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giovedì 5 giugno 2025

Abolire la flat tax e aggiornare i valori catastali - Rocco Artifoni


Un report pubblicato alla fine di maggio 2025 sollecita il governo italiano a realizzare una riforma fiscale con l’obiettivo di una maggiore equità e di un rilancio economico. In particolare viene chiesta l’abolizione della flat tax e del regime forfettario per i lavoratori autonomi, l’aggiornamento dei valori catastali degli immobili, la ridefinizione del sistema delle detrazioni fiscali.

Attualmente, la flat tax rappresenta un’imposta unica sostitutiva per partite IVA individuali che operano all’interno di specifiche soglie di ricavi. Negli ultimi anni c’è stata una crescita nelle adesioni, perché il regime forfettario è molto conveniente. Ma l’imposta piatta proporzionale contribuisce a generare distorsioni e iniquità fiscali con molteplici effetti negativi:

·         riduzione della progressività costituzionale: i meccanismi agevolati riducono l’efficacia delle aliquote progressive su cui si basa l’IRPEF;

·         comportamenti elusivi: la presenza di soglie di ricavi invoglia il frazionamento delle attività per evitare il superamento dei limiti dell’agevolazione;

·         disuguaglianze tra lavoratori: gli autonomi in flat tax sono tassati molto meno rispetto ai lavoratori dipendenti a parità di reddito;

·         perdita di gettito per lo Stato: la restrizione della base imponibile comporta minori risorse disponibili.

L’aggiornamento dei valori catastali degli immobili è una misura attesa da tempo e frequentemente dibattuta nel contesto della giustizia fiscale. L’attuale sistema, fermo a valori storici superati da decenni, determina una disparità di trattamento fra proprietà e riduce la trasparenza delle imposte sul patrimonio.

Pertanto, la revisione degli indici catastali con un allineamento ai valori effettivi di mercato comporterebbe una maggiore equità orizzontale fra proprietari di immobili e un incremento del gettito pubblico.

L’aggiornamento catastale viene valutato come un passaggio chiave per potenziare la trasparenza della fiscalità immobiliare, rafforzare la redistribuzione e favorire la semplificazione degli adempimenti. Anche la giungla delle detrazioni fiscali andrebbe ampiamente rivista, poiché si tratta di sconti fiscali talvolta irrazionali, introdotti soltanto a vantaggio di determinate categorie produttive o commerciali.

Abrogare tali agevolazioni amplierebbe la base imponibile, renderebbe il sistema più equo e aiuterebbe nell’obiettivo di razionalizzare la spesa fiscale. Questa posizione trova riscontro in dati e analisi provenienti sia dal Ministero dell’Economia sia da enti indipendenti, che sottolineano le criticità strutturali che compromettono l’efficienza del sistema.

Sono azioni ritenute indispensabili per affrontare il persistente calo demografico, la debole partecipazione femminile al lavoro e gli effetti dei dazi commerciali internazionali, che minacciano le prospettive di sviluppo del Paese. Un sistema tributario più semplice, trasparente e progressivo, insieme a una base imponibile più ampia, creerebbe condizioni favorevoli per innovazione, occupazione di qualità e competitività internazionale.

Le raccomandazioni del report si armonizzano con le linee del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, sottolineando la necessità di proseguire sulla rotta di riforme per assicurare all’Italia crescita sostenibile, equità nella distribuzione della ricchezza e capacità di risposta agli shock globali.

Il 2025 è indicato come un anno-chiave per l’Italia. Se la traiettoria della spesa pubblica non verrà corretta con interventi strutturali, il rapporto debito/Pil potrebbe tornare a crescere. La revisione del Patto di stabilità europeo e le nuove regole di bilancio comunitarie delineano un quadro più stringente nel medio termine. L’Italia deve consolidare i propri conti e rilanciare gli investimenti produttivi, altrimenti rischia di trovarsi impreparata di fronte a nuove crisi sistemiche.

Nota: il report sopra citato non è stato redatto da un gruppo di economisti comunisti, ma è il rapporto annuale del Fondo Monetario Internazionale al termine della sua missione in Italia nel maggio 2025.

da qui

domenica 10 marzo 2024

Le flat tax che sono tra noi: la tassazione dei redditi da capitale - Antonio Semproni

 

Dire – mutuando il gergo giornalistico – che il governo Meloni mira all’introduzione della flat tax equivale a dire una verità parziale: il nostro diritto tributario, infatti, prevede già fattispecie di flat tax! Piuttosto, questo governo punta a convertire in una flat tax l’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF), storicamente connotata dalla progressività. Sulla (infelice) parabola dell’IRPEF torneremo a breve.

Intanto, basti dire che il nostro sistema fiscale è informato dal criterio della progressività secondo Costituzione: ciò comporta che a una maggiore ricchezza debba corrispondere l’applicazione di aliquote più elevate e, dunque, un’imposizione fiscale più gravosa. Si può obiettare che, all’incremento del reddito, le imposte si aggravano anche qualora si opti per un’aliquota fissa o invariabile: il 20% di 10.000 è in ogni caso un decimo del 20% di 100.000. Tuttavia, chi possiede 100.000 può contribuire alla spesa pubblica non solo con una contribuzione maggiore, ma anche in proporzione maggiore: quest’ultima è la scelta fatta dalla nostra Assemblea Costituente – ove socialisti e comunisti ebbero una parte preponderante – con l’adozione del principio della progressività. In particolare, la progressività che informa l’IRPEF è detta “per scaglioni”, perché consiste nella suddivisione del reddito in scaglioni e nell’applicazione a ciascuno di essi di una diversa aliquota, in modo che le aliquote aumentino passando dal primo scaglione ai successivi.

La progressività delle imposte è garanzia della loro reale capacità redistributiva, cioè di ridurre la concentrazione dei redditi e dei patrimoni onde destinarli alla spesa pubblica: dunque, essa corregge quegli squilibri capitalistici che tendono a concentrare la ricchezza nelle mani di pochi e con ciò a deprivare lo Stato delle risorse necessarie a assicurare la soddisfazione dei diritti sociali e perseguire la piena occupazione. La progressività o meno della tassazione risponde dunque a una precisa scelta di politica fiscale, che, proprio per la sua natura politica, si ripercuota sulla collettività e sugli interessi delle parti che la compongono. Quando una cerchia di ricchi può operare sul mercato a condizioni fiscali iniquamente vantaggiose, non ci vuole molto che costoro potranno dirigere la vita economica del Paese secondo i propri interessi, tra i quali non rientra certo la piena occupazione: essi avranno anzi cura di creare un esercito industriale di riserva da cui trarre manodopera a buon mercato (e non solo nei settori a bassa intensità di capitale, ove cioè i processi produttivi sono affidati in maggior misura al lavoro dell’uomo), con conseguente disoccupazione e deflazione salariale; questa depressione comporterà un impoverimento delle casse dello Stato, che indirizzerà le proprie spese su interventi-tampone di welfare anziché su investimenti (produttivi, ma anche di conversione ecologica o nell’economia della cura) miranti a soddisfare i diritti sociali e a impiegare forza lavoro a salari conformi alla Costituzione.

La progressività in Italia è un’arma spuntata; essa informa sì l’IRPEF, ma con un ventaglio di aliquote che nel corso del tempo si è fatto sempre più ridotto e ristretto; inoltre, incontra vistose deroghe: alcune tipologie di reddito percepibili dalle persone fisiche sono soggette a flat tax.

Nel 1973 – anno di istituzione dell’IRPEF – contavamo ben trentadue scaglioni di reddito, il primo dei quali era colpito da un’aliquota del 10% e l’ultimo dei quali era colpito da un’aliquota marginale del 72% (il termine “marginale”, riferito a un’aliquota, indica che è essa l’ultima, dunque la più elevata applicabile). Nel 2023 gli scaglioni erano soltanto quattro e all’ultimo di essi si applicava un’aliquota marginale del 43%, mentre sul primo scaglione di reddito (0 – 15.000 Euro), sul secondo scaglione di reddito (15.000 – 28.000 Euro) e sul terzo scaglione di reddito (28.000 – 50.000 Euro) rispettivamente le aliquote del 23%, 25% e 35%. A partire da quest’anno il governo Meloni ha ridotto gli scaglioni a tre: fino a 28.000 euro si applica l’aliquota del 23%; fra 28.000 e 50.000 euro l’aliquota del 35%; oltre 50.000 euro l’aliquota del 43%. Ci siamo mossi nel verso di un serio ridimensionamento della funzione redistributiva e quel che è peggio è che ci si prepara a spazzare via quel poco che resta della progressività in favore di un’unica aliquota fissa: così è nelle dichiarate intenzioni del governo stesso.

La progressività è stata ulteriormente mutilata da numerose eccezioni che contemplano l’applicazione di una flat tax, cioè di un’imposta calcolata applicando alla manifestazione di ricchezza da tassare un’aliquota fissa, a determinate tipologie di reddito, così sottratte al computo negli scaglioni di reddito dell’IRPEF.

Sono soggetti a flat tax i redditi di capitale, colpiti con un’aliquota del 26% a prescindere dalla ricchezza del percettore. Si intuisce subito che questa aliquota è inferiore alla seconda aliquota IRPEF e all’aliquota IRPEF marginale: di questo sconto d’imposta si avvantaggia la classe medio-alta e alta, che, disponendo di capitali più o meno ingenti, sovente li mette a reddito. Sono redditi di capitale, per esempio, gli utili derivanti da partecipazioni societarie e gli interessi maturati su obbligazioni e titoli similari. Si noti che sugli interessi maturati sui titoli di Stato l’aliquota è del 12,50% e così intorno a questi strumenti si consuma un vero e proprio dilemma di classe: è bene che essi non siano o almeno non siano in larga parte nelle mani di investitori stranieri, ma i cittadini che, avendo la materiale possibilità di acquistarli, effettivamente li acquistino si troveranno a godere di fatto di un trattamento fiscale agevolato rispetto a chi quei titoli non può acquistarli o può acquistarli solo per un minimo ammontare e comunque da quest’anno pagherà sul secondo scaglione di reddito un’aliquota del 35%.

Sono soggetti a flat tax i canoni di locazione che il proprietario dell’abitazione, ricorrendone le condizioni di legge, scelga di assoggettare a cedolare secca: l’aliquota che si applica sui canoni è del 21% ma, se si stabilisce un canone concordato, scende addirittura al 10%.

Sono soggette a flat tax con aliquota del 26% le plusvalenze (cioè le differenze tra l’originario prezzo di acquisto e il prezzo di cessione ottenuto), realizzate tanto su beni immobili quanto su attività finanziarie. Le plusvalenze sono subdolamente definite dalla nostra legge redditi diversi: a ben vedere, in termini economici costituiscono reddito di capitale, non provenendo da lavoro; la stessa osservazione vale per i redditi da locazione, qualificati ai sensi di legge come redditi di fabbricati.

Nel nostro Paese la progressività gioca dunque un ruolo sempre più limitato, i cui margini sono ridotti in particolare dalle eccezioni in tema di redditi da capitale. Che la maggior parte di questi redditi (canoni di locazione, interessi da prestiti obbligazionari, utili distribuiti da società, plusvalenze) sia tassata con una flat tax, ben più bassa non solo dell’aliquota marginale del 43% ma anche della seconda aliquota del 35%, non è circostanza neutrale agli interessi delle classi dominanti. Una simile impostazione della tassazione del reddito delle persone fisiche, infatti, non fa altro che rafforzare il capitale e la sua intrinseca capacità auto-germinativa, contribuendo così all’inveramento della legge di Piketty secondo cui il tasso di rendimento del capitale sorpassa nel lungo periodo il tasso di crescita del reddito.

Una bassa imposizione sui redditi da capitale è logicamente complementare alla visione, tipicamente liberale, del risparmio quale presupposto di investimenti e dunque, tramite essi, di aumento della produzione e del reddito.

Questa visione, che si fonda sull’ipostatizzazione dell’imprenditore altruista tipica della c.d. trickle-down economics, è tanto più fuorviante in un contesto – come quello attuale – finanzcapitalistico, di estrazione di capitale da capitale, dove agli investimenti produttivi, creatori di lavoro e dunque di reddito, si preferiscono movimentazioni di denaro sui mercati finanziari (v. da ultimo l’acquisto di pacchetti azionari di società dell’intelligenza artificiale a prezzi stellari da parte di fondi di investimento); il capitale può così continuare a crescere e a offrire rendimenti senza dover generare lavoro (e correlativo reddito).

La distribuzione della ricchezza viene orientata a favore di pochi capitalisti e tutte quelle misure volte a ridurre le disuguaglianze reddituali (legge sul salario minimo, parità di genere, tetto agli stipendi di manager pubblici, etc.) risulteranno palliativi: meritevoli sì, ma non in grado di incidere seriamente sui meccanismi redistributivi a causa dello strapotere del capitale e della sua impunità, garantita, tra l’altro, proprio dalla flat tax.

da qui

sabato 10 settembre 2022

Flat tax: rubare ai poveri per ingrassare i ricchi - Aristoteles

 

Vorremmo sottoporre ai lettori alcune riflessioni a partire da un piccolo “caso di studio”: il tema elettorale della Flat Tax. Ma il nucleo vero del nostro ragionamento è più ampio – dare qualche spunto su come affrontare questo ed altri temi da sinistra. Per inciso: non iniziamo a discutere se esistono ancora destra e sinistra prima di aver finito l’articolo, per favore.

A metà articolo troverete una cesura, che separa radicalmente due prospettive: laddove infatti la disamina dettagliata di una politica è un momento necessario per capire se rigettarla, non è detto che questo approccio analitico sia poi il modo migliore di contrastarla. In questa seconda sezione faremo pertanto qualche riflessione su come combattere politiche ingiuste ed indigeste.

Sia chiaro: non vogliamo dire la parola definitiva sulla Flat tax; men che meno risolvere i (tanti) problemi della sinistra in questo banale articoletto. Non abbiamo le “istruzioni per l’uso”, sebbene questa sia la forma che provocatoriamente abbiamo adottato. Non vogliamo insegnare niente a nessuno. Vorremmo discutere – assieme – qualche spunto, eclettico, di riflessione.

 

Atto primo

Come affrontare un tema, dal punto di vista analitico, passo dopo passo.

1. Definire concettualmente l’oggetto

Cosa vuol dire Flat Tax, nelle sue accezioni? Essenzialmente, per Forza Italia e Lega, un’aliquota unica per tutti coloro che sono soggetti a imposizione fiscale (cittadini e imprese), che stanno al di sopra di una “no tax area”. Ad esempio, si può decidere che sopra gli 8 o i 12mila euro di reddito annuo, si applichi una aliquota fissa del 23% su quanto supera questa soglia (proposta di Forza Italia).

Per questo viene definita “flat tax“, ossia letteralmente “tassa piatta”, o meglio tassa “fissa”. Come le offerte “flat” delle nostre compagnie telefoniche.

Si tratta quindi di un sistema proporzionale (ognuno paga in proporzione a quanto guadagna), ma non progressivo (ognuno paga la stessa identica percentuale, vale a dire che i ricchi non pagano percentualmente più dei poveri).

2. Analizzare il tema e la proposta

Analizzare la proposta vuol dire sviscerarne gli effetti pratici, le ricadute, le coperture finanziarie.

Le differenze con la situazione odierna sarebbero per sommi capi queste: scomparirebbero le aliquote attuali superiori al 23%; la “no tax area” rimarrebbe fino alla soglia definita, poniamo 12mila euro come da vecchia proposta di Forza Italia. Sopra ad essa: 23%. E in questi sistemi non si prevede probabilmente nessuna detrazione e deduzione per i lavoratori (anche se si potrebbe, per renderla minimamente progressiva in qualche aspetto): tutto dovrebbe essere ricondotto a questa unica percentuale di tassazione, uguale per tutti.

Abbiamo detto che la “tassa piatta” è una tassazione proporzionale, ma non progressiva. Banalizziamo e semplifichiamo, per capire meglio. Al di sopra della “no tax area”, diciamo 12mila euro, si paga sempre il 23%. 230 euro di tasse su 13mila euro di reddito, cioè il 23% di 1000 euro (13mila meno 12mila, uguale 1000 euro), ad esempio. 230mila euro di tasse su un milione e 12 mila euro. Sono “conti della serva”, per capire il concetto. La proposta della Lega ha delle differenza nell’impianto, ma concettualmente non sono così rilevanti, come vedremo.

Il Corriere della sera – giornale sicuramente non di sinistra – riporta un’analisi del centro studi della UIL secondo cui essa sarebbe addirittura penalizzante per i redditi medio-bassi (a causa dell’eliminazione delle detrazioni e deduzioni, potrebbero pagare anche di più di ora). Mentre le tasse diminuiscono in maniera “clamorosa” sopra i 50mila euro di reddito lordo: -43% rispetto ad oggi.

3. Mettere criticamente il punto 2 alla prova dei fatti

Lo stesso quotidiano evidenzia un punto problematico: le coperture (complicate) sarebbero importanti, 30 o 50 miliardi (ma c’è chi dice di più) con la proposta di Forza Italia o quella della Lega. Tanto che Fratelli d’Italia ha fatto inserire nel programma del centrodestra non la prima proposta o la seconda, quelle degli alleati, ma la propria, che prevede una sorta di flat tax sull’incremento di reddito rispetto a quello degli ultimi anni (di nuovo, non è utile entrare nei dettagli).

Queste risorse andrebbero trovate con ulteriori tagli alle detrazioni e deduzioni, riduzioni della spesa pubblica e, secondo le intenzioni, almeno nella prima fase con condoni fiscali. Dopodiché l’evasione che emergerà dovrà coprire i costi grazie ad un aumento delle entrate si cui scommette la destra.

Meno tasse, moltiplicato un bel po’ di gente, significa meno entrate nel bilancio pubblico. E in tutto questo, la proposta elettorale trascura volutamente alcuni possibili vincoli (il vincolo del pareggio di bilancio che il Governo Monti inserì in Costituzione; il vincolo del rapporto del 3% tra deficit e Prodotto Interno Lordo – i famosi parametri di Maastricht – cui non si potrebbe derogare per queste riforme fiscali; infine, ricordiamo una prescrizione costituzionale che dice che il sistema tributario deve essere impostato alla progressività).

Sono tutti e tre vincoli ideologici (non dovuti a una qualche legge scientifica di natura), certo. Come tali, non sono immutabili. Soprattutto se si hanno i numeri per cambiare la Costituzione.

Il principio di progressività della tassazione è frutto di un compromesso ideologico, in chiave popolare, tra le forze che hanno fondato la repubblica italiana: tassazione progressiva significava politiche popolari, redistribuzione della ricchezza prodotta, solidarietà sociale, sviluppo sociale ed economico. Parole che nel contesto del compromesso keynesiano del dopoguerra potevano piacere tanto ai democristiani quanto ai comunisti. I tempi sono cambiati, ma si spera che questa prescrizione di progressività possa creare qualche problema a chi vuole una “tassa piatta”.

Ma non sono solo questi i problemi concreti della fantomatica “flat tax“. Anche se il problema delle coperture ha già bloccato una riforma fiscale berlusconiana basata su due aliquote nel 2003 (con la flat tax enormi costi a beneficio di pochi), la sfida politica vera è proprio definire “chi vince? E chi perde?”

4. Leggere i contenuti ideologici sottesi alla proposta (per combatterli)

I tempi sono cambiati, dicevamo. Ripetiamo: meno soldi per un bel po’ di gente, vuol dire meno entrate fiscali; e meno entrate fiscali evidentemente significa meno servizi pubblici.

Chi utilizza i servizi pubblici? I ceti medi e bassi, tendenzialmente. Quindi per finanziare il risparmio per chi guadagna più di 50mila euro di reddito annuo, verranno tagliati mezzi di trasporto, chiusi ospedali e presidi sanitari pubblici, impoverite le scuole in cui i privilegiati non mandano i loro figli. Un’enorme opera di redistribuzione verso l’alto: rubare ai poveri e ai meno ricchi, per dare a ricchi e ricchissimi. Questo è il vero punto, quello che conta per le persone, non gli astratti costi (che ne sanno le persone normali di quanti sono 30 miliardi?) o le giuste, ma lontane, prescrizioni costituzionali (chi si ricorda della Costituzione e di come vada interpretata?).

La replica da destra è sempre la stessa: “meno soldi in tasse permette di far ripartire l’economia, i consumi dei privati e gli investimenti delle aziende, che – ingrandendo la “torta” dell’economia – porteranno a entrate maggiori per lo Stato”.

Dobbiamo avere la forza di dire che ciò è in gran parte falso e del tutto ideologico. Ci sarebbe molto da discutere sul ruolo dello Stato, che è il primo (e unico) attore capace di: contrastare un ciclo economico negativo, ampliare l’attività economica tramite investimenti pubblici, rassicurare i privati rispetto ai consumi e agli investimenti, sostenere l’attività delle aziende con le infrastrutture appropriate.

I privati lasciati a loro stessi, se ricchi, continueranno a investire in attività finanziare: più rischiose, ma con una possibile rendita molto alta. I privati non così tanto ricchi, invece, avranno qualche soldo in più da spendere presso le strutture sanitarie private che i ricchissimi mettono gentilmente a disposizione, per ovviare alle disfunzioni della sanità pubblica impoverita.

Come insegnava Keynes, i poveri hanno una propensione al consumo maggiore dei ricchi: per vivere decentemente devono spendere un’alta percentuale di quanto guadagnano. E questa riforma “piatta” darebbe ai subordinati cifre ridotte, ben poco decisive nel rilanciare i loro consumi. Soprattutto perché, come dicevamo, quei soldi risparmiati in tasse i poveri (e il ceto medio impoverito) li dovranno spendere per supplire alle carenze del pubblico: trasporti, sanità, scuola, sopra tutte le altre cose.

Una geniale operazione (indiretta e più subdola) di redistribuzione a favore dei ricchi.

Come insegnava sempre Keynes, le aspettative sono fondamentali in economia, anche per gli imprenditori: non aprirò fabbriche di ombrelli se sono convinto che per almeno dieci anni non pioverà. Anche se mi regalassero dei soldi, non li userei per la fabbrica di ombrelli, ma per altro. Quindi se mancano le infrastrutture perché lo Stato non ha soldi, se non c’è spazio di business per un certo settore o manca un piano industriale per l’attività economica del Paese, ben difficilmente l’imprenditore impiegherà quei soldi risparmiati sul suo reddito per investirli in attività produttive. Li investirà in borsa o in beni di lusso (che hanno ricadute occupazionali molto ridotte).

È quindi evidente a chiunque voglia interessarsene che la proposta di “flat tax” è un crimine sociale, una scandalosa redistribuzione da basso verso l’alto. Rubare a tutti per dare alle élite.

 

Interludio

Ora, svolto questo semplice esercizio analitico sulla flat taxdimenticatelo.

Quel che abbiamo fatto adesso è smascherare la proposta di qualcuno, sperando così di bloccarla. Ma la proposta era già stata lanciata nell’agone politico e, soprattutto, mediatico. Nulla si dice, quando si parla di “flat tax“, dell’impressionante elusione fiscale dei grandi colossi; della piccola evasione (a volte, consentiteci di dirlo, legata alla sopravvivenza) di tantissimi attori economici medi e piccoli; della rendita finanziaria; delle delocalizzazioni delle imprese; del ritardo nell’innovazione tecnologica; per non dire del silenzio sulla catastrofe ecologica in corso…

Il problema è definito in modo semplice e appetibile al grande pubblico: le tasse. La soluzione è evidente a chiunque (non si fermi a riflettere): abbattere le tasse.

Il mezzo è semplicissimo, immediato da veicolare: un’aliquota unica, bassa.

È un capolavoro comunicativo.

Una volta che la boutade (vera o falsa, intelligente o idiota) è stata fatta, occupa il centro della scenaconquista l’immaginarioorienta l’attenzione degli oppositorili costringe a usare quel linguaggio. Inoltre, la “scandalosa redistribuzione per impoverire i poveri e arricchire i ricchi” non rappresenta nulla di nuovo rispetto a quanto costantemente avvenuto negli ultimi 30-40 anni.

La nostra posizione, da sinistra, è stata, nella prima sezione, analitica, reattiva e difensiva.

Tre volte debole. Finirà come negli ultimi 30-40 anni.

Il salto di qualità che la sinistra deve fare è essere capace di passare all’attacco.

Trascureremo volutamente dettagli come le definizioni di cosa sia sinistra, di cosa voglia dire fare politiche di sinistra, di discutere della sua stessa esistenza.

A volte bisogna andare al concreto delle cose e da qui trarne concetti, piuttosto che il contrario. Inoltre, in un momento come questo, addentrarsi in discussioni sottili su purezze ideologiche è più controproducente e dispersivo che utile.

Non è detto che per immaginare un mondo migliore di questo si debba determinare in ogni dettaglio quello che sarà (e, nel mentre, morire attendendo la perfezione). Primum vivere, deinde filosofari.

 

Atto secondo

Dalla tassa piatta al re-framing: piccole regole per passare all’attacco.

A. La verità non rende liberi

È l’assioma da cui discende tutto il discorso che segue. I fatti e gli argomenti razionali sono necessari: vengono prima (come analisi preliminare) rispetto all’azione politica. Ma non sono ciò che conta di più: nella società della comunicazione quello che è centrale è come un messaggio viene veicolato nella sfera pubblica.

Gli argomenti spesso sono un problema; quali gestire e come comunicarli?

Abbandonarli significherebbe giocare con le armi (sporche) del nemico, sarebbe incoerente e inutile; tuttavia, essi devono perdere la posizione preminente. Il motto evangelico per cui “La verità rende liberi” (Gv, 8, 32) non deve più essere il mantra della sinistra: non è infatti (solo) con le statistiche (vere) sulla criminalità in calo che si contrasta un senso di insicurezza diffuso (vero o percepito).

Come evidenziato tra gli altri da Peter Sloterdijk, la coscienza moderna sembra sancire il divorzio tra ciò che si sa e ciò che si fa. Agire contro ciò che pur si sa, caratterizza oggi la situazione generale. È il passaggio da “non lo sanno e lo fanno”, a “lo sanno… e lo fanno lo stesso”.

Nei confronti di questo fenomeno le armi dell’illuminismo si rivelano spuntate. Non si può più agire con un intento razionalizzatore-illuministico all’insegna del “se solo sapessero….”. Perché questo stato di coscienza non può essere scalfito da alcun invito a vivere consapevolmente, ad avere il coraggio di conoscere (sapere aude!). Ed è illusorio credere che a partire da un sapere (vero) discenda necessariamente un fare (giusto).

Bisogna prenderne atto e operare uno spostamento dei pesi e degli accenti su facoltà, capacità, virtù che l’ideale illuminista non aveva mai preso in considerazione.

B. Fine utopico, mezzi realistici

L’uomo politico deve sapere che gli impulsi che danno il là all’agire politico originano da pulsioni scomode. Questa consapevolezza consegna alla riflessione politica – come materia prima da trattare – non le istituzioni, le Costituzioni, gli apparati normativi, ma le pulsioni e le passioni, un materiale infiammabile e intrattabile.

Più che i fatti e le verità, per portare le persone dalla propria parte serve qualcosa che trascini. Un’emozione, una morale, un’utopia. L’utopia è affascinante, complessa, motivante. Ma inviluppata nell’indefinitezza e nella complessità. La sua definizione sfugge alle stesse persone che la sognano.

Come contagiare, allora, altre persone con la propria utopia?

Con la semplicità, l’immediatezza. Le armi della persuasione devono veicolare messaggi complessi in maniera semplice, perché devono raggiungere tutti.

Più un messaggio è grezzo, più funziona: questo è il primo dei segreti della destra neoliberista (e anche di quella social-nazionalista). Hanno una visione dell’uomo semplice, gretta e piatta – ma non del tutto fraudolenta. Da lì discende una politica del consenso che funziona.

Bisogna iniziare con slogan e battute a effetto, dopodiché spiegarli nella maniera più semplice possibile. Infine, passare all’analisi, che chiarisce solo alla fine, quando già sei stato persuaso, come mai ti sei sentito istintivamente d’accordo con quello slogan.

L’esatto contrario di quello che la sinistra fa oggi: essa analizza tutti i risvolti di una situazione, poi cerca di spiegarla con linguaggio perlopiù tecnico a persone sprovviste di competenze tecniche, infine conia slogan poco appetibili e del tutto “fuori fase” col contesto.

C. Le paure rivelano bisogni reali

Una visione grezza dell’uomo è parziale, ma non falsa: le persone hanno bisogni reali (sopravvivere, vivere in sicurezza, autorealizzarsi). Non c’è bisogno di studiare la piramide di Maslow per condividere questa affermazione. I bisogni delle persone sono quindi il punto di partenza per ogni interlocuzione politica. Non le nostre idee, ma le loro esigenze, sono al centro.

Mettersi al servizio delle persone è profondamente di sinistra. Ma purtroppo molta sinistra ormai vive ai Parioli e non capisce la rozzezza delle proteste anti-immigrati della provincia veneta.

Questo deve cambiare. Non nel senso che ci si deve adeguare, appiattire. Si deve però ascoltare, comprendere. Considerare le vive percezioni di insicurezza, e non solo le fredde statistiche sui furti in calo. Immedesimarsi in persone che non hanno le nostre barriere psicologiche, ne hanno altre (e sia chiaro, noi abbiamo le nostre, spesso ancor più subdole e pietrificanti).

Parlare al nostro sistema emotivo, rapido, istintivo, frutto della nostra natura biologica, non solo a quello freddo, razionale, lento (e pigro) che abbiamo sviluppato nell’evoluzione (si legga Kahneman).

Ripartire dalle paure legate ai temi concreti ci aiuterebbe a fare quanto al punto G e al punto H.

D. Dobbiamo smettere di disprezzare le paure delle persone

Quando le opinioni e le paure delle persone medie non ci piacciono, o sono irrealistiche o oggettivamente stupide, non di meno sono vere per loro. Addirittura aspettative irrealistiche potrebbero realizzarsi: è la profezia che si autoavvera di Merton. Ciò implica che dobbiamo trattarle con rispetto, perché possono essere vere o comunque sono percepite come vere. E non è detto sia utile impiegare argomenti esclusivamente razionali (vedi punto A) per confutarle.

Questo è il secondo punto forte della destra: cavalcare i bisogni inevasi e le paure dei cittadini è più redditizio che intercettarli e dialogare con loro. Paga dal punto di vista elettorale. Dal punto di vista sociale porta alla distruzione che abbiamo sotto gli occhi. “Sciacalli d’Italia” di enorme successo.

La sinistra, al contrario, ha ritenuto questi bisogni poco più che vaneggiamenti idioti e senza senso. “Se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli questi benedetti elettori!” diceva Corrado Guzzanti. A sinistra dobbiamo smettere di ragionare così.

E. Prendere sul serio i bisogni delle persone non significa rinunciare a una proposta

Anzi. La politica è innanzitutto un mestiere di proposta, nel suo senso più nobile, per permettere la convivenza civile delle persone (dal compromesso, al cambiamento utopico). I bisogni vanno intercettati, poi problematizzati e dialettizzati.

Non è sempre facile. Ma rispondere a bisogni reali significa guadagnare affidabilità. Quindi, divenire un punto di riferimento e andare al concreto, tutti assieme (vedi oltre i punti H e L).

Certo, se si vive alle Vallette o a Quartoggiaro è più facile essere credibili nel proporre questo ragionamento; se si abita a Milano in Via Montenapoleone o a Torino in collina, è più difficile capire i bisogni delle persone, fare proposte realistiche, essere considerati interlocutori credibili. Iniziare a prendere i mezzi pubblici potrebbe già essere un inizio. Soprattutto in un momento di crisi economica, energetica, climatica.

F. La proposta è il re-framing

Qui siamo alla chiave di volta della strategia che proponiamo.

Senza abbandonarsi a scemenze psicologiste (sullo stile della programmazione neurolinguistica), definiamo il re-framing come capacità di cambiare il modo di percepire una situazione, e quindi cambiarne il suo significato, attribuendogli una diversa immagine.

In questo caso dobbiamo usare l’inglese, poiché è la lingua con cui tecnicamente è stato definito il concetto di framing, traducibile in italiano come “cornice concettuale” o “cornice cognitiva”. Tversky e Kahneman ci hanno vinto un Nobel per l’economia (il solo Kahneman, in verità). Il professor Lakoff ci ha costruito un’intera teoria della comunicazione politica.

È provato che la cornice definisce il contenuto. Ce lo dicono gli esperimenti di psicologia sociale. Uno degli esempi classici è questo: una malattia provocherà la morte di circa 600 persone. A due campioni di persone viene sottoposta la scelta tra due programmi per fronteggiare l’epidemia.

Al primo campione si dice: il programma A, salverà 200 persone; il programma B, ha 1/3 di probabilità che 600 persone vengano salvate e 2/3 di probabilità che non si salvi nessuno. Il 72% delle persone sceglieva il programma A.

A un secondo campione, veniva presentato lo stesso problema, ma con una diversa formulazione dei programmi d’intervento: col programma C, 400 persone moriranno; con il programma D, c’è 1/3 di probabilità che nessuno morirà e 2/3 di probabilità che muoiano 600 persone. Il 78% preferiva la soluzione D.

Basta riflettere un momento per capire che i piani terapeutici A e C sono identici e così pure B e D: essi inducono frame diversi per effetto della differente formulazione. Dire che si salvano 200 persone su 600 è diverso da dire che ne muoiono 400 su 600!

Dobbiamo quindi disinnescare le “bombe” che sono nascoste dietro l’uso di parole-chiave che definiscono le situazioni. “Carico fiscale” o “pressione fiscale” hanno un senso di pesantezza intrinseco, pre-razionale. “Contributo fiscale” dà già un taglio diverso, legato alla partecipazione comunitaria del cittadino e non al balzello che grava sul povero contribuente.

Iniziamo ricordandoci, per esempio, che è bene usare l’italiano per togliere fascino alle proposte, dato che siamo un popolo da sempre esterofilo. “Tassa piatta” suona decisamente meno accattivante di “flat tax“, non trovate? Per gli anglofoni: potremmo dire sempre che noi preferiamo la “fair tax“, la tassa giusta.

Fuor di battuta, uno dei piani su cui esercitare il re-framing è proprio quello lessicale, come abbiamo visto. Non vogliamo arrivare a dire che le tasse sono “una cosa bellissima” (citando Padoa Schioppa)… però sono ciò che rende possibile avere ospedali, scuole, autostrade, ferrovie. Che altrimenti non ci sarebbero, perché i privati senza Stato non sarebbero capaci di rispondere a questi bisogni sociali.

Un’opportunità di re-framing si è presentata nel 2009, quando in Europa infuriava la polemica tra cicale (i paesi del sud Europa in crisi per i debiti…) e le formiche (i paesi “sani”, come la Germania). Yannis Varoufakis ha esercitato bene il re-framing, anche se sempre con complicazioni tecniche necessarie in quel contesto:

La storia dominante in Europa oggi è che, nelle notti ghiacciate di questo terribile inverno, le cicale meridionali bussano alle porte delle formiche del nord, col cappello in mano, in cerca di un piano di salvataggio dopo l’altro. […] è meglio mettere le formiche e le cicale al posto giusto! Le Formiche Greche: coppie che lavorano duro, con due lavori a bassa produttività […] ma che tradizionalmente trovavano difficoltà a far quadrare il bilancio a causa di bassi salari, sfruttamento delle condizioni di lavoro, […] forti pressioni da parte delle banche e altri a prendere prestiti in modo da poter dare ai loro figli quello che la TV raccomanda [….] Le Formiche Tedesche: lavorano duro ma sono relativamente povere […] Il loro lavoro sempre più produttivo e i salari bassi stagnanti, hanno fatto sì che i tassi di profitto in Germania siano saliti alle stelle e siano stati convertiti in surplus […] Una volta creati, questi surplus hanno ricercato rendimenti più elevati altrove, a causa dei tassi di interesse bassi indotti in Germania dalle stesse eccedenze. E’ stato a quel punto che le cicale Tedesche (gli inimitabili banchieri il cui scopo era quello di massimizzare i guadagni nel breve periodo con uno sforzo pari a zero) hanno guardato a sud per buoni affari. […] Cosa succede quando le inondazioni di soldi fluiscono inaspettatamente? Si formano le bolle. […] Arrivata la crisi, alle formiche Tedesche è stato detto che dovevano stringere la cinghia ancora una volta. Gli è stato anche detto che il loro governo stava mandando miliardi al governo Greco. Dal momento che non gli è mai stato detto che al governo Greco non è consentito usare questo denaro per attutire il colpo alle formiche Greche […] sono rimasti fortemente perplessi: perché stiamo lavorando più duro che mai, e portando a casa meno che mai? Perché il nostro governo invia il denaro alle cicale Greche e non a noi? […] La nostra unica opzione: sovvertire la storia dominante. Riconoscere la coesistenza di formiche trascurate e cicale troppo viziate in tutta la zona euro è un buon inizio.

G. Dal re-framing al framing?

Al punto F però siamo ancora su un piano reattivo (e dobbiamo ancora semplificare la comunicazione). Come costruire un frame, per usare un linguaggio gramsciano, egemonico?

Probabilmente il nostro non è il momento storico giusto per poterlo fare compiutamente (vedi punto N); tuttavia, cerchiamo come riferimento un modello a modo suo vincente. Se infatti prendiamo a modello un vincente, e alla fine perdiamo, saremo sconfitti, ma non perdenti. Se non abbiamo nessun modello (perché a sinistra ci piace essere critici nichilisti) allora saremo perdenti a priori, emarginati che non si sono mai battuti.

Barack Obama veniva da un’onda lunga conservatrice che durava dai tempi di Reagan (forse Nixon?) e non è stato in grado di contraddire lo “spirito dei tempi”: da Presidente non ha concluso molto, se non aver rappresentato (grazie a un talento impareggiabile) il miglior ragazzo immagine a cui il complesso militare-industriale USA potesse ambire. Ma è indubbio che abbia suscitato forze nuove e genuine, che in qualche modo hanno alimentato anche le successive campagne elettorali di Bernie Sanders. Ha inoltre conquistato il potere, costruendo consenso intorno a un framing rivoluzionario per gli Stati Uniti del XXI secolo, basato su una parola semplice: “Hope”. Speranza in risposta alla più grave crisi economica di tutti i tempi e alla minaccia terroristica, congiuntura che mai gli USA avevano vissuto.

Lakoff, a proposito proprio dell’Italia, disse realisticamente che ” i politici che vincono sono coloro che controllano le menti, e gli esseri umani non sono razionali. Oggi ciò che conta è far condividere agli altri la propria morale”. “Ragionamenti molto complessi” sono inefficaci se non propongono “un sistema morale alternativo”.

Quindi bisogna tenere in conto l’abilità oratoria e di re-framing di Obama per spiegarne il successo, senza dimenticare una azione dal basso che lo ha sostenuto sia a livello digitale (con un buon uso dei nuovi media), sia a livello tradizionale: la chiamano grass-roots politics o, come piace a noi, movimento di base. Potremmo parlare di altri modelli, ognuno con chiari e scuri: Occupy Wall Street, Podemos, Syriza,…

H. La risposta all’altezza dei tempi forse è un nuovo populismo, ma non un populismo qualsiasi

Bensì un populismo di sinistra, i cui cardini principali siano la capacità di costruire un framing coerente intorno a poche proposte operative. Un buon inizio è probabilmente ricostruire la lotta di classe a partire dalla contrapposizione tra classe lavoratrice (in cui includere autonomi e piccoli e medi imprenditori che sudano i loro guadagni?) e rentiers (coloro che vivono di rendita sul capitale finanziario e sull’occupazione di posizioni elitarie). Riprendere lo slogan del “noi siamo il 99%”. Quella stagione non è sopita, quelle esigenze non sono scomparse. Vanno coniugate con un contesto di emergenza ambientale che dovrebbe riguardarci tutti e che par smuovere (almeno loro) le generazioni più giovani.

Non sarà facile nemmeno mettersi d’accordo tra noi su quattro o cinque semplici misure con cui rispondere alle sfide del nostro tempo. A sinistra parliamo tanto di solidarietà, ma spesso siamo degli egocentrici settari. Ad esempio, contrapponiamo lavoro e reddito: cosa intendiamo per reddito universale (inteso come basic income)? Il reddito universale si contrappone alla dignità, assicurata solo dal lavoro? O ancora, a proposito della sovranità nazionale: “più stato” è davvero garanzia di una politica sociale inclusiva? Lo è invece la piccola comunità, e quindi bisogna frantumare la sovranità? O, al contrario, l’Europa unita è l’unico possibile spazio geopolitico in cui agire?

Non è detto che proposte apparentemente contrapposte si escludano: ridurre l’orario di lavoro è in perfetto accordo con il concetto che ispira il reddito di base, ed entrambe le proposte non contraddicono una politica ambientalista per ridurre l’impronta ecologica.

È possibile che, una volta tolte le lenti dell’ideologia più becera, del personalismo, del settarismo, della ripetizione scolastica della propria Weltanschauungle differenze tra noi siano più tattiche che non strategiche o ontologiche. Dobbiamo smetterla con la gara machista a chi ha il marxismo più lungo.

I. Dividersi i compiti e muoversi coordinati

Sarà la difficoltà più grande, ma viene dalle trasformazioni richieste prima. Le guerre si vincono con i grandi strateghi, o con i valenti generali? O con un esercito numeroso? O con pochi soldati, motivati e disposti al sacrificio? O magari solo con la corretta pianificazione della logistica?

Come ricondurre la discussione (a noi di sinistra piace perderci nelle discussioni sul sesso degli angeli) a un movimento coordinato, non personalistico ed efficace, è un’avventura tutta da scrivere. Per il momento, facciamo che decidere poche regole del gioco: chi deve fare analisi, faccia analisi; chi deve comunicare comunichi (se a sinistra c’è qualcuno capace si faccia avanti, please!); chi deve facilitare le discussioni, le faciliti. Ognuno si metta a disposizione, sia disposto a mettere in comune le proprie convinzioni e rispettare decisioni altrui.

Le energie ci sono già. Sono frammentate e forse disperse. Ma non perse. Vanno riattivate.

L. La vita reale sostiene il framing al pari della strategia comunicativa

Dare prova di coerenza aiuta a essere presi sul serio nel re-framing e nel framing. Nel quartiere periferico di Roma come sul palcoscenico politico nazionale. Costruisce il successo elettorale di formazioni prima marginali (vedi Alba Dorata e Syriza), ma soprattutto costruisce legami sociali reali e veri, non social network digitali. Se ci sono risorse relazionali, è più facile aumentare e usare al meglio quelle economiche e di ogni altro tipo.

Quale risposte dare alle persone? Dipende dai loro bisogni reali (vedi punto D). C’è bisogno di casse di mutuo soccorso per i lavoratori autonomi (vedi la cooperativa SMart?). C’è ormai bisogno di poliambulatori popolari (vedi l’ambulatorio popolare di Napoli dell’ex Opg). C’è bisogno di risposte di tipo sindacale che i sindacati, rinchiusi come gruppi di potere, non danno più. C’è bisogno di iniziative culturali, di integrazione, di convivialità. Servono scuole di politica orientate, tanto quanto spazi di discussione aperta.

C’è bisogno di tante cose che già facevamo nell’ 800 – e di altre da inventare in forma nuova. È una sfida aperta, rifondare le une e immaginarsi le altre.

M. Essere coscienti delle asimmetrie di potere (e non lasciarsi abbattere)

La sproporzione delle forze economiche, mediatiche e politiche in campo è impressionante; il nostro modello dovrebbe dunque essere la vittoriosa resistenza vietnamita ben più della dirompente invasione del D-day. Un processo di erosione del capitalismo, piuttosto che la Rivoluzione, piuttosto che una vertiginosa transizione a un nuovo modo di produzione; accettando di dover fronteggiare – come evidenziato da Erik Olin Wright – “un orizzonte temporale imprecisato, ma che punta nella giusta direzione, che abbia dinamiche che generino nel tempo più solidarietà e non meno, più democrazia e non meno, più uguaglianze e non meno”.

La società si sta decostruendo in un turbinio di delegittimazione e disgregazione sociale. E la mancanza di autorità non è una cosa buona di per sé. Qui abbiamo una società in cui manca l’autorità ma il potere c’è, è ben vivo, e paradossalmente diventa più forte quanto più perde di legittimità.

Nella guerra di tutti contro tutti che si scatena quando le persone non riconoscono più punti di riferimento (scientifiche, politiche, gerarchiche, spirituali), le elezioni possono essere definite come “quella cosa in cui fake news e fatti oggettivi sono indistinguibili, e alla fine vince Meloni (o Trump)”.

Quest’ultimo risulta vincente perché ha più denaro, più risorse relazionali, più affinità con le logiche mediatiche. Ma vince anche perché parla direttamente alla “gente”, e ne strumentalizza le paure profonde.

N. Avere pazienza

Bisogna prendere atto che siamo in una fase di reflusso democratico, sociale e culturale. Persino la crisi economica più grave di sempre, la prima pandemia dell’era globale, la catastrofe ambientale non ci hanno ancora smosso dal nostro stile di vita “standard”. Quindi nessuno si illuda che quanto appena illustrato sia facile; o si culli all’idea che nel giro di qualche anno si possa tornare a dare l’assedio ai palazzi d’inverno. Tuttavia abbiamo una posizione di snodo fondamentale: in una società fluida, siamo la generazione della transizione.

È il tempo di una “pazientissima semina”. Questo è stato il terzo segreto della destra neoliberista: lo stato sociale non è stato abbattuto in un giorno, ci hanno messo decenni; e nonostante i loro sforzi, non ci sono ancora riusciti del tutto.

O. Fare un profondo respiro

e ripartire dal punto A.

 

da qui

lunedì 7 giugno 2021

Il “socialismo” dei ricchi. Flat tax e lotta di classe

di El­le­pi­gi­vi - To­ri­no

 


“Flat tax” è uno di quei ter­mi­ni che si è in­se­ri­to con forza nel di­bat­ti­to po­li­ti­co di que­sti ul­ti­mi mesi oc­cu­pan­do spes­so anche le prime pa­gi­ne dei mezzi di co­mu­ni­ca­zio­ne. Viene ri­pe­tu­to come un man­tra da Sal­vi­ni con lo stes­so spi­ri­to con cui si usa un’e­spres­sio­ne ma­gi­ca e per in­di­ca­re lo stru­men­to sal­vi­fi­co in grado di “far ri­par­ti­re” la di­sa­stra­ta eco­no­mia ita­lia­na. Usato anche come una clava da agi­ta­re con­tro i po­te­ri forti di Bru­xel­les, che in ve­ri­tà sono in­te­res­sa­ti uni­ca­men­te ai no­stri “conti” che in qual­che modo de­vo­no tor­na­re, cioè ri­spet­ta­re i “vin­co­li di bi­lan­cio”.

Come spes­so suc­ce­de l’u­ti­liz­zo di ter­mi­ni in­gle­si, in voga da un po' di tempo, serve a na­scon­de­re una real­tà che non si vuole far co­no­sce­re. Tra­dot­to in ita­lia­no flat tax vuol dire tassa piat­ta, o me­glio an­co­ra ali­quo­ta unica che, presa alla let­te­ra, si­gni­fi­ca che tutti pa­ga­no la stes­sa per­cen­tua­le di im­po­sta: clas­se media, ric­chi, ric­chis­si­mi, po­ve­ri, po­ve­ris­si­mi. Anche se non sarà rea­liz­za­ta in que­sti ter­mi­ni (il che sa­reb­be in­co­sti­tu­zio­na­le) si trat­te­rà, nelle in­ten­zio­ni del go­ver­no, di ri­dur­re co­mun­que in modo dra­sti­co le già ri­dot­te dif­fe­ren­ze del­l’am­mon­ta­re del­l’im­po­sta da pa­ga­re per i di­ver­si li­vel­li di red­di­to. Una ten­den­za que­sta che pro­ce­de ora­mai da 35 anni.

L’at­tua­zio­ne della flat tax è stata posta più volte da Sal­vi­ni, dopo il suo suc­ces­so alle ele­zio­ni eu­ro­pee, come la con­di­zio­ne per la pro­se­cu­zio­ne della vita del go­ver­no gial­lo­ver­de, non pochi os­ser­va­to­ri ri­ten­go­no che po­treb­be es­se­re la leva per far sal­ta­re il go­ver­no e an­da­re alle ele­zio­ni an­ti­ci­pa­te. La mac­chi­na da guer­ra pro­pa­gan­di­sti­ca di Sal­vi­ni si è già messa in moto su que­sto ter­re­no di gran­de im­pat­to me­dia­ti­co. Pro­por­re la ri­du­zio­ne delle tasse per tutti, per quan­to in­gan­ne­vo­le e ve­dre­mo in se­gui­to il per­ché, si­gni­fi­ca por­ta­re a casa un si­cu­ro bot­ti­no di con­sen­si.

L’a­li­quo­ta unica è stato un ca­val­lo di bat­ta­glia di Ber­lu­sco­ni che pro­po­ne­va una tas­sa­zio­ne del 15% per tutti. Il tema della ri­du­zio­ne delle tasse è un pi­la­stro delle po­li­ti­che eco­no­mi­che neo­li­be­ri­ste che si sono af­fer­ma­te a par­ti­re dai primi anni 80 con le po­li­ti­che di Ro­nald Rea­gan.

La teo­ria dello sgoc­cio­la­men­to.

Come viene giu­sti­fi­ca­ta la ne­ces­si­tà di ri­dur­re le tasse, che in­ci­de spe­cial­men­te a fa­vo­re delle fasce più ric­che della po­po­la­zio­ne? Alla base tro­via­mo la teo­ria dello sgoc­cio­la­men­to (il tric­kle down): se si fanno pa­ga­re meno tasse ai ric­chi, que­sti in­ve­sto­no i ri­spar­mi nelle at­ti­vi­tà eco­no­mi­che, crea­no oc­cu­pa­zio­ne e ric­chez­za per tutti, non solo per loro stes­si. In­som­ma, se­con­do que­sta vi­sio­ne, la ric­chez­za ac­cu­mu­la­ta in alto sgoc­cio­la verso il basso e ne be­ne­fi­cia­no anche i ceti po­po­la­ri. Una teo­ria che ha ora­mai 35-40 anni, che non ha tro­va­to con­fer­me né a li­vel­lo teo­ri­co, né nella pra­ti­ca quan­do è stata ap­pli­ca­ta. La po­li­ti­ca eco­no­mi­ca di Ro­nald Rea­gan ha con­sen­ti­to una straor­di­na­ria ac­cu­mu­la­zio­ne di ca­pi­ta­le e al lato op­po­sto di mi­se­ria. Lo sgoc­cio­la­men­to non av­vie­ne, al con­tra­rio la di­stri­bu­zio­ne del red­di­to di­ven­ta sem­pre più ini­qua con ric­chi sem­pre più ric­chi e po­ve­ri sem­pre più po­ve­ri. Una tas­sa­zio­ne come la flat tax avreb­be come unico ri­sul­ta­to quel­lo di per­met­te­re un ul­te­rio­re tra­sfe­ri­men­to di ri­sor­se eco­no­mi­che dal basso verso l’al­to. Il con­tra­rio di quan­to pre­ve­de la teo­ria dello sgoc­cio­la­men­to. Si fi­ni­sce per dre­na­re dalle clas­si più in­di­gen­ti quel­le poche ri­sor­se an­co­ra a loro di­spo­si­zio­ne. Se c’è una ri­du­zio­ne del get­ti­to fi­sca­le, dove si pren­do­no le ri­sor­se per so­ste­ne­re la spesa cor­ren­te? Evi­den­te­men­te dai ser­vi­zi so­cia­li, dagli ospe­da­li, dagli asili, dalle scuo­le, ecc. Un pro­get­to come quel­lo della flat tax non potrà che an­da­re a in­tac­ca­re quel che resta dei ser­vi­zi so­cia­li, fa­vo­ren­do eco­no­mi­ca­men­te il nu­cleo so­cia­le più so­li­do che so­stie­ne da de­cen­ni po­li­ti­ca­men­te la Lega, cioè quei seg­men­ti pro­dut­ti­vi del lom­bar­do ve­ne­to.

Il sogno le­ghi­sta della flat tax, per il suo im­pat­to sulla di­stri­bu­zio­ne del red­di­to, è un altro pas­sag­gio della lotta di clas­se dei ceti ab­bien­ti con­tro i già mo­de­sti red­di­ti dei su­bal­ter­ni, sulla scia della per­di­ta del po­te­re d’ac­qui­sto del sa­la­rio, dello sman­tel­la­men­to del si­ste­ma dei di­rit­ti usci­ti dalle lotte degli anni 70.

Qui di se­gui­to svi­lup­pia­mo al­cu­ni ra­gio­na­men­ti, an­co­ra par­zia­li, cer­can­do di com­pren­de­re come nei prov­ve­di­men­ti in di­scus­sio­ne sulla ri­for­ma della tas­sa­zio­ne si na­scon­da un mec­ca­ni­smo eco­no­mi­co che ha una chia­ra na­tu­ra di clas­se. Cer­chia­mo anche, per quan­to pos­si­bi­le, di non ren­de­re trop­po spe­cia­li­sti­co e pe­san­te il ra­gio­na­men­to.

Un lungo per­cor­so di in­giu­sti­zia fi­sca­le.

So­la­men­te nel 1974, con la ri­for­ma Vi­sen­ti­ni, con l’i­sti­tu­zio­ne del­l’Ir­pef (l’im­po­sta sul red­di­to delle per­so­ne fi­si­che), entra in vi­go­re un si­ste­ma di tas­sa­zio­ne im­pron­ta­to alla pro­gres­si­vi­tà del­l’im­po­si­zio­ne fi­sca­le come pre­vi­sto dal­l’ar­ti­co­lo 53 della Co­sti­tu­zio­ne ita­lia­na. La ri­for­ma tri­bu­ta­ria del go­ver­no Rumor è il pro­dot­to di un con­te­sto po­li­ti­co ca­rat­te­riz­za­to da un forte con­flit­to so­cia­le. Pur nella sua im­po­sta­zio­ne ri­for­mi­sta può con­si­de­rar­si come il ri­sul­ta­to di un clima ge­ne­ra­le che met­te­va al cen­tro del­l’a­gen­da po­li­ti­ca la ne­ces­si­tà di ri­dur­re le di­su­gua­glian­ze so­cia­li cau­sa­te dal ca­pi­ta­li­smo.

La ri­for­ma del 74 in­tro­du­ce un si­ste­ma pro­gres­si­vo per­ché non solo pre­ve­de l’au­men­to del­l’im­por­to delle tasse in se­gui­to al­l’au­men­to del red­di­to (au­men­to pro­por­zio­na­le), ma so­prat­tut­to per­ché si ha un in­nal­za­men­to do­vu­to al­l’a­li­quo­ta delle im­po­ste da pa­ga­re. Più si è ric­chi più cre­sce la quota parte di red­di­to da pa­ga­re.

Nel 1974 le ali­quo­te di pre­lie­vo fi­sca­le da pa­ga­re erano 32; la più bassa era pari al 10%, men­tre quel­la mas­si­ma era fis­sa­ta al 72%. Già dalla metà degli anni 80 ini­zia un per­cor­so, in­tra­pre­so sia da go­ver­ni di cen­tro­de­stra che di cen­tro­si­ni­stra, in­di­riz­za­to a ri­dur­re anche dra­sti­ca­men­te il ca­rat­te­re pro­gres­si­vo della tas­sa­zio­ne di­ret­ta. Le ali­quo­te si ri­du­co­no da 32 alle at­tua­li 5.

Non solo, dagli anni 80 ad oggi i ric­chi hanno go­du­to di una co­stan­te ri­du­zio­ne delle tasse; la loro ali­quo­ta mas­si­ma si è quasi di­mez­za­ta pas­san­do dal 72% al 43% odier­no. Inol­tre si è anche am­plia­ta la pla­tea, in­fat­ti oggi l’im­por­to da cui si ap­pli­ca l’a­li­quo­ta del 43% è pari a 75.000 euro. Que­sto si­gni­fi­ca che da que­sta cifra a sa­li­re è stata can­cel­la­ta ogni pro­gres­si­vi­tà: un red­di­to di 75 mila euro è sog­get­to alla stes­sa ali­quo­ta di un red­di­to di 10 mi­lio­ni, di un mi­liar­do, ecc.

In basso, sul lato op­po­sto, l’a­li­quo­ta mi­ni­ma è al con­tra­rio cre­sciu­ta pas­san­do dal 10% al­l’at­tua­le 23%. Negli ul­ti­mi 35 anni la­vo­ra­to­ri di­pen­den­ti e pen­sio­na­ti si sono fatti ca­ri­co di un mag­gior get­ti­to fi­sca­le com­ples­si­vo. Il segno di clas­se di que­sta ten­den­za è evi­den­te: ac­can­to a sa­la­ri che hanno perso po­te­re d’ac­qui­sto, le tasse per le clas­si su­bal­ter­ne sono di­ven­ta­te più pe­san­ti.

Senza en­tra­re nel me­ri­to ri­cor­dia­mo an­co­ra che nel­l’ul­ti­mo ven­ten­nio si sono no­te­vol­men­te ri­dot­te le im­po­ste per le so­cie­tà di ca­pi­ta­le, men­tre i red­di­ti fi­nan­zia­ri hanno una tas­sa­zio­ne age­vo­la­ta e non pro­gres­si­va. In que­sti set­to­ri del­l’e­co­no­mia, dove si ma­ci­na­no fat­tu­ra­ti e utili mi­lio­na­ri, si è già rea­liz­za­ta una ri­di­stri­bu­zio­ne verso l’al­to. Que­ste so­cie­tà, che hanno anche la pos­si­bi­li­tà di spo­sta­re le sedi fi­sca­li nei pa­ra­di­si fi­sca­li, go­do­no già di una vera e pro­pria flat tax. Anche i pro­fit­ti e gli in­te­res­si ma­tu­ra­ti con la spe­cu­la­zio­ne sui ti­to­li fi­nan­zia­ri sono tas­sa­ti con un’a­li­quo­ta unica del 26%, a pre­scin­de­re dal­l’im­por­to. Per con­clu­de­re, una con­si­sten­te massa di red­di­ti da ca­pi­ta­le già oggi sfug­ge alla pro­gres­si­vi­tà delle im­po­ste e viene tas­sa­ta con un’a­li­quo­ta age­vo­la­ta.

Dalle im­po­ste di­ret­te alle im­po­ste in­di­ret­te.

La ten­den­za degli ul­ti­mi anni in Ita­lia e in tutta Eu­ro­pa è quel­la di ina­spri­re le im­po­ste in­di­ret­te a fa­vo­re di quel­le di­ret­te. L’im­po­sta di­ret­ta col­pi­sce il red­di­to o il pa­tri­mo­nio del sog­get­to in que­stio­ne, si basa sulla sua ca­pa­ci­tà di con­tri­bui­re ai bi­so­gni della col­let­ti­vi­tà.

L’im­po­sta in­di­ret­ta grava sui con­su­mi e ri­guar­da so­prat­tut­to l’Iva, ma anche le ac­ci­se (ben­zi­na, ta­bac­chi). Chiun­que ac­qui­sti un bene paga l’Iva sul pro­dot­to che col­pi­sce a piog­gia l’in­te­ra pla­tea dei con­tri­buen­ti, ric­chi e po­ve­ri. L’Iva è una flat tax, una tassa piat­ta, ugua­le per tutti i con­su­ma­to­ri. A ben ve­de­re però le im­po­ste in­di­ret­te col­pi­sco­no in ma­nie­ra pe­san­te i po­ve­ri, sot­traen­do loro una per­cen­tua­le di red­di­to mag­gio­re di quel­la dei ceti ab­bien­ti. In­fat­ti chi vive in basso è co­stret­to a spen­de­re la quasi to­ta­li­tà del pro­prio red­di­to in con­su­mi che sod­di­sfi­no i suoi bi­so­gni pri­ma­ri. Al con­tra­rio delle fasce più ric­che che im­pe­gna­no una quota mi­no­ri­ta­ria del loro red­di­to in con­su­mi, ri­spar­mian­do o in­ve­sten­do il resto.

In Ita­lia l’a­li­quo­ta per­cen­tua­le del­l’I­va, nel 1973 era pari al 12%, oggi ha rag­giun­to il 22% che ri­guar­da la mag­gior parte dei beni di con­su­mo. Nel lu­glio del 2011 il go­ver­no Ber­lu­sco­ni, per ri­spet­ta­re i vin­co­li di bi­lan­cio pre­vi­sti dai trat­ta­ti eu­ro­pei e ras­si­cu­ra­re gli in­ve­sti­to­ri, ha in­tro­dot­to la “clau­so­la di sal­va­guar­dia” che pre­ve­de un au­men­to au­to­ma­ti­co del­l’I­va qua­lo­ra il go­ver­no non rie­sca a re­pe­ri­re le ri­sor­se ne­ces­sa­rie per fi­nan­zia­re la ma­no­vra fi­nan­zia­ria. Que­sta ere­di­tà si è tra­sci­na­ta fino ad oggi pas­san­do per i go­ver­ni Monti, Renzi, Gen­ti­lo­ni e Conte. In­fat­ti in au­tun­no, quan­do verrà messa a punto la ma­no­vra fi­nan­zia­ria per il 2020, si do­vran­no tro­va­re le ri­sor­se per di­sin­ne­sca­re l’au­men­to del­l’I­va al 24,5%, una pe­san­te man­na­ia che può ab­bat­ter­si sui con­su­ma­to­ri eco­no­mi­ca­men­te più de­bo­li.

Dai dati della Banca d’I­ta­lia si può ri­scon­tra­re come il peso delle im­po­ste di­ret­te sia oggi si­mi­le a quel­lo delle im­po­ste in­di­ret­te at­te­stan­do­si en­tram­be sul 35% del to­ta­le, men­tre i con­tri­bu­ti so­cia­li am­mon­ta­no a circa il 30%. Qua­lo­ra nella pros­si­ma ma­no­vra do­ves­se­ro scat­ta­re au­men­ti del­l’I­va (il mi­ni­stro del­l’e­co­no­mia Tria è da sem­pre fa­vo­re­vo­le a que­sta ipo­te­si) que­sta di­ven­te­reb­be l’im­po­sta prin­ci­pa­le. L’i­dea di spo­sta­re il peso del­l’im­po­si­zio­ne fi­sca­le dalle im­po­ste di­ret­te a quel­le in­di­ret­te è uno dei punti pro­gram­ma­ti­ci della vi­sio­ne li­be­ri­sta del­l’e­co­no­mia di cui sono por­ta­tri­ci le élite del­l’U­nio­ne Eu­ro­pea.

L’i­deo­lo­gia li­be­ri­sta so­stie­ne in­fat­ti che tas­sa­re di­ret­ta­men­te gli agen­ti eco­no­mi­ci ha l’ef­fet­to di in­ci­de­re ne­ga­ti­va­men­te sugli in­ve­sti­men­ti. Non a caso i so­ste­ni­to­ri del­l’au­ste­ri­tà li­be­ri­sta sono i più ac­ca­ni­ti pro­mo­to­ri di un tra­va­so del get­ti­to dal­l’im­po­sta sul red­di­to a quel­la sui con­su­mi.

L’al­ter­na­ti­va fra au­men­to del­l’I­va e ta­glio della spesa so­cia­le ci verrà ri­pre­sen­ta­ta in au­tun­no quan­do si dovrà de­fi­ni­re la pros­si­ma ma­no­vra fi­nan­zia­ria. Si di­scu­te­rà del­l’al­ter­na­ti­va fra la pa­del­la e la brace: due mi­su­re ini­que che an­dran­no a col­pi­re tutti i set­to­ri del pro­le­ta­ria­to.

Go­ver­no del po­po­lo?

La flat tax si in­se­ri­sce per­fet­ta­men­te nella de­cen­na­le ero­sio­ne di quel con­te­nu­to di ri­di­stri­bu­zio­ne del red­di­to in­tro­dot­to nel 1974 al­l’in­ter­no del si­ste­ma fi­sca­le, si andrà così a in­tac­ca­re quel poco che so­prav­vi­ve dei pas­sa­ti ele­men­ti di equi­tà.

Die­tro la de­ma­go­gia di un mes­sag­gio po­li­ti­co sem­pli­ce e ap­pe­ti­bi­le, “meno tasse per tutti”, uno slo­gan di si­cu­ro suc­ces­so elet­to­ra­le, si na­scon­de la ri­du­zio­ne del get­ti­to fi­sca­le con l’e­vi­den­te pro­po­si­to di pic­co­na­re quel che ri­ma­ne dello stato so­cia­le, ac­cre­sce­re le pri­va­tiz­za­zio­ni e in­cre­men­ta­re la con­cen­tra­zio­ne dei red­di­ti fa­vo­ren­do i ceti più ric­chi. Il ta­glio della spesa pub­bli­ca viene pro­prio giu­sti­fi­ca­to con la ne­ces­si­tà di ab­bas­sa­re le tasse. Il cer­chio si chiu­de in con­ti­nui­tà con le po­li­ti­che di au­ste­ri­tà che hanno do­mi­na­to la scena degli ul­ti­mi anni.

Inol­tre la pur pic­co­la ri­du­zio­ne delle tasse per i ceti medio-bassi sarà tutta da ve­ri­fi­ca­re, in­fat­ti bi­so­gne­rà ca­pi­re che ne sarà delle de­tra­zio­ni fi­sca­li (che in­te­res­sa­no so­prat­tut­to i meno ab­bien­ti) che ri­schia­no di es­se­re eli­mi­na­te. o quan­to­me­no ri­dot­te, per fi­nan­zia­re le ri­du­zio­ni delle ali­quo­te.

L’i­deo­lo­gia e le po­li­ti­che anti-egua­li­ta­rie, che si sono af­fer­ma­te ora­mai da de­cen­ni e che con­ti­nua­no a ma­ci­na­re vit­ti­me pro­le­ta­rie, sono armi di una lotta di clas­se che ha visto il ca­pi­ta­le pro­dut­ti­vo e fi­nan­zia­rio af­fer­mar­si su scala glo­ba­le. La flat tax è il per­se­gui­men­to del­l’o­biet­ti­vo della di­su­gua­glian­za ope­ra­to da un go­ver­no che si au­to­rap­pre­sen­ta come an­ti­si­ste­ma e come “go­ver­no del po­po­lo”.

“Non c’è nulla di più in­giu­sto che fare parti ugua­li fra di­se­gua­li” po­te­va­mo leg­ge­re nella Let­te­ra a una pro­fes­so­res­sa della Scuo­la di Bar­bia­na