Visualizzazione post con etichetta leparoleelecose. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta leparoleelecose. Mostra tutti i post

lunedì 25 maggio 2026

José Saramago, la Palestina e il dovere etico della parola

di Barbara Gori


«José Saramago (1922-2010, premio Nobel per la letteratura 1998) vive e continua a parlare con forza a tutti noi, e in particolare ai più giovani. L’ho percepito chiaramente nelle letture dei suoi passi che gli studenti di portoghese dell’Università di Padova hanno realizzato il 5 maggio ultimo scorso durante l’incontro con sua figlia Violante. E l’avevo percepito ai primi di gennaio, alla Fondazione Saramago di Lisbona, quando un amico mi segnalò l’esistenza di un opuscolo che l’Associazione dei Giornalisti e Uomini di Lettere di Porto aveva pubblicato nel 2022, l’anno del suo centenario. S’intitolava A Palestina segundo Saramago e raccoglieva gli scritti del Nobel portoghese sul tema di Gaza. Confesso che fino a quel momento avevo ignorato che Saramago si fosse speso accoratamente già dalla fine del secolo scorso anche su quel versante. Leggerlo in aereo, durante il viaggio di ritorno in Italia, e scoprire che aveva denunciato con tanta forza, insieme a molti scrittori tra cui l’amico Mahmud Darwich, le atrocità perpetrate da Israele sul popolo palestinese già molto prima del conflitto attuale, confermò e, se possibile, accrebbe, l’immagine che avevo del suo impegno civile, etico prima ancora che politico, di cittadino del mondo; e mi resi conto che quella tragedia era diventata la dimostrazione più clamorosa della nostra “cecità” e del nostro dovere di aprire gli occhi: “La Palestina è come Auschwitz”; dichiarava nel 2002 senza mezzi termini – “gli ebrei che furono sacrificati nelle camere a gas forse si vergognerebbero se venissero a sapere come si stanno comportando i loro discendenti in Palestina.” Oggi quel dovere si  è fatto ancora più urgente. Lo dimostrano quei giovani che hanno rilanciato il suo messaggio proprio sul mare, l’elemento in cui prese il largo la sua “zattera di pietra”, caricando di utopia, oltre che di aiuti umanitari, quelle flotillas che, incubo di Israele e dei nostri governi, continuano a navigare alla volta di Gaza».

 

È con queste parole, sentite e partecipate, scritte il 10 maggio 2026, che l’ispanista Donatella Pini ha commentato la Giornata Internazionale della Lingua Portoghese celebrata a Padova quest’anno insieme alla figlia di José Saramago, Violante Saramago Matos.

 

Donatella Pini ha ragione. C’è qualcosa di sorprendente nel rileggere oggi i testi che José Saramago ha dedicato alla questione palestinese perché la percezione che si ha non è quella di trovarsi di fronte a pagine scritte più di venti anni fa, ma esattamente il contrario. La sensazione netta, quasi fisica, che si prova è quella che siano parole scritte oggi. Che descrivano non fatti risalenti al 2002 o al 2008, ma avvenimenti accaduti nel 2024 o nel 2025. Che parlino non della seconda Intifada o dell’operazione “Piombo Fuso”, ma dei morti e delle macerie di Gaza che ogni giorno vediamo sui nostri schermi.

 

Rileggere Saramago oggi significa fare i conti con una domanda scomoda: cosa è cambiato da quando il Nobel portoghese per la letteratura, con la sua voce testimoniale, sempre radicale e intransigente e al contempo solidale e compassionevole, si appellava alla militanza civica di ciascuno di noi, esortandoci a prendere l’iniziativa e a rivendicare «il pieno adempimento dei nostri doveri» di cittadini con la stessa veemenza e con la stessa forza con cui rivendichiamo «i nostri diritti»?[1] O più propriamente: cosa non è cambiato, né nella realtà dei fatti, né nella risposta che l’Europa, i suoi cittadini e i suoi intellettuali sono stati capaci di dare?

 

Da quando, nell’ottobre del 2023, l’esercito israeliano ha avviato la sua offensiva su Gaza in risposta all’attacco di Hamas del 7 ottobre, il dibattito pubblico in Europa si è spaccato in modo spesso caotico e doloroso. Anche chi si è sempre riconosciuto nei valori dei diritti umani e dell’antifascismo ha faticato a trovare le parole, intrappolato tra la condanna del terrorismo e il timore di essere accusato di antisemitismo.[2] Molti intellettuali hanno taciuto o hanno parlato con una cautela che a volte ha rasentato l’irrilevanza. Altri hanno scelto posizioni nette, pagandone il prezzo in termini di isolamento e di polemiche. Nel mezzo, decine di migliaia di civili palestinesi, in buona parte donne e bambini, hanno perso la vita. E i termini genocidio, apartheid, neocolonialismo, occupazione, crimini contro l’umanità sono tornati a circolare, ma faticosamente e tra enormi resistenze, come da sempre accade quando in ballo c’è l’“unica democrazia del Medio Oriente”.

 

Il Nobel portoghese invece, già vent’anni fa, non ha avuto nessuna esitazione né remora a usare queste parole, facendosi portavoce, nel modo intransigente e rigoroso che lo contraddistingue, di quell’umanesimo radicale fondato sull’universalità della dignità umana e su quell’etica dell’indignazione contro ogni forma di disumanizzazione che permeano l’intera sua opera, nella convinzione, mai negoziabile, che i diritti umani[3] non possono essere applicati in modo selettivo e che quindi nessuna religione, nessuna storia e nessun trauma, per quanto atroce, possono autorizzare eccezioni morali.

 

È in chiave di questo universalismo etico che rifiuta ogni gerarchia tra le vittime che deve quindi essere letto il controverso articolo Israele e Palestina. Dalle pietre di Davide ai carri armati di Golia, pubblicato il 21 aprile 2002 sul quotidiano spagnolo El País, nel quale, in un momento in cui la paura delle etichette sembrava sterilizzare il dibattito, la franchezza linguistica di Saramago appare come qualcosa di raro e davvero prezioso:

 

Intossicati dall’idea messianica di un Grande Israele che realizzi finalmente i sogni espansionistici del sionismo più radicale; contaminati dalla mostruosa e radicata “certezza” che in questo catastrofico e assurdo mondo esiste un popolo eletto da Dio e che, pertanto, sono automaticamente giustificate e autorizzate, anche in nome degli orrori del passato e delle paure di oggi, tutte le loro azioni derivanti da un razzismo ossessivo, psicologicamente patologicamente esclusivista; educati e allenati nell’idea che qualsiasi sofferenza abbiano inflitto, infliggano o infliggeranno agli altri, e in particolare ai palestinesi, sarà sempre molto al di sotto di quelle che essi hanno patito nell’Olocausto, gli ebrei scorticano senza sosta la loro ferita perché non cessi di sanguinare, per renderla incurabile, e la mostrano al mondo come se si trattasse di una bandiera. Israele ha fatto sue le terribili parole di Geova nel Deuteronomio: “Mia è la vendetta, e io ripagherò i miei nemici”. Israele vuole farci sentire colpevoli, tutti, direttamente o indirettamente, degli orrori dell’Olocausto, Israele vuole che rinunciamo al più elementare giudizio critico e ci trasformiamo in docile eco della sua volontà, Israele vuole che riconosciamo de jure quel che per lui è già un esercizio de facto: l’assoluta impunità. Dal punto di vista degli ebrei, Israele non potrà mai essere sottoposto a giudizio, una volta che è stato torturato, gassato e bruciato ad Auschwitz. Mi chiedo se quegli ebrei che sono morti nei campi di concentramento nazisti, quegli ebrei che sono stati trucidati nei pogrom, quegli ebrei che sono marciti nei ghetti, mi chiedo se questa immensa moltitudine di infelici non proverebbe vergogna per le infami azioni che i loro discendenti stanno commettendo. Mi chiedo se il fatto di aver tanto sofferto non sarebbe il miglior motivo per non far soffrire gli altri.[4]

 

In questa autorevole battaglia in nome della difesa dell’uso etico della parola affinché siano restituiti significato e realtà a persone e cose e contro il linguaggio dogmatico e ufficiale mirato al livellamento con le sue false etichette – comode, consensuali e rassicuranti – che semplificano il mondo invece di restituirlo in tutta la sua complessità, è fondamentale l’intervista che Saramago rilascia a Jose Vericat, collaboratore della BBC, al termine di un viaggio nei territori palestinesi compiuto nel 2002 assieme ad altri intellettuali,[5] organizzato dal Parlamento Internazionale degli Scrittori per portare la loro solidarietà agli scrittori, ai poeti, ai drammaturghi palestinesi. Alla domanda su quale fosse la sua posizione rispetto al conflitto israelo-palestinese, Saramago rispose con una attenzione e una precisione terminologica che è già, in sé, un’argomentazione: «questo non è un conflitto. Potremmo definirlo un conflitto se ci fossero due paesi, con un confine e due Stati, ciascuno con un proprio esercito. Qui si tratta di una cosa completamente diversa: di apartheid».[6] Nel 2002, la parola apartheid non era di uso comune per descrivere la situazione nei territori palestinesi occupati. Era usata da alcuni intellettuali, da alcune organizzazioni palestinesi, ma nella cultura mainstream occidentale era ancora considerata eccessiva, provocatoria, inappropriata. Oggi, dopo i rapporti di Amnesty International, di Human Rights Watch, dopo la posizione della stessa organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, questa parola è entrata nel vocabolario anche di coloro non possono essere tacciati di partigianeria. Saramago la usava già vent’anni fa, con la stessa naturalezza con cui si descrive una realtà evidente: «Non è una specie di apartheid, è proprio un apartheid e su questo può avere dubbi solo chi non è mai stato qui».[7] Perché il punto fondamentale della questione per Saramago non è che «gli israeliani sono dei demoni e i palestinesi degli angeli: ci sono angeli e demoni da una parte e dall’altra», quanto piuttosto «quello che succede, la situazione politica, la situazione di guerra che si è creata, che ha portato all’occupazione militare di praticamente tutto il territorio palestinese, all’isolamento di tutti i villaggi e le città palestinesi e all’impossibilità di circolare nel proprio territorio. Se non è apartheid questo, come lo dovremmo chiamare?».[8]

 

Questa analisi e cura della parola come campo di battaglia etico-politica — la consapevolezza che scegliere le parole significa scegliere da che parte stare — è forse il contributo più duraturo che Saramago dà al dibattito sulla questione palestinese. La sua immancabile disponibilità ad esporsi, la sua fattiva dedizione, il suo costante impegno e la sua partecipazione attiva volti a rafforzare il movimento mirato a consolidare la solidarietà con la causa del popolo palestinese[9] risuona oggi con ancora maggiore forza, in un momento in cui assistiamo, di nuovo, a un’acrobazia semantica collettiva: si discute se usare la parola “genocidio”, se il diritto all’autodifesa abbia o meno dei limiti, se il numero dei morti civili costituisca o meno una proporzione accettabile. Saramago non avrebbe avuto dubbi, chiedendo, come chiese l’11 gennaio 2009, che «irrompa l’indignazione per il genocidio, lento ma sistematico, che Israele ha operato sul martoriato popolo palestinese. E che queste voci, udite in tutta Europa, arrivino anche alla Striscia di Gaza e a tutta la Cisgiordania. Non si aspettano meno da noi coloro che da quelle parti soffrono ogni giorno e ogni notte. Interminabilmente».[10] Parole ancora una volta forti, univoche, prive di qualsiasi forma di ipocrisia tollerante che lo portarono a essere accusato di antisemitismo – accusa sempre rispedita al mittente – e a veder boicottati i suoi romanzi nelle librerie di Tel Aviv. Per tutta risposta, Saramago commentò, definendole azioni scontate e prevedibili in «persone che non sopportano che si dica loro la verità»[11] e aggiungendo, con quell’ironia acuta che gli è congeniale, che forse si trattava di «un primo passo, che può portare a un secondo passo, ovvero bruciarli in piazza pubblica. Tutto può succedere».[12] Un pessimismo espresso più volte perché convinto che «in realtà il governo israeliano non vuole la pace. Vuole una pace che gli sia conveniente, non una pace giusta che tenga conto del diritto del popolo palestinese ad avere una propria vita. Sono completamente scettico riguardo al successo di qualsiasi piano».[13]

 

E sempre in termini di attualità, vale la pena di rileggere un suo testo datato 12 gennaio 2009 che si intitola Immaginiamo nel quale Saramago invita il lettore a immaginare di trovarsi negli anni Trenta, quando i nazisti iniziarono la loro caccia agli ebrei, con il popolo tedesco che scende in piazza, in grandiose manifestazioni che sarebbero rimaste nella Storia, per esigere dal suo governo la fine della persecuzione e la promulgazione di leggi che proteggessero ogni minoranza di sorta, quale che fosse, di ebrei, di comunisti, di zingari o di omosessuali. Proviamo a immaginare, ci esorta Saramago, che, a sostegno di questa degna e coraggiosa azione di uomini e donne del paese di Goethe, i popoli d’Europa sfilassero per le vie e le piazze delle loro città, unendo le loro voci al coro di proteste sollevate a Berlino, a Monaco, a Colonia, a Francoforte. Sappiamo che nulla di tutto questo è accaduto né sarebbe potuto accadere. Sappiamo che, «per indifferenza, apatia, per complicità tattica o manifesta con Hitler, il popolo tedesco, salvo qualche rarissima eccezione, non fece un passo, non fece un gesto, non disse una parola per salvare coloro che sarebbero stati carne da campo di concentramento e da forno crematorio, e, nel resto d’Europa, per una ragione o per l’altra (ad esempio, i nascenti fascismi), una dichiarata connivenza con i carnefici nazisti avrebbe disciplinato o punito qualsiasi velleità di protesta».[14] Ma, e qui sta la questione che dovrebbe fare la differenza:

 

Oggi è diverso. Abbiamo libertà di espressione, libertà di manifestazione, e non so quante altre libertà. Possiamo scendere in piazza a migliaia o a milioni e la nostra sicurezza sarà sempre garantita dalle costituzioni che ci governano, possiamo pretendere la fine delle sofferenze di Gaza o la restituzione al popolo palestinese della sua sovranità e il risarcimento dei danni morali e materiali sofferti durante sessant’anni, senza peggiori conseguenze che gli insulti e le provocazioni della propaganda israeliana. Le supposte manifestazioni degli anni trenta sarebbero state represse con violenza, in qualche caso con ferocia, le nostre, tutt’al più, conteranno sull’indulgenza dei mezzi di comunicazione sociale ed entreranno subito in azione i meccanismi dell’oblio. Il nazismo tedesco non avrebbe fatto un passo indietro e tutto sarebbe stato uguale a quel che fu e che la Storia ha registrato. A sua volta, l’esercito israeliano, quello che il filosofo Yeshayahu Leibowitz, nel 1982, accusò di avere una mentalità “giudeo-nazista”, applica fedelmente, eseguendo gli ordini dei suoi successivi governi e comandi, le dottrine genocide di coloro che torturarono, gassarono e bruciarono i suoi antenati. Si può dire che per certi aspetti i discepoli hanno superato i maestri.[15]

 

Di nuovo parole esplicite e deliberate attraverso le quali Saramago veicola principi importanti, a partire dall’evocazione di quel “sentimento di Auschwitz” che provocò un’enorme reazione da parte di molti intellettuali, giornalisti e rappresentanti delle comunità ebraiche che considerarono quel paragone inaccettabile, accusando Saramago di banalizzare la Shoah e di stabilire un’equivalenza impropria tra il genocidio nazista e la politica dello Stato israeliano. Per i suoi critici, il richiamo ad Auschwitz superava il limite della denuncia politica e rischiava di trasformarsi in una deformazione storica. Anche in questo caso, la risposta di Saramago arrivò, puntuale, precisa e inequivocabile ed eliminò la possibilità di qualsiasi fraintendimento, riportando al centro la questione della condizione di disumanizzazione e di segregazione che il popolo palestinese stava vivendo, denunciando un sistema politico e militare strutturalmente oppressivo e riassestando così il discorso dal piano della memoria storica a quello della responsabilità morale presente e collettiva:

 

Certo, non ci sono camere a gas per sterminare i palestinesi, ma la situazione in cui si trova il popolo palestinese è una situazione da campo di concentramento: nessuno può uscire dai propri insediamenti. L’ho detto e detto è. Ma, se la questione di Auschwitz dà molto fastidio, posso sostituire quella parola e invece di dire Auschwitz dico crimini contro l’umanità. Non è una questione di più o meno vittime; non è una questione di più o meno tragico: è il fatto in sé. Ciò che sta accadendo in Israele contro i palestinesi è un crimine contro l’umanità. I palestinesi sono vittime di crimini contro l’umanità commessi dal governo di Israele con il plauso del suo popolo.[16]

 

E non si dissociò neanche quando venne accusato dell’affermazione secondo cui l’esercito israeliano si era trasformato in un «ebreo nazista»,[17] definizione non sua ma di un grande intellettuale ebreo – Yeshayahu Leibowitz, scomparso nel 1994 – perché condivideva pienamente il significato di quella frase, ossia che «qualcosa di profondamente negativo, distruttivo, fosse entrato nello spirito di Israele».[18]

 

Il ritratto poi del silenzio europeo — non come assenza di opinione, ma come scelta attiva di non-intervento, come complicità travestita da neutralità — è di una precisione quasi dolorosa se lo si rilegge oggi. Perché quello che abbiamo visto nei mesi successivi al 7 ottobre 2023 è stato, in larga misura, esattamente questo: governi europei che hanno inizialmente sostenuto senza riserve il diritto di Israele a “difendersi”, salvo poi, di fronte all’evidenza dei numeri e delle immagini, aggiustare progressivamente il tiro con dichiarazioni sempre più prudenti, sempre più tardive, sempre più insufficienti. Istituzioni culturali che hanno cancellato eventi, ritirato premi, silenziato voci palestinesi in nome di un equilibrio che si applicava in modo asimmetrico. E come non riconoscere nei tentativi di rompere l’assedio per consegnare gli aiuti umanitari direttamente alle coste di Gaza, aggirando i controlli doganali israeliani, dell’odierna flotilla, lo sgomento di Saramago di fronte a quei «camion dell’agenzia delle Nazioni Unite, carichi di alimenti, che aspettano che l’esercito israeliano permetta loro di entrare nella Striscia di Gaza, un’autorizzazione ancora una volta negata o che sarà ritardata fino all’estrema disperazione e all’estrema esasperazione degli affamati palestinesi»?[19]

 

Saramago docet. Saramago ci insegna, allora come adesso, che non si tratta di negare la complessità della situazione, né di ignorare il trauma del 7 ottobre e la legittima angoscia del popolo israeliano, ma di domandarci se l’inazione non sia diventata, per una parte della cultura europea, un alibi. Un modo per non prendere posizione, per non nominare quello che si vede, per non fare ciò che Saramago considerava uno dei compiti fondamentali dell’intellettuale, quello di testimoniare: «Ciò che mi indigna, e non posso tacere, è la vigliaccheria della comunità internazionale che si lascia zittire. Non parlo nemmeno degli Stati Uniti, della lobby ebraica, di tutto ciò che è fin troppo noto. Parlo dell’Unione Europea. L’Europa, la culla dell’arte, della grande letteratura, di tutto questo. E tutti stanno ad assistere, a questo disastro, e nessuno interviene».[20]

 

Nel 2009, pochi mesi prima di morire, Saramago scrisse un breve testo su Mahmud Darwish — il grande poeta palestinese scomparso l’anno precedente — in cui ne celebrava la grandezza con parole di rara intensità: «Leggere Mahmud Darwish, oltre a un’esperienza estetica impossibile da dimenticare, è fare una dolorosa camminata per le rotte dell’ingiustizia e dell’ignominia di cui la terra palestinese è stata vittima nelle mani di Israele».[21] Un legame, quello tra Saramago e Darwish, che non era solo di amicizia o di solidarietà politica. Era un legame tra due concezioni della letteratura come atto di resistenza, come rifiuto dell’oblio, come ostinazione dell’umanità contro la forza bruta, come ricorda questa poesia di Darwish le cui parole risuonano come una sfida, un congedo, una rivendicazione di appartenenza alla terra che nessuna occupazione può cancellare:

 

Voi che passate tra le parole fugaci

prendete i vostri nomi e andatevene

Sottraete dal nostro tempo le vostre ore, andatevene

Portate via ciò che volete

dall’azzurro del cielo e dalla sabbia della memoria

Scattate le fotografie che volete, per sapere

che non saprete

che le pietre della nostra terra

sostengono il tetto del cielo.[22]

 

Anche Saramago fece sua quella sfida. E oggi, rileggendolo, ci chiede di fare altrettanto. Non di essere d’accordo con ogni sua parola; non di adottare i suoi stessi principi senza interrogarli. Ci chiede qualcosa di più semplice e, al tempo stesso, di più difficile: di non voltarci dall’altra parte. Di non usare la memoria storica come scudo, ma di chiamare le cose con il loro nome, anche quando farlo può essere costoso. In un tempo in cui il prezzo da pagare sembra essere ancora troppo alto, quella voce — scomoda, ostinata ma sempre onesta — continua a interpellarci. E il fatto che le sue parole sembrino scritte oggi non è una consolazione. È un’accusa contro quella malattia dell’anima che si chiama indifferenza e che, come Saramago ha ben raccontato in un suo famoso romanzo del 1995,[23] ci ha resi tutti colpevolmente «ciechi. Ciechi perché non siamo stati capaci di creare un mondo degno di questo nome».[24]

 

21 maggio 2026

 

____________

 

Barbara Gori è Ordinaria di Letterature portoghese, brasiliana e di espressione lusofona all’università di Padova

Donatella Pini è ordinaria senior di Letteratura spagnola alla stessa università

 

Note

 

[1] José Saramago, Dossier Saramago 1922-2022, Torino: Fuori Asse Edizioni, 2022, p. 7.

[2] Solo recentemente si sono lette parole chiare e degne da parte ebraica italiana. Tra queste, quelle di Anna Foa con il suo Il suicidio di Israele (ottobre 2024) e Mai più (2026), entrambi editi da Laterza, e di Gad Lerner, Gaza. Odio e amore per Israele (maggio 2024) da Feltrinelli, . Nel 2025 è apparsa la ristampa aggiornata della Fine di Israele di Furio Colombo del 2007.  Da segnalare anche il recentissimo Contro l’antisemitismo  e le sue strumentalizzazioni di Ariella Aisha Azoulay e altri autori, tra cui l’italiana Valentina Pisanty (Tamu, 2026).

[3] Ai cinquant’anni dalla firma della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo Saramago dedica il discorso pronunciato al banchetto del Nobel, il 10 dicembre 1998, ricordando come: «I governi non rispettano la Dichiarazione, o perché non sanno, o perché non possono, o perché non vogliono. O perché coloro che effettivamente lo governano, le multinazionali e multi-continentali, dal potere assolutamente antidemocratico, hanno ridotto ciò che ancora restava dell’ideale di democrazia a un guscio senza contenuto. […] C’è stata proposta una Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e con essa abbiamo pensato di avere tutto, senza accorgerci che nessun diritto potrà sussistere senza la simmetria dei doveri che gli corrispondono, il primo dei quali sarà quello di esigere che questi diritti non solo siano riconosciuti, ma anche rispettati e soddisfatti» (Ibidem).

[4] José Saramago, Il Quaderno, traduzione di Giulia Lanciani, Milano: Feltrinelli, 2009, pp. 292-295.

[5] Tra cui il nigeriano Wole Soyinka, l’italiano Vincenzo Consolo, lo spagnolo Juan Goytisolo e il sudafricano Breyten Breytenbach.

[6] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., p. 54 (traduzione mia).

[7] Ivi, p. 58 (traduzione mia).

[8] Ivi, p. 59 (traduzione mia).

[9] Saramago fu uno dei firmatari della petizione “No al muro di Sharon!”, promossa nel febbraio 2004, quando la Corte Internazionale di Giustizia iniziava a giudicare Israele per la costruzione del muro in Cisgiordania, e fece parte di un vasto gruppo di personalità della vita pubblica portoghese che, in seguito, firmarono quello che sarebbe diventato il manifesto fondatore del Movimento per Diritti del Popolo Palestinese e per la Pace in Medio Oriente (MPPM). Nella prima riunione formale dell’MPPM, tenutasi il 23 febbraio del 2008, fu eletto Presidente dell’Assemblea Generale, carica che avrebbe ricoperto durante il biennio 2008-2009.

[10] José Saramago, Il Quaderno, cit., pp. 297-298.

[11] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., p. 61 (traduzione mia).

[12] Ibidem.

[13] Ivi, p. 60.

[14] José Saramago, Il Quaderno, cit., pp. 285-287.

[15] Ivi, pp. 290-296.

[16] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., p. 56 (traduzione mia).

[17] Ivi, p. 58 (traduzione mia).

[18] Ivi, pp. 55-56 (traduzione mia).

[19] José Saramago, Il Quaderno, cit., p. 260.

[20] Ivi, p. 55 (traduzione mia).

[21] Ivi, pp. 39-40 (traduzione mia).

[22] Ivi, p. 65 (traduzione mia).

[23] Si tratta dell’Ensaio sobre a Cegueira, pubblicato in Italia nel 1996 con il titolo di Cecità.

[24] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., pp. 56-57 (traduzione mia).

da qui

lunedì 23 marzo 2026

Pratiche scolastiche ormai desuete: fare lezione - Matteo Zenoni

 

Un computo doloroso

Tra le funzioni del registro elettronico che sarebbe meglio non conoscere c’è sicuramente quella che segnala il numero progressivo di ore svolte; situato solitamente a fondo pagina, questo link rimanda alle ore di ogni singola disciplina dettagliando quelle di lezione, didattica laboratoriale, esercitazione, verifica scritta, interrogazione e via dicendo. Per i docenti che nutrono un nostalgico attaccamento per le proprie materie, aprire questa pagina rappresenta una sorta di epifania joyciana sull’andamento della scuola italiana e, in generale, sulle dinamiche che la stanno attraversando. Queste si possono riassumere, in soldoni, nella progressiva erosione delle discipline, in favore di tutta una costellazione di attività che nulla hanno a che vedere con Pirandello, Nietzsche, Giolitti, ma anche con i limiti, il DNA e la legge di Coulomb, dato che tale svuotamento riguarda tanto l’area umanistica quanto quella tecnico-scientifica. Insomma, una riflessione su tali processi prescinde dall’appartenenza a un settore disciplinare, non si riduce a una geremiade pronunciata da un difensore delle materie umanistiche avviate a un inesorabile declino, ma riguarda l’evoluzione della scuola italiana nel suo complesso.

Svuotare la capacità critica

Nel recente volume collettaneo Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza per docenti, il contributo di Marco Maurizi, intitolato Insegnare nell’ipercapitalismo. Autonomia del docente e crisi della scuola, si concentra proprio su tali tematiche. La tesi del filosofo è che la svalutazione del sapere disciplinare sia strettamente collegata alla riduzione dell’autonomia da parte del docente, sancita nell’articolo 33 della Costituzione: «ridurre l’autonomia del docente equivale a separarlo dal sapere che incarna, svuotando la sua funzione di mediazione critica; e svalutare il sapere disciplinare equivale a ridurlo a semplice supporto di competenze funzionali al mercato, privandolo del suo intrinseco valore formativo» (M. Maurizi, Insegnare nell’ipercapitalismo. Autonomia del docente e crisi della scuola in M. Cangiano (a cura di), Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza per docenti, nottetempo, Milano 2025, pp. 45-56). Come nota ancora più avanti, svuotare le discipline significa svuotare la scuola della sua capacità critica; se con una conoscenza solida e strutturata si permette, infatti, «agli studenti di acquisire gli studenti di acquisire strumenti concettuali per interpretare la realtà, riconoscere le contraddizioni sociali e immaginare alternative […], la frammentazione dei saperi in micro-attività, competenze e progetti occasionali priva lo studente di una visione d’insieme» (Ivi, p. 46).

Prendiamo, tanto per fare un esempio, la trattazione del Fascismo all’interno del monte-ore di Storia del quinto anno dei licei. Dopo la riforma Gelmini, ad eccezione del classico, le ore settimanali sono diventate 2 a settimana, per un totale di 66 annuali che, nella migliore delle ipotesi, arrivano a 50-52, se consideriamo l’inserimento delle attività di Formazione Scuola Lavoro, Orientamento, Educazione Civica e progetti di vario tipo, che vedremo più avanti. Con che profondità storica, quindi, può essere studiato questo periodo cruciale della storia d’Italia? Sicuramente con un approfondimento inferiore rispetto al passato, privando gli studenti di letture storiografiche, conflitti di interpretazioni, affondi sui rigurgiti neofascisti contemporanei; in poche parole, si tolgono agli studenti gli strumenti, per esempio, per capire le manifestazioni che ogni anno si svolgono ad Acca Larenzia.

Come si sono innescate però tali dinamiche? Dove affondano le loro radici? Anzitutto nel consiglio di classe, che per primo approva tali progetti-decurta ore, sotto la forte spinta, però, di agenti come il Ministero dell’Istruzione e del Merito e, soprattutto, di quelli che chiamiamo con linguaggio (non a caso) aziendale, stakeholders.

Progettare o progettificio?

I consigli di classe autunnali servono a impostare la programmazione di classe; le circolari di convocazione sottolineano di prestare particolare attenzione alla progettazione delle attività di Educazione Civica (insegnamento trasversale istituito con la  Legge 92 del 20 agosto 2019) e dei moduli di Orientamento (introdotti dal D.M. 328/2022), che dovranno essere rispettivamente di almeno 33 ore e di 30 ore, in orario curricolare per il secondo biennio e quinto anno.

In queste occasioni si assiste, solitamente, a una divisione in tre gruppi dei colleghi del consiglio di classe: un primo gruppo squaderna tutta una serie di iniziative, progetti, percorsi formativi già preconfezionati che, sorta di Eldorado, daranno la possibilità di raggiungere il monte-ore agognato senza alcuno sforzo; un secondo gruppo sottolinea, invece, la necessità di ancorare Educazione Civica e Orientamento a contenuti disciplinari e, soprattutto, di non eccedere nel monte-ore restando nei numeri minimi; un ultimo gruppo, invece, si dichiara d’accordo con le scelte della maggioranza.

Se, però, in un consiglio di classe prevalgono docenti del primo gruppo, la programmazione di classe si trasformerà in un progettificio vero e proprio e conterrà tutta una serie di iniziative, progetti, sicuramente meritevoli e con un taglio civico e di Orientamento, ma che poco avranno da spartire con la programmazione disciplinare. Va  aggiunto poi che se di queste attività, come spesso accade, non si presuppone una rielaborazione in classe o a casa, il tutto rimane lettera morta: ore delle discipline quindi immolate sull’altare dei progetti, ma che alla fine non porteranno a nulla, se non alla partecipazione passiva di studenti ben contenti di “saltare” ore di lezione.

Una scuola assediata

Opporsi a queste iniziative, specie se si è in minoranza, equivale a vestire i panni di un Anticristo e, quindi, per non rendere il luogo di lavoro un (insano) teatro di conflitto, si acconsente spesso a progetti e iniziative di vario tipo che riducono sempre più le ore effettive di lezione sui contenuti disciplinari. Una pressione, in tal senso, viene esercitata spesso dal territorio e dalle Associazioni che gravitano intorno alla scuola e che fanno sentire la loro influenza specialmente nelle realtà più periferiche e provinciali: Carabinieri, Vigili del Fuoco, Croce Rossa, Croce Verde, Associazioni per la sicurezza stradale, per la prevenzione alle tossicodipendenze e altri ancora vengono a “bussare” alle porte della scuola, inviando proposte formative per incontri (rigorosamente mattutini), ma anche per progetti volti alla realizzazione di prodotti di vario tipo, con restituzione finale.

In questo contributo non si vuole negare la validità, a livello sociale e di Educazione Civica, di tali progetti, ma ciò si configura, a mio avviso, come una continua intrusione in un recinto, quello della scuola, dove la parte del leone dovrebbe essere quella dei contenuti culturali, atti a formare quello spirito critico, di cui si parla sempre, tra le altre cose, come difesa contro l’avanzare dell’intelligenza artificiale.

La sensazione, invece, è di un vero e proprio assedio, da più parti; il povero Coordinatore, quando apre la cartella delle iniziative provenienti dalla segreteria, si trova di fronte, spesso, a una fiumana che può letteralmente travolgere il monte-ore annuale delle singole discipline. A volte questi progetti si configurano, con un retaggio delle modalità della DaD, come pacchetti da svolgersi online, ascoltando registrazioni in modalità asincrona, tanto che il docente viene del tutto esautorato dal suo ruolo, limitandosi a fare sorveglianza in classe mentre gli studenti si ascoltano il Dirigente d’azienda o di banca di turno.

Orientare con le discipline?

Se l’insegnamento di Educazione Civica, pur con tutte le sue criticità (ben delineate da Orsetta Innocenti nel suo articolo Il metodo dell’ultimo biscotto: la ‘novità’ dell’Educazione Civica nella scuola italiana) trova comunque un suo spazio nella dimensione disciplinare, dato che, per citare le parole pronunciate da Romano Luperini in un intervento all’Università di Siena, «ogni ora di letteratura è un’ora di Educazione Civica» e molti dei contenuti di Storia, Diritto, Scienze naturali vanno a intrecciarsi con le tematiche di questa “materia trasversale”, credo che l’introduzione delle ore di Orientamento, nella misura di 30 annuali, rappresenti invece un bel colpo ai saperi disciplinari.

Nelle Linee guida per l’orientamento, si scrive che «La progettazione didattica dei moduli di orientamento e la loro erogazione si realizzano anche attraverso collaborazioni che valorizzino l’orientamento come processo condiviso, reticolare, coprogettato con il territorio, con le scuole e le agenzie formative dei successivi gradi di istruzione e formazione, con gli ITS Academy, le università, le istituzioni dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica, il mercato del lavoro e le imprese, i servizi di orientamento promossi dagli enti locali e dalle regioni, i centri per l’impiego e tutti i servizi attivi sul territorio per accompagnare la transizione verso l’età adulta». Il messaggio che passa, a mio avviso, è che non è la scuola a realizzare la formazione del cittadino del futuro, ma la spinta decisiva può essere data solo da tutta una serie di attori che stanno al di là delle mura scolastiche.

Mi si obietterà che si può anche orientare con le discipline, come ho appreso nel corso OrientaMenti, che ho frequentato nello scorso anno scolastico. In quelle lezioni registrate si sottolineava la necessità di superare la lezione frontale e come, attraverso la didattica orientativa, si potessero rendere consapevoli gli studenti del proprio progetto di vita e guidarli nelle scelte future; si ripeteva più volte, a mo’ di mantra, che le discipline dovevano essere attraversate (cito), diventando percorribili, in modo da dare luogo a saperi significativi, che riguardassero non soltanto le discipline, quanto il sé degli studenti. La didattica doveva quindi porsi come obiettivo quello di perseguire obiettivi tanto disciplinari quanto orientativi.

Si tratta di discorsi che, però, calati nella pratica, contribuiscono a quello svuotamento e appiattimento delle discipline che l’erosione del monte-ore già depaupera di un approfondimento decoroso. E quindi il Dante della selva oscura diviene il personaggio a cui affidarsi per le proprie scelte future in un momento di difficoltà, la Mirandolina della Locandiera una paladina ante litteram dei diritti delle donne e delle studentesse chiamate a lanciarsi nelle lauree STEM; Svevo e Pirandello, infine, due punti di riferimento che possono guidare gli studenti nella ricerca della propria identità nell’era dei social. Oltre a peccare di scientificità e a incappare in approssimazioni che la critica letteraria e la filologia hanno cercato di correggere, si corre però il rischio che tutta la letteratura, in questo caso, venga piegata su un eterno presente, in una salsa orienta-pop che nuoce a tutti.

Il trionfo della superficie: metodologie in azione

Si assiste quindi a una perdita di profondità disciplinare e la sottolineatura sulle metodologie, a mio avviso, rappresenta una risposta a questo monte-ore eroso che, alla fine, diventa il recinto, sempre più ristretto, entro cui far entrare i contenuti disciplinari. All’atto pratico e venendo alle materie che insegno, se dieci anni si potevano avere a disposizione 5 ore per spiegare il Barocco, ora, assediato da FSL, Educazione Civica, Orientamento, Progetti, Educazioni varie ne rimarranno, ottimisticamente, 2-3 e il docente sarà più propenso a progettare un lavoro di gruppo o Jig-Saw in cui i diversi gruppi analizzeranno, per esempio, un aspetto del periodo storico considerato, magari con infografica finale, ottenendo quella parcellizzazione del sapere in micro-attività di cui parlava Maurizi nel contributo citato.

Il focus quindi è sempre più sul come, più che sul cosa, dimenticando che le metodologie non sono vestiti che “vestono bene” su tutte le discipline, caratterizzate invece ognuna da una propria epistemologia; scorrendo però, per esempio, le proposte di formazione su Futura, piattaforma del MIM, non troveremo sicuramente un corso, per esempio, sul romanzo del secondo Novecento, oppure sulla Scuola di Francoforte e sui vaccini a RNA, ma tutta una serie di iniziative di formazione sulle metodologie, sull’AI, sul digitale. Le previsioni future, quindi, sono assai nefaste, specie perché l’erosione delle discipline nella scuola inizia dalla loro erosione nella formazione di chi dovrebbe esserne il custode, ovvero gli insegnanti. Un insegnante, però, che ha più interesse per la didattica a stazioni che per l’ultimo saggio su Elsa Morante, ahimé, è destinato a contribuire a questo declassamento continuo dei saperi disciplinari.

La scuola-vetrina

Le attività di Orientamento in entrata, d’altra parte, si interessano ben poco di una scuola che fonda la sua didattica sulle competenze disciplinari; nelle locandine degli open-day, nelle brochure informative, sui siti internet, si cerca di mettere in evidenza tutto ciò che è progettualità: viaggi d’istruzione, esperienze di interscambio, Orientamento, Educazione Civica, Educazioni di vario genere e FSL fanno la parte del leone. Per fare un esempio, se uno studente di classe terza della secondaria di I grado è interessato a un liceo linguistico cittadino, probabilmente la sua scelta dipenderà non dalla bontà della didattica erogata o dal corpo docenti più o meno stabile  e valido, ma dalla possibilità di svolgere la Formazione Scuola Lavoro all’estero, dai progetti di Educazione alla salute, dalle iniziative di Orientamento post-diploma: uno scenario che equipara la scuola a un mercato, come ha notato Emanuela Bandini nel suo pezzo Questa scuola non è on demand.

E di colpo venne il mese…di maggio

«Oddio, è già maggio: non sono proprio riuscito a fare Foscolo, quest’anno!». Frammenti rubati da una conversazione di fine anno scolastico in cui, dopo aver attraversato quattro o cinque consigli di classe in cui si è approvato tutto l’approvabile, ci si rende conto che anche i famosi nuclei fondanti, i saperi essenziali, alla fine, non sono stati nemmeno toccati, forse perché delle 132 ore di lezione se ne sono fatte invece 105, con un disavanzo di 25 ore, che corrispondono per italiano, a 6 settimane di lezione.

I dati Invalsi del 2025, sorta di termometro delle competenze sulle prove standardizzate, stanno dando dei chiari segnali: in seconda superiore, sia in Italiano che in Matematica, si registra un calo dell’8 per cento rispetto al 2019 degli studenti che raggiungono i traguardi previsti dai Quadri nazionali di riferimento. Nord-Ovest e Nord-Est, regioni storicamente baluardo e vicine agli standard del Nord Europa, perdono rispettivamente 9 e 13 punti in italiano e 11 e 16 in matematica. Per chi vive la scuola questi numeri non possono sorprendere: sono la logica conseguenza di un esautoramento delle discipline, di una marginalizzazione dei saperi, di un depotenziamento delle competenze disciplinari, per far entrare a scuola tutto ciò che di scolastico ha ben poco. E così, se prima, venendo alla classe seconda, si poteva dedicare, in italiano, un monte ore considerevole alla scrittura, alla lettura e alla riflessione linguistica, ora questo tempo è già eroso dal corso sulla sicurezza per la FSL di terza, dall’incontro con le Associazioni di turno, dal progetto con la Questura da svolgersi nelle ore curricolari.

Tornare ad amare le proprie materie

Come resistere? Opponendosi nelle sedi decisionali con voti contrari, facendo sentire la propria voce in difesa di una scuola sotto assedio, opponendosi alla marginalizzazione dei saperi disciplinari per un precoce avviamento al lavoro e alla scuola come “filiera”. Ogni ora erosa di italiano, matematica, fisica, scienze, filosofia e sacrificata all’altare di progetti che poco hanno di scolastico è un colpo alla democrazia e un ostacolo alla crescita di cittadini consapevoli, solidi culturalmente e dotati di spirito critico.

Svuotando le discipline, svuotando la scuola, stiamo ponendo infatti le basi per uno svuotamento della società, che sarà caratterizzata dal pressapochismo, dalla proliferazione delle fake news, ma soprattutto dall’incapacità di vedere i fenomeni in atto in modo critico, per farci suggestionare, invece, solo dalla pancia e dall’emotività. Queste dinamiche, d’altra parte, sono già sotto i nostri occhi.

da qui


domenica 9 marzo 2025

La discesa lungo questa china. Intervista a László Krasznahorkai

di Vanni Santoni

 

László Krasznahorkai, più volte candidato al Nobel, è considerato il massimo scrittore ungherese vivente e uno dei maggiori al mondo. È stato ospite della fiera “Testo”, occasione in cui, grazie al lavoro d’interprete di Dóra Várnai, è stata realizzata quest’intervista, di cui è uscita una versione ridotta sul “Corriere fiorentino” del 27 febbraio 2025.

 

Krasznahorkai, cominciamo dall’inizio: quando ha deciso di mettersi a scrivere?

È successo durante la castrazione di un maiale. In quel periodo non volevo fare nulla e diventare nulla, tanto meno mettermi a scrivere e diventare uno scrittore. Quando avevo diciannove anni mi ero lasciato alle spalle la mia famiglia borghese, iniziando a vagabondare nell’Ungheria comunista. Ogni due o tre mesi cambiavo sia il mio luogo di lavoro sia la mia residenza: dovevo rendermi irreperibile per sfuggire al servizio militare comunista, non volevo essere costretto a fare il soldato. Fu così che mi ritrovai in una enorme stalla di vacche a fare il guardiano notturno. Abitavo in mezzo alla puszta, la grande pianura ungherese, e una mattina all’alba mi dissero di non andare a letto, perché avrei dovuto dare una mano in cortile a castrare dei maiali. Arrivò un tizio dall’aria spaventosa, di poche parole, con un lungo impermeabile addosso. In silenzio tracannò il solito bicchiere regolamentare di pálinka, dopo di che si inginocchiò tra il contadino-padrone e le zampe posteriori degli sfortunati porcellini che io gli avevo portato, e con un bisturi affilatissimo si mise al lavoro. Provavo una gran pena sia a sentire gli strilli acuti dei maialini sia a guardare quello che stava accadendo, per cui piano piano alzai gli occhi verso il soffitto del capannone. Tutto a un tratto su quel soffitto vidi comparire i primi raggi del Sole che albeggiava. Era un Sole marrone. Rientrato in casa decisi di scrivere un libro. Quel libro divenne Satantango. A quel punto io nn volevo scriverne altri, non volevo diventare uno scrittore, come ho già detto: all’epoca io non volevo proprio niente. Solo che poi il manoscritto cominciò a circolare, in buona parte grazie a Péter Esterházy, e alla fine venne anche pubblicato. E come se non bastasse, nel 1985, per colpa di Béla Tarr, dovetti andare a rileggermelo, e “vidi che non era cosa buona”. In un primo momento ci restai molto male, ma poi decisi di riprovarci ancora una volta. E da allora continuo a provarci. Ma sempre senza successo. Nessuno dei miei romanzi è il libro che mi ero prefissato di scrivere. Nel frattempo però hanno iniziato a chiamarmi scrittore, e così non c’è stato più modo di arrestare la discesa lungo questa china.

 

In Italia l’abbiamo scoperta grazie alla traduzione di Satantango, seguita alla vittoria del Man Booker Prize international. Per noi lettori era (ed è) freschissimo, ma per lei è pur sempre un libro di quarant’anni fa…

Satantango è un testo molto distante da me, oggi. Il che significa soltanto che oggi lo leggerei – se lo rileggessi, cosa che non faccio – più o meno come un lettore qualsiasi. All’epoca in cui scrissi quel romanzo vivevo in mezzo a persone molto povere, che pur percependomi come un estraneo, alla fin fine mi avevano accettato. Satantango è stato scritto in un’epoca, tra il 1980 e il 1985, in cui la povertà esisteva ancora. Oggi non esiste più. La povertà, che possedeva una propria cultura, è stata soppiantata dalla miseria. E la miseria non ha cultura, è pura privazione. In altre parole, il mio rapporto con questo romanzo è come quello che si ha con un ricordo: chissà fino a che punto corrisponde al vero.

 

Pure, da esso nacque il suo sodalizio con Béla Tarr…

Ebbene sì. Diciamo intanto che il cinema è un genere crudele, forse il più crudele di tutti. Ai suoi albori veniva chiamato “la settima arte”, ma oggigiorno sembra aver preso ben altre direzioni. Il cinema che facevamo Tarr e io era ancora definibile settima arte, all’epoca tale denominazione aveva ancora senso. Non a caso, Tarr in quei primi tempi non aveva ottenuto molto successo con le sue opere, perché il vento del cambiamento hollywoodiano aveva già iniziato a soffiare forte. Il successo gli arrivò solo con Satantango, dopo il 1994, a film ultimato, con nostra grande sorpresa. Ma arrivò giustamente: sia il film sia Tarr se lo meritavano. In seguito abbiamo lavorato insieme per circa vent’anni, abbiamo ideato tutto insieme, io gli davo i titoli, le atmosfere, i paesaggi, la pioggia, i personaggi, i soggetti, i nomi, le sceneggiature, e così via, gli ho dato tutto, e lo stesso faceva Mihály Víg, gli dava tutto, ora come attore principale, ora come compositore delle musiche, e lo stesso faceva Ágnes Hranitzky, gli dava tutto e come assistente alla regia e come montatrice, e anche il direttore della fotografia Gábor Medvigy gli dava tutto, e potrei continuare l’elenco dei collaboratori all’infinito, dagli scenografi fino al barista, che rivestiva un ruolo di straordinaria importanza durante le riprese. Il cinema, anche in quanto settima arte, è un lavoro collettivo, il regista arriva, raccoglie intorno a sé i collaboratori, li deruba, li depreda, e poi va a sfilare sul tappeto rosso. Chi non riesce a sopportare questo stato di cose è meglio che non si metta ad aiutare un regista. Bisogna accettare il principio che su una nave c’è un solo capitano. D’altra parte, lavorare con Béla Tarr significava anche coltivare un rapporto d’amicizia. E nel mio caso questa amicizia dura ancora.

 

Il suo ultimo libro uscito in Italia, Avanti va il mondo, è una raccolta di racconti. Come si muove tra le due forme?

Mi muovo con difficoltà, perché nel mio caso il romanzo e il racconto sono due forme molto diverse di prosa. Il romanzo traduce in realtà un mondo intero, mentre il racconto segue un’unica traccia, di solito con un unico protagonista al suo centro, in uno spazio circoscritto, in un arco di tempo circoscritto. In genere mi capita di scrivere un racconto quando vengo colpito da un impulso importante, che però non deve interferire con la stesura del romanzo in corso. In tal caso, per qualche giorno, stringendo i denti, metto da parte il romanzo, e butto giù velocemente il racconto. Per liberarmene.

 

Lei è famoso, tra le altre cose, per le sue frasi lunghissime. Herscht 07769 è addirittura composto da una sola frase.

Le parole e l’espressione musicale per me provengono dalla stessa fonte. Nei miei romanzi, quindi, la melodia, il ritmo, e soprattutto la velocità la fanno da padroni. Sono loro a decidere tutto. D’altra parte, provi a pensare a che cosa succede quando vogliamo dire qualcosa di veramente, ma veramente, ma davvero molto molto importante, come per esempio una dichiarazione d’amore che ci siamo sforzati di reprimere e soffocare per vent’anni, ed ecco che tutto a un tratto invece le parole erompono da noi come la lava da un vulcano, in questi casi nessuno userà delle belle frasette corte e ben curate, ma farà proprio come un vulcano in eruzione, quando c’è un’unica potente forza al lavoro: non farà pause. Allo stesso modo io metto per iscritto un romanzo solo se quel romanzo vuole raccontare qualcosa di veramente, ma veramente, ma davvero molto molto importante. Secondo me è la frase breve a essere artificiale, è una gran bella invenzione, ma è artificiale, l’abbiamo creata noi, mentre il discorso letterario che porto avanti io è in realtà un’unica frase ininterrotta, alla fine della quale il punto fermo sarà messo dal Signore. Se vorrà farlo.

 

Nei suoi romanzi ricorrono modulazioni e variazioni su alcuni temi, in un modo che può ricordare Bernhard e tutta una letteratura di lingua tedesca che partiva da un’idea molto musicale dell’arte della prosa…

Prima di tutto, se si parla di letteratura in lingua tedesca, è bene dire che senza Franz Kafka io non avrei mai pensato di mettermi a scrivere. Dopo l’episodio della castrazione dei maiali di cui ho parlato prima, nella mia decisione di scrivere un libro come Satantango Kafka ha avuto un ruolo primario. Un ruolo decisivo. C’era lui nella mia testa quella mattina, e l’intera scena della castrazione sembrava proprio un racconto infinito di Kafka. Anche l’arte della prosa di Thomas Bernhard è estremamente importante nella mia vita, il suo modo di parlare e di scrivere mi ha sconvolto, perché dal momento in cui l’ho letto ho sentito che quello che stavo facendo non era senza parentele. Una volta – eravamo a Ohlsdorf – arrivai anche a dirglielo, questo, al che lui fece una smorfia con tutto il volto, come se quella mia confessione gli risultasse una tortura insopportabile, dopo di che passammo velocemente a parlare di qualcosa d’altro. Mi ricordo anche di che cosa: della morte per impiccagione.
La verità però è che sono stato influenzato da tutti, da ogni grande artista. Mi permetta di aggiungere un nome, di una persona che voi non potete conoscere, né vi è data la possibilità di conoscerlo. Non perché fosse ungherese, ma perché il disgraziato era un poeta. Mi riferisco ad Attila József. C’è stato un periodo durante la mia adolescenza in cui per mesi e mesi non leggevo altro che lui, ancora e ancora. La sua è una poesia meravigliosa. È un vero peccato che esista solo per gli ungheresi. È intraducibile.

 

Un tema ricorrente nella sua narrativa è l’attesa, per lo più vana, di un salvatore. Perché continuiamo a sperare che qualcuno ci salvi?

Cos’altro potremmo fare? Noi non siamo in grado di salvarci. Le contingenze alle quali siamo esposti, dalle quali dipendiamo, tra cui la morte, ci appaiono troppo pesanti, troppo smisurate, perché non rientrano nella nostra visione causale del mondo. Quando riflettiamo sulla nostra esistenza, ci fermiamo ai limiti della comprensibilità, quando ci poniamo delle domande, queste non possono che essere sbagliate per il semplice fatto che formuliamo domande, mentre invece dovremmo rimanere in silenzio, fare ciò che facciamo, e basta. Tanto accade comunque ciò che accade, mentre per quanto riguarda la nostra salvezza, la forza della nostra immaginazione è enorme. Da molto, ma molto, ma davvero moltissimo tempo non aspettiamo più dei profeti, perché ciò di cui abbiamo bisogno sono i falsi profeti. Abbiamo bisogno che ci mentano dicendo che abbiamo motivo di sperare. Di questo abbiamo bisogno. Tanto lo sappiamo benissimo di non avere alcun motivo di speranza. Che ci mentano e ci dicano che andrà meglio, che sarà tutto più luminoso, che sarà più lungo ciò che è breve, che sarà più lento ciò che è veloce. Preghiamo Dio e temiamo il Male. Non ci lasciamo mai alle spalle l’infanzia. Oltre tutto, da adulti, non siamo altro che bambini malvagi, depravati, miserabili, perdenti, o amaramente vittoriosi.

 

Si è definito un melancolico. Ma più la si legge, più emerge anche una certa ironia.

Direi piuttosto che sono triste. Sono pieno di compassione. Anche quando il lettore percepisce dell’ironia nei miei romanzi, è un’ironia piena di compassione, di empatia.

 

Qual è il suo metodo di scrittura?

Non la organizzo. E non la chiamo mai lavoro. Il mio cervello lavora fin da quando sono nato. Sono sensibile, e anche se ho imparato a non darlo a vedere, sono estremamente concentrato. Sono un artista ventiquattro ore al giorno. Succede qualcosa intorno a me, e anche se si tratta di un evento, un personaggio, un’azione, o un mero stato all’apparenza insignificante, ne vengo attratto come da una calamita. All’improvviso tutto il resto della mia vita passa in secondo piano. Riesco a vedere solo quell’unico, a volte minuscolo, punto. E mi ci concentro con tutto me stesso, ci sprofondo dentro. Poi dalla nebbia cominciano a emergere alcune parole. A quel punto so che sto seguendo la traccia giusta. Continuo poi a custodire nella mia testa quelle poche parole, che a mano a mano diventano una frase, o più frasi, e infine le scrivo, le scrivo, ma inutilmente. Sono destinato a fallire con le mie parole. Forse con il mio silenzio sarei meno destinato a fallire. Ma non ho un gran carattere, e la forza magica delle parole prevale sempre sul mio buon senso, secondo il quale c’è un’unica cosa che dovrei fare con le parole. Tacerle.

da qui