Da Ceuta alla Fortezza Europa, la crisi delle migrazioni non racconta il
fallimento delle politiche di controllo, ma il successo culturale delle destre.
Mentre il razzismo diventa senso comune e la sicurezza sostituisce i diritti
come principio ordinatore delle democrazie europee, anche gran parte della
sinistra ha smesso di mettere in discussione il paradigma delle frontiere,
limitandosi a proporne una gestione più efficiente e umana.
Ottantaquattro
morti dovrebbero essere sufficienti a mettere in discussione qualunque sistema
politico. Dovrebbero aprire un dibattito sulla legittimità delle politiche che
hanno prodotto quella tragedia, interrogare le coscienze, costringere governi e
istituzioni a chiedersi se il prezzo pagato in termini di vite umane sia
compatibile con i principi che dichiarano di difendere. E invece, dopo le
giornate di Ceuta, il confronto pubblico europeo ha seguito una strada
completamente diversa. I corpi senza vita recuperati nel tratto di mare che
separa il Marocco dall’enclave spagnola sono rapidamente scomparsi
dall’orizzonte della discussione, sostituiti da un lessico ormai familiare:
invasione, difesa dei confini, trafficanti, sicurezza, controllo delle
frontiere, integrità territoriale. Ancora una volta le vittime sono uscite di
scena, mentre il linguaggio della paura è diventato il protagonista assoluto.
È questo il
dato politico più significativo di quanto accaduto a Ceuta. Non tanto
l’ennesima tragedia di frontiera, pur gravissima, quanto l’incapacità
dell’Europa di leggere quella tragedia fuori dalle categorie costruite negli
ultimi trent’anni dalle destre. Il vero successo delle forze nazionaliste e
xenofobe non consiste infatti soltanto nell’aver conquistato governi o
aumentato il proprio consenso elettorale. Il loro risultato più importante è di
natura culturale: essere riuscite a imporre il proprio modo di interpretare le
migrazioni all’intero spazio pubblico europeo. Quando anche chi si definisce
democratico o progressista finisce per parlare di “emergenza migratoria”, di
“governo dei flussi”, di “difesa delle frontiere” e di “contrasto
all’immigrazione illegale”, significa che la battaglia delle idee è già stata
vinta ben prima di quella elettorale.
Le destre
hanno costruito negli anni un’operazione politica di straordinaria efficacia.
Hanno spostato il terreno del confronto dalle cause delle migrazioni alle loro
conseguenze, dalle responsabilità storiche dell’Occidente alla presunta
pericolosità di chi fugge, dalle diseguaglianze globali alla difesa
dell’identità nazionale. Così facendo hanno trasformato un fenomeno strutturale
della modernità in un problema di ordine pubblico. Non si discute più delle
guerre, delle devastazioni ambientali, degli accordi commerciali ineguali, del
saccheggio delle risorse, della finanziarizzazione dell’economia o delle
politiche neoliberiste che hanno prodotto instabilità e povertà in vaste aree
del pianeta. Tutta l’attenzione viene concentrata sul momento finale del
processo: l’arrivo delle persone alle frontiere europee. È come osservare il
fumo ignorando deliberatamente l’incendio.
Questa
operazione culturale ha avuto un effetto ancora più profondo. Ha modificato il
significato stesso della parola sicurezza. Per decenni la sicurezza è stata
associata al lavoro stabile, alla casa, alla salute, alla scuola pubblica, alla
previdenza sociale, alla certezza dei diritti. Oggi, invece, il termine viene
quasi esclusivamente collegato al controllo della mobilità umana. La perdita
del posto di lavoro, l’impoverimento del ceto medio, la precarizzazione
dell’esistenza, l’aumento delle diseguaglianze e la progressiva privatizzazione
del welfare sono usciti dall’immaginario collettivo della sicurezza. Al loro
posto è entrata la figura del migrante, rappresentato come il principale
fattore di instabilità sociale.
È un
rovesciamento che non nasce spontaneamente. È il risultato di una precisa
costruzione politica. Una società nella quale milioni di persone sperimentano
salari stagnanti, precarietà permanente e riduzione delle tutele sociali
avrebbe tutte le ragioni per interrogarsi sulla distribuzione della ricchezza,
sul potere della finanza, sulla concentrazione dei patrimoni, sulla
compressione del costo del lavoro e sul progressivo smantellamento dello Stato
sociale. E invece il conflitto viene sistematicamente spostato altrove. La
rabbia prodotta dall’insicurezza economica viene indirizzata verso chi occupa
l’ultimo gradino della scala sociale. Il migrante diventa così il bersaglio
ideale: sufficientemente visibile per essere individuato come responsabile,
sufficientemente privo di potere da non poter reagire, sufficientemente
vulnerabile da poter essere trasformato nel capro espiatorio di problemi che
hanno origini completamente diverse.
È in questo
quadro che le immagini di Ceuta assumono un significato che va ben oltre la
cronaca. Quelle migliaia di persone che tentano di raggiungere un’enclave
europea sulla costa africana non rappresentano un evento eccezionale. Sono la
manifestazione visibile di contraddizioni che attraversano da decenni il
rapporto tra Europa e Mediterraneo. La loro presenza mette in discussione il
racconto di un continente che continua a proclamarsi culla dei diritti
universali mentre investe risorse sempre maggiori nella costruzione di muri,
nella militarizzazione delle frontiere e nell’esternalizzazione del controllo
migratorio verso paesi ai quali delega il lavoro sporco dei respingimenti.
La risposta
politica, tuttavia, non consiste mai nel mettere in discussione questo modello.
Al contrario, ogni crisi viene utilizzata per rafforzarlo ulteriormente. Dopo
Ceuta si è parlato di aumentare la presenza di Frontex, di rafforzare gli
accordi con il Marocco, di costruire nuove barriere, di accelerare i rimpatri,
di rendere ancora più rapide le procedure di frontiera previste dal nuovo Patto
europeo su migrazione e asilo. Nessuno ha posto la domanda fondamentale: perché
decine di migliaia di giovani arrivano al punto di rischiare la morte pur di
attraversare pochi metri di mare?
La risposta
a questa domanda costringerebbe infatti l’Europa a guardare dentro sé stessa.
Significherebbe interrogarsi sui rapporti economici che continua a intrattenere
con il Nord Africa, sull’eredità del colonialismo, sulle responsabilità
occidentali nei processi di impoverimento, sul ruolo delle guerre e delle
politiche commerciali, ma anche sul modello economico che utilizza la mobilità
come una risorsa da controllare e non come un diritto da garantire. Sarebbe
necessario riconoscere che le migrazioni non sono un’anomalia da reprimere, ma
una conseguenza strutturale di un ordine mondiale costruito proprio attraverso
la libera circolazione dei capitali e il controllo selettivo della circolazione
delle persone.
Ed è proprio
qui che emerge la responsabilità più grave della sinistra europea. Non tanto
per ciò che ha fatto, quanto per ciò che ha progressivamente smesso di dire.
Perché il problema non è soltanto che le destre abbiano imposto il proprio
linguaggio. Il problema è che quel linguaggio sia stato accettato, spesso
inconsapevolmente, anche da chi avrebbe dovuto costruire un’alternativa
culturale e politica.
La crisi
della sinistra europea non consiste semplicemente nell’aver perso consenso
elettorale. Quella è la conseguenza. Il problema più profondo è di natura
culturale e riguarda la progressiva rinuncia a produrre una lettura autonoma
del fenomeno migratorio. Per decenni le culture politiche della sinistra, nelle
loro diverse articolazioni, avevano interpretato le migrazioni all’interno dei
grandi processi di trasformazione del capitalismo globale, della
redistribuzione diseguale della ricchezza, delle responsabilità coloniali e
neocoloniali dell’Occidente, delle guerre combattute per il controllo delle
risorse e delle profonde asimmetrie tra Nord e Sud del mondo. La mobilità umana
veniva letta come una conseguenza della struttura economica internazionale e
non come una minaccia all’ordine pubblico.
Quella
impostazione, pur con tutti i suoi limiti, aveva un pregio fondamentale: non
separava mai le persone dalle cause che le costringevano a migrare. Il migrante
non era il problema. Era il prodotto di un ordine mondiale profondamente
diseguale. Per questa ragione le parole d’ordine che attraversavano i movimenti
sociali europei tra gli anni Novanta e i primi Duemila non erano semplicemente
rivendicazioni umanitarie, ma la traduzione politica di una critica complessiva
alla globalizzazione neoliberista. «Nessuna persona è illegale», «Libertà di
movimento», «Abbattere i muri», «Diritti per tutti indipendentemente dalla
cittadinanza» non erano slogan generici. Mettevano direttamente in discussione
il principio secondo cui il luogo di nascita potesse determinare il valore
giuridico, economico e politico di una persona.
Quel
patrimonio teorico e politico sembra oggi quasi completamente dissolto. Non è
scomparso soltanto dal dibattito pubblico. È stato progressivamente abbandonato
anche da una parte consistente delle forze progressiste europee, che hanno
finito per accettare come inevitabile proprio l’impianto culturale costruito
dalle destre. È sufficiente osservare il linguaggio utilizzato nelle ultime
settimane per rendersene conto. Di fronte alla tragedia di Ceuta non si è aperta
una discussione sulla libertà di movimento, sul diritto universale di lasciare
il proprio Paese, sulle responsabilità europee nei confronti del continente
africano o sulla natura profondamente diseguale del sistema delle frontiere. La
discussione si è concentrata, ancora una volta, sull’efficienza dei controlli,
sulla cooperazione con il Marocco, sul contrasto ai trafficanti, sulla
necessità di “governare i flussi” e di garantire la sicurezza dei confini
esterni dell’Unione.
È una
differenza enorme. Quando si accetta che la migrazione costituisca innanzitutto
un problema di sicurezza, il terreno del confronto è già stato definito
dall’avversario. A quel punto la differenza tra destra e sinistra non riguarda
più il paradigma, ma soltanto l’intensità con cui esso viene applicato. La
destra propone muri più alti, respingimenti più rapidi e norme più severe; la
sinistra promette procedure più ordinate, una distribuzione più equa dei
richiedenti asilo tra gli Stati membri e una cooperazione internazionale più efficace.
Ma entrambe continuano a muoversi all’interno dello stesso orizzonte culturale:
quello della gestione della frontiera.
È
probabilmente questa la trasformazione più significativa della politica europea
degli ultimi vent’anni. Il confine non viene più percepito come un dispositivo
che produce diseguaglianza, ma come uno strumento neutrale che occorre
semplicemente amministrare meglio. Non si mette in discussione il principio
secondo cui alcune persone possano essere rinchiuse nei centri di trattenimento
amministrativo pur senza aver commesso alcun reato; si discute esclusivamente
delle condizioni materiali in cui vengono trattenute. Non si contesta
l’esternalizzazione delle frontiere; si chiede che gli accordi con i Paesi
terzi siano accompagnati da maggiori garanzie sui diritti umani. Non si critica
l’esistenza dei rimpatri; si propone che vengano realizzati nel rispetto delle
procedure previste dal diritto internazionale.
Si tratta di
differenze importanti sul piano giuridico e umanitario, ma che non modificano
la struttura del problema. La frontiera continua a rimanere il centro
dell’intero sistema.
L’esempio
della Spagna è particolarmente significativo proprio perché mette in evidenza
questa ambivalenza. Pedro Sánchez viene spesso indicato come il volto
progressista dell’Europa e, rispetto alle destre nazionaliste, rappresenta
certamente una cultura politica differente. Tuttavia, sul terreno delle
politiche migratorie, anche il governo socialista finisce per condividere
alcuni presupposti fondamentali con il resto dell’Unione Europea. Dopo i fatti
di Ceuta, Madrid ha parlato di difesa dell’integrità territoriale, ha proceduto
rapidamente ai respingimenti, ha annunciato il rafforzamento delle barriere di
confine e ha ricondotto l’intera vicenda all’azione delle organizzazioni
criminali che gestirebbero i flussi migratori.
Contemporaneamente,
lo stesso governo rivendica la regolarizzazione di centinaia di migliaia di
lavoratori stranieri avvenuta negli ultimi anni, presentandola come una
dimostrazione della propria sensibilità democratica. Ma proprio questo
apparente paradosso aiuta a comprendere la natura delle politiche migratorie
contemporanee.
Quelle
regolarizzazioni non sono nate dal riconoscimento del principio secondo cui
nessun essere umano possa essere considerato illegale. Sono state motivate
dalla necessità di rispondere al fabbisogno di manodopera dell’economia
spagnola. Agricoltura, edilizia, turismo, assistenza familiare e numerosi altri
comparti produttivi avevano bisogno di forza lavoro regolare, stabile e
fiscalmente inquadrata. La regolarizzazione ha quindi risposto principalmente a
una domanda del mercato del lavoro.
Questo
significa che il criterio fondamentale non è diventato il diritto della
persona, ma l’utilità economica della sua presenza. Si regolarizza chi serve,
si respinge chi eccede le necessità del sistema produttivo. La frontiera, in
questa prospettiva, non ha il compito di impedire la mobilità. Ha il compito
molto più sofisticato di selezionarla.
È un
meccanismo profondamente diverso dalla narrazione proposta dalle destre,
secondo cui l’obiettivo sarebbe quello di bloccare completamente le migrazioni.
In realtà nessuna grande economia europea potrebbe funzionare senza il
contributo del lavoro migrante. Il problema non è dunque la presenza dei
migranti, ma la possibilità di governarne quantità, tempi, condizioni
giuridiche e grado di ricattabilità. Le frontiere non servono tanto a chiudere
l’Europa quanto a disciplinare l’ingresso della forza lavoro secondo le
esigenze del mercato.
Ed è proprio
questo punto che la sinistra sembra aver progressivamente smesso di mettere al
centro della propria analisi. Negli anni della globalizzazione neoliberista
aveva compreso che il conflitto fondamentale riguardava la distribuzione della
ricchezza e dei diritti. Oggi, invece, gran parte del dibattito progressista
appare schiacciato sulla gestione tecnica dell’esistente. Si discute di quote,
di ricollocamenti, di corridoi umanitari, di procedure amministrative, di
accordi con i Paesi di origine e di redistribuzione delle competenze tra gli
Stati membri. Tutti temi importanti, ma incapaci di mettere realmente in
discussione l’ordine politico che produce le migrazioni e, contemporaneamente,
costruisce gli strumenti destinati a controllarle.
È forse questa
la sconfitta culturale più profonda della sinistra europea. Aver smesso di
pensare la libertà di movimento come un diritto universale e aver iniziato a
considerarla una variabile subordinata alle esigenze della sicurezza, della
stabilità politica e della competitività economica. Quando questo passaggio si
compie, la distanza dalle destre continua certamente a esistere sul piano dei
toni, delle sensibilità e delle modalità operative, ma diventa sempre più
difficile individuarla sul terreno dell’immaginario politico.
L’errore più
grande che si continua a commettere nel dibattito pubblico consiste nel
considerare la politica migratoria come un settore autonomo dell’azione di
governo. Si discute di quote, di permessi di soggiorno, di rimpatri, di accordi
con i Paesi di origine, di centri di trattenimento, di procedure accelerate e
di sicurezza delle frontiere come se tutto ciò riguardasse esclusivamente
l’immigrazione. In realtà le politiche migratorie costituiscono uno degli
strumenti attraverso i quali il capitalismo contemporaneo organizza il mercato
del lavoro, disciplina la forza lavoro e ridefinisce continuamente il rapporto
di forza tra capitale e lavoro.
Per
comprendere questa dinamica è necessario liberarsi di una delle narrazioni più
tossiche che negli ultimi anni hanno attraversato tanto la propaganda delle
destre quanto una parte di quelle letture cosiddette “rossobrune” che hanno
finito per attribuire ai migranti la responsabilità dell’abbassamento dei
salari e della precarizzazione del lavoro. È una tesi che può apparire
intuitiva, ma che non regge a un’analisi appena più approfondita. Non sono le
migrazioni a produrre bassi salari; è il modello di sviluppo capitalistico a
costruire deliberatamente una condizione permanente di ricattabilità della
forza lavoro, utilizzando tutti gli strumenti disponibili – legislativi,
amministrativi, economici e politici – per comprimere il costo del lavoro e
aumentare il margine di profitto.
È in questa
prospettiva che assume un significato centrale la riflessione di Marx
sull’«esercito industriale di riserva». Nel Capitale, Marx spiega
che l’andamento dei salari non dipende dall’origine geografica dei lavoratori,
ma dall’esistenza di una quota della popolazione costantemente disponibile,
disoccupata o sottoccupata, pronta a essere assorbita o espulsa dal mercato del
lavoro secondo le esigenze del ciclo economico. L’esercito industriale di
riserva non è una categoria etnica. Ne fanno parte il lavoratore migrante, il
precario italiano, il giovane senza occupazione stabile, la lavoratrice espulsa
dal mercato del lavoro, il bracciante sfruttato, il lavoratore irregolare, chi
vive di contratti intermittenti o di occupazioni saltuarie. È una categoria
economica, non identitaria.
Questo
significa che il razzismo contemporaneo non svolge soltanto una funzione
ideologica. Ha una precisa utilità materiale. Serve a impedire che soggetti
collocati nella medesima condizione sociale si riconoscano come parte dello
stesso conflitto. Se il lavoratore italiano viene convinto che il proprio
nemico sia il lavoratore africano, se il precario attribuisce la propria
insicurezza al richiedente asilo invece che alla precarizzazione del lavoro, se
il disoccupato individua nello straniero il responsabile della riduzione dei
salari, allora il conflitto verticale tra capitale e lavoro viene
sistematicamente trasformato in un conflitto orizzontale tra gli ultimi. È il
meccanismo più antico e più efficace attraverso il quale il potere economico
riesce a neutralizzare la possibilità di un fronte comune tra coloro che
condividono la stessa condizione di sfruttamento.
Le frontiere
svolgono esattamente questa funzione. Non servono a impedire l’ingresso dei
migranti, come la propaganda continua a ripetere. Se davvero l’obiettivo fosse
quello di fermare completamente la mobilità umana, l’economia europea
collasserebbe nel giro di pochi anni. Agricoltura, logistica, edilizia,
turismo, assistenza familiare, ristorazione e numerosi comparti industriali
dipendono ormai strutturalmente dal lavoro migrante. Il problema, dunque, non è
impedire che le persone arrivino. Il problema è costruire le condizioni
giuridiche e materiali affinché il loro ingresso avvenga in una posizione di
vulnerabilità, di dipendenza e di ricattabilità.
Le procedure
di frontiera introdotte dal nuovo Patto europeo, i CPR, gli hotspot, il decreto
flussi, l’esternalizzazione dei controlli, la continua produzione di
irregolarità amministrativa, la precarietà dei permessi di soggiorno,
l’intreccio tra contratto di lavoro e diritto a rimanere nel territorio
nazionale, non rappresentano anomalie di un sistema inefficiente. Sono gli
ingranaggi attraverso i quali viene selezionata, distribuita e disciplinata una
quota della forza lavoro europea. La clandestinità, in questa prospettiva, non
è un incidente. È una condizione prodotta politicamente.
La vicenda
di Ceuta rende tutto questo ancora più evidente. Da una parte migliaia di
giovani che cercano una possibilità di vita diversa, dall’altra governi che
parlano esclusivamente di sicurezza. In mezzo, un mercato del lavoro che
continua ad avere bisogno di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri. È
una contraddizione soltanto apparente. La mobilità non viene contrastata perché
indesiderata. Viene amministrata perché economicamente indispensabile. Le
frontiere non chiudono il mercato del lavoro; ne regolano l’accesso secondo le
convenienze del sistema produttivo.
Ed è
precisamente su questo terreno che la sinistra europea ha progressivamente
smesso di esercitare una funzione critica. Anziché denunciare il carattere
strutturale di questo modello, ha finito per concentrarsi prevalentemente sulle
modalità della sua gestione. La discussione si è progressivamente spostata
dalla critica dell’ordine esistente alla ricerca di una sua amministrazione più
razionale e più umana. Ma nessuna gestione più efficiente può modificare la
natura di un dispositivo costruito per produrre gerarchie tra esseri umani.
La vera
questione, allora, non riguarda semplicemente le politiche migratorie. Riguarda
l’idea stessa di democrazia che l’Europa intende costruire nel XXI secolo. Una
democrazia che proclama l’universalità dei diritti e contemporaneamente accetta
che milioni di persone possano essere rinchiuse, respinte o private della
libertà esclusivamente in ragione della loro condizione amministrativa, finisce
inevitabilmente per svuotare di significato la propria stessa cultura
costituzionale. Ogni volta che si accetta che una categoria di persone possa
essere trattata come eccezione rispetto alle garanzie ordinarie dello Stato di
diritto, si apre una breccia che prima o poi finisce per estendersi anche al
resto della società.
Per questo
Ceuta non rappresenta soltanto una tragedia umanitaria o una crisi diplomatica.
È il luogo nel quale diventa visibile la trasformazione politica dell’Europa.
Quel muro che dalla terra si inoltra nel Mediterraneo non separa soltanto due
territori. Materializza una precisa idea del mondo. Da una parte la libera
circolazione delle merci, dei capitali e delle imprese; dall’altra la
progressiva criminalizzazione della mobilità umana. Da una parte il diritto
universale alla circolazione riconosciuto ai fattori economici della
globalizzazione; dall’altra la selezione delle persone in base alla loro
utilità economica, alla nazionalità e al passaporto che possiedono.
È in questo
senso che la crisi di Ceuta racconta molto più delle migrazioni. Racconta il
punto al quale è arrivata l’Europa e, soprattutto, racconta la crisi di una
sinistra che ha progressivamente smesso di contendere alle destre il terreno
dell’immaginario. Perché una forza politica può perdere delle elezioni e
continuare a rappresentare un’alternativa culturale. Diventa invece davvero
sconfitta quando finisce per utilizzare le categorie dell’avversario anche per
descrivere il mondo che vorrebbe cambiare.
Oggi la vera
emergenza non è soltanto la crescita delle destre radicali. È il fatto che il
loro modo di interpretare la realtà sia diventato il linguaggio ordinario della
politica europea. Ricostruire una sinistra all’altezza delle sfide del nostro
tempo significa allora ripartire da qui: restituire centralità all’universalità
dei diritti, rimettere in discussione il rapporto tra capitalismo e frontiere,
ricostruire un’idea di cittadinanza che non sia subordinata alla nazionalità e
tornare ad affermare, senza timidezze e senza complessi di inferiorità
culturale, che nessun essere umano può essere illegale.
Note:
Karl Marx, Il Capitale, Libro I
(esercito industriale di riserva).
Frantz Fanon, I dannati della terra (ordine
coloniale e violenza strutturale).
Michel
Foucault, Sicurezza,
territorio, popolazione (la sicurezza come tecnologia di governo).
Abdelmalek
Sayad, La
doppia assenza (la condizione sociale e politica del migrante).
da qui
Nessun commento:
Posta un commento