domenica 9 settembre 2018

Il ritorno della segregazione nelle scuole degli Stati Uniti - Francesca Nicola





Domenica 11 marzo 2018 la storica trasmissione televisiva della Cbs 60 minuti ha mandato in onda un’intervista della conduttrice Lesley Stahl a Betsy DeVos, politica e attivista statunitense e dal 2017 segretario dell’istruzione degli Stati Uniti all’interno dell’amministrazione Trump.
L’intervento è stato giudicato da molti un vero e proprio disastro. DeVos ha fatto fatica a rispondere a domande molto semplici, ad esempio perché le scuole del Michigan, lo Stato in cui è nata e cresciuta, siano molto peggiorate dopo l’introduzione delle politiche legate alla scelta scolastica in favore delle quali si è da sempre battuta. Alla richiesta se avesse mai fatto visita a una di quelle scuole per scoprire cosa fosse andato storto, DeVos ha orgogliosamente rivendicato: “Non ho volutamente mai visitato le scuole che stanno ottenendo risultati inferiori agli standard previsti”. Un’affermazione che ha generato un coro pressoché unanime di critiche.
Il segretario dell’istruzione non è del resto nuovo al biasimo collettivo. Ovunque vada è attesa da manifestanti pronti a fischiarla e a rimproverarle principalmente il fatto che, come ben raccontato dal “New York Times”1, abbia da subito concepito il proprio mandato con un’impronta nettamente religiosa, arrivando a definire la riforma dell’istruzione “una strada per avanzare nel regno di Dio”.
Ricchezza e religione, d’altra parte, hanno segnato sin dagli esordi la sua ascesa nella destra cristiana ultraconservatrice, di cui prima di diventare segretario è stata per anni una ricca benefattrice. Nata nel 1958 dall’industriale e miliardario Edgar Prince, finanziatore di Family Research Council, organizzazione non a scopo di lucro nota per le sue posizioni omofobe, Elisabeth detta Betsy cresce a Holland (Michigan), dove riceve un’educazione rigidamente cristiana. Sposatasi con il politico e miliardario Dick DeVos si è dedicata alla filantropia per organizzazioni come Children First America, American Education Reform Council e Christian Reformed Church. Un’intensa attività benefica che condivide con gli altri membri della ricchissima famiglia. Il suocero Richard DeVos, miliardario e ideatore di Amway (una delle società di vendita diretta più grandi del paese), ha foraggiato dagli anni settanta vari gruppi appartenenti alla destra religiosa. Il fratello Erik, invece, è il fondatore di Blackwater, la controversa compagnia militare privata divenuta tristemente nota come principale società di contractor in supporto alle forze armate in Iraq. Il marito Dick DeVos, infine, ha creato insieme alla consorte la Dick and Betsy DeVos Family Foundation, che oltre a sponsorizzare l’organizzazione cristiana conservatrice Focus on The Family negli anni ha donato al partito repubblicano oltre 200 milioni di dollari. Non sorprende dunque che DeVos si sia attirata anche molte accuse di plutocrazia, portando molti a suggerire che si sia letteralmente comprata la propria investitura politica.
Il principio di libera scelta
La principale battaglia di DeVos è sempre stata quella in favore della privatizzazione del sistema educativo tradizionale, da lei considerato un vero e proprio monopolio, attraverso iniezioni di dosi di competizione. L’obbiettivo ultimo è garantire a tutte le famiglie americane la possibilità di scegliere la scuola più adatta al figlio, inclusi gli istituti privati, attraverso voucher (soldi pubblici distribuiti alle famiglie per pagare le scuole private) e charter school, scuole né pubbliche né private in cui gli studenti non devono pagare rette esorbitanti.
Finanziate in parte con denaro pubblico (anche se meno rispetto a quello pubbliche), in parte con donazioni private, godono di una certa autonomia gestionale ma sono comunque tenute a mantenere un certo standard rispetto alle scuole pubbliche. Devono cioè realizzare i risultati minimi prefissati dai test standardizzati i cui risultati sono usati non solo per valutare il livello di apprendimento degli alunni, ma anche per giudicare la performance didattica dei singoli docenti e delle scuole per intero (pena rispettivamente il licenziamento e la chiusura totale).
A differenza dei voucher, cui i Democratici tipicamente si oppongono, le charter hanno goduto di un sostegno bipartisan almeno a partire dagli anni novanta. Basti pensare che l’ex presidente Obama le ha definite “incubatori di innovazione nei quartieri di tutto il nostro paese”. Dietro questo sostegno unanime vi è la crescente disaffezione verso le scuole pubbliche, non solo per la scarsa qualità della loro offerta didattica, ma anche per il razzismo strisciante che da sempre le attraversa. Le charter sono state viste anche dai Democratici come uno strumento per dare potere di scelta e voce nell’educazione dei figli a tutti i genitori, inclusi quelli socio-economicamente più svantaggiati e appartenenti a minoranze etniche. Particolarmente efficace nel colmare il divario educativo tra studenti bianchi e di colore è stata considerata la loro flessibilità: in virtù del loro statuto semi-autonomo le charter possono sperimentare nuovi curricula e nuove strategie didattiche o optare per un orario scolastico più lungo, ma anche assumere o licenziare gli insegnanti liberamente, senza i vincoli contrattuali che si applicano alle scuole pubbliche. Anche per via di questo sostegno le charter vanno a gonfie vele: ce ne sono più di 6mila negli Stati Uniti, dalle 2.500 di un decennio fa, ed educano 2,3 milioni di bambini.
Dei risultati delle charter school sul rendimento degli alunni di discute moltissimo. Numerosi studi, per esempio quello prodotto dal Centro di ricerca sui risultati dell’istruzione della Stanford University (Credo)2 sembrano indicare che, per specifiche categorie di studenti, le charter abbiano contribuito a aumentare i punteggi ai test annuali. A beneficiarne sarebbero in particolare gli studenti delle zone urbane ed economicamente depresse del paese. Esattamente il contrario di quanto avverrebbe nei sobborghi abitati dalla middle class bianca, dove le charter realizzano invece punteggi analoghi e spesso inferiori a quelli delle scuole pubbliche.
I dati divergenti sull’efficacia delle charter in termini di risultati ai test mettono in luce una caratteristica fondamentale di queste scuole: esattamente come le scuole pubbliche, le charter riflettono la composizione demografica delle aree e dei quartieri in cui vengono aperte.
Negli Stati Uniti la segregazione abitativa ha infatti un effetto diretto sulla qualità dell’istruzione. Il principio dello school zoning stabilisce infatti che negli Stati Uniti ogni bambino di età compresa tra 5 e 21 anni sia assegnato a una scuola pubblica all’interno di una zona che si basa sull’indirizzo di casa. Si può anche presentare domanda a una scuola esterna al proprio distretto, ma non è detto che si venga accettati e in ogni caso bisognerà pagare alte tasse scolastiche.
Occorre inoltre aggiungere che le scuole pubbliche sono finanziate solo per il 10 per cento dal Governo Federale. Il resto dei soldi proviene dagli Stati e dalle municipalità, e in particolare dalle tasse municipali sulla proprietà immobiliare.
Comprare una casa significa dunque anche comprare l’accesso a una buona scuola pubblica per i figli.
Le scuole pubbliche delle aree suburbane, che usufruiscono di tasse di proprietà immobiliare più elevate dei quartieri urbani, sono solitamente più attrezzate, hanno insegnanti più qualificati e producono una quantità maggiore di studenti di successo. Spesso è vero anche il contrario: dove le scuole pubbliche sono migliori anche il valore del mercato immobiliare tende a salire.
Nell’ultimo decennio, ossia da quando sono stati applicati gli standard di performance, il dibattito sul finanziamento scolastico è cresciuto. Alcuni sostengono che per soddisfare standard più elevati le scuole abbiano necessariamente bisogno di più soldi federali. Altri ribattono che gli aumenti della spesa non sempre si traducono in prestazioni più elevate e che avere più fondi senza lavorare sullo sviluppo professionale dei docenti non porti a rilevanti miglioramenti.
“Progetto per i diritti sociali”
Al di là del dibattito sulla loro qualità, una delle questioni più scottanti è quella degli effetti che la combinazione di segregazione residenziale e finanziamento scolastico ha sulla composizione etnico-razziale delle scuole. Lo ha messo in luce il “Progetto per i diritti sociali”, pubblicato il 26 marzo del 2014 dal dipartimento dell’istruzione all’Ucla3: la società nordamericana, dopo più di un secolo di lotte per i diritti civili, rimane una comunità residenziale e scolasticamente segregata: neri, bianchi e latini abitano in quartieri notevolmente differenti e frequentano scuole segregate. E il proliferare delle scuole charter nel Paese non ha fatto che aumentare questo processo di segregazione.
Il “Progetto per i diritti sociali” indica che a livello nazionale rispetto alle scuole pubbliche le charter hanno una maggiore percentuale di studenti a basso reddito (46% contro 41), neri e latini (27% contro 15% e 26% contro il 22%, rispettivamente). Nelle città, dove si trova la maggior parte delle charter, il 25% delle charter è per oltre il 99% non bianco, rispetto al 10% delle scuole tradizionali. Ma rispetto al triste passato americano, in cui gli Stati più segregazionisti erano quelli del Sud, oggi la segregazione scolastica si concentra negli Stati del Nord-Est. Le scuole pubbliche dello Stato di New York sono le più segregate, e quelle appartenenti al sistema scolastico della città di New York City hanno il tasso più alto di bambini neri e il tasso più basso di rapporto tra studenti neri e bianchi; queste scuole educano un terzo degli studenti neri a New York e metà degli studenti neri a Chicago.
I sostenitori delle charter sostengono che, nonostante l’evidente omogeneità etnica delle charter, non si possa parlare di segregazione razziale per un semplice motivo: per legge i genitori possono sempre scegliere in quale charter iscrivere i figli. Per le scuole private e per le charter non vale infatti il vincolo geografico. In linea teorica nulla impedisce ai genitori di iscrivere i bambini in una scuola lontana da dove vivono, per esempio in una delle periferie frequentata in maggioranza dai bianchi. L’unico limite è il numero dei posti. Se ci sono troppe domande la scuola seleziona gli studenti tramite un processo di selezione casuale, una vera e propria lotteria.
Sempre il “Progetto per i diritti sociali” mette però in dubbio l’esistenza di una vera libera scelta: la possibilità di scegliere, ricorda, presupporrebbe un accesso concreto alle opzioni disponibili. Al contrario, l’accesso delle famiglie al mercato educativo è limitato da una serie di fattori, tra cui l’appartenenza a reti sociali privilegiate, la presenza di barriere linguistiche, lo status socioeconomico e molto più banalmente la capacità dei genitori di trasportare ogni giorno i figli a scuola e di pagare di tasca loro il pasto.
Consideriamo ad esempio il processo di selezione di un allievo all’interno di una scuola charter. I genitori devono sapere quali sono le buone scuole charter ed essere motivati abbastanza per non demordere nel farraginoso processo burocratico. Devono in primo luogo conoscere il programma della scuola, cosa che dipende a sua volta dal fatto che questa abbia condotto attività di sensibilizzazione e pubblicità distribuendo materiali in più lingue. Anche qualora sappiano della presenza di un buon istituto, devono avere a che fare con il complicato processo di candidatura dei figli, spesso attraverso una lotteria ma anche attraverso la somministrazione di test, la presentazione di raccomandazioni da parte di precedenti insegnanti, e sempre più spesso da dichiarazioni di disponibilità da parte dei genitori a partecipare attivamente alla vita scolastica dei figli, per esempio facendo volontariato.
Agli studenti può essere chiesto di presentare uno scritto di 15 pagine, un racconto originale o un saggio scritto a mano su una figura storica a scelta. Ci sono diverse interviste da superare e pagine di domande a cui i genitori devono rispondere, tra cui: come intendi aiutare questa scuola se ammettessimo tuo figlio o tua figlia? Qualora si venisse accettati, infine, in molti Stati il trasporto a scuola e i pasti sono a carico della famiglia, due opzioni chiaramente non disponibili per molti genitori in condizioni socioeconomiche svantaggiate.
Va da sé che, mentre nei quartieri abitati dai bianchi privilegiati si moltiplicano come funghi charter school frequentate da bambini bianchi, i genitori a basso reddito, pur di evitare le scuole pubbliche sotto-finanziate dei quartieri in cui vivono, optino per la charter più vicine a casa. Le charter tendono dunque a essere quasi esclusivamente nere o bianche, al contrario delle scuole pubbliche, che mostrano un livello di diversità etnica basso ma comunque superiore.
Di fatto molte charter della ricca e bianca periferia usano come stratagemma per selezionare i propri studenti proprio i criteri di iscrizione: non solo lunghi moduli disponibili solo poche ore all’anno e stampati solo in inglese, interviste e saggi compilati sia dagli aspiranti studenti che dai genitori, ma anche cartelle cliniche, tessere della Social Security e certificati di nascita dei ragazzi, che per legge non potrebbero essere chiesti.
Al contrario, molte charter che operano in quartieri difficili come Kipp, Yes Prep, Green Dot e Success Academy, utilizzano moduli di domanda semplici che richiedono solo alcune informazioni burocratiche. Nikole Hannah Jones, una reporter che si è molto occupata delle forme attuali di segregazione razziale nelle scuole statunitensi, ha affermato in un bell’articolo apparso sul “New York Times” che gran parte della retorica contemporanea sull’importanza della libera scelta della scuola è in realtà una declinazione degli impulsi razzisti e segregazionisti dei genitori bianchi che cercano modi efficaci e legali per spostare i loro figli dalle scuole pubbliche, frequentate prevalentemente da afroamericani o da latini, in scuole private in teoria aperte a tutti ma in pratica accessibili solo a pochi4.
Il “Progetto per i diritti sociali” raccomandava che i governi federali e statali spingessero verso la diversificazione razziale delle scuole charter. L’amministrazione Obama e alcuni stati hanno ad esempio creato programmi per promuovere la diversità razziale ed etnica nelle scuole charter fissando alcune quote. I provvedimenti, applicati in modo non uniforme, hanno destato non poche perplessità. Per molti infatti la vera questione dei diritti civili non è tanto l’omogeneità etnico-razziale all’interno delle classi, quanto il fatto che i bambini più vulnerabili siano intrappolati in scuole pubbliche che non funzionano. Si dovrebbe negare agli studenti neri un’alternativa a meno che non ci siano abbastanza bianchi che vogliano frequentare la stessa scuola del centro città?
“Cari colleghi”
Betsy DeVos è accusata da una fetta crescente dell’opinione pubblica di non avere alcuna chiara posizione in merito alla questione delle conseguenze che il sistema di privatizzazione sregolata di cui è ambasciatrice ha sulle fasce di popolazione più povere e marginalizzate, in particolare sulle minoranze. Lei stessa del resto sembra esplicitamente non riconoscere la questione razziale come un problema politico significativo.
In linea con gli attuali sforzi dell’amministrazione per annullare il lavoro dell’amministrazione Obama, DeVos ha innanzitutto incaricato il Dipartimento dell’istruzione di rivedere l’iniziativa intrapresa da Obama per rendere l’equità razziale una priorità assoluta all’interno della disciplina scolastica.
Un corpus di ricerche ormai piuttosto solido ha mostrato infatti che, in situazioni simili e per le stesse infrazioni, gli studenti appartenenti a minoranze etniche hanno più probabilità di essere sgridati e puniti rispetto a quelli bianchi. Gli alunni neri, ad esempio, sono sospesi 3,8 più di quelli bianchi. Una discrepanza statistica che ha risultati concreti: i ragazzi sospesi tendenzialmente non riescono a diplomarsi in tempo e sono più inclini a essere intrappolati tra le maglie del sistema giudiziario minorile per comportamenti anomali a scuola. Un meccanismo vizioso conosciuto come “tunnel scuola-prigione” che nel 2014, il Ministero dell’educazione e della giustizia della presidenza Obama ha cercato di affrontare attraverso una direttiva nota come la direttiva Cari Colleghi (Dear Colleague Letter on the Nondiscriminatory Administration of School Discipline)5.
Vi si affermava che la gestione della disciplina studentesca può portare a discriminazioni razziali illecite in due modi: 1) quando uno studente è sottoposto a trattamenti diversi in base alla sua appartenenza razziale; e, più comunemente, 2) quando una politica è apparentemente neutra, che cioè non menziona la razza ed è amministrata in modo imparziale ha tuttavia un “impatto sproporzionato” sugli studenti di una particolare razza.
Cari colleghi consigliava alle scuole di monitorare attentamente che il personale scolastico fosse adeguatamente formato per gestire la disciplina in modo non discriminatorio. Il presupposto che emerge chiaramente dalla direttiva è la convinzione che vi sia il rischio che gli studenti appartenenti alle minoranze siano maggiormente puniti, spesso inconsapevolmente, a causa di pregiudizi culturali. Lo ha più volte ribadito Arne Duncan, responsabile per le attività studentesche sino agli inizi del 2016: “La verità innegabile è che l’esperienza quotidiana dell’insegnamento viola nei confronti di numerosi allievi di colore il principio di eguaglianza, che è al centro della promessa americana. È il comportamento degli adulti che deve cambiare. Esso deve essere rimesso in discussione ogni giorno”.
Valeria Silva, dal 2009 sovrintendente delle scuole pubbliche di Saint Paul (Minnesota), è stata una pioniera appassionata dei tentativi dal basso, portati avanti dall’alto dell’amministrazione Obama, di favorire l’uguaglianza razziale nella disciplina scolastica. Nel 2011 ha reso l’uguaglianza nella disciplina un elemento centrale del suo piano programmatico: “Scuole forti, comunità forti”.
In termini demografici le scolaresche di Saint Paul sono composte circa per il 32% da asiatici, per il 30% da neri, per il 22% da bianchi, per il 14% da ispanici e per il 2% da caucasici. Nel 2009 e nel 2010 il 15% degli scolari neri del distretto erano stati sospesi 5 volte più degli scolari bianchi e circa 15 volte di più degli scolari asiatici. Silva ha sostenuto che, seguendo il principio di uguaglianza, la popolazione scolastica nera non avrebbe dovuto essere sospesa da scuola più di 2 volte tanto rispetto a quella di origine asiatica (il gruppo con il tasso di sospensioni più basso). Ha quindi reclutato un “consulente sulle diversità” per obbligare il personale della scuola di Saint Paul, dai presidi, ai bidelli agli autisti di bus, a confrontarsi con la loro intolleranza e a raggiungere una certa “competenza culturale” nel loro lavoro quotidiano con gli studenti. In questo sforzo teso a ridurre l’espulsione disciplinare dei neri e di uscire dal tunnel che porta dalla scuola alla prigione, ha inoltre bandito le punizioni per cattiva condotta degli allievi e adottato un nuovo protocollo di collaborazione tra scuola e polizia che classificava le infrazioni degli allievi in 5 livelli, chiedendo alle scuole di denunciare di loro propria iniziativa solo le infrazioni peggiori come l’incendio doloso, le aggressioni gravi, la violenza sessuale, il possesso di droga.
Parallelamente, Silva ha attuato un piano di Positive Behavior Interventions and Supports (Interventi e sostegni per un comportamento positivo), un programma di modifiche comportamentali anti sospensione che si concentra sulla discussione e la mediazione.
Il modello Silva è stato aspramente criticato dai Repubblicani. Il 5 marzo il senatore Marco Rubio, repubblicano della Florida, ha inviato a DeVos e al procuratore generale Jeff Sessions una lettera sulla sparatoria di massa alla Marjory Stoneman Douglas High School, a Parkland, Florida, una delle 19 verificatesi solo dall’inizio del 2018.
Rubio ha accusato la direttiva Cari Colleghi e il “modello Silva” di aver contribuito a fare sì che il sospetto killer di Parkland, Nikolas Cruz, non sia stato segnalato alla polizia. Rubio ha inoltre chiesto a DeVos, nel frattempo messa da Trump alla guida del nuovo comitato volto a trovare soluzioni per ridurre la violenza nelle scuola, di rivedere del tutto le riforme del tunnel “scuola-prigione”.
DeVos non sta solo pensando di porre fine alle politiche di Obama che hanno cercato di riconoscere il ruolo della appartenenza razziale all’interno del sistema scolastico americano. Durante 60 seconds si è candidamente rifiutata di ammettere che la razza giochi un ruolo nella gestione della disciplina scolastica. Alla domanda dell’intervistatrice di commentare i tassi di sospensione da scuola etnicamente sproporzionati si è limitata a rispondere: “è una questione che stiamo ancora cercando di capire. E ci stiamo impegnando per far sì che gli studenti possano apprendere in ambienti sicuri e stimolanti. E quando dico tutti intendo tutti”.
Senza possibilità di scelta
La stessa mancanza di considerazione del problema razziale aveva portato DeVos a definire le università e i college storicamente neri (i cosiddetti Hbcu, Historically Black Colleges and Universities), “pionieri della libertà di scelta scolastica”, “la prova vivente che quando vengono fornite più opzioni agli studenti, viene offerta loro anche una maggiore qualità educativa”. Una dichiarazione che ha suscitato l’indignazione collettiva, tanto che nel 2017, invitata a tenere il discorso di inizio dell’anno scolastico alla Bethune-Cookman University (un’università storicamente nera), è stata sommersa dai fischi degli studenti, che si sono alzati voltandole le spalle.
DeVos aveva del tutto omesso il fatto che i college storicamente neri affondano le lori radici nella segregazione razziale. Furono infatti creati dopo la Guerra di secessione (1861-1865) in risposta al principio “uguali e separati”: ristoranti per soli bianchi, cinema per soli neri e naturalmente scuole segregate. Non tanto, quindi, il frutto di una libera scelta, quanto una magra alternativa al non studiare del tutto. Se voleva ricevere un’istruzione universitaria, un nero doveva per forza iscriversi in un ateneo per soli neri.
La dichiarazione di DeVos sui college neri è per altro arrivata esattamente nel momento in cui Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per trasferire i programmi sui college storicamente neri, che sin dal 1980 erano stati stabiliti dal Dipartimento della pubblica istruzione, alla Casa Bianca, e in particolare a un funzionario che farà capo a un alto consigliere del Presidente. Nonostante durante la campagna presidenziale Trump abbia più volte fatto riferimento a un “New Deal for Black America”, promettendo di non tagliare i fondi federali ai college storicamente neri a fronte di un calo del 13,5% della spesa complessiva nell’educazione, oggi molti college storicamente neri sono in gravi difficoltà finanziarie. Il St. Paul’s College, in Virginia, è stato chiuso nel 2013. La Fisk University ha dovuto svendere parte della sua pregiata collezione Alfred Stieglitz per evitare la stessa sorte. I loro presidi e amministratori si sono abituati a cercare denaro dove possono, indipendentemente da chi è seduto nello Studio Ovale. Come ha ben sintetizzato Marybeth Gasman, professore all’Università della Pennsylvania e studiosa dei college storicamente neri, “parliamo di college che, giocoforza, hanno sempre lavorato con tutte le Amministrazioni, e questo perché, al di là della retorica sulla libera scelta che tanto entusiasma DeVos, gli afro-americani non hanno mai avuto e in fondo continuano oggi a non avere davvero scelta”.
Note
1http://bit.ly/devos-1
2http://bit.ly/charter-2
3http://bit.ly/ucla-3
3http://bit.ly/segregate-4
4http://bit.ly/letter-5
Questo articolo è stato pubblicato sul numero 53 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per non perderti i prossimi numeri della rivista.

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