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mercoledì 6 dicembre 2023

Albania guardiana - Claudio Canal

 

Mi avvicina una bambina e mi indica il padre che nuota al largo. Vorrebbe parlarmi. Lo raggiungo. Mi avverte tra una bracciata e l’altra che alcune ambasciate, compresa quella italiana, sono state occupate da manifestanti. C’è agitazione nel paese. Non so chi sia e neppure lui mi conosce. Ha capito che sono straniero, italiano. Siamo sulla splendida (allora) spiaggia di Durazzo. Un albergo per lavoratori meritevoli e una rotonda sul mare. Trentatré anni fa. L’anno dopo sarebbe crollato il regime, fantasioso impianto di socialismo reale sovietico-cinese, nazionalismo balcanico e sultanato ottomano. Sistema che ha traghettato l’Albania verso la modernità, procurando inaudita sofferenza e insolite speranze.

Tra queste la Terra Promessa, l’ItaliaTerra amara. Quando la nave Vlora arriva a Bari furoreggiano in automatico il pressapochismo e il razzismo. Gli albanesi ammassati a migliaia nel vecchio campo sportivo sono oggetto del tiro del boccone per alleviarne la fame. «Partirono per la costa del sogno/ e sprofondarono negli abissi, torbidi/ paurosi come / coscienze di mostri» [VisarZhiti]: nel 1997, una carretta del mare fa rotta verso la Puglia. Viene speronata da una corvetta della Marina Militare italiana. Un centinaio e più di annegati. Era Venerdì Santo. È il crimine di pace che inaugura l’infinita passione e morte degli emigranti nel Mediterraneo. Febbraio 2001, una ragazza, aiutata dal fidanzato, uccide a coltellate la madre e il fratellino. Inquirenti, giornali e TV gradiscono subito il resoconto dei due: «sono stati degli albanesi», ne fermano uno, fiaccolate sparse contro gli immigrati. Poi tutti si ricredono. Terra dolce. Gli albanesi e le albanesi si situano nella società italiana. Lavorano, si sposano, studiano, sognano, vanno in pizzeria, muoiono. Alcuni tornano in Albania. Altri vanno e vengono. Qualcuno delinque. Quasi nessun italiano ripete ancora: «è albanese, però gran lavoratore».

Noi italiani siamo portatori di una memoria collettiva frastornata e conflittuale su tutti i nodi della storia degli ultimi due secoli, ma ritroviamo l’unità nazionale nel colonialismo nostrano, vero cuoco dell’immaginario collettivo. Da Otranto a Valona ci separano 70 chilometri scarsi, vuoi che non andiamo a portargli la civiltà? Non sono più orientali gli albanesi, ma non sono ancora occidentali e noi gli spieghiamo per benino come diventarlo. 1920: Valona è occupata dalle truppe italiane e Roma potrebbe ottenere il protettorato dell’Albania intera. Invece deve ritirarsi di fronte alla rivolta armata di molti albanesi e alla sommossa provocata ad Ancona dai bersaglieri che si rifiutano di partire per l’altra sponda adriatica. 1939: Durazzo è occupata dalle truppe italiane e l’Albania tutta accorpata all’Italia fascista in modo che S.M. il Re d’Italia possa fregiarsi anche del titolo di Re d’Albania oltre che di Imperatore d’Etiopia. 1940: sul territorio albanese parte la campagna per “spezzare le reni” alla Grecia e va subito in panne. Risolveranno la paralisi i camerati germanici. L’esercito italiano potrà finalmente essere ammesso in Grecia e, nel caso, fare stragi di civili [Domenikon]. Ma questa è un’altra memoria immemore.

Quando trenta e più anni fa gli albanesi mettono piede sulla costa pugliese sono per noi extraterrestri. Da dove saltano fuori questi? Al-ba-ni-a? Una nebbia densa appanna i nostri sguardi. «In un luogo minuscolo come questo, talmente piccolo da poter disegnare la mappa su scala 1:1 sopra un pacchetto di sigarette…Nei cucchiai degli altri ci vediamo storti» [Parid Teferiçi]. Gli anni a seguire sono stati un susseguirsi di arroganza e di bei gesti, di invadenza e di fratellanza, di incomprensioni e di scambi, di occasioni perdute e di occasioni perdutissime. Qualcuno un giorno o l’altro ne farà la storia. Qualcuno un giorno o l’altro smetterà di usare la parola coloniale etnia per indicare la popolazione albanese (bosniaca, macedone, serba…). Etnici sono sempre gli altri, in perenne attesa di essere promossi occidentali. Non sono etnici svizzeri, inglesi, danesi… italiani. Oggi sono attive quasi tremila imprese italiane in Albania, pensionati italiani vi si trasferiscono per fare la dolce vita detassata e lo scorso luglio/agosto c’è stato un boom turistico italiano. Nessuno ha bisogno di chiedersi chi è stato Fan Noli il vescovo ortodosso “rivoluzionario”, perché quello albanese sia un Islam europeo, cosa ci faceva lo scrittore Petro Marko prigioniero a Ustica, come si sono salvati dalla deportazione in Germania dopo l’8 settembre i soldati italiani in Albania, com’è che è morto a Torre Pellice [Torino] Migjeni il poeta “nazionale”, perché è nata in Italia la letteratura moderna albanese, se quella del 1997 è stata una guerra civile sì o no, e quanto ancora floridi siano i miti fondativi del nazionalismo albanese e i surrogati attuali e altre domande fuori moda, scadute e inopportune.

«Tutto il mio magnifico paese ha una tale sete di tragedia! La inventa dal nulla, così come il Creatore ha inventato noi da un nulla di polvere» [Ornela Vospri]. Sarà vero questo impulso drammatico? Guarda l’Italia, Ornela, tu che la conosci bene. Il belpaese dove il sistema carcerario è un modello di civiltà che tutto il pianeta ci invidia così tanto che abbiamo inventato anche una specie di subcarcere pomposamente definito CPR-Centri di Permanenza per i Rimpatri. Ti piace? A noi sì, perché siamo maestri nel mascherare la tragedia con l’opera buffa. I CPR sono carcerazione allo stato solido, puro recinto di animali umani. Hanno la consistenza giuridica che aveva un tempo l’accalappiacani: era il più forte. Li scarichiamo a voi i cipierre, infatti contengono merci tossiche, immigrati senza il foglietto col timbro giusto in tasca, così come riversiamo residuati inquinanti nei “paesi in via di sviluppo”. Il presidente socialista del tuo paese esulta in spensierata combutta con la nostra presidente. Eja Eja!

Albania refugium peccatorum e amen? Vi potrebbero bastare i 3500 dell’Esercito di Liberazione Nazionale dell’Iran, conosciuto anche come Mojahedin-e Khalq o MEK. È sfarzoso assai il mega villaggio Ashraf che li ospita e quale intreccio di alleanze, diplomazie, intrighi e finanziamenti lo sostenga non si sa. L’estetica dei filmati è nordcoreana. Che ci fa a pochi km da Tirana? Che ci farà un penitenziario per emigranti afroasiatici che hanno già espiato tutte le penitenze possibili?

Insomma Albania, no fischi per fiaschi, al largo da questa penisola querula che spaccia fandonie e vede solo il suo vedere.

da qui

lunedì 6 settembre 2021

E il fiume mormorava in tigrino e amarico - Claudio Canal

 

1985, la siccità strema il Corno d’Africa, il fotografo dipinge con quello che ha, i fasci di luce inquadrano un sottobosco di umanità disperata in fuga da fame e guerra. La regione era il Tigray, il fotografo Sebastião Salgado. Allora il celeberrimo scatto del fotografo brasiliano squarciò il velo che nascondeva il quadro dove all’aridità dei campi tigrini si sommava la guerra portata dagli eritrei filoamericani contro il regime filosovietico di Menghistu, impedendo il transito di aiuti. Si contò un milione di morti alla fine della carestia.

 

Sebastião Salgado, Kalema Camp – West Tigray, 1985. Un servizio della Bbc lo definì “la cosa più vicina all’inferno sulla terra”


2021, di nuovo guerra. Anzi, non è mai finita. Di nuovo truppe eritree protagoniste di atrocità in Tigray; ancora deportazioni e campi di concentramento per profughi eritrei fuggiti dal regime di Isaias Afewerki e per tigrini nel mirino della pulizia etnica oromo e ahmara, che vuole vendicare 30 anni di potere tigrino in Etiopia. La differenza sta nell’alleanza inaudita tra Addis Abeba e Asmara, che ha prodotto il consueto corollario di massacri, saccheggi, stupri, torture, esecuzioni e sparatorie; e nell’alleanza stipulata tra Fronti di liberazione tigrino e oromo, che promettono di allargare il conflitto, facendolo diventare Guerra civile di tutta la nazione.

E corpi portati dal Tekezé a valle, in Sudan, dove si chiama Setit.

 

In questo agosto distratto da conflitti in altre aree strategiche truppe eritree attraversano nuovamente il fiume Tekezé che fa da confine e che ha visto migliaia di morti e 2 milioni di sfollati dall’inizio dell’operazione militare scatenata a novembre da Abiy Ahmed, il presidente etiope. A giugno il Fronte di liberazione del popolo tigrino (Tplf) aveva riconquistato l’intera regione, entrando a Mekallé e costringendo gli etiopi al cessate il fuoco.

Claudio Canal si sofferma brevemente ma efficacemente sugli aspetti che coinvolgono l’umanità oppressa dalla guerra e in particolare le violenze di genere correlate.

 

Il fiume scorre serafico come sempre.  Il Tekezé è un fiume geopolitico, segna il confine tra l’Etiopia e l’Eritrea e tra Etiopia e Sudan dove cambia nome e diventa Setit. Separa anche l’area delle lingue amarica e tigrina.  Come tutti i torrenti e i fiumi del pianeta trasporta ciò che cade in acqua o vi è gettato. In questi giorni scorrono corpi umani martoriati che dal Tigray [più noto come Tigré nella versione italiana], vasta regione settentrionale dell’Etiopia, galleggiano senza una meta verso il Sudan.

 

Una guerra la si può vincere o perdere, ma, essendo una macchina di produzione, lascia dietro di sé deiezioni in forma di corpi esanimi. Qualche volta raccolti e sepolti, altre volte lasciati lì a tornare polvere. Salvo che un fiume o un mare li accolga e li smuova secondo le proprie leggi. Fino a questo momento una cinquantina o più. Il fiume racconta che nel suo medio-alto corso è in atto una tragica inimicizia tra esseri umani.

 

Una geopolitica bizzarra ci dice che ex nemici accaniti, che si scontravano da decenni non badando ai morti, Etiopia ed Eritrea, adesso si sono scoperti alleati. Una, con un primo ministro, Abiy Ahmed Ali, laureato Nobel per la pace 2019 e dottorando in guerra; l’altra, con un presidente che si può classicamente definire tiranno. Un ossimoro istituzionale che la realtà però sopporta bene. Un pizzico di accortezza in più ai giurati del Nobel ne consoliderebbe la fama. Ci dice anche, questa geopolitica stravagante, che l’Etiopia è entrata in guerra con se stessa tramite una meno eccentrica e più consolidata forma di guerra civile, iniziata nel novembre scorso. L’obiettivo era ridurre a più miti consigli la leadership del Tigray, che nei decenni passati aveva governato l’Etiopia. Uno scontro di poteri abbastanza tradizionale in cui si è inserita bellicosamente l’Eritrea, in attesa che altri attori dell’area dicano la loro con i propri eserciti. Accendere i motori di una guerra è facilissimo. Difficilissimo anche solo metterla in folle.

Non riassumo i nove mesi di guerra ora in accelerata ripresa. Una aggiornata cronaca si può trovare nella sempre documentata “Nigrizia  e telegraficamente tramite la sintesi della penna di Dave Lawler.

 

Due temi vorrei sottolineare:

1.   se ti arriva la guerra sotto casa o direttamente dentro cosa fai? Cerchi di scappare. È quello che sta massivamente succedendo. Non bastasse, c’era chi già era fuggito dalla confinante Eritrea e stazionava in campi profughi abbastanza improvvisati. Fuggiva dalla, chiamiamola così, antidemocrazia dell’Eritrea, dai suoi soprusi e dalla povertà, e nella tappa in Tigray ritrovava anche una lingua comune, il tigrino [lingua del ceppo semitico come l’amarico, lingua ufficiale dell’Etiopia, preceduta in quanto a numero di parlanti dall’oromonico della nazionalità oromo]. La partecipazione diretta dell’Eritrea alla guerra a fianco dell’Etiopia ha significato per i rifugiati eritrei dover fare i conti, di nuovo, con l’esercito eritreo che non è noto per il rispetto di alcunché. Non è difficile immaginare il disastro della guerra sui loro volti. I superstiti stanno forse sognando un barcone che attraversi il Mediterraneo e li porti in salvo chissà dove.

È il cinismo della geopolitica, che descrive, ma non può render conto dei moti sotterranei delle vite singole e collettive.

        2. «Non so se si sono accorti che ero una persona»

È la dichiarazione di una donna stuprata dai soldati nel Tigray. È anche il titolo del rapporto di Amnesty International e il contenuto di numerose altre inchieste curate dalla Reuters e del Georgetown Institute for Women, Peace and Security e del Kujenga Amani e nuovamente “Nigrizia” e…

Siamo in tempi di turismo, d’arte e d’altro. Passeggiando per Firenze in piazza san Lorenzo è possibile ammirare il monumento che Baccio Bandinelli scolpì nel 1540 per celebrare il condottiero Giovanni della Bande Nere che oggi verrebbe definito contractor e in tempi meno eleganti mercenario.

  


Le guide descrivono il bassorilievo del basamento come scene di guerra.  Effettivamente. Si vede la cattura di una donna, preludio al suo uso sessuale, come da sempre le regole belliche hanno decretato e che il Novecento ha visto intensificarsi e proliferare fino a oggi. Una terribile ed efficace forma di deterrenza e di intimidazione che si rivolge alle altre donne e ai loro uomini.

Le donne del Tigray gridano che questa storia non è per niente finita, ma dicono anche che da certe orecchie non ci sentiamo. La loro solitudine continua.

Postilla: Eritrea ed Etiopia sono state due colonie italiane. Una, la primigenia, l’altra, l’ultima a essere aggredita dalle truppe del Regio Esercito. Silenzio desertico dalle nostre parti, orfane anche della memoria storica di Angelo Del Boca.

https://ogzero.org/tigray-2021-e-il-fiume-mormorava-in-tigrino-e-amarico/

martedì 27 aprile 2021

Materia della rete – rete della Materia - Claudio Canal

 

Geopolitica materialistica

Preludio

Intelligenza artificiale, Commercio Elettronico, Smart City, Deep Learning, Clouds… sono tra le più diffuse metafore impiegate nel sistema tecnologico. Impalpabili, eteree, quasi spirituali. Come tutte le metafore un po’ illuminano, un po’ nascondono. Come nella lingua del marketing, sottolineano aspettative e oscurano realtà. È più la nebbia che la trasparenza. Se si scende dalla metafora per approssimare una definizione attendibile di ciascuna si precipita in un marasma semantico. Se dico tecnologie digitali, mi viene un’immagine che si smaterializza seduta stante. Un mondo virtuale mi appare alla mente, non il potenziale, il possibile, da secoli suggerito dal greco Aristotele, ma l’incorporeo, l’immateriale, ciò che è sconnesso dalla materia (bruta).

Contribuiscono alla dematerializzazione almeno due processi:

1] la miniaturizzazione incalzante dei dispositivi ha cambiato la nostra percezione in modo tale che la materialità o, se vogliamo, la fisicità, è diventa spettrale e i suoi rapporti col potere si sono eclissati. Questo lo sosteneva già trent’anni fa Donna Haraway [pag. 153].

2] mentre noi siamo sempre più tracciati, osservati, analizzati, resi visibili, visitabili e mercanteggiabili, si va esponenzialmente oscurando la tangibile durezza della nascita, vita e morte dei congegni digitali, degli apparati e delle reti.

È un’operazione quasi magica, meraviglia numinosa, che avvicina la tecnica alla religione o, almeno, al vangelo del nostro tempo.

 

Si può rendere riconoscibile il complesso industrial-digitale in cui siamo immersi?

Materie prime e seconde, forza lavoro (corpi, esistenze), produzione, conflitti, politica, economia.

Nelle righe che seguono, qualche spiraglio.

Dalla Terra

Una cosa buona | è che la roccia | può accucciarsi nel palmo | della mano, e sentire | i segni precari | dell’incisione nettissima, |
taglio, abisso, o quel che | costò anche alla roccia la sua | esistenza, come massa, anelante | concentrazione

Douglas Messerli, 1998 [trad. Federica Santini]

È un ciclo dalle molte ramificazioni.

La tecnologia in genere e quella digitale in modo speciale – Internet e web – praticano una dieta onnivora. Si nutrono di molti tipi di minerali, faticano a farsi bastare la tavola periodica degli elementi…

continua qui

lunedì 25 gennaio 2021

Tracce della distanza - Claudio Canal

  

Una primavera africana d’autunno

 

The sky carries a boil of anguish | Let burst

Let the sky’s boil of anguish burst today | The pain of earth be soothed

di Niyi Osundare

[Il cielo porta con sé una bolla d’angoscia | Fa’ che scoppi

Fa che la bolla d’angoscia nel cielo scoppi oggi | Si plachi il dolore della terra]

Due mesi di manifestazioni di massa, scontri con la polizia, feriti, morti, arresti, sparizioni. Donne, uomini, giovani, cristiani, musulmani, altri. Un’unica parola d’ordine: End Sars! Che non è un virus, ma un corpo di polizia [SARS Special Anti-Robbery Squad], istituito nel 1992] brutale, assassino, stupratore, torturatore. Parola d’ordine che poi diventa: Vogliamo un cambiamento! Maree di popolo, ora alte ora basse.

Nigeria: tre volte l’Italia, 200 milioni di abitanti, 250 gruppi nazionali/etnici, lingue e pratiche culturali e religiose diverse. È divisa in 36 Stati. La complessità non è a scelta.

#EndSARS è l’hashtag di twitter che convoca in strada, elabora spostamenti e incontri, informa internazionalmente sugli eventi e le finalità, la Feminist Coalition organizza la campagna di raccolta fondi, l’assistenza medica e la tutela legale.

Il generale in pensione, Muhammadu Buhari (1942), attuale presidente della Nigeria, eletto nel 2015 e nel 2019, già capo di stato col golpe militare del 1983, sostituisce il SARS con uno Special Weapons and Tactics (SWAT) nuovo di zecca.

Negli stati del Nordest e ora anche del Nordovest, Boko Haram con affiliati e concorrenti intensifica la politica del caos con un’orgia di uccisioni, rapimenti, incursioni armate.

In questa occasione non lo si esamina.

 


Qua

Bisogna essere rabdomanti esperti per trovare nei media nostrani qualche goccia, qualche zampillo informativo. I nostri recettori sono molto selettivi. Black lives matter! Ma qui come fai che le nere vite stanno da entrambe le parti della barricata? Come possiamo sfoggiare il nostro impeccabile antirazzismo prêt-à-porter? Siamo in Africa, dove sono i bambini macilenti dal ventre gonfio? Un “Autunno nigeriano”, dici? Perché sono così complicate le società africane?


Questa signora dal sorriso soffice e dal pugno energico si chiama Aisha Yesufu, è stata una delle promotrici di Bring Back Our Girls, il gruppo che ha fatto di tutto per riportare a casa le 276 liceali di Chibok rapite il 15 aprile 2014 dai miliziani di Boko Haram, riuscendoci solo parzialmente. Continua a essere molto attiva sia in #EndSARS sia sul piano dei diritti delle donne battibeccando con governo e dintorni.

Il suo dinamismo può scombinare il nostro sguardo cieco cementato duecento anni fa da G.W.F. Hegel, il mago fantasma che ancora ci incanta: «Come abbiamo già detto, il negro incarna l’uomo allo stato di natura in tutta la sua selvatichezza e sfrenatezza … Non è un continente storico, un continente che abbia da esibire un movimento e uno sviluppo … Per Africa in senso vero e proprio intendiamo quel mondo privo di storia, chiuso, che è ancora del tutto prigioniero nello spirito naturale … dopo aver sgombrato il campo dal continente africano, ci troviamo nel vero teatro della storia mondiale».


A metà dicembre il sultano di Sokoto, Nigeria Nordovest, Sa’ad Abubakar ha detto quasi disperato: «Abbiamo perso così tante vite in passato che non siamo neppure in grado di contarle. È diventata una cosa normale, quotidiana. Così normale che è una notizia da raccontare quando non c’è nessun ucciso in qualche parte del nostro Paese».

Il sultano di Sokoto non ha più potere politico, è leader della confraternita (tariqa) sufi Qadiriyya, che risale all’XI secolo, ma resta una guida spirituale dei musulmani della Nigeria.

Mi pare di ricordare che nel XIX secolo anche in Europa diversi stati e staterelli abbiano avviato ingarbugliati processi di unificazione tramite guerre e diplomazia.È discendente di Uthman dan Fodio, filosofo, riformatore islamico, capo sufi, che nel 1804 dà il via a un jihad che rimpiazza i molti piccoli regni e le città-stato che caratterizzavano l’area, portando alla formazione di un Califfato con molti Emirati che, in qualche modo, governa venti milioni di persone. Già nel 1811 dan Fodio si ritira per tornare a studiare e predicare, muore nel 1817, 14 anni prima di Hegel.

A inizio Novecento la presenza inglese in Africa Occidentale si fa conclusiva: nel 1903 il potere politico passa di mano anche nel Sokoto, che diventa “protettorato britannico”.

 

La mia officina storica propone un esperimento minuscolo: si prenda un importante testo di storia della Nigeria (Toyin Falola, Matthew M. Heaton, A History of Nigeria, Cambridge University Press, 2008) e nelle numerose pagine dedicate, come si deve, a dan Fodio e al Califfato di Sokoto si riconosca l’invisibile, un’assenza, un vuoto. Nonostante il nigeriano Toyin Falola, docente negli Usa, sia oggi uno degli africanisti più accreditati con bibliografia da paura, non una riga, neppure in nota, concede in questa pregevole storia della Nigeria a Nana Asma’u.

Nana Asma’u (1793–1864) è figlia di dan Fodio, non è un’ombra molesta. Scrive 9 poemi in arabo, 42 in fulfulde (Fula dicono i linguisti), parlata oggi da 65 milioni persone, 26 in hausa, altra lingua dell’area, oggi usata da 47 milioni di parlanti. Organizza circoli educativi e letterari di donne che chiama Yan Taru [quelle che si riuniscono assieme, in hausa). Ritiene l’educazione delle donne fondamentale: «Donne, un avvertimento: non lasciate la casa senza buone ragioni. Si può uscire per cercare cibo o educazione. Nell’Islam è un dovere religioso cercare la conoscenza. Le donne possono liberamente lasciare la casa con questo scopo».

Le donne del gruppo poi si sparpagliano per formarne altre come educatrici itineranti (jajiis) e come seguaci del sufismo. Anche le sue cinque sorelle saranno molto attive sul piano culturale. Nina Asma’u esercita dunque un ruolo pubblico e avrà per questo una profonda influenza su altre donne, pensatrici e predicatrici, dell’Africa musulmana.

 

Annotava nel 1828 il governatore francese del Senegal, baron Roger, che nel paese «c’erano più neri in grado di scrivere e leggere in arabo, che per loro è una lingua morta e di istruzione, di quanti contadini francesi fossero in grado di leggere e scrivere in francese».

Appendice all’esperimento. G.W.F. Hegel dall’alto dell’Absolute Geist [“Spirito Assoluto”] annuncia urbi et orbi che der Neger ist Geschichtslos [senza storia], dunque Non-Umano. Figuriamoci la “negra”!

A far saltare i nervi al governo coloniale britannico nella seconda metà degli anni Venti del Novecento si erano impegnate molte donne, soprattutto nel Sud/Est della Nigeria. Iniziative di protesta collettive contro una tassazione mirata a loro stesse, che sfociano in un vero e proprio conflitto a fine 1929. Non un riot, un tumulto, ma un movimento sociale e politico con tracce di matriarcato precoloniale, di consolidate pratiche, mikiri, di aggregazione tra donne, di rituali danzanti di sberleffo del maschio – sitting on a man, di forte determinazione a migliorare la propria condizione. Vi partecipano sei diverse nazionalità/etnie, non solo Igbo, come recitano manuali ed enciclopedie. È una mascherata di donne con canti, danze rituali e improvvisate. Inizia al mercato e poi si dirige ai palazzi del potere. Quando non bastano le voci e le gambe, mani e braccia afferrano, spaccano, colpiscono, come storia insegna. Trascrivono in gesti la loro potenza.

Nonostante la feroce repressione e le cinquantatre donne uccise, l’apparato coloniale di governo deve riformarsi in profondità.


Foucault scrive da qualche parte che non ricordo: «ovunque vado, segretamente mi segue sempre Hegel».

Se Hegel fosse più o meno razzista lo decidano gli storici della filosofia, a noi tocca avviare la nostra svestizione dai comodi panni hegeliani.

 

Sud Nigeria, donne di una generazione successiva ricantano e ridanzano ancora contro una arbitraria tassazione imposta dal reuccio locale, Alakeindirect rule, warrant Chief, governatore al servizio degli inglesi: è dalla vagina che vuoi uomini siete nati, usi il tuo pene per sostenere che sei nostro marito | noi oggi usiamo la vagina per agire come tuo marito. Questa lingua sciolta dei loro canti è stata parlata e pensata da una mobilitazione di donne durata anni e culminata nella rivolta di Abeokuta nel 1949. Animatrice e organizzatrice Funmilayo Ransome-Kuti, esemplare modello di femminista del Novecento e madre di Fela Kuti, genio musicale, afrobeat, rivoluzionario, misogino.

[il 18 febbraio 1977, quando mille soldati irrompono nella residenza dell’eversivo Fela, la Kalakuta Republic a Lagos, la madre viene gettata dalla finestra del secondo piano. Muore l’anno dopo per le ferite riportate].


Durante le manifestazioni #EndSARS è di nuovo riecheggiata Beasts of No Nation di Fela Kuti.

sabato 16 marzo 2019

I nove punti per non far la fine di Ilhan Omar - Claudio Canal (*)


Lévy vs Bds. Dopo la lettura dell’articolo dell’ex nuovo filosofo Bernard-Henry-Levy contro la deputata americana di origine somala, qualche appunto per non essere tacciati di antisemitismo

Ho letto l’articolo dell’ormai collaboratore fisso de La Stampa, l’ex «nuovo filosofo» Bernard-Henry Lévy a proposito di Ilhan Omar, eletta al Congresso degli Stati uniti nelle ultime elezioni. È nera. Di origine somala. È musulmana e indossa l’hijab, esordisce B-H.L.
Il titolo è chiaro, e pure il testo dell’articolo: Il caso Ilhan Omar, anche in America la sinistra radicale sposa l’antisemitismo. Ho preso appunti e ho capito quali sono le regole per non essere accusati di antisemitismo. D’ora in avanti mi atterrò rigorosamente a questi 9 punti perché proprio non vorrei ricadere nell’infamante accusa:
1. Lo Stato di Israele occupa, occupa? Soggiorna nei Territori Soggiornati per puro spirito umanitario portando civiltà tra i palestinesi, per natura, terroristi.
2. Sono più di cinquant’anni che lo Stato d’Israele indugia nei Territori Soggiornati popolandoli di amabili cittadini israeliani animati da una profonda fede nell’amicizia fra i popoli.
3. Gaza è un posto di merda che viene giustamente raso al suolo ogni due o tre anni per far fiorire nuove energie e nuove idealità, come sempre succede nei dopoguerra.
4. Il governo di Israele coltiva l’amicizia con governi che non si fanno mettere i piedi in testa, tipo l’Ungheria e l’Arabia saudita ecc. Mi auguro un culo e camicia con il prossimo governo italiano guidato da Matteo Salvini. Per fortuna ci sono le premesse.
5. Di Sionismo ce n’è uno solo ed è quello che ha governato e governa attualmente lo Stato di Israele. Di eventuali altri Sionismi non è il caso di parlare. Solo fumo negli occhi.
6. La lobby filoisraeliana (citata da B-H.L.) non interferisce mai con le politiche né degli Stati uniti né di altri Paesi. Benvenuto ai Sionisti Evangelici che sono in effetti la lobby filoisraeliana più gloriosa e potente.
7. Chi pensa al boicottaggio del governo israeliano è antisemita più di Adolf Hitler. D’altra parte siamo già molto impegnati a boicottare/sanzionare Russia, Venezuela, Cina, Cuba e di recente Unione europea e, fra poco, Italia, che non è il caso di faticare ancora.
8. Il bollettino di qualsiasi ambasciata israeliana è l’unica versione vera e indiscutibile di qualsiasi cosa.
9. Affermare pubblicamente che nello Stato di Israele, certe volte, tira un vento fastidioso è una dichiarazione spudoratamente antisemita.
9bis. Anch’io non porto la cravatta, come B-H.L.

(*) pubblicato sul quotidiano “il manifesto”
da qui