Giorgio Fabro va negli Usa per scrivere un la sceneggiatura
di un film, con l’aiuto di Florence, segretaria tuttofare che diventa anche sua
amante.
Il lavoro di Giorgio non piacerà all’editore, ma anziché
tornare in Italia lo scrittore si trattiene ancora in America, oscuro oggetto
del desiderio per i colonizzati italiani.
E incontra Liza Baldwin, si incollano reciprocamente, amano
fare sesso senza limiti, ma succede una cosa strana, Liza, a lui devota,
comincia a comportarsi come un cane, letteralmente.
Dopo un po’ Giorgio si preoccupa, Liza ha bisogno di essere
curata.
Alla fine si lasciano, senza Giorgio Liza riprende in mano la
sua vita.
Un racconto inquietante, di amore, sesso, devozione, dominio,
sottomissione.
Da questo libro, è stato tratto il film
che in Italia ha per titolo “La cagna”, regia di Marco Ferreri, protagonisti Catherine
Deneuve e Marcello Mastroianni
Incipit Melampus
È il 2
agosto 196… Eccomi da poche ore a New York, in questa città molto intima e
geometrica, costruita in stile babilonese e abitata da americani.
Ho appena lasciato Roma il traffico dell’estate nelle vie verso il mare,
lepiccole auto con le barche di gomma sul tetto o carrozzine per bambini e
altri fagotti coperti da veli che salutavano la mia partenza. E la luce
sfuocata dello scirocco che lega così bene con l’odore acre della nafta, nel
piazzale dell’aeroporto, verso i luoghi itinerari. Ho trovato qui il caldo
pieno del pomeriggio, ma un cielo terso e ampio; e il silenzio dell’ingresso a
Manhattan, nelle vie quasi sgombre, tra i vecchi brown-stones con la scala a
ponte levatoio, i recenti palazzoni, i vasti empori, i bar, i negozi in vacanza
col cartello Closed nella vetrina spettrale.
Un dirigibile pubblicitario sorvolava la città. Non vedevo un dirigile da
quarant’anni.
…Melampus è
la cronaca di una deriva, della disgregazione - accettata con nonchalance,
però, e raccontata con eleganza - delle convenzioni sociali e sessuali in un
rapporto di coppia. Flaiano (che all’epoca della pubblicazione era una figura
soprattutto legata al cinema, percepito quasi come un alter ego del
protagonista Giorgio Fabro) ci racconta con una favola un po’ surreale un po’
da nouvelle vague l’irrazionalità assoluta dello stato amoroso, le dinamiche di
dominio, sottomissione e possesso che ne rappresentano il lato oscuro ma più
divertente da frequentare…
«La bellezza, in qualunque modo mi appaia davanti, mi mette
da tempo in uno stato di rifiuto e di allarme. La temo, non la tollero più
nemmeno nei paesaggi, dove del resto la stanno cacciando; e dunque amo i luoghi
degradati, gli unici che non mi danno la malinconia dell’attimo fuggente, o
forse il senso della mia propria sconfitta»
I giovani sono tristi perché cercano una libertà che
nessuno gli nega, ma che non esiste. Si può essere liberi solo rinunciando a
tutto, quindi alla stessa libertà. Ma volere la libertà per cambiare un
sistema, significa augurarsi un altro sistema che implicherebbe altre
schiavitù.
ecco un cantautore bravissimo, ma quasi
sconosciuto, ascoltare le sue canzoni non è tempo perso, almeno per me non lo è
mai – franz
Una recensione di Leon Ravasi
Il
nuovo disco di Marco Ongaro è un buon disco di solido rock e di verace impasto
cantautorale. Uno di quei solidi prodotti medi di cui c’è tanto bisogno, con
alcuni brani che si staccano nettamente dalle media, come la title track. Le
sonorità sono volutamente e in modo ricercato occhieggianti ai sixties, con
grande uso di organo hammond, svisate chitarristiche alla Hendrix, riff alla
Elvis Presley e armoniche alla Neil Young, citazioni tutte quante volute e
dichiarate in quanto tali. La voce di Ongaro è poi la parte più convincente:
scura naturale, arrochita al punto da far pensare a una vita vissuta, ma non
bruciata, è una voce che convince e affascina. Un buon disco.
Insomma
non sarà il caso di gridare ogni volta al miracolo! Qualche volta ci si può
accontentare delle cose fatte bene. E Dio è altrove?, forsse approfittando
della distrazione del Dio in questione, è fatto come Dio comanda. Insomma Dio
non è morto, ma è altrove, o almeno guarda altrove.
Lo
spunto è letterario (Ongaro cita Potocki), ma lo svolgimento è dilaniano. Così
come un po’ tutto il disco occhieggia a Dylan, tra citazioni e tributi
d’autore: l’assolo di “All along the watchtower” in Ligabue, il suono dell’organo così
Like-a-rolling-stoniano (quasi un omaggio ad Al Kooper da parte di Moreno
Piccoli), la voce e la scelta dei temi e lo spirito, disingannato ma non
annichilito, disposto ad ascoltare e a mettersi in discussione, che lo
caratterizza.
Dieci
canzoni che escono dopo un lungo periodo di silenzio da parte di Ongaro: un
silenzio rumoroso, in realtà il suo, perché se è vero che non esce con dischi a
suo nome dal 1995 (Certi sogni non si avverano), è altrettanto vero
che nel 2000 ha composto e prodotto un intero cd per Grazia De Marchi – Lasciatemi vivere –
e nel 2002 è uscito conShakespeariana, una ricca e interessante galleria
di personaggi femminili tratti dalle opere di Shakespeare, interpretata da
Giuliana Bergamaschi e tra le opere più votate all’ultimo Club Tenco. Oltre a
numerose collaborazioni per recital ed eventi teatrali.
Fatto
sta che per vedere uscire un uovo disco a nome Marco Ongaro si è dovuto
attendere la nascita dell’etichetta D’Autore di Edoardo De Angelis. Ongaro
canta molto bene, con una vocalità calda e profonda, capace di dare solennità e
spessore, mentre, musicalmente, la direzione artistica e gli arrangiamenti sono
di Roby Ceruti, che ha buona parte di “responsabilità” in questo ritorno alle
atmosfere dei sixties.
Sotto
questo aspetto il disco è addirittura rigoroso: spartano e vivido, suona forte
come una roccia, senza concessioni alle mode di tendenza, ma con quel tanto di
anacronistico che rende il prodotto gradito alle orecchie più gravate di anni.
Sognare, dormire, forse svegliarsi, Ginevra, Tutto è secondario, assieme alla
già più volte citata Dio è altrove sono i punti più alti del disco, ma il dato
più rilevante è la qualità media che non scende mai sotto il livello di
guardia.
“…singolare
sorte per questi due album (Archivio postumia ed Eptalogia), che interamente
arrangiati e registrati, non sono a tutt’oggi stati pubblicati. Per qualcuno è
filtrato il contenuto, dal momento che Ongaro ne ha proposto, dal vivo, le
scalette complete in più d’un occasione; alcuni estimatori dell’artista poi li
posseggono in copie fortunosamente scippate all’autore sotto minaccia di
torture e vessazioni. Rimangono però due opere sospese nel limbo,
incredibilmente, visto che oltre ad essere due dischi di valore artistico assoluto,
sono una chiave di volta fondamentale per capire l’evoluzione di questo
cantautore; mi scuserete quindi se ne parlo, pur consapevole del fatto di
parlare di opere che molto difficilmente potranno in qualche modo arrivare a
chi mi legge, a meno che la Rosso di sera, che le ha prodotte e ne detiene i
diritti, non decida di renderle pubbliche…”.
Così
scrivevo 3 anni fa in un libro cominciato e mai finito, e di cui l’opera di
Marco Ongaro era uno degli oggetti di studio più lungamente approfonditi.
Passatemi questo vezzo iniziale… ma mi sembrava così terribilmente ongariano
iniziare con la citazione di un proprio inedito, che non ho saputo resistere
oggi che finalmente, a quindici anni di distanza dalla loro registrazione, le
due opere vedono la luce.
Un
problema: io conosco questi dischi perfettamente, li ho ascoltati dal vivo, li
posseggo, come dicevo, in copia. Sono convinto che siano complessivamente un
capolavoro, e non è l’impressione dettata dalla scoperta subitanea, dal sorgere
dell’entusiasmo per una novità inaspettata. È piuttosto una convinzione
meditata e perfettamente formata in me, solo che questo atteggiamento poco si
addice al concetto di recensione… però non sono in grado di recensire questo
disco più di quanto sarei in grado di recensire Le nuvole, The Wall o Dias y
flores.
Ecco che dunque, più che recensire, mi proverò a manifestarvi le mie
riflessioni su queste due opere raccolte in un solo CD.
Iniziamo
dal titolo. Un’archivio dunque, un repertorio: repertorio di personaggi e
situazioni. Ma perché postumia? O meglio perché l’autore sin dalle prime
interviste ha adoperato per se la definizione di “cantautore postumo”?
Tutti
i personaggi di Ongaro sono non vivi, a partire dall’autore, che parla appunto
postumo, come la luce di una stella che ci giunge quando essa è spenta da
chissà quanto, ma non per questo brilla meno. Non confondiamo però il postumo
col morto, Ongaro parla da classico, dunque immortale, perciò fuori dalla
storia. La sua è una riflessione sul sacrificio che la vita fa alla parola per
divenire qualcos’altro. Un qualcos’altro che è Storia, storie o forse solo
avanspettacolo, ma che non è più vita. L’arte, o in fin dei conti la
comunicazione, inizia dopo la vita, appunto, postuma. Questa è l’amarissima
riflessione che nutre l’opera ongariana. Finchè si vive è impossibile
comunicare.
A
noi, posterità vivente, l’autore invia bagliori da chissà quale altrove, da
chissà quale pianeta, segnali di fine corsa, mappe, giornali di bordo. La sua
poetica per questo deve rinunciare a possedere il senso, tutt’al più può
affiancarlo, ci si può confondere senza intrappolarlo; per questo la sua parola
è chiara ma imprecisa, la sua musica è evocativa, ma laddove sembra vertere a
un crescendo viene a mancare.
Il
procedimento compositivo di Marco Ongaro rifugge l’originalità bizzarra, il
passaggio che lascia increduli. La sua cifra è nella perfetta comprensione dei
meccanismi mitici della canzone, quelli fuori dal tempo, per riportare ogni
parola a una casa/trappola, una casa dolce casa incantata e pericolosa, una
casa di bambola risaputa e inquietante.
Questi dischi di Ongaro sono una sorta di casa di Hansel e Gretel, dove si
sgranocchierà la dolcezza retrò al gusto di rosolio dei confetti, dei muri di
marzapane, ma chissà, vi si potrà anche attendere la trappola di una profondità
stregata.
Tutte
le canzoni di questo CD appaiano frammentarie, come pezzi di un puzzle fra i
relitti di un naufragio, che galleggiano suggerendo l’idea di un antica visione
d’insieme irrimediabilmente perduta. Tutti i punti di vista proposti non
trovano l’unità di fini, pur in qualche modo suggerita, Marco Ongaro sembra
anzi compiacersi del binomio chiarezza/mistero che propone continuamente in
questa tappa d’arrivo del suo stile ironico e swingante, in seguito abbandonato
per il Rock di Dio è altrove e di Esplosioni nucleari a Los
Alamos.
Tappa d’arrivo, dicevamo, ma anche mappatura di una crisi: non una crisi
creativa ovviamente, le canzoni sono molto belle, ma il loro risolversi nel
giro di pochissimi versi, il loro fare quasi sempre riferimento a topos
letterari consolidati (a volte precisi: Lolita, Landru; a volte generici: La signora Russa),
pone falsi paletti in una sabbia mobile di informazioni, fa intravedere
un’uscita che non esiste, promette una comprensibilità che non arriverà.
Emblematica la politicamente scorretta e avarissima di parole Lolita:
Forse c’è un bambino in me / ed è lui che ama te. Ma se c’è un bambino in me / certo è lui
che ama te (sempre se c’è!). Lolita / finisci la tua pasta al burro Lolita / quel telefono è un po’ troppo
azzurro, mettilo giù Se mi prometti, mi prometti che non lo
farai più Io ti prometto, ti prometto che non lo
farò più.
nell’affrontare
uno dei temi più scottanti e repressi della sessualità ecco che Ongaro non
cerca la deflagrante sfida e passione della stupenda canzone di Léo Ferré Petite (Allora
tu non mi andrai / perchè sotto la gonna non avrai più / il codice penale),
sussurra piuttosto all’orecchio turbato dell’ascoltatore una tenerezza
incoffessabile e affida ogni commento alla melodia che, retta dal sax e scossa
dal contrabasso, si avvolge come un serpente sulle parole, e rabbrividisce
strascicando la voce su quell’ineffabile e torbidissima pasta al burro (si
suppone proveniente dallo stesso panetto usato da Brando in Ultimo tango a Parigi).
Arrangiato
in maniera talvolta trionfalisticamente fastidiosa Eptalogia, pur
meno unitario di Archivio, contiene brani stupendi, a partire dal
primo Demian, di derivazione Herman Hessiana, questo personaggio rappresenta lo
struggimento senza fine della memoria dell’antica amicizia, di un alleanza
perduta.
Il sosia è un altro dei brani chiave del disco per il gioco di sovrapposizioni
multiple, per la schizofrenia evidente del tema, per la bella invenzione che
ricorda il famosissimo doppio perverso inventato da Gainsbourg nei suoi ultimi
anni (Gainsbarre).
Sospesi
così perfettamente, come fra le pagine mancanti di una rivista, questi pezzi
rappresentano l’esito ultimo del gioco di rimandi e travestimenti iniziato
dall’autore col suo primo disco AI: Ongaro è partito facendo canzoni che
sembravano le Songs di un musical di cui non conoscevamo trama e dialoghi, ma a
cui eravamo richiamati dai luoghi comuni, dagli spazi stabiliti per tacito
accordi fra ascoltatore e narratore.
In questi due dischi però quel Musical è diventato la vita stessa, le
paillettes si sono sbiadite e i confini fra vita e cultura, fra futuro e
passato son diventati inestricabili.
Nella straordinaria L’hai voluto tu la crisi della coppia è tutta sancita da
giochi con le (e non di) parole che si affiancano e si contraddicono, che
restano le stesse per dire l’opposto:
Tu mi parlavi / io non capivo probabilmente ti tradivo / poi te l’ho
detto che ti ho tradito / mi hai perdonato mi son pentito
specularmente,
nella seconda strofa rimane quasi tutto uguale, cambiando completamente il
significato:
poi me l’hai detto / che mi hai tradito ti ho perdonato / mi son pentito.
Cioè:
mi son pentito d’averti perdonato, quando la prima volta il tuo perdono m’aveva
fatto pentire d’averti tradito!
La conclusione della canzone scivola su una doppia citazione, anch’essa
speculare, di due autori speculari e leggendari (che fra l’altro, racconta la
leggenda, un giorno litigarono per una stessa donna):
mi lascerai / non che non ti lascerò io si, io si / tu no, tu no.
la
prima (Io si) è una
canzone di Tenco, la seconda (Tu no) è una canzone di Piero Ciampi.
A
giocare troppo col fuoco delle parole si rischia però di rimanere
bruciati…raschiato il fondo del barile della comunicazione può cominciare
l’afasia. Forse per questo l’autore trattò con le pinze questo materiale,
lasciandolo alla fuggevole attenzione di qualche concerto, ma non premendo
troppo per farlo pubblicare, annunciandolo postumo sin dal titolo.
Ongaro aveva intuito di aver toccato il fondo e che la risalita non sarebbe
stata cosa facile: il suo linguaggio ha poi dovuto necessariamente riverginarsi
attraverso la purezza popolare di Lasciatemi vivere. Ma per questo sarebbe
dovuta passare una nottata di quasi dieci anni (giusto interrotta da quella
sorta di autoantologia che fu Certi sogni non si avverano).
Oggi
una delle più belle opere della canzone italiana, una delle più profonde
riflessioni sul suo linguaggio, è finalmente disponibile. Come dissero Cafiero
e Malatesta ai contadini del Matese: “I forconi li avete, i coltelli ve li
abbiamo dati, se volete fate, se no vi fottete”.
Marco
Ongaro ha un viso schietto e sincero, di quelli che fanno subito simpatia e
ispirano fiducia. E una bella stretta di mano salda. È vero che questo non
basta, soprattutto in campo musicale, ma aiuta molto. È una persona con cui si
può parlare della “sensualità dei cibi” e di “piatti di assoluta
autorevolezza”. Se poi aggiungiamo che queste caratteristiche si traducono in
un modo di far musica altrettanto schietto, abbiamo il disegno a tutto tondo di
un cantautore anomalo, un cantautore “su commissione” come ama definirsi, in
questa chiacchierata tutta vissuta con un sorriso sotto i (reciproci) baffi.
“Lavoro
su commissione, sì. Come stimolo, scrivere per qualcuno che ti ordina una cosa
è intrigante. È quasi uno spunto rinascimentale. Non mi sento pittore ma
pennello e tavolozza. Se scrivo per Grazia De Marchi scrivo cose mie che
parlano di lei. L’idea di “Shakespeariana”, invece me l’ha data il regista
Paolo Valerio che più di me aveva .in testa Shakespeare. Cleo, l’ultima
canzone, l’ho scritta a luglio dello scorso anno e prima di partire mi telefona
questo chitarrista di Verona, Roberto Cerutti. Mi chiama e mi fa: “Senti io
vorrei farti fare un disco. La formazione è questa: chitarra, basso, batteria,
organo hammond. Il gruppo si chiama La Scorta”. Benissimo – gli ho detto –
troviamo una cantante e io ti scrivo le canzoni. E lui mi ha detto voglio: “No,
io voglio la tua voce “rovinata”. Queste esatte parole. E li mi ha convinto.
Lui voleva la mia voce “rovinata”, quindi mi sono sentito tranquillo sul
tornare a cantare. Ma ho scritto “Dio è altrove” come se fossi un autore. Ho
scritto per “quella formazione” e per “questa voce”. Ero di nuovo un autore.Non
un cantautore. Poi io sono la voce della Scorta…..”
È un caso?
“Non è proprio un caso, ma è un approccio differente. Una sfumatura”.
Ma sei tu nelle cose che
scrivi.
“Sì sono io, ma mi piace la sfida. Esistono dei margini di sfida. È quello che
mi piace. Il fatto che ci siano dei limiti. Il fatto che debba scrivere
qualcosa su quello che Shakespeare ha già scritto. O su un episodio della vita
della De Marchi. O sull’ecologia. Tra 10 anni non ci sarà più acqua sul
pianeta. Io svolgo il tema, li c’è la sfida”.
Come se fossi un giornalista?
“Ho dei limiti. Mi piace aver dei limiti. Poter vincere la sfida all’interno di
quei limiti è la sfida, quello mi stimola. Quando mi propongono un nuovo
lavoro, come primo impulso dico no. Poi torno a casa e l’ho già scritta. Così
funziona”.
E, a parte tutto, quando scrivi
sei un autore molto prolifico.
“Questo disco nuovo ha questa nascita su commissione ma devi sapere che c’è già
pronto un nuovo lavoro con Grazia de Marchi, che ho scritto lo scorso luglio e
in agosto me n’è stato commissionato un altro, simile a Dio è altrove, su tema
ecologico, sempre dallo stesso chitarrista della Scorta. Ho scritto 16 brani
per Grazia e 13 per lui, perché quando mi si chiede qualcosa io sono febbrile.
Altrimenti il pianoforte resta chiuso, la chitarra nella custodia.
Ne esce fuori un mosaico a
molte facce, ma quali sono le musiche di Marco Ongaro?
“Se compongo alla chitarra è impossibile che non esca Dylan. Se compongo al
pianoforte ecco Paolo Conte. Se scrivo per la De Marchi mi ritrovo tra il De
Andrè e il Branduardi. Sono forse l’ultimo in grado di definire il mio stile
vocale; credo di avere varie sedimentazioni che vengono fuori a seconda delle occasioni.
Il motivo per cui mi piace fare l’autore è che non devo pormi problemi di
questo tipo. Devo pormi il problema di far cantare gli altri”.
Ti piace il tuo nuovo disco?
“Sì, mi piace, riconoscendo anche quello che non sono io di quel disco. Il
lavoro che ho fatto su commissione mi piace. Sono io nei testi e nelle musiche;
negli arrangiamenti non sono io, mai. Però ne sono contento: ero appena reduce
da “Shakespeariana” in cui, sotto questo aspetto, ho sofferto moltissimo.
Incidere un quartetto d’archi con quattro archi che non si sono mai incontrati
tra loro è stata un esperienza terribile. Ci sono musicisti che non si sono mai
conosciuti in quel disco e che suonano nella stessa canzone!”
“Dio è altrove” è tutta
un’altra cosa. A parte che in certi momenti suona come se fosse in presa
diretta. Addirittura in certi momenti ti dà l’idea del work in progress, di
qualcosa non rifinita, interrotta a un certo punto. Sbozzata, ma non ultimata,
ma forse questo è un po’ nel tuo stile. E lo dico come pregio del lavoro, sia
ben chiaro, non come critica.
“Dio è altrove”, la canzone, a parte il fatto che è ovvio che per me è perfetta
così (sorride mentre si brinda con un bicchiere di Ripasso dal titanico
splendore), aveva lo spunto più che altro nell’emozione. Questa sorta di eresia
nel fatto che Dio se ne sia andato altrove. L’inizio è una storia ebraica di un
rabbino in Polonia che nella sua sinagoga trova Dio seduto. “Signore cosa fai
qui? Gli chiede. “Non ti immagini quanto io sia stanco”.Il concetto dell’eresia
è che Dio sia andato in un luogo così disperso dell’universo in modo da non
sentire niente di quello che succede qui e che i messaggeri ci mettano così
tanto ad arrivare e a riportare le notizie che qualcosa sarebbe inevitabilmente
cambiato nel frattempo, ma lui non se ne preoccupa più.
E la “title track” è infatti il
brano più di presa di tutto il disco,
“Ho imparato dopo molti anni ad aprire il disco con un pezzo “forte”.
Il motivo dei ringraziamenti del disco ha a che fare proprio con la scrittura
in quel mese. Sono passato prima da Lecce dove c’era Max Manfredi, mi sono
fermato a casa di Alessio Lega, abbiamo suonato per tre giorni poi sono andato
in Calabria, sono arrivato caricatissimo. La prima canzone che ho scritto è
stata Il Conte Max da Genova”
Quello con le dita
insanguinate…
“Esatto. Gandalf Foschini è chi mi trascrive le musiche perché io possa
depositarle in SIAE, Ferdinando Dolfo è l’autore del primo progetto di
copertina (bocciato). George Steiner ha scritto “Morte della tragedia” che
stavo leggendo in quel mese, il libro in cui si parla dell’eresia del Dio che è
altrove. Nicola Nicolis è un cantautore veronese decano, “nonno” lo chiamano,
che mi ha prestato il libro “Morte della tragedia”. Iole e Gaetano Mazzone mi
hanno ospitato in Calabria. Poi c’è mio fratello: il fratello del cantautore
come ha detto Micocci. Mi fa: “Tu come campi?” “Ho un fratello che mi aiuta”.
“Il fratello del cantautore! Anche Tenco ne aveva uno!”. Ora fa il fotolito e
mi prepara tutti gli impianti delle copertine.
Quindi ora sei soprattutto un
autore. Ma nei primi dischi ti sentivi cantautore?
“Sì, li scrivevo senza un progetto. Apparentemente le cose che mi venivano
fuori da sole. Vado al Tenco nell’82 ottengo un discreto successo. Il fatto è
che il Tenco allora aveva un paio di giornali che scrivevano sulla
manifestazione. Soprattutto la prima sera. Poi mi sono reso conto che
effettivamente la discografia non era aperta a nuovi dischi di cantautori
emergenti. Lucio Quarantotto ha vinto nell’84 e poi fino all’87 non è esistita
una targa per opera prima. Perché non esistevano opera prime! Però c’era questa
dance-music, disco-music. Anni ’82-83. Mi ricordo che anche qui è partito tutto
con una commissione (eccoci che ci risiamo con le commissioni). Il tizio che me
l’ha commissionata mi ha dato una cassetta e mi ha detto “Tu sapresti fare un
brano come questo”. Era un brano dei Twins, un gruppo tedesco. Dopo un’ora
gliel’ho consegnata la canzone. Arrangiata in modo identico. Ma la mia era più
bella e cercava di dire cose intelligenti. E così è nato il mio alter-ego:
O’gar, l’autore di disco-music. Ma cercavo comunque di dire cose intelligenti.
Per questo poi O’gar è morto a Parigi nell’86. Per quanto cercasse di dire cose
intelligenti le diceva in inglese a gente che l’inglese non capiva. Ha avuto
successo in Spagna!
E a quel punto sei partito coi
dischi a tuo nome.
“Sì, il primo disco è dell’87. Che ho dovuto forzare, perché ancora c’era
questo blocco ai nuovi cantautori. Figurano tutti nei ringraziamenti del primo
disco; tutti quelli che non mi hanno preso. Vincenzo Micocci, Lilli Greco,
Sandro Colombini … Per cui ho detto a Venturiero che prima era il mio agente
che cercava di procurarmi una casa discografica e che nel frattempo aveva
fondato una sua etichetta, di farmi fare il disco. Venturiero era rimasto fuori
alla mia esperienza di O’gar che sarebbe stata l’unica avventura in comune che
gli avrebbe fruttato dei soldi in tutta la nostra carriera unità. Con me ci ha
solo rimesso. Però è un collezionista privato. È una questione affettiva. Lui
deve avere tutto quello che faccio. È una questione maniacale. Del primo disco
mi ha detto: “Di questo disco non verrà mai trasmessa una canzone in nessuna
radio” E il giorno stesso l’ha pubblicato. Se non è collezionismo questo!”
Ma dopo l’esordio più o meno
faticato ci sono stati i sette anni di silenzio. Perché?
“Nel ’90 a fatica, quando cominciavano di nuovo ad uscire i cantautori, con
lentezza terribile siamo riusciti a buttar fuori “Sono bello dentro”. Che è
coinciso con l’incisione del Vino di Ciampi al Teatro Argentina, forse il
massimo successo che abbia avuto. Da lì ho inciso “Archivio Postumia” nello
stesso anno, con un gruppo, ed è l’unico disco che ho arrangiato completamente
io.
Nel ’91 “Eptalogia” che è un altro progetto che avevo in mente. E la Rosso di
Sera non li ha pubblicati. “Archivio Postumia” lo sapevo che non sarebbe potuto
essere pubblicato prima di 10 anni. Per questo gli ho dato quel titolo. Suona
’90, ma con strumenti non datati. Poi ho fondato un gruppo: Le vittime del
sesso, una rock-band con cui ho girato un paio di mesi. A quel punto non avevo
più voglia neanch’io di pubblicare “Eptalogia” che era di stampo più
jazzistico. Nel ’95 finalmente riesco ad uscire con il disco successivo: “Certi
sogni non si avverano” ma a quel punto ero stufo dell’ambiente e mi sembrava un
modo di concludere perfetto. Esce il disco e io invece di promuoverlo mi
ritiro, altra prova di affetto del mio editore”.
Ma gradatamente, a forza di
dischi su commissione, sei tornato.
“Questo disco è più rock dei precedenti perché mi è stato commissionato da un
chitarrista rock. Ha una fender del ’68 in casa! Mentre Luca Olivieri ha vinto
a Memphis la gara per i migliori Elvis”.
Si respira un aria vintage tra
i solchi del tuo disco
“Ce l’hanno detto. L’arrangiatore fa a Cerutti: “Hai fatto bene a stare fermo
trent’anni perché adesso sei tornato di moda!”. I ragazzi cresciuti coi suoni
di plastica non li sopportano più e adesso riscoprono la chitarra di Hendrix.
Ogni disco una storia, completamente
diversa.
“E paradossalmente abbiamo cercato di allontanarci dai riferimenti . Ma Dio è
altrove suona come Like a Rolling Stone. La chitarra e l’hammond fanno lo
stesso gioco. Così come Ginevra richiama Neil Young e così abbiamo inserito
l’armonica a bocca, perché non ci nascondiamo. Lo facciamo proprio così, come
deve essere il riferimento. È un disco ricco anche di citazioni italiane.
L’assolo in mezzo a L’infermiere è degno di Solieri, il chitarrista di Vasco
Rossi. Una canzone che ho scritto la De Marchi, Colombo, diceva: “ho passato
metà della mia vita a cercare di non somigliare”, ma è quasi impossibile. Se
non somigli a uno somigli all’altro. L’importante è rivendicarlo, non
nasconderlo.