lunedì 31 agosto 2026

Guerra e indipendentismo. Per un disfattismo sardista - Cristiano Sabino

Il contesto

Il sindaco di Iscanu Antoni Flore Motzo, in un post social, ha giustamente definito un «sopralluogo» la visita a Porto Cervo dell’ambasciatore statunitense Tilman J. Fertitta. Tilman J. Fertitta ha parlato di turismo, di cibo, di pale eoliche, di dazi, dei rapporti tra elites americane e italiane ma soprattutto ha parlato di guerra e del ruolo strategico che la Sardegna rivestirebbe in un conflitto:

«La Sardegna sarà sempre un punto strategico, specialmente in caso di conflitto, data la sua posizione geografica – ha detto Fertitta –. Ecco perché abbiamo avuto una base militare qui per moltissimi anni, quando le tensioni globali sono calate, gli Stati Uniti hanno ritenuto che non fosse più necessaria. Ma resterà sempre un luogo chiave.» (La Nuova Sardegna)

Tradotto, la Sardegna è una nostra portaerei, nel caso ci serva rimpiazzeremo i sottomarini nucleari, intanto la usiamo come filiera logistica di produzione di droni e per svolgere summit strategici e mi raccomando attrezzateci hotel adatti per l’occasione che ci piace mangiare bene e goderci il mare anche d’inverno!

In un intervista reperibile su you tube registrata nel corso del “Festival del Sarà” (qui l’intervista) il Generale di Corpo d’Armata e Capo di Stato Maggiore Carmine Masiello dice sostanzialmente tre cose:

  1. la NATO conserva tutta la sua valenza e non bisogna prendere sul serio le parole di Trump che quando parla lo fa riferendosi ai suoi elettori e non agli alleati;
  2. il diritto internazionale sta declinando e si fa largo la forza bruta: ciò avviene con l’invasione russa dell’Ucraina con la quale è finita l’illusione della pace permanente e quindi gli Stati Europei devono invertire la rotta degli ipoarmamenti, anche per attirare gli investimenti e far ripartire l’economia (un’Europa sicura è un’Europa capace di attirare gli investimenti);
  3. gli ucraini sono stati preziosissimi ad aiutare i paesi del Golfo (cioè le petro-monarchie) a fronteggiare i droni iraniani durante l’aggressione statunitense e sionista all’Iran.

Lo scorso 15 agosto la famosa penna Massimo Giannini ha siglato un articolo su la Repubblica intitolato “Il buio che cala sull’Europa”, dove l’autore sostiene la tesi secondo cui “la guerra in Ucraina è una grande occasione perché sul fuoco della battaglia si forgia la vera autentica difesa europea“. Non si tratta di pose personali o di deliri isolati, ma di un progetto che si integra con una direzione precisa: il rilancio di un vero e proprio imperialismo europeo nel contesto più ampio di quella che Papa Francesco ha definito “guerra mondiale a pezzi“.

In questo articolo voglio parlare del fatto che i sardi e in particolare gli intellettuali sardisti e perfino indipendentisti stanno drammaticamente sottovalutando la centralità della Sardegna in questo contesto.

Dal 2022 i cittadini Europei sono diventati il bancomat del buco nero ucraino, finanziando con 220 miliardi armi e servizi, in nome dei valori occidentali e della democrazia. A questi dobbiamo aggiungere 800 miliardi del piano europeo per il riarmo che fa il paio con il piano in tre fasi della NATO in previsione di un conflitto con la Federazione Russa (cioè con una potenza nucleare che detiene circa 8mila testate atomiche) e che, nella sua storia, non ha mai attaccato l’Europa, ma che a sua volta è stata invasa più volte, ultima delle quali l’invasione da parte di Germania, Italia, Romania durante la seconda guerra mondiale.

E sulla seconda guerra mondiale vale la pena fermarsi un attimo, perché non si tratta di questioni legate solo al passato. Russi e cinesi conoscono quegli avvenimenti come “guerra mondiale antifascista” e hanno dato un contributo di sangue elevatissimo per abbattere i regimi fascista e nazista: circa 27 milioni l’Unione Sovietica (russi e non solo russi dunque) e circa 20 milioni i cinesi. Per stabilire un paragone i caduti degli USA sul fronte occidentale furono circa 405.000.

Il fatto che gli Stati Uniti, per fronteggiare la competizione con la Cina, abbiano sdoganato il riarmo dei due sorvegliati speciali della seconda guerra mondiale, vale a dire Germania e Giappone, è fatto che a noi può anche non voler dire nulla ma per un qualunque russo o cinese si traduce immediatamente in un messaggio chiaro e quindi in una minaccia esistenziale concreta. Lo storytelling secondo cui prima del 2022 governavano la pace perpetua e il diritto internazionale e la federazione Russa ha rotto questo meraviglioso incanto, è appunto soltanto una narrazione tossica, utile per riempiere d’inchiostro le pagine di giornali che nessuno ormai acquista più (come Repubblica) ma che si rivelano utilissimi per alimentare la propaganda guerrafondaia di supporto alla corsa agli armamenti che – nella storia – sappiamo già dove conduce (trappola di Tucidide, paradosso della sicurezza).

L’immagine del continente europeo rappresentato come una fortezza democratica e rispettosa dei diritti civili sotto l’assedio di potenze autocratiche esterne fa parte integrante di questa propaganda. A smontare questa propaganda basta guardare il fatto che la UE non è stata capace di approvare nemmeno timidi sanzioni ad Israele, nemmeno a singoli esponenti del governo israeliano come Itamar Ben-Gvir o Bezalel Smotrich direttamente responsabili di fatti gravissimi. Ovviamente non sono stati nemmeno toccati i rapporti commerciali e le esportazioni militari con lo stato terrorista di Israele.

Da una parte insomma ci si dissangua per sostenere una guerra tra due stati che doveva e poteva essere evitata ricorrendo alla diplomazia, dall’altro non si muove un dito e anzi si sostiene direttamente il primo genocidio in diretta streaming della storia.

In diversi hanno definito “doppio standard” questa postura, ma credo che sia una definizione fin troppo edulcorata. Forse sarebbe meglio parlare di “apartheid morale” o di vera e proprio “colonialismo etico“, ma forse neppure queste renderebbero giustizia all’orrore in cui consiste lo sguardo occidentale sul mondo. Perché se è vero che ad un primo sguardo sembrerebbe che per i media e la classe politica occidentale, contino solo le vite degli ucraini in quanto bianchi, cristiani ed europeizzati mentre quelle dei palestinesi non contano nulla in quanto arabi e musulmani, ad una più attenta analisi non sono nemmeno le vite degli ucraini a contare, ma la loro funzione come pedine sacrificabili sull’altare di una partita più grande e cioè quella della difesa del monopolio del controllo del sistema-mondo da parte del super-imperialismo statunitense e – in subordine – delle oligarchie dei paesi vassalli (europei, petro-monarchie del Golfo, Giappone, ecc..).

Sardegna prima linea della guerra mondiale a pezzi

Questo il contesto generale.
Veniamo alle cose di Sardegna.

I sardi hanno combattuto due guerre mondiali da sudditi dell’Italia liberale e fascista. Dalla fine del secondo conflitto mondiale viviamo ai margini della storia, con un regime di Autonomia debolissimo e in larga parte inapplicato ma convinti di una cosa: i sardi non saranno mai più spediti al fronte e la Sardegna non verrà mai più coinvolta in un conflitto. Queste in effetti le regole d’ingaggio della nostra attuale sudditanza.

Ma il vento sta cambiando rapidamente.
Dopo aver servito sotto Re e Duce, vogliamo combatterne una terza mondiale da cittadini italiani repubblicani?
Scusate se non ci giro intorno ma è questa la domanda che dobbiamo farci, perché è questo ciò di cui si parla. Ed è questo il tema che i nostri sardo-atlantisti non hanno digerito!

E dobbiamo vigilare, perché la guerra guerreggiata arriva solo quando la guerra ideologica e il sistema di propaganda ha preparato il terreno favorevole a disarmare tutte le posizioni pacifiste e disfattiste.

Quelle che sembrano isterie folli, come l’allarme del segretario generale della NATO Mark Rutte su un imminente attacco russo ai paesi membri entro il 2030, servono in realtà a costruire il terreno e la giustificazione al riarmo e alla militarizzazione della società e a predisporre le menti di chi credeva di vivere ormai nella post-storia alla guerra totale (Il Sole 24 Ore).

Il popolo pacifista

Ma i guerrafondai hanno un problema: il popolo, la gente comune, i cittadini non ne vogliono sapere di farsi arruolare. Basta guardare cosa avviene in Germania. La Germania ha avviato un imponente piano di riarmo per rendere la Bundeswehr (le forze armate tedesche) l’esercito convenzionale più forte d’Europa.
Ma per il riarmo non serve solo drenare ingenti finanziamenti e riconvertire l’industria a scopi bellici. Servono anche gambe e braccia, insomma soldati.
Così la Germania ha punta espandere l’esercito portando i soldati attivi da circa 180.000 a 260.000 unità, affiancati da altri 200.000 riservisti, puntando a una forza complessiva di almeno 460.000 unità entro il 2035. Peccato che i volontari siano pochissimi e Merz ha già minacciato che se i volontari non basteranno arriverà la coscrizione obbligatoria. Lo scorso gennaio veniva imposto agli uomini tra i 17 e i 45 anni l’obbligo di ottenere l’autorizzazione della Bundeswehr per viaggi o soggiorni all’estero superiori a 90 giorni. Il fatto che questa norma sia stata momentaneamente ritirata non stempera il clima che sta vivendo la potenza uscita perdente dalla prima e dalla seconda guerra mondiale.

La guerra prossima ventura ha bisogno di soldati e tutti siamo arruolabili!

Sardegna target perfetto

In Sardegna abbiamo il mito tossico della brigata Sassari (S’Indipendente) : il sangue versato sul Carso, l’attitudine guerriera dei sardi ottimi combattenti, la balentia usata come formidabile arma di guerra. Nonostante la Sardegna e i sardi non siano più quelli di inizio Novecento, si tratta di una funzione mitologica dura a morire.

Inoltre prima ancora che le proprie braccia e il proprio sangue, i sardi possono e devono offrire il proprio territorio all’apparato militare-industriale. La Sardegna occupa una situazione perfetta: è un isola al centro del Mediterraneo; sta nelle retrovie rispetto allo Stivale; ha enormi spazi poco abitati o disabitati da poter occupare con installazioni, infrastrutture, fabbriche belliche, radar.

Inoltre ha un popolo che da sessant’anni è abituato a subire tutto questo e che, finora, non si è mai realmente sollevato in aperta ribellione.

Ma finora i sardi non avevano mai pensato che la guerra potesse arrivare in Sardegna come ai tempi dei bombardamenti di Cagliari e Sassari durante la seconda guerra mondiale.

I diversi attacchi ad hub e centri militari in Europa, con lo spostarsi in profondità della guerra tra Ucraina e Russia, cambia tutto. Innanzitutto abbiamo visto che la capacità dei missili iraniani è molto maggiore rispetto alle previsioni. In secondo luogo l’esplosione del deposito di munizioni a Colleferro, azienda laziale che a quanto pare riforniva anche l’Ucraina, è un segnale da non sottovalutare.

La Sardegna da retrovia di sperimentazione e addestramento bellico per le guerre da esportare nelle guerre coloniali in Medio Oriente, sta rapidamente diventando sempre di più un tassello fondamentale dell’apparato-militare industriale coinvolto direttamente nella terza guerra mondiale a pezzi del Super-imperialismo USA contro le potenze emergenti e quello che da più parti viene definito il “nuovo ordine multipolare”.

Al di là del fatto che questa analisi geopolitica convinca esiste un fatto pratico e materiale che dobbiamo considerare seriamente: La Sardegna vuole essere coinvolta in questa nuova escalation bellica?

E l’indipendentismo?

Fino a poco tempo fa era chiaro l’orientamento pacifista e disfattista del sardismo radicale sulla questione della guerra, anche perché uno degli scopi acclarati di tutto il panorama favorevole all’autodeterminazione consisteva nel liberare la Sardegna dai pesanti vincoli dell’occupazione militare imposti dallo Stato italiano, anche in conseguenza degli accordi internazionali.

Su questo terreno sinistra di classe e sardismo radicale, anche se per ragioni diverse, hanno solitamente trovato convergenza nella pratica.

Recentemente le cose stanno cambiando. Intanto, contrariamente a quanto ci si sarebbe aspettati, non si è aperto un dibattito pubblico franco sul rapporto tra «terza guerra mondiale a pezzi» e Sardegna. Molte posizioni sono rimaste inespresse o sotto traccia, e perfino la classica posizione “a fora sa NATO” è stata messa in discussione da diversi maître à penser che nel tempo si sono accreditati come punti di riferimento intellettuali del pensiero dell’autodeterminazione.

Come si spiega tutto ciò?

È un dato di fatto che la guerra in Ucraina abbia spaccato il fronte intellettuale sardista e indipendentista. Parlo del fronte intellettuale perché quello politico – o per meglio dire ciò che ne resta – semplicemente o non ha affrontato il tema o se lo ha fatto è rimasto prudentemente in superficie.

Eppure, come abbiamo visto, la Sardegna rischia di diventare prima linea di quella guerra mondiale a pezzi di cui ha parlato Papa Francesco e che sempre di più tende a incrudelirsi e ad allargare le sue maglie.

Che mi risulti l’unico tentativo di confronto su questi temi è stato quello tra Omar Onnis (La discriminante democratica su SardegnaMondo) e me (La discriminante della pace su L’Antidiplomatico).

Sebbene io e Omar divergiamo su molti punti e sicuramente abbiamo due letture della guerra in Ucraina molto diverse (per Omar si tratta di un’aggressione imperialista unilaterale e senza altre ragioni se non quelle della politica di potenza della Federazione russa, mentre per me di una guerra per procura provocata dagli USA per allargare ad est la NATO e poi scaricata sulle spalle e sui portafogli dei vassalli europei), concordiamo su un punto fondamentale e cioè sulla necessità di una Sardegna neutrale, il che significa una Sardegna fuori dalla guerra.

Ma c’è una questione che vale la pena riprende e cioè lo storytellig secondo cui la NATO sarebbe in procinto di essere smobilitata.

Lo scorso 6 giugno il segretario generale della NATO Mark Rutte lo ha spiegato molto bene: «Gli Usa non stanno “spaccando” la Nato» (Ansa).

Gli USA non hanno alcuna intenzione di mandare in soffitta il loro giocattolo, hanno solo fatto un salto di qualità nella gestione degli affari internazionali: la NATO da paravento di strumento difensivo gestito e finanziato dalla loro cabina di regia, deve diventare uno strumento operativo i cui costi sono largamente scaricati sui vassalli (europei, mediorientali e asiatici) e in cui gli “alleati” devono essere pronti ad entrare in scena contro la Cina.

C’è di più. Sempre Rutte, durante un’intervista a Fox News, intervenendo sulle polemiche tra governo italiano e Casa Bianca, ha stimato che 500 velivoli USA siano decollati da basi italiane nel quadro di migliaia di missioni europee a supporto dell’operazione “Epic Fury”, cioè la guerra di aggressione illegale e terrorista di USA e Israele contro l’IRAN.

«Basi italiane» vuole ovviamente dire anche basi italiane in Sardegna. È la NATO 3.0 bellezza! altro che dimagrimento o dismissione dell’alleanza atlantica! E non si argomenti che in Sardegna «non sono presenti basi della NATO». Ogni base militare, ogni servitù, ogni poligono, ogni pezzo della filiera del riarmo è NATO, anche perché il riarmo al 5% del PIL è indirizzato ai membri della NATO, non al fantasma formaggino.

Siamo in pesante ritardo. Va presa una posizione chiara su tutto questo.

Fuori la Sardegna dalla terza guerra mondiale

Perché, inutile nasconderselo, le cose stanno precipitando.

Credo che tutte le forze sarde consapevoli di ciò che sta accadendo nel “sistema-mondo” e che non vivono nel mondo fatato della propaganda, dovrebbero confrontarsi seriamente su come impedire che la Sardegna venga nuovamente coinvolta in una guerra che non ci riguarda.

Credo che la prima cosa da fare sia stabilire una rete di soggetti politici, mediatici e personalità che si incontrino e studiano il da farsi.

Credo anche che i punti dirimenti (andando in crescendo) siamo i seguenti:

  1. Denuncia del riarmo europeo e della militarizzazione del dibattito politico d parte della commissione europea e dell’ ipocrisia di tutto l’arco parlamentare;
  2. Denuncia del ruolo attribuito alla Sardegna nella filiera bellica (poligoni, produzione droni e bombe, produzione energetica a fini bellici come spiegato nel rapporto Draghi sulla competitività europea e resort di lusso per criminali di guerra)
  3. Amicizia del popolo sardo con tutti i popoli aggrediti, sanzionati o minacciati dall’ occidente collettivo e dallo stato italiano;
  4. Riconoscimento del diritto del popolo sardo all’indipendenza statuale in caso in cui lo stato italiano e l’alleanza in cui è inserito decida di trascinare la nostra terra e il nostro popolo in una sciagurata terza guerra mondiale.

Sebbene i punti possano essere implementati, nessun punto è depennabile, a meno che non si voglia condannare i sardi ad essere nuovamente pedine di una guerra che non li riguarda. Solo affermando il diritto dei sardi all’autodeterminazione fino alla separazione è possibile stabilire un principio di diritto sovrano strategico: chi deve decidere di mandare i sardi in guerra? In passato sono stati monarchia e fascismo. Adesso permetteremo che migliaia di sardi vengano spediti al fronte per decisione di Roma, Bruxelles o Washington?

Il formarsi di una rete sociale, intellettuale e politica capace di chiarire ai sardi e al mondo la propria posizione può fare la differenza tra essere passive pedine della terza guerra mondiale a pezzi ed essere finalmente un soggetto politico e storico che sceglie da che parte stare e di disertare l’incipiente orrore che il nuovo fascismo sta apparecchiando per dominare sull’umanità.

da qui

Nessun commento:

Posta un commento