Il contesto
Il sindaco
di Iscanu Antoni Flore Motzo, in un post social, ha giustamente definito un
«sopralluogo» la visita a Porto Cervo dell’ambasciatore statunitense Tilman J. Fertitta. Tilman J.
Fertitta ha parlato di turismo, di cibo, di pale eoliche, di dazi, dei rapporti
tra elites americane e italiane ma soprattutto ha parlato di guerra e del ruolo
strategico che la Sardegna rivestirebbe in un conflitto:
«La Sardegna sarà sempre un punto strategico,
specialmente in caso di conflitto, data la sua posizione geografica – ha detto
Fertitta –. Ecco perché abbiamo avuto una base militare qui per moltissimi
anni, quando le tensioni globali sono calate, gli Stati Uniti hanno ritenuto
che non fosse più necessaria. Ma resterà sempre un luogo chiave.» (La Nuova Sardegna)
Tradotto, la
Sardegna è una nostra portaerei, nel caso ci serva rimpiazzeremo i sottomarini
nucleari, intanto la usiamo come filiera logistica di produzione di droni e per
svolgere summit strategici e mi raccomando attrezzateci hotel adatti per
l’occasione che ci piace mangiare bene e goderci il mare anche d’inverno!
In un
intervista reperibile su you tube registrata nel corso del “Festival del Sarà”
(qui l’intervista) il Generale di Corpo
d’Armata e Capo di Stato Maggiore Carmine Masiello dice
sostanzialmente tre cose:
- la
NATO conserva tutta la sua valenza e non bisogna prendere sul serio le parole di
Trump che quando parla lo fa riferendosi ai suoi elettori e non agli
alleati;
- il diritto internazionale sta
declinando e si fa largo la forza bruta: ciò avviene con l’invasione russa
dell’Ucraina con la quale è finita l’illusione della pace permanente e
quindi gli Stati Europei devono invertire la rotta degli ipoarmamenti,
anche per attirare gli investimenti e far ripartire l’economia (un’Europa
sicura è un’Europa capace di attirare gli investimenti);
- gli ucraini sono stati
preziosissimi ad aiutare i paesi del Golfo (cioè le petro-monarchie) a
fronteggiare i droni iraniani durante l’aggressione statunitense e
sionista all’Iran.
Lo scorso 15
agosto la famosa penna Massimo
Giannini ha siglato un articolo su la Repubblica intitolato “Il buio
che cala sull’Europa”, dove l’autore sostiene la tesi secondo cui “la guerra in Ucraina è una grande occasione perché sul fuoco della
battaglia si forgia la vera autentica difesa europea“. Non si tratta
di pose personali o di deliri isolati, ma di un progetto che si integra con una
direzione precisa: il rilancio di un vero e proprio imperialismo europeo nel
contesto più ampio di quella che Papa Francesco ha definito “guerra mondiale a pezzi“.
In questo
articolo voglio parlare del fatto che i sardi e in particolare gli intellettuali sardisti e perfino
indipendentisti stanno drammaticamente sottovalutando la centralità della
Sardegna in questo contesto.
Dal 2022 i cittadini Europei sono diventati il bancomat del buco nero
ucraino,
finanziando con 220 miliardi armi
e servizi, in nome dei valori occidentali e della democrazia. A questi dobbiamo
aggiungere 800 miliardi del
piano europeo per il riarmo che fa il paio con il piano in tre fasi della NATO in previsione di un conflitto con la
Federazione Russa (cioè con una potenza nucleare che detiene circa
8mila testate atomiche) e che, nella sua storia, non ha mai attaccato l’Europa,
ma che a sua volta è stata invasa più volte, ultima delle quali l’invasione da
parte di Germania, Italia, Romania durante la seconda guerra mondiale.
E sulla
seconda guerra mondiale vale la pena fermarsi un attimo, perché non si tratta
di questioni legate solo al passato. Russi e cinesi conoscono quegli
avvenimenti come “guerra mondiale
antifascista” e hanno dato un contributo di sangue elevatissimo per
abbattere i regimi fascista e nazista: circa 27 milioni l’Unione Sovietica
(russi e non solo russi dunque) e circa 20 milioni i cinesi. Per stabilire un
paragone i caduti degli USA sul fronte occidentale furono circa 405.000.
Il fatto che
gli Stati Uniti, per fronteggiare la competizione con la Cina, abbiano
sdoganato il riarmo dei due sorvegliati speciali della seconda guerra mondiale,
vale a dire Germania e Giappone, è fatto che a noi può anche non voler dire
nulla ma per un qualunque russo o cinese si traduce immediatamente in un
messaggio chiaro e quindi in una minaccia esistenziale concreta. Lo storytelling secondo cui prima del 2022
governavano la pace perpetua e il diritto internazionale e la
federazione Russa ha rotto questo meraviglioso incanto, è appunto soltanto una
narrazione tossica, utile per riempiere d’inchiostro le pagine di giornali che
nessuno ormai acquista più (come Repubblica) ma che si rivelano utilissimi per
alimentare la propaganda guerrafondaia di supporto alla corsa agli armamenti che – nella
storia – sappiamo già dove conduce (trappola
di Tucidide, paradosso della sicurezza).
L’immagine del continente europeo rappresentato come una fortezza
democratica e
rispettosa dei diritti civili sotto l’assedio di potenze autocratiche esterne
fa parte integrante di questa propaganda. A smontare questa propaganda basta
guardare il fatto che la UE non è stata capace di approvare nemmeno timidi
sanzioni ad Israele, nemmeno a singoli esponenti del governo israeliano come
Itamar Ben-Gvir o Bezalel Smotrich direttamente responsabili di fatti gravissimi.
Ovviamente non sono stati nemmeno toccati i rapporti commerciali e le
esportazioni militari con lo stato terrorista di Israele.
Da una parte
insomma ci si dissangua per sostenere una guerra tra due stati che doveva e
poteva essere evitata ricorrendo alla diplomazia, dall’altro non si muove un
dito e anzi si sostiene direttamente il primo genocidio in diretta streaming
della storia.
In diversi
hanno definito “doppio standard”
questa postura, ma credo che sia una definizione fin troppo edulcorata. Forse
sarebbe meglio parlare di “apartheid
morale” o di vera e proprio “colonialismo
etico“, ma forse neppure queste renderebbero giustizia all’orrore in cui
consiste lo sguardo occidentale sul mondo. Perché se è vero che ad un primo
sguardo sembrerebbe che per i media e la classe politica occidentale, contino
solo le vite degli ucraini in quanto bianchi, cristiani ed europeizzati mentre
quelle dei palestinesi non contano nulla in quanto arabi e musulmani, ad una
più attenta analisi non sono
nemmeno le vite degli ucraini a contare, ma la loro funzione come pedine
sacrificabili sull’altare di una partita più grande e cioè quella
della difesa del monopolio del controllo del sistema-mondo da parte del
super-imperialismo statunitense e – in subordine – delle oligarchie dei paesi
vassalli (europei, petro-monarchie del Golfo, Giappone, ecc..).
Sardegna prima linea della
guerra mondiale a pezzi
Questo il
contesto generale.
Veniamo alle cose di Sardegna.
I sardi hanno combattuto due guerre mondiali da sudditi dell’Italia liberale
e fascista. Dalla fine
del secondo conflitto mondiale viviamo ai margini della storia, con un regime
di Autonomia debolissimo e in larga parte inapplicato ma convinti di una cosa:
i sardi non saranno mai più spediti al fronte e la Sardegna non verrà mai più
coinvolta in un conflitto. Queste in effetti le regole d’ingaggio della nostra
attuale sudditanza.
Ma il vento
sta cambiando rapidamente.
Dopo aver servito sotto Re e Duce, vogliamo
combatterne una terza mondiale da cittadini italiani repubblicani?
Scusate se non ci giro intorno ma è questa la domanda che dobbiamo farci,
perché è questo ciò di cui si parla. Ed è questo il tema che i nostri
sardo-atlantisti non hanno digerito!
E dobbiamo
vigilare, perché la guerra
guerreggiata arriva solo quando la guerra ideologica e il sistema di propaganda
ha preparato il terreno favorevole a disarmare tutte le posizioni
pacifiste e disfattiste.
Quelle che
sembrano isterie folli, come l’allarme del segretario generale della NATO Mark Rutte su un imminente attacco russo ai paesi membri entro il 2030,
servono in realtà a costruire il terreno e la giustificazione al riarmo e alla
militarizzazione della società e a predisporre le menti di chi credeva di
vivere ormai nella post-storia alla guerra totale (Il Sole 24 Ore).
Il popolo pacifista
Ma i
guerrafondai hanno un problema: il popolo, la gente comune, i cittadini non ne
vogliono sapere di farsi arruolare. Basta guardare cosa avviene in Germania. La
Germania ha avviato un imponente piano di riarmo per rendere la Bundeswehr (le forze armate
tedesche) l’esercito convenzionale più forte d’Europa.
Ma per il riarmo non serve solo drenare ingenti finanziamenti e riconvertire
l’industria a scopi bellici. Servono
anche gambe e braccia, insomma soldati.
Così la Germania ha punta espandere l’esercito portando i soldati attivi da
circa 180.000 a 260.000 unità,
affiancati da altri 200.000
riservisti, puntando a una forza complessiva di almeno 460.000 unità entro il 2035. Peccato
che i volontari siano pochissimi e Merz
ha già minacciato che se i volontari non basteranno arriverà la coscrizione
obbligatoria. Lo scorso gennaio veniva imposto agli uomini tra i 17 e i
45 anni l’obbligo di ottenere l’autorizzazione della Bundeswehr per viaggi o
soggiorni all’estero superiori a 90 giorni. Il fatto che questa norma sia stata
momentaneamente ritirata non stempera il clima che sta vivendo la potenza
uscita perdente dalla prima e dalla seconda guerra mondiale.
La guerra
prossima ventura ha bisogno di soldati e tutti siamo arruolabili!
Sardegna target perfetto
In Sardegna
abbiamo il mito tossico della brigata Sassari (S’Indipendente) : il sangue versato sul Carso, l’attitudine guerriera dei sardi ottimi
combattenti, la balentia usata come formidabile arma di guerra. Nonostante la
Sardegna e i sardi non siano più quelli di inizio Novecento, si tratta di una
funzione mitologica dura a morire.
Inoltre
prima ancora che le proprie braccia e il proprio sangue, i sardi possono e
devono offrire il proprio territorio all’apparato militare-industriale. La Sardegna occupa una situazione
perfetta: è un isola al centro del Mediterraneo; sta nelle retrovie rispetto
allo Stivale; ha enormi spazi poco abitati o disabitati da poter occupare con
installazioni, infrastrutture, fabbriche belliche, radar.
Inoltre ha
un popolo che da sessant’anni è abituato a subire tutto questo e che, finora,
non si è mai realmente sollevato in aperta ribellione.
Ma finora i
sardi non avevano mai pensato che la guerra potesse arrivare in Sardegna come
ai tempi dei bombardamenti di Cagliari e Sassari durante la seconda guerra
mondiale.
I diversi
attacchi ad hub e centri militari in Europa, con lo spostarsi in profondità della guerra tra
Ucraina e Russia, cambia tutto. Innanzitutto abbiamo visto che la
capacità dei missili iraniani è molto maggiore rispetto alle previsioni. In
secondo luogo l’esplosione del deposito
di munizioni a Colleferro, azienda laziale che a quanto pare riforniva
anche l’Ucraina, è un segnale da non sottovalutare.
La Sardegna da retrovia
di sperimentazione e addestramento bellico per le guerre da esportare nelle
guerre coloniali in Medio Oriente, sta
rapidamente diventando sempre di più un tassello fondamentale
dell’apparato-militare industriale coinvolto direttamente nella
terza guerra mondiale a pezzi del Super-imperialismo USA contro le potenze
emergenti e quello che da più parti viene definito il “nuovo ordine
multipolare”.
Al di là del
fatto che questa analisi geopolitica convinca esiste un fatto pratico e
materiale che dobbiamo considerare seriamente: La Sardegna vuole essere
coinvolta in questa nuova
escalation bellica?
E l’indipendentismo?
Fino a poco
tempo fa era chiaro l’orientamento
pacifista e disfattista del sardismo radicale sulla questione della
guerra, anche perché uno degli scopi acclarati di tutto il panorama favorevole
all’autodeterminazione consisteva nel liberare la Sardegna dai pesanti vincoli
dell’occupazione militare imposti dallo Stato italiano, anche in conseguenza
degli accordi internazionali.
Su questo terreno
sinistra di classe e sardismo radicale, anche se per ragioni diverse, hanno
solitamente trovato convergenza nella pratica.
Recentemente
le cose stanno cambiando. Intanto, contrariamente a quanto ci si sarebbe
aspettati, non si è aperto un
dibattito pubblico franco sul rapporto tra «terza guerra mondiale a pezzi» e
Sardegna. Molte posizioni sono rimaste inespresse o sotto traccia, e
perfino la classica posizione “a fora sa NATO” è stata messa in discussione da
diversi maître à penser che nel tempo si sono accreditati come punti di
riferimento intellettuali del pensiero dell’autodeterminazione.
Come si
spiega tutto ciò?
È un dato di
fatto che la guerra in Ucraina
abbia spaccato il fronte intellettuale sardista e indipendentista.
Parlo del fronte intellettuale perché quello politico – o per meglio dire ciò
che ne resta – semplicemente o non ha affrontato il tema o se lo ha fatto è
rimasto prudentemente in superficie.
Eppure, come
abbiamo visto, la Sardegna rischia
di diventare prima linea di quella guerra mondiale a pezzi di cui
ha parlato Papa Francesco e che sempre di più tende a incrudelirsi e ad
allargare le sue maglie.
Che mi
risulti l’unico tentativo di confronto su questi temi è stato quello tra Omar
Onnis (La discriminante democratica su SardegnaMondo) e me
(La discriminante della pace su L’Antidiplomatico).
Sebbene io e
Omar divergiamo su molti punti e sicuramente abbiamo due letture della guerra
in Ucraina molto diverse (per Omar si tratta di un’aggressione imperialista
unilaterale e senza altre ragioni se non quelle della politica di potenza della
Federazione russa, mentre per me di una guerra per procura provocata dagli USA
per allargare ad est la NATO e poi scaricata sulle spalle e sui portafogli dei
vassalli europei), concordiamo su un punto fondamentale e cioè sulla necessità di una Sardegna neutrale, il che
significa una Sardegna fuori dalla guerra.
Ma c’è una
questione che vale la pena riprende e cioè lo storytellig secondo cui la NATO
sarebbe in procinto di essere smobilitata.
Lo scorso 6
giugno il segretario generale della NATO Mark Rutte lo ha spiegato molto bene: «Gli Usa non stanno “spaccando” la
Nato» (Ansa).
Gli USA non hanno alcuna intenzione di mandare in soffitta il loro
giocattolo, hanno solo fatto un salto di qualità nella gestione degli affari
internazionali: la
NATO da paravento di strumento difensivo gestito e finanziato dalla loro cabina
di regia, deve diventare uno strumento operativo i cui costi sono largamente
scaricati sui vassalli (europei, mediorientali e asiatici) e in cui gli
“alleati” devono essere pronti ad entrare in scena contro la Cina.
C’è di più.
Sempre Rutte, durante un’intervista a Fox News, intervenendo sulle polemiche
tra governo italiano e Casa Bianca, ha stimato che 500 velivoli USA siano decollati da basi italiane nel quadro di migliaia
di missioni europee a supporto dell’operazione “Epic Fury”, cioè la
guerra di aggressione illegale e terrorista di USA e Israele contro l’IRAN.
«Basi italiane» vuole ovviamente dire anche basi italiane in Sardegna. È la NATO 3.0 bellezza! altro che dimagrimento o dismissione
dell’alleanza atlantica! E non si argomenti che in Sardegna «non sono presenti
basi della NATO». Ogni base militare, ogni servitù, ogni poligono, ogni pezzo
della filiera del riarmo è NATO, anche perché il riarmo al 5% del PIL è
indirizzato ai membri della NATO, non al fantasma formaggino.
Siamo in
pesante ritardo. Va presa una posizione chiara su tutto questo.
Fuori la Sardegna dalla
terza guerra mondiale
Perché,
inutile nasconderselo, le cose stanno precipitando.
Credo che
tutte le forze sarde consapevoli di ciò che sta accadendo nel “sistema-mondo” e
che non vivono nel mondo fatato della propaganda, dovrebbero confrontarsi
seriamente su come impedire che la Sardegna venga nuovamente coinvolta in una
guerra che non ci riguarda.
Credo che la
prima cosa da fare sia stabilire
una rete di soggetti politici, mediatici e personalità che si incontrino e
studiano il da farsi.
Credo anche
che i punti dirimenti (andando in crescendo) siamo i seguenti:
- Denuncia
del riarmo europeo e
della militarizzazione del dibattito politico d parte della commissione
europea e dell’ ipocrisia di tutto l’arco parlamentare;
- Denuncia
del ruolo attribuito alla Sardegna nella filiera bellica (poligoni, produzione
droni e bombe, produzione energetica a fini bellici come spiegato nel
rapporto Draghi sulla competitività europea e resort di lusso per
criminali di guerra)
- Amicizia
del popolo sardo con tutti i popoli aggrediti, sanzionati o minacciati dall’ occidente
collettivo e dallo stato italiano;
- Riconoscimento
del diritto del popolo sardo all’indipendenza statuale in caso in cui lo stato
italiano e l’alleanza in cui è inserito decida di trascinare la nostra
terra e il nostro popolo in una sciagurata terza guerra mondiale.
Sebbene i
punti possano essere implementati, nessun
punto è depennabile, a meno che non si voglia condannare i sardi ad
essere nuovamente pedine di una guerra che non li riguarda. Solo affermando il
diritto dei sardi all’autodeterminazione fino alla separazione è possibile
stabilire un principio di diritto sovrano strategico: chi deve decidere di
mandare i sardi in guerra? In passato sono stati monarchia e fascismo. Adesso
permetteremo che migliaia di sardi vengano spediti al fronte per decisione di
Roma, Bruxelles o Washington?
Il formarsi
di una rete sociale, intellettuale e politica capace di chiarire ai sardi e al
mondo la propria posizione può fare la differenza tra essere passive pedine
della terza guerra mondiale a pezzi ed essere finalmente un soggetto politico e storico che sceglie da
che parte stare e di disertare l’incipiente orrore che il nuovo
fascismo sta apparecchiando per dominare sull’umanità.
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