere gli altri in modo freddo, efficiente e sistematico. 
Ho una sola ragione per scrivere romanzi, ed è quella di portare in superficie la dignità dell’anima di un individuo e illuminarla. Lo scopo di una storia è quello di far suonare un allarme, di tenere una luce puntata sul Sistema per impedire che le nostre anime si aggroviglino nella sua rete e ne siano sminuite. Credo fermamente che il compito del romanziere sia quello di continuare a cercare di chiarire l’unicità di ogni singola anima scrivendo storie: storie di vita e di morte, storie d’amore, storie da far piangere le persone, farle tremare di paura e scuoterle dalle risate. Ecco perché noi continuiamo, giorno dopo giorno, a inventare finzioni con assoluta serietà.
Ho solo una cosa che spero di trasmettervi oggi: siamo tutti umani. Esseri, individui che trascendono nazionalità, razza e religione, uova fragili di fronte a un muro solido chiamato Il Sistema. […] Prendetevi un momento per pensarci. Ognuno di noi possiede una tangibile, viva anima. Il Sistema non ha nulla del genere. Non dobbiamo permettere al Sistema di sfruttarci. Non dobbiamo permettere al Sistema di prendere vita propria. Non è stato il sistema a crearci: siamo stati noi a creare il sistema. Questo è tutto quello che ho da dirvi.

 

*Girolamo De Michele lavora nella scuola come insegnante e coordina lo spazio politico-letterario Il Povero Yorick su www.euronomade.info. Ha curato i tre volumi dell’autobiografia di Toni Negri. Il suo ultimo libro è Il profeta insistente. Raphael Lemkin, l’uomo che inventò la parola genocidio (Neri Pozza, 2025).

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lunedì 25 maggio 2026

Se Israele occupasse Linosa, che farebbe il Governo? - Domenico Gallo

 

Questa mattina alle prime luci dell’alba un commando di incursori della Marina israeliana è sbarcato nell’isola di Linosa e ha sequestrato dodici pescatori che in quel momento stavano sbarcando il pesce pescato nella notte. Nell’azione lampo durata appena quattro minuti, è stato sequestrato il pescato e le barche dei pescatori sono state affondate. Poche ore dopo Netanyahu si è recato nel bunker della Marina per complimentarsi con gli incursori e ha dichiarato che la loro sagace azione è servita a sventare un grave pericolo per la sicurezza d’Israele. Infatti, gli attivisti antisemiti, travestiti da pescatori; si preparavano a sbarcare il pesce in Palestina, imitando quell’agitatore che tanto fastidio aveva dato alle Autorità ebraiche 2000 anni fa con la sua pretesa di distribuire pani e pesci alle folle affamate di Galilea. Naturalmente quest’azione proditoria non è passata inosservata. La premier Meloni ha tuonato: noi siamo un paese sovrano, nessun può permettersi di violare la nostra sovranità e di rapire cittadini italiani, darò mandato a Tajani perché l’Europa applichi ad Israele 20 pacchetti di sanzioni come ha fatto con la Russia. Il ministro Nordio, dal canto suo, ha tuonato contro la mollezza dei magistrati e ha dichiarato che si aspetta il massimo rigore nella persecuzione dei reati commessi in territorio italiano.

Forse sta sognando, le cose non si sono svolte così. I dodici italiani sono stati sequestrati in alto mare su navi battenti bandiera italiana, quindi i reati di sequestro di persona e di rapina a mano armata comunque sono stati commessi in Italia. Dopo il sequestro dei dodici italiani, Israele ha attaccato tutte le altre imbarcazioni della Flotilla sequestrando oltre 400 persone, fra cui altri 29 italiani. Dal punto di vista del diritto non vi è nessuna differenza fra un rapimento avvenuto sulla spiaggia di Linosa e un rapimento avvenuto in alto mare su una nave italiana, né la durata del sequestro, concluso in pochi giorni, può incidere sulla sostanza del reato.

Questi fatti offendono lo stesso bene giuridico protetto dalle norme penali. Il pigolio delle autorità italiane, l’imbarazzo a reagire a un’offesa così grave portata contro lo Stato italiano, ci fanno capire quanto sia cialtronesco il nazionalismo di Meloni e compagni. Di fronte a questa scena muta, pur apprezzando l’impegno del Ministro Tajani a far rientrare subito in Italia i sequestrati, quello che viene in evidenza è la totale mancanza di dignità nazionale dei “patrioti” al governo. Soltanto dopo la diffusione del video degli ostaggi prostrati di fronte a Ben Gvir, è ritornata la parola alla Meloni, che ha qualificato come inaccettabile quello che tutti gli italiani avevano visto, senza trarne conseguenza alcuna. Il servilismo dei governi italiani (non solo la Meloni) verso l’alleato americano ci ha fatto accettare umiliazioni di ogni sorta della sovranità nazionale purché avvenissero riservatamente, si pensi al rapimento di Abu Omar effettuato da agenti della CIA a Milano il 17 febbraio 2003, ma ha anche incontrato dei limiti nel caso di violazioni commesse alla luce del sole, si pensi alla notte di Sigonella (10-11 ottobre 1985) quando i Carabinieri circondarono, armi alla mano, i militari della Delta Force per impedire l’estradizione illegale dei terroristi che avevano sequestrato la nave da crociera italiana Achille Lauro.

È curioso che da Israele, che non è nostro alleato e non fa parte della NATO, si accettino umiliazioni della nostra sovranità molto più gravi di quelle che abbiamo subito degli USA. L’unica spiegazione è la simpatia ideologica fra Fratelli d’Italia e Lega e le coordinate politiche che guidano l’azione del governo Netanyahu: disprezzo del diritto internazionale, suprematismo bianco, apartheid. Queste caratteristiche in Israele sono spinte fino all’estremo. In Italia un simile percorso non sarebbe possibile finché resiste la Costituzione, ma la Meloni appartiene alla stessa famiglia politica di Netanyahu e di Trump. Gli abbracci della Meloni a Netanyahu, i ripetuti viaggi di Salvini in Israele dove ha espresso sostegno politico incondizionato al Governo israeliano, definendo “assurda” la richiesta di arresto avanzata dalla Corte penale internazionale nei confronti di Netanyahu, testimoniano l’esistenza di uno stretto legame politico fra i due governi. Un legame che emerge con chiarezza quando il veto italiano (assieme a quello della Germania) impedisce la sospensione dell’Accordo di associazione dell’UE con Israele. Un legame che va molto oltre la simpatia politica.

L’assordante silenzio del Governo italiano verso il massacro della popolazione palestinese di Gaza, verso le stragi commesse in Libano e la criminale pulizia etnica in Cisgiordania, non esprime soltanto indifferenza alle tragedie in corso. L’espresso boicottaggio per i provvedimenti delle Corti internazionali, trasforma l’italica ignavia in complicità. Questi ultimi eventi dimostrano quanto sia indispensabile una svolta politica per restituire al nostro paese la dignità politica perduta. Le forze politiche democratiche devono unirsi in un nuovo Comitato di liberazione nazionale per liberare l’Italia dalla nuvola nera che sta intossicando la nostra vita e oscurando il nostro futuro.

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