mercoledì 12 settembre 2018

Il giuramento di fedeltà dei docenti – La scuola come panopticum - Giovanni Carosotti (Parte II)





Il portfolio delle competenze acquisite da ogni docente sarà infatti valutato sulla base di alcuni standard destinati a configurare la professione docente, e che avranno valore di vincolo giuridico: un dispositivo concepito per sorvegliare e punire il libero lavoro dei docenti: formazione obbligatoria, nessuna possibile libera scelta in ambito metodologico e didattico, falsa collegialità, ovvero asservimento della collegialità a decisioni prese da un gruppo ristretto autoproclamatosi esperto di didattica. Manca però ancora un passo, definitivo. La scuola non è facile da addomesticare. Anche il fascismo non ci riuscì del tutto. Nulla di meglio allora che concepire un «Patto professionale», un vero e proprio contratto con valore giuridico, la cui sottoscrizione si vorrebbe obbligatoria al momento dell’immissione in ruolo e a seguito dei cambiamenti strutturali, ovvero un trasferimento, magari causato da motivi di dimensionamento. Un patto che obbligherà il docente a insegnare esclusivamente secondo i criteri previsti dai corsi di formazione permanente; l’obbligo assoluto, dunque, a praticare la didattica per competenze e a superare la didattica disciplinare. Il tono ricorda quello dei testi di epoca controriformista; se non fosse per la sostituzione della terza persona singolare con la prima, si tratta di un atto di fede e di sottomissione non diverso da quello indicato nella Profissio fidei tridentina. In ogni caso, siamo lontanissimi dalla “libertà d’insegnamento” garantita dalla Costituzione e, se tale trasformazione dovesse attuarsi, bisognerà ricorrere a contenziosi giuridici per difendere non solo la scuola e la libertà d’insegnamento, ma la stessa natura democratica della società italiana.
Pubblichiamo la seconda e ultima parte del commento a un recente documento pubblicato dal MIUR, intitolato Sviluppo professionale e qualità della formazione in servizio.
«Sorvegliare e punire»
            Il documento auspica che le competenze rivestano un ruolo importante nella progressività della carriera dei docenti. Il portfolio delle competenze acquisite da ogni docente sarà infatti valutato sulla base di alcuni standard destinati a configurare la professione docente, e che avranno valore di vincolo giuridico, come esplicitato nel documento stesso[1].  Il lettore può facilmente immaginare quali siano i contenuti di questi standard destinati a costituire i parametri di giudizio “oggettivi” per la carriera. E’ interessante che tali standard non siano stati proposti dagli estensori del documento ai docenti, e con loro discussi, bensì a non meglio identificati «decisori politico amministrativi»[2].
Un altro aspetto che risulta inquietante, è la volontà di legittimare l’obbligo di tale trasformazione professionale con motivazioni di ordine morale; per cui la riconfigurazione del docente in «operatore» sarebbe addirittura una questione «deontologica»[3]. La deontologia non si traduce tanto nel rapporto docente-studente, quanto nella volontà ferrea da parte del docente di soddisfare le richieste che a lui vengono rivolte nell’ambito della formazione obbligatoria. Il percorso auspicato, che è dovere di ogni docente rispettare, si configurerebbe nel seguente modo, che sarebbe poi alla base dei tre livelli professionali suggeriti, e gerarchicamente disposti: 1) una «competenza di base», rispetto alla quale il docente dovrà  essere «in progressione verso gli standard attesi»; da chi «attesi» non viene precisato; ma è chiaro che la questione della legittimità di una simile imposizione per la progressione carriera sta tutta nei principi non fondati su cui si regge l’intero sistema. 2. Le «competenze di base, cioè padronanza sicura, consolidata, consapevole (ad es. il docente che ispira i propri comportamenti professionali agli standard attesi)». Particolarmente significativa la frase tra parentesi, che identifica la possibilità di progressione di carriera con la condivisione acritica e servile di standard  decisi da altri. 3. La « competenza “esperta”, quindi padronanza matura e accreditata del sapere professionale (ad es. un docente, che sa mettere a disposizione dei colleghi e dell’organizzazione cui appartiene le proprie competenze, svolgendo funzioni di “mentor”)»[4], laddove è chiara la funzione di controllo e di direzione nei confronti degli altri colleghi, affinché si adeguino alla prassi richiesta dall’alto.
Ovviamente, tali «comportamenti attesi» coincidono con gli standard presentati nel documento. Vediamone alcuni: la «cura del proprio sé professionale»[5] che, come abbiamo visto, corrisponde all’avvenuta sottomissione del docente, ormai operatore e non più padrone delle sue decisioni didattiche; «costruire il proprio diario di apprendimento (o portfolio digitale) come strumento per l’autovalutazione e la metacognizione»[6];  e un altro, a nostro parere particolarmente rivelativo, ovvero la disponibilità « a incorporare idee e metodi sviluppati da altri professionisti del mondo dell’educazione, per supportare i loro obiettivi didattici e il miglioramento delle loro pratiche, acquisendo competenze utili all’organizzazione scolastica»[7]; il trionfo corporativo dei pedagogisti, ormai padroni della scuola, ad onta dei fallimenti continui delle loro teorie e anche delle forti critiche cui il loro lavoro è sottoposto.
Il patto formativo: un giuramento di fedeltà
Non voglio stancare ulteriormente chi sta leggendo. Il documento risulta inutilmente ripetitivo, e tali affermazioni preoccupanti, spesso comunicate con un tono eufemistico volto a stravolgere il significato autoritario in una apparenza libertaria,  proseguono sugli stessi toni. Penso sia chiaro come il dispositivo sia stato concepito per sorvegliare e punire il libero lavoro dei docenti: formazione obbligatoria, nessuna possibile libera scelta in ambito metodologico e didattico, falsa collegialità, ovvero asservimento della collegialità a decisioni prese da un gruppo ristretto autoproclamatosi esperto di didattica. Pubblicazione di questi documenti organizzati e loro valutazione sulla base di standard, in modo da rendere pubblica la posizione gerarchica dei diversi docenti.
Manca però ancora un passo, definitivo. Ammettiamo infatti che tale disegno distopico si realizzi. La scuola è un’istituzione importante, fondata sul pluralismo, la libertà della parola e del confronto dialogico. Non è facile da addomesticare. Anche il fascismo non ci riuscì del tutto. E le recenti analisi di alcuni sostenitori della didattica per competenze confermano questo quadro. Tenace rimane la volontà dei docenti di persistere in metodi d’insegnamento fondati sulla valorizzazione della cultura, per stimolare un vero sapere critico negli alunni, obiettivo formativo la cui importanza sempre più viene riconosciuta dalle stesse famiglie, le quali constatano come la destrutturazione della scuola verificatasi in questo anni abbia spesso impoverito spesso il potenziale intellettuale dei loro giovani. Famiglie disposte a riconoscere con onestà l’importanza del lavoro docente, e la maggiore rilevanza di questo rispetto ad ogni formalizzazione metodologica. È merito di molti docenti, in questi anni, avere convinto le famiglie su quali siano le prospettive d’insegnamento più rilevanti per i loro figli[8].
Nulla di meglio allora che concepire  un «Patto professionale», un vero e proprio contratto con valore giuridico, che obbligherà il docente a insegnare esclusivamente secondo i criteri previsti dai corsi di formazione permanente. Tali patti formativi indicheranno «i passaggi formativi che il docente dovrà praticare per poter assolvere al meglio quanto dichiarato nel patto professionale» e, guarda caso, «scandiscono le modalità attraverso le quali il docente sviluppa le proprie competenze in relazione alla propria attività “in situazione”»[9]; l’obbligo assoluto, dunque, a praticare la didattica per competenze e a superare la didattica disciplinare. Come accadeva in altri documenti del MIUR, l’intento impositivo, qui esplicitato dal verbo «deve», diventa sempre più chiaro e non mascherato mano a mano che si procede nella lettura, al di là di alcune affermazioni retoriche in senso contrario nella parte iniziale[10].
Riporto il testo integrale, che dovrebbe riassumere i contenuti del Patto, la cui sottoscrizione si vorrebbe obbligatoria al momento dell’immissione in ruolo e a seguito dei cambiamenti strutturali, ovvero un trasferimento, magari causato da motivi di dimensionamento. Una politica concepita per liberare la scuola da quei docenti “contrastivi” che non si rassegnano a tale  involuzione autoritaria dell’insegnamento in Italia. Il tono ricorda quello dei testi di epoca controriformista; se non fosse per la sostituzione della terza persona singolare con la prima, si tratta di un atto di fede e di sottomissione non diverso da quello indicato nella Profissio fidei tridentina. In ogni caso, siamo lontanissimi dalla “libertà d’insegnamento” garantita dalla Costituzione e, se tale trasformazione dovesse attuarsi, bisognerà ricorrere a contenziosi giuridici per difendere non solo la scuola e la libertà d’insegnamento, ma la stessa natura democratica della società italiana.
Il docente riconosce gli obiettivi formativi della scuola e cerca di corrispondere ai bisogni condivisi, completando ed arricchendo il proprio bagaglio di competenze. Il dirigente mette a disposizione strumenti, risorse ed opportunità affinché il docente possa soddisfare le aspettative del patto. Il docente descrive i compiti che intende privilegiare insieme alle modalità operative che intende utilizzare per raggiungere gli obiettivi formativi della scuola e per migliorare nel contempo la propria professionalità. Il documento costituisce, quindi, per il docente, un impegno nei confronti della scuola, della comunità professionale e sociale. Il patto professionale può riportare i compiti del docente e della scuola declinati in più dimensioni intorno a differenti categorie e correlabili con l’impegno e con le specifiche responsabilità. Per esempio: 1. impegno sulla didattica (guarda all’impegno del docente su specifici aspetti dell’insegnamento, sulla capacità di intraprendere percorsi di innovazione, sulla propensione a sperimentare nuove strategie in modo metodico); 2. investimento di tempo con gli studenti (l’impegno del docente viene visto come un investimento di tempo dedicato al contatto con gli studenti rispetto a quello previsto dall’orario scolastico), con un occhio attento alle loro esigenze personali e di studio; 4. Ricaduta sulla comunità professionale (l’impegno alla diffusione di conoscenze, attitudini, valori e comportamenti); 5. Sviluppo di comunità di pratiche (l’impegno ad essere proattivi nel definire e orientare il proprio sviluppo professionale, a condividere, imparare e mettere alla prova i propri saperi nella comunità); 6. Attenzione alla comunità scolastica (il docente sa che la responsabilità di educatore va oltre le mura della classe; si impegna a coinvolgere i diversi attori cui la scuola fa da interlocutore)[11].
[1] Ibid., pag.15: «A conclusione del documento il gruppo ha prefigurato eventuali ipotesi per esigere e riconoscere sul piano giuridico un più ricco e impegnativo profilo professionale del docente, così come risultante dagli standard».
[2] Null’altro viene precisato nel testo. Se ne ricava una strana impressione: da una parte si è rimandati a chissà quale autorevolezza di un’immaginaria élite scientifica, dall’altra il tono sembra quasi intimidatorio nei confronti del docente sprovveduto, non informato sugli ultimi progressi della scienza cognitivista.
[3] Cfr. Ibid., pag.11: «Il gruppo ritiene opportuno considerare l’area “valoriale” (i comportamenti, le scelte deontologiche, i codici professionali, i “valori in gioco”) come una dimensione da trattare in modo diverso dalle precedenti dimensioni (per le quali si andrà ad una specifica individuazione di standard attesi e di indicatori descrittivi)».
[4] Ibid., pag.12.
[5] Ibid., pag.22.
[6] Ibid.
[7] Ibid.
[8] Questa presa di distanza da parte delle famiglie, che avrebbero dovuto rimanere attratte dalla promessa di più inglese e più didattica digitale, è stata riconosciuta significativamente anche nel testo della Fondazione Agnelli. Ovviamente, secondo l’interpretazione che ne viene data, l’ostilità dei docenti sarebbe dovuta a «contestazioni ideologiche […] ragioni emotive […] pregiudizio nostalgico», quella dei genitori «a disinformazione e fraintendimento». Cfr. Fondazione Agnelli, Le competenze, cit., pag.162.
[9] Ibid., pag.39.
[10] Una retorica che si trova in tutti i documenti del MIUR, non ultimo il recente Sillabo dedicato alla filosofia.
[11] Ibid., pag.39.


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