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venerdì 20 marzo 2026

Perde pezzi il castello dell’autoproclamato imperatore Trump - Marco Consolo

 

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sui veri protagonisti dell’attacco criminale all’Iran, li ha appena chiariti Joe Kent con le sue dimissioni da direttore del Centro Nazionale Antiterrorismo (Nctc) degli Stati Uniti. Martedì 17 marzo, Kent ha pubblicato la lettera di dimissioni inviata a Donald Trump. “Non posso in buona coscienza appoggiare la guerra in corso in Iran. L’Iran non costituiva una minaccia immediata per la nazione ed è chiaro che abbiamo cominciato questa guerra sotto pressione di Israele e della sua potente lobby“. “All’inizio di questo mandato, esponenti israeliani di alto livello e figure di primo piano dei media americani hanno messo in atto una campagna di disinformazione che ha minato totalmente la sua piattaforma America First e alimentato sentimenti pro guerra per spingerci ad un conflitto con l’Iran”. “…Come veterano che ha partecipato a 11 missioni di combattimento e come marito che ha perso la sua amata moglie Shannon in una guerra fabbricata da Israele, non posso appoggiare l’invio della nuova generazione a combattere e a morire in una guerra che non ha benefici per il popolo americano e non giustifica il sacrificio di vite americane” continua la lettera [i].

Una smentita clamorosa delle bugie belliciste dell’amministrazione Trump e del criminale di guerra Netanyahu.

La risposta stizzita della Casabianca è arrivata prima tramite la sua portavoce, Karoline Leavitt, secondo cui la lettera di dimissioni di Joe Kent, contiene “molte affermazioni false“. La portavoce ha ribadito che il presidente Donald Trump “aveva prove solide e inconfutabili sul fatto che l’Iran avrebbe attaccato per primo gli Stati Uniti”, sottolineando che “non avrebbe mai preso la decisione di schierare risorse militari contro un avversario straniero senza un valido motivo”. Una barzelletta da Babbo Natale e di cattivo gusto, che ricorda la famosa fialetta di Colin Powell con cui si è iniziata la guerra contro l’Iraq.

Poco dopo, interrogato dai giornalisti, cercando di attutire il colpo, lo stesso Trump si era detto contento per le dimissioni dato che “Kent era molto debole in quanto a Sicurezza”.

Quella di Kent è l’uscita più significativa, ad altissimo livello, dall’amministrazione Trump II a causa del conflitto in Iran. Il paradosso apparente è che avviene in contrasto con il proprio Trump, a partire dalle promesse “trumpiane” in campagna elettorale di non voler continuare le guerre in corso.

Chi è Joe Kent

Padre di due figli, Kent, è un veterano di guerra pluri-decorato, agente per operazioni speciali dell’esercito e della CIA con oltre 20 anni di servizio tra Iraq, Afghanistan e Siria. Come lui stesso ricorda nella lettera di dimissioni, ha perso la moglie, Shannon Mary Smith, che lavorava nell’intelligence della Marina Usa, uccisa in un attentato suicida nel nord della Siria nel 2019. Oltre al tema Iran, nella lettera di dimissioni, Kent scrive che sua moglie è morta in una guerra “fabbricata da Israele”.

Trump lo aveva convintamente nominato direttore del Nctc nel febbraio 2025 e il Senato l’ha confermato a luglio.  Oggi, il principale responsabile dell’antiterrorismo entra in rotta di collisione con Trump, smentendo clamorosamente le sue bugie.

Antiterrorismo senza testa

Il NCTC era stato creato dopo l’attacco alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, proprio per coordinare le informazioni delle diverse agenzie di intelligence Usa sia dall’interno, che dall’esterno degli Stati Uniti, in particolare CIA ed FBI.

In tempi di guerra planetaria, di azioni e minacce terroriste e dei prossimi “mondiali di calcio” (di cui una parte significativa dovrebbe svolgersi negli USA), le dimissioni del direttore della struttura statunitense dedicata al coordinamento della “lotta al terrorismo” è un segnale che l’amministrazione Trump non può permettersi né di ignorare, né di sottovalutare.

Ad oggi, la struttura principale “anti-terrorismo” è ancora senza testa.

Crepe nell’Intelligence

Prima della nomina alla NCTC, Kent era stato consigliere senior di Tulsi Gabbard, direttrice della National Intelligence che, in contrasto con la CIA, si era opposta anche all’intervento in Venezuela, oltre a quello in Iran. Tulsi Gabbard ha costruito, anche lei da ex militare, la sua intera carriera politica, iniziata come deputata democratica, con una dura critica all’interventismo militare statunitense.

Il giorno dopo le dimissioni di Kent, Gabbard è stata convocata per un’audizione al Congresso statunitense per rispondere sull’Iran. Il punto più delicato dell’audizione è stato il dossier nucleare. Gabbard ha affermato che, dopo l’operazione “Midnight Hammer” del giugno 2025, “il programma di arricchimento nucleare iraniano è stato annientato” e, soprattutto, che “da allora non ci sono stati tentativi di ricostruire i loro impianti”. Una valutazione che contraddice apertamente il principale pretesto utilizzato da Trump per lanciare l’operazione criminale “Epic Fury” insieme a Israele.

I Maga contro la guerra

Kent non è stato un funzionario qualsiasi dell’amministrazione Trump. Al contrario, è stato uno degli uomini più in vista dell’ala trumpiana del partito Repubblicano (con poco peso nel Congresso). Sconfitto due volte alle elezioni per diventare parlamentare, Kent appartiene alla frangia “non interventista” del movimento Maga, in linea con le posizioni del giornalista Tucker Carlson sull’”America First”. Ha frequentato ambienti vicini al cosiddetto paleo-conservatorismo e al nazionalismo bianco, in particolare il gruppo dei Proud Boys, in prima fila nell’assalto al Campidoglio e nelle teorie complottiste.

Già nel 2022, quando era candidato al Congresso, Kent si era opposto pubblicamente ai finanziamenti statunitensi all’Ucraina, sostenendo che l’invasione russa era stata provocata dagli stessi Stati Uniti attraverso l’espansione della Nato verso est.

Kent aveva già avuto seri contrasti con altri esponenti dell’amministrazione come il direttore del Fbi, Kash Patel,  a partire dalla sua convinzione di un coinvolgimento straniero nell’assassinio di Charlie Kirk. Le sue dimissioni sono l’ennesimo segnale di malcontento della base Maga per la guerra, che seguono quelle di Marjorie Taylor Greene, la deputata nazionalista cristiana MAGA dal suo seggio parlamentare all’inizio dell’anno [ii]. Un dissenso già apparso in precedenza, con i bombardamenti contro il Venezuela e il sequestro del presidente Maduro e di sua moglie, la deputata Cilia Flores.

Secondo Pew Research, la metà dei repubblicani sotto i 50 anni ha ora un’opinione negativa di Israele, rispetto al 35% del 2022, e il 53% degli americani in generale, con un aumento di 11 punti percentuali. Oggi viene allo scoperto il crescente disagio della base elettorale di Trump per la guerra. I dubbi sulla giustificazione dell’uso della forza, prima in Venezuela e poi in Iran, si estendono sia nella base MAGA, che tra l’elettorato repubblicano in generale, come evidenziano i sondaggi [iii].

La defezione di Kent non è quindi un’azione isolata di un membro dell’amministrazione scontento delle politiche della Casa Bianca all’estero. Ma evidenzia il malcontento profondo e la critica sia all’interno dell’amministrazione, che della base di appoggio di Trump, per la sua decisione di coinvolgere gli Stati Uniti nell’ennesimo conflitto all’estero, che rischia di trasformarsi in una guerra infinita. Una decisione che viene vista come un tradimento sfacciato delle promesse fatte in campagna elettorale attraverso lo slogan “America First” con cui aveva promesso di disimpegnare gli Stati Uniti dalle guerre e dalle organizzazioni internazionali, per ridirigere quei fondi all’interno del Paese.

L’altro elemento di forte dissenso con l’amministrazione Trump della sua base elettorale ed in particolare della destra MAGA, è stato il trattamento del “Caso Epstein” e la censura di Stato riguardo al coinvolgimento dello stesso Trump negli scandali sessuali.

Sesso e spie

Come ricordava spesso il cattolico Giulio Andreotti… a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca…

Da sempre, i servizi segreti del pianeta hanno usato l’adescamento sessuale per ottenere informazioni riservate. La storia è piena di esempi ed aneddoti in merito, più o meno torbidi e perversi.

Come ha dichiarato l’ex-agente israeliano-canadese del Mossad, Ari Ben-Menashe, in una sua intervista del 2025: “Tutta l’operazione nell’isola di Epstein, è stata una missione di Intelligence israeliana il cui obiettivo era far cadere in trappola celebrità, figure mediatiche, dirigenti politici, etc. attraverso il ricatto sessuale, reclutandoli come agenti israeliani…. Il governo statunitense è intrappolato dagli israeliani e Jeffrey Epstein ne è stato uno degli strumenti” [iv].

Appare quindi evidente il ricatto israeliano a cui è sottoposto lo stesso Trump, amico di Epstein, nonché pedofilo e stupratore seriale. Guarda caso, sia nel primo che nel secondo mandato di Trump, è sempre aumentata la pressione sionista per un maggior coinvolgimento statunitense nelle guerre in Medio Oriente.

E mentre scrivo, l’FBI ha aperto un’indagine contro Joe Kent per spionaggio in un evidente tentativo di screditarlo agli occhi dell’opinione pubblica.  Ma è chiaro che il castello dell’autoproclamato imperatore del mondo perde pezzi.

 


 

[i] https://infoalternative.it/europa-mondo/mondo/la-guerra-contro-liran-lennesima-guerra-fabbricata-la-lettera-di-dimissioni-indirizzata-a-trump-da-joe-kent-capo-dellantiterrorismo-usa/

[ii] Amanda Tyler, Opinion: Marjorie Taylor Greene’s words on Christian nationalism are a wake-up call, in CNN, 27 luglio 2022. https://edition.cnn.com/2022/07/27/opinions/christian-nationalism-marjorie-taylor-greene-tyler

[iii] https://www.pewresearch.org/short-reads/2026/02/04/americans-are-divided-on-next-steps-for-us-in-venezuela/

[iv] https://x.com/GUnderground_TV/status/1951993269883126246

da qui

mercoledì 29 ottobre 2025

Marco Consolo sul Nobel per la Pace (o per il Golpe) a María Corina Machado

 

Il Nobel delle cannoniere - Marco Consolo

La grottesca assegnazione del Premio Nobel per la pace alla golpista venezuelana María Corina Machado è senza dubbio uno dei punti più bassi raggiunti dall’Istituto Nobel. Lungi dall’essere una coincidenza casuale, è parte dell’agenda bellica dell’Occidente e di una precisa strategia di aggressione nei confronti del Venezuela bolivariano e delle altre esperienze di trasformazione del sub-continente. Oggi, i venti di guerra soffiano anche nelle acque del Mar dei Caraibi e Machado ha un ruolo centrale nel tentativo di “regime change” per rovesciare il chavismo con un intervento militare diretto degli Stati Uniti.

Il sorriso ingessato di María Corina Machado 

Nata nel 1967, Machado è quella che i venezuelani chiamano “sifrina”: una donna di origini privilegiate, ricca figlia di un imprenditore siderurgico, nel 2005 ha dichiarato di aver avuto “un’infanzia al riparo dalla realtà”. Ha studiato prima in un esclusivo collegio di Caracas e poi, come è tradizione tra le antiche élite venezuelane, negli Stati Uniti.

Nonostante il tentativo dei latifondi mediatici internazionali di ripulire la sua immagine e di trasformarla in una moderna Giovanna d’Arco dal sorriso ingessato, Machado ha un lungo curriculum golpista, fatto di appelli all’intervento militare straniero contro il proprio Paese e al colpo di Stato. Già nel 2002, Machado aveva preso parte all’effimero golpe contro Hugo Chávez (con la presidenza de facto di Pedro Carmona “il breve”), firmando il decreto di scioglimento di tutti i poteri della Repubblica. La sua “Ong” Sumate è da tempo finanziata dalla NED (che fa capo al Partito Repubblicano negli USA) e dall’USAID.

Dopo la sua elezione a deputata nel 2011, Machado è stata inabilitata politicamente per aver rappresentato un altro Paese (Panama, incredibile dictu) in un vertice dell’OEA del 2014, per discutere della crisi venezuelana. Ritenendo che ciò violasse in modo flagrante la Costituzione, il potere giudiziario le ha revocato il seggio, con una decisione ratificata nel 2014 dalla Corte Suprema di Giustizia venezuelana. Machado è stata anche parte attiva dell’enorme trama di corruzione dell’autoproclamato “presidente” del Venezuela, il “signor nessuno” ex deputato Juan Guaidó.

Nel 2014 e nel 2017, è stata tra le promotrici de “La salida” con le cosiddette “guarimbas”, una strategia insurrezionale paramilitare per abbattere il chavismo, con un saldo di 43 morti, 486 feriti e 1.854 arrestati. Nel 2017 ha invocato a gran voce la “massima pressione” di Washington contro il governo di Maduro, e l’approvazione di ennesime misure coercitive unilaterali (le mal chiamate sanzioni) contro l’economia del Paese caraibico. Nel 2019 ha chiesto l’applicazione del TIAR, un vecchio trattato militare in seno alla Organizzazione degli Stati Americani (OEA), per intervenire militarmente in Venezuela, definendo il governo bolivariano come una “associazione criminale transnazionale”. Nel 2019, in una intervista alla BBC, ha affermato che “…le democrazie occidentali devono comprendere che un regime criminale lascerà il potere solo di fronte alla minaccia credibile, imminente e grave dell’uso della forza”. Un saggio di uso della forza c’è stato nel 2020, con l’avventura dello sbarco di mercenari nella Operación Gedeón.

Il suo partito “Vente Venezuela” ha firmato un patto di gemellaggio con il Likud del sionista Beniamin Netanyahu, a cui ha chiesto di intervenire militarmente in Venezuela, promettendo di spostare l’ambasciata venezuelana a Gerusalemme in caso di una sua vittoria elettorale. Il suo appoggio al sionismo non è mai cessato, neanche durante gli ultimi due anni di genocidio a Gaza.

Per quanto riguarda la concezione economica, è vicina al turbo-capitalismo di Trump e all’argentino Javier Milei, con un marcato profilo autoritario, retorica anticomunista e un modello vende-patria. Machado propone di privatizzare la compagnia petrolifera statale PDVSA, la Corporación Eléctrica Nacional e le altre aziende pubbliche, liberalizzare l’economia e ri-privatizzare le imprese nazionalizzate.

Oggi, l’assegnazione del Nobel è quindi parte del complesso intreccio di operazioni e narrative che cercano di far rivivere in America Latina e nei Caraibi i tempi del big stick e della antica diplomazia delle cannoniere. Anche in questo caso, come in Palestina, con la loro abituale arroganza coloniale, attori stranieri vogliono decidere chi deve governare il Venezuela, senza tenere conto dei venezuelani.

Babbo Natale e la testa dura dei fatti

Per quanto riguarda la strategia statunitense di questi mesi, i fatti hanno la testa dura e c’è poco da credere a Babbo Natale. Diamo un’occhiata alla tempistica degli ultimi avvenimenti.

Ad aprile c’era stata la visita a Panama del Segretario della Difesa (ora della Guerra) Pete Hegseth, seguita da un via vai di alti comandi del Pentagono e da esercizi militari e spiegamento di truppe per consolidarne la presenza.

A settembre, Trump ha ordinato l’invio di una flotta militare nel Mar dei Caraibi con 8 navi da guerra (fregate, cacciatorpedinieri ed un sottomarino nucleare) e circa 4000 marines, con il ridicolo pretesto della “lotta al narcotraffico”. Subito dopo c’è stato lo spostamento di dieci caccia F35 in una delle basi a stelle e strisce di Puerto Rico, protagonisti immediati di provocazioni ai limiti dello spazio aereo venezuelano.

Il 6 ottobre, Trump ha ordinato all’inviato speciale della Casabianca, Richard Grenell, di sospendere tutti i contatti diplomatici con il governo bolivariano. Contatti che avevano portato ad un parziale allentamento del blocco petrolifero, alla liberazione di alcuni mercenari statunitensi catturati e alla ripatriazione di decine di venezuelani espulsi dagli Stati Uniti. Secondo il New York Times, Trump lo ha fatto per la sua “crescente frustrazione per il fatto che Maduro non abbia acconsentito alle richieste degli Stati Uniti di abbandonare volontariamente il potere (sic) e per la continua insistenza dei funzionari venezuelani nel sostenere di non avere nulla a che fare con il traffico di droga”.  La reazione di Grenell all’assegnazione del Nobel a Machado sul suo profilo di X è stata lapidaria: “il Premio Nobel è morto da anni”.

Lo scorso 7 ottobre, il Presidente venezuelano Nicolás Maduro ha denunciato un piano per compiere un attentato esplosivo contro l’ambasciata degli Stati Uniti a Caracas, fortunatamente sventato. Un attentato di “falsa bandiera”, organizzato da un settore dell’estrema destra venezuelana, alla ricerca di un pretesto per un attacco militare statunitense. La sede diplomatica è chiusa dal 2019, quando si sono interrotti i rapporti diplomatici. Il governo Maduro ha comunicato “ufficialmente” a Washington i dettagli del complotto. “Gli Stati Uniti dispongono delle informazioni, dei nomi e cognomi, dell’ora dell’incontro, di ciò che è stato discusso e dove si è discusso di questo attentato, approvato e richiesto da una persona che sarà presto resa nota”, ha affermato il Presidente venezuelano senza fornire ulteriori dettagli.

Secondo il New York Times, in queste settimane il numero dei militari statunitensi nei Caraibi è aumentato a circa diecimila, la maggioranza dei quali a Puerto Rico. Al largo delle coste del Venezuela, si sarebbe poi aggiunta la nave da guerra “fantasma” Ocean Trader, che funge da supporto alle forze speciali statunitensi con una capacità di navigazione senza tracciabilità.

E nei giorni scorsi, Washington si è assicurato l’appoggio allo spiegamento militare del governo di Trinidad Tobago, grazie alla promessa dell’esplorazione congiunta di un giacimento di gas al limite delle acque territoriali venezuelane. La minaccia militare è oggi a circa 11 chilometri dalle coste venezuelane.

Il 15 ottobre, tre caccia-bombardieri statunitensi, partiti dalla Louisiana, sono entrati nello spazio aereo venezuelano, per l’ennesima provocazione, mentre il New York Times filtrava l’informazione di un semaforo verde dato da Trump alla CIA per operazioni in territorio venezuelano.

Dulcis in fundo, l’assegnazione del premio Nobel per la pace a Machado.

Maga, non Maga….

Nonostante le apparenze, la politica estera dell’amministrazione Trump non è priva di contraddizioni. Da una parte, ci sono i falchi, capitanati dal Segretario di Stato, il guerrafondaio cubano-statunitense Marco Rubio (con la sua ossessione di utilizzare la potenza militare contro Cuba e Venezuela). Dall’altra, i membri del MAGA nel governo (gruppo in cui Richard Grenell ha una posizione di rilievo per la politica estera), che sarebbero in contrasto con la visione di Rubio e che provano a screditarla e ridurne la portata. Un eventuale intervento militare potrebbe allarmare la base del MAGA, vista la forte inclinazione isolazionista, con dei costi politici ed elettorali per lo stesso Trump. Questo braccio di ferro per imporre la propria visione della politica estera, al momento, traspare anche dai mezzi di comunicazione statunitensi. Le contraddizioni della Casa Bianca stanno dando al Venezuela il tempo di prepararsi al peggiore degli scenari, mentre il presidente Maduro si rafforza di fronte alla minaccia esterna. Per Rubio, il tempo scorre in un clima di tensione e aumenta la pressione nei suoi confronti. Il movimento MAGA, guidato da Grenell, spera nel suo fallimento, per espellerlo definitivamente dal gabinetto di Trump.

La risposta bolivariana

Da parte sua, il governo venezuelano non sottovaluta il pericolo di conflitto. Oltre ad aver posto in stato di allerta le FF.AA., mobilitato la marina e la milizia popolare, il governo è impegnato in un’offensiva diplomatica. Tra le altre iniziative, ha convocato una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tenutasi il 10 ottobre, per denunciare l’escalation bellicista. Il Segretario generale del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), Diosdado Cabello, ha affermato che «la Nazione utilizza tutti i meccanismi diplomatici per evitare sempre qualsiasi conflitto, non solo nel territorio venezuelano, ma in qualsiasi parte del mondo», dato che «il Venezuela si è sempre contraddistinto per la sua diplomazia bolivariana di pace».

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SCHEDA

Un poco di storia del Nobel

L’Istituto Nobel, anche nel lontano passato, si è s/qualificato con l’assegnazione del premio a personaggi a dir poco sinistri. Solo per rinfrescare la memoria delle perle più eclatanti, nei primi decenni del secolo scorso furono insigniti del Premio Nobel per la Pace due dei presidenti più guerrafondai di tutta la storia coloniale degli Stati Uniti: Theodore Roosevelt nel 1906 e Woodrow Wilson nel 1919.

Roosevelt creò la politica del big stick (speak softly and carry a big stick, you will go far) con cui gli Stati Uniti riaffermarono la possibilità di intervenire se i loro interessi erano in gioco. Fu così che ordinò la guerra coloniale del 1898 (la «piccola guerra splendida», come fu definita cinicamente) con cui gli Stati Uniti si impossessarono di Porto Rico, Cuba, Filippine e Guam. Roosevelt mise anche lo zampino nella secessione di Panama dalla Grande Colombia per la costruzione del Canale, oltre a invadere Cuba, Haiti, la Repubblica Dominicana e il Nicaragua.

Woodrow Wilson, era un razzista a tutto campo, simpatizzante del Ku Klux Klan e difensore della “purezza razziale” dei bianchi statunitensi, che approfondì la segregazione nella pubblica amministrazione. Non contento, ordinò operazioni militari in Messico (l’invasione di Veracruz e le spedizioni punitive contro Pancho Villa), ed appoggiò lunghe occupazioni con i marines ad Haiti, nella Repubblica Dominicana e in Nicaragua. A quei tempi, la proxy war fu condotta dal pirata William Walker, fedele mercenario ed esecutore della teoria del “destino manifesto”.

Più recentemente, altri tre premi Nobel per la pace hanno fatto scandalo.

Il primo, nel 1973, a Henry Kissinger per i negoziati nella guerra del Vietnam e per i successivi accordi di pace di Parigi, anche se in realtà la guerra di liberazione nazionale terminò con la vittoria dei Việt Cộng e la caduta di Saigon nel 1975. In quell’occasione fu insignito del Nobel anche il Presidente vietnamita Le Duc Tho, l’unico a rifiutare il premio in tutta la storia del Nobel per la Pace. Come si ricorderà, Kissinger era stato Consigliere per la sicurezza nazionale e poi Segretario di Stato del Presidente Nixon, allargando la guerra del Vietnam al Laos e alla Cambogia, con pesanti bombardamenti nei due Paesi. In America Latina è stato il cervello del colpo di Stato contro Salvador Allende in Cile del 1973 e delle altre dittature civili-militari oltre all’inventore del macabro Plan Condor. Lo scandalo del premio fu tale che due membri del comitato Nobel decisero di dimettersi.

Nel 2009, è stato premiato Barack Obama «per i suoi straordinari sforzi volti a rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli». Peccato che l’ex presidente democratico ha continuato le guerre in Afghanistan e Iraq iniziate da George W. Bush; ha distrutto la Libia di Gheddafi (il Paese più prospero e sviluppato di tutta l’Africa); ha sostenuto la guerra civile in Siria contro il governo di Bashar al-Assad ed appoggiato l’Arabia Saudita nella sua guerra contro gli Houthi dello Yemen.

E nel 2016, il premio è toccato al presidente colombiano Juan Manuel Santos per gli accordi di pace firmati all’Avana con la guerriglia delle FARC-EP. Ma come ministro della Difesa di Álvaro Uribe, Santos è stato responsabile dei cosiddetti “falsi positivi”, con centinaia di esecuzioni extragiudiziali di indigeni o contadini, fatti passare come guerriglieri uccisi in combattimento.

Viceversa, non si può che salutare positivamente, l’incontrovertibile assegnazione del premio a Desmond Tutu e Nelson Mandela per la loro lotta contro l’apartheid in Sudafrica, a Martin Luther King per la sua battaglia contro l’apartheid negli Stati Uniti, o a Adolfo Pérez Esquivel per la difesa dei diritti umani durante l’ultima dittatura civile-militare argentina.

Ma, da tempo, l’ago della bilancia del Nobel pende sempre più a destra, con un premio geopolitico, utilizzato per dare una verniciata di legittimità alle cause e alle figure ben viste dalle potenze occidentali nei momenti più opportuni. Seguendo la geografia dei premi, possiamo identificare la mappa degli avversari dell’Occidente collettivo: la ex-Unione Sovietica, la Cina governata dal Partito Comunista, il mondo arabo-mussulmano o la Russia di Vladimir Putin.

da qui

 

 

Un Nobel val bene una messa - Giusi Di Cristina

«La satira politica è divenuta obsoleta da quando il Premio Nobel per la Pace è stato dato a Henry Kissinger» (Tom Lehrer, autore e compositore satirico).

Erano gli anni Settanta e il Premio Nobel per la pace venne assegnato a Le Duc Tho, il politico e rivoluzionario vietnamita che fu il capo della delegazione del Vietnam del Nord ai trattati per la pace in Vietnam con gli Stati Uniti, e ad Henry Kissinger, segretario di Stato degli USA. Il motivo del duplice premio erano appunto gli Accordi che avrebbero portato alla fine di una guerra che aveva trucidato da una parte il popolo vietnamita – pur non piegandolo, anzi – e dall’altra un’intera generazione nordamericana, costretta alle armi.

Le Duc Tho, però, rifiuta il premio, affermando che nel suo Paese la pace non era affatto stata raggiunta, visto che i combattimenti continuavano a sud.

Kissinger, al contrario, il premio lo accetta eccome. Peccato che era il medesimo Kissinger ideatore del Plan Condor, che stava assicurando sostegno economico, militare e politico alle sadiche dittature latinoamericane.

D’altronde, da eccellente realista qual è, il segretario di Stato sa bene quanto sia necessario influenzare i destini dei Paesi che servono al benessere e al mantenimento dello status quo delle sfere d’influenza. Ed è una pratica politica talmente accettata, talmente ritenuta normale che persino l’altra parte, l’URSS, non si scompose minimamente, riconoscendo i nuovi dittatori a capo dei rispettivi Paesi.

A corollario delle azioni di politica estera aggressiva, il soft power veniva agito per raggiungere anche l’ultimo dei cittadini del mondo e convincerlo che gli Stati Uniti, in fondo, aggiustavano le cose, stavano coi buoni, fornivano le soluzioni corrette a chi rischiava di corrompersi a causa del socialismo o, peggio, del comunismo.

E perché non farlo anche attraverso il Premio Nobel per la Pace?

Le istituzioni occidentali hanno da sempre sostenuto e difeso un determinato modello di mondo: l’eurocentrismo ha sdoganato pratiche aberranti come il colonialismo, fatto passare come legittime le invasioni, accettato le distruzioni e i massacri quando utili ad aumentare la potenza di un grande Stato occidentale. Spesso persino chi era vittima del sistema eurocentrico lo sosteneva, vivendolo come ineluttabile o addirittura giusto.

«Colonialidad del poder» la chiamava Anibal Quijano, aggiungendo all’analisi anche il richiamo alla razza, concetto inventato appositamente per costruire una gerarchia dell’umanità e un presunto destino biologico di una parte a dominarne un’altra.

Quijano era peruviano: scriveva forte di un’esperienza diretta che ha aiutato spesso altri grandi studiosi latinoamericani a redigere analisi che hanno apportato elementi nuovi e originali, più volte in rottura anche con la parte più vicina (si pensi a come il marxismo occidentale ha compreso a fatica, quando non rigettato in toto, gli approcci politici latinoamericani).

Oggi il metodo non è cambiato: il Nord globale continua a voler dettare la linea politica ed economica rispetto al Sud (o, a mio parere, ai differenti Sud), attraverso un sistema ben oliato di hard e soft power.

E il Premio Nobel per la Pace fa parte di questo sistema, oggi come ieri.

A parte qualche rarissima eccezione (Martin Luther King o Rigoberta Menchú), il premio è stato sempre legato a una precisa lettura della realtà, da cui i promotori della pace o dei diritti umani possono essere di una parte politica. Già con la nascita della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, l’Accademia degli Antropologi denunciava che quella dichiarazione sottoponeva il mondo a una forma di “giustizia” che stava solo da una parte, appunto.

È di qualche giorno fa la scandalosa assegnazione del Premio Nobel per la pace del 2025 a María Carina Machado. Scandalosa per due ragioni: non risulta che abbia fatto qualcosa per la pace e ha suggerito, al contrario, azioni violente contro il suo stesso Paese, nel suo stesso Paese.

María Carina Machado è figlia di un ricco imprenditore, direttamente coinvolto nelle grandi aziende dell’acciaio e dell’energia elettrica che durante l’era di Chávez sono state nazionalizzate. Machado si è formata in scuole d’élite, per poi perfezionarsi in Massachussetts e a Yale. Ad un certo punto ha deciso di dedicarsi alla politica e lo fa partecipando attivamente al colpo di Stato che nel 2002 tenta di far fuori Chávez: è al fianco dell’autoproclamato presidente ad interim Pedro Carmona e firmataria del decreto di scioglimento dell’Assemblea Nazionale. In effetti, già dall’inizio della sua carriera, si nota come il pacifismo è la cifra rilevante della sua azione politica.

Per consolidare la sua posizione crea Súmate, una ong che riceve ingenti finanziamenti dagli Usa e viene accolta da G.W.Bush alla stanza Ovale, come diretta interlocutrice del governo statunitense in Venezuela.

Se durante il mandato di Obama, Machado chiedeva sanzioni molto più forti nei confronti di personaggi politici del suo Paese, con l’arrivo di Trump Machado si è convertita in un personaggio chiave, che ha sistematicamente accolto positivamente non solo le sanzioni individuali ma anche la stretta economica contro il Venezuela (soprattutto il divieto di vendere petrolio, prima e più importante risorsa venezuelana), che ha spinto il Paese verso una crisi senza pari. Il tentativo di allentamento delle pressioni, suggerito dall’amministrazione Biden, è stato duramente criticato da Machado, in quanto troppo morbido.

Le critiche hanno avuto fine con l’avvento del secondo Trump e il ripristinarsi di minacce e operazioni di forza contro il Venezuela. La signora Machado ha spesso invocato la necessità di un intervento armato contro il suo stesso Paese, condividendo la posizione dell’ex ambasciatore statunitense in Venezuela, Cile e Colombia William Brownfield secondo il quale per portare la pace in un Paese si deve ricorrere a qualsiasi misura drastica, sia essa una invasione militare o lasciare i cittadini senza cibo.

Insomma un rinnovato Plan Condor, senza neppure cambiare di copione.

María Corina Machado è la prima cittadina venezuelana a ricevere un Nobel per la pace, con queste motivazioni: «per il suo instancabile lavoro nella promozione dei diritti democratici per il popolo venezuelano e per la sua lotta per raggiungere una transizione giusta e pacifica dalla dittatura alla democrazia».

Rimangono almeno due enormi quesiti alla luce di questa premiazione. Il primo è legato alla comprensione di quali siano i criteri secondo cui invitare i Paesi stranieri ad invadere militarmente il proprio Paese (è spuntato anche un documento in cui la pacifica signora Machado invita il presidente Netanyahu a mandare truppe per salvare il Venezuela) equivarrebbe a proporre transizioni pacifiche e democratiche, rispettose dei diritti umani.

Il secondo è l’ubriacatura della pseudo sinistra governativa italiana che si spertica in applausi per questa premiazione, aggiungendo che non si poteva premiare Trump. Peccato che Machado abbia dedicato il premio proprio a Trump (mi meraviglio non l’abbia dedicato anche a Netanyahu). A questo coro felice e sognante si è unita, immancabilmente, anche una parte di pseudo intellighenzia, che non riesce più ad unire un paio di informazioni concrete e vive della medesima propaganda dei  detestati Salvini e Meloni.

A conferma che Quijano aveva ragione: non è quanto abbiamo studiato, ma quello che ci fa sentire al sicuro.

da qui

 


Machado: cancellata la tradizionale fiaccolata per il Nobel per la Pace - Giusi Di Cristina

Il Consiglio della Pace norvegese ha annunciato che quest’anno non organizzerà la fiaccolata che solitamente celebra la consegna del premio Nobel per la pace. Secondo la dichiarazione ufficiale, i membri della ong «non sentono che la vincitrice sia conforme con i valori fondamentali del Consiglio della Pace norvegesi e dei nostri membri». L’ONG raggruppa infatti altre 17 organizzazioni pacifiste norvegesi e circa 15.000 attivisti e ne ha approfittato per criticare anche l’intero comparto decisionale che, ha affermato, non pare aver rispettato alcuni loro valori imprescindibili, quali ad esempio «la promozione del dialogo e i metodi non violenti».

Non è la prima volta che il Consiglio della Pace cancella la storica fiaccolata (che si svolge dal 1954), ma il rifiuto a celebrare questo Nobel – che ad ogni modo è stato ufficializzato e sarà consegnato il 10 di dicembre prossimo – dà la possibilità a quanti si sono indignati per la scelta di veder riconosciuta, appunto, la giustezza della propria indignazione.

María Corina Machado, dopo aver dedicato a Trump il premio, un paio di giorni dopo la sua proclamazione ha telefonato al presidente israeliano Netanyahu, congratulandosi per la gestione della guerra. Insomma: un premio Nobel che si premura, fra i primi atti, di congratularsi con un leader dell’estrema destra mondiale che sta conducendo da anni un’aggressione inarrestabile che mira alla pulizia etnica.

Per quanto la fiaccolata sia un atto simbolico, essa accompagna da moltissimi anni la consegna del Nobel per la pace e rappresenta il riconoscimento del premio da parte della società civile, non solo norvegese.

Da parte sua, l’Istituto per il Nobel non ha dato risposte, a parte informare che Machado potrebbe forse non riuscire a raggiungere Oslo per ragioni di sicurezza. Incaponito in una scelta che, evidentemente, ha sconcertato quella parte di opinione pubblica libera dal lavaggio di cervello neoliberale (che venga dalla destra o dalla sinistra), procede in un atto che, come precedentemente scritto su queste pagine, non rappresenta null’altro che soft power.

In un momento storico, tra l’altro, in cui l’America Latina è ancora una volta sottoposta a tentativi di intrusione violenta da parte degli Stati Uniti, urlati da Donald Trump, ormai convinto di essere il padrone del mondo, in splendida compagnia di tutti quegli Stati che concepiscono la politica estera come piena subordinazione all’ordine nordamericano.

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