giovedì 27 aprile 2017

Il caso di S.- un report di Luca Cumbo


S. nasce nelle campagne del sud del Marocco nel 1990. Arriva minorenne a Palermo, con due fratelli più piccoli, per ricongiungersi al padre, venditore ambulante da vent’anni in Sicilia e del quale oggi non si hanno più notizie.
Dopo un periodo di convivenza estremamente problematica col padre, S. si trasferisce prima da amici e poi in un centro d’accoglienza palermitano, mentre i due fratellini venivano affidati a due comunità dal Tribunale dei minori di Palermo.
Dal 2010 collabora volontariamente con il Centro Astalli di Palermo come operatore e come mediatore culturale, mettendosi generosamente a disposizione degli altri migranti.
Nel 2011 S. trova lavoro in un’impresa edile, quest’esperienza si rivela pesante: con il miraggio di un’assunzione, viene sfruttato e mal pagato per un lavoro duro, talvolta pericoloso e in nero.
Nel frattempo S. consegue la licenza media con ottimi voti e si iscrive con grande motivazione alla scuola superiore dove si diploma nel 2016, dopo cinque anni di impegno, non solo per le difficoltà linguistiche e per gli orari scolastici serali ma anche perché già dall’autunno 2011 si manifestano i primi sintomi della sua patologia psichiatrica, una psicosi paranoidea, che il ragazzo fatica ad accettare. Da questo momento in poi sarà seguito presso i servizi di salute mentale di Palermo.
Gli anni del liceo sono intervallati da ricoveri volontari; pur con qualche con difficoltà S. segue la propria terapia.
Nel 2014 il ragazzo subisce un travagliato TSO: egli stesso, convinto di essere vittima di persecuzione e minacce, chiama impaurito la polizia. Gli agenti lo trovano in stato di agitazione e reputano opportuno un intervento sanitario coatto. Durante quel T.S.O, avvenuto in maniera spropositatamente violenta – viene contenuto fisicamente dagli agenti e dagli infermieri “ex manicomiali” – S. non capisce, si dimena, oppone resistenza e per questo viene denunciato.
Dopo un lungo periodo di degenza al reparto di psichiatria di un ospedale palermitano, nel quale S. rimane per i primi giorni legato alle caviglie e ai polsi, viene tentato un percorso riabilitativo presso una clinica privata: S. risponde bene al trattamento farmacologico e alla psicoterapia e, al momento delle dimissioni, mostra maggiore consapevolezza nei confronti del proprio disturbo.
Durante i mesi di ricovero, S. continua a studiare e ottiene permessi speciali di uscita per sostenere interrogazioni e compiti in classe. I professori premiano il suo impegno ammettendolo al quarto anno nonostante le assenze per motivi di salute.
Dopo le dimissioni dalla clinica, S. inizia ad essere seguito nuovamente dai servizi pubblici di salute mentale e trova posto in una CTA (Comunità Terapeutica Assistita).
In questo periodo S. ottiene una borsa lavoro nell’ambito del progetto Comunità Urbane Solidali (in questo blog ne abbiamo parlato qui: http://www.labottegadelbarbieri.org/comunita-urbane-solidali/ ).
Dopo il diploma S. si iscrive così alla facoltà di Sviluppo Economico e Cooperazione Internazionale ottenendo una borsa di studio dall’Ersu con vitto e alloggio in una residenza universitaria.
La sintomatologia riappare in maniera più evidente già nel 2017 e manifesta il suo aspetto più acuto il 9 aprile 2017 alla mensa universitaria: all’ora di cena il ragazzo mette in allarme i commensali pronunciando parole a oggi ancora poco chiare ma che, in questo periodo storico di quotidiano allarmismo, vengono scambiate per un atto di terrorismo islamico.
Giungono sul posto le forze dell’ordine e i rappresentanti dell’Ersu che, pur conoscendo la storia clinica di S. e pur essendo evidente il suo stato di sofferenza, non reputano necessario nessun intervento sanitario. S. viene portato in caserma per accertamenti e poi rilasciato.
Comprensibilmente provato e nel tentativo di rielaborare quanto accaduto, il 13 aprile, accompagnato da tre volontarie, fra cui la responsabile della CGIL migranti di Palermo, S. si reca spontaneamente presso la clinica privata dove era stato seguito, con la volontà di effettuare un nuovo ricovero.
In clinica, mentre aspetta di incontrare il medico e avviare le pratiche del ricovero, S. viene contattato telefonicamente da un agente della Digos che conosce e di cui si fida, dando indicazioni precise sul luogo in cui si trova.
Qualche minuto dopo, altri due agenti della Digos giungono in clinica e lo prelevano senza attendere il colloquio con i medici. S. viene condotto presso il Pronto Soccorso del Policlinico Universitario di Palermo, qui lo aspettano anche i dirigenti dell’Ufficio Immigrazione della questura di Palermo: S. viene sottoposto a una brevissima visita medica e subito dopo trasferito all’Ufficio Immigrazione della questura dove gli viene revocato il permesso di soggiorno – la borsa di studio era stata già sospesa qualche giorno prima – e notificato un decreto di espulsione. Dalla questura S. viene quindi trasferito al Centro d’Identificazione ed Espulsione di Caltanissetta, il famigerato CIE di Pian del Lago.
Durante il trasferimento forzato, gli agenti minacciano S. di distruggere il suo computer sotte le ruote della macchina, lo ammanettano “a incrocio” e lo percuotono alla testa, provocando una ferita ancora sanguinante al momento dell’arrivo al CIE.
L’avvocato di S., Ileana Grottadaurea, in un comunicato stampa riferisce «Sono preoccupata per il mio assistito perché non ha potuto seguire la terapia. Fra l’altro mi ha mostrato alcuni lividi che, ha riferito, gli sarebbero stati provocati dagli agenti della Digos, durante il trasferimento al CIE».
L’udienza del 15 aprile convalida il trattenimento contro il quale l’avvocato presenta un ricorso per Cassazione: pur avendo necessità di cure specialistiche presso strutture adeguate e riabilitanti, S. è tuttora rinchiuso nel CIE di Caltanissetta.
«Ancora una volta assistiamo alla totale follia della normativa italiana e comunitaria per la gestione delle migrazioni e dell’accoglienza dei migranti» dichiara il sindaco di Palermo Leoluca Orlando.
A favore di S. si espone anche il professor Daniele La Barbera, direttore della Scuola di specializzazione di Psichiatria dell’Università di Palermo, che sulla sua pagina Facebook dichiara: «Espellere una persona che invece può e deve essere curata è un atto razzista, oscurantista e di una indicibile violenza; non è in alcun modo accettabile sostituire una terapia con una punizione, le cui conseguenze, per altro, possono essere gravissime, proprio perché si tratta di un soggetto psicologicamente fragile. Addolora che un individuo affetto da un disturbo psichico debba ancora oggi essere considerato socialmente pericoloso piuttosto che bisognevole di cure».
Il 20 aprile 2017 il senatore Cotti del M5S presenta un’interrogazione parlamentare sottoscritta anche dai senatori Giarruso e Serra.
S. si trova ancora al CIE di Caltanissetta, non riesce a dormire la notte perché si è reso conto che i rimpatri avvengono a sorpresa a notte inoltrata, vive con la continua paura di essere espulso da un momento all’altro e di subire ulteriore violenza. Non è chiaro quanto e da chi la terapia farmacologica di S. sia “attenzionata” all’interno del CIE ed è comunque evidente che le sue condizioni di salute non possono che peggiorare in un contesto di reclusione.
E’ inaccettabile la detenzione di un ragazzo innocente, con un vissuto psichico così vulnerabile, che necessita un percorso riabilitativo in un ambiente protetto: S. ne ha pieno diritto, come immigrato, come persona.
E’ vergognosa la negazione della libertà personale, del diritto alla salute e allo studio; è scandaloso il tentativo d’espulsione verso un Paese a lui ormai estraneo e nel quale non ha nessun punto di riferimento. Verrebbe da pensare che S. verrà espulso a prescindere, per diventare un trofeo della politica razzista e securitaria del governo Gentiloni e del suo ministro Minniti.
S. può essere ancora salvato: l’immediata mobilitazione ha rallentato i tempi dell’espulsione: c’è la sensazione che al ministero dell’Interno abbiamo compreso il clamoroso boomerang a cui si stanno esponendo. L’impressione è che si voglia far calare l’attenzione sul caso e liberarsi di S. in silenzio, per non dire “abbiamo sbagliato”. Ormai è comunque evidente che S. non potrà essere più la prima “medaglia al valore” di Minniti: il caso è stato comunque smascherato, la sua espulsione non potrà essere sbandierata come successo delle politiche di prevenzione antiterrorismo.
Bisogna dunque continuare la mobilitazione, diffondere il più possibile questa storia e tenere alta l’attenzione su S. per restituirgli al più presto libertà e diritti.
Il rimpatrio forzato in Marocco rappresenterebbe un ulteriore trauma e non è affatto chiaro a cosa vada incontro esattamente: di certo la famiglia del ragazzo è ormai disgregata. Sarebbe strappato ai suoi punti di riferimento in Italia, il suo progetto di studio sarebbe bruscamente interrotto, gli verrebbe negato il diritto alla salute distruggendo tutto quello che, nonostante il disturbo psichiatrico e con grande fatica anche economica, S. ha costruito in questi anni in Italia.

Non è soltanto Assad che è “responsabile” dell’ascesa dell’ ISIS - Robert Fisk


Parlate con i nemici di Bashar al-Assad e vi diranno che va incolpato per ogni uomo, donna e bambino uccisi in Siria, cioè 400.000, oppure 450.000 o 500.000.Le cifre, messe insieme così distrattamente dai media, dall’ONU e dai vari gruppi di opposizione che naturalmente vogliono che le statistiche siano il più alte possibile, ora comprendono 100.000 anime che forse possono o non  possono essere ancora vive. Ma i bilanci delle vittime non hanno nulla a che fare con la compassione. Le statistiche riguardano la responsabilità, non la colpevolezza.
E l’affermazione che Assad è responsabile di ognuno dei morti si basa sull’idea che  “ha iniziato la guerra”. Nel suo caso significa che l’arresto e la tortura – e in un caso la presunta uccisione di un gruppo di scolari che avevano scritto dei graffiti contro il regine su un muro della città meridionale di Dera’a, è stato “l’interruttore dell’accensione delle dimostrazioni di massa e la successiva rivolta armata che ha devastato la Siria. Nel caso di Dera’a, Assad si è reso conto della gravità dell’evento – ha licenziato il governatore della città e ha inviato il suo vice-ministro degli Esteri, Faisal Mekdad a far visita alle  famiglie dei bambini. Troppo tardi.
Nell’età delle rivoluzioni arabe, la tortura di routine non era più scusabile. E quando grandi folle di dimostranti pacifici furono attaccati da truppe e da milizie armate, la guerra in Siria divenne inarrestabile. Ma, a differenza  dei regimi tunisino ed egiziano i cui autocrati scapparono rispettivamente in Arabia Saudita e in un ospedale egiziano, Assad continuò a combattere. Dichiarò guerra al “terrorismo”, sostenendo che i suoi nemici armati erano pagati  e riforniti di armi – cosa in gran parte vera e che c’era in corso un complotto per rovesciarlo, cosa sicurissimamente vera. E poi è arrivata l’Isis.
Da allora è cresciuta l’idea che l’Isis era anche un prodotto della guerra di Assad e che anche lui era quindi da incolpare anche per i loro omicidi di massa e gli sgozzamenti in Siria. Queste, naturalmente, sono sciocchezze. L’Isis è una creatura nata dall’invasione dell’Iraq di Bush e Blair. L’Isis è stata la diretta conseguenza della nostra brutale occupazione dell’Iraq. Le attività dell’Isis che fanno gelare il sangue sono responsabilità di quei due gentiluomini profondamente cristiani che hanno deciso di invadere illegalmente un altro stato sovrano con false accuse e la cui avventura criminale ha provocato la morte di mezzo milione di iracheni, che, abbastanza  stranamente è lo stesso bilancio di vittime che ora viene attribuito ad Assad dai suoi più feroci nemici.
La parola “responsabilità” introduce, però, un’altra prospettiva. Chi è stato “responsabile” della guerra siriana? La famiglia Assad, la cui dittatura risaliva al 1971, può essere accusata di aver creato uno stato i cui difetti connaturati ( e non democratici avrebbero un giorno travolto il paese nella violenza di massa. Atti individuali di repressione – per esempio il massacro di Hama del 1982 – potrebbero essere definiti crimini di guerra, anche se, all’epoca, i nemici del regime uccidevano i funzionari siriani e le loro famiglie, e gli Americani  (il santo Reagan) erano allora più che felici di permettere ad Hafez el-Assad di far fuori i suoi nemici dell’Alleanza Musulmana.
Ora di storia. La prima guerra mondiale è stata innescata, proprio letteralmente, dall’uccisione dell’Arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo, ma nessuno dichiara che Gavrilo Princip (l’autore materiale dell’attentato, n.d.t.) era stato o responsabile o da “incolpare” dell’uccisione di oltre 17 milioni di persone. Possiamo incolpare i tedeschi, naturalmente, che hanno invaso il Belgio e la Francia, anche se, stranamente, non abbiamo mai prestato sufficiente attenzione all’Imperatore Guglielmo quanto ne abbiamo data al “militarismo prussiano”, forse perché l’Imperatore aveva una mano atrofizzata ed era una figura piuttosto patetica, non ha mai acquisito lo status di reietto dei successivi mostri tedeschi.
E poi arriviamo alla Seconda guerra mondiale, cosa che significa un viaggio pericoloso nel Mondo di Spicer. Tra i 60 e i 70 milioni di uomini donne e bambini sono stati uccisi in questo conflitto, il peggiore di tutti i conflitti titanici della storia. Certo, diamo la colpa a Hitler e diciamo: sì, lui e i suoi predatori nazisti sono stati realmente responsabili della Seconda Guerra mondiale 1939-1945. E questo sarebbe corretto. Questo probabilmente dovrebbe escludere i Cinesi che sono stati invasi e occupati dall’Impero giapponese per il quale la guerra è iniziata nel 1937. E, naturalmente, l’Unione Sovietica è stata invasa soltanto dai nazisti nel giugno 1941, dopo aver goduto di quasi due anni di un’alleanza vergognosa con Hitler. Gli Stati Uniti sono entrati in guerra soltanto quando i Giapponesi hanno attaccato Pearl Harbour nel dicembre 1941 dopo che l’America aveva goduto di più di due anni di vantaggiosa neutralità. Però, poi Hitler dichiarò guerra all’America – non vice versa – associando quindi se stesso ai crimini di guerra del Giappone.
E credo che Hitler dimostri davvero di essere l’eccezione innegabile. Ha voluto la guerra e ha voluto uccidere gli ebrei, molto tempo prima di essere in grado di soddisfare queste aspirazioni realmente malvagie. Il suo regime nazista era totalmente irrecuperabile e nella sua esistenza non ha avuto una sola caratteristica morale. Era da incolpare. Era colpevole. Era il responsabile. E, certo, era un uomo realmente crudele. E ha davvero usato le armi chimiche sugli ebrei innocenti dell’Europa. Ho appena finito di rileggere lo straordinario resoconto di Donald Cameron Watt di quegli ultimi 12 mesi di pace: How War Came: Immediate Origins of the Second World War, 1938-39 [Come è arrivata la guerra : origini immediate della Seconda Guerra Mondiale, 1938-39 e ne sono uscito esausto per l’assoluta infamia di Hitler e dei suoi sostenitori, per non parlare della vergogna di quei democratici che cercarono di credere in lui.
Ma poi veniamo ai singoli eventi. Le invasioni tedesche, l blitz su Varsavia, Rotterdam, Londra, Belgrado, di nuovo Varsavia.. Tutti crimini di guerra. E arriviamo alla RAF( Royal Air Force – l’aeronautica militare del Regno Unito) e all’USAF (United States Air Force – l’aeronautica militare degli Stati Uniti) che hanno distrutto Dresda le cui massicce perdite di civili, insieme a cifre anche più grandi nella tempesta di fuoco di Amburgo, devono essere attribuite all’opera individuale del Maresciallo Sir Arthur Harris, detto “il Bombardiere”. Sapeva che se si incendia una città medievale, si uccidono diecine di migliaia di civili. Harris ha proceduto e li ha bruciati. Durante l’attacco del 1940, a proposito dei tedeschi ha detto, citando in modo leggermente sbagliato il Libro [del Profeta] Osea che “essi hanno seminato vento e ora raccoglieranno tempesta”. E il vortice di Harris  ha sventrato  le città tedesche con una tempesta di fuoco. E quindi un crimine di guerra cancella un altro crimine di guerra? Hiroshima e Nagasaki  fanno dimenticare  la nuvola del crimine a causa del violento regime imperiale e dei suoi assassini che il Giappone ha imposto così crudelmente sulle sue terre occupate?
Ritorniamo allora, con attenzione, con timore, al Medio Oriente. Quando Saddam Hussein usò il gas “sulla sua gente”  ad Halabja,  stava uccidendo come sappiamo tutti ( ma ci piace dimenticarlo)  i Curdi che si erano allineati con il nemico iraniano con il quale l’Iraq di Saddam era in lotta mortale. Questo non può giustificare tale malvagità. Le registrazioni fatte a Baghdad dopo l’impiccagione di Saddam, hanno dimostrato che conosceva gli effetti fisici del gas. Saddam voleva che la gente di Halabja soffrisse prima della morte.
Il fatto che non abbia personalmente lasciato cadere il gas, sulla città curda, non lo assolve – non più di quanto fossimo preparati ad assolvere i crimini di guerra in Kossovo per i quali Slobodam Milosevic è stato incriminato all’Aia. Noi crediamo non soltanto nella colpa, ma nella responsabilità. Tuttavia, Harris, morto da lungo tempo, direbbe che, mentre si è assunto la responsabilità di Dresda, non era da incolpare: era Hitler che aveva “seminato il vento”  che era il colpevole. E così indaghiamo  nel mondo oscuro dei processi per crimini di guerra.
Ora ci dicono che Bashar al-Assad dovrebbe essere dichiarato responsabile per crimini di guerra. E i leader nazionali dovrebbero essere responsabili davanti alla legge internazionale. Questo non comprende soltanto i dittatori arabi della regione – posso pensare ad alcuni principi arabi che potrebbero stare ala sbarra per crimini di guerra commessi in Yemen, anche se vi prometto che sono al sicuro da qualsiasi esito di questo genere – ma i leader di paesi occidentali molto più grandi e molto più ricchi. E quindi torniamo, abbastanza naturalmente, ai Signori Bush e Blair che non hanno mai usato il gas. Infatti il costante ritornello di Blair che “noi” non eravamo cattivi come Saddam – diventerebbe il suo mantra ogni volta che veniva accusato di aver commesso il crimine di aggressione. Saddam era da biasimare. Era il responsabile.
E ora chiunque può usare quella linea di pensiero. Bashar non è cattivo come l’Isis, potreste dire, anche se i suoi nemici stanno quasi arrivando a dire che lo è. Però nessun attentatore suicida baathista sta cercando di massacrare dei civili a Parigi, a Bruxelles, a Londra, a San Pietroburgo o negli Stati Uniti. E dobbiamo ora ricordarci di quando Amnesty ha pubblicato dettagli delle impiccagioni nelle carceri di Assad soltanto pochi anni fa gli stessi Bush e Blair mandavano i civili perché venissero torturati proprio in queste stesse prigioni (e anche nelle prigioni satelliti in Egitto, Marocco e Libia, durante la loro tristemente nota politica della “detenzione illegale”; si ricorderà la Gran Bretagna inviò uno dei principali oppositori di Gheddafi a Tripoli, per una “dose” di prolungata tortura e prigionia. E non abbiamo tutti amato Saddam quando invase l’Iran nel 1980, anche se sapevamo che impiccava i suoi nemici con impiccagioni di massa  nella prigione di Abu Ghraib, un’istituzione a cui abbiamo fornito le nostre mani torturatrici?
Sì, è una questione piuttosto problematica, questa faccenda di biasimo e colpevolezza e senso di colpa e responsabilità. E di crimini di guerra. Neanche Putin è al sicuro.  Ucraina. Sebastopoli. Il bombardamento di  Aleppo. Ciò di cui, però, abbiamo bisogno, sono le  prove. Non funzionari anonimi e fonti di intelligence senza nome e tutti gli altri commedianti del palcoscenico giornalistico. Né i morti, il cui numero varia con una differenza di 100.000 corpi.  Ricordiamo che i 30.000 morti del bombardamento di Rotterdam al processo di Norimberga sono risultati  più vicini a 9.000 (sempre terribile, ma non proprio la stessa cifra).
Perché, quindi non tenere lontane per un po’ di tempo le nostre dita dai meccanismi per lanciare il  missile, “freniamo” le avventure in stile hollywoodiano e quelli cui piace la “madre di tutte le bombe”? Perché non troviamo gli avvocati, i giudici e gli assistenti legali e gli investigatori della polizia internazionale e le istituzioni giudiziarie che stavamo radunando molto tempo prima  che finisse la Seconda Guerra mondiale? Perché non cercare le prove?
Chi sono gli assassini? Chi ha dato loro gli ordini? E questo non significa soltanto chi ha dato gli ordini agli assassini della Siria. Significa anche – non citate qui i re e principi del Golfo – che dobbiamo scoprire chi c’è realmente dietro l’Isis? E che è , sospetto, il problema di questo decennio.
Robert Fisk scrive per The Independent, dove questo articolo è stato in origine pubblicato. 
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: 
http://www.counterpunch.org/2017/04/21/it-is-not-just-assad-who-is-responsible-for-the-rise-of-isis
Originale : The Independent


Jenin non dimenticherà il massacro israeliano - Ilan Pappe


Quindici anni fa, questo mese, l’esercito israeliano ha bombardato e assaltato il campo profughi di Jenin per oltre dieci giorni. Era parte dell’operazione israeliana “Scudo Protettivo” durante la quale Israele ha inviato truppe nel cuore delle sei principali città della Cisgiordania occupata e nei villaggi e i campi profughi vicini, che erano sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese.
In un rapporto sull’assalto le Nazioni Unite hanno concluso che l’esercito israeliano ha ucciso decine di palestinesi in un campo grande solo 0,4 km quadrati e che ospita circa 15mila persone.
Dopo l’assalto, un lungo dibattito è nato intorno al numero delle vittime. Nell’urgenza immediata che regnava nel campo, i numeri parevano essere molto alti. Israele impedì ai membri di una commissione d’inchiesta Onu inviata dal Consiglio di Sicurezza di condurre un’indagine, ma un rapporto successivo compilato dal segretario generale concluse che almeno 52 palestinesi erano stati uccisi nel campo profughi di Jenin. Almeno 500 palestinesi furono uccisi e altri 1.500 feriti nel corso della campagna israeliana in Cisgiordania dal marzo al maggio 2002.
Tuttavia non furono solo i numeri a scioccare il mondo all’epoca, ma la natura brutale dell’assalto israeliano che non aveva precedenti neppure nella dura storia dell’occupazione.
Questa brutalità può essere compresa al meglio visitando il campo. Il quartiere affollato è stato preso d’assalto dal cielo con gli elicotteri, colpito dai carri armati dalle colline intorno e invaso da veicoli mostruosi, un ibrido tra un tank e un bulldozer che gli israeliani hanno soprannominato Achzarit, “il brutale”, perché ha raso al suolo le case e trasformato gli stretti vicoli in superstrade attraverso le quali i carri armati potessero passare.
I carri armati hanno di nuovo fatto visita al campo dopo l’operazione, in genere in piena notte, traumatizzando i bambini per anni con il loro boato.
Geografia di un disastro
Sono stato al campo la scorsa settimana durante una visita della filiale di Jenin della Al-Quds Open University. Siamo corsi in città e siamo tornati nella Palestina ’48 (l’attuale Stato di Israele) perché la compagnia privata che gestisce il checkpoint di Jalameh avrebbe chiuso il passaggio nei giorni successivi così che gli ebrei israeliani avrebbero potuto celebrare la Pasqua dimenticando i palestinesi sotto assedio in Cisgiordania.
L’esercito ha imposto chiusure ai villaggi e i quartieri della Cisgiordania e incarcerato milioni di persone in piccole enclavi così che i coloni israeliani possano muoversi come se questa fosse una terra nullius – una terra senza popolo, una terra di nessuno.
La Al-Quds Open University ha offerto cibo e bevande ai bambini, tra gli altri, dei prigionieri politici e dei martiri. Al momento ha sede in un edificio in affitto, nella speranza che un giorno possa spostarsi in un campus vero e proprio, se i milioni di dollari necessari al suo completamento saranno trovati.
Oltre 50mila palestinesi usano i servizi dell’università nelle sue filiali in giro per Cisgiordania e Gaza, in una realtà geopolitica di frammentazione imposta da Israele e di controllo che richiede che sia l’università ad andare dai suoi studenti perché gli studenti non possono andare all’università.
Resilienza e resistenza possono essere portati avanti in tanti modi e nel 2017 – diversamente dalla resistenza armata del 2002 – passa per questo tipo di determinazione: all’attuale regime in Israele viene ricordato che non può cancellare, o totalmente ignorare, i milioni di persone che opprime ogni giorno dal 1967.
All’interno della geografia del disastro, ci sono diversi gradi di povertà e oppressione. C’è una divisione chiara tra la città di Jenin e il campo. Capisci quando hai lasciato la città per entrare in questo enorme campo, costruito sul versante di una ripida collina sul lato occidentale della città. È anche molto facile da vedere quali delle case del campo furono demolite durante il massacro del 2002: sono quelle ricostruite con l’aiuto del denaro arrivato dal Golfo.
Sono molto poche le case uscite indenni dall’assalto feroce del 2002. Quando sali in cima alla collina, vedi il luogo in cui i carri armati israeliani erano posizionati, facendo piovere il loro fuoco sul campo senza difesa appena sotto, infliggendo caos e morte, tattiche troppo familiari dei ripetuti assalti israeliani contro Gaza.
Visione chiara
Tuttavia, c’è qualcos’altro che noti quando sei sulla collina. Puoi vedere l’intera regione che parte da Jenin, nel nord della Cisgiordania, e arriva al Mar Mediterraneo. Puoi vedere da Marj Ibn Amr – la fertile regione anche nota come piana di Esdrelon – fino ad Haifa sulla costa.
I villaggi e le città che erano lì prima del 1948 sono stati spazzati via durante la Nakba – la pulizia etnica della Palestina da parte delle milizie sioniste. La maggior parte di coloro che ci vivevano sono stati cacciati e possono vedere dalla collina come le loro case e le loro terre siano state trasformate in colonie ebraiche e “foreste” del Jewish National Fund.
Il collegamento tra quello che vedi dalla collina e gli orrori dell’aprile 2002 è chiaro. È solo un altro promemoria ci quello che il defunto studioso Patrick Wolfe articolò così bene quando notò che il colonialismo di insediamento è una struttura, non un evento.
Nel caso del sionismo, si tratta di una struttura di sfollamento e rimpiazzamento o, per parafrasare le parole di Edward Said, di sostituzione di un’assenza con una presenza. È cominciata nel 1882 con le prime colonie sioniste e ha raggiunto il suo apice nel 1948, per continuare poi con veemenza nel 1967 e mantenersi viva fino ad oggi.
Il tentativo di distruggere la resistenza allo sfollamento è quanto accaduto nel campo 15 anni fa. Le foto dei martiri del 2002 coprono ancora i muri e le strade. Sotto, siede un grande numero di giovani disoccupati: il campo di Jenin è uno di quelli con il più alto tasso di disoccupazione in Cisgiordania.
Parlando con loro è chiaro che sono determinati a non soccombere alla disperazione e all’apatia. L’educazione offerta dalla Al Quds Open University è uno dei modi per reagire alla vita nel campo e all’oppressione. Ma la resistenza è ancora un’opzione.
Dopotutto, questa è la zona da cui le più significative spinte anti-coloniali da parte palestinese si sono diffuse nei primi anni Trenta: la ribellione guidata da Izz al-Din al-Qassam. Simbolico che in questa mia visita abbia incontrato suo nipote, Ahmad. Abbiamo parlato brevemente su come l’immagine storica del nonno sia distorta da cui lo paragona ai jihadisti di oggi. Era molto lontano da esserlo.
Se i britannici non lo avessero ucciso nel 1935, sarebbe diventato il Che Guevara palestinese. Era un carismatico leader anti-colonialista che operava tra la gente che è stata la prima vittima del sionismo negli anni Trenta, i contadini e i mezzadri sfollati e cacciati dalle terre che avevano coltivato per secoli.
Una sola patria
La geografia e la topografia del campo ci dicono qualcos’altro: la soluzione a due Stati è un’idea assurda. Il campo si trova vicino al checkpoint di Salem tra Cisgiordania e l’attuale Stato di Israele. Il viaggio in auto da Jenin a Haifa attraverso questo passaggio durava 20 minuti negli anni passati.
Prima che gli Accordi di Oslo fossero firmati da Israele e dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina nel 1993, c’era libertà di movimento per la gente e le merci in questa parte settentrionale della Palestina, fino al 1948 amministrata come una regione unica.
Anche dopo la firma dell’accordo – quando il checkpoint di Salem era il solo punto di passaggio tra Jenin e il resto del mondo – era ovvio che l’intera area era parte della stessa patria. Gli architetti di Oslo sperarono di rompere questa integrità storica, culturale ed economica e chiudere il passaggio, costringendo la gente ad usare il checkpoint settentrionale di Jalameh. Questo ha trasformato un viaggio molto breve in un viaggio molto lungo, con Salem che diventava una corte militare dove oggi i palestinesi vengono mandati in prigione senza processo o dopo un processo-farsa.
Oslo doveva anche risolvere l’eterno problema sionista: come avere il territorio senza la sua gente. La “soluzione” fu quella di confinare i palestinesi in enclavi controllando il loro spazio e usando la forza bruta, come ha fatto Israele a Jenin nell’aprile 2002, ogni qualvolta la gente ne aveva abbastanza, chiedeva un cambiamento o combatteva.
Quel progetto coloniale sionista continua, ma sarà oggetto di resistenza nella terra di Izz al-Din al-Qassam e in un campo dove la gente non dimentica e ha ben poco da perdere.
*Autore di numerosi libri, Ilan Pappe è professore di storia e direttore del Centro Europeo per gli Studi Palestinesi all’università di Exeter.
Traduzione a cura della redazione di Nena News

da qui


"Jenin Jenin", di Muhammad Bakri (con sottotitoli in italiano)





"Jenin Jenin", di Muhammad Bakri (con sottotitoli in inglese, migliore qualità)

Gli aerei nazisti uccidono, 80 anni dopo Guernica (in Kurdistan)



Con un drammatico appello l’Unione delle Comunità del Kurdistan (Knk) ha informato l’opinione pubblica che l’esercito turco sta attaccando i curdi yezidi e i villaggi del Rojava. Gli aerei da guerra turchi hanno bombardato Şengal (Sinjar-nell’Iraq-Kurdistan) e Dêrik (cioè Karaçokê in Rojava-Kurdistan).
Sarebbero almeno 26 gli aerei da guerra turchi che hanno attaccato Amûd e Geliyê Kersê di Şengal/Sinjar. Nella tarda serata del 25 aprile il bombardamento è ancora in corso. Preventivamente, in vista dei bombardamenti, a Dêrik e nelle zone circostanti sono state completamente interrotte le reti di comunicazione. Molti civili e molti combattenti curdi sono rimasti uccisi e altri feriti a causa degli attacchi aerei.
La notte precedente aerei da guerra turchi avevano bombardato Dengê Rojava Radio e ÇIRA-FM e anche il quartier generale delle YPG a Karaçokê presso la città di Dêrik.
Dal comando generale delle YPG era partito un appello all’autodifesa e all’insurrezione rivolto alla popolazione del Rojava. Eccolo.
«Alle 2.00 di martedì, 25 aprile 2017, aerei da guerra turchi hanno lanciato un attacco su larga scala sul quartier generale del Comando Generale delle Unità di Difesa del popolo (YPG) sul monte Karaçokê vicino alla città di Dêrik, dove si trovano anche un media center, una radio locale, il quartier generale della comunicazione e alcune istituzioni militari. Questo vile attacco ha portato la morte e il ferimento di diversi nostri compagni. Ulteriori dettagli sulle loro generalità verranno resi noti più avanti».
Il comunicato prosegue: «Noi come Unità di Difesa del Popolo ribadiamo che questo vile attacco non scoraggerà la nostra determinazione e la nostra libera volontà di combattere e scontrarci con il terrorismo. Chiediamo anche al nostro popolo nel Rojava con tutte le sue componenti di prendere posizione al fianco delle sue forze legittime a fronte di questa offensiva».
Per il co-presidente del PYD «questi attacchi aerei vengono eseguiti per dare sostegno a ISIS e per questo le forze della coalizione devono chiarire la loro posizione». Ha poi specificato che l’aviazione turca sta attaccando «una società che sta combattendo contro il terrorismo. Le forze della coalizione non devono rimanere in silenzio di fronte a questo. Nessuno deve accettare questo attacco».
Appare evidente che con questi atti irresponsabili il governo turco sta tentando di neutralizzare l’operato anti-Isis dei curdi a Raqqa. Ed è esattamente questa la convinzione espressa dalla Assemblea Siriana Democratica (MSD): «Mentre è in corso l’operazione a Raqqa e le nostre forze stanno prendendo il sopravvento su ISIS, aerei da guerra turchi stanno bombardando il nostro quartier generale sia nella zona di Karaçokê che di Şengal. Questi attacchi mostrano che lo Stato turco vuole neutralizzare l’operazione a Raqqa per far prendere fiato a ISIS». Ma in ogni caso, ribadisce la MSD: «un attacco del genere servirà solo a rafforzare la nostra determinazione contro il terrorismo».

Da ieri la Turchia , previa informazione aTrump e Putin, sta bombardando il Rojava qui il resoconto di alcuni partigiani internazionalisti:”Sono le 2 in punto qui a karacok. Si sente la prima esplosione, ci svegliamo, subito non capiamo cosa stia succedendo. Qualche minuto dopo cade la seconda bomba, sempre a Karacok, ad essere colpita é la base centrale delle ypg. Dopo pochi minuti il quadro della situazione e più chiaro, ci stanno attaccando dal cielo, usciamo tutti dalla base e ci sparpagliamo, gli aerei non cessano di sorvolare la zona e continuano a bombardare Karacok, e anche la zona di Shengal, che si trova a pochi chilometri. Una notte senza luna, col cielo pieno di stelle, viene illuminata dalle bombe turche, suoni di aerei si sentono per ore, in cielo sono visibili solo i droni, usati per spiarci e monitorarci. Dopo 3 ore e 26 bombe sganciate solo a Karacok e altre a Shengal, i bombardamenti sembrano cessare. La nostra base non viene colpita ma le altre a poche centinaia da noi purtroppo non hanno avuto la stessa fortuna. Arrivano le prime notizie dei danni causati dai bombardamenti e purtroppo dei compagni caduti. Sorpresi, arrabbiati di ciò che è successo stanotte, un attacco al cuore della confederazione democratica del nord della Siria, conosciuta come Rojava, una dichiarazione di guerra contro la Rivoluzione dei popoli confederati della Siria del nord ma anche contro l’autogoverno di Shengal. A Karacok i dati ufficiali diffusi dallo ypg, parlano di 18 combattenti morti sotto i bombardamenti, a shengal invece le uniche notizie diffuse parlano di morti e feriti tra le ybs e i civili. Molti compagni non ci sono più o sono rimasti feriti. Dopo qualche ora veniamo a conoscenza che oltre le postazioni militari dello ypg e delle ybs sono state bombardate due radio, una a Karacok e l’altra a Shengal, colpito pure il media center di Derik. Aerei per tutta la notte e il giorno sorvolano Quamishlo, magari cercando di intimorire la popolazione, ma questo non succede. Al mattino migliaia di persone scendono in strada e raggiungono le postazioni e i luoghi bombardati, la solidarietà e molta e tutti manifestano la propria rabbia e la propria contrarietà a questo vile attacco. Adesso il futuro é imprevedibile, non ci sentiamo di fare analisi o previsioni. Una cosa é certa, potete uccidere, bombardare, ferirci ma non sarete mai capaci di uccidere la nostra idea e i nostri valori. Porteremo sempre avanti le idee e i valori per cui i nostri compagni sono caduti stanotte. Sheid Namirin, Serkeftin. Alcuni combattenti internazionali dello ypg”.

martedì 25 aprile 2017

Lettera di Elif Gunay al padre

il giornalista Turhan Gunay, che, per un crimine chiamato libertà di stampa, di trova in galera in Turchia.
Gabriele Del Grande ci ha passato solo una settimana, anche lui colpevole di libertà di stampa, per sua e nostra fortuna non è turco, in questi tempi durissimi per quel paese.
Secondo Reporters sans frontieres la Turchia nel 2016 era al 151° posto nella classifica di 180 paesi per la libertà di stampa, peggio di Messico e Russia.

“La detenzione di mio padre e di altri dirigenti e giornalisti del Cumhuriyet compie quasi sei mesi.  Il sentimento di ingiustizia che cresce dentro di me per il fatto che le udienze sono state fissate a fine luglio è ormai in uno stato indescrivibile. Sapete che in questi momenti le persone cercano di aggrapparsi a quelle poche cose che ci sono dentro i fatti e cercano di vedere solo queste per tirarsi su. Ecco, questo è un racconto che ha quel gusto…
All’inizio della sua detenzione nel carcere di Silivri, mio padre aveva manifestato, tra le altre limitazioni, l’impossibilità di disporre di libri. Questa è stata la prima cosa di cui si lamentava quando incontrava gli amici durante le visite pubbliche. Per le persone come loro che hanno una vita praticamente costruita sull’abitudine alla lettura, ciò che subiscono crea un sentimento di reclusione per la detenzione ingiusta che vivono e naturalmente contestano. Soprattutto quando si tratta di mio padre, che per ben 26 anni è stato il direttore generale della catalogazione dei libri di Cumhuriyet, non credo che sia il caso di dire quanto sia vitale per lui l’atto di leggere.
All’interno del messaggio di Capodanno, anche durante la sua detenzione su Cumhuriyet, mio padre aveva ripetuto il suo storico augurio dicendo: “Buone giornate piene di libri”…
La biblioteca del carcere non è ben fornita e il diritto a comprare i libri dall’esterno è negato: abbiamo scoperto così che migliaia di detenuti sono privi di un diritto vitale come quello di leggere. Si vede che l’augurio storico di mio padre non ha mai raggiunto il carcere di Silivri.
In merito a questo problema, Canan Coskun, una delle giornaliste di Cumhuriyet, aveva scritto un articolo: “Una delle difficoltà dei nostri colleghi arrestati nell’ambito delle operazioni che mirano a silenziare il nostro giornale e attualmente detenuti nel carcere di Silivri è la mancanza dei libri”. Coskun dava spazio nei suoi articoli alle difficoltà espresse da mio padre in ogni visita pubblica, parlando attraverso la barriera di vetro.
L’articolo continua così: “A Silivri, i carcere più grande dell’Europa, ci sono 1.750 libri. Ogni cella ha diritto a un solo libro. Nel momento in cui i giornalisti detenuti richiedono un libro specifico presente in biblioteca la risposta è: ‘Lo sta leggendo un altro detenuto’, oppure ‘Non abbiamo quel libro’”.
Tuttavia è successo qualcosa di straordinario. Numerose case editrici hanno sentito la voce dei detenuti e di mio padre e hanno iniziato a donare dei libri alla biblioteca del carcere. Le scatole piene di libri sono partite per illuminare l’oscurità del carcere di Silivri. Successivamente sono stati gli autori a mandare i loro libri autografati e gli scaffali della biblioteca si sono riempiti di libri nuovi.
Purtroppo tuttora il numero di libri è ancora basso per un carcere così grande. E’ ancora assurdo limitare il diritto a leggere i libri, ma la biblioteca di Silivri sta crescendo. Inoltre i libri che arrivano in biblioteca ormai secondo la richiesta dei detenuti, finalmente vengono consegnati. Probabilmente migliaia di persone a Silivri stanno leggendo i libri che finora non avevano mai letto. Posso intitolare questa lettera come “La biblioteca che cresce di più in Turchia”. Si tratta della biblioteca del Carcere di Silivri. Magari non è davvero così, ma questo fatto è la speranza più grande che cresce dentro di noi, per cui per me è la biblioteca che cresce più velocemente in tutto il paese.
Mio padre e i suoi appassionati amici continuano a portare la loro luce ovunque vadano. Ormai esiste una biblioteca che cresce grazie a loro e Cumhuriyet illumina ancora un’altra volta le strade buie. E questo mi fa respirare un po’ di fronte a questa ingiustizia e a questa infinita attesa.
Oggi è il compleanno di mio padre. Che questo sia un regalo da parte mia per lui.
Con l’augurio di vedervi tutti con noi prima possibile…”


la Comunità cristiana di base di S. Paolo aderisce al BDS



La comunità cristiana di base di S. Paolo è nata e si è formata per riflettere sulle Scritture “con in mano il giornale”, come si diceva al Concilio, per significare il nostro interesse alla vita del mondo, letta secondo la prospettiva di una fede che chiama all’amore nonviolento di tutte le sorelle e i fratelli.
Tentando di camminare sulle orme dell’ebreo Gesù di Nazareth, che invita a imitare il samaritano, essa si è chinata sulle sofferenze degli ultimi e degli abbandonati, senza però dimenticare che i poveri e i senza potere sono vittime di strutture di peccato.
La storia della nostra età mostra che interi popoli sono purtroppo vittime di ingiustizie e di violenze inaudite. La comunità non poteva quindi non lasciarsi commuovere dalle tragedie dei popoli asiatici, latino-americani, africani, mediorientali, e in particolare del popolo palestinese. Dall’eccidio di Sabra e Chatila fino al massacro di Gaza, la comunità ha pianto con il popolo palestinese, che muore errando sulla terra dove abita –la terra è di Dio- oppresso dalla violenta occupazione dello Stato d’Israele, che a causa di un’ideologia nazionalistica e xenofoba sta instaurando un regime di vera e propria apartheid.
È ora di dire: basta! E di dire basta a quanti affermano che se si criticano e condannano le politiche del governo israeliano si è antisemiti! Noi amiamo tutti i popoli, perciò anche il popolo d’Israele, che ci ha trasmesso la Prima Alleanza. In essa troviamo l’antica profezia di Isaia: “Gli oppressi si rallegreranno…il tiranno non sarà più… saranno eliminati quanti tramano iniquità, quanti con la parola rendono altri colpevoli” (Is. 29, 19-21).
Per queste ragioni la nostra comunità aderisce alla campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimenti, Sanzioni) avviata nel 2005 da 171 Organizzazioni Non Governative palestinesi, il cui appello è stato raccolto da moltissime organizzazioni in tutto il mondo di differenti ispirazioni politiche e religiose, comprese alcune ebraiche, come la Jewish Voice for Peace. In Italia BDS si è costituita nel 2009 e ad essa ha aderito in particolare anche Pax Christi.
La campagna BDS – per la promozione dei Diritti Umani Universali e nel rispetto del Diritto Internazionale- persegue tre obiettivi:
_ la fine dell’occupazione e della colonizzazione della terra palestinese.
_ la piena eguaglianza per i cittadini arabo-palestinesi che vivono nello Stato d’Israele.
_ il rispetto del diritto al ritorno dei profughi palestinesi, come sancito dall’ONU.
La nostra comunità invita perciò tutti i credenti nel Dio della Pace e/o nella dignità di ogni essere umano e nella libera autodeterminazione dei popoli, a compiere le azioni di boicottaggio proprie del metodo nonviolento proposte dalla campagna BDS, che pur -secondo alcuni- poco rilevanti, assumono un grande significato simbolico, quale coinvolgimento nella lotta nonviolenta del popolo palestinese.
Roma 10 Aprile 2017    

Avevano nomi semplici le donne della Resistenza - Grazia Gistri

Avevano nomi semplici
Le donne della Resistenza.
Si chiamavano Nella, Rosa, Maria, Vanna

Dicevano:
Senza farina non si fa il pane”
Ed il loro pane era la libertà.

Avevano nomi teneri
Le donne della Resistenza.
Si chiamavano Stellina, Gigina, Pierina la fugarina, Angelina

Norina, era una bambina, non scorderà mai lo sguardo di Lorenzini
prima di essere ucciso
buttato come uno straccio sui rami di un albero.”

Avevano nomi forti
Le donne della Resistenza
Si chiamavano Ricciotta, Anita, Fedora, Ermelinda
Ermelinda, ha una lingua che bisogna sempre prenderla per persa
La verghetta alla patria? NO
Non voglio serva per una palla da schioppo
Per far ammazzare il figlio di un’altra mamma come me!”

Avevano nomi di sempre
Le donne della Resistenza
Nomi di ieri e di oggi
Si chiamavano Gianna, Arclea, Tilde, Prima

Erano contadine, spazzine, infermiere
Attrici,operaie, studentesse, sarte
Erano ortolane, ceramiste, impiegate
Non c’era differenza se una aveva o no un diploma

Avevano nomi di sempre
Nomi di ieri e di oggi
Si chiamavano Mina, Nadia, Teresa, Delia

Sulle loro biciclette dai cerchioni scassati
Portavano armi nella borsa della spesa
Portavano volantini nella fodera dei cappotti
Sotto la verdura dei loro cesti

Avevano nomi di sempre
Nomi di ieri e di oggi
Si chiamavano Tona, Masca, Ines, Antonietta

Portavano il loro carico prezioso
Da Imola a Castello, a Bologna, a Casola Canina, a Osteriola
A Piancaldoli, Ghiandolino, Sesto, Bubano, Castenaso, Mordano
Sotto gli occhi dei tedeschi il cuore rimbombava nel petto
Ma sono andate avanti

Avevano nomi gentili
Le donne della Resistenza
Si chiamavano Jusfina, Cecchina, Isuletta, Richina

Quei grandi occhi neri una notte si sono spalancati
Alla spallata dei brigatisti all’uscio di casa
Poi presero Guido
Io piangevo, il bambino piangeva
Eravamo soli io e il mio bambino
Fra mezz’ora è a casa
E’ stata una mezz’ora che è durata sei anni.”

Avevano nomi di sempre
Le donne della Resistenza
Nomi di ieri e di oggi
Si chiamavano Mafalda, Domenica, Antonia detta baffietta, Laura
Avevano portato via i loro padri, i loro mariti, i loro fratelli
Vendi tutto, ma fai studiare nostro figlio”
Ma non avevano più nulla.
Hanno lavorato alla fornace, a servizio, a raccogliere ghiande, a fieno
Tutti i mestieri hanno fatto, tutti fuorché le puttane

Avevano nomi da fiaba
Le donne della Resistenza
Si chiamavano Zeffira, Elvina, Novella, Vermiglia
Hanno patito la fame, la paura, il freddo
Nella stamperia clandestina di Via Garibaldi
L’unico litigio era per il gatto Mus’ghì
Per quel po’ di calore che donava alle ginocchia!

Avevano nomi di sempre
Le donne della Resistenza
Nomi di ieri e di oggi
Si chiamavano Elvira, Adria, Silvana, Ceda era Annunziata.

Nascondevano i documenti
Sotto i sassi, nelle crepe dei muri, sotto il fieno
Nascondevano i feriti, i partigiani
Rischiavano la galera, le botte, il confino e finanche la morte

Avevano nomi di sempre
Nomi di ieri e di oggi
Si chiamavano Lea, Gina, Andreina, Tosca la fornaciaia
Lea non parlò quando i brigatisti neri
infierirono sul suo corpo adolescenziale con indicibile torture”
A febbraio sul torrione della rocca
nude in un bagno ghiacciato sfinite dalle botte, dalla fame e dalla paura
Usavano un frustino e dicevano: “deve fare il fumo”
Si sentivano le urla disumane dei compagni torturati.

Avevano nomi di sempre
Le donne della Resistenza
Nomi di ieri e di oggi
Si chiamavano Maria Rosa, Eva, Livia, Zelinda
Maria Rosa si mise il vestito più bello
In piazza quel 29 aprile
Cinquecento donne chiedevano pane per i propri figli
Livia aveva rischiato la galera per essere presente
Maria Rosa si era messa il vestito più bello
Due colpi vigliacchi
E Livia non era più
Era macchiato di sangue il bel vestito di Maria Rosa.

Avevano cognomi di qui le donne della Resistenza
I cognomi di Imola, della bassa, della vallata.
Si chiamavano
Barboncini, Vespignani, Gualandi, Mongardi
Avevano i cognomi dei loro padri, dei loro fratelli
Si chiamavano
Zanotti, Montevecchi, Loreti, Tampieri
Avevano gli stessi cognomi degli uomini della Resistenza
Si chiamavano
Cavina, Cervellati, Manaresi, Bianconcini
E ancora
Costa, Galassi, Noferini, Dalle Vacche, Pirazzoli…

Avevano avuto paura, freddo, fame
Sono state picchiate, imprigionate, confinate
Hanno vissuto l’orrore della tortura, dei campi di sterminio
Hanno conosciuto la morte
Ma, dicevano,
senza farina non si fa il pane”
E il loro pane era la libertà.

Erano sicure che sarebbe venuto un bel giorno di primavera
E in quel tardo pomeriggio del 14 aprile 1945
Il campanone cominciò a mandare la sua voce su tutta la città
accompagnato via via dallo scampanio festoso di tutte le chiese”
L’inverno era finalmente finito!