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domenica 13 ottobre 2024

Osare leggere di femminismo - María Galindo

 

A una ragazza che le chiedeva cosa leggere per poter fare femminismo, María Galindo, tra le fondatrici dello straordinario collettivo boliviano Mujeres Creando, ha risposto: “Ti propongo di leggere il corpo di tua madre, le sue smagliature, i suoi acciacchi, le sue inibizioni, i suoi scoppi d’ira e di malinconia… Ti propongo di uscire e leggere la strada… Ti propongo di leggere i luoghi imprescindibili della tua città come ad esempio il carcere femminile, la piazza, il mercato. Ti immagini se, al leggere il carcere, potessi capire le donne che lo abitano, quante meravigliose conoscenze potresti acquisire? Chi lo abita, cosa pensano, cosa immaginano, qual è il concetto di libertà con il quale si svegliano? Ti propongo di prendere un autobus o la metropolitana e di sederti in uno di quei sedili consumati e lasciare che ti penetrino il culo i verbi di chi si è seduto lì prima di te in cerca di qualcosa che non ha mai incontrato, verbi come desiderare, cercare, sperare… Scoprirai che gli oggetti hanno una vita, accumulano storia e conoscenze che bisogna imparare a svelare… Ti propongo di leggere te stessa in profondità…”. Alcune pagine del libro Femminismo bastardo, dedicate al perché il femminismo non è un progetto di diritti per le donne ma un percorso di trasformazione della società


L’ultima volta che sono stata a Buenos Aires, alla fine del mio intervento, una ragazza giovane con aria innocente mi chiese che bibliografia avrebbe dovuto leggere per poter fare femminismo. Riportava con tristezza il fatto che nella sua facoltà non esistevano libri di femminismo e che, a parte Silvia Federici, non aveva trovato nulla. Sono stata un po’ maldestra nella risposta, la domanda aveva molto senso ma mi fece infuriare perché, a me, era parsa un insulto. Le dissi, senza giri di parole, che se nella tua facoltà non c’è da leggere forse bisogna lasciare quella facoltà vuota.

Ma mi sono sentita male, so che è stato un colpo ingiusto, so che la compagna se ne andò con un mal sapore, per questo motivo voglio chiedere scusa pubblicamente a lei e passarle questa bibliografia femminista imprescindibile.

Allo stesso tempo, approfitto dell’occasione per passarti questa bibliografia adatta al prossimo corso che impartirò sul femminismo in qualsiasi luogo di incontro, angolo di strada, libreria, casa autogestita o quartiere.

Ti propongo di leggere il corpo di tua madre, le sue smagliature, le sue rughe, i suoi acciacchi, le sue vergogne, le sue inibizioni, i suoi tic nervosi, i suoi scoppi d’ira e di malinconia, che si esprimono attraverso le sue pupille e le palpebre, nelle ciglia o sul naso. Leggi i suoi capelli bianchi, la sua calvizie, la sua fronte e le sue tette cadenti.

Ti propongo di uscire e leggere la strada, sì, uscire a leggerla non a passeggiare, a leggerla. Leggi i suoi colori, i suoi odori, le sue urine, le sue sporcizie, i suoi muri, i suoi marciapiedi e raccogli, come fosse materiale archeologico di gran valore, tutta la stanchezza che si accumula ai suoi angoli.

Ti propongo di leggere il denaro che tocchi, i 100, i 300, i 500 pesos con cui ormai non ci fai più nulla, ma non leggere le parole scritte sulle banconote e nemmeno le figure che vi sono stampate di Eva Perón, Sor Juana o Juana Azurduy, leggi invece le impronte che contengono, le impronte di chi ha provato a spendere quel denaro prima di te, comprare il pane, pagare un debito, risparmiare per l’affitto.

Ti propongo di leggere i luoghi imprescindibili della tua città come ad esempio il carcere femminile, la piazza, il mercato. Ti immagini se, al leggere il carcere, potessi capire le donne che lo abitano, quante meravigliose conoscenze potresti acquisire? Chi lo abita, cosa pensano, cosa immaginano, qual è il concetto di libertà con il quale si svegliano?

Ti propongo di prendere un autobus o la metropolitana e di sederti in uno di quei sedili consumati e lasciare che ti penetrino il culo i verbi di chi si è seduto lì prima di te in cerca di qualcosa che non ha mai incontrato, verbi come desiderare, verbi come cercare, verbi come sperare. Leggi il sedile e siedi sul sedile fino a quando non ti prude l’ano per quanto l’hai compreso. Scoprirai che gli oggetti hanno una vita, accumulano storia e conoscenze che bisogna imparare a svelare.

Ti propongo di leggere la vita, la realtà, il quartiere, gli occhi delle donne, le loro bocche, i loro vestiti, le loro unghie.

Ti propongo di leggere gli oggetti che compongono l’architettura della nostra vita quotidiana, il sacchetto per fare la spesa al mercato, il suo odore e quanto è consumato, la caffettiera, la cucina, il pavimento dell’entrata.

Ti propongo di leggere te stessa in profondità.

E che con questa bibliografia imprescindibile tu venga ai miei corsi di femminismo per depatriarcalizzare la società. […]

 

Il femminismo come alleanza etica e non ideologica

Tutti i movimenti politici nella storia hanno dovuto confrontarsi con il dissenso, in misura maggiore se sono diventati movimenti di massa. Nel caso del femminismo, partendo dal fatto che non c’è solo un femminismo ma molti femminismi come differenti vedute, differenti pratiche politiche, differenti composizioni sociali, il dissenso è una costante e questa è la sua potenza politica maggiore. Non siamo d’accordo, non pensiamo nello stesso modo e, nonostante ciò, confluiamo in questo che chiamiamo femminismo e la cui definizione e i cui limiti non sono proprietà di nessuno. Questa è la potenza maggiore e apparentemente, allo stesso tempo, la maggior debolezza. Femminismo è la parola che ci avvolge e accoglie politicamente ma i cui limiti sono diluiti e le cui radici sono molteplici.

L’idea che c’è una sola verità – e che ogni verità si esprime in antagonismi basati sulla logica formale che afferma che il positivo per essere tale è il contrario del negativo, il nero è il contrario del bianco, il bene del male – ci mantiene in una logica binaria dove la complessità non è possibile, è scorretta e non desiderabile, dove non è possibile che convivano non solo tre ma cinque o cinquantacinque possibilità e combinazioni di tutto. […]

Ciò che vi propongo è, né più né meno, di cambiare la matrice di discussione dal “cosa” al “come”, non per sostituire un contenuto unico a un modo unico, ma perché se il modo unico di pensare è introiettato, il modo di fare è sempre, inevitabilmente, molteplice e diverso. È nel modo di fare che ci sono sempre molte possibilità, svariate ricette, infinite combinazioni. […]

La convergenza femminista

Quindi come costruire una convergenza femminista? Come costruire un punto di coesione, di contenzione o quel qualcosa che ci riunisca tutte? […]

Il dissenso arricchisce, la non uniformità dei femminismi arricchisce, ma abbiamo bisogno di un punto di convergenza, un filo che ci connetta come movimento planetario. Un filo che ci permetta di leggerci e riconoscerci le une con le altre senza perdere le differenze, senza ridurre le differenze a una sola matrice, a una sola possibilità, a una sola genealogia. Abbiamo bisogno di un punto di convergenza che ci serva da specchio e che rappresenti quello che io chiamo il senso di un’epoca per noi e per tutte le nostre lotte, il senso di un’epoca utopico, lungo, largo, che contiene e che agita, provocatorio, seduttore, sedizioso, assetato, che non minimizzi né relativizzi alcuna lotta, che non senta come egemonica alcuna tematica e che non implichi il segnalare una sola avanguardia.

Né l’uguaglianza uomo donna, né i denominati diritti delle donne funzionano come tali perché entrambi sono stati deglutiti dal sistema, dal capitalismo, dal neoliberalismo, dalla lavatrice della storia che li ha convertiti in retorica scartabile dopo l’uso conveniente del politico di turno. Nemmeno le lotte specifiche come l’aborto o contro i femminicidi hanno giocato quel ruolo perché sono lotte circolari, reiterative che, in un gioco al macabro, iniziano dove finiscono e, nonostante siano fondamentali, riducono il nostro senso politico e diventano strumenti di negoziazione a uso dello Stato e dei partiti politici.

Finiamo proprio dove non volevamo stare, finiamo per essere negoziate con le forze conservatrici, dagli Stati che ci ricattano più e più volte.

Permettetemi di dirvi che la depatriarcalizzazione è quella parola, è quel luogo, è quella chiave, è quel concetto che può inglobare, creare coesione, aprire a un nuovo senso di epoca, identificarsi come un’utopia generale all’interno della quale ricamare contenuti così come senso collettivo in cui inscrivere pratiche e saperi. “Depatriarcare”, così in forma di verbo, è quello che vorremmo fare e che facciamo noi femministe con la famiglia, con la terra, con il cibo, con il lavoro, con l’arte, con la vita quotidiana, con lo spazio, con la salute, con il sesso. Il nostro non è un progetto di diritti, è un progetto di trasformazione di strutture e la depatriarcalizzazione come orizzonte di un’epoca riflette precisamente questo. È una grande porta dove possono stare caoticamente tutte le nostre lotte.

La depatriarcalizzazione si situa, inoltre, come un movimento assetato e insaziabile che non può venir divorato né negoziato da interessi o gruppi o governi.

 

Femminismo intuitivo vs. accademismo

Questa è un’altra delle contraddizioni presenti all’interno del movimento: un femminismo accademico con teoriche uscite dalle università e che costruiscono e usano un discorso accademista, che si presenta come il nucleo filosofico del femminismo stesso. Sto parlando di un femminismo eurocentrico, che importa le discussioni e che si alimenta della legittimazione dell’accademia del nord, opposto a un ipotetico femminismo “senza un discorso proprio” che, escludendo la mobilitazione e la strada, non avrebbe altra alternativa che consumare quel femminismo accademico.

Ciò che propongo è che quel femminismo della strada abbia un nome e che si chiami “femminismo intuitivo”; non risponde a un’istruzione ideologica e non risponde a una lettura accademica, ma risponde a una decisione esistenziale e a una lettura diretta ed esperienziale del proprio corpo, della strada, del quartiere, del carcere, dei tribunali, della disoccupazione.

Non è un femminismo carente di discorso ma uno le cui protagoniste sono le voci silenziate, senza un luogo, né un microfono. È il femminismo intuitivo quello che sta riempiendo le manifestazioni, le assemblee e quello che sta destabilizzando il patriarcato. Questo femminismo intuitivo ha bisogno di ascoltare sé stesso, ha bisogno di spazi decisionali per potersi connettere con il corpo che agisce. Non ha bisogno di forum di esperte da andare ad ascoltare, ma di spazi che concedano riconoscimento e capacità di ascolto in maniera orizzontale. Questi sono, per esempio, quelli che in Bolivia abbiamo chiamato Parlamenti delle Donne, nei quali abbiamo generato la capacità di ascoltarci senza necessità di rappresentazione e ricerca di accordo, ma costruendo collettivamente un mosaico complesso di visioni differenti che si integrano attraverso la loro complessità.

Le alleanze etiche e non ideologiche ci spingono a ripensare le alleanze non esplicitate che sono quelle che circolano oggi senza essere discusse, come le seguenti: le alleanze identitarie, quando parliamo per esempio di un femminismo indigeno il cui senso di convergenza è una presunta essenza indigena anti bianca; le alleanze generazionali che finiscono per installare uno sguardo gerontocratico sulle giovani o, al contrario, un rifiuto generazionale verso le più grandi; le alleanze vittimiste, costruite attorno al dolore come luogo di enunciazione politica e che ripetono più e più volte lo stesso discorso (femminicidio, molestia o stupro), ma non funzionano attorno ad altri orizzonti o non ripensano a questi stessi luoghi partendo dall’idea di ribellione; le alleanze territoriali che non si connettono più in là di un contesto geografico. Tutte queste alleanze possono essere legittime, possono essere spontanee, possono essere congiunturali. La domanda è se sono sovversive, se ci permettono di ripensare ai femminismi e costruire nuovi linguaggi e nuove cornici concettuali che non siano la cornice dei diritti, né delle leggi, né delle quote, né dell’inclusione ma, invece, della rivoluzione. […]

 

Ampi stralci di due capitoli (“Bibliografia Femminista Imprescindibile o Osare leggere di femminismo” e “E Femminismo sismico; Terremoto Femminista; Femminismo“) del libro di María Galindo, Femminismo bastardo (Mimesis ed., traduzione di Roberta Granelli). Il libro raccoglie articoli scritti negli ultimi anni, dedicati alle questioni fondamentali del femminismo.

Tra le fondatrici del collettivo Mujeres Creando (MC), uno dei più importanti dell’America latina, María Galindo insieme a MC gestisce Radio Deseo e uno spazio sociale e culturale nel centro della capitale boliviana, La Paz, dove è nata. Una volta, raccontando le sue molte e diverse esperienze vissute in tanti paesi (tra cui l’Italia), si è definita una “cuoca agitatrice di strada, graffitara, radialista, scrittrice, lesbica pubblica, pazza, regista, pettegola dalla bocca larga, maleducata, bastarda, insolente, aggressiva, anarcofemminista”. Nell’archivio di Comune, altri articoli di María Galindo sono leggibili qui.

da qui

venerdì 5 novembre 2021

Mi sono svegliata piangendo - Maria Galindo

 

Dedicato al “Transcomando” che mi rallegra la vita a distanza, mentre volo come un pipistrello perseguitato nella notte del COVID-19

 

Sono già diversi giorni che mi sveglio piangendo. A farmi aprire gli occhi sono le lacrime che corrono sul viso, oppure è l’impulso di piangere ancora. Non è un dolore cosciente che viene dalla perdita di una persona amata, morta per coronavirus, che provoca quel pianto. Non è neanche una depressione frutto del confinamento. È una sensazione provocata da fuori, come se i morti comunicassero con me, mentre abbandonano questo mondo. Non hanno bandiera, né età, né pelle. Non hanno nemmeno volto. È solo l’impulso della stessa vita che va via e che, nel cammino, mi cerca per depositare nei miei sogni un ultimo vento d’addio, un odore, una sensazione, un soffio di morte che se ne va.

Mi alzo stremata dalla fatica notturna che questo legame comporta e cerco di collocarlo da qualche parte, guardo il soffitto, cerco altri segnali. Niente da fare.

Il mondo è diventato un cimitero carico di energie funebri?

Sono i morti di Guayaquil che, nel loro cammino, vengono ad avvertirmi dell’inevitabile? Sono quelli che vengono da più lontano, magari dalle fosse comuni di New York, e arrivano fino al mio corpo vivo, a chiedermi un commiato?

Mi trovano così, per caso, mentre sperimentano le loro morti desolate?

Mi alzo e senza pensarci mi vesto come per andare a un funerale. Sotto la doccia, mi ricordo di come i morti apprezzassero quando, nel mio lavoro in Germania, mi toccava di pettinarli, lavarli e vestirli dei loro sudari. A me piacerebbe, e questo è un incarico, che le mie compagne mi bruciassero con un bidone di benzina e mucchi di palo santo sulla porta della nostra amata casona rossa.

Mentre penso alla mia stessa morte e vedo gli abiti che sto per indossare trasformati nel mio sudario, capisco perché i morti vengono a trovarmi nella notte: vengono a depositare le loro testimonianze nel mio petto come si trattasse di una cassetta della posta, è per questo che sono così esausta, anche se ho dormito tanto profondamente e a lungo.


Ricostruzione della visita all’obitorio

Mi apre le porte una donna che avrebbe dovuto avere davanti certamente molti altri anni di vita. È morta come tutti, ma non si è sdraiataha preferito fare lo sforzo di aprirmi la porta per compiere il rito che ha caratterizzato tutta la sua vita: prendere lei la responsabilità dell’ultimo sforzo. Mi dice che è morta lentamente, che non riusciva a distinguere la stanchezza della vita dai sintomi mortali del coronavirus. È cosciente di esser morta di coronavirus, però pensa che la malattia letale che lentamente l’ha uccisa sia stata l’essere “donna”.

Dall’altro lato della vita chiede, per favore, che questa storia del “Resta in casa” sia cambiata in “Abbi cura della tua vita e di quella degli altri”. L’imperativo “Resta in casa!” sembra inventato da una madre tiranna che ti impedisce di appropriarti della notte, da un padre controllore che non ti lascia andare all’università, da un marito insopportabilmente geloso. È convinta che questo “Resta in casa” sia parte di una cospirazione patriarcale degli uomini che dirigono l’Organizzazione Mondiale della Sanità contro le donne del mondo. La guardo perplessa e mi dice: “Ero infermiera, so come ragionano i medici e i direttori di ospedali, ragionano come mariti repressori”.

Mentre parliamo, si avvicina una casalinga e dice: “Il problema non è la casa ma la famiglia; la quarantena in famiglia è un inferno, avrei preferito che ci fossimo organizzate per passarla tra amiche o vicine di casa”; “Tra amanti!”, grida qualcuno dal fondo. Noi infermiere avremmo dovuto passarla insieme la quarantena, ci saremmo capite meglio e accolte con amore al ritorno dal lavoro; ci saremmo massaggiate i piedi a vicenda, avremmo fatto i turni secondo la stanchezza e nessuna si sarebbe azzardata ad accusare l’altra di portare la malattia in casa. Una venditrice ambulante aggiunge: “Sai che bello mettere la squadra di calcio del quartiere in quarantena nella stessa casa!“. Nell’immaginarlo scoppia a ridere, mentre man mano le si staccano i denti che subito diventano stelle.

E i poliziotti? “Che facciano la quarantena insieme, così si sopportano tra di loro”. Si comincia a creare un gran baccano e allora torna a prendere parola la casalinga: “Sentite, questo non è uno scherzo, la quarantena non può essere fatta in famiglia, perché siamo sempre noi donne a finire sfruttate, a cucinare, lavare, pulire e a consolarli, a tavola come a letto”. “È vero”, dice un’altra, “però, se le cose stanno così, il punto non è la quarantena in famiglia, ma va dissolta la famiglia stessa, quello che stavamo già facendo prima che ci beccasse la pandemia”.

Quest’obitorio gigante in cui mi trovo è un luogo di fortuna, i cadaveri non sono ordinati né classificati, sarebbe impossibile. La maggior parte si è già distesa con le mani sul petto, altri ancora in piedi mi fissano senza occhi, mi parlano senza bocca, alcuni si sono arrampicati sui muri e altri si sono sdraiati sul tetto. A poco a poco, vado perdendo lo spavento con cui ero arrivata, nulla è paragonabile all’immagine di ciò che mi trovo davanti. Penso all’obitorio di La Paz, che dev’essere uno dei più sinistri al mondo, dove tante volte sono andata a cercare donne fatte scomparire o assassinate; lì tengono i cadaveri per terra, mentre si vanno decomponendo.

Qui è diverso, i morti, come gli animali, hanno preso uno spazio gigantesco nella città vuota e stanno in quello che sembra essere un parlamento. A momenti mi pare il Pentagono, il Vaticano, la più grande cattedrale del mondo, oppure uno studio cinematografico… Non riesco a distinguere bene, perché tutto è occupato dai cadaveri senza spazio per niente altro.

 

Più che morti, siamo rifiuti

Sono arrivata qui attratta da un magnetismo a cui non potevo opporre resistenza, ma non so perché e non mi azzardo a domandarlo. Sono viva tra queste centinaia di migliaia di morti, non so cosa vogliano da me, né so cosa fare. Non so cosa dire, non ho parole, né penso di provare a consolarli, sarebbe ridicolo. Vorrei riuscire a nascondere la mia paura, ma davanti a loro è impossibile. Hanno il potere dei morti di percepire tutto, i loro sguardi mi si conficcano nel petto che pulsa come stesse per esplodere. Resto muta, impaurita, immobile, non ho nulla da offrire a questa gente, nemmeno la conosco, so solo che, anche se già morta, sta per cessare di esistere ed è a questa transizione finale che vuole che assista.

Perdo la nozione del tempo, ho la febbre, l’immagine è nebulosaRiconosco mani, cavità oculari, frammenti di gambe, teste con il collo ma senza corpo. Non c’è sangue, i corpi sono inglobati gli uni negli altri senza che si distingua bene dove termina uno e inizia l’altro; c’è un liquido turchese denso e splendente che sembra accoglierli, circola capriccioso tra i corpi facendo le curve, salendo per le gambe e scendendo dalle spalle in mezzo a tutti. Sottovoce chiedo del liquido turchese alla donna che mi ha aperto, lei mi risponde: “Sono le nostre lacrime, è il nostro pianto che ci bagna, ci illumina e ci unisce”.

Cominciano a parlare in un coro multilingue e all’unisono gridano una frase che mi si conficca nel cuore come un coltello: “Siamo la prima generazione di morti spazzatura, come immondizia siamo trattati e gettati via, si disfanno di noi senza alcun congedo. Nessuno inventa un funerale, nessuno inventa un commiato, nessuno ci accompagna nell’ultimo viaggio, tu che appartieni ai vivi, appartieni anche alla prima generazione umana che tratta i suoi morti come rifiuti”.

Le fosse comuni dei morti nel Mediterraneo, uccisi mentre cercavano di arrivare in Europa, le fosse comuni dei senzatetto a San Paolo – che la polizia (brasiliana, ndt) raccoglie la mattina per poter pulire le strade -, le fosse comuni senza nome non sono più una lontana eccezione che voi potevate scegliere di ignorare, oggi sono diventate una norma sanitariaCi gettano via nella notte, mentre dormono, con gli stessi procedimenti con cui si svuotano i cassonetti all’angolo.

La nostra ultima volontà non è di contagiarli, ma di rompere quest’equilibrio sanitario che ci nasconde per non andarcene senza dire addio.

Vogliamo attraversare le buste dell’immondizia con cui hanno avvolto i nostri corpi. Vogliamo oltrepassare i numeri dei rapporti militari del mondo che, in bocca ai ministri della sanità, annunciano il numero dei morti del giorno, quei rapporti di cifre con cui cancellano i nostri nomi per trasformarci in quantità. Quantità di morti che, insieme a Trump, i capitalisti del mondo celebrano perché ogni morte è un risparmio in sicurezza sociale, in spazio, in contaminazione, in ricerca, maternità o alloggio. Ogni morto una celebrazione, meglio se vecchio, meglio se povero, meglio se del terzo mondo, perché, anche se dirlo non è più di moda, ci sono un terzo e un quarto mondo e in ogni società c’è un sud. Quando i morti vengono da questo sud dove non hanno nomi, né volti, la celebrazione capitalista è maggiore e si considera il COVID-19 un lavoro di igiene sociale.

Ogni morto è una celebrazione capitalista, perché è una dose gratuita di paura con cui iniettare il quartiere, il sindacato, il paese, il mondo. Per questo la rigorosa comunicazione quotidiana dei governi con la società serve ad annunciare il numero di morti; non ci possono vegliare, nominare, né dire addio; ma, comunque, non possono smettere di contarci.

Abbiamo deciso di abbandonare l’umanità per integrarci come resti umani nel mondo animale, un mondo che ci ha ricevuto divorando i nostri corpi, riempiendoli di vermi, disintegrando con la terra la nostra solitudine e, nel nostro dolore, ci sono cresciute zampe di capra, maiale, mucca, gallina, pipistrello; ma prima di diventare un tutt’uno con gli animali vogliamo lasciare questo testamento.

 

Un testamento dalla frontiera tra i vivi e i morti, tra i sani e i malati

Il COVID-19 è l’ebola dell’Africa o la dengue dell’America Latina, ma ha la forza di paralizzare il mondo, perché i corpi che ha colpito in massa sono corpi europeiQuello che succederà al resto della gente del pianeta e quando il virus colpirà in massa i corpi del sud del mondo cesserà di essere una notizia. Perciò è importante parlare di questa tragedia quanto prima, per dire ciò che oggi il mondo intero è ancora disposto ad ascoltare: alla frontiera tra vivi e morti è stato eretto un muro fatto di regole, obbedienza, rassegnazione, paura e silenzio. Non serve a proteggere le vite dei vivi ma il potere dei potenti. Quel muro di paura funziona come un plotone di esecuzione, così come l’igienica e clandestina eliminazione dei corpi, invece di seppellirli, è parte di quello stesso terrore di Stato.

L’affanno nel determinare, tracciare, accertare e precisare da dove venga la malattia, distinguendo l’origine del contagio, il paziente zero e facendo sapere al mondo che si stava cercando il corpo dell’untore, è il vessillo che è servito per chiudere le frontiere, controllare i movimenti e alimentare razzismi, nazionalismi e regionalismi.

Non c’è paziente zero, perché se ci fosse allora dovrebbero esserci anche superficie zero, luogo zero e merce zero. Grazie al concetto di paziente zero, noi abbiamo smesso di poterci muovere, mentre le merci hanno continuato a circolare. Frenare la mobilità della gente non è servito a frenare il contagio, ma a generare sospetto e a sparare il proiettile del contagio su tutti i corpi della terra, a spararci il virus addosso a noi tutti.

Non potrà evitare il contagio chi deve uscire di casa per sopravvivere, né chi si prende cura degli altri per lavoro; non potrà evitarlo chi non ha una casa dove rifugiarsi, né chi ha un corpo debole. Non potrà evitare il contagio chi abita i sud del mondo, né chi si prende cura di sua madre, dell’amante, di una figlia o un’amica malata perché nessun altro può farlo; non potrà evitare il contagio chi non ha a disposizione mascherine protettive o disinfettante; né potranno farlo coloro che non hanno acqua e sapone. A centinaia di migliaia si consegneranno a un’infezione imminente, in molti casi inevitabile e in altri volontaria.

Molti vivranno la loro malattia in segreto, come chi commette un delitto, per non essere isolati dalla polizia, espulsi dai vicini, ripudiati dallo Stato, e perché non gli venga impedito di oltrepassare una frontiera. Con il passare del tempo, la malattia diventerà un delitto che deve essere segnalato e denunciato.

La militarizzazione, non solo delle città ma perfino del linguaggio con cui si viene gestita l’epidemia, vuole collocarci su due versanti: vigilanti sani e malati sacrificabili, separati entrambi dal panico.

La militarizzazione delle strade non agisce sull’epidemia, ma sull’ordine sociale per legittimare il controllo governativo sul comportamento delle persone, come meccanismo di protezione dal contagio.

L’isolamento individuale e in famiglia, il solo permesso, non è un provvedimento per contenere l’epidemia, ma per rafforzare un ordine sociale più facile da controllare, intimidire, idiotizzare, sfruttare e neutralizzare.

In questa patologia, tutte le frontiere geografiche si sono moltiplicate e rafforzate, ma se ne sta costruendo anche una nuova, una frontiera del significato della vita stessa: la frontiera tra i vivi e i morti. Disfarsi di un corpo umano morto con lo stesso procedimento con cui ci si disfa della spazzatura, vuol dire spogliare i corpi vivi di valore.

Cosa accadrà nel cuore dei vivi, nelle loro abitudini e memorie, senza il lutto, senza la perdita, la sepoltura, con il ricordo infranto e igienicamente spezzato, come se noi morti non fossimo morti ma desaparecidos di un regime fascista?

È questa la domanda a cui voi dovrete rispondere.



Fonte: Blog El Rumor de la Moltitudes su El Salto

Traduzione per Comune-info: Leonora Marzullo


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lunedì 15 marzo 2021

La pandemia è il capitalismo - Maria Galindo


Non scrivo dalla Bolivia, ma da un territorio che si chiama incertezza. Scrivo dall’ultimo posto nella fila per ottenere la vaccinazione coloniale, che in molti paesi verrà applicata come dose di salvezza governativa e come nuovo contratto sanitario concesso dal capitalismo attraverso gli Stati per poter sopravvivere.

Scrivo dalla coscienza maturata in una mensa comunitaria, in un piccolo movimento, in una lotta che non ha smesso di disegnare mappe per una via di uscita, un percorso e un incontro.

Scrivo da una marcia di sex workers, le quali affermano che durante la pandemia la repressione della polizia è peggiore del rischio di ammalarsi e della paura di morire.

Scrivo mentre, contro la mia volontà, mi preparo a parlare da uno schermo freddo che mi piacerebbe scaldare fino a farlo esplodere.

Non scrivo dalla certezza, ma dal dubbio, dalla domanda, dall’intuizione e dalla sperimentazione. 

Non ho rinunciato a palpare senza guanti questo mondo pandemico e, sebbene abbia accettato l’invito a scrivere, sono consapevole che tutto ciò che dico rischia di diventare d’improvviso un’affermazione ridicola, obsoleta, ingenua. Oppure rischia di perdere la sua consistenza come si trattasse di ghiaccio sciolto.

Allo stesso tempo, so che potrei aggrapparmi a un tono profetico fatalistico, profetico biblico o profetico redentore, e attendere gli applausi dei cuori sciolti che camminano per le strade come zombie alla disperata ricerca di voci profetiche.

La pandemia è un fatto politico non perché sia inventata, inesistente o prodotta artificialmente in laboratorio. 

La pandemia è un fatto politico perché sta modificando tutte le relazioni sociali a scala mondiale ed è quindi legittimo e urgente pensarla e discuterne politicamente. 

La pandemia è un fatto politico perché si presenta come la conseguenza di un modello capitalista globale che passa dalla sua versione ecocida a quella suicida. La pandemia apre, o meglio evidenzia, la relazione sistemica tra ecocidio e suicidio.

 

Sottomissione della mandria 

La pandemia ha installato a livello planetario un lessico standardizzato, uniforme e diffuso in tutti i paesi. Serve per reindirizzare la vita sociale a una società disciplinare. 

Parola per parola, la vita viene messa in un reticolo per ridurla alla paura, alla sorveglianza legittimata dello Stato su tutta la nostra vita, alla dissoluzione delle forme di collaborazione e di organizzazione non statali. Le uniche forme di collaborazione rivalutate sono state ridotte a una sorta di assistenza paternalistica senza potenza politicizzabile. L’amputazione del desiderio è una delle sue costanti. 

Tutte queste operazioni politiche stanno avvenendo attraverso il linguaggio pandemico come strumento per nominare e dare contenuto a ciò che sta accadendo. Non stiamo mettendo in discussione le misure di protezione, la necessità di prenderle o l’incongruenza di molte di esse, ma il modo di nominare l’intero universo della pandemia. 

Non sto parlando di significati nascosti: essi sono espliciti e il loro effetto distruttivo ha a che vedere con la loro ripetizione invasiva, con il fatto che i governanti e le organizzazioni internazionali sono i portavoce indiscutibili e la popolazione, in generale, funziona come una cassa di risonanza. 

È un linguaggio che finisci per usare per farti capire in poche parole. Con il suo carattere globale senza sfumature e con l’uso sconsiderato senza margini per mettere in discussione i significati, quel linguaggio lavora “fascistizzando” le relazioni sociali. 

Ancora una volta, come tante altre volte nella Storia, il diritto di nominare i fatti è l’arma per programmare i loro contenuti sociali. 

È nei termini con i quali si stanno battezzando i fatti che risiede il loro contenuto ideologico centrale. Non è un contenuto ideologico che funziona come una teoria da accettare, discutere o ripensare. È un contenuto ideologico che funziona come significato fisso, inconfutabile e come realtà diretta, un contenuto che ha un effetto di terapia di condizionamento dei comportamenti. 

 

Lessico pandemico

Ho trovato una trentina di termini che costituiscono la spina dorsale del lessico e il suo ruolo nel condizionamento comportamentale collettivo. Vi propongo, però, di rivederne solo alcuni, per ragioni di spazio:

Biosicurezza: un insieme di misure che hanno a che vedere con il pericolo mortale del contagio. Dovremmo cambiare la parola “sicurezza” in “vulnerabilità”, e il prefisso “bio” in “necro”. Stiamo sperimentando la vulnerabilità di fronte a un pericolo onnipresente, invisibile e incontrollabile. Se c’è qualcosa che non è sicuro, quella è la vita. Non si può parlare di biosicurezza quando un termine simile, in realtà, nomina il necro-pericolo o la biovulnerabilità.

Distanziamento sociale e isolamento: non sono i due metri di cui abbiamo bisogno per evitare il contagio, ma sono i contenuti dell’esacerbazione della chiusura in se stessi, del salvarsi lontano dall'”altro”, è quello il pericolo per eccellenza. Siamo diventat@ tutt@ l’ “altro” dell’ “altro”, facendo del linguaggio pandemico uno strumento di dissoluzione di collettività. L’enfasi che è stata posta sul piccolo gruppo familiare o “bolla” come il tuo unico universo di responsabilità e significato ha funzionato anche nella fascistizzazione sociale, usando l’innocuo pronome possessivo “tuoi” più e più volte.

Quarantena: termine trasposto dalla peste nera del Medioevo al mondo contemporaneo come indicatore del fatto che nel 21° secolo – dopo diverse rivoluzioni tecnologiche – le misure di assistenza sociale sono le stesse di diversi secoli fa e portano lo stesso nome. A chi serve allora la tecnologia? Perché non abbiamo altri strumenti contemporanei diversi da quelli medievali per affrontare una pandemia?

Coprifuoco, confinamento: questi non sono gli unici termini che fanno parte del lessico pandemico e che in questa parte del mondo (l’América Latina, ndt) hanno rappresentato le dittature militari che sono nella nostra memoria vivente. Non avremmo potuto usare altre parole non cariche di memoria dittatoriale, oppure era proprio il loro portato dittatoriale a essere socialmente utile per ripristinare il potere assoluto dello Stato sulla popolazione?

Attività essenziali: La riclassificazione delle attività sociali con la qualifica di “essenziali” – tralasciando tutte quelle che appartengono all’universo dell’affetto, del desiderio, della creatività e riducendo le persone al mondo del lavoro – ha un effetto chirurgico di amputazione. L’unica nozione di vita valida è “il lavoro”. Anche il solo semplice passaggio da “essenziali” a “funzionali” darebbe un altro significato alla vita di tutti i giorni.

Telelavoro: lo spostamento del luogo di lavoro a casa, trasformando così il lavoro in un prodotto che viene pagato come prodotto e non come attività che si misura in un numero determinato di ore. È quello che in questa parte del mondo – si chiami Honduras, Messico o Brasile – viene chiamato “maquila” e “lavoro a cottimo”, dove si viene pagati per il lavoro svolto e non per le ore di produzione. La maquila – strumento neoliberista per eccellenza – usata dalle grandi multinazionali – soprattutto nell’industria tessile – è stata trasferita in grandi campi di lavoro con la pandemia e ha ricevuto una denominazione ammorbidente. Si immagini l’effetto di rinominare il telelavoro in “maquila pandemica” o in sfruttamento domiciliare!

Dato che lo scopo di questo testo è di proporre delle sfide, ecco la prima: fare un elenco completo del lessico pandemico, dare a ciascun termine il suo reale significato e poi rinominare il fenomeno che il termine pretende di indicare. Servirebbe a svegliarci, per acuire la nostra creatività e per respirare ribellione. I materiali sofisticati che servono sono una matita e un foglio e, se lo si fa con gli amici, il risultato sarà divertente ed esplosivo. 

 

Contratto sanitario globale

Prima di ricevere il vaccino, è urgente sapere cosa stiamo ricevendo, non per proporre necessariamente la disobbedienza o la non vaccinazione, ma per non accettare passivamente la vaccinazione come si riceve il ferro con il quale si marchia il bestiame. Dovremmo pure discutere il suo significato politico dal punto di vista ideologico.

La vaccinazione non è una soluzione, per quanto i governi del mondo intero cerchino di presentarla come tale. 

La vaccinazione è una soluzione parziale verso il passaggio a un nuovo ordine che ancora non ha nome. È una misura di sopravvivenza che lascia intatto l’interrogativo strutturale sistemico che questa pandemia deve porre all’intera Umanità.

La fila delle vaccinazioni è un diagramma delle gerarchie mondiali di carattere coloniale senza metafora, ma in modo diretto. L’ordine di priorità è l’ordine della capacità di pagare.

A sua volta, in ogni società, l’ordine di vaccinazione rappresenta internamente lo stesso diagramma delle gerarchie sociali: più stai alla periferia, più tardi o mai il vaccino ti raggiungerà. 

In queste terre iniziano con il personale sanitario perché ne hanno bisogno, ma seguono militari e polizia, e s’infiltrano preti e vescovi, deputati o ministri. Se non avessero bisogno di personale sanitario, quelle persone sarebbero gli ultimi a ricevere i vaccini.

I vaccini sono la materializzazione dei poteri sovra-statali che governano il mondo. 

Non è l’Organizzazione Mondiale della Sanità che organizza una equa distribuzione dei vaccini, ma piuttosto le aziende che – accumulando cifre già impossibili anche solo da concepire – stabiliscono l’ordine di somministrazione. 

E non si creda che, visto che siamo poveri, paghiamo di meno: stiamo pagando prezzi uguali o più alti per ricevere un numero di dosi più basso, i governi le ricevono in ginocchio come se avessero ottenuto un gran conquista, disposti a firmare nei contratti qualunque cosa in caratteri piccoli.

Poi, a loro volta, i governi somministrano i vaccini come fossero un’iniezione intramuscolare governativa, un gesto per il quale dovremmo essere grati, senza scherzi.

La propaganda sulle vaccinazioni che si sviluppa nei contesti nazionali da parte dei governi suggerisce che ciò che ti stanno dando è un benefit del governo. 

Gli importi che l’acquisto di vaccini comportano per molti Stati superano gli investimenti in salute o sono paragonabili a essi. 

I vaccini divorano i bilanci sanitari in modo che, una volta passata la tempesta, gli ospedali e le sale operatorie siano malridotti come prima.

I vaccini rappresentano anche la privatizzazione della conoscenza, perché i centri di ricerca che dispongono dei milioni necessari alla ricerca nel campo della biologia o della medicina non si trovano nelle università pubbliche, nemmeno in quelle delle società capitaliste dell’Impero. Stanno direttamente nelle aziende private che succhiano cervelli dalle università. 

Il solo discutere e mettere a tema queste questioni sulla vaccinazione globale è un comportamento considerato sospetto, perché di fronte al vaccino la sola cosa che devi fare è firmare passivamente un contratto sanitario unilaterale. Come quello che viene proposto dalle banche quando ti indebiti o come quello che richiede lo Stato boliviano alle lavoratrici del sesso per dare loro il permesso di lavorare.

Sono questo contratto sanitario e la sua esplicitazione che possono contenere le lotte che avranno un senso in futuro.

 

Obsolescenza politica

I governi traggono vantaggio dall’amministrazione degli Stati ma non governano: sono amministratori secondari di un ordine coloniale – patriarcale – estrattivista. Questo fatto è tanto tangibile oggi che deve reindirizzare radicalmente i nostri orizzonti e le lotte.

La classica differenziazione sinistra-destra per interpretare il campo politico diventa obsoleta: la fascistizzazione nel lessico, ad esempio, ha inglobato entrambi. 

Siamo nella transizione da un regime neoliberista a un regime neoliberista di taglio fascista. Questo passaggio la sinistra neanche lo vede, perché se le categorie di analisi e organizzazione sociale che ci offriva erano già superate, oggi sono diventate obsolete.

I cosiddetti governi di “sinistra” sono governi incapaci di proporre un orizzonte diverso da quello imposto dal neoliberismo. Questo però non vuol dire affatto la fine della politica, è la nascita di una politica nuova. Una nuova politica che non ha avanguardie, leader salvifici o guide, ma richiede da parte di tutti un’elevata dose di creatività. 

Non è della forza che abbiamo bisogno, ma della consapevolezza della nostra vulnerabilità. 

I soggetti sociali che abbiamo conosciuto finora oggi perdono consistenza a causa della mancanza di idee, della stanchezza e dei lutti, oppure perché sono incapaci o gli è davvero impossibile reagire. Altre persone che subiscono espropriazioni, però, si stanno ricostituendo come soggetti sociali con capacità di opporsi e rimettere in discussione le cose: sono tra coloro che non sono stati paralizzati dalla paura, per esempio, le persone che si ribellano sugli animali per reintegrarsi nel mondo come animali, oppure coloro che producono salute, cibo o giustizia con le loro comunità. 

 

Tutto sta accadendo a grande velocità sebbene il tempo si sia fermato. 

La velocità dei cambiamenti è la velocità di una metamorfosi profonda. 

Interpretarla, anche con il rischio di sbagliare, è la nostra scommessa. 

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Fonte originale: lavaca.org

Traduzione per Comune-info: marco calabria

 

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sabato 20 giugno 2020

Normalità contro anormalità - Maria Galindo



Come abitante perpetua dell’anormalità ho l’obbligo di dirvi che l’anormalità esiste: la sua porta d’ingresso è di color azzurro cielo, la chiave per aprirla è la disobbedienza, lo spazio da occupare l’universo intero.
La normalità è sottomissione, l’anormalità è insubordinazione.
La normalità è accettare ogni tipo di inquadramento, etichetta e criterio di valore o disvalore a proposito del tuo corpo, della tua età, del colore della tua pelle e la tua esistenza, l’anormalità è disobbedire ad ogni classificazione, per te stesso e per tutte le tue relazioni sociali e affettive.
La normalità è adattarsi senza fare domande, l’anormalità è un continuo disadattarsi, è non accettare ciò che non piace, porsi interrogativi e dubitare di ciò che non sembra giusto.
La normalità è il razzismo, l’anormalità è amare ogni differenza.
Normalità è stare zitti, anormalità è aprir bocca e dire ciò che si pensa a tavola, al lavoro, per strada.
La normalità è essere uomo o donna, l’anormalità è non essere nessuno dei due o essere entrambi insieme, combinare mascolino e femminino come il caos del tuo corpo chiede, o dedicarti giorno e notte a smontare femminilità e mascolinità in eterno.
La normalità è possedere tutti un’automobile, l’anormalità è avere tutti una bicicletta.
La normalità è essere madre, pur non volendo, solo perché sei rimasta incinta, l’anormalità è poter decidere se vuoi o non vuoi essere madre senza morire in un aborto clandestino.
È normalità che gli animali siano rinchiusi nei giardini zoologici, così andiamo a vederli e impariamo che cacciarli, ucciderli, umiliarli è normale per noi esseri superiori, l’anormalità è rispettare gli animali e non cacciarli, non ucciderli, non sottometterli né umiliarli, né tanto meno sentirci superiori.
La normalità è consumare per sentirti felice, anormalità è poter provare gioie che non passino per il consumo.
Normale è che l’industria degli armamenti continui a fabbricarne, anormalità è che falliscano e chiudano e che invece del cibo inizino a scarseggiare le armi.
Normalità è continuare ad abbattere alberi in Amazzonia per ampliare i confini agricoli e seminare soia transgenica e mais transgenico che permettano a Kellogg’s e Monsanto di continuare ad accumulare capitale, anormalità è che l’agro-business diventi un cattivo affare che nessuno voglia sulla sua terra.
La normalità è un ragazzo trans che si suicida perché la scuola lo respinge, l’anormalità è che venga rispettato fin dall’infanzia.
La normalità è la privatizzazione dell’acqua, della salute, dell’educazione, l’anormalità è che tutto sia pubblico e che tutti abbiano salute, educazione, alloggi e lavoro.
La normalità è indebitarci per sopravvivere e consumare, l’anormalità è che siano loro a pagare debiti a noi, a chi è sempre stato da loro sfruttato, l’anormalità è che siano i banchieri a saldare i loro debiti con noi.
La normalità siamo noi donne che cuciniamo, laviamo, mettiamo in ordine, puliamo, stiriamo e cresciamo i figli gratis, l’anormalità è che ci paghino per farlo, l’anormalità è che smettiamo di farlo. L’anormalità è che i nostri lavori di cura diventino lavoro.
Ciò che separa la normalità dall’anormalità è un muro, un aggettivo, una ferita, una scelta.
Hanno scoperto subito la mia anormalità, professoresse e vicine di casa, genitori, fratelli, amiche e amici, e mi hanno messo in guardia dichiarandomi pubblicamente anormale. Hanno minacciato di chiudermi in un ospedale psichiatrico fin quando non avessi accettato la normalità. Ho avuto paura. Minacciavano di espellermi dal mondo meraviglioso della famiglia, della scuola e dicevano che mai nella vita sarei stata degna di amore o di rispetto se avessi scelto di abitare l’anormalità. Conosco bene quel timore di essere espulsi dal mondo, quell’insonne ricerca di una risposta che non si trova in nessun libro. Ricordo la mia pelle sudata di paura, il mio cuore agitato, quel senso di piccolezza al pensiero che non ce l’avrei fatta, che sarei morta provandoci, sarei finita ammazzata o emarginata, al pensare tutte le porte chiudersi.
La normalità è la paura che prova la lesbica quando la si obbliga ad essere eterosessuale, è la paura che sente chi viene molestata o violentata quando la si costringe a stare zitta e accettare, è il timore che provano la trans e la professionista del sesso. Prova questa paura la donna india disobbediente quando non vuole fare la lavoratrice domestica, la prova la donna nera quando dice di no, la prova la madre single, la migrante quando tira fuori il passaporto alla frontiera.
Oggi la società intera è lì, nella notte delle domande, nella notte senza risposte; possiamo accettare quella che chiamano nuova normalità – che non è altro che la vecchia sottomissione – o abitare l’anormalità, il che consiste nell’esser fedeli ai nostri più profondi desideri.
Saremmo potuti morire di coronavirus, e potrebbe ancora succedere; non lasciamoci morire di rassegnazione.
La festa, il ballare e la baldoria non sono monopolio della normalità, non sono monopolio della normalità il piacere, il sesso e il divertimento, i parchi e gli abbracci non sono normalità; sono affettività e l’affettività è nostra.
La nuova normalità sono quelli di sempre che comandano e continuano a distruggere il mondo, l’anormalità siamo noi che non ci lasciamo chiudere nell’ovile, che non ci lasciamo ingannare e che non torniamo alla normalità.
La nuova normalità è la vecchia sottomissione.
La nuova normalità è il proseguimento della distruzione e dello sfruttamento capitalista.
Abbiamo smesso di avere paura grazie agli infermieri, alla musica, ai libri, grazie alla pazienza e al latte caldo, grazie ai mate casalinghi e agli unguenti, grazie alla speranza, non grazie all’industria automobilistica, non grazie allo stato né grazie al cibo in scatola, né grazie ai cancerogeni né grazie agli analgesici. Non siamo vivi grazie alle banche, lo siamo nonostante le banche.
Siamo usciti da tutto questo grazie alle lettere e ai messaggi degli amanti.
Mentre i milionari cercano guadagni e proteggono privilegi, gli infermieri puliscono i letti e i cestini della spazzatura, è grazie a loro che siamo qui.
Mentre i milionari hanno accesso a informazioni privilegiate, i raccoglitori di frutta e verdura riforniscono i mercati a proprio rischio e senza alcuna informazione disponibile, siamo qui grazie a loro.
La normalità europea è che gli stranieri che si prendono cura di bambini e anziani non abbiano diritti, l’anormalità è che non solo abbiano diritti ma che si comprenda che il loro lavoro è imprescindibile.
La normalità europea è che i braccianti stranieri non abbiano diritti, l’anormalità è legalizzarli subito.
La normalità del Sud è inchinarsi davanti all’europeo e accettarne condizioni e modi di vita come modello, l’anormalità è smettere di essere colonizzati e pensare per noi stessi.
La normalità è la famiglia violenta e stupratrice, la normalità è la famiglia nucleare patriarcale con a capo il padre, l’anormalità è la famiglia decapitata dove nessuno comanda, l’anormalità è la comunità che espelle il violento e smette di essere normale per trasformarsi in felice.
La normalità è tanto lavoro e poco svago, l’anormalità è lavorare meno e divertirsi di più.
La normalità è imparare a competere, l’anormalità è imparare a collaborare e a completarci.
La normalità è non avere tempo per pensare e lasciare che altri pensano e decidano per noi, l’anormalità è prendersi il tempo per riflettere.
La normalità è vivere nel tuo corpo come se fosse in affitto, vivere la tua vita come se fosse in prestito e organizzare il tempo come se fossi schiavo.
Abitare l’anormalità è come imparare a volare, è farsi all’improvviso condor e riuscire a vedere più lontano, è ricordare i sogni e saperli interpretare, è sentire con una pienezza e una libertà che nel mondo della normalità non esiste ed è pericolosa. A te la scelta.

Fonte: Radio Deseo è la radio di Mujeres Creando, che riunisce le voci di diverse organizzazioni sociali, differenti generi musicali e distinti campi del sapere.

Traduzione per Comune-info: Leonora Marzullo