La catena israeliana Victory ha ottenuto quasi due terzi della crescita trimestrale dalle forniture alla Striscia. Cercando però di nascondere l’origine dei ricavi
Per mesi hanno preferito il silenzio. Alcuni hanno nascosto i nomi delle
proprie aziende, altri hanno evitato di comparire sui documenti pubblici e
qualcuno ha persino cercato di minimizzare il peso economico degli affari
conclusi con Gaza. Non perché mancassero i profitti, ma perché in Israele una
parte consistente dell’opinione pubblica considera qualsiasi ingresso di beni
nella Striscia una concessione inaccettabile al nemico. Così, mentre l’assedio
e la fame continuano a devastare la popolazione palestinese, attorno ai pochi
prodotti autorizzati all’ingresso si è sviluppato un mercato miliardario di cui
molti preferiscono non parlare.
A far emergere una parte di questo sistema è stato il quotidiano israeliano
Ynet, che ha raccontato il caso della catena di supermercati Victory. L’azienda
aveva annunciato risultati eccezionali nel primo trimestre del 2026, senza però
specificare chiaramente da dove provenisse gran parte della crescita. Solo dopo
l’intervento dell’Autorità israeliana per i titoli finanziari, che ha imposto
la pubblicazione di un rapporto integrativo, è emerso che su 152 milioni di
shekel (39 milioni di euro) di aumento delle vendite, 99 milioni di shekel (25
milioni di euro) provenivano dalle forniture destinate alla popolazione di
Gaza.
Secondo Ynet, Victory operava come fornitore riconosciuto dal ministero
della difesa israeliano nell’ambito delle operazioni di commercio alla
Striscia. Le vendite legate a Gaza rappresentavano quasi due terzi dell’intero
incremento del fatturato, che ammontava a 152 milioni di shekel (circa 39
milioni di euro). Senza quel mercato, la crescita organica dell’azienda sarebbe
stata molto più contenuta: il 6%, dovuto più che altro all’aumento
generalizzato dei prezzi dei prodotti.
Il caso Victory, però, sembra essere soltanto la punta dell’iceberg. Il
quotidiano economico Globes descrive infatti un settore vastissimo, del valore
di miliardi di shekel all’anno, composto da importatori, distributori,
intermediari e aziende israeliane che guadagnano dalla vendita dei prodotti
destinati a Gaza. Sia quelli destinati al settore umanitario che quelli venduti
ai commercianti della Striscia. Un’attività che si sviluppa quasi sempre
lontano dai riflettori.
Secondo Globes, molte imprese chiedono esplicitamente di non essere
nominate e la stessa Autorità doganale israeliana mantiene riservata la lista
completa dei fornitori coinvolti. Non si tratta soltanto di discrezione
commerciale. Dietro il riserbo ci sarebbe anche il timore delle reazioni di una
parte della società israeliana che considera l’assedio uno strumento legittimo
di pressione e guarda con ostilità chi trae profitto dalla vendita di beni
destinati ai palestinesi.
Gli stessi imprenditori che guadagnano dalle merci dirette a Gaza rischiano
di essere accusati da vasti settori dell’opinione pubblica di aiutare Hamas e
di “sfamare il nemico”, – composto per lo più da donne e bambini.
In ambienti politici e mediatici favorevoli a un assedio totale, l’ingresso
di qualsiasi bene viene percepito come un tradimento degli obiettivi della
guerra. Per questi gruppi, gli imprenditori che partecipano al commercio verso
Gaza vengono percepiti come persone che fanno affari con chi dovrebbe invece
essere piegato dalla fame e dall’assedio. Motivo per cui le aziende rischiano
di essere sottoposte a campagne denigratorie o di boicottaggio, con conseguente
perdita di clienti e guadagni.
Da qui la scelta di molti operatori economici di mantenere un profilo basso
e di evitare che i propri nomi vengano associati pubblicamente alla Striscia.
Questi profitti nascono all’interno di un sistema nel quale Israele
mantiene il controllo quasi assoluto su ciò che entra e ciò che resta bloccato
ai valichi. Le aziende autorizzate operano infatti all’interno di un mercato
estremamente ristretto, dove la scarsità dei beni e la rigidità dei permessi
trasformano le autorizzazioni in un’opportunità economica.
Mentre le organizzazioni umanitarie continuano a denunciare la fame e la
carenza di beni essenziali, attorno all’assedio si è sviluppata un’economia
parallela che produce vincitori e profitti. Un sistema che, secondo gli stessi
giornali economici israeliani, molti dei suoi protagonisti preferiscono
mantenere nell’ombra.
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