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domenica 5 novembre 2023

Un “nuovo 11 settembre”: il paradigma della guerra permanente come deterrenza finanziaria - Fabio Vighi


Non sorprende che i media occidentali abbiano etichettato gli attacchi di Hamas del 7 ottobre come un “nuovo 11 settembre”. Naturalmente, si riferiscono al racconto ufficiale dell’11 settembre, indelebilmente impresso nella sua terrificante iconografia (che però tende a escludere la risposta scatenata dagli Stati Uniti in Medio Oriente nei due decenni successivi, una prolungata operazione genocida nota come “guerra globale al terrore”). Ciò che l’etichetta “nuovo 11 settembre” dovrebbe evocare, in realtà, è l’opposto di quanto i mass media lasciano intendere: e cioè che dall’11 settembre 2001 a oggi, le emergenze globali si susseguono senza soluzione di continuità affinché il proverbiale barattolo (il fallimento del sistema economico globale) possa essere calciato un po’ più in là.

Se cerchiamo un indizio rispetto a cosa potrebbe aver scatenato la più recente iterazione della crisi israelo-palestinese, potremmo iniziare dalle parole di Joe Biden dell’11 ottobre: ​​‘Quando il Congresso ritornerà, chiederemo loro di intraprendere azioni urgenti per finanziare le esigenze di sicurezza dei nostri partner strategici.’ Com’era prevedibile, aumentano le commesse per il warfare (inteso come deficit spending per la guerra), che aveva già spiccato il volo con i primi finanziamenti ucraini, funzionando così anche da moltiplicatore del PIL americano. Perché il mercato del debito è il primum movens, l’asse attorno a cui girano le cose di questo mondo, e dev’essere tenuto costantemente lubrificato. Il 19 ottobre, in un discorso dallo Studio Ovale trasmesso in prima serata, Biden ha messo i panni dell’imbonitore televisivo per dichiarare: ‘Hamas e Putin rappresentano minacce diverse, ma hanno questo in comune: entrambi vogliono completamente annientare una democrazia vicina… E continuano a farlo. E il costo e le minacce per l’America e il mondo continuano ad aumentare’. Da qui la richiesta di nuovi miliardi di dollari in pacchetti di emergenza destinati sia all’Ucraina che a Israele (ma anche alla sicurezza delle frontiere con il Messico e altre “crisi internazionali”). È un po’ come se ci stessero vendendo due guerre al prezzo di una – Joe Biden in versione Vanna Marchi.

Ricordiamo che dal marzo 2020 il debito pubblico USA è cresciuto di un sobrio 10 mila miliardi; eppure, considerata la condizione ormai catastrofica dell’obbligazionario, non ce n’è mai abbastanza, al punto che servono nuove crisi geopolitiche, a getto continuo, per innaffiare il sistema di liquidità. Ma nonostante l’innesco del nuovo fronte mediorientale muova miliardi, possiamo star certi che servirà presto qualcosa di ancor più devastante, da utilizzare come grimaldello per aprire i cancelli dello stimolo creditizio vero e proprio, di cui necessita innanzitutto il grande castello di carta ubicato a Wall Street.

Covid, Ucraina, Israele. Nonostante le diverse caratteristiche, in termini sistemici si tratta di emergenze intercambiabili lanciate in orbita con tempismo diabolico. Il comune denominatore della metanarrativa emergenziale, che il Covid ha inaugurato in grande stile, è sempre lo stesso: le crisi globali richiedono finanziamenti, ovvero alluvioni di liquidità che si spera abbiano lo stesso effetto del Quantitative Easing, specie su mercati obbligazionari che, come certifica Bank of America, stanno attraversando il più grande periodo ribassista di tutti i tempi. Per questo, chi dice che “la guerra è la miglior cura per il Covid” coglie nel segno (anche se il contrario potrebbe sempre tornare di moda). Le crisi geopolitiche globali, possibilmente dai tratti apocalittici, sono calamite che attraggono “denaro magico” nell’hic et nunc, nel tentativo, maldestro oltre che criminale, di rinviare il tracollo del sistema finanziario. Anche la sola minaccia di escalation militari o presunte attività terroristiche ha il potere taumaturgico di far sbocciare finanziamenti dal nulla. Occorre davvero comprendere che questi “grandi eventi” sono ormai, in primis, fenomeni di deterrenza finanziaria.

In occidente, stiamo tornando al vecchio manuale della “guerra al terrorismo”, come recentemente dimostrato in Francia e Belgio. Il direttore dell’FBI, Christopher Wray, ha subito emesso un annuncio ufficiale sull’aumento del rischio terrorismo su suolo americano. In realtà, la minaccia del “terrore jihadista” era stata rispolverata ben prima degli attacchi del 7 ottobre. Ad esempio quando, nel maggio 2023, il ministro degli Interni francese Gérald Darmanin si recò in visita ufficiale negli Stati Uniti per chiedere maggiore collaborazione dell’intelligence americana contro il ‘terrorismo islamico’, che, con incredibile lungimiranza, definì (maggio 2023) ‘la principale minaccia in Europa’. Un avvertimento ripetuto quasi testualmente il luglio scorso dalla corrispettiva ministra britannica Suella Braverman, che ‘ha identificato il terrorismo islamico come la principale minaccia interna del Regno Unito’, aggiungendo che ‘gli estremisti potrebbero utilizzare l’intelligenza artificiale per pianificare attacchi terroristici più sofisticati’. Questo è, in sintesi, il motivo per cui l’espansione della guerra dall’Ucraina al Medio Oriente, con il ritorno del grandguignolesco “terrorismo islamico”, era da tempo candidato principale al premio “Prossima Crisi”. Usato sicuro, déjà vu di un déjà vu.

Se adottiamo l’approccio morale, la verità dell’evento può essere riassunta con le parole di Amira Hass, che il 10 ottobre ha scritto su Haaretz: ​​‘In pochi giorni, gli israeliani hanno vissuto ciò che i palestinesi hanno vissuto come routine per decenni, e stanno ancora vivendo – incursioni militari, morte, crudeltà, bambini uccisi, corpi ammucchiati sulla strada, assedio, paura, ansia per i propri cari, prigionia, diventare bersaglio di vendetta, fuoco letale indiscriminato sia su persone coinvolte nei combattimenti (soldati) che chi non è coinvolto (i civili), costante inferiorità, distruzione di edifici, feste o celebrazioni rovinate, debolezza e impotenza di fronte a onnipotenti uomini armati e umiliazioni brucianti.’ In modo simile, ma politicamente più cauto, Slavoj Zizek ha dichiarato che ‘Hamas e gli estremisti israeliani sono due facce della stessa medaglia. La scelta non dev’essere tra una fazione fondamentalista o l’altra; la scelta è tra i fondamentalisti e tutti coloro che credono ancora nella possibilità di una coesistenza pacifica.’ Per quanto condivisibile, la critica moralistica rischia però sempre di scivolare in idealismo di superficie, buono magari per i salotti televisivi ma incapace di mettere a fuoco la differenza elementare tra oppressori e oppressi (o tra dominazione coloniale ed esclusione): la Palestina è da tempo ridotta a enorme campo di concentramento da uno stato colonizzatore che, essenzialmente, agisce come avamposto della politica estera statunitense, e insieme come diretta espressione degli interessi economici di lobby oligarchiche legate in particolare al complesso industrial-militare americano.

Se c’è chi sostiene che il governo di estrema destra di Bibi Netanyahu costituisce un grattacapo per l’amministrazione Biden, sarebbe più coerente osservare che il leader israeliano ha ricevuto il sostegno incondizionato degli Stati Uniti (e di tutti i governi satelliti occidentali). Ovvero armi, dollari, e tanta simpatia, conditi con la solita dose di propaganda. Joe Biden continua a fornire a Netanyahu un ingente e sofisticato supporto militare, più che sufficiente per quella che lo stesso leader israeliano ha da subito definito ‘una lunga guerra’ (in controtendenza con i classici blitz israeliani). Inoltre, com’è noto, gli Stati Uniti hanno posto il veto alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per sospendere le ostilità. La realtà è dunque nei fatti, come efficacemente riassunto da Miranda Cleland: ‘Piuttosto che chiedere un cessate il fuoco immediato, l’amministrazione Biden sta lavorando attivamente per fornire ulteriore copertura alle atrocità israeliane a Gaza.’ Copertura che potrebbe persino aiutare Netanyahu a rinsaldare la propria legittimità politica a dispetto dei tre capi d’accusa che pendono sulla sua testa.

Anziché limitarci a ripetere pedissequamente la filastrocca “ogni estremismo è sbagliato”, dovremmo dunque sottolineare come il genocidio attualmente perpetrato nella striscia di Gaza rappresenti il “cuore di tenebra” del fondamentalismo occidentale. Non dimentichiamo che solo nell’ultimo decennio numerosi attacchi contro i palestinesi avevano già causato migliaia di vittime, la maggior parte civili. Eppure, dovremmo sempre sentirci moralmente obbligati a condannare per primo il terrorismo di Hamas. E la resistenza palestinese ci va bene solo quando decidiamo noi che tipo di resistenza dev’essere; cioè passiva, ovvero per nulla resistente.

Diciamo allora che, rispetto all’eccidio in corso, qualsiasi opinione critica che ponga la pari responsabilità dei due estremismi viene articolata da una posizione di continuità con gli interessi del grande capitale, se non altro perché presuppone, più o meno segretamente, che i gestori di sistema siano in grado di ripristinare un qualche tipo di ordine geopolitico. Ciò che tale prospettiva non prende in considerazione è lo scenario opposto, e cioè che chi muove le leve del potere possa gestire questi eventi per mantenere il controllo su un modello socioeconomico ormai in palese decomposizione. Il difetto della critica moralistica, in altre parole, sta nell’ignorare che emergenze e massacri di massa globali fanno parte dell’inerzia implosiva del capitalismo contemporaneo; anzi, sono gli ingredienti principali di un macabro disegno di distruzione (in)controllata.

Dovrebbe ormai essere chiaro che tanto il capitale quanto i suoi grotteschi rappresentanti non provano che indifferenza rispetto alla quantità di dolore che infliggono all’umanità. In quanto pulsione anonima, il capitale non è che la cieca ripetizione della sua legge di movimento; definizione che qualifica non solo la compulsione interna all’auto-espansione del profitto, ma anche la determinazione esterna delle condizioni di possibilità di tale legge interna, tra cui 1) la fabbricazione/manipolazione di “crisi globali”, da far esplodere quando necessario; e 2) la repressione autoritaria del dissenso, dalla criminalizzazione dei “no-vax” alla repressione delle voci filo-palestinesi. Consciamente o inconsciamente, le élite sono l’espressione antropomorfica di ferrei imperativi sistemici. Sempre più schiacciato da un declino inarrestabile, l’occidente “democratico” rivela ancora una volta il suo vero volto – con l’ausilio della solita eterogenea manovalanza di cheerleader pseudo-intellettuali.

A questo proposito, i cani da guardia della “teoria del complotto,” sempre pronti a ringhiare contro chi non si allinea alla versione ufficiale, ignorano non solo che il complotto è un fatto storico comune a tutte le società, ma soprattutto che il potere della macchina sociale del capitale è ipso facto complottista. Menzogne ​​e propaganda sono parte integrante del modus operandi della globalizzazione capitalista, forma di universalismo tanto fasulla quanto violenta. La stessa modernità può dirsi iscritta a priori in una narrazione sociale oggettivata, “reificata”, programmata per ricreare le proprie condizioni di possibilità, indipendentemente dalle nefandezze necessarie a farlo. Secondo Hegel la storia del mondo è ragione [Vernunft] auto-causata e auto-realizzata[1]. Ebbene, questo processo di auto-causazione, di auto-produzione della storia delle civiltà – che il capitale incarna alla perfezione in quanto “auto-valorizzazione del valore” – non avrebbe luogo senza il governo segreto delle classi dominanti, indipendentemente da quanto controproducenti o deliranti possano poi rivelarsi le loro azioni. Meglio mettersi in testa che oggi l’imperativo dei funzionari del sistema-mondo è puntellare i presupposti finanziario-monetari di un modello socioeconomico in caduta libera. Visto da questa prospettiva critica, il controllo esercitato da singoli soggetti risulta indistinguibile dalla violenza oggettiva di sistema, così come il movimento del capitale è indistinguibile dai suoi pianificatori seriali. Per questo l’attuale guerra alle “teorie del complotto” è paragonabile alla guerra alle “eresie” nell’Europa medievale[2]. La sua principale funzione ideologica è tappare la bocca al pensiero critico, stigmatizzando qualsiasi domanda, dubbio, o convinzione che sia conflittuale rispetto alla narrazione ufficiale.

Il principale difetto degli approcci moralistici nei confronti dell’Ucraina o di Gaza è che perdono di vista la contraddizione chiave del sistema: il fatto che viviamo in un’epoca di emergenze globali compulsive, alle quali, in termini di logica sistemica, non può essere permesso di fermarsi. Dal punto di vista della riproduzione del nostro mondo, guerre e distruzioni difficilmente possono essere evitate, o addirittura messe in pausa. Siamo arrivati al punto per cui la discesa nella barbarie diventa elemento imprescindibile per la permanenza delle attuali relazioni capitalistiche. Il problema vero e urgentissimo da affrontare – sia filosoficamente che politicamente – è come intervenire nell’ineluttabile; come concepire interventi che non rimangano imprigionati nella perversa spirale del collasso in atto.

Sui media alternativi, il parallelo tra il 7 ottobre e l’11 settembre attinge alla loro comune “sindrome di Frankenstein”. Proprio come gli Stati Uniti sono stati colpiti dalla loro creatura da laboratorio allevata dalla CIA, Israele si troverebbe ora ad affrontare il contraccolpo di un “mostro” che i servizi di intelligence di Tel Aviv hanno alimentato per decenni, inizialmente con l’obiettivo di indebolire l’OLP (laica) di Yasser Arafat, e far naufragare la soluzione dei due stati indipendenti (Accordi di Oslo del 1993). Per quanto plausibile, questo parallelo risulta irrilevante se non lo inseriamo nel contesto profondo. La stessa “nebbia di guerra” alimentata dai media nasconde il motivo elementare del conflitto: il massacro è destinato ad espandersi a macchia d’olio in modo tale che lo stesso fenomeno espansivo possa interessare il denaro. Questa connessione tra credito e violenza è diventata il filo conduttore della storia del capitalismo. Negli ultimi anni, la decomposizione della nostra civiltà ha subito una tale accelerazione da mettere in secondo piano tutte le principali contrapposizioni geopolitiche. Oggi le emergenze planetarie devono susseguirsi a ritmo serrato perché i presupposti finanziari e monetari del sistema globalizzato stanno saltando. L’illusione di un’economia drogata di debito verrà dunque mantenuta in vita solo grazie a ulteriori sacrifici di “animali umani” – tanto per citare il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant (peraltro, tutti gli esseri umani sono, in senso stretto, “animali umani” – solo che alcuni sono decisamente più uguali di altri).

Quanto sopra non dovrebbe stupirci. Se la storia della modernità è costellata di macerie, il capitalismo è sempre stato un’“impresa bellica”. I suoi manager funzionali non hanno mai esitato a mandare milioni di esseri umani al macello per soddisfare le esigenze di sistema, insieme alle loro. Abbiamo forse già dimenticato i legami tra le élite finanziarie anglo-americane e la Germania nazista? JP Morgan & Co., Standard Oil, General Motors, Ford, Harrison Brown, Vickers-Armstrong e molti altri giganti del “mondo libero” finanziarono la resistibile ascesa al potere di Hitler e continuarono a investire capitali nella Germania nazista durante tutta la Seconda Guerra Mondiale (anche grazie alla mediazione della Banca dei Regolamenti Internazionali, la “banca centrale delle banche centrali” con sede a Basilea)[3]. Autobahns, bombardieri Stukas, sommergibili U-Boot, veleno Zyklon B, campi di sterminio, ecc. – tutti mostrano le impronte digitali dell’occidente. Questi banchieri, investitori, e amministratori delegati non erano solo mele marce in cerca di facili profitti; c’era molto più metodo nella loro folle brama. Lo stesso devastante metodo nascosto nel Trattato di Versailles che, come profetizzato da Thorstein Veblen già nel 1920[4], non era che un ‘bluff diplomatico’ inteso a fomentare il radicalismo in Germania, risparmiando di proposito i ‘proprietari assenti’ del paese (il suo ‘establishment imperiale’), e dunque contribuendo a ripristinare un ‘regime reazionario’ in vista della ‘continuazione dell’impresa bellica’. Non possiamo cogliere l’essenza della modernità se la scolleghiamo dalla potenza di fuoco del capitale inteso come disordine sociale compulsivo, che oggi – ribadiamo il punto centrale – viene sciorinato senza soluzione di continuità per evitare che emerga il marcio, la bancarotta di sistema.

Il potenziale distruttivo dell’odierno “capitalismo emergenziale” è immenso. L’architettura sociale del sistema produttore di merci – che, come scrisse Walter Benjamin più di un secolo fa, è in realtà un culto religioso, tale appunto da richiedere sacrifici umani – attraversa oggi la sua fase terminale; al punto che solo gli eccidi delle “guerre giuste” possono nascondere il fallimento del suo modus operandi. Le “guerre giuste” dell’occidente “democratico” continuano (a fatica) a ergersi a rappresentanti del Bene contro presunti nemici che, quando reali, l’occidente ha consapevolmente allevato, o prodotto attraverso un’incessante oppressione sistemica. E questi nemici non mancano mai, anche perché l’oppressione non si è mai fermata. Ma è fondamentale rendersi conto che queste guerre funzionano come calamite per la creazione di credito. Vengono cioè attivate ​affinché quantità sempre crescenti (e mai sufficienti) di liquidità elettronica, creata al computer, possano essere immesse nel sistema drogato di debito. È inutile girarci intorno: oggi più che mai i leader politici, le organizzazioni militari, le forze di intelligence e di controspionaggio che coordinano gli eventi bellici sono tutti “prezzati” come merci nel mercato del grande capitale.

Al 18 ottobre 2023, l’importo totale di dollari in circolazione nel mondo intero ammonta a 2.3 mila miliardi, mentre il debito nazionale degli Stati Uniti ha superato i 33 mila miliardi, ed è ampiamente fuori controllo. Anche solo intuitivamente, questo dato dovrebbe dirci che stiamo danzando su una polveriera: una crisi di liquidità che, per essere posticipata, esige un aumento esponenziale del debito, ovvero della causa medesima del problema. Inoltre, quando si aumenta il costo del debito – come la Federal Reserve ha fatto dal marzo 2022 (primo rialzo dei tassi d’interesse) – senza poterlo ripagare, si devono giocoforza trovare motivi (capri espiatori) per creare liquidità sintetica (attraverso la banca centrale quale “prestatrice di ultima istanza”), almeno per coprire il servizio di quel debito. Il paradosso del nostro tempo è che la vita sociale è ostaggio di un sistema di sfruttamento socioeconomico basato su montagne di titoli di debito tossico che possono solo continuare a lievitare, con tutto ciò che ne consegue in termini di caos e distruzione. Come ho discusso nei miei articoli precedenti su La fionda, la crescita dell’economia reale oggi non può più neppure sognarsi di colmare il divario con l’indebitamento strutturale, poiché tale crescita è sempre più schiacciata dalla produttività tecnologica; mentre le entrate fiscali, in questo contesto, non hanno nulla a che vedere con alcuna ipotesi di crescita. Al momento, nessun altro evento al mondo genera più denaro della guerra (incluse le guerre epidemiologiche). Ciò conduce a una macabra conclusione: il rischio finanziario – oggi particolarmente acuto nei mercati obbligazionari – può oggi essere misurato non solo in valute fiat, ma anche in vite umane.

La coreografia da Truman Show in cui ci troviamo a vivere ci nasconde la permanente insolvenza di sistema. Quest’ultima può essere visualizzata come uno tsunami di margin calls che annienterebbe il settore finanziario e l’economia reale in un colpo solo. Per questo motivo l’unica vera domanda che conta oggi è la domanda di misure monetarie di emergenza, vale a dire la creazione (inflazionistica) di masse di denaro elettronico da immettere nell’architettura finanziaria per rinviare un catastrofico congelamento di liquidità il cui potenziale devastante, tuttavia, tali iniezioni monetarie non fanno che peggiorare. Ma queste cose non finiscono nelle prime pagine dei giornali, o nei dibattiti televisivi. Si preferisce attendere il crac per poi dirsi sorpresi che sia successo.

È altrettanto significativo che negli Stati Uniti si registra un numero record sia di senzatetto che di forza lavoro inattiva (che non cerca più lavoro). Dal 2020 gli inattivi ammontano a circa 100 milioni di adulti (contro 161 milioni di occupati o in cerca di lavoro), e sono in crescita del 58% rispetto al 1990. Inoltre, il 36% degli americani non possiede risparmi, e un altro 19% ha meno di 1.000 dollari da parte. Se mettiamo questo quadro desolante sullo sfondo dello spietato orologio del debito americano, il motivo per cui il nostro “sistema di crescita” sta sponsorizzando non solo il “basso consumo energetico” (capitalismo verde), ma anche guerre a getto continuo, dovrebbe esserci chiaro.

Stiamo ora entrando in acque davvero agitate – letteralmente. È probabile che alcune tra le principali rotte marittime siano influenzate dall’espansione del conflitto in Medio Oriente, il che significa che commercio e materie prime (compresa l’energia) sono a rischio di colli di bottiglia – un acceleratore sicuro per la recessione. È altrettanto possibile che presto, vista la pressione che continua a subire, l’Iran minacci di chiudere lo stretto di Hormuz – la principale arteria di transito per il commercio di petrolio e di gas a livello mondiale – innescando un effetto domino in grado di mettere il turbo alla crisi, e spalancare le porte alla (tanto attesa) recessione globale. Come nel caso del Covid, questa situazione costringerebbe le banche centrali a stampare denaro in modalità Lo Turco (dal celebre film con Totò La banda degli onesti), ovviamente usando la guerra come capro espiatorio. Il presidente della Banca Mondiale Ajay Banga ha già definito l’attuale nuovo conflitto uno “shock economico globale”. Senza cattive notizie, insomma, è probabile che i tassi rimangano higher for longer (secondo la ricetta di Jerome Powell); tuttavia, più a lungo rimarranno alti, più probabile sarà un evento creditizio. A oggi, le perdite “non realizzate” delle banche statunitensi, relative a portafogli obbligazionari conservati fino a scadenza, sono da record storico: 650 miliardi di dollari. Si tratta di obbligazioni detenute nei bilanci delle banche che, sulla base dei tassi di interesse attuali, generano perdite non ancora contabilizzate. Forse questa spada di Damocle ha qualcosa a che fare con ‘i tagli silenziosi di migliaia di dipendenti operati dalle grandi banche’; forse c’è una connessione tra i massicci licenziamenti di Bank of America e le sue monumentali perdite “non realizzate” di 131,6 miliardi di dollari. Ma ciò che conta davvero è che un intero ecosistema finanziario garantito dai titoli del Tesoro USA (Treasury Bills) si trova ora esposto a una mega margin call interplanetaria. E forse tutto ciò ha qualcosa a che fare con il tempismo del “nuovo 11 settembre”.

Gaza, come il Donbass, era una bomba a orologeria pronta a esplodere. Non è forse legittimo chiedersi come mai Israele, uno Stato basato letteralmente sull’intelligence e sulla sicurezza (Mossad e Shin Bet), si sia fatto sorprendere da soldati di Hamas entrati nel suo territorio via terra, mare, e aria (con parapendii motorizzati)? La storia della facile violazione del “sistema di sicurezza senza pari” di Israele suonerà a molti altrettanto assurda di altre “storie ufficiali” che ci sono state raccontate negli ultimi tempi, e in ogni caso dal 22 novembre del 1963. Naturalmente, un simile attacco non deve per forza di cose essere un false flag. Più realisticamente, può essere consentito o facilitato. Ma indipendentemente dalle modalità dell’attacco, rimane la realtà del caos e della destabilizzazione, che se solo ampliamo lo sguardo sul contesto implosivo del nostro mondo non possono non apparire gestiti dall’alto.

Fondamentale per il corretto funzionamento ideologico dello scenario di emergenza è la sconvolgente rappresentazione mediatica dell’orrore. La narrazione ufficiale deve insomma potersi condensare in poche immagini di indicibile ripugnanza, il cui scopo immediato è quello di sgombrare il terreno da qualsiasi dubbio o opposizione circa la liceità di una ritorsione “proporzionata”, come appunto quella di Israele nella striscia di Gaza. Per comprendere l’uso ideologico dell’orrore potremmo ricorrere al concetto kantiano di sublime, sviluppato dal filosofo di Königsberg nella Critica del giudizio alla fine del XVIII secolo: un’esperienza estetica talmente soverchiante da trascendere sia le forme sensibili di riferimento che le nostre capacità intellettuali. Il sublime ci mette di fronte a un livello di disordine tale da rendere vano qualsiasi tentativo di contenerne o organizzarne il senso in termini mentali. Mi pare indiscutibile che i media abbiano sviluppato la capacità perversa di utilizzare il sublime, in termini negativi, come “rappresentazione dell’irrappresentabile”. Che si tratti dei voli di linea dirottati sulle Torri Gemelle, delle efferate azioni dell’Isis, dei camion di Bergamo carichi di bare a inizio “pandemia”, della carneficina di Bucha, o del massacro del kibbutz israeliano “con 40 bambini decapitati”, siamo di fronte a quelli che potremmo chiamare UMO, Unidentified Media Objects. Che siano vere, parzialmente vere o false, la loro missione – tecnicamente facilitata nell’epoca dei deepfakes – è strumentalizzare l’essenza mostruosa e immane del reale che, secondo la celebre definizione di Kant, ‘supera ogni misura dei sensi’[5]. Il potere dell’informe – come appunto la notizia dei 40 bambini israeliani decapitati, lanciata e poi misteriosamente ritirata dalle cronache – non sta tanto nel commuoverci, ma nel costringerci a sospendere il giudizio critico e accettare la versione ufficiale dei fatti. Mi sembra allora legittimo chiudere con una celebre citazione attribuita a Malcolm X: ‘Se non stai attento, i giornali ti faranno odiare le persone che vengono oppresse, e amare le persone che opprimono.’


[1] GWF Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto (Roma: Laterza, 1999), pp. 265-66.

[2] Cfr. D. Coady, ‘Conspiracy Theory as Heresy’, in Educational Philosophy and Theory, 55:7, 2021, pp. 756-759.

[3] A. Lebor, Tower of Basel: The Shadowy History of the Secret Bank that Runs the World (New York: PublicAffairs, 2014).

[4] T. Veblen, ‘Review of John Maynard Keynes, The Economic Consequences of the Peace’, in Political Science Quarterly, 35 (1920), pp. 467-472.

[5] Immanuel Kant, Critica del giudizio, Torino, UTET, 2013, p. 204.

da qui

venerdì 3 febbraio 2023

The Crumbling United States of America

E l’assassinio razzista di Tyre Nichols

Tyre Nichols è stato assassinato da 5 poliziotti a seguito di un controllo di polizia nel traffico. I poliziotti erano tutti neri e qualcuno dirà cosa ci azzecca il razzismo?

Per mettere a fuoco la questione dovremmo riferirci ad alcune osservazioni di Malcom X.

Malcom X scriveva:

<<Per capire bisogna tornare alle definizioni… sui due tipi di negro che c’erano durante la schiavitù: il negro da cortile (house Negro) e il negro dei campi (field Negro). Il negro da cortile viveva insieme al padrone, lo vestivano bene e gli davano da mangiare cibo buono, quello che restava nel piatto del padrone. Dormiva in soffitta o in cantina, ma era sempre vicino al padrone e lo amava molto di più di quanto il padrone amasse se stesso. Si identificava col padrone più di quanto questi non s’identificasse con se stesso… abbiamo ancora fra i piedi parecchi di questi nigger da cortile. La versione moderna di questo servo ama il suo padrone e vuole vivere vicino a lui. Pur di fare ciò è disposto a pagare affitti tre volte superiori per poi andare in giro a vantarsi: “Sono l’unico negro qui!”, “Sono l’unico negro in questa scuola!…

Cosa ci daranno nel 1965? Ho letto poco fa che hanno deciso di far entrare un negro nel governo. Tutti gli anni adoperano un nuovo trucco: prenderanno uno dei loro servitori negri, lo faranno membro del governo in modo che possa passeggiare per Washington fumando il suo bravo sigaro, che avrà da una parte il fuoco e da quell’altra un fesso. Siccome i problemi personali di questo tale saranno stati risolti in modo molto soddisfacente, dirà ai nostri fratelli: “Guardate un po’ che progressi stiamo facendo! Io sono qui a Washington, vado a prendere il tè alla Casa Bianca. Sono il vostro portavoce, il vostro leader”.>>

Anche Obama è nero, figlio di un immigrato Kenyota che, dopo la laurea conseguita negli Stati Uniti (grazie alle borse di studio concesse dal presidente Kennedy ai giovani talentuosi delle borghesie africane che si liberarono dal giogo del colonialismo britannico), tornó in Kenia dove scrisse poi il libro “Il socialismo africano e la sua applicabilità alla pianificazione in Kenya”. Poi Obama figlio da Presidente degli Stati Uniti ha bombardato Somalia e Libia. Così il primo presidente nero degli Stati Uniti passa alla storia come il primo presidente nero americano a bombardare l’Africa!

E lo fa perchè Obama rappresentava e rifletteva le necessità impersonali del vecchio colonialismo che ancora, nella modernità, continua a saccheggiare l’Africa, per tentare di continuare ad imporre ai suoi popoli il ruolo subalterno e sottomesso alla produzione del valore capitalista imperialista.

Allora, torniamo alla questione: che i poliziotti sono neri cambia la sostanza del pestaggio razzista che ha causato la morte del giovane Tyre Nichols?

Certamente no!

D’altronde con assoluta ragione, Malcolm X ne dá una spiegazione partendo dal regime schiavista che applicava capitalisticamente una appropriata divisione del lavoro per le necessità della impresa operante nella piantagione capitalista che possedeva: il negro da cortile e il negro del campo. Con questa affermazione egli darebbe spunto al comunista di oggi per una ripresa di analisi seria, ma ahimè egli (Malcolm) rimane inascoltato da orecchie eurocentriche che non possono sentire.

Vogliamo approfondire? Malcolm X dà uno sguardo al suo oggi (che è più di 60 anni fa, un epoca), dove il negro da cortile si è integrato con la capacità dello sviluppo storico della accumulazione, dunque attraverso il sogno americano, capace di piegare e sussumere alle sue necessità non solo i negri da cortile, bensì anche gli esclusi neri sfruttati.

Il “nigger” generico, dice Malcolm X vuole rivendicare la sua appartenenza al mercato come produttore, secondo le bianche regole del capitalismo razziale. Dice “è pure disposto a pagare affitti più alti” per vivere nella suburb della middle e working class bianca. Questa è storia che vive nel presente, con la sua ricaduta antropologica profonda nei rapporti economici e sociali.

Quello che riesce ad “integrarsi” si eleva a “rappresentante”.

Malcolm X scriveva “il negro da cortile vuole bene al padrone più di quanto il padrone amasse se stesso”.

Detto e fatto i neri in quanto tali, bravi ed operosi, indipendentemente se sono sfruttati o hanno avuto accesso all’ascensore sociale reso possibile da un lungo ciclo dello sviluppo della accumulazione passato, “guardano alla produzione del valore”, ne più, nè meno di quanto l’operaio guarda alle necessità del valore sottomesso e sussunto dal processo di produzione immediato e sociale che lo determina e che con il suo movimento riproduce le condizioni proletarie dell’esistenza.

Tant’è che a questa stregua abbiamo avuto il primo presidente nero, votato dai neri che poi ha bombardato l’Africa.

Questo cambia la sostanza generale capitalista del razzismo – sistemicamente intrecciati reciprocamente, cambia questa sostanza delle sue istituzioni determinate quando i poliziotti ad ammazzare sono anche essi degli afroamericani?

È di questo che si sta parlando. Ebbene se si sta parlando di questo non vi è alcuna domanda che richiede una diversa risposta da parte mia. Già Malcom X ha spiegato, ma non solo lui anche Frantz Fanon, perchè anche parte dei razzializzati si adeguano al razzismo del modo di produzione capitalistico contro se stessi. Così come parte delle donne sono misogene, giustificano la violenza di genere e difendono i valori patriarcali del capitalismo democratico liberale contro altre donne e contro se stesse.

Ora non possiamo girarci intorno, questo è il punto determinante della questione. Tutte queste vicende vengono commentate per smontare la critica teorica di fondo, che è: il capitalismo non poteva fondarsi senza il colonialismo, la schiavitù e il razzismo, il suo sviluppo non risolve queste contraddizioni semmai le amplifica. Tutto quanto viene commentato al riguardo di fatti simili punta a mistificare questa realtà.

Non c’è elemento di sinistra (comunista, marxista o anticapitalista) che non inciampa dolosamente su questo punto.

Ci sono comunisti del socialismo hegeliano che spiegano il razzismo come il risultato del razzismo di stato, per negare che esista non solo quello dell’operaio bianco, ma anche per negare che talvolta l’immigrato inserito nella produzione guarda agli altri immigrati “irregolari” come concorrenti sul mercato del lavoro, cedendo al “luogo comune sociale diffuso” razzista, che li porta poi a schernirli definendoli <<crumiri>> della lotta di classe.

Ma il termine <<crumiro>> ha un significato razzista fin dalla sua origine. Il colonialismo francese nell’800 conió questo termine contro gli arabi tutti del Nord Africa colonizzato, poi il movimento socialista europeo ed italiano lo fece proprio sul finire dell’800 quando l’immigrazione intra europea metteva in concorrenza sul mercato della forza lavoro gli operai autoctoni con quelli immigrati da altre nazioni europee o dall’Irlanda in Inghilterra.

Un altro tipo di comunisti, durante la George Floyd Rebellion, si sono sforzati di fornire statistiche che rilevano che la maggior parte dei neri ammazzati lo sono per mano di altri neri e solo una piccola parte per mano della polizia. Che si trattasse di guardare a quella rivolta giovanile multirazziale contro il razzismo dal punto di vista di un astratto programma e coscienza di classe, concludendo che tutto sommato si fosse in presenza di una protesta cittadinista del ceto medio black dimenticato a vivacchiare nel degrado e dalla criminalità (dei neri) dei loro quartieri, che si fosse in presenza di una mera protesta dei settori intermedi delle comunità black volta a richiedere sicurezza e polizia più umana.

Dunque, per tutti costoro e soprattutto per chi rappresenta gli interessi e le necessità del mercato, se il poliziotto ad ammazzare un nero è esso stesso nero, ció non costituirebbe razzismo.

Tutti quanti gli eurocentrici (tra chi difende il capitalismo e chi lo vorrebbe combattere) forniscono i dati reali dell’elettorato nero ed ispanico che mostrano che una buona fetta di questi neri ed ispanici hanno votato o voterebbero per Trump. Il tutto per dire che solo la divisione del lavoro e l’appartenenza ad una classe o all’altra conta, in sostanza il razzismo non c’è o se esiste è solo per qualche residuo culturale del lungo passato. Basterebbe, secondo costoro, una indistinta lotta di classe, rispetto alla quale i razzializzati dovrebbero assumere questo orizzonte come punto di vista, non curanti del razzismo che attraversa l’intera società. È ovvio che questa è una conclusione idealistica del socialismo hegeliano, ma il capitalismo reale è un’altra cosa che determina altro negando il libero arbitrio delle coscienze.

È il razzismo sistemico del modo di produzione capitalistico che ha scatenato la violenza omicida di quei vinque poliziotti, e va ribadita la necessità teorica rivoluzionaria di affermarlo per una critica comunista al modo di produzione capitalistico.

Non perchè questo blog pensa che un movimento antirazzista farà crollare il capitalismo.

Perchè, viceversa, ogni lotta o critica antagonista al modo di produzione capitalistico alla fine tende a rimuovere – <<per forza storica e di inerzia antropologica>> – il razzismo, nascondendolo sotto il tappeto il del “privilegio bianco” (se ne capiamo il significato), ossia di quel salario sociale di vantaggio che i poveri contadini e disoccupati Europei, con le loro valige di cartone, seppur discriminati, ne hanno tratto storicamente vantaggio attraverso la segregazione dei neri emigrando negli Stati Uniti e nell’oppressione imperialista dei popoli colorati per tutto un ciclo storico, che ha consentito il procedere della segregazione degli ex schiavi fin qui.

È importante ribadirlo criticamente e con coraggio, al di fuori delle semplificazioni ideologiche, eurocentriche e da socialismo hegeliano, perchè la difesa del privilegio della <<bianchezza>>, ossia della appartenenza al sistema strutturale e di valori del colonizzatore storico, è l’ultimo feticcio con cui l’uomo capitalistico si aggrappa reazionariamente mentre il mondo intorno vacilla, si crepa, ondeggia e inizia a dare segni di cedimento per suo moto proprio ed in virtù dei meccanismi deterministici svelati dalla legge del valore di Marx. E con questo scricchiolare anche la stessa torre d’avorio del <<privilegio bianco>> è destinata a sbriciolarsi proprio per le stesse leggi del moto della crisi della produzione del valore.

Allora, il giovane Tyre Nichols, afroamericano di 29 anni, è stato ucciso o no dalla mano impersonale del razzismo sistemico?

Tyre Nichols è stato ucciso dal razzismo sistemico del capitalismo.

da qui

martedì 31 agosto 2021

Gli Usa sono il Paese più terrorista del mondo

La definizione di terrorismo per la Treccani è la seguente: “L’uso di violenza illegittima, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività organizzata e a destabilizzarne o restaurarne l’ordine”.


Introduzione

Seguendo la definizione  citata proverò a dimostrare che gli Stati Uniti d’America sono il Paese più terrorista della storia (va da sé che quando si parla di Usa si intende chi detiene il potere, non i singoli abitanti).

 

En passant ricordiamo che un Paese considerato moderno, civile e occidentale, Israele, ha come elemento fondativo del suo Stato il terrorismo (leggi, per esempio, qui: https://comedonchisciotte.org/i-massacri-del-terrorismo-sionista-che-fondarono-israele/ e qui  http://www.bocchescucite.org/il-patrimonio-terrorista-del-sionismo-di-bradley-burston/); e non sarà un caso che Usa e Israele sono alleati d’acciaio (o di piombo), e che chi non è d’accordo con le politiche di quei governi siano apostrofati non come oppositori, ma come antisemiti o antiamericani.

 

Gli Stati Uniti d’America, che spesso si autoproclamano antagonisti dei fondamentalisti nel mondo, sono attraversati al loro interno da fondamentalismi, come quello cristiano, a partire dal XIX secolo (vedi https://www.uaar.it/libri/fondamentalismo-cristiano-negli-stati-uniti-d-america/); dal che si deduce che la realtà è che gli Usa combattono i fondamentalismi diversi dai loro.

 

 

1 – Il terrorismo verso i nativi americani



I primi a subire il terrorismo degli Usa sono stati i nativi americani, quasi completamente sterminati (vedi anche il libro di Giorgio Stern  https://www.labottegadelbarbieri.org/tribu-indiane-capitale-proletari-nella-storia-del-nord-america-giorgio-stern/)

Molti sono stati costretti in riserve, con alcool e case da gioco; fra i rimasti, quelli dell’American Indian Movement la stanno pagando cara, la storia di Leonard Peltier dice tutto (https://www.conoscenzealconfine.it/leonard-peltier-da-40-anni-in-prigione-lindiano-damerica-che-difendeva-il-suo-popolo/  e  https://www.pressenza.com/it/2021/08/leonard-peltier-il-presidente-del-parlamento-europeo-chiede-la-sua-liberazione/ )

Gli Usa, nei confronti dei nativi, hanno usato, e continuano ad usare, violenza illegittima, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività organizzata e a destabilizzarne l’ordine, cioè sono stati  terroristi.

A proposito vi ricordate cosa accadde durante la premiazione degli Oscar del 1973, quando Marlon Brando aveva vinto per la sua interpretazione ne “Il Padrino” ? (nota 1)

 

 

2 – Il terrorismo verso gli schiavi neri

 

    


(ecco tre avvisi/taglie per recuperare i neri  e le nere schiave fuggiti dalle piantagioni, certe volte il ricompensa era dead or alive, si pagava anche se moriva, un avvertimento per gli altri)

Visto che i nativi erano indisponibili a fare gli schiavi, i territori che facevano parte e avrebbero fatto parte degli Stati Uniti d’America iniziarono a (im)portare dall’Africa milioni di neri e comprarli come fossero bestie, venduti in aste e in catene, per usarli come schiavi.

Segnalo alcuni libri e un film per ricordare o sapere cosa significa(va) la schiavitù.

https://stanlec.blogspot.com/2021/06/amatissima-toni-morrison.html

https://www.labottegadelbarbieri.org/12-anni-schiavo-steve-mcqueen/

https://stanlec.blogspot.com/2018/09/la-ferrovia-sotterranea-colson-whitehead.html

https://stanlec.blogspot.com/2017/02/un-conto-ancora-aperto-quanto-valgono.html


Gli Usa, nei confronti dei neri schiavi, hanno usato violenza illegittima, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività, gli schiavi, che per le loro leggi dell’epoca era una razza inferiore, cioè sono stati terroristi.

 

 

I primi a subire il terrorismo degli Usa sono stati i nativi americani, quasi completamente sterminati (vedi anche il libro di Giorgio Stern  https://www.labottegadelbarbieri.org/tribu-indiane-capitale-proletari-nella-storia-del-nord-america-giorgio-stern/)

Molti sono stati costretti in riserve, con alcool e case da gioco; fra i rimasti, quelli dell’American Indian Movement la stanno pagando cara, la storia di Leonard Peltier dice tutto (https://www.conoscenzealconfine.it/leonard-peltier-da-40-anni-in-prigione-lindiano-damerica-che-difendeva-il-suo-popolo/  e  https://www.pressenza.com/it/2021/08/leonard-peltier-il-presidente-del-parlamento-europeo-chiede-la-sua-liberazione/ )

Gli Usa, nei confronti dei nativi, hanno usato, e continuano ad usare, violenza illegittima, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività organizzata e a destabilizzarne l’ordine, cioè sono stati  terroristi.

A proposito vi ricordate cosa accadde durante la premiazione degli Oscar del 1973, quando Marlon Brando aveva vinto per la sua interpretazione ne “Il Padrino” ? (nota 1)

 

  

 

3 – Il terrorismo verso gli abitanti di Hiroshima e Nagasaki

 

http://www.ossin.org/rubriche/19-inchieste/1811-cinque-domande-per-capire-la-verita-sugli-attacchi-terroristi-contro-hiroshima-e-nagasaki

https://it.wikipedia.org/wiki/Bombardamenti_atomici_di_Hiroshima_e_Nagasaki


Nei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki gli Usa hanno usato violenza illegittima, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività organizzata e a destabilizzarne l’ordine, cioè sono stati terroristi.

 

 

4 – Il terrorismo verso Stati sovrani

Gli Usa – tramite le forze armate e la CIA – è intervenuto in Iran, nel 1953, in Indonesia, nel 1965, in Ghana, nel 1966, Corea 1950-53, Vietnam 1953-75, Repubblica Domenicana 1965, Grenada 1983, Libia 1986, Panama 1989-1990, Iraq 1990-1991, Somalia 1992-1994, Haiti 1994, Bosnia 1995, Kosovo 1999, Afghanistan 2001-2021 (?), Yemen 2002-2010, Iraq 2003-2011, Libia 2011, Siria 2014-2015   (un elenco parziale, a puro titolo di esempio; pensateci e aggiungete voi Cile, Guatemala e…)

Dunque gli Usa hanno usato, e continuano ad usare, violenza illegittima, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività organizzata e a destabilizzarne l’ordine, cioè sono stati, e sono, terroristi.

per ricordarlo:

https://it.wikipedia.org/wiki/Operazione_Ajax

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-memoria_i_colpi_di_stato_appoggiati_dagli_stati_uniti_in_america_latina_dal_1948_ad_oggi/82_27279/

https://www.agoravox.it/Golpe-tutti-i-paesi-rovesciati-da.html

https://www.marx21.it/storia-teoria-e-scienza/storia/il-genocidio-indonesiano-del-1965/

http://aurorasito.altervista.org/?p=15533   colpo di Stato in Ghana, nel 1966, contro il dottor Kwame Nkrumah

https://www.agoravox.it/Golpe-tutti-i-paesi-rovesciati-da.html

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-memoria_i_colpi_di_stato_appoggiati_dagli_stati_uniti_in_america_latina_dal_1948_ad_oggi/82_27279/

https://it.wikipedia.org/wiki/Operazione_Condor

Se qualcuno si chiede come mai l’Africa è troppo spesso un disastro politico, economico, civile, culturale, militare basterebbe vedere le politiche palesi, e occulte degli Usa, e degli Stati europei (Francia e Belgio in primis), in ogni parte del continente africano.

Qualcuno potrebbe anche chiedersi se i Paesi non allineati – Indonesia, Jugoslavia, Egitto – abbiano pagato quel non essere allineati: la risposta è sì, chissà se gli Usa hanno avuto qualche ruolo. Per esempio in Indonesia ci fu (almeno) un milione di morti ammazzati, dopo il colpo di stato del 1965-66 (leggi qui)

 

 

5 – Il terrorismo verso le persone nere, fino ad oggi

 

dopo la formale eliminazione della schiavitù, dopo la guerra “di secessione”, i neri sono sempre stati trattati da persone di serie B, anzi di serie Z.

nel 1955 essere nero, soprattutto negli Stati del Sud era molto pericoloso: la storia di Emmett Till lo ricorda ancora: https://www.labottegadelbarbieri.org/63150-2/

almeno un paio di film e un libro per ricordarlo:

https://www.labottegadelbarbieri.org/13th-xiii-emendamento-ava-duvernay/

https://www.labottegadelbarbieri.org/selma-la-strada-per-la-liberta-ava-duvernay/

https://www.labottegadelbarbieri.org/tra-me-e-il-mondo-ta-nehisi-coates/

se non bastassero le statistiche (https://www.giornalettismo.com/violenza-polizia-usa-neri-statistiche/) potreste chiedere, ad esempio, ad Adam ToledoSandra Bland e Tamir Rice–  se fossero vivi – come mai i neri (tutti) hanno terrore della polizia.

 

Gli Usa, hanno usato, e continuano ad usare, violenza illegittima, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività (i non bianchi) cioè sono stati, e sono, terroristi

 

 

 

5 – Il terrorismo verso le Pantere Nere, Martin Luther King, Malcolm X, ecc. ecc.

 

E come il potere Usa si è comportato con le Pantere nere?

leggete il programma delle Pantere Nere, oggi diremmo che è un programma quasi socialdemocratico (ma gli Usa aborriscono le parole che iniziano con social…)

https://stanlec.blogspot.com/2017/05/10-punti.html

https://www.labottegadelbarbieri.org/15-ottobre-1966-le-pantere-nere/

un grandissimo e giovanissimo leader, Fred Hampton, fu ammazzato nel sonno dai militari Usa, senza regolare processo.

http://www.misteriditalia.it/terrorismo-internazionale/usa-nemicointerno/integralismo-nero/bpp/PANTERENERE(Uccidetelepanterenere).pdf

 

e avete mai saputo perché i neri hanno  cognomi da bianchi? (nota 2)

 

Gli Usa, hanno usato, e continuano ad usare, violenza illegittima, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività (gli afroamericani) cioè sono stati, e sono, terroristi.

 

 

6 – Colpisci e terrorizza

 

Shock_and_awe (colpisci e terrorizza) è da molti, troppi, anni la strategia degli Usa nel mondo.







Gli Usa, hanno usato, e continuano ad usare, violenza illegittima, finalizzata a incutere terrore nei membri di molte collettività (nel medio Oriente soprattutto Iraq, Iran, Afghanistan) cioè sono stati, e sono, terroristi.

 

Perchè Julian Assange è il nemico pubblico numero 1 degli Usa (ma anche Edward Snowdwn, fra quelli che ancora sono vivi)?

Il motivo è semplice. Nella fiaba I vestiti nuovi dell’Imperatore Hans Christian Andersen racconta di un bambino che ha il coraggio di esclamare a voce alta che l’imperatore, è nudo. Assange ha raccontato e documentato che gli Usa sono terroristi e questo è intollerabile per l’Impero.

Che crepino in cella, Assange come Peltier, di solitudine e pazzia.

 

 

7 – Come mai il paese più terrorista del mondo viene percepito come un paese tranquillo e buono, un paese che ha sempre ragione?

Dopo la forza delle armi, c’è un’altra risposta:

Hollywood e la diffusione nel mondo della bellezza dell’american way of life.

 

Il cinema ha colonizzato le menti degli spettatori ignoranti dei fatti (quasi tutti), a partire da “Nascita di una nazione”, di D.W. Griffith, del 1915 (il Ku Klux Klan trasse nuova linfa dal film), passando per tutti i film di cowboys e indiani, e sulla frontiera (gli indiani, i nativi, erano, e sono, pessimi, i coloni brave persone; se ci pensate è la narrazione israeliana, uguale, i palestinesi, i nativi, erano, e sono, pessimi, i coloni brave persone).

Chi non ha visto un film nel quale gli indiani sono delle pessime persone?

Ma a partire dagli anni ’60 e sopratutto ’70 gli indiani iniziano a venire rappresentati anche in modo diverso, vi ricordate “Piccolo grande uomo”?

Anche la guerra in Vietnam non fece bella figura al cinema, per colpa di qualche regista indipendente e coraggioso.

Vorrei dire invece di Zero Dark Thirty, di Kathryn Bigelow, del 2012 (criticato dalla CIA, leggi qui). Ammesso, e non concesso (vedi qui), che Bin Laden fosse ancora vivo nel 2011, il fatto che per ammazzarlo, in Pakistan (che fosse lui o un suo sostituto adesso non è importante) sia stata sufficiente un’operazione di intelligence, con elicotteri e marines, chi vede il film avrà la dimostrazione che l’invasione dell’Afghanistan, la guerra e il “ritorno al futuro” dei talebani siano stati totalmente inutili, dannosi, e non necessari. con centinaia di migliaia di morti in mezzo, se, come adesso dicono, Biden per primo, il loro obiettivo, degli Usa (e anche dei loro alleati, vogliamo pensare), era Bin Laden, non la costruzione di una nazione libera e democratica.

Quando alla CIA non piace un film è un buon segno, per quel film.

 

 

8 – C’è una via d’uscita al terrorismo?

la risposta è no, fino a che i governi occidentali non cominceranno a rifiutarsi di essere complici del terrorismo Usa, e quindi la risposta è no.

 


 

(nota 1)

Littlefeather (non) riceve l’Oscar per Marlon Brando, nel 1973:




Il discorso scritto da Marlon Brando, per la serata cerimoniale degli Oscar (1973)

Per 200 anni abbiamo detto alle popolazioni indiane, che combattono per la loro terra, la loro vita, le loro famiglie e il loro diritto di essere liberi: “abbassate le vostre armi, amici miei, e allora noi resteremo insieme. Solo se abbasserete le vostre armi, amici miei, allora noi potremo parlare di pace e giungere ad un accordo che sarà buono per voi.“

Quando loro abbassarono le armi, noi li abbiamo sterminati. Gli abbiamo mentito. Li abbiamo traditi e gli abbiamo rubato le loro terre. Li abbiamo fatti morire di fame fino a fargli firmare accordi fraudolenti, che noi chiamiamo trattati, che non abbiamo mai mantenuto. Li abbiamo trasformati in mendicanti in un continente che ha dato loro la vita da sempre. E da qualsiasi interpretazione si dia della storia, per quanto contorta, non abbiamo agito in modo giusto. Non siano stati né rispettosi né giusti: abbiamo attaccato i loro diritti, abbiamo preso tutto quello che possedevano, abbiamo preso le loro vite quando loro stavano cercando di difendere le loro terre e la loro libertà, abbiamo trasformato le loro virtù in crimini e i nostri vizi in virtù.

Ma c’è una cosa che è supera la portata di questa perversità, ed è il tremendo verdetto della storia. E la storia certamente ci giudicherà. Ma a noi interessa? Che tipo di schizofrenia morale è quella che ci consente di gridare all’apice della nostra voce nazionale affinché tutto il mondo possa sentire che siamo all’altezza del nostro impegno, quando ogni pagina della storia e quando tutti i giorni e le notti assetate, affamate, umilianti degli ultimi 100 anni nelle vite degli Indiani Americani, contraddicono quella voce?

Sembra che il rispetto per i principi e l’amore per il vicino diventino disfunzionali in questo nostro paese, e che tutto quello che abbiamo fatto, tutto quello che siano riusciti ad ottenere con il nostro potere, sta semplicemente annientando le speranze dei paesi neonati in questo mondo, così come amici e nemici, che non siamo umani e che non rispettiamo i nostri accordi.

Forse in questo momento stai dicendo a te stesso “ma che diavolo ha a che fare tutto questo con gli Academy Awards? Perché questa donna se ne sta qui, in piedi, a rovinare la nostra serata, a invadere le nostre vite con cose che non ci riguardano e che non ci interessano, a sprecare il nostro tempo e i nostri soldi e intromettendosi nelle nostre case?”

Io penso che la risposta a queste tacite domande sia che la comunità cinematografica è stata altrettanto responsabile nella degradazione degli Indiani, facendo beffa delle loro caratteristiche, descrivendoli come selvaggi ostili e malvagi. È già abbastanza dura per i bambini crescere in questo mondo. Quando i bambini Indiani guardano la televisione e guardano i film, quando loro vedono la loro comunità raffigurata come lo è nei film, le loro menti vengono ferite in modi che non possiamo minimamente comprendere.

Recentemente ci sono stati alcuni passi esitanti in avanti nel cercare di correggere la situazione, ma sono troppo incerti e troppo pochi, quindi io, come membro di questa professione e come cittadino degli Stati Uniti, non me la sento di accettare un premio, qui, stanotte. Io penso che i premi, in questo paese e in questi tempi, siano inappropriati e non debbano essere ricevuti o donati, finché le condizioni degli Indiani d’America non siano cambiate drasticamente. “Se non siamo il custode di nostro fratello, almeno non facciamo il carnefice.”

Stasera sarei venuto qui a parlarvi direttamente, ma sentivo che forse avrei potuto essere di maggior utilità se fossi andato a Wounded Knee per aiutare a impedire, in qualunque modo possibile, la creazione di una pace che sarebbe disonorevole “fino a quando i fiumi scorreranno e l’erba crescerà” (citazione del Trattato di Fort Laramie del 1951).

Spero che quelli che stanno ascoltando non considerino questo come una maleducata intrusione, ma piuttosto come uno sforzo serio per focalizzare l’attenzione su una questione che potrebbe benissimo determinare se questo paese abbia o meno il diritto di dire, da questo momento in avanti, che crediamo nei diritti inalienabili di tutte le persone di rimanere libere e indipendenti su terre che hanno sostenuto la loro vita da quando se ne ha memoria.

Grazie per la vostra generosità e cortesia verso Miss Littlefeather. Grazie a tutti e buonanotte.

http://www.me-dia-re.it/quando-marlon-brando-rifiuto-loscar-perche-non-siamo-umani/

 

(NOTA 2) Malcolm X lo spiega bene, perché il suo cognome è X, e anche Cassius Clay ha cambiato il suo nome in Muhammed Alì.

Ironia della sorte, Denzel Washington, che interpreta Malcolm X in un gran bel film, ha un cognome che magari è lo stesso del proprietario di schiavi di nome George Washington, che ne possedeva 124 alla sua morte (https://it.wikipedia.org/wiki/George_Washington_e_la_schiavit%C3%B9),

infatti i cognomi di tutti i neri di oggi sono quelli dei padroni dei loro antenati schiavi, una sorta di marchiatura.