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giovedì 27 luglio 2017

Dividere la torta o scannarsi per le briciole? - Antonello Mangano


“Ho fatto tutto il giro e ho capito. Il mondo si legge all’incontrario” – Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati

Il primo è un gambiano. Sognava Londra. È arrivato da otto mesi in Italia. Sbarcato a Pozzallo, trasferito in Calabria, ha provato a passare il confine a Ventimiglia ma lo hanno preso e trasferito a Taranto. Alla fine di questo lungo gioco dell’oca, è finito in un centro “straordinario” nel mezzo della campagna siciliana. Ha presentato domanda d’asilo e aspetta da oltre un anno.
Il secondo è un nigeriano. Ha raccontato una storia di conflitti etnico-religiosi. La commissione non gli ha creduto e ha decretato un diniego totale. In teoria dovrebbe essere espulso, ma tornerà in Nigeria solo se ci sarà un apposito volo, spazio nel centro di espulsione, l’accordo col console del suo paese. Quindi, con ogni probabilità, rimarrà in Italia come un fantasma senza diritti.

Le leggi sull’immigrazione regolano più il mercato del lavoro che gli ingressi

Il terzo è un ivoriano. Ha raccontato di essere scappato dalla guerra nel suo paese. Arrivato in Libia, la guerra lo ha seguito anche lì. Non gli restava che scappare in Europa. “Adesso puoi tornare in Costa d’Avorio”, dice la Commissione. Come se le persone fossero le palline di un flipper, non relazioni e desideri.
Gli hanno dato un diniego, poi hanno visto nel suo fascicolo l’attestato di un improbabile corso di italiano. Allora hanno deciso che merita un permesso umanitario per premiare i suoi sforzi per l’integrazione. Tra parentesi, lui non ha fatto niente, è solo finito in un centro dove c’era il corso d’italiano.
Il quarto è uno fortunato. Apparentemente. Eritreo, ha ottenuto lo status di rifugiato. La sua storia è semplice. Il servizio militare a tempo indeterminato, la fuga da una dittatura feroce. La commissione ha deliberato: ecco un vero profugo.
Queste storie sono finte. Nel senso che sono la somma, la sovrapposizione di molte storie. Ma sono anche drammaticamente vere. La seconda, per esempio, è rappresentativa del 60% dei migranti che arrivano in Italia, l’ultima del 5%.

Gradi di ricattabilità

Secondo il senso comune, i dinieghi servono per bloccare “i migranti che vengono a prenderci per il culo”. Secondo le linee guida delle Nazioni Unite, devono separare “chi ha il fondato timore di subire persecuzioni” dagli altri.
Il problema non è questo. Praticamente tutti quelli che sono entrati rimarranno in Italia. In questo modo, non si governano gli ingressi. Si regola il mercato del lavoro.

Il luogo comune parla di parassiti che mangiano e dormono. La realtà è fatta di lavoro nero e sfruttamento selvaggio

Torniamo al nostro primo caso, il richiedente asilo gambiano. Il luogo comune è quello dei 35 euro. Parassiti che mangiano e dormono. Proteste per il wi-fi. La realtà, è fatta di gente venuta in Europa per mandare soldi a casa. Subito. Così, chi si trova in un centro di accoglienza in città, chiede l’elemosina di fronte al supermercato. Chi viene sbattuto in campagna, è vittima dei caporali.
Non ci sono differenze tra Nord e Sud. Imprese del Chianti e agricoltori della Sila hanno usato i CAS (Centri di accoglienza straordinaria) come un comodo serbatoio di manodopera a costo zero.
Centri di accoglienza e nuovo caporalato

La situazione peggiore è quella che abbiamo esemplificato con il diniegato nigeriano. Dove vanno a finire i migranti senza documenti? Già in passato, quando l’intervallo tra una sanatoria e l’altra diventava eccessivo, si creavano al Sud “zone franche” dove i controlli dello Stato erano storicamente poco presenti. Quelle sacche di irregolarità sono sempre le stesse da decenni: Castel Volturno, Rosarno, Foggia. Qui si creano ghetti con dimensioni crescenti: luoghi che vivono di regole proprie e dove convivono impressionanti esempi di autogestione e solidarietà con strategie extralegali.
Il migrante ivoriano ha ricevuto il suo permesso umanitario. Non trova lavoro e alcuni connazionali gli suggeriscono di andare a Rosarno, brutte condizioni di vita ma forse c’è da lavorare. Sono in tanti come lui. Negli anni precedenti, la maggioranza era senza documenti. Poi, dal 2102, due su tre avevano in tasca l’umanitario.
Si tratta di una tipologia di permesso nei fatti controllata dal governo. È sostanzialmente arbitraria e permette di allargare o restringere la fascia dei migranti senza documenti.
Evita le sanatorie, il sistema con cui in passato si rimediava a un numero eccessivo di migranti senza documenti. È una specie di sanatoria in tempo reale.

Rispetto al mercato del lavoro, il migrante con l’umanitario rimane ricattabile. Ogni due anni deve rinnovare il documento, dimostrando di avere un contratto di lavoro. Ci sono questure che chiedono la residenza o una abitazione idonea, anche a chi vive in una baraccopoli.
Almeno, direte voi, c’è quel 5% di fortunati: con lo status di rifugiato hanno un documento che non scade. Peccato che un rifugiato ha subito spesso traumi. Per recuperare, dovrebbero bastare sei mesi in uno Sprar. Poi tutto da solo: casa e lavoro.
Nell’assoluta solitudine di una società basata sulla rete di parenti e non sui servizi pubblici, rimangono i connazionali. Nel bene (un appartamento da dividere riducendo le spese) o nel male: un lavoro su base etnica che somiglia al caporalato.
Si crea uno stato di segregazione: puoi accedere a quel tipo di lavoro (lo stesso svolto dai tuoi connazionali), vivi in quartieri ghetto (o in ghetti veri e propri), parli poco e male l’italiano.
Del resto abbiamo deciso che ci servono braccia, non cervelli. Braccia per riempire il serbatoio.
Un contadino di Foggia contro uno cinese. Uno brasiliano contro un rosarnese. Un siciliano contro il suo omologo di Almeria. Non si conoscono e non si conosceranno mai. Ma sanno di essere rivali.
Negli anni ’30, la California inventò l’agricoltura industriale. Senza peraltro eliminare la fame.

Competizione tra distretti italiani e globali

I produttori devono esportare e sono in concorrenza l’uno con l’altro. Devono produrre in qualunque stazione, la maggiore quantità possibile. E al minor prezzo possibile.
Arance da succo, pomodoro da bancone, zucchine fuori stagione diventano tecnicamente commodities, beni sostituibili che il consumatore sceglie perché costano meno. Uno vale l’altro. Hanno lo stesso colore, sapore, odore e forma. Persino la composizione zuccherina è regolata dai disciplinari dei supermercati.
La leva è sempre quella: il costo del lavoro. Così, la massa di migranti che ogni anno arriva nelle campagne è il carburante che ancora tiene in piedi questi distretti in competizione.
Sono africani intrappolati nel circuito dell’asilo, famiglie poverissime di romeni e bulgari, senegalesi con in tasca un foglio di via che li condanna all’invisibilità.
Parallelamente, ci sono migranti che sono già stati esclusi perché costano troppo. Tunisini di 50 anni arrivati trent’anni fa e ora con le famiglie, ai margini di tutto, né italiani né arabi, che stanno peggio di quando sono arrivati.

Fini diversi che abbassano il costo del lavoro e diventano funzionali alla competizione.L’esempio del ragusano è indicativo. Il costo del lavoro è sceso progressivamente sfruttando le contrapposizioni tra comunità e i loro diversi obiettivi. Per le famiglie arabe l’emigrazione era una scelta di vita, per quelle romene una fase temporanea. Per gli ospiti dei centri di accoglienza, il massimo della transitorietà.
Distretti agricoli in tutto il mondo si organizzano per competere. Sono un un misto di arretratezza e modernità.
Arcaico
Moderno
Violenza diffusa e abusi sessuali
Semi prodotti dalla genetica
Ghetti per i braccianti
Calcolo del grado zuccherino
Signoria mafiosa
Export a lungo raggio

Le campagne del Sud sono sempre più polarizzate. Da un lato latifondisti – commercianti che accentrano tutte le fasi produttive e controllano la filiera.
Dall’altro piccoli produttori in crisi, aziende di uno- due ettari, perennemente sull’orlo della chiusura. La soluzione rispetto alla frammentazione esiste da tempo. OP. Una sigla nota solo agli addetti ai lavori che significa “Organizzazione dei produttori”. Sono quelle strutture che servono – in teoria – a mettere insieme gli agricoltori, aumentare il loro potere contrattuale, creare sbocchi di mercato alternativi.
Spesso, le OP al Sud non funzionano. Perché i piccoli agricoltori rimangono in buona parte vecchi signori diffidenti che non amano associarsi. Così sono diventate strutture dominate dai commercianti locali, a volte dai mafiosi e qualche volta sono usate per accaparrarsi contributi pubblici.
Ai piccoli sono rimaste due strade. Lamentarsi fino allo sfinimento. Sfruttare chi sta peggio di loro. È nata così la teoria del cannibalismo, inconsapevolmente esposta di fronte alle telecamere: siamo costretti a sfruttare i migranti, perché a nostra volta siamo sfruttati dalla Grande Distribuzione.
Quando il lavoro, la terra e il denaro diventano merci sottoposte soltanto alla legge del mercato, gli effetti sono devastanti.
Lo afferma l’economista Karl Polanyi: lo strapotere del mercato e la mercificazione senza contrappesi devastano l’equilibrio della società.
Ciclicamente, nella storia, la società civile si organizza e riduce lo spazio del mercato attraverso vincoli e controlli. Il potere dell’impresa non è più assoluto e la sfera economica rientra sotto il comando della sfera politica.
Oggi siamo esattamente a questo punto. Il mercato senza regole ha portato agli orrori del neo-schiavismo. Occorre riportarlo sotto controllo.

mercoledì 26 luglio 2017

Storia di un tagliatore di teste - Terrelibere

 CC Public domain
Faccio parte di quella generazione che faceva una sorta di viaggio iniziatico. Partivamo per l’India, sognando l’avventura e l’Oriente. Trovai entrambe, e anche milioni di amebe, in Afghanistan, poco prima dell’invasione sovietica e nel deserto di Pushkar fra ashram colmi di scimmie e santoni. Facevo anche parte della sinistra extraparlamentare degli anni ’70.
All’inizio degli anni ’80 mentre il riflusso ci sommergeva e ognuno andava per conto suo, mi sono laureato in Filosofia della politica, con una tesi su Hannah Arendt, allora pressoché sconosciuta in Italia. Mi aveva aperto un mondo, ci avevo lavorato con passione un paio d’anni e pensavo di restare nell’ambiente universitario.

Mi sono ritrovato dalle chiacchiere tra filosofi al petrolchimico di Porto Marghera

Mentre aspettavo concorsi che non arrivavano mai facevo colloqui per non essere assunto, poi – avendo necessità di lavorare – per essere assunto. Sono finito alle direzione del personale in un’azienda del gruppo Montedison. Mi sono ritrovato dalle chiacchiere tra filosofi al petrolchimico di Porto Marghera. Il cancro era una presenza costante, come i fumi, le fiammate notturne delle ciminiere e l’inconfondibile puzzo che ti prende alla gola. Certo, qualche operaio moriva, lo sapevano soprattutto loro quanto fosse un ambiente malsano, ma dovevano pur campare.
Non avrei potuto avere un impatto più brusco con la realtà. Mi trovavano promettente e mi proposero di andare in uno stabilimento del Sud. Rifiutai ma anziché cacciarmi mi spostarono alla “selezione del personale”. Dopo tante ristrutturazioni e chiusure serviva di nuovo qualche ingegnere, qualche chimico. Somministravo test, assistevo a giochi di ruolo e stendevo profili psicologici e di adattabilità dopo colloqui individuali.

L’era socialista e berlusconiana


Poi sono finito in una grande un’azienda di telecomunicazioni delle Partecipazioni statali in quota socialista. Non ero uno di loro ma sono andato a fare il “selezionatore esperto”. L’amministratore delegato era una donna manager, una rarità per quei tempi, craxiana di ferro. Dopo la sue morte, forse per far dimenticare quella presenza ingombrante, il nuovo Ceo lanciò un piano di mille assunzioni. Un grosso impegno, colloqui da mattina alla sera, ma della fase positiva del recruiting, ricordo il progetto di assumere ingegneri irlandesi per lo stabilimento dell’Aquila. Me ne occupai anche io perché conoscevo bene l’inglese e mi divertiva l’idea di alloggiare qualche settimana nel migliore albergo di Dublino. Mi hanno fatto poi capo del personale di una piccola società del gruppo. Una promozione, ma io volevo fare le relazioni industriali, le trattative con le organizzazioni sindacali esterne ed interne, i rapporti con i ministeri, con le istituzioni. Pensavo fosse giusto mediare, trovare soluzioni, negoziare tutto. E lì c’era la politica e l’azione.

In questo paese, una volta che sei fuori, sei fuori

Da funzionario delle relazioni industriali ho cominciato a seguire la progressiva deindustrializzazione di questo paese. Una parte degli esuberi di personale era determinata dalla tecnologia, certo, ma il grosso era il frutto della volontà di tagliare i costi fissi e aumentare i profitti.
Il gioco funzionava più o meno così: l’azienda presentava un piano industriale pluriennale, al cui termine inesorabilmente veniva dichiarata la necessità di ridurre gli organici e quantificato il numero di esuberi, il sindacato contestava, chiedeva contropartite, assunzioni, formazione, incentivi salariali, buonuscite, insomma faceva il suo mestiere.
Dopo un po’ la situazione precipitava, insomma si drammatizzava, veniva coinvolto il governo che in veste di mediatore concedeva ammortizzatori sociali in quantità specifiche e piovevano pre-pensionamenti, mobilità lunghe (sette anni al Sud, sei al Nord), casse integrazioni straordinarie di due, tre, cinque anni. E c’erano anche lavoratrici e lavoratori contenti di andare in pensione a 45 anni. Intanto le fabbriche si rimpicciolivano sempre più fino a che un bel giorno venivano chiuse. E allora tutti a casa.

Ho seguito la progressiva distruzione di questo paese

A quel tempo i ricercatori, i produttori di software erano rimasti indenni. Erano considerati ancora core business come il service di alto livello. Il resto, pezzo dopo pezzo, inesorabilmente, andava in outsourcing. La parola ramo d’azienda era diventata una sorta di mantra. A volte era una forma di appalto del licenziamento posticipato, in genere di tre anni. Quasi sempre comunque le cessioni finivano male. C’erano poi i cosiddetti “esodi”, dimissioni incentivate e l’outplacement , gli specialisti della ricollocazione, che però era di fatto una chimera. Le percentuali di successo erano bassissime. Perché in questo paese una volta che sei fuori, sei fuori.
Alla fine degli anni ‘90 sono andato in una grande multinazionale tedesca, sempre operante nel settore telecomunicazioni, dove continuavano le chiusure di stabilimenti, fra cui quello dell’Aquila, dove di ingegneri irlandesi non c’era più neanche l’ombra. Io ero capo del personale di uno stabilimento dell’hinterland milanese, che di efficientamento in efficientamento aveva ridotto – anche grazie al mio contributo – di due terzi gli organici..
Anche quei pochi giovani che entravano grazie alle nuovi leggi sul lavoro, sempre più flessibili, sempre più leggere, erano in una situazione di perenne precarietà. Oggi c’erano, dopo sei mesi sparivano e ne entravano altri.

Rovina industriale

Alla fine hanno deciso di vendere tutte le attività relative alle telecomunicazioni, considerate ormai “mature”, ai concorrenti. Tremila persone. Quel che restava della produzione ai liquidatori americani. Ma adesso toccava anche a tutti gli altri, agli intoccabili. Anche quelli del software (i “ricercatori”), i tecnici specializzati, i commerciali, i finanziari, gli staff. Tutti prima o poi venivano messi in cassa integrazione o venivano licenziati. Io sono finito in una piccola società con il compito di gestirne la ristrutturazione. In un anno da 300 siamo rimasti in 70.
Ormai anche io non servivo più a niente. Ero un esubero. Dopo sei mesi di mobbing scientifico abbiamo trovato un’intesa economica e sono uscito dal mondo in cui avevo lavorato 25 anni. Avevo visto la cancellazione di più di 20mila posti di lavoro. Nell’ultimo stabilimento dove avevo lavorato, oggi volano indisturbati i corvi mentre l’erba invade pian piano parcheggi ed uffici. Un paesaggio di rovina industriale.

Sotto i miei occhi è passata la cancellazione di 25mila posti di lavoro

C’è chi sacrifica l’intera esistenza a un’identità lavorativa. Sei la tua professione. E basta. Quando quell’identità sparisce è un dramma. Ci sono stati suicidi, separazioni. Chissà che fine han fatto in tanti. Io ho sempre cercato di mantenere una specie di schizofrenia controllata rispetto alla mia vita nel suo complesso. Non ho mai smesso di scrivere e studiare, ad esempio. Intellettuale e quadro industriale. A prezzo di nevrosi, ma la libertà ha sempre un prezzo.
Ho aspettato proposte di lavoro sperando che non arrivassero troppo in fretta e anche che non arrivassero proprio. Ero tornato alla situazione post laurea. Mi son preso un sabbatico, un anno di studi, un viaggio in Europa, un piccolo saggio per una rivista filosofica. Ho tradotto alcuni discorsi dei Nobel dallo spagnolo e dall’inglese per un’antologia. Neruda, Solzenicyn. Una festa.
Avevo anche un “piano b”. Mi tornava in mente “Taxi driver”. Avevo letto Gazdanov. Mi piaceva la figura del tassista. Gente libera. Mi era sempre piaciuto chiacchierare con i tassisti. Ero interessato al loro lavoro, mi incuriosiva. Stare in auto avendo rapporti con ogni genere di persone, ma limitati nel tempo, mi sembrava infinitamente meglio che la prigionia dell’ufficio dove poteva accadere di dover sopportare tutti i giorni l’ultimo degli imbecilli.

Un mestiere inattuale

Vivevo in centro a Milano, una casa in affitto con gli affreschi. La segretaria. La macchina aziendale. Un piccolo borghese di successo.
Ma quando ti ritrovi disoccupato a 50 anni, in un paese strangolato dalla crisi economica, sull’orlo del fallimento e in piena deindustralizzazione, sei messo male. E nessuno più di me sapeva cosa era un esubero. Avevo bisogno di un mestiere inattuale.
L’attualità era fatta di rotelline espulse dall’ingranaggio: esodi, esuberi, licenziamenti. E un oceano di precarietà.
Ho investito la liquidazione nella licenza taxi. E così mi sono trovato immerso nel famoso proletariato, che fino ad allora non avevo conosciuto se non indirettamente. Io in ufficio, loro in fabbrica. Devo ringraziare i tassisti. Alcuni possono apparire rozzi, volgari, con una bassa scolarità, alcuni vivono nelle periferie, ma tutti fanno un lavoro duro, ripetitivo, pericoloso, usurante, mai banale.

Avevo bisogno di un mestiere inattuale

Nell’immaginario il tassista è un ricettacolo di storie. O più semplicemente il vetturino, il postiglione, il fido autista che ti riporta a casa dopo una cena d’affari o un’avventura galante che non ti puoi permettere. Nella realtà, è lui che ti giudica al primo sguardo. Il primo giudizio è: “Questo è pericoloso o no?”. E subito dopo: “Sarà una corsa tranquilla o mi infastidirà tutto il tempo?”. E c’è un perché. Il tassista che non giudica correttamente rischia la vita. In macchina l’incolumità è sempre a rischio. Questo aspetto all’inizio mi ha sconvolto. Hanno anche tentato di rapinarmi. Poi ci fai l’abitudine e impari a giudicare.

Contro Monti e Uber

Ho odiato subito Monti. I benpensanti lo salutavano come un liberatore, un uomo di stile dopo le cene eleganti berlusconiane. Ma per me era l’espressione pura del neoliberismo. Un classico funzionario del capitale completamente indifferente ai destini delle persone. Non mi sbagliavo. Nel primo mese di governo mi ha ritardato la pensione di quattro anni. E Milano è fatta di pavé e ti spacca la schiena a forza di microtraumi.
Subito dopo voleva liberalizzare i taxi. Azzerare il valore della licenza e moltiplicare l’offerta senza alcun rapporto con la domanda. Voleva dare un segnale di equità, diceva, colpendo una categoria a suo dire simbolo della destra, dopo aver colpito i pensionati “ di sinistra”. Nel gennaio 2012, con cinque gradi sotto zero, ho scioperato dieci giorni di fila. La prima volta da quando ero studente. Ho imparato che fra i tassisti è dura per i crumiri.
Ho conosciuto un mondo fantastico in cui lo sciopero è o non è. Una categoria di individualisti può diventare una forza compatta. Avevo visto giusto: una consapevolezza di classe per una professione inattuale. C’è chi ha preso la broncopolmonite, con dieci giorni di blocco coi fuochi accesi in strada. C’era chi mostrava le foto dei figli, dicendo: “Questi sono quelli che Monti vuole uccidere”. I tassisti mi hanno insegnato cosa è il conflitto di classe nella realtà, non nei convegni. Anche se loro non lo chiamerebbero mai così.

Tutti consumatori, nessun cittadino

Poi, nel 2013, è arrivata Uber. Sono stato tra i primi ad oppormi. Non è una compagnia di trasporti, e tantomeno una tecnologia: è una banca che raccoglie cash in tutto il mondo. Vuole sostituirsi al servizio pubblico, sfruttando gli operatori senza neppure assumerli, non ha costi, se non la lobby sui governi. Liberalizzare, privatizzare, la canzone è sempre quella. Tutti consumatori, nessuno cittadino.
Gli autisti costretti a comprare i mezzi e a incassare tariffe impossibili di cui la app trattiene un quarto vengono rapidamente ridotti in semi-schiavitù. È il caporalato digitale. Il dominio dell’intermediario. La svalutazione totale del lavoro.
E infatti rapidamente l’affaire è diventato un simbolo, l’uberizzazione del mondo la chiamano. Ma non c’è nulla di nuovo, è sfruttamento primordiale, cancellazione dei diritti, cultura dello scarto. È neoschiavismo.
E così mi ritrovo, di nuovo, a sessant’anni, esubero, ridondanza, scarto. Una nemesi, un destino. Ma non da solo questa volta, e, almeno, dalla parte giusta.

venerdì 21 luglio 2017

Sfruttamento, stupri e aborti: le braccianti rumene in Sicilia vivono ancora come schiave - Antonello Mangano


Due anni fa l’Espresso denunciò gli abusi sessuali ai danni delle braccianti rumene nel ragusano. Siamo tornati in Sicilia. Abbiamo trovato una realtà se possibile peggiorata. Segregazione e aborti, caporalato e mafia. Ma anche un’economia in ginocchio
«Se il fenomeno non esiste, allora molti bambini sono nati per opera dello Spirito Santo…». Don Beniamino Sacco è il parroco che per primo parlò dello sfruttamento sessuale delle romene nelle campagne del ragusano. Oggi risponde con questa amara battuta a quelli che ancora negano.
Due anni fa L’Espresso denunciò quell’orrore. Intervennero i governi di Romania e Italia. La commissione per i Diritti umani del Senato avviò un’indagine conoscitiva. Dieci deputati presentarono due diverse interrogazioni parlamentari. La Prefettura convocò Procura, sindaci e forze dell’ordine. Seguirono retate, tavoli di lavoro e convegni istituzionali. Tutti presero impegni solenni.
Siamo tornati a Vittoria, in provincia di Ragusa. E abbiamo trovato una realtà se possibile peggiorata. «Chi ha sbagliato deve pagare», ci dice il nuovo sindaco, Giovanni Moscato. Ma ribadisce che «non ci sono denunce».
«Se pretendiamo di valutare la gravità del fenomeno dal numero delle denunce delle donne romene significa che abbiamo deciso di non aggredirlo. Nessuna di loro, in assenza di alternative lavorative e vivendo in una condizione di totale segregazione fisica e sociale, andrà coi suoi piedi a sporgere denuncia», spiega Alessandra Sciurba, ricercatrice universitaria.
I dati dell’Asp di Ragusa sono angoscianti. Il numero di interruzioni di gravidanza di romene è spaventoso. Costante negli anni. Centoundici nel 2016, 119 nel 2015. Rappresentano il 19 per cento del totale della provincia. Il dato è enormemente superiore rispetto a quello delle italiane. Ed è sottostimato: c’è chi ricorre a metodi artigianali, chi torna in Romania ad abortire. Numeri che sono la spia di un’emergenza mai finita.
«Alla prima marcia antimafia, trent’anni fa, eravamo io e il mio cane. All’ultima c’era tutto il quartiere», racconta don Beniamino. Siamo nel rione Forcone di Vittoria, cubi di cemento e mattoni forati: la storica roccaforte della criminalità locale. La sua parrocchia è un simbolo di resistenza. All’improvviso, però, confessa di essere stanco. Stanco di sentirsi dire «chi te lo fa fare», di ascoltare che «le romene se la vanno a cercare». Oggi il territorio si è chiuso a riccio. «Senza generalizzare, ci sono frange della nostra realtà economica dove tutto è consentito», spiega. C’è ancora chi nega i “festini agricoli”. Ormai le foto si trovano su Facebook.
Tra teli di plastica e rifiuti tossici sono nate inquietanti discoteche romene in piena campagna. Le immagini mostrano donne seminude e improbabili dj che vengono dall’Est. Poi ci sono i festini dei padroni locali. «Si riuniscono più persone, si mangia, si beve, si fa del sesso», spiega don Beniamino. «La donna di turno deve fare buon viso a cattivo gioco. Tante romene sono lavoratrici con alle spalle situazioni difficili, spesso devono mantenere i figli in Italia o in Romania. Ma la promessa di dieci euro in più diventa una mortificazione».
«Ho visto donne che in una prima fase sono estremamente consapevoli dell’ingiustizia che stanno subendo», dice la ricercatrice Sciurba. «È una decisione che mai nessuna donna dovrebbe essere costretta a prendere: annullare sé stessa per dare un futuro ai figli. In una seconda fase subentra spesso una sorta di adattamento alla brutalità».
«I romeni sono tanti ma non sono una vera comunità», spiega don Beniamino. «Non hanno punti di riferimento o luoghi d’incontro».
Cinquemila donne lavorano nelle serre della provincia siciliana. Vivono segregate in campagna. Spesso con i figli piccoli. Nel totale isolamento subiscono ogni genere di violenza sessuale. Una realtà fatta di aborti, “festini” e ipocrisia. Dove tutti sanno e nessuno parla
Anche il sindacato parla del deterioramento all’interno della comunità romena: «Abbiamo segnali preoccupanti. Sta crescendo un caporalato degli alloggi, dei trasporti e dell’intermediazione lavorativa usato anche da grandi aziende», denuncia Peppe Scifo della Cgil.
Sabato pomeriggio il piazzale dei supermercati si riempie di donne che dalle campagne vanno a comprare tutto il necessario per la settimana. Con passaggi di fortuna o pagando un tassista improvvisato, escono dall’isolamento. Per qualche ora.
Anche la Caritas racconta la segregazione vissuta dai lavoratori delle campagne: «Vivono in baracche, garage, magazzini per gli attrezzi e vecchie gabbie adattate ad abitazione, coperte di plastica o eternit. La presenza umana è rivelata solo dai fili per stendere il bucato o dalle antenne satellitari». Sono case messe loro a disposizione all’interno delle proprietà agricole. Vivendo lì, si fa anche vigilanza notturna. Un’altra prestazione lavorativa con beffa: l’affitto viene detratto dal salario.
«Ci sarà un’esplosione», profetizza Don Beniamino. Si riferisce al contrasto tra la violenza diffusa sul territorio e il silenzio delle comunità. In poche settimane, da febbraio in poi, tutti sono stati colpiti: romeni, tunisini, italiani. Lo scorso febbraio fiamme alte annunciavano l’incendio di quattro tir nei pressi del mercato ortofrutticolo. È il più grande del Meridione e quindi anche al centro degli appetiti mafiosi, specialmente per quanto riguarda trasporti e imballaggi. Poteva finire in tragedia. Dentro un camion c’era l’autista, che se l’è cavata con gravi ustioni. Ad aprile, in contrada Pozzo Bollente, hanno trovato un cadavere in una discarica col cranio fracassato. Era un tunisino ucciso da due lavoratori romeni. Le vittime avevano venduto autonomamente nove cassette di fagiolini per recuperare le giornate lavorative non pagate. Una violenta lite aveva risolto la questione, conclusa con un primo colpo di spranga di ferro alla testa e un secondo mortale. Sempre ad aprile, un capannone che produceva materiali di plastica per confezionare gli ortaggi è stato incendiato.
Questo clima di follia collettiva non ha risparmiato neppure la Caritas. Il centro di Marina di Acate, presidio a sostegno dei lavoratori, è stato vandalizzato all’inizio di marzo dopo una trasmissione radiofonica. Il tema? Le agromafie.
Suleyman prende la bicicletta e torna verso il Cas (Centro di Accoglienza Straordinaria), una sigla ormai nota in Sicilia. È lì che sta nascendo un nuovo caporalato. Il Cas può essere un piccolo albergo, un posto per anziani, un casolare nel nulla. Qui i migranti attendono la risposta alla richiesta d’asilo che hanno presentato. I più fortunati aspettano un anno, chi presenta ricorso può doverne attendere anche quattro.
In un centro sperduto nelle campagne incontriamo persone molto diverse tra loro. C’è chi è sopravvissuto al Mediterraneo, chi ha perso l’equilibrio mentale dopo le torture subite in Libia. Tutti vogliono mandare i soldi a casa. Nelle campagne si prende quello che offrono i caporali. I numeri non sono enormi – si parla di un centinaio di persone – e hanno abbassato ulteriormente il costo del lavoro. «Tanto hai da mangiare e da dormire», dicono i padroni. Se qualche anno fa i tunisini sindacalizzati prendevano cinquanta euro al giorno, oggi siamo arrivati a sette o dieci con gli africani in attesa d’asilo. A fine giornata, c’è gente pagata con una manciata di monete.
«Purtroppo anche quelli che lavorano onestamente sono stati mortificati», dice don Beniamino. «Conosco chi ha subito blitz con trenta agenti. Senza che sia stato trovato niente». Abbiamo ascoltato anche la voce degli imprenditori ragusani. Non accettano generalizzazioni. Ribadiscono che la situazione è disperata. Aziende fallite, aste giudiziarie e code alla mensa parrocchiale.
Alcuni provano a competere con l’ipertecnologia. Serre idroponiche, cioè piante irrigate con una soluzione nutritiva e suolo sostituito con lana di roccia. Sostanze chimiche che irrorano le coltivazioni. Semi selezionati nei laboratori di genetica israeliani per inventare prodotti adatti al gusto del consumatore nordeuropeo (forma, colore, grado zuccherino).
Qualcuno punta a vendere un immaginario (il sole, il Mediterraneo, il buon vivere) e la qualità del prodotto. C’è un’impresa che per evidenziare la propria eticità e marcare la differenza scrive sul sito aziendale: «Abbiamo solo lavoratori italiani».
Dopo la nostra inchiesta sulle violenze sessuali nelle campagne ragusane, il territorio si mobilita. Padre Beniamino: “Mi accusano di rovinare il paese, ma non posso tacere”. Le aziende si difendono. Troppi sapevano e hanno taciuto. Ci sono denunce di donne che risalgono a quattro anni fa. Cadute nel vuoto
Ma, dal sindaco all’ultimo produttore, tutti puntano il dito sulla differenza di prezzo tra la serra e il bancone del supermercato. «Negli ultimi anni il nostro prodotto è stato venduto a trenta o quaranta centesimi al chilo e nei banconi dei supermercati lo trovavamo anche a otto euro», denuncia Giovanni Moscato, peraltro anche lui vittima di intimidazioni. Eletto da pochi mesi, è un giovane avvocato proveniente da Fratelli d’Italia. È il primo sindaco anticomunista a Vittoria, già cuore rosso della Sicilia. Ha iniziato una piccola rivoluzione, imponendo il controllo degli accessi al mercato ortofrutticolo. Prima entrava chiunque. Moscato ci accoglie nel palazzo barocco del Municipio parlando degli enormi interessi che vanno dalle cooperative fino alla Lidl.
Ci sono vicende che sembrano dargli ragione. Nel 2012, l’imprenditore Maurizio Ciaculli ha scoperto una confezione di melanzane, probabilmente spagnole, sul bancone di un supermercato. Erano impacchettate col suo marchio, ma non erano prodotte dalla sua azienda. Meravigliato, ha denunciato la frode. Soltanto lo scorso febbraio si è tenuta un’udienza. Ma le minacce sono arrivate subito. Un’auto bruciata, biglietti intimidatori e un gatto morto davanti casa.