Dalla crisi di Ceuta nasce una nuova offensiva europea contro il diritto d’asilo. Mentre Meloni e Piantedosi rilanciano il modello Albania e chiedono centri di detenzione fuori dall’Unione, Bruxelles apre alla loro estensione. Le persone migranti diventano ancora una volta materia di propaganda e strumenti di ricatto geopolitico, mentre i diritti fondamentali arretrano.
La tragedia
di Ceuta non ha aperto alcuna riflessione sulle responsabilità politiche
dell’Europa. Al contrario, è stata immediatamente trasformata nell’occasione
per imprimere una nuova accelerazione alla costruzione della Fortezza Europa.
Non si è discusso delle decine di morti, dei minori rimasti soli, delle
migliaia di persone intrappolate tra il Marocco e l’enclave spagnola, né delle
ragioni economiche e sociali che hanno spinto decine di migliaia di giovani a
tentare l’attraversamento. Il confronto tra i governi europei si è invece
concentrato quasi esclusivamente su come rafforzare il controllo delle
frontiere, aumentare i rimpatri e moltiplicare gli strumenti di detenzione
amministrativa fuori dai confini dell’Unione. La riunione straordinaria dei
ministri dell’Interno dell’Unione Europea ha fotografato con chiarezza il nuovo
equilibrio politico del continente.
La
solidarietà nei confronti della Spagna è rimasta confinata alle formule
diplomatiche del comunicato finale, mentre nella sostanza Madrid è stata
lasciata sola ed è diventata il bersaglio delle critiche di numerosi governi
europei. La scelta del governo Sánchez di regolarizzare una parte dei
lavoratori migranti è stata indicata come il presunto fattore di attrazione
della crisi di Ceuta, rilanciando ancora una volta la teoria del
cosiddetto pull factor, secondo cui il riconoscimento di diritti
produrrebbe automaticamente nuovi arrivi. Una tesi che continua a essere
ripetuta nonostante numerosi studi abbiano mostrato come le migrazioni dipendano
soprattutto da fattori economici, politici e sociali presenti nei Paesi di
origine e non dalle singole misure adottate dagli Stati europei.
A guidare
questa svolta è oggi la Commissione europea stessa. Il commissario agli Affari
interni Magnus Brunner ha liquidato la sanatoria spagnola come «un cattivo
segnale per il resto d’Europa» e, soprattutto, ha aperto esplicitamente alla
possibilità di finanziare con risorse europee i cosiddetti return hub,
i centri destinati a trattenere le persone migranti nei Paesi terzi in attesa
dell’espulsione. Un passaggio che segna un salto di qualità nella politica
europea delle frontiere: non si tratta più soltanto di esternalizzare il
controllo migratorio delegandolo a governi come quello libico, tunisino o marocchino,
ma di spostare fuori dal territorio dell’Unione anche la detenzione
amministrativa e, in prospettiva, le procedure per l’esame delle domande
d’asilo. È precisamente su questo terreno che il governo italiano continua a
svolgere un ruolo di apripista. Matteo Piantedosi ha rivendicato davanti ai
colleghi europei la necessità di «superare vecchi tabù ideologici» e di
realizzare rapidamente nuovi hub nei Paesi terzi sia per la gestione delle
richieste d’asilo sia per i rimpatri.
Dietro
l’espressione apparentemente neutra di “soluzioni innovative” si nasconde un
progetto molto preciso: sottrarre progressivamente il diritto d’asilo al
controllo delle garanzie costituzionali e della giurisdizione europea,
trasferendo le persone in strutture costruite fuori dall’Unione, dove la tutela
dei diritti fondamentali risulta inevitabilmente più debole. La distinzione
tra return hub e centri destinati all’esame delle domande
d’asilo non è soltanto tecnica. I primi riguardano persone già destinatarie di
un provvedimento di espulsione e che non possono essere rimpatriate
immediatamente; i secondi rappresentano invece una trasformazione ancora più
radicale del diritto d’asilo europeo. Se questo modello dovesse affermarsi, un
richiedente protezione internazionale potrebbe essere trasferito in un Paese
terzo ritenuto “sicuro” e attendere lì l’esame della propria domanda, senza mai
entrare effettivamente nel territorio dell’Unione Europea. È un’ipotesi che
pone interrogativi enormi sul rispetto dell’articolo 10 della Costituzione
italiana e della Convenzione di Ginevra, oltre ad aprire un inevitabile
contenzioso davanti alla Corte di giustizia dell’Unione Europea e alla Corte
costituzionale.
L’impressione
è che il governo Meloni stia tentando di anticipare proprio quelle pronunce giudiziarie
che potrebbero compromettere definitivamente il progetto Albania. Da qui la
continua pressione politica per normalizzare un modello che, fino a pochi mesi
fa, veniva presentato come eccezionale e sperimentale e che oggi Bruxelles
sembra invece intenzionata a trasformare in un paradigma europeo.
Parallelamente
cresce anche il ruolo di Frontex. La Commissione punta a rafforzare
ulteriormente l’agenzia europea, affidandole nuovi compiti di monitoraggio,
sorveglianza e coordinamento delle operazioni di rimpatrio, oltre allo sviluppo
di sistemi di allerta precoce e di controllo dei social network per individuare
presunte campagne di disinformazione che potrebbero favorire i movimenti
migratori. È una trasformazione significativa: le frontiere non vengono più
considerate soltanto uno spazio fisico da presidiare, ma un ambiente digitale
da sorvegliare preventivamente.
Ancora una
volta emerge la logica che da anni caratterizza la politica migratoria europea:
affrontare gli effetti anziché le cause. Nessuno dei governi riuniti a
Bruxelles ha ritenuto necessario discutere delle condizioni economiche che
spingono migliaia di giovani marocchini a lasciare il proprio Paese, della
crisi occupazionale che attraversa il Nord Africa, delle conseguenze delle
politiche commerciali europee o della crescente instabilità geopolitica del
Mediterraneo. Tutto viene ricondotto alla necessità di reprimere i trafficanti,
rafforzare i controlli e impedire le partenze.
È una
rappresentazione che svolge una funzione politica precisa. Concentrando
l’attenzione sulle reti criminali, si evita accuratamente di interrogarsi sul
ruolo svolto dagli accordi stipulati dall’Unione Europea con governi autoritari
ai quali vengono affidati miliardi di euro per bloccare le persone in fuga. Lo
stesso Marocco, oggi indicato come partner strategico nel controllo delle
frontiere, continua a utilizzare la leva migratoria come strumento di pressione
diplomatica nei confronti di Madrid e di Bruxelles, dimostrando quanto
l’esternalizzazione abbia reso l’Europa dipendente dai Paesi cui ha delegato il
controllo delle proprie frontiere.
In questo
scenario la crisi di Ceuta diventa il laboratorio di una trasformazione molto
più ampia. Il diritto d’asilo viene progressivamente svuotato, la detenzione
amministrativa si espande oltre i confini dell’Unione, la distinzione tra
protezione internazionale e politiche di sicurezza si assottiglia fino quasi a
scomparire e la gestione delle migrazioni viene sempre più affidata a un
complesso sistema di centri, hub, procedure accelerate e accordi bilaterali che
spostano il problema lontano dagli occhi dell’opinione pubblica europea.
La vera
posta in gioco, tuttavia, non riguarda soltanto le politiche migratorie.
Riguarda la natura stessa dello Stato di diritto europeo. Quando il diritto
d’asilo diventa una pratica da esternalizzare, quando la privazione della
libertà personale viene normalizzata in strutture collocate fuori dal controllo
giurisdizionale degli Stati membri e quando i diritti fondamentali vengono
presentati come “tabù ideologici” da superare, non siamo più di fronte a
semplici modifiche legislative. Siamo davanti a una ridefinizione profonda
dell’idea di Europa.
La Fortezza
Europa non si limita più a difendere le proprie frontiere. Sta progressivamente
esportando oltre i propri confini anche i luoghi della detenzione, trasformando
la gestione delle migrazioni in un gigantesco sistema di contenimento
esternalizzato. Ed è difficile non vedere, dietro questa evoluzione, il rischio
che i principi sui quali l’Unione dichiara di essere fondata vengano
sacrificati sull’altare della sicurezza e del consenso politico.
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