Visualizzazione post con etichetta Gli asini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gli asini. Mostra tutti i post

lunedì 18 ottobre 2021

Lo sguardo anarchico - Colin Ward, David Goodway

Eleuthera ha ripubblicato pochi mesi fa una intervista/conversazione di Colin Ward con David Goodway (al prezzo di 16 euro) con una bella prefazione di Goffedo Fofi e postfazione di Francesco Codello (1)

 

Una piccola premessa

I misteri delle parole e del senso che gli si dà sono veramente strani, e siccome sono importanti, come diceva Nanni Moretti, vanno ben pesate.

Se uno ascolta sui media e vede la tv anarchia è propria una parola di cattiva fama.

Infatti secondo la Treccani uno dei significati di anarchia è “disordine, confusione, stato di un luogo dove ciascuno agisce a suo arbitrio e senza ordine o regola” (qui)

 

Invece secondo wikipedia “L'anarchia (dal greco anticoἀναρχία, ἀν, senza + ἀρχή, principio o ordine; o ἀν, senza + ἀρχός, sovrano o potere; o ἀν, senza + ἄρχω, comandare)[2][3][4] è la tipologia d'organizzazione sociale agognata dall'anarchismo, basata sull'ideale libertario di un ordine fondato sull'autonomia e la libertà degli individui, contrapposto a ogni forma di potere costituito, compreso quello statale[5]. L'anarchia, come proposta da Pierre-Joseph Proudhon, è un'organizzazione sociale che rimpiazza la proprietà (un diritto esclusivo di individui, gruppi, organizzazioni e stati) con il possesso (occupazione e uso); Proudhon rifiutò la violenza come mezzo rivoluzionario.[6]”(

(da qui)

 

Passiamo al libro Lo sguardo anarchico

Scrive la casa editrice “Con peculiare occhio anarchico Colin Ward, da oltre mezzo secolo, guarda alla società e cerca, negli interstizi e nelle pieghe lasciati liberi dalle istituzioni, le espressioni della resistenza popolare, della persistente creatività solidale, dell'uso alternativo dello spazio e delle risorse. Uso alternativo ai modelli gerarchici e burocratici, all'assistenzialismo e alla mercificazione. Uso comunitario e tendenzialmente egualitario e libertario, in cui il suo occhio vede il seme di un'anarchia reale, un'anarchia cioè che è già - per lo meno potenzialmente - nel "fare", nelle cose che vengono fatte e nel modo in cui vengono fatte. Un "fare" che risponde non a sogni palingenetici ma a reali bisogni di abitazione, di lavoro, di gioco, consumo, trasporto.” (qui)

 

Il libro attraversa la storia e la cultura inglese a partire dalla seconda guerra mondiale, quando Colin Ward era un giovane soldato, e cominciava il suo rapporto con gli anarchici e l’anarchia.

Dopo la guerra divenne redattore di Freedom, rivista e casa editrice nella quale lavorava, tra gli altri, Maria Luisa Berneri, e riuscì a tessere rapporti importanti con i militanti della sinistra inglese, Alex Comfort e George Orwell, per esempio. Dice Colin Ward (p.86) che “gli anarchici hanno concepito l’organizzazione sociale nel suo insieme come una serie di reti interconnesse di gruppi autonomi”, alternativa ad altre forme di organizzazione basate di rapporti gerarchici.

Racconta dei suoi rapporti con l’Italia e dell’interesse per Ignazio Silone e Carlo Levi e delle influenza sul suo pensiero delle idee di Kropotkin, di Martin Buber e Alexander Herzen.

All’inizio degli anni ’60, per una decina d’anni, lavorò della redazione di una nuova rivista, Anarchy, nata come costola di Freedom, poche copie vendute ma molto influente e stimata.

Lavorò soprattutto come architetto e urbanista, ma si è interessato di mille cose, dai trasporti, all’acqua, dagli animali ai beni comuni, e a mille altre cose.

 

Un libro che racconta un’avventura intellettuale che attraversa la seconda metà del ‘900,  non deluderà nessuno, promesso.

Note:

 

(1)Colin Ward su Arivista:

 

Un filosofo contro (e per)
di Colin Ward
a cura di Francesco Codello

Scomparso recentemente, il sociologo, architetto, urbanista e militante anarchico Colin Ward è stato una delle figure più interessanti e stimolanti del pensiero e della pratica libertaria. Ce ne siamo occupati spesso: questa volta ne pubblichiamo la biografia (inedita in italiano) del filosofo Martin Buber (1878-1965), massimo esponente di quell’originale filone di pensiero tra ebraismo e anarchismo

http://www.arivista.org/riviste/Arivista/366/86.htm

 

di e su Colin Ward:

http://www.arivista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=4&Itemid=33&key=Colin+Ward

 

 

 

nella rivista Gli Asini, nel numero 90-91 si legge:

“Nel suo intervento al celebre convegno sulla “Dialettica della liberazione”, prendendo probabilmente in contropiede molti dei giovani arrabbiati, hipster e radicali che nel 1967 si erano dati appuntamento a Londra nella speranza che lui, Laing, Cooper, Marcuse, Bateson, Ginsberg e altri guru del movimento controculturale indicassero la via per la “rivoluzione”, Paul Goodman concluse il suo intervento con un inaspettato elogio delle professioni. Fare bene il proprio mestiere – di insegnante, ingegnere, assistente sociale, psicologo, medico, operatore o funzionario pubblico, artigiano o imprenditore – questa la tesi del filosofo americano, porta inevitabilmente a scontrarsi con squilibri, conflitti, oppressioni che sono sempre, anche, di matrice politica: “… quando la società funziona male, e oggi tutte le società più importanti funzionano male, essere un ‘professionista autentico’, o tentare di esserlo, è un fatto in sé stesso rivoluzionario. Esso induce immediatamente in conflitto un’istituzione, e poiché esse sono strettamente collegate l’una all’altra, il conflitto di una si tramuta in contraddizione generale”.”

 

Secondo me Colin Ward sottoscriverebbe le parole di Paul Goodman, una per una.

venerdì 21 agosto 2020

Velocità? Che velocità? - tre storie di Ivan Illich, Matthias Rieger, Sebastian Trapp

 

(Traduzione di Enzo Ferrara)

 

Perché è molto difficile capire il paesaggio, quando tu ti muovi in treno, da qui a lì,

e lui ti osserva in silenzio mentre te ne vai

(Poemtrees, W.G. Sebald)

Riflettendo sulla insostenibilità delle tecnologie ad alta velocità, ci sono spesso tornati in mente alcuni saggi del 1996 scritti quando il filosofo e studioso di pedagogia austriaco Ivan Illich accettò di intervenire alla conferenza Doors of Perception che l’associazione olandese di arte contemporanea (Netherlands Design Institute) organizzava ad Amsterdam quell’anno sul tema della “velocità”. La conferenza si tenne l’8 novembre. Illich sorprese i suoi ospiti perché si presentò con il biologo naturalista Sebastian Trapp e con il musicologo Matthias Rieger, due suoi amici di Brema la città in cui abitava, che avevano riflettuto con lui su quel tema. Così Illich spiegò poi come era nata questa storia:

Eravamo seduti nel grande salotto in casa di Barbara Duden a chiacchierare con davanti una tazza di thè, quando arrivò una lettera dall’Olanda. Era un invito a una conferenza del Netherlands Design Institute. Si poteva leggere che: ‘Il tema della quarta conferenza Doors of Perception è la velocità. Che ci sia un senso oppure no, viviamo in un mondo dominato dalla velocità – dai Tgv alla Cnn. La velocità definisce i nostri prodotti, i nostri luoghi, il nostro stile di vita e la nostra immaginazione’. Oppure no? Ci guardammo l’un l’altro. Da dove potevano trarre ispirazione sulla “velocità” un biologo naturalista, un musicologo e un filosofo? La nostra immaginazione incespicava sulla presunta dominanza del tema. Poteva essere così scontata come il programma suggeriva? Per trovare una risposta, siamo tornati indietro nella storia, per distanziare noi stessi dalle certezze moderne e per capire se da lì potevamo guardare alla velocità anche oltre la nostra visione sociale accelerata”.

Gli interventi originali furono trascritti poco dopo. Quello di Ivan Illich fu tradotto dalla rivista “Libertaria” (ottobre-dicembre 2001), gli altri due sono invece rimasti disponibili a lungo solo in inglese. Il testo di Sebastian Trapp uscì poi su “Medicina Democratica” (maggio/agosto 2017), quello di Matthias Rieger ci risulta proposto qui per la prima volta in italiano.

Sono passati più di vent’anni dalla loro stesura, ma le riflessioni di allora, raccolte in queste pagine oggi, restano coinvolgenti e utili e, benché leggere, efficaci per svelare l’assurdità dei modi di pensare il rapporto fra società e tecnologia in modo univoco. Non esistono tecnologie o caratteristiche sociali che abbiano valore in assoluto; occorre sempre considerare i costi in termini sociali e ambientali di qualunque scelta e decidere cosa è il meglio a seconda delle situazioni. Perfino le azioni di cura, sosteneva Illich, portate oltre certi limiti possono rivelarsi contro-produttive. Sembra questo un momento opportuno per rimettere questi tre testi insieme e coglierne il valore in profondità: se non si mettono l’uomo e la sua esigenza di relazione sociale e con la natura al centro del discorso, qualunque apporto tecnologico si rivela di dubbia utilità e le sue pretese doti superflue e risibili, se non dannose. (e.f.)

 

Federico II e la velocità del falco - Sebastian Trapp

La mattina presto del 18 febbraio 1248 i cittadini di Parma attaccarono il nemico che li stava assediando. Si riversarono fuori della proprie mura e distrussero Victoria, la città che l’esercito nemico aveva costruito e chiamato in modo così sprezzante. Sapevano che l’imperatore che li aveva aggrediti e i suoi uomini più fidati non erano lì.

Per diversi mesi gli assediati avevano osservato la vita quotidiana nel campo del loro odiato avversario e sapevano, perciò, che il momento giusto per contrattaccare sarebbe stato quello in cui l’imperatore lasciava il campo di battaglia per andare a caccia con i suoi falconi.

I parmigiani ebbero il sopravvento e non sconfissero soltanto il re nemico, ma lo spogliarono di quasi tutto. Gli presero la corona che sfoggiava nelle giornate di cerimonia, un capolavoro lavorato meravigliosamente, ornato di diamanti e “grande quanto una pentola” – come ricordava un suo contemporaneo. Inoltre, cadde nelle loro mani il sigillo del Regno di Sicilia, cosa che costrinse poi l’imperatore a emanare numerosi editti per evitare che i suoi oppositori ne facessero abuso. Il Carroccio di Cremona, un cocchio pomposamente decorato con bandiere, fu il trofeo più famoso. I nemici della città di Cremona che si era alleata con l’imperatore non poterono resistere alla tentazione di prendersi dei souvenir; pochissimo tempo dopo la vittoria, non ne era rimasto altro che le ruote.

Ma il solo e veramente unico bottino non rimpiazzabile di quel colpo di mano non è elencato nelle cronistorie. Si trattava di un manoscritto, preparato espressamente per il re, con una custodia in cuoio, ornato di oro e argento e con il testo impreziosito da disegni e miniature. Fu visto per l’ultima volta vent’anni dopo la battaglia di Victoria – lo si menziona in una lettera scritta nel 1265 – poi non fu mai più ritrovato.

È il libro De arte venandi cum avibus (Sull’arte della caccia con gli uccelli), scritto dall’assediante di Parma stesso – Federico II, Re di Sicilia e di Gerusalemme e Imperatore del Sacro Romano Impero. Grazie ad altre copie minori lo si trova ancora in stampa oggi.

Federico II fu un personaggio con grandi doti. A causa della sua amicizia con studiosi arabi e del suo pensiero privo di dogmi – come dimostrava il suo interesse per la filosofia e le scienze naturali – il clero gli fu decisamente ostile. Fu scomunicato da Papa Gregorio IX come personificazione dell’Anticristo. Il biografo di questo Papa scrisse che “egli (Federico) aveva trasformato il titolo di maestà in una carica relativa alla caccia, si circondava non d’arme e leggi bensì di cani e di uccelli vocianti, e ancor peggio, aveva dimenticato d’imporre la giusta vendetta sui suoi nemici, preferendo sguinzagliare le sue aquile trionfali nella caccia con gli uccelli”.

Solo in pochi poterono apprezzare quell’opera scritta da Federico sulla vita dei volatili da caccia, che per molti aspetti rimane di valore ancora oggi. È rimarchevole perché si basa non su testimonianze riportate o sulla narrazione, ma su un‘osservazione fatta da un esperto e su una descrizione dettagliata di quanto osservato.

Uno dei suoi contemporanei scrisse: “Grazie alla sua straordinaria capacità di elaborazione mentale, che si concentrava principalmente sulla cognizione della natura, l’imperatore compose un’opera sulla vita naturale e sull’allevamento degli uccelli con la quale dimostrò quanto fosse intimamente dedito ad analisi approfondite”.

Leggendo il libro è difficile non restare profondamente impressionati dall’ampiezza delle conoscenze che Federico II aveva raccolto, non soltanto sulla cura e l’allevamento dei falconi che usava per la caccia, ma anche sulla loro anatomia e sulle loro malattie. Tuttavia l’intenzione di questo grande libro è molto più ampia: non si occupa soltanto di uccelli da preda ma della vita di tutti i generi di uccelli, con osservazioni dettagliate dei loro cicli di vita, dei loro territori preferiti, delle loro abitudini incluse le migrazioni autunnali e invernali, e ancora molto, molto di più. Nel linguaggio moderno diremmo che diede una dettagliata descrizione dell’anatomia, del comportamento e dell’etologia degli uccelli con inclusa una tassonomia.

Nel quarto volume di questa sua opera Federico descrive le differenti modalità con le quali i falconi attaccano una gru a terra. Esprime la sua opinione sulle ragioni per queste differenti tattiche: “Di questi falconi uno si getta contro le gru sul terreno, alcuni volano in alto, altri in basso e altri ancora ad altezza media. (…) Quelli che volano alti, rapidi e diretti, lo fanno per arrivare più in fretta addosso alla gru che hanno scelto e per essere in grado di colpirla con maggiore impeto”.

Quelli che volano compiendo un arco rapido, lo fanno per sfruttare meglio la direzione del vento, se non gli si gettano direttamente contro”.

Quelli che volano compiendo un arco lento, lo fanno sia per sfruttare il vento, sia per fare alzare la gru in volo non osando attaccarla direttamente sul terreno”.

I falconi che volano a mezza altezza e lentamente lo fanno per far alzare in volo la gru, quelli che volano ad altezza moderata ma rapidi, lo fanno per raggiungere la preda nel più breve tempo possibile, cioè prima che questa riesca a volare via e a sfuggirgli”.

Forse ora cominciate ad avere idea del perché io stia parlando di questo libro antico e quasi sconosciuto. Dopo tutto, questo è un incontro sulla velocità, non sui possibili libri antenati delle moderne scienze naturali, per quanto essi siano affascinanti. Ma Federico II può servire come punto di partenza per un ragionamento che vorrei fare con voi.

Per questo ragionamento è importante considerare che, per quanto sia vissuto molto tempo fa, Federico II era sotto molti aspetti un uomo moderno. Era moderno perché non credeva ingenuamente a ciò che non aveva visto di persona. Era moderno per la sua attenzione ai dettagli e per il suo tentativo di comprendere ciò che aveva osservato mettendolo in relazione con il contesto corretto: l’ambiente nel quale l’osservazione era stata fatta. Per altri versi, tuttavia, era davvero un uomo di vecchie maniere: non parlava mai di velocità.

La descrizione che ho citato, sui modi in cui i falconi si avvicinano alla preda, lo dimostra chiaramente. Per descrivere i movimenti dei falconi usa le parole “lento” e “rapido”, ma solo in questo senso e anche quando valuta i movimenti dei suoi falchi, parla sempre soltanto dei loro differenti modi di volare verso la preda: “il volo in alto è più lodevole e pregevole perché per questi falconi è la maniera più facile di piombare direttamente sulla preda (…) se anche la gru li intravede in distanza, i falconi che volano in alto possono comunque raggiungerla rapidamente proprio perché piombano da un’altezza elevata”.

Federico sta usando queste parole, ma non parla mai né pensa in termini di velocità come facciamo noi. E non confronta mai la velocità di un falcone con quella di un altro, né la velocità del falcone rispetto a quella della sua preda.

Oggi è più semplice. Nei libri di scuola si legge che il falco pellegrino raggiunge una velocità di 200 km all’ora, molto più veloce di tutti gli altri uccelli che attacca. Ma questa dote – essere più veloce di tutti gli altri – non è la vera ragione per la quale i falconi sono abili cacciatori. Federico, che dedicò gran parte della sua vita alla caccia con gli uccelli – molti diranno anche troppo tempo passato a cacciare – conosceva bene la vera ragione. Infatti non gli sarebbe mai passato per la mente che il successo dei suoi rapaci stesse nella loro straordinaria velocità.

Le ragioni sono di due ordini: la prima sta nella nostra cultura. Il concetto di “velocità” per come lo conosciamo noi è nato molto di recente, è un concetto decisamente moderno. I dizionari possono ricordarci significati più antichi del concetto di velocità, che potrebbero sembrarci strani e alieni: abbondanza, successo, fortuna, copiosità, sostegno, protezione.

Oggi, se qualcuno parlasse di “velocità” noi la intenderemmo come caratteristica di un processo, un movimento nella maggior parte dei casi, in funzione del tempo, che – almeno in principio – può essere misurato da uno strumento, da un dispositivo tecnico e perciò può essere comparato. Questa nozione del tempo – che si esprime in unità di misura come i km/h o i giri al minuto – connota un movimento uniforme, perché stiamo parlando della velocità meccanica.

La velocità meccanica è stata inventata insieme alle ferrovie. Prima di allora le persone viaggiavano con le carrozze. Non soltanto si rendevano conto di quanto fosse faticoso per i cavalli tirare la carrozza, ma essi stessi venivano sballottati su e giù, tanto che alla fine del viaggio erano esausti tanto gli animali quanto i passeggeri. Il movimento era davvero molto irregolare; a ogni curva, a ogni ostacolo, la carrozza rallentava, inoltre dopo poco tempo i cavalli si stancavano e si andava più piano.

Questa irregolarità del movimento divenne palese quando furono inventate le ferrovie. Nel 1826 un promotore delle reti ferroviarie descrisse il movimento del cavallo come zoppicante e irregolare e lo confrontò con quello della locomotiva che si muove “con una modalità uniforme e rapida sulle rotaie, affatto condizionata dalla velocità del movimento”. Non ci volle molto perché la percezione dei viaggiatori cambiasse e il movimento rapido e uniforme della locomotiva venisse avvertito come naturale, mentre la natura dei cavalli da tiro cominciava ad apparire pericolosamente incontrollata.

Perciò, non è sorprendente che già nel 1825 si scriveva che “presto anche l’uomo più ansioso quando troverà posto su un vagone tirato da una locomotiva si sentirà molto più sicuro di quanto non gli accadeva nel tempo in cui doveva viaggiare in una carrozza tirata da quattro cavalli, ognuno dei quali differiva in potenza e velocità, e poteva imbizzarrirsi, diventare incontrollabile oltre che soggetto a tutte le debolezze della carne”.

Per questo il tipo di velocità di cui parliamo oggi – quella di cui stiamo parlando in questa conferenza – è qualcosa che ha cominciato a esistere più di mezzo millennio dopo la morte di Federico. Lui non poteva parlare della velocità nel modo in cui ne parliamo noi.

La seconda ragione è perfino più importante secondo me. Sta nella natura del falcone, nella natura della sua preda e nella natura della natura. Parlare della velocità del falcone è un’astrazione, un presupposto che può assumere un significato solo per alcuni obiettivi. È tuttavia anche una distrazione.

Ci distrae dal modo in cui il falcone sta in realtà cacciando. Il confronto fra la velocità del falcone e la velocità della sua preda ci porta inevitabilmente a immaginare una gara, il cui esito finale è che il falcone raggiunga l’altro uccello e infine lo catturi.

L‘obiettivo del falcone non è però quello di poter – o voler – battere la sua preda in una gara. Federico – che vivendo nel Medioevo non poteva farsi ingannare dalla moderna nozione di velocità – lo vedeva chiaramente.

Lui sapeva che ci sono uccelli (e offre l’esempio del tarabuso) i quali, quando vengono incalzati da rapaci che li inseguono per cacciarli, gettano loro addosso i propri escrementi. Considerando quanto caustiche siano queste sostanze, si tratta di un rischio grave che qualunque predatore vorrebbe evitare.

Per questo Federico non ha mai immaginato la caccia con gli uccelli come una forma di gara. E le frasi che ho citato sono chiare a questo proposito: egli descrive sempre il comportamento del falcone – come si lancia dal pugno guantato, come si avvicina alla preda, che cosa ha in mente quando sceglie un certo percorso per arrivare alla gru. Prende in considerazione dove stanno le gru, quello che stanno facendo e quale metodo di attacco sarebbe il migliore per il falcone, il più “lodevole”, come egli sottolinea.

In tutto questo volare, curvare, e volteggiare, battere le ali per prender quota ed esitare prima di piombare giù, in tutto questo, non c’è spazio per la nostra nozione di velocità.

Quando io dico che “il falco pellegrino raggiunge una velocità di 200 km orari”, in realtà sto parlando di un momento brevissimo, poco più di un battito di ciglia, quello in cui il falcone si avvicina maggiormente a qualcosa che sia compatibile con la nostra idea di velocità – cioè la velocità meccanica – il momento in cui sfreccia verso l’altro uccello, con le ali compresse contro il proprio corpo, incapace di qualunque sterzata e perciò costretto a muoversi in linea retta.

Questo è l’unico momento in cui la nostra idea di velocità è davvero applicabile ed è solo in questo momento che possiamo riconoscerla in quel testo. Un secondo più tardi – quando gli artigli del falcone colpiscono l’altro uccello, quello cade e lui lo afferra cercando di riprender quota – “velocità” è di nuovo un concetto senza alcuna importanza pratica, nemmeno per l’osservatore umano. Questo vale anche per gli umani, almeno in principio. Ma la tecnologia ha prolungato enormemente i tempi in cui noi viviamo esperienze di velocità meccanica. Siamo abituati a stare seduti in treno, a prendere un aeroplano, a guidare in autostrada dentro un’auto. Ci siamo così tanto abituati all’esperienza uniforme della velocità meccanica che per noi ha senso parlare della “velocità” perfino di chi si muove a piedi, anche se in realtà si ferma tutti i momenti, parla con altre persone o guarda le vetrine di un negozio.

Per un oggetto che si muove in modo così irregolare come un pedone sul marciapiede, ce la caviamo parlando di “velocità media”. I primi passeggeri delle ferrovie restavano confusi e sorpresi dal movimento uniforme del treno, non erano abituati alle sensazioni della velocità dentro una macchina che irrideva i loro ritmi abituali. Ci volle un po’ di tempo prima che le persone cominciassero ad abituarsi a vedere i luoghi che conoscevano scorrere davanti ai loro occhi come paesaggi, impressioni che ormai ci sono così familiari che non le consideriamo nemmeno più. Noi – che siamo trasportati tutto il tempo – siamo così abituati a questo tipo di velocità prodotta dalle macchine che per noi “velocità” è un termine che ha un senso perfettamente compiuto.

Guardando un falcone alto nel cielo o un bambino che giocherella girovagando nella strada, io dubito profondamente che questa nozione di velocità, portata avanti dalle macchine che gli uomini hanno inventato, sia l’idea che dobbiamo avere in mente quando parliamo esattamente degli umani, di noi stessi. Non fa davvero nessuna differenza se noi vogliamo che la “velocità della società umana” sia accelerata o rallentata – finché guarderemo gli umani con in mente la “velocità”, non riusciremo a vederli umanamente.

 

Appunti sulla velocità dal punto di vista di un percussionista di danza del ventre - Matthias Rieger

Mentre stavo preparandomi per questa conferenza sulla velocità, a un certo punto mi è sembrato di non avere argomenti da proporre a persone che sarebbero arrivate da tutte le parti del mondo con automobili, treni o aeroplani. Questo evento – così avevo letto nel programma – dovrebbe dare agli scienziati, agli ingegneri e ai filosofi un’opportunità per chiarirsi le idee. Così, dopo un po’ ho pensato di chiedere aiuto al mio insegnante di percussioni, Muhammad. È un caro amico ed è anche un musicista esperto. Da due anni sta lavorando sodo per insegnarmi l’arte delle percussioni per la danza del ventre. Al termine di una lezione settimanale di musica gli ho detto che ero stato invitato dal Netherlands Design Institute per parlare della velocità nella musica e che stavo preparando un discorso sull’introduzione del concetto di velocità nella società. Volevo usare l’esempio del metronomo per spiegare in quale modo la velocità fosse entrata anche nel mondo della musica.

Questo strumento fu inventato nel 1812 dal tecnico olandese Nicolaus Winkler che viveva ad Amsterdam, forse proprio in un posto qui vicino. L’idea di quel piccolo marchingegno, progettato per dare il ritmo giusto alle sonate, gli fu rubata da un tecnico tedesco, Nepomuk Maelzel, che lo brevettò a Parigi e a Londra e lo mise in commercio nel 1816.

Il metronomo è un dispositivo tecnico che emette un suono periodico a una velocità che si può cambiare, dettando così al musicista il ritmo da seguire. Il suo funzionamento si basa sul principio del doppio pendolo, cioè sul movimento di una sbarra che oscilla, con un peso su entrambe le estremità. Il peso più in alto si può spostare lungo una scala graduata. Un meccanismo a molla alimenta il movimento della sbarra e fornisce quel ticchettio che ogni aspirante musicista conosce bene. Se si sposta il peso mobile lungo la sbarra, il ritmo del pendolo cambia e si può rallentare o accelerare il ticchettio. Sugli spartiti, per esempio, si può trovare l’indicazione che un certo brano dev’essere suonato a MM (Metronomo di Maelzel) = 80. Significa che il pendolo deve oscillare dall’uno all’altro lato (ed emettere un suono) ottanta volte al minuto e che le note intere (o semibrevi) corrispondenti devono essere suonate alla velocità di ottanta al minuto.

“Molto interessante – ha risposto Mohammed – Ma a cosa pensi possa servire discutere di velocità in musica? Di cosa vogliono sentir parlare quelle persone?”

“Guarda – ho detto – se ho compreso bene, vogliono capire se si può rallentare la velocità di una società con progetti e architetture per andare più lenti. Immagino significhi qualcosa come ridurre la velocità in autostrada da 120 a 90 chilometri all’ora, o la musica da 98 battiti al minuto a 60”.

Ho spiegato a Mohammed che avrei provato a commentare il senso della velocità prendendo come esempio la discussione che si fa in musicologia parlando della fedeltà alla “pratica artistica storica”. Questo dibattito cominciò all’inizio del ventesimo secolo, sulla musica rinascimentale, barocca e classica. Da allora, ci si è scontrati su come interpretare e usare le indicazioni sul metronomo fornite dal compositore. Da una parte di questa controversia ci sono quelli che pensano che suoniamo la musica classica troppo velocemente. Sostengono che questo accade a causa della generale accelerazione di tutti gli aspetti della vita moderna dopo l’invenzione delle ferrovie. Dicono che si dovrebbe ridurre della metà la velocità indicata sugli spartiti, da 120 a 60 battiti a minuto, per esempio. Lasciate che costoro io li chiami slobbies, usando un termine che gli economisti hanno creato per indicare persone che vanno piano ma con efficacia.

Dall’altra parte ci sono quelli che difendono le interpretazioni musicali eseguite seguendo esattamente il “tempo” indicato sullo spartito; questo è secondo loro l’unico modo per riprodurre la melodia originale.

“Ah – mi ha interrotto Mohammed – ho capito: guidatori di una Porsche o di un maggiolone che discutono di musica”.

Uno dei primi compositori che fornì indicazioni per il metronomo fu Ludwig van Beethoven. Era amico di Maelzel e favorì l’introduzione del metronomo in Germania. Ma Beethoven rimase sconcertato quando ascoltò le prime interpretazioni delle sue musiche fatte seguendo le frequenze di un metronomo. Le indicazioni Mm non andavano bene. Dovette così cambiarle più volte finché non arrivò a concludere che l’uso del tempo “misurato” non ha alcun senso in musica, e non fu l’unico compositore che la pensava così.

“Però – chiesi – non abbiamo anche noi due usato il metronomo per i nostri primi esercizi di danza del ventre? A me sembrava il modo migliore per tenere bene il ritmo della danzatrice”.

“In realtà, – disse Mohammed – allora non avevi quasi nessuna esperienza. Altrimenti non avresti mai accettato di seguire un dispositivo meccanico invece del tuo istinto per tenere il ritmo giusto, appropriato e armonioso. Questa certezza l’acquisisci solo grazie al confronto fra le sensazioni della danzatrice e le tue”.

Come potete immaginare, rimasi colpito dalle osservazioni di Mohammed. Decisi non solo di continuare le mie due ore di pratica musicale quotidiana ma volevo anche capire come hanno fatto i musicisti a trovare il tempo giusto per le loro esibizioni nella storia della musica occidentale.

Una settimana più tardi ho invitato Mohammed a prendere una tazza di tè per continuare la nostra conversazione. Era entusiasta e mi promise che sarebbe venuto con un’amica di nome Abla, una danzatrice del ventre che faceva spettacoli con Mohammed da molto tempo. Quando arrivarono preparai del buon tè, aggiunsi dei dolcetti e cominciammo a chiacchierare.

“Guarda Mohammed, mi hai veramente fatto riflettere con le tue osservazioni sul metronomo e la musica – dissi – Ho cercato informazioni sulla storia della musica occidentale perché volevo capire cosa pensavano i musicisti del passato sul tempo musicale. Puoi immaginare la mia sorpresa quando ho trovato che fino al diciannovesimo secolo il tempo della musica è sempre stato determinato dall’ambiente in cui doveva essere rappresentata: un evento speciale, un luogo, un posto di lavoro o di azione.

Per esempio, i canti del lavoro si adattavano al ritmo dell’attività svolta, il tempo di una musica da ballo dipendeva dall’acustica del teatro e, certamente, anche dall’umore dei ballerini e dei musicisti. L’esigenza di avere indicazioni sul tempo si cominciò a sentire solo all’inizio del diciottesimo secolo quando i compositori iniziarono a usare parole italiane per lo scorrere del tempo, come adagio, allegro, o presto. Tuttavia, questi termini legati al tempo non si riferivano a una sua misura che ne permettesse l’espressione in unità al minuto. Erano insieme indicazioni per l’umore e per lo spirito o il carattere a cui si ispirava il brano.

Carl Philipp Emanuel Bach a metà del diciottesimo secolo nel suo Studio sulla vera arte di suonare il vlavicembalo (Versuch, über die wahre Art das Clavier zu spielen) aveva scritto: “Il tempo di una pièce, che è usualmente indicato da una varietà di termini italiani familiari, dipende dal suo carattere generale e dalle note e i passaggi più veloci che include. L’attenzione appropriata a queste considerazioni eviterà di fare fretta a un Allegro o di trascinare un Adagio”.

Poi ho dato un’occhiata agli scritti sulle danze e, nuovamente, ho trovato che non ha senso confrontarne i tempi fra tipi differenti. Una sarabanda non è più veloce o più lenta di un minuetto o un valzer. È semplicemente una sarabanda e bisogna suonarla come deve essere suonata una sarabanda. Tutte le danze hanno un proprio carattere che non si può semplicemente ridurre a un tempo indicato meccanicamente.

La prima macchina per la misura del tempo musicale fu inventata nel 1698, molto dopo che il primo orologio a pendolo era stato costruito in Francia. Questo strumento, chiamato ‘cronometro’, fu ideato dal filosofo musicale francese Etienne Loulie ed era ancora famoso nel secolo successivo. Costava molto ed era alto quasi due metri. Fu usato più da teorici e scienziati della musica che da musicisti. Perfino dopo che Winkler ne aveva realizzato la versione molto più piccola e maneggevole, l’uso del metronomo fu di scarsa utilità per la maggior parte dei musicisti. Fu solo più tardi, con la commercializzazione del metronomo di Maelzel e il sostegno di compositori famosi come Beethoven, che quell’oggetto divenne lo strumento per la misura del tempo musicale.

Anche se l’uso del metronomo divenne comune solo dall’inizio del diciannovesimo secolo, altre modalità non tecnologiche venivano usate per tenere il tempo. Una era l’uso del battito cardiaco. Ho trovato questo metodo menzionato per la prima volta nel sedicesimo secolo da un monaco italiano chiamato Ludovico Zacconi, che fornì una breve descrizione pratica di come misurare il tempo con le pulsazioni nel suo trattato “Prattica di Musica”.

L’allora famoso flautista Johann Joachim Quantz scrisse nella sua opera Studio di un modo per suonare il flauto traverso (Versuch einer Anweisung die Flötetraverse zu spielen) questa bellissima frase: “Bisognerebbe assicurarsi di fare questo: prendere come base il polso di una persona allegra e sana con un carattere caloroso e spontaneo oppure, se è permesso dire così, di una persona di temperamento collerico, dopo cena, verso sera. Solo allora si potrà dire di avere scelto la pulsazione giusta. Se si prende come base una persona depressa, triste, insensibile o pigra il tempo del brano dev’essere un po’ più sostenuto del suo battito”.

Tutti questi metodi di misura del tempo, comunque, erano usati soprattutto dagli studenti di musica o dai dilettanti, persone con scarse esperienze, come i percussionisti principianti della danza del ventre oggi. Erano appigli per darsi un’idea del tempo appropriata. Quantz, che descrisse il metodo di misura delle pulsazioni, scrisse anche: “Se si fa pratica di questo per un po’ di tempo, allora gradualmente la mente familiarizza con i diversi tempi e non sarà più necessario affidarsi al polso”.

E Leopold Mozart, in quello stesso periodo, andò perfino più in là. Per lui, riconoscere il tempo appropriato in base all’esperienza, e non con l’uso di un dispositivo tecnico, era il segno distintivo di un vero musicista.

“Questo è molto interessante – disse Mohammed con un sorriso malizioso – Vieni, prendi il tuo tamburo e proviamo a riflettere sul concetto di velocità con l’aiuto di Abla. Tu suoni un ritmo semplice e lei proverà a danzare. Guarda però se riesci a tenere il tempo con l’aiuto del metronomo”.

Così ho aggiustato il ritmo del metronomo su 60 minime al minuto e ho iniziato a suonare. Mi sono accorto subito che qualcosa non funzionava. Abla danzava, ma non era a suo agio. Aveva difficoltà a seguire i miei tambureggiamenti. Il suono e la danzatrice non si armonizzavano.

“Stop – Mohammed gridava – Stai sbagliando”.

“Sì – gli risposi – lo so”. Avevo paura che Abla stesse cominciando a odiarmi. “Devo suonare più lento o più veloce?”

“No – disse Mohammed – non devi suonare più lentamente o più rapidamente, devi suonare bene. Lo so che seguire quell’attrezzo è il modo di suonare con precisione, ma è anche il modo per sbagliare sempre. Non può esserci accordo fra te e Abla finché ti rapporti con lei dal punto di vista del metronomo. Se ho compreso bene, Matthias, è proprio questo ciò che hanno in mente le persone della conferenza di Amsterdam quando ragionano sulla velocità della società. Prova di nuovo senza il metronomo e concentrati solo su Abla”.

Così ho di nuovo preso il mio tamburo e ho cominciato a suonare. Non è stato facile, ma dopo un po’ e con l’aiuto di Abla ho trovato il solco giusto e il tempo appropriato; funzionava.

“Penso di avercela fatta” – ho detto a Mohammed con un po’ di orgoglio nella voce.

“Sì – ha detto lui – se continui a fare esercizio impegnandoti per altri dieci o dodici anni, potresti farcela davvero”.

Si stava facendo tardi e Abla e Mohammed dovevano andarsene.

“Mohammed, – dissi – devo ancora capire cosa raccontare a quelle persone ad Amsterdam”.

“Bene – disse Mohammed – prova a parlare loro della velocità dal punto di vista di un percussionista di danza del ventre”.

 

Prigionieri della velocità - Ivan Illich

La storia della velocità è un argomento negletto. Quando il poeta inglese John Milton augurava “Che Iddio faccia veloci te e i tuoi cari!” (God speed thee and thy close!), “to speed” significava “prosperare” e non “andare veloce”. Oggi siamo imprigionati nell’era della velocità. Il nostro senso comune ci dice che una qualche idea dello “spazio nel tempo” e, più generalmente, del “processo correlato con il tempo” fa parte di tutte le culture. Mi accollo quindi il compito di scuotere il senso comune. Che l’idea della velocità fosse importante per Aristotele, Archimede o Alberto il Grande è soltanto un pregiudizio, una distorsione proiettata sul passato. Fino al diciassettesimo secolo, infatti, il commercio, la medicina o l’architettura prosperavano senza alcuna preoccupazione per la velocità. E così la musica, la caccia o la pesca. La velocità è un fenomeno specifico della nostra epoca.

Il concetto di velocità è sicuramente storico. La riflessione sul tema è iniziata soltanto nel tardo medioevo anche se poi, poco a poco, è arrivata a contribuire in maniera decisiva all’era delle macchine e dei motori. Tuttavia, oggi l’epoca storica della velocità è alle nostre spalle. In questo periodo l’homo technologicus è stato ossessionato dall’esperienza della velocità: dalla casa alla fabbrica, attraverso le scuole e i mestieri, dal lavoro alla vacanza, soffrendo sempre di mancanza di tempo con orari stretti scanditi dall’orologio. La differente fretta modella il nostro carattere.

Avere ancora fretta, oggi, è un marchio di privilegio, il segno che non siamo ancora stati costretti a passare dalla cultura della scarsità del tempo alla nuova era dell’elettronica e della disoccupazione. I battiti per minuto e la forza lavoro sono stati eclissati dai bit. Le trasformazioni del modo di produrre, che si è trasferito dagli impiegati ai computer, dall’aula a internet, dagli impiegati di banca alle carte di credito, non ci hanno preparato a questa nuova cultura, l’età del megahertz basata sulla velocità della luce. Nella nuova epoca, che è anche quella della “costante C”, quella della velocità della luce, i processi in tempo reale simulano l’onnipresenza globale e sul serio ci portano elettronicamente da qui a lì. Ma la pratica dell’intermediazione, quella che aveva nutrito la dipendenza da velocità dell’uomo moderno, è sparita.

Ecco la mia convinzione. Chiamatela intuizione o preconcetto, oppure prendetela come la semplice ipotesi di un estraneo: l’età della velocità ha avuto un inizio, ma ora ne parliamo come storia perché siamo testimoni della sua fine. Reso outsider da questa convinzione, parlo a un’assemblea di professionisti che cercano metodi per incorporare la velocità nelle dimensioni cruciali del design. In questo sontuoso teatro, assisto a una conversazione sulla velocità desiderabile per l’esistenza umana; a una profonda ricerca sulle richieste morali indirizzate ai designer da parte di autoproclamati slobbies (slow is better, lento è meglio), i quali invocano un progetto di decelerazione; pianificatori che discutono su velocità alta e bassa, rapida e lenta, sopportabile e distruttiva. Tutti professionisti autoimprigionati nella certezza che la velocità avvolga tutto, e che necessiti soltanto di essere controllata. È la velocità che conta per loro, che conta quanto la durata della pena per il carcerato.

Il messaggio del Gulag

Mentre ruminavo su questa fissazione, mi sono ricordato di una conferenza a Oslo l’anno scorso, organizzata dal criminologo Nils Christie (quello che scrive sui gulag di stile occidentale) alla Northern Academy of Science. In tutte le giurisdizioni politiche, oggi, il gulag cresce a un ritmo più veloce di altre istituzioni di welfare. A quell’incontro parteciparono i capi dei sistemi penitenziari di 14 paesi, dal generale che gestisce le carceri russe al Federal Commissioner of Corrections degli Stati Uniti. Tema: i freni che bisogna mettere a questa crescita. Ascoltai per tre giorni le relazioni da ciascun paese, e infine condussi la tavola rotonda finale.

Fui impressionato dall’unanimità fra questi guardiani capi. Ogni relazione sottolineava che le prigioni non realizzano alcuno dei loro scopi: non prevengono i reati, non correggono le tendenze o il comportamento, e neanche puniscono, per la soddisfazione delle vittime dei prigionieri. Tutti i capi delle prigioni erano d’accordo sull’inutilità delle stesse e ciononostante tutti chiedevano più fondi per migliorare il loro lavoro.

Il mio compito era riassumere. Christie voleva che collocassi questo enigma in un quadro storico. Per caso conosco i libri medievali sui doveri dei signori. Ai princìpi cristiani era proibito punire confinando i prigionieri nelle torri dei loro castelli: e allora le usavano per custodirli fino alla pubblica esecuzione, alla tortura o alla mutilazione. Ma come spiegare che tutte le società moderne effettuano costosi investimenti per prigioni la cui inefficacia è stata provata riguardo a tutti gli scopi a esse assegnate? Come spiegare la disponibilità di criminologi, politici e contribuenti a finanziare il costoso lavoro dei secondini? Come comprendere la ragione dell’irragionevole certezza che i gulag devono continuare a esistere?

Per rispondere a queste domande, bisogna prima determinare gli effetti del gulag. Il gulag è controproducente, se lo si giudica rispetto agli scopi ufficiali della prigionia. È evidente che quest’istituzione ha il risultato opposto rispetto a quello desiderato. Ma esaminiamo che cosa dice il gulag, considerandolo non come un mezzo ma come un segno: un segno più per quelli disposti a pagarne i costi, che per coloro i quali sono rinchiusi lì dentro: prigionieri e guardiani. Bisogna scoprire ciò che il gulag dice a quelli che lo finanziano, scoprire perché sono bloccati dal bisogno di perpetuarlo. Ogni notizia in arrivo dal gulag dice loro: siete liberi! Contrariamente a quelli che sono dentro per scontare una pena, voi siete fuori, e dovete assaporare la libertà! Siete liberi, anche se dovete alzarvi al suono della sveglia e combattere costantemente contro l’orologio. Stando fuori di prigione, potete usufruire di più ampie opportunità, potete scegliere fra molte offerte, ma solo se tramutate la sete in desiderio di una Coca Cola… o di una Pepsi. Dimenticatevi l’acqua, perché quella del rubinetto fa male. Insomma, si gode della scelta fra un assortimento di alternative molto più ampio di quello dei carcerati. Il gulag vi dice: “Scegli ciò che preferisci!”

A Oslo avevo di fronte fornitori di prigioni, al tempo stesso consci della controproduttività del gulag ma anche amministratori dedicati al suo sviluppo quantitativo e al miglioramento qualitativo. A quale tipo di assemblea potevo paragonarli? Li definii cardinali, ma in realtà pensavo a sciamani durante una danza della pioggia. Lo sciamano prepara la danza annuale che dev’essere celebrata nel villaggio, ma possiede anche l’autorità di spiegare perché la pioggia non arriva, nonostante la cerimonia. Non piove perché qualcuno non si è impegnato al massimo durante la danza.

I sociologi utilizzano la danza della pioggia come termine tecnico per un rito che crea il mito, un evento mitopoietico che genera una credenza e conferma un dogma sociale. Max Gluckman parla di queste cerimonie come di un modello sociale che acceca tutti i partecipanti (sia sacerdoti sia fedeli) nella contraddizione fra l’obiettivo asserito del rito e i suoi effetti. La liturgia dovrebbe produrre pioggia, ma in realtà produce soltanto il bisogno della danza.

Per anni ho esaminato le grandi istituzioni di servizio delle società moderne, non solo per ciò che fanno, ma anche per ciò che dicono; non come agenzie produttive, ma come riti produttori di miti. Sono ostile alla scuola obbligatoria, per esempio, perché la vedo come una danza della pioggia celebrata in nome dell’uguaglianza, ma che in realtà fornisce alla società soltanto la certezza che la scuola deve esistere. Analizzandone i risultati concreti, infatti, si individua soltanto la selezione di dodici livelli di bocciati, uno all’anno. Similarmente, i criminologi moderni sostengono le carceri, e perfino la pena capitale, sostengono la sovranità dello Stato basata sul bisogno di un’agenzia che definisca i crimini e punisca i criminali. Oggi desidero sottolineare la funzione rituale, di cerimonia creatrice di miti, del design.

I designer come sciamani

I designer sono un tipo assai speciale di sciamano. Non celebrano la liturgia: la disegnano. Non governano le enclave, ma consigliano coloro che le costituiscono. Non sono la progenie di calzolai e muratori, ma i discendenti di un frutto del genio rinascimentale: il disegno. Sono esperti nell’integrazione deliberata e riflessa di artefatti vari; sorgenti di una nuova composizione che distingue il barocco dal gotico.

Tuttavia, i designer non forniscono soltanto la forma dell’integrazione, ma inevitabilmente diffondono i princìpi guida ai quali devono sottomettersi gli elementi di un tutto. Sia la carrozzeria di un’automobile che l’umile maniglia di una porta impongono ergonomia: stuzzicano e attraggono il vostro sedere e la vostra mano. Per mezzo secolo l’ergonomia (oggetti disegnati per adattarsi al corpo) è stato un imperativo imposto dai designer. Ma il nuovo dato messo all’ordine del giorno, la velocità, ha il potere di liberare dal corpo: disincarna la percezione del falco esattamente come una sonata di Ludwig Van Beethoven.

Per decadi il design ha fatto propaganda alla velocità, il più delle volte in modo surrettizio e acritico. Più veloce sembrava meglio. Adesso volete inaugurare una nuova era con lo slogan che l’andatura lenta può essere bella, e quella appropriata ottima. Volete aprire un’epoca di profonda consapevolezza della velocità, e promuoverla per mezzo del design. Desiderate un design che inneggi agli slobbies postmoderni: persone slower but better working che proteggono puntigliosamente il loro ritmo tranquillo.

Nel ventesimo secolo la ricerca dell’alta velocità privilegia una minoranza e consuma il tempo della maggioranza. Il “Fly & Drive” non è certo alla portata di tutti, ma tutti devono affrontare le distanze create dai veicoli veloci. È dal 1970 che ci vendono modelli industriali di sedie o di caffettiere dalla forma aerodinamica. La suggestione delle velocità significava trovarsi al passo con i tempi, e l’alta velocità sembrava seducente quanto l’ultima moda femminile. Ma quel che ora proponete va perfino oltre: voi date per scontato che tutto trasudi velocità, la velocità che volete controllare. E ciò non può che confermare l’onnipresenza e l’onnipotenza di questa droga che assuefà.

Sì, è un nuovo tipo di droga, una chimera sconosciuta prima di Galileo Galilei, e alla quale era difficile credere anche un secolo dopo la sua morte: l’idea di s/t, spazio/tempo. Nessuno all’epoca afferrava questa fusione di spazio e tempo. Quella mozione del movimento non faceva parte del loro mondo: un mondo centrato su ogni singola persona e disteso di fronte a ciascuno, pronto a essere percorso passo dopo passo. Un mondo in cui gli alberghi erano collocati alla distanza di un giorno di viaggio l’uno dall’altro, in cui dodici ore dovevano trascorrere dalla mattina alla sera, in inverno come in estate, e in cui l’unità di misura era il piede. L’allargamento dell’esperienza non poteva stare in una frazione sopra il tempo vissuto.

I primi uomini che viaggiarono in treno furono terrorizzati dalla velocità. Capirono che il treno, accelerando nel mondo, aveva bisogno di una nuova parola: così adottarono il termine landscape (paesaggio) per definire i posti che vedevano scorrere dal finestrino dello scompartimento, senza posarci il piede. Gli orari dei treni hanno introdotto il minuto nella società, scandendo il tempo dei passeggeri con il rumore del motore. La velocità ha sostituito il ritmo con un rumore cadenzato. Voi ora volete attenuare questo trasferimento. Io invece esploro le zone di esperienza trascurate e senza velocità. Non cerchiamo una fuga dalla prigione dell’alta velocità verso un mondo di repressioni meno seccanti; domandiamo se e dove l’ombra della velocità può essere evitata del tutto.

Quando cantiamo o suoniamo musica dal vivo, la velocità si attenua. Non ci stringe nella sua presa, e noi non sentiamo il bisogno di controllarla. È il ritmo a prendere il sopravvento. Quando leggo gli esametri entro nella loro cadenza, perché so bene che il ritmo è stato imposto alla poesia antica soltanto dopo il 1630 da studiosi zelanti. La velocità è in conflitto con la vita.

Per gente come noi, la velocità è un crudo esempio di congerie storica gratuitamente attribuita alla natura. Viene fuori da una brama senza corpo che giace più in profondità rispetto alle principali fondamenta del mondo moderno: il bisogno di un adeguato trattamento istituzionale per il crimine, l’istruzione, la corsa alla ricchezza, le assicurazioni.

L’odierno Pantheon è abitato da questi dei, che governano il mondo moderno. Ma la velocità si trova in una zona oscura al di sotto di essi, dove i greci mettevano i titani, creature potenti che facevano nascere le divinità.

Per quanto riguarda la velocità, mi sento nichilista. Quando Galileo propose di studiare l’attrazione gravitazionale su un piano inclinato, e Keplero la applicò per calcolare il movimento delle sfere celesti su traiettorie ellittiche, rivoluzionarono la fisica. Meravigliarono i loro contemporanei proprio come è capitato ai fisici quantistici 300 anni più tardi. Dovevano liberare il ticchettio del tempo dal flusso della temporalità, e staccare lo spazio astratto dal qui e ora, mentre noi cerchiamo soltanto di goderci la vita con i nostri amici. Ho cercato di vivere come un pellegrino, facendo un passo dopo l’altro, entrando nel mio tempo, vivendo all’interno del mio orizzonte, che spero di raggiungere sempre con il passo, il sorprendente passo, che si compie per morire.

da qui

sabato 13 ottobre 2018

La prossima volta, il fuoco - James Baldwin





Il breve testo che segue fa parte di un piccolo libro che James Baldwin mise insieme nel 1963 con il titolo di uno dei due saggi che conteneva, La prossima volta, il fuoco. In Italia lo pubblicò Feltrinelli nel1968. Ne vediamo oggi una certa attualità, nel pensare a cosa potranno diventare in futuro i rapporti – non solo in Italia – tra la popolazione immigrata, non importa di che generazione, e la popolazione italiana. Non è necessario essere scrittori di fantascienza per ipotizzare un futuro in cui gli immigrati prenderanno piena coscienza dei loro diritti e non solo dei loro doveri e, quelli che arriveranno spinti da disastri ecologici, disparità tra le classi e guerre che si annunciano perfino più gravi e terribili di quelli di ieri e di oggi, esigeranno di essere trattati come giusto alla pari invece di elemosinare la nostra pietà essendone peraltro ricambiati con la supponenza, il razzismo latente o palese, lo sfruttamento e la violenza con cui oggi li accogliamo.
Il negro americano ha il grande vantaggio di non aver mai creduto in nessuno dei tanti miti a cui è invece aggrappato l’americano bianco: che tutti i loro antenati fossero dal primo all’ultimo eroi amanti della libertà; d’essere nati nel più grande paese del mondo; d’essere invincibili in battaglia e saggi nella pace; d’essersi sempre comportati in modo onorevole con i messicani, gli indiani e tutti gli altri popoli vicini o inferiori; d’essere, come uomini, i più franchi e virili del mondo, e come donne le più caste. I negri san questo e molto altro ancora sugli americani bianchi; si potrebbe dire, in effetti, che sanno sugli americani bianchi ciò che i genitori, o piuttosto le madri, sanno sui figli – e molto spesso, in realtà, i negri considerano gli americani bianchi alla stregua di figli. Forse questo atteggiamento, mantenuto nonostante ciò che sanno e ciò che hanno sopportato, aiuta a spiegare perché i negri, nel complesso, e fino a poco tempo fa, si sono permessi di sentirsi poco odiati. In realtà, e nei limiti in cui ciò era ammissibile, essi erano portati a considerare i bianchi vittime e insieme autori della loro corruzione. Bastava guardare la vita che conducevano. Non c’era da sbagliarsi. Bastava guardare le cose che facevano e le giustificazioni che davano a se stessi; e se infine un bianco era nei guai seri correva dritto a bussare alla porta del negro. Se ne ricavava quindi la sensazione che se il negro avesse avuto i vantaggi materiali che aveva il bianco, non sarebbe mai stato infelice e smarrito e scioccamente crudele come lui. Il negro si rivolgeva al bianco per ottenere un tetto, un biglietto da cinque dollari o una lettera per un giudice; il bianco si rivolgeva al negro per ottenere amore. Quanto a lui, però, non sempre era in grado di dare ciò che era venuto a cercare. Il prezzo era troppo alto, e lui aveva molto da perdere. E questo lo sapeva anche il negro. Se dunque sai tutto questo di un uomo t’è impossibile odiarlo, ma t’è anche impossibile – a meno che quello non diventi un altro uomo, un uguale – amarlo. Alla fine, cerchi di evitarlo, perché la caratteristica costante dei bambini è di pretendere di monopolizzare l’attenzione e, quindi, anche te. (Chiedi a un negro che cosa sa dei bianchi con i quali lavora; dopodiché chiedi ai bianchi con i quali quello lavora che cosa sanno di lui.) Quali frutti può dare il passato del negro americano? Non è improbabile, è anzi possibilissimo, che questo passato misconosciuto presto provochi la distruzione di noi tutti. Ci son guerre (se esiste ancora qualcuno al mondo tanto pazzo da farsi trascinare in una guerra) che per esempio il negro americano non sopporterà, nonostante tutte le costrizioni; e c’è un limite al numero di individui che un governo può mettere in prigione e un limite, ben definito in verità, alla praticità d’una simile politica. Ho paura che si stia preparando all’America un conto che essa non è preparata a pagare. “Il problema del secolo ventesimo,” scrisse quasi sessanta anni fa W. E. B. Du Bois, “è quello della barriera del colore.” Un problema terribile e delicato, che compromette, quando non corrompe, tutti gli sforzi americani di costruire un mondo migliore – da noi e dappertutto nel mondo. Ed è questo il motivo per cui occorre riesaminare tutto ciò in cui i bianchi americani son convinti di credere. Ciò che vorremmo veder scomparire è la divisione dei popoli sulla base del colore della loro pelle. Ma fin quando noi in Occidente attribuiamo a questo colore il valore che oggi gli diamo, sarà impossibile che le masse si dividano in base a un qualsiasi altro principio. Il colore della pelle non è una realtà umana o personale, bensí politica. Ma è questa una distinzione cosi difficile che l’Occidente ancora non è arrivato a farla. E nel cuore di questa tremenda tempesta, nel pieno dello scompiglio, sta la popolazione negra di questo paese, che deve ora dividere il destino d’una nazione dalla quale non è mai stata accettata e riconosciuta e nella quale fu portata in catene. Ebbene, se così stanno le cose, non abbiamo altra scelta che fare tutto quanto è in nostro potere per mutare questo destino senza badare ai rischi: confisca dei beni, arresti, torture, morte. Per amore dei nostri figli, per ridurre al minimo il conto che essi dovranno pur pagare, dobbiamo cercare di non rifugiarci mai in nessuna illusione – e il valore attribuito al colore della pelle è sempre e sarà sempre e dappertutto un’illusione. Mi rendo conto che chiedo l’impossibile. Ma oggi, come sempre prima, l’impossibile è il minimo che si possa esigere – e, dopotutto, a ciò siamo incoraggiati dalla lezione della storia umana in generale, e da quella del negro americano in particolare, che di niente altro è prova che di una continua conquista dell’impossibile. Quand’ero ragazzo e giocavo coi miei compagni in quegli androni fetidi di vino e urina, spesso mi chiedevo: Che ne sarà di tanta bellezza? Perché noi negri siamo molto belli, anche se tra i bianchi come tra i negri c’è chi lo ignora. Quando stavo seduto alla tavola di Elijah e guardavo quel bambino, quelle donne e quegli uomini, mentre parlavano della vendetta di Dio – o di Allah – mi chiedevo: quando questa vendetta sarà giunta che ne sarà di tanta bellezza? Ma mi rendevo anche conto che l’intransigenza e l’ignoranza del mondo dei bianchi renderà questa vendetta inevitabile, perché sarà una vendetta che non dipenderà, né potrà essere praticamente messa in atto, da un singolo individuo o da una singola organizzazione; che non potrà essere ostacolata da nessuna forza di polizia né da nessun esercito: perché sarà una vendetta storica, una vendetta cosmica, basata sulla legge da noi riconosciuta e definita: “Tutto quanto s’eleva dovrà abbassarsi.” E così eccoci in piena luce, intrappolati nella più allegra, nella più imponente e nella più improbabile macina che il mondo abbia mai visto. Ormai tutto, dobbiamo ammetterlo, è nelle nostre mani: non abbiamo diritto di pensare diversamente. Se noi – e intendo noi bianchi e noi negri relativamente consapevoli, ai quali, come ad amanti, tocca di risvegliare o di creare la consapevolezza anche negli altri – non veniamo meno nel nostro dovere ora, saremo in grado, noi manipolo d’uomini, di porre fine all’incubo razziale, di dare assetto al nostro paese e di cambiare la storia del mondo. Se invece non osiamo tutto ora, s’adempirà, e presto, quella profezia biblica che uno schiavo cantò nella canzone: Dio mandò a Noè il segno dell’arcobaleno. Non più acqua: la prossima volta, il fuoco!
(traduzione di Attilio Veraldi)
(Questo articolo è stato pubblicato sul numero 54-55 de “Gli asini”: abbonati   o fai una donazione per sostenere la rivista)


domenica 9 settembre 2018

Il ritorno della segregazione nelle scuole degli Stati Uniti - Francesca Nicola





Domenica 11 marzo 2018 la storica trasmissione televisiva della Cbs 60 minuti ha mandato in onda un’intervista della conduttrice Lesley Stahl a Betsy DeVos, politica e attivista statunitense e dal 2017 segretario dell’istruzione degli Stati Uniti all’interno dell’amministrazione Trump.
L’intervento è stato giudicato da molti un vero e proprio disastro. DeVos ha fatto fatica a rispondere a domande molto semplici, ad esempio perché le scuole del Michigan, lo Stato in cui è nata e cresciuta, siano molto peggiorate dopo l’introduzione delle politiche legate alla scelta scolastica in favore delle quali si è da sempre battuta. Alla richiesta se avesse mai fatto visita a una di quelle scuole per scoprire cosa fosse andato storto, DeVos ha orgogliosamente rivendicato: “Non ho volutamente mai visitato le scuole che stanno ottenendo risultati inferiori agli standard previsti”. Un’affermazione che ha generato un coro pressoché unanime di critiche.
Il segretario dell’istruzione non è del resto nuovo al biasimo collettivo. Ovunque vada è attesa da manifestanti pronti a fischiarla e a rimproverarle principalmente il fatto che, come ben raccontato dal “New York Times”1, abbia da subito concepito il proprio mandato con un’impronta nettamente religiosa, arrivando a definire la riforma dell’istruzione “una strada per avanzare nel regno di Dio”.
Ricchezza e religione, d’altra parte, hanno segnato sin dagli esordi la sua ascesa nella destra cristiana ultraconservatrice, di cui prima di diventare segretario è stata per anni una ricca benefattrice. Nata nel 1958 dall’industriale e miliardario Edgar Prince, finanziatore di Family Research Council, organizzazione non a scopo di lucro nota per le sue posizioni omofobe, Elisabeth detta Betsy cresce a Holland (Michigan), dove riceve un’educazione rigidamente cristiana. Sposatasi con il politico e miliardario Dick DeVos si è dedicata alla filantropia per organizzazioni come Children First America, American Education Reform Council e Christian Reformed Church. Un’intensa attività benefica che condivide con gli altri membri della ricchissima famiglia. Il suocero Richard DeVos, miliardario e ideatore di Amway (una delle società di vendita diretta più grandi del paese), ha foraggiato dagli anni settanta vari gruppi appartenenti alla destra religiosa. Il fratello Erik, invece, è il fondatore di Blackwater, la controversa compagnia militare privata divenuta tristemente nota come principale società di contractor in supporto alle forze armate in Iraq. Il marito Dick DeVos, infine, ha creato insieme alla consorte la Dick and Betsy DeVos Family Foundation, che oltre a sponsorizzare l’organizzazione cristiana conservatrice Focus on The Family negli anni ha donato al partito repubblicano oltre 200 milioni di dollari. Non sorprende dunque che DeVos si sia attirata anche molte accuse di plutocrazia, portando molti a suggerire che si sia letteralmente comprata la propria investitura politica.
Il principio di libera scelta
La principale battaglia di DeVos è sempre stata quella in favore della privatizzazione del sistema educativo tradizionale, da lei considerato un vero e proprio monopolio, attraverso iniezioni di dosi di competizione. L’obbiettivo ultimo è garantire a tutte le famiglie americane la possibilità di scegliere la scuola più adatta al figlio, inclusi gli istituti privati, attraverso voucher (soldi pubblici distribuiti alle famiglie per pagare le scuole private) e charter school, scuole né pubbliche né private in cui gli studenti non devono pagare rette esorbitanti.
Finanziate in parte con denaro pubblico (anche se meno rispetto a quello pubbliche), in parte con donazioni private, godono di una certa autonomia gestionale ma sono comunque tenute a mantenere un certo standard rispetto alle scuole pubbliche. Devono cioè realizzare i risultati minimi prefissati dai test standardizzati i cui risultati sono usati non solo per valutare il livello di apprendimento degli alunni, ma anche per giudicare la performance didattica dei singoli docenti e delle scuole per intero (pena rispettivamente il licenziamento e la chiusura totale).
A differenza dei voucher, cui i Democratici tipicamente si oppongono, le charter hanno goduto di un sostegno bipartisan almeno a partire dagli anni novanta. Basti pensare che l’ex presidente Obama le ha definite “incubatori di innovazione nei quartieri di tutto il nostro paese”. Dietro questo sostegno unanime vi è la crescente disaffezione verso le scuole pubbliche, non solo per la scarsa qualità della loro offerta didattica, ma anche per il razzismo strisciante che da sempre le attraversa. Le charter sono state viste anche dai Democratici come uno strumento per dare potere di scelta e voce nell’educazione dei figli a tutti i genitori, inclusi quelli socio-economicamente più svantaggiati e appartenenti a minoranze etniche. Particolarmente efficace nel colmare il divario educativo tra studenti bianchi e di colore è stata considerata la loro flessibilità: in virtù del loro statuto semi-autonomo le charter possono sperimentare nuovi curricula e nuove strategie didattiche o optare per un orario scolastico più lungo, ma anche assumere o licenziare gli insegnanti liberamente, senza i vincoli contrattuali che si applicano alle scuole pubbliche. Anche per via di questo sostegno le charter vanno a gonfie vele: ce ne sono più di 6mila negli Stati Uniti, dalle 2.500 di un decennio fa, ed educano 2,3 milioni di bambini.
Dei risultati delle charter school sul rendimento degli alunni di discute moltissimo. Numerosi studi, per esempio quello prodotto dal Centro di ricerca sui risultati dell’istruzione della Stanford University (Credo)2 sembrano indicare che, per specifiche categorie di studenti, le charter abbiano contribuito a aumentare i punteggi ai test annuali. A beneficiarne sarebbero in particolare gli studenti delle zone urbane ed economicamente depresse del paese. Esattamente il contrario di quanto avverrebbe nei sobborghi abitati dalla middle class bianca, dove le charter realizzano invece punteggi analoghi e spesso inferiori a quelli delle scuole pubbliche.
I dati divergenti sull’efficacia delle charter in termini di risultati ai test mettono in luce una caratteristica fondamentale di queste scuole: esattamente come le scuole pubbliche, le charter riflettono la composizione demografica delle aree e dei quartieri in cui vengono aperte.
Negli Stati Uniti la segregazione abitativa ha infatti un effetto diretto sulla qualità dell’istruzione. Il principio dello school zoning stabilisce infatti che negli Stati Uniti ogni bambino di età compresa tra 5 e 21 anni sia assegnato a una scuola pubblica all’interno di una zona che si basa sull’indirizzo di casa. Si può anche presentare domanda a una scuola esterna al proprio distretto, ma non è detto che si venga accettati e in ogni caso bisognerà pagare alte tasse scolastiche.
Occorre inoltre aggiungere che le scuole pubbliche sono finanziate solo per il 10 per cento dal Governo Federale. Il resto dei soldi proviene dagli Stati e dalle municipalità, e in particolare dalle tasse municipali sulla proprietà immobiliare.
Comprare una casa significa dunque anche comprare l’accesso a una buona scuola pubblica per i figli.
Le scuole pubbliche delle aree suburbane, che usufruiscono di tasse di proprietà immobiliare più elevate dei quartieri urbani, sono solitamente più attrezzate, hanno insegnanti più qualificati e producono una quantità maggiore di studenti di successo. Spesso è vero anche il contrario: dove le scuole pubbliche sono migliori anche il valore del mercato immobiliare tende a salire.
Nell’ultimo decennio, ossia da quando sono stati applicati gli standard di performance, il dibattito sul finanziamento scolastico è cresciuto. Alcuni sostengono che per soddisfare standard più elevati le scuole abbiano necessariamente bisogno di più soldi federali. Altri ribattono che gli aumenti della spesa non sempre si traducono in prestazioni più elevate e che avere più fondi senza lavorare sullo sviluppo professionale dei docenti non porti a rilevanti miglioramenti.
“Progetto per i diritti sociali”
Al di là del dibattito sulla loro qualità, una delle questioni più scottanti è quella degli effetti che la combinazione di segregazione residenziale e finanziamento scolastico ha sulla composizione etnico-razziale delle scuole. Lo ha messo in luce il “Progetto per i diritti sociali”, pubblicato il 26 marzo del 2014 dal dipartimento dell’istruzione all’Ucla3: la società nordamericana, dopo più di un secolo di lotte per i diritti civili, rimane una comunità residenziale e scolasticamente segregata: neri, bianchi e latini abitano in quartieri notevolmente differenti e frequentano scuole segregate. E il proliferare delle scuole charter nel Paese non ha fatto che aumentare questo processo di segregazione.
Il “Progetto per i diritti sociali” indica che a livello nazionale rispetto alle scuole pubbliche le charter hanno una maggiore percentuale di studenti a basso reddito (46% contro 41), neri e latini (27% contro 15% e 26% contro il 22%, rispettivamente). Nelle città, dove si trova la maggior parte delle charter, il 25% delle charter è per oltre il 99% non bianco, rispetto al 10% delle scuole tradizionali. Ma rispetto al triste passato americano, in cui gli Stati più segregazionisti erano quelli del Sud, oggi la segregazione scolastica si concentra negli Stati del Nord-Est. Le scuole pubbliche dello Stato di New York sono le più segregate, e quelle appartenenti al sistema scolastico della città di New York City hanno il tasso più alto di bambini neri e il tasso più basso di rapporto tra studenti neri e bianchi; queste scuole educano un terzo degli studenti neri a New York e metà degli studenti neri a Chicago.
I sostenitori delle charter sostengono che, nonostante l’evidente omogeneità etnica delle charter, non si possa parlare di segregazione razziale per un semplice motivo: per legge i genitori possono sempre scegliere in quale charter iscrivere i figli. Per le scuole private e per le charter non vale infatti il vincolo geografico. In linea teorica nulla impedisce ai genitori di iscrivere i bambini in una scuola lontana da dove vivono, per esempio in una delle periferie frequentata in maggioranza dai bianchi. L’unico limite è il numero dei posti. Se ci sono troppe domande la scuola seleziona gli studenti tramite un processo di selezione casuale, una vera e propria lotteria.
Sempre il “Progetto per i diritti sociali” mette però in dubbio l’esistenza di una vera libera scelta: la possibilità di scegliere, ricorda, presupporrebbe un accesso concreto alle opzioni disponibili. Al contrario, l’accesso delle famiglie al mercato educativo è limitato da una serie di fattori, tra cui l’appartenenza a reti sociali privilegiate, la presenza di barriere linguistiche, lo status socioeconomico e molto più banalmente la capacità dei genitori di trasportare ogni giorno i figli a scuola e di pagare di tasca loro il pasto.
Consideriamo ad esempio il processo di selezione di un allievo all’interno di una scuola charter. I genitori devono sapere quali sono le buone scuole charter ed essere motivati abbastanza per non demordere nel farraginoso processo burocratico. Devono in primo luogo conoscere il programma della scuola, cosa che dipende a sua volta dal fatto che questa abbia condotto attività di sensibilizzazione e pubblicità distribuendo materiali in più lingue. Anche qualora sappiano della presenza di un buon istituto, devono avere a che fare con il complicato processo di candidatura dei figli, spesso attraverso una lotteria ma anche attraverso la somministrazione di test, la presentazione di raccomandazioni da parte di precedenti insegnanti, e sempre più spesso da dichiarazioni di disponibilità da parte dei genitori a partecipare attivamente alla vita scolastica dei figli, per esempio facendo volontariato.
Agli studenti può essere chiesto di presentare uno scritto di 15 pagine, un racconto originale o un saggio scritto a mano su una figura storica a scelta. Ci sono diverse interviste da superare e pagine di domande a cui i genitori devono rispondere, tra cui: come intendi aiutare questa scuola se ammettessimo tuo figlio o tua figlia? Qualora si venisse accettati, infine, in molti Stati il trasporto a scuola e i pasti sono a carico della famiglia, due opzioni chiaramente non disponibili per molti genitori in condizioni socioeconomiche svantaggiate.
Va da sé che, mentre nei quartieri abitati dai bianchi privilegiati si moltiplicano come funghi charter school frequentate da bambini bianchi, i genitori a basso reddito, pur di evitare le scuole pubbliche sotto-finanziate dei quartieri in cui vivono, optino per la charter più vicine a casa. Le charter tendono dunque a essere quasi esclusivamente nere o bianche, al contrario delle scuole pubbliche, che mostrano un livello di diversità etnica basso ma comunque superiore.
Di fatto molte charter della ricca e bianca periferia usano come stratagemma per selezionare i propri studenti proprio i criteri di iscrizione: non solo lunghi moduli disponibili solo poche ore all’anno e stampati solo in inglese, interviste e saggi compilati sia dagli aspiranti studenti che dai genitori, ma anche cartelle cliniche, tessere della Social Security e certificati di nascita dei ragazzi, che per legge non potrebbero essere chiesti.
Al contrario, molte charter che operano in quartieri difficili come Kipp, Yes Prep, Green Dot e Success Academy, utilizzano moduli di domanda semplici che richiedono solo alcune informazioni burocratiche. Nikole Hannah Jones, una reporter che si è molto occupata delle forme attuali di segregazione razziale nelle scuole statunitensi, ha affermato in un bell’articolo apparso sul “New York Times” che gran parte della retorica contemporanea sull’importanza della libera scelta della scuola è in realtà una declinazione degli impulsi razzisti e segregazionisti dei genitori bianchi che cercano modi efficaci e legali per spostare i loro figli dalle scuole pubbliche, frequentate prevalentemente da afroamericani o da latini, in scuole private in teoria aperte a tutti ma in pratica accessibili solo a pochi4.
Il “Progetto per i diritti sociali” raccomandava che i governi federali e statali spingessero verso la diversificazione razziale delle scuole charter. L’amministrazione Obama e alcuni stati hanno ad esempio creato programmi per promuovere la diversità razziale ed etnica nelle scuole charter fissando alcune quote. I provvedimenti, applicati in modo non uniforme, hanno destato non poche perplessità. Per molti infatti la vera questione dei diritti civili non è tanto l’omogeneità etnico-razziale all’interno delle classi, quanto il fatto che i bambini più vulnerabili siano intrappolati in scuole pubbliche che non funzionano. Si dovrebbe negare agli studenti neri un’alternativa a meno che non ci siano abbastanza bianchi che vogliano frequentare la stessa scuola del centro città?
“Cari colleghi”
Betsy DeVos è accusata da una fetta crescente dell’opinione pubblica di non avere alcuna chiara posizione in merito alla questione delle conseguenze che il sistema di privatizzazione sregolata di cui è ambasciatrice ha sulle fasce di popolazione più povere e marginalizzate, in particolare sulle minoranze. Lei stessa del resto sembra esplicitamente non riconoscere la questione razziale come un problema politico significativo.
In linea con gli attuali sforzi dell’amministrazione per annullare il lavoro dell’amministrazione Obama, DeVos ha innanzitutto incaricato il Dipartimento dell’istruzione di rivedere l’iniziativa intrapresa da Obama per rendere l’equità razziale una priorità assoluta all’interno della disciplina scolastica.
Un corpus di ricerche ormai piuttosto solido ha mostrato infatti che, in situazioni simili e per le stesse infrazioni, gli studenti appartenenti a minoranze etniche hanno più probabilità di essere sgridati e puniti rispetto a quelli bianchi. Gli alunni neri, ad esempio, sono sospesi 3,8 più di quelli bianchi. Una discrepanza statistica che ha risultati concreti: i ragazzi sospesi tendenzialmente non riescono a diplomarsi in tempo e sono più inclini a essere intrappolati tra le maglie del sistema giudiziario minorile per comportamenti anomali a scuola. Un meccanismo vizioso conosciuto come “tunnel scuola-prigione” che nel 2014, il Ministero dell’educazione e della giustizia della presidenza Obama ha cercato di affrontare attraverso una direttiva nota come la direttiva Cari Colleghi (Dear Colleague Letter on the Nondiscriminatory Administration of School Discipline)5.
Vi si affermava che la gestione della disciplina studentesca può portare a discriminazioni razziali illecite in due modi: 1) quando uno studente è sottoposto a trattamenti diversi in base alla sua appartenenza razziale; e, più comunemente, 2) quando una politica è apparentemente neutra, che cioè non menziona la razza ed è amministrata in modo imparziale ha tuttavia un “impatto sproporzionato” sugli studenti di una particolare razza.
Cari colleghi consigliava alle scuole di monitorare attentamente che il personale scolastico fosse adeguatamente formato per gestire la disciplina in modo non discriminatorio. Il presupposto che emerge chiaramente dalla direttiva è la convinzione che vi sia il rischio che gli studenti appartenenti alle minoranze siano maggiormente puniti, spesso inconsapevolmente, a causa di pregiudizi culturali. Lo ha più volte ribadito Arne Duncan, responsabile per le attività studentesche sino agli inizi del 2016: “La verità innegabile è che l’esperienza quotidiana dell’insegnamento viola nei confronti di numerosi allievi di colore il principio di eguaglianza, che è al centro della promessa americana. È il comportamento degli adulti che deve cambiare. Esso deve essere rimesso in discussione ogni giorno”.
Valeria Silva, dal 2009 sovrintendente delle scuole pubbliche di Saint Paul (Minnesota), è stata una pioniera appassionata dei tentativi dal basso, portati avanti dall’alto dell’amministrazione Obama, di favorire l’uguaglianza razziale nella disciplina scolastica. Nel 2011 ha reso l’uguaglianza nella disciplina un elemento centrale del suo piano programmatico: “Scuole forti, comunità forti”.
In termini demografici le scolaresche di Saint Paul sono composte circa per il 32% da asiatici, per il 30% da neri, per il 22% da bianchi, per il 14% da ispanici e per il 2% da caucasici. Nel 2009 e nel 2010 il 15% degli scolari neri del distretto erano stati sospesi 5 volte più degli scolari bianchi e circa 15 volte di più degli scolari asiatici. Silva ha sostenuto che, seguendo il principio di uguaglianza, la popolazione scolastica nera non avrebbe dovuto essere sospesa da scuola più di 2 volte tanto rispetto a quella di origine asiatica (il gruppo con il tasso di sospensioni più basso). Ha quindi reclutato un “consulente sulle diversità” per obbligare il personale della scuola di Saint Paul, dai presidi, ai bidelli agli autisti di bus, a confrontarsi con la loro intolleranza e a raggiungere una certa “competenza culturale” nel loro lavoro quotidiano con gli studenti. In questo sforzo teso a ridurre l’espulsione disciplinare dei neri e di uscire dal tunnel che porta dalla scuola alla prigione, ha inoltre bandito le punizioni per cattiva condotta degli allievi e adottato un nuovo protocollo di collaborazione tra scuola e polizia che classificava le infrazioni degli allievi in 5 livelli, chiedendo alle scuole di denunciare di loro propria iniziativa solo le infrazioni peggiori come l’incendio doloso, le aggressioni gravi, la violenza sessuale, il possesso di droga.
Parallelamente, Silva ha attuato un piano di Positive Behavior Interventions and Supports (Interventi e sostegni per un comportamento positivo), un programma di modifiche comportamentali anti sospensione che si concentra sulla discussione e la mediazione.
Il modello Silva è stato aspramente criticato dai Repubblicani. Il 5 marzo il senatore Marco Rubio, repubblicano della Florida, ha inviato a DeVos e al procuratore generale Jeff Sessions una lettera sulla sparatoria di massa alla Marjory Stoneman Douglas High School, a Parkland, Florida, una delle 19 verificatesi solo dall’inizio del 2018.
Rubio ha accusato la direttiva Cari Colleghi e il “modello Silva” di aver contribuito a fare sì che il sospetto killer di Parkland, Nikolas Cruz, non sia stato segnalato alla polizia. Rubio ha inoltre chiesto a DeVos, nel frattempo messa da Trump alla guida del nuovo comitato volto a trovare soluzioni per ridurre la violenza nelle scuola, di rivedere del tutto le riforme del tunnel “scuola-prigione”.
DeVos non sta solo pensando di porre fine alle politiche di Obama che hanno cercato di riconoscere il ruolo della appartenenza razziale all’interno del sistema scolastico americano. Durante 60 seconds si è candidamente rifiutata di ammettere che la razza giochi un ruolo nella gestione della disciplina scolastica. Alla domanda dell’intervistatrice di commentare i tassi di sospensione da scuola etnicamente sproporzionati si è limitata a rispondere: “è una questione che stiamo ancora cercando di capire. E ci stiamo impegnando per far sì che gli studenti possano apprendere in ambienti sicuri e stimolanti. E quando dico tutti intendo tutti”.
Senza possibilità di scelta
La stessa mancanza di considerazione del problema razziale aveva portato DeVos a definire le università e i college storicamente neri (i cosiddetti Hbcu, Historically Black Colleges and Universities), “pionieri della libertà di scelta scolastica”, “la prova vivente che quando vengono fornite più opzioni agli studenti, viene offerta loro anche una maggiore qualità educativa”. Una dichiarazione che ha suscitato l’indignazione collettiva, tanto che nel 2017, invitata a tenere il discorso di inizio dell’anno scolastico alla Bethune-Cookman University (un’università storicamente nera), è stata sommersa dai fischi degli studenti, che si sono alzati voltandole le spalle.
DeVos aveva del tutto omesso il fatto che i college storicamente neri affondano le lori radici nella segregazione razziale. Furono infatti creati dopo la Guerra di secessione (1861-1865) in risposta al principio “uguali e separati”: ristoranti per soli bianchi, cinema per soli neri e naturalmente scuole segregate. Non tanto, quindi, il frutto di una libera scelta, quanto una magra alternativa al non studiare del tutto. Se voleva ricevere un’istruzione universitaria, un nero doveva per forza iscriversi in un ateneo per soli neri.
La dichiarazione di DeVos sui college neri è per altro arrivata esattamente nel momento in cui Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per trasferire i programmi sui college storicamente neri, che sin dal 1980 erano stati stabiliti dal Dipartimento della pubblica istruzione, alla Casa Bianca, e in particolare a un funzionario che farà capo a un alto consigliere del Presidente. Nonostante durante la campagna presidenziale Trump abbia più volte fatto riferimento a un “New Deal for Black America”, promettendo di non tagliare i fondi federali ai college storicamente neri a fronte di un calo del 13,5% della spesa complessiva nell’educazione, oggi molti college storicamente neri sono in gravi difficoltà finanziarie. Il St. Paul’s College, in Virginia, è stato chiuso nel 2013. La Fisk University ha dovuto svendere parte della sua pregiata collezione Alfred Stieglitz per evitare la stessa sorte. I loro presidi e amministratori si sono abituati a cercare denaro dove possono, indipendentemente da chi è seduto nello Studio Ovale. Come ha ben sintetizzato Marybeth Gasman, professore all’Università della Pennsylvania e studiosa dei college storicamente neri, “parliamo di college che, giocoforza, hanno sempre lavorato con tutte le Amministrazioni, e questo perché, al di là della retorica sulla libera scelta che tanto entusiasma DeVos, gli afro-americani non hanno mai avuto e in fondo continuano oggi a non avere davvero scelta”.
Note
1http://bit.ly/devos-1
2http://bit.ly/charter-2
3http://bit.ly/ucla-3
3http://bit.ly/segregate-4
4http://bit.ly/letter-5
Questo articolo è stato pubblicato sul numero 53 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per non perderti i prossimi numeri della rivista.