lunedì 10 agosto 2026

La Fortezza Europa accelera: deportazioni, hub nei Paesi terzi e frontiere militarizzate - Osservatorio Repressione

 

Dalla crisi di Ceuta nasce una nuova offensiva europea contro il diritto d’asilo. Mentre Meloni e Piantedosi rilanciano il modello Albania e chiedono centri di detenzione fuori dall’Unione, Bruxelles apre alla loro estensione. Le persone migranti diventano ancora una volta materia di propaganda e strumenti di ricatto geopolitico, mentre i diritti fondamentali arretrano.

La tragedia di Ceuta non ha aperto alcuna riflessione sulle responsabilità politiche dell’Europa. Al contrario, è stata immediatamente trasformata nell’occasione per imprimere una nuova accelerazione alla costruzione della Fortezza Europa. Non si è discusso delle decine di morti, dei minori rimasti soli, delle migliaia di persone intrappolate tra il Marocco e l’enclave spagnola, né delle ragioni economiche e sociali che hanno spinto decine di migliaia di giovani a tentare l’attraversamento. Il confronto tra i governi europei si è invece concentrato quasi esclusivamente su come rafforzare il controllo delle frontiere, aumentare i rimpatri e moltiplicare gli strumenti di detenzione amministrativa fuori dai confini dell’Unione. La riunione straordinaria dei ministri dell’Interno dell’Unione Europea ha fotografato con chiarezza il nuovo equilibrio politico del continente.

La solidarietà nei confronti della Spagna è rimasta confinata alle formule diplomatiche del comunicato finale, mentre nella sostanza Madrid è stata lasciata sola ed è diventata il bersaglio delle critiche di numerosi governi europei. La scelta del governo Sánchez di regolarizzare una parte dei lavoratori migranti è stata indicata come il presunto fattore di attrazione della crisi di Ceuta, rilanciando ancora una volta la teoria del cosiddetto pull factor, secondo cui il riconoscimento di diritti produrrebbe automaticamente nuovi arrivi. Una tesi che continua a essere ripetuta nonostante numerosi studi abbiano mostrato come le migrazioni dipendano soprattutto da fattori economici, politici e sociali presenti nei Paesi di origine e non dalle singole misure adottate dagli Stati europei.

A guidare questa svolta è oggi la Commissione europea stessa. Il commissario agli Affari interni Magnus Brunner ha liquidato la sanatoria spagnola come «un cattivo segnale per il resto d’Europa» e, soprattutto, ha aperto esplicitamente alla possibilità di finanziare con risorse europee i cosiddetti return hub, i centri destinati a trattenere le persone migranti nei Paesi terzi in attesa dell’espulsione. Un passaggio che segna un salto di qualità nella politica europea delle frontiere: non si tratta più soltanto di esternalizzare il controllo migratorio delegandolo a governi come quello libico, tunisino o marocchino, ma di spostare fuori dal territorio dell’Unione anche la detenzione amministrativa e, in prospettiva, le procedure per l’esame delle domande d’asilo. È precisamente su questo terreno che il governo italiano continua a svolgere un ruolo di apripista. Matteo Piantedosi ha rivendicato davanti ai colleghi europei la necessità di «superare vecchi tabù ideologici» e di realizzare rapidamente nuovi hub nei Paesi terzi sia per la gestione delle richieste d’asilo sia per i rimpatri.

Dietro l’espressione apparentemente neutra di “soluzioni innovative” si nasconde un progetto molto preciso: sottrarre progressivamente il diritto d’asilo al controllo delle garanzie costituzionali e della giurisdizione europea, trasferendo le persone in strutture costruite fuori dall’Unione, dove la tutela dei diritti fondamentali risulta inevitabilmente più debole. La distinzione tra return hub e centri destinati all’esame delle domande d’asilo non è soltanto tecnica. I primi riguardano persone già destinatarie di un provvedimento di espulsione e che non possono essere rimpatriate immediatamente; i secondi rappresentano invece una trasformazione ancora più radicale del diritto d’asilo europeo. Se questo modello dovesse affermarsi, un richiedente protezione internazionale potrebbe essere trasferito in un Paese terzo ritenuto “sicuro” e attendere lì l’esame della propria domanda, senza mai entrare effettivamente nel territorio dell’Unione Europea. È un’ipotesi che pone interrogativi enormi sul rispetto dell’articolo 10 della Costituzione italiana e della Convenzione di Ginevra, oltre ad aprire un inevitabile contenzioso davanti alla Corte di giustizia dell’Unione Europea e alla Corte costituzionale.

L’impressione è che il governo Meloni stia tentando di anticipare proprio quelle pronunce giudiziarie che potrebbero compromettere definitivamente il progetto Albania. Da qui la continua pressione politica per normalizzare un modello che, fino a pochi mesi fa, veniva presentato come eccezionale e sperimentale e che oggi Bruxelles sembra invece intenzionata a trasformare in un paradigma europeo.

Parallelamente cresce anche il ruolo di Frontex. La Commissione punta a rafforzare ulteriormente l’agenzia europea, affidandole nuovi compiti di monitoraggio, sorveglianza e coordinamento delle operazioni di rimpatrio, oltre allo sviluppo di sistemi di allerta precoce e di controllo dei social network per individuare presunte campagne di disinformazione che potrebbero favorire i movimenti migratori. È una trasformazione significativa: le frontiere non vengono più considerate soltanto uno spazio fisico da presidiare, ma un ambiente digitale da sorvegliare preventivamente.

Ancora una volta emerge la logica che da anni caratterizza la politica migratoria europea: affrontare gli effetti anziché le cause. Nessuno dei governi riuniti a Bruxelles ha ritenuto necessario discutere delle condizioni economiche che spingono migliaia di giovani marocchini a lasciare il proprio Paese, della crisi occupazionale che attraversa il Nord Africa, delle conseguenze delle politiche commerciali europee o della crescente instabilità geopolitica del Mediterraneo. Tutto viene ricondotto alla necessità di reprimere i trafficanti, rafforzare i controlli e impedire le partenze.

È una rappresentazione che svolge una funzione politica precisa. Concentrando l’attenzione sulle reti criminali, si evita accuratamente di interrogarsi sul ruolo svolto dagli accordi stipulati dall’Unione Europea con governi autoritari ai quali vengono affidati miliardi di euro per bloccare le persone in fuga. Lo stesso Marocco, oggi indicato come partner strategico nel controllo delle frontiere, continua a utilizzare la leva migratoria come strumento di pressione diplomatica nei confronti di Madrid e di Bruxelles, dimostrando quanto l’esternalizzazione abbia reso l’Europa dipendente dai Paesi cui ha delegato il controllo delle proprie frontiere.

In questo scenario la crisi di Ceuta diventa il laboratorio di una trasformazione molto più ampia. Il diritto d’asilo viene progressivamente svuotato, la detenzione amministrativa si espande oltre i confini dell’Unione, la distinzione tra protezione internazionale e politiche di sicurezza si assottiglia fino quasi a scomparire e la gestione delle migrazioni viene sempre più affidata a un complesso sistema di centri, hub, procedure accelerate e accordi bilaterali che spostano il problema lontano dagli occhi dell’opinione pubblica europea.

La vera posta in gioco, tuttavia, non riguarda soltanto le politiche migratorie. Riguarda la natura stessa dello Stato di diritto europeo. Quando il diritto d’asilo diventa una pratica da esternalizzare, quando la privazione della libertà personale viene normalizzata in strutture collocate fuori dal controllo giurisdizionale degli Stati membri e quando i diritti fondamentali vengono presentati come “tabù ideologici” da superare, non siamo più di fronte a semplici modifiche legislative. Siamo davanti a una ridefinizione profonda dell’idea di Europa.

La Fortezza Europa non si limita più a difendere le proprie frontiere. Sta progressivamente esportando oltre i propri confini anche i luoghi della detenzione, trasformando la gestione delle migrazioni in un gigantesco sistema di contenimento esternalizzato. Ed è difficile non vedere, dietro questa evoluzione, il rischio che i principi sui quali l’Unione dichiara di essere fondata vengano sacrificati sull’altare della sicurezza e del consenso politico.

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