Il nostro
collega Mauro Del Corno se n’è andato un anno fa. In questo primo anniversario
pubblichiamo un estratto inedito del primo capitolo del nuovo libro a cui stava
lavorando e che avrebbe voluto intitolare Il collasso dell’umanità
neoliberista. Le riflessioni contenute nel preludio sono una summa del pensiero
economico, ma anche e soprattutto filosofico e sociologico che
era la lente attraverso cui Mauro osservava e interpretava la realtà: una base
teorica solida, costruita in anni di studio e di confronto, da cui
prendevano forma i suoi articoli e le sue analisi.
—
“Il denaro
distrugge la comunità e diventa la comunità” (K. Marx)
“Il capitale se lo fai incazzare ti spara” (Solo vera è l’estate. F.
Pecoraro)
Difficile
dire se il neoliberismo sia in fase di remissione o se sia
entrato nella sua fase più aggressiva. I segnali sono confusi ma,
purtroppo, la seconda ipotesi pare la più plausibile. Semplicemente è stato
costretto a gettare la maschera. Le promesse di una società migliore per tutti
sono andate in frantumi. Dovevano arrivare più felicità e
benessere, abbiamo invece drammatico impoverimento della
classe media, lavoro precario, ansia e frustrazione generalizzata,
sgretolamento dei rapporti sociali, consumismo esasperato, competizione,
per lo più fine a se stessa, in ogni ambito della vita. E’ ormai evidente che
ci sono pochissimi vincitori, che ricevono premi assolutamente sproporzionati,
quasi sempre slegati da qualunque merito, e moltissimi sconfitti,
puniti a prescindere da ciò che fanno o non fanno. A ritirarsi è più che altro
il consenso, il supporto diffuso di cui queste politiche hanno
goduto almeno fino al 2008. Del resto non si può certo parlare di fallimento se
è vero ciò che sostiene David Harvey, ovvero che il neoliberismo
non è null’altro che un consapevole e ben orchestrato progetto di
dominio di classe. Una strategia per riconquistare tutto quello che
era stato perso dopo la seconda guerra mondiale quando
l’esistenza dell’alternativa socialista aveva costretto a fare concessioni alle
richieste di sindacati e lavoratori.
Pur
ponendosi come una necessità storica, cosa che invece non è, il neoliberismo è stato
un mero espediente per allontanare la crisi del valore che si
iniziava ad intravedere negli anni ’70, con il risultato di sublimare la crisi
senza superarla. Chi trae beneficio da questa “reconquista”, pochi ma
ricchi e potenti, continuerà a sostenerla e promuoverla, ad ogni costo. Ma se
ora manca il consenso, l’unico modo per farlo è quello di aumentare la coercizione e
la violenza della repressione del dissenso. Ce ne stiamo già
accorgendo, in Italia come altrove. Ce ne accorgeremo sempre di più. Il
capitalismo può certamente convivere con la democrazia ma non
la presuppone affatto, né ha uno specifico interesse a difenderla. È bene
togliersi dalla testa, e in fretta, che capitalismo e libertà siamo
qualcosa di indissolubile che si presuppone reciprocamente. Abbiamo visto
classi imprenditoriali appoggiarsi ai peggiori dittatori e ai
più feroci metodi di repressione, anteponendo la difesa e l’accrescimento dei
loro profitti a qualunque altra considerazione.
Come
ricostruisce Michel Foucault nel corso tenuto nel 1979 al Collegé
de France e raccolto in “Nascita della biopolitica”, il neoliberismo
origina nel tentativo dei suoi padri (l’ordoliberismo tedesco e la
scuola austriaca) di sottrarre allo Stato poteri decisionali ed
amministrativi da quanti più ambiti possibili. Un’istanza che nasce in
seguito alle esperienze del potere assunto dagli Stati totalitari prima e
durante la seconda guerra mondiale. L’alternativa allo Stato
viene quindi identificata nel mercato, ritenuto depositario della più
alta saggezza di cui possa disporre il genere umano. Lo Stato,
lungi dallo sparire, deve adoperarsi attivamente perché ciò avvenga e sgombrare
il campo all’azione di quello che è in sostanza un capitalismo a briglia
sciolta. Il governo serve per difendere gli interessi e le
ricchezze private e deve conservare la forza sufficiente per poterlo fare. Lo
Stato è, in un certo senso, chiamato a nutrire i suoi carnefici e
a scavarsi perennemente da solo la fossa senza mai calarsi al suo interno.
Si tratta di
un rapporto particolarmente complesso. Per usare l’efficace sintesi del
filosofo Istvan Meszaros “il sistema del capitale non potrebbe
resistere una settimana senza l’appoggio massiccio che riceve continuamente
dallo Stato”. Ma, lungi dal limitarsi a ridefinire le prerogative statali
dirottandole a favore dei propri interessi, la dottrina neoliberista fa si che
le logiche di mercato e profitto si intrufolino ovunque, dai servizi
essenziali, ai sentimenti. E’ quello che Mark Fisher definiva,
con una formula molto efficace e pungente, “stalinismo di mercato”.
Il capitale opera inesorabilmente per isolare e frammentare.
Si sgretola dunque qualsiasi declinazione della socialità e si
provoca una progressiva atomizzazione degli individui, alla
base di dei tanti crescenti malesseri che affliggono in modo
sempre più esteso e profondo le nostre società, o quel che ne rimane.
Ora, il
neoliberismo è, fondamentalmente, nulla più che un capitalismo a briglia
sciolta. Quindi chiede di privatizzare qualunque cosa (quindi
distribuire proprietà pubbliche a soggetti che già dispongono di risorse
finanziare per acquisirle), contrastare (almeno in teoria) l’inesorabile spinta
capitalistica verso i monopoli, esasperare l’individualismo, marginalizzare
i sindacati, garantire la libera circolazione
transnazionale dei capitali, ma non delle persone, anteporre a
qualsiasi altra cosa il perseguimento del profitto subordinando la politica
all’economia. Lo Stato è chiamato ad agire attivamente per perseguire questi
risultati. Si farà dunque carico di produrre legislazioni che erodano i diritti dei
lavoratori, agirà attivamente per vendere società e aziende di cui ha il
controllo. E ancora, non meno importante, reprimerà il dissenso verso
queste politiche che favoriscono pochi e vanno s svantaggio di molti, gestirà
l’umanità in eccesso e superflua che questi interventi producono. Ricorrendo ad
un rafforzamento degli apparati di polizia e carcerari o con
provvedimenti economici che consentano un livello minimi di sussistenza.
Ecco perché,
in un certo senso, pure la Cina può essere considerata, a
tutti gli effetti, un laboratorio di neoliberismo. Arretra, invece, lo Stato
sociale i cui servizi sono offerti come terreno di caccia per profitto privato.
A seconda del prevalere delle diverse istanze può risultare, a fasi alterne,
più funzionale un governo di estrema destra (repressione del dissenso), destra (privatizzazioni,
smantellamento welfare) o di finta sinistra (subdola erosione ai
diritti dei lavoratori e dei servizi dello stato sociale). A volte non fa poi
tutta questa differenza, si veda il caso italiano dove l’attacco ai diritti dei
lavoratori è avvenuto indifferentemente da destra e da “sinistra”. Ma accanto
all’arretramento dello Stato, si è ottenuto un terribile ritirarsi della
società e del sociale. I rapporti basati sul capitale si impossessano
dell’intera sfera sociale. Ne conseguono atomizzazione, individualismo,
incapacità di articolare una qualche forma efficace di dissenso. Qui il genio
sfugge dalla lampada. Se il neoliberismo è stato capace di generare una spinta
alla crescita economica, è anche e soprattutto alla base delle più devastanti e
pericolose dinamiche che affliggono il nostro vivere. Nel corso del libro
andremo a vederle una per una.
Con la
ritirata della dimensione sociale dello Stato, ente collettivo per antonomasia,
si è ottenuto anche l’effetto di privare le società di un soggetto che si
reputava, almeno in una qualche misura, super partes e quindi in grado di
rivestire funzioni di regolatore e custode degli interessi di
un’intera comunità e non di una sola parte di essa. L’incessante opera di discredito del
soggetto pubblico spiega anche il dilagare di teorie del complotto.
Se perdo fiducia nella capacità di un ente imparziale di imporre comportamenti
corretti tutto vacilla. Si pensi ai vaccini. Se non sono convinto
che esista un soggetto imparziale che si può imporre sulle case farmaceutiche e
vigilare, perché dovrei fidarmi di queste ultime che in passato hanno in più
occasioni diffuso informazioni ingannevoli sui loro farmaci. Certo, potrei
laurearmi in biotecnologie e analizzare tutte le
documentazioni, almeno quelle pubblicamente disponibili, inerenti ai vaccini.
Ma… siamo seri.
Se viaggiate
in metropolitana vi sarà certamente capitato di trovarvi seduti vicino a
qualcuno che guarda video sullo smartphone a volume alto, come
se fosse da solo. Il più delle volte non è maleducazione, spesso, se glielo si
fa notare le persone si scusano e abbassano immediatamente. Il rapporto con il
proprio oggettino magico è talmente stretto e malsano che disintegra è la
percezione dell’altro, non ci si rende più conto di trovarsi insieme ad altre
persone. Siamo ridotti così. Ci torneremo. Possiamo, forse, produrre di più e
meglio e con meno costi ma questo, a parte i profitti che garantisce ai capitalisti,
che cosa porta a noi, alle nostre esistenze? Non salari più alti, non migliori
condizioni di vita. La possibilità di scegliere tra 20 invece che 10 articoli
al supermercato. Quante energie e risorse impiegate allo spasimo
per arrivare a questo misero risultato.
Nel
frattempo, incidentalmente, abbiamo devastato, forse irrimediabilmente, l‘ecosistema in
cui viviamo. Allora ha forse ragione Alex Williams e Nick
Srnicek quando dicono che dovremmo iniziare a pensare al capitalismo
(“uni sistema ingiusto e perverso”) in un altro modo, non come una
spinta ma come un freno al progresso dell’Uomo. Come qualcosa
che drena incredibili quantità di risorse ed energie per dedicarle unicamente
alla produzione di oggetti e servizi da vendere per guadagnare quanto più
denaro possibile. Lasciando poi individui svuotati ed esangui incapaci di altre
attività e afflitti da un drammatico deficit di immaginazione. Così
come dovremmo chiederci se davvero il capitalismo sia un sistema che genera
ricchezza e prosperità oppure semplicemente sottragga risorse alla maggior
parte delle persone per concentrarla nelle mani di pochi.
In fondo,
oggi che il capitalismo neoliberista imperversa nel mondo, le 26 persone più
ricche del mondo hanno la stessa quantità di denaro dei 3,8 miliardi di
individui più poveri, molti dei quali vivono in condizioni di grave indigenza.
In fondo, per funzionare, il capitalismo ha bisogno di scarsità e, quando non
c’è, la crea. Ciò che non è scarso non può essere venduto con profitto. Ciò che
non è scarso, come l’acqua, o la sanità in un sistema
di welfare efficiente, lo può diventare grazie a privatizzazioni e programmi di
tagli ai bilanci. I programmi di austerità a cui vengono
costretti gran parte dei governi, sono molto funzionali a questo scopo. La politica
neoliberista applicata su larga scala a partire dagli anni ’80 ha dato inizio
ad un’epoca in cui la maggior parte dei lavoratori ha ricevuto pochi o nessun
beneficio dai cambiamenti tecnologici. I vantaggi sono andati solo all’1% più
ricco della popolazione mondiale. I profitti del capitale sono aumentati a
dismisura, mentre la quota di Pil riservata ai lavoratori è scesa molto in
quasi tutti i paesi avanzati. In sostanza la favola del trickle down (lo
“sgocciolamento” verso il basso della ricchezza accumulata in alto) si è
rivelata essere nient’altro un “trickle up”, com’era facilmente prevedibile.
L’unica ragione per cui la ricchezza media delle famiglie è, in alcuni paesi,
cresciuta, sono l’incremento della percentuale di donne che lavorano e orari di
lavoro più lungi. Davvero non siamo in grado di concepire e fare niente di
meglio di questo?
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