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sabato 23 agosto 2025

Stragi e Verità


(Redazione Clarissa)


Destabilizzare l’ordine pubblico, creando insicurezza e paura, è una strategia dimostratasi vincente, quando è rivolta a spingere l’opinione pubblica a raccogliersi per reazione intorno allo Stato, dando così stabilità e continuità alle istituzioni di un regime.

Nel caso dell’Italia, la strategia della tensione ha pienamente ottenuto il risultato che si prefiggeva, che non era quello di sovvertire le istituzioni, ma al contrario di perpetuarle nella loro forma, nonostante la pochezza delle nostre classi dirigenti e la loro endemica corruzione, per assicurare l’allineamento dell’Italia al mondo occidentale atlantico ad egemonia anglosassone.

Chi ha attuato questa strategia, attraverso stragi, terrorismo e depistaggi, sfruttando una manovalanza volta a volta nera, rossa, delinquenziale, mafiosa, può oggi rivendicare una piena vittoria: quel sistema politico, che sembrava ricorrentemente sul punto di collassare, governa ancora oggi l’Italia.

Dimostrazione di questo fatto, di cui purtroppo non vi è ancora una consapevolezza collettiva, nonostante l’impegno profuso da storici di valore e da magistrati onesti, è nelle parole che in queste ore, in occasione del quarantacinquesimo anniversario della strage del 2 agosto 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna, hanno enunciato i massimi esponenti delle istituzioni e dei partiti italiani: affermazioni tutte che convergono nell’allontanare il nostro popolo dalla verità.

Una verità che, se diventasse coscienza di popolo, toglierebbe di per se stessa ogni legittimità alla classe dirigente al potere nel nostro Paese.

La parola ai politici

Dal vertice dello Stato viene ripetuta per l’ennesima volta, la comoda favoletta del disegno eversivo “neofascista”, nonostante migliaia di pagine di atti giudiziari mostrino in tutte le più sanguinose vicende italiane, compresa la strage di Bologna, l’intervento massiccio e incontrastato di organismi dello Stato, pienamente in grado di infiltrarsi e manovrare esecutori, controllare indagini, indirizzarle o deviarle, attuando quindi una vera e propria regia di questi eventi, operando poi per un’accurata e costante copertura della verità.

Dal vertice della destra al governo si toglie invece l’aggettivazione “neofascista”: anche in questo caso non certo per amore della verità, né per affermare la responsabilità degli apparati dello Stato democratico e antifascista nelle stragi.

Troppo ampiamente è documentata infatti la collaborazione che la destra italiana, di ogni partito e di ogni sfumatura, ha prestato costantemente agli apparati di sicurezza atlantico, statunitense, britannico, NATO: apparati che hanno sfruttato a fondo questa servile dipendenza.

Il silenzio su queste verità è ciò che ha consentito a questa destra, nel corso degli ultimi decenni, di uscire dall’emarginazione in cui era confinata per diventare forza di governo, redenta dalle ripetute affermazioni di antifascismo, insieme al perpetuarsi del suo pieno allineamento ai desiderata statunitensi, atlantici, e da ultimo israeliani.

Penosa infine la farsa ancora recitata dalla sinistra italiana. Quella sinistra che negli anni della strategia della tensione, negli anni di piombo, ha continuato, come continua ancora a fare, a parlare di eversione neofascista: mentre i suoi vertici ed i suoi apparati di informazione erano pienamente consapevoli che quanto accadeva nel nostro Paese era frutto di un concorde impegno statunitense e sovietico affinché l’Italia restasse stabilmente nel campo occidentale.

Per tale ragione la sinistra doveva tacere sulla vera matrice dei sanguinosi eventi che sono avvenuti nel Paese; per poi rinunciare via via anche alle proprie velleità rivoluzionarie. Doppio inganno a quegli elettori di convinzione comunista che per anni hanno continuato a votare e a scendere in piazza dietro stinte bandiere rosse.

Questo tradimento di ideali ha però consentito il pieno ingresso nell’area di governo anche al partito comunista: fino alla sua completa dissoluzione in un’ibrida entità simil-democristiana, la cui identità, a parte ovviamente la retorica antifascista, appare inconsistente.

La verità storica

Ben venga quindi la lettura pubblica degli atti giudiziari, invocata dalle associazioni dei familiari delle vittime: purché si leggano con accanto libri di storia, documenti pubblicati dai governi cosiddetti alleati, studi di chi ha saputo collegare quei documenti ai fatti di casa nostra.

Per questo, per pura volontà di verità, la sola che ci anima, ci permettiamo di riprodurre, a distanza di cinque anni, un articolo qui pubblicato in occasione dei quarant’anni dal 2 agosto 1980: lo riproponiamo per coloro che magari non leggevano ancora clarissa.it, ma soprattutto perché, come tutte le analisi lucide e documentate, non ha perso una virgola della sua attualità, dato che espone i fatti nella loro evidenza. Ci auguriamo che tutti lo leggano.


Bologna 2 agosto 1980: la memoria non basta

di Ga. Si.

Quaranta anni dopo, ricordare la strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980 ha senso solo se sappiamo dare a questo assassinio di nostri innocenti concittadini un significato per l’Italia: ma dargli un significato è possibile solo se arriviamo a comprendere perché esso è avvenuto.

Verità e memoria

Il mero esercizio della memoria, di cui ci si riempie la bocca in ogni occasione, non basta e non serve, se è disgiunto dalla verità: parliamo per prima cosa di una verità storica, poiché quella giudiziaria non potrà mai più essere sufficiente, dato il tempo trascorso. Il fatto che non si sia arrivati per tempo ad una completa verità giudiziaria fa parte di questa verità storica, che anche per questo è l’obiettivo primario da raggiungere.

Altrimenti l’esercizio della memoria diventa sterile rituale, del quale col tempo non sarà più possibile far comprendere il valore a chi non ha vissuto le ore di quei giorni, e le menzogne raccontate in tutti questi anni.

Senza verità la memoria diventa ipocrisia, soprattutto quando a celebrare questa memoria sono gli uomini di una classe dirigente interrottamente al potere da ben prima di allora fino ad oggi, al di là dei cambiamenti di nomi e di sigle di partito: la stessa classe dirigente che non ha mai aperto i cassetti in cui si sarebbero potuto trovare almeno spezzoni di quella verità.

Quanto hanno detto in proposito i familiari delle vittime nelle ultime ore è assai istruttivo: le grandi promesse del premier Renzi di aprire gli archivi nel 2014 si sono dimostrate l’ennesimo bluff, poiché i documenti venuti fuori si sono oramai dimostrati ben poco utili.

In realtà se lavoriamo seriamente, alla maniera di un Vincenzo Vinciguerra, di un Guido Salvini, di un Aldo Giannuli, su quanto sappiamo, ricostruire una verità storica è possibile: a condizione che non ci siano partiti da difendere, scheletri negli armadi da nascondere, comodi slogan da riaffermare.

Il primo inganno purtroppo è scritto nella lapide eretta a Bologna, dove si parla di “strage fascista”. Cioè si adopra, come etichetta che copre tutto, l’utile fantasma di una storia tragicamente conclusasi nell’aprile del ’45. Poiché oramai gli studi più seri sulla strategia della tensione confermano, con dovizia di documenti e di accurate ricostruzioni, che l’estremismo di destra italiano non è nato per ridestare né il fascismo regime né il fascismo repubblichino.

Si è trattato, fatta salva doverosamente la buona fede di quei tanti giovani che vi hanno lealmente militato, di uno strumento utilizzato dal mondo atlantico con due obiettivi primari: primo, fermare la diffusione del comunismo in occidente; secondo, impedire che si affermassero tendenza neutraliste nei Paesi inseriti in uno dei blocchi.

Questo è il senso storico di quanto per primo Vincenzo Vinciguerra nel 1989 illustrò con dovizia di riferimenti, accresciutisi e mai smentiti nel tempo, in Ergastolo per la libertà, il concetto del “destabilizzare per stabilizzare”: che potremmo anche tradurre, con un’espressione ben nota ai circoli che contano del potere internazionale mondiale, ex Chaos Ordo, dal caos l’ordine.

Federico Umberto D’Amato, servitore atlantico

Continuare a parlare di “stragi fasciste” è dunque il primo attacco alla verità.

Il coraggio di cambiare questo aggettivo spetta oggi ai familiari delle vittime, soprattutto ora che emerge dalle carte processuali un nome che è sufficiente a confermare nella maniera più flagrante possibile l’esattezza dell’interpretazione “dal caos l’ordine” della strategia stragista: quello di Federico Umberto D’Amato.

Ci soffermeremo quindi un poco su questo personaggio. Questo super-poliziotto nasce il 4 giugno 1919 a Marsiglia, da genitori socialisti.

Entrato in polizia, l’8 settembre ‘43 è vice-questore aggiunto a Roma: “riuscii a penetrare la più vasta rete di spionaggio militare dei tedeschi in Italia in modo che già nelle prime ore del 4 giugno [1944, data di entrata degli Alleati a Roma] e nei giorni successivi fui in grado di arrestare decine di spie dei tedeschi” – racconta lui stesso.

Nell’aprile 1944, aveva infatti reclutato Luigi Danese, un italiano entrato a far parte di un’organizzazione spionistica tedesca in Italia, il quale diventerà un suo fedele collaboratore anche nel dopoguerra.

Luglio 1944, D’Amato dirige in Campania e in Puglia una nuova operazione di controspionaggio, che porta all’arresto di Arturo Cembi, che a Napoli operava a favore della Rsi: il maresciallo Cembi decide di collaborare, e rilascia così a D’Amato un elenco di trecento nomi di collaboratori dell’Abwehr, ciò che permette a D’Amato di eliminare la rete filo-tedesca nel Sud Italia.

D’Amato, forte di questo eccellente risultato spionistico, entra in contatto con Jesus James Angleton, figura di spicco dell’OSS in Italia, probabilmente nel novembre 1944:

«Jesus James Angleton [su ordine dell’ammiraglio Usa Stone, responsabile militare dell’Italia occupata], incaricò un nucleo dei suoi fidati agenti (italiani e statunitensi) di recarsi segretamente nei territori di Salò per prendere contatto con Guido Leto, ormai divenuto il maggiore dirigente Ovra nella Rsi. (…) Tra gli uomini che vennero scelti da Angleton per questa missione si trovava [oltre al capitano di vascello Carlo Resio, dei servizi segreti della Marina italiana del Sud] anche il giovane commissario di nome Federico Umberto D’Amato, fin da allora in strettissimo contatto con i servizi americani. (…) Leto, dopo il 25 luglio 1943, avvicinò segretamente alcuni ufficiali statunitensi (tra cui il colonnello Bay e il capitano Baker), facendo loro sapere di essere disposto a fornire all’Oss l’intero archivio dell’Ovra, composto da oltre seimila documenti che teneva gelosamente custoditi in quel di Valdagno (sede del Dipartimento di pubblica sicurezza della Repubblica di Salò), nonché a Venezia e Vobarno. Il 26 aprile 1945, poi, si pose ufficialmente a disposizione del Cln con il quale, leggiamo, collaborava clandestinamente da alcuni mesi» (G. Pacini, Il cuore occulto del potere, Nutrimenti, Roma, 2010, p. 31.)

Non si tratta solo del già goloso boccone dei seimila documenti, mai resi pubblici dalla Repubblica democratica e anti-fascista: si tratta del ben più articolato e complesso Plan Ivy, un’operazione politico-spionistica di fondamentale importanza per comprendere quello che sarebbe poi accaduto in Italia nell’immediato dopoguerra.

È l’attiva partecipazione ad essa che giustifica e fonda la brillante carriera di Federico Umberto D’Amato, la base del suo potere, in quanto D’Amato, come attestano alcuni documenti d’archivio americani, coinvolge nell’operazione, grazie ai suoi contatti, numerosi dirigenti della polizia che stanno al Nord, pur non essendo affatto di sentimenti repubblichini.

I meriti così acquisiti lo collocano in una posizione chiave proprio nel pieno della riorganizzazione dei servizi segreti italiani, che si verifica in totale dipendenza dai desiderata alleati:

«In un messaggio segreto inviato il 10 febbraio 1949 dall’ambasciatore americano in Italia al Dipartimento di Stato Usa, si legge che «l’Italia sta istituendo un’organizzazione di polizia segreta anticomunista sotto il ministro dell’Interno con elementi dell’ex polizia segreta fascista». Uno dei primi agenti di questa organizzazione sarà Costantino Digilio» (G. Ferraro, Enciclopedia dello spionaggio, voce James Jesus Angleton, p. 37). Capiamo meglio ora quanto fossero fascisti questi funzionari di polizia, messisi a disposizione per il doppio gioco richiesto dal Plan Ivy.

Nel 1952 un altro passo importante: D’Amato è collocato alla guida dell’Ufficio Politico della Questura di Roma, dunque della capitale d’Italia, nel cuore del potere democratico e antifascista.

Nel 1957, a seguito di un contrasto con Tambroni, si noti, di cui sono ad oggi ignote le ragioni, viene trasferito a Firenze, alla squadra buon costume. Un capitolo da approfondire, ma che denota una caratteristica fondamentale di D’Amato: sapere scegliere il cavallo vincente. Tambroni non lo era, come si vide ben presto.

Non a caso, nel novembre 1960, si noti, dopo i fatti di Genova, che segnano la fine politica di Tambroni, il balzo decisivo: passa all’Ufficio Affari Riservati del Viminale. Qui, dopo che il 22 febbraio 1962 Paolo Emilio Taviani è diventato Ministro degli Interni, è sempre D’Amato che, nel settembre 1962, gestisce una delicatissima missione segreta in relazione al fermo dell’ex premier francese Georges Bidault, uno dei capi dell’OAS, fermato in Italia e poi fatto uscire in Svizzera, ovviamente senza informare la magistratura italiana.

Chi conosce il quadro internazionale di quel momento, i delicati rapporti con la Francia impegnata nella guerra d’Algeria e poi nella lotta contro il terrorismo dell’OAS, e il rilievo che quest’ultima ha avuto nell’influenzare l’estrema destra italiana, capirà bene che anche in questa occasione è D’Amato il master mind, non certo la vittima di una strumentalizzazione!

Dicembre 1963, governo di centro-sinistra, primo ministro Aldo Moro: D’Amato diventa capo della sesta sezione dell’Ufficio Affari Riservati, con il compito di coordinamento delle squadre periferiche e con il centro intercettazioni di Monterotondo, all’avanguardia per quei tempi. Stiamo parlando del controllo di tutte le comunicazioni che interessavano al Ministro degli Interni. Siamo nel pieno della formazione del nuovo centro-sinistra, passaggio delicatissimo per la conservazione del sistema, per “cambiare tutto in modo che non cambi nulla”.

1965, su indicazione di Taviani, pilastro dell’antifascismo democristiano e atlantico, D’Amato diviene il rappresentante italiano, unico civile, nel cosiddetto Ufficio sicurezza interna del Patto Atlantico (Uspa), abilitato alla concessione dei Nulla Osta Sicurezza (Nos) in Italia. In seguito, in data da individuare, divenne anche capo della delegazione italiana presso il Comitato di Sicurezza della Nato. Ecco D’Amato diventare niente meno che il fiduciario della Nato per la sicurezza in Italia.

Dato il livello di questo incarico, dato il passato bellico di D’Amato, dato il suo ruolo nell’Uar, dobbiamo considerarlo se non l’effettivo numero uno, almeno il numero due di questo servizio, ma solo perché nel settembre 1968, Elvio Catenacci, ex questore di Venezia, diventa direttore dello Uar, con D’Amato suo vice.

Fine anni Sessanta: D’Amato è il promotore, promotore si noti, della creazione del cosiddetto Club di Berna, organismo di coordinamento di tutte le polizie europee. È lui che parla quindi di intelligence non solo con la Nato ma anche con i servizi segreti civili di tutta l’Europa occidentale, e con quelli nordamericani.

Meriterebbe capire come, con quali motivazioni, intese, supporti politici, D’Amato riesca brillantemente in questa fondamentale operazione, che è politica prima che poliziesca, e coinvolge un Paese di cui si parla poco, ma che è fondamentale per capire le dinamiche della sicurezza in Europa, la Svizzera, cuore pulsante del capitalismo finanziario internazionale, centro spionistico fondamentale durante le due guerre mondiali.

Da recenti acquisizioni di una brillante studiosa elvetica (Aviva Guttmann), sappiamo che il Club di Berna, operando dietro determinante impulso tecnico e politico dei servizi segreti dello Stato di Israele, ha di fatto dettato la linea, tuttora vigente, dell’anti-terrorismo europeo. D’Amato era lì, nei furenti anni Settanta, e oltre.

Febbraio 1969. D’Amato stila un appunto, interamente dedicato alla questione dei movimenti della sinistra extra-parlamentare in Europa, a margine di un incontro del Club di Berna nel quale i rappresentanti tedeschi hanno avanzato il sospetto che la loro origine sia in operazioni dei servizi segreti nordamericani (Pacini, cit., p. 86).

Questa è una prova regina, che conferma il ruolo di D’Amato nella ben nota operazione “manifesti cinesi”, la cui importanza è stata per la prima volta rilevata da Vincenzo Vinciguerra. Fondamentale: uno, per i rapporti con Mario Tedeschi, cui fanno adesso riferimento i magistrati di Bologna indicandolo tra i mandanti nell’ultima inchiesta sulla strage del 2 agosto; due, per i rapporti con l’estrema destra di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, che forniscono in questa operazione la manovalanza. Prova mai smentita del fatto che è D’Amato a dare carne e sangue al delicato, rischiosissimo ma fondamentale gioco delle stragi, da una parte; e, dall’altra, dell’extra-parlamentarismo di sinistra, poi evolutosi in “partito armato”, con tutto quello che ne è derivato.

Giugno 1969: decreto del Consiglio dei Ministri di riordino dello Uar, che, diviso, diventa Sigop (servizio informazioni generali e ordine pubblico), a sua volta ripartito in Siig (sicurezza interna e informazioni generali) guidato da D’Amato, e Dops (divisione ordine pubblico e ufficio stranieri), affidata a Antonio Troisi e Mauro Saviani. Siamo nel pieno della stagione della strategia della tensione, D’Amato mantiene la posizione chiave che gli permette un’operatività globale nel nostro Paese.

Agosto 1970, Elvio Catenacci diventa capo della Polizia: Sigop passa a Ariberto Vigevani, già capo dell’ufficio politico della questura di Milano.

Novembre 1971, Sigop viene sciolto e le due divisioni diventano autonome. La Dops cambia nome in Sops (Servizio Ordine pubblico e stranieri); la Siig diventa Sigsi (Servizio informazioni generali e sicurezza interna), dove, si noti, resta D’Amato.

Sorge spontanea la domanda: perché questi cambiamenti nel pieno del periodo delle stragi e dei “golpe”? Qualcuno ha approfondito questa dinamica? Ma intanto D’Amato resta al comando.

Il fatto che D’Amato lavori su tutte e due i fronti degli opposti estremismi, in funzione di provocazione, è confermato, nel 1975, dalla proposta che D’Amato fa, chissà perché, ad Adriano Sofri di uccidere membri dei Nap. Dell’incontro con D’Amato a casa di Sofri, quest’ultimo darà notizia in due articoli del 26 e del 28 maggio 2007, su Il Foglio!

A fine anni Settanta, al militante di Lotta Continua Alberto Capriotti viene trovato il numero di telefono diretto di D’Amato, compreso quello di casa: Capriotti era stato denunciato nel 1969 per avere dato rifugio a Marco Pisetta, infiltrato nelle Brigate Rosse.

Bene, perché annoiare il lettore con questo breve profilo biografico?

Perché non vi è persona dotata di semplice e puro buon senso che, letta una simile biografia, possa pensare che è il superpoliziotto D’Amato ad essere strumentalizzato da presunti neo-fascisti. Sembra evidente esattamente il contrario: un esercizio professionale cui tutti i poliziotti di un certo rilievo degli Stati moderni, a partire dall’Ochrana zarista, si sono dovuti dedicare: infiltrazione, provocazione, strumentalizzazione dei movimenti antagonisti rispetto allo Stato di cui è al servizio.

Questo è il lavoro, se vogliamo lo sporco lavoro, dei D’Amato, oggi come allora. Serve a questo, in età contemporanea: come avvenuto negli Usa con la strage di Haymarket (Chicago, 1° maggio 1886) o in Russia con l’uccisione del primo ministro Stolypin (Kiev, 18 settembre 1911), per consolidare un potere minacciato di cambiamento. Neutralizzando gli anarchici americani, nel caso di Haymarket; impedendo le radicali riforme al potere del latifondo nella Russia zarista, nel caso di Stolypin. In entrambi i casi, operazioni di difesa del sistema. Questo il lavoro demandato ai D’Amato, la base anche del loro potere, i veri pretoriani degli Stati moderni, compresi quelli democratici.

Licio Gelli, un “redento”

Anche su Licio Gelli pensiamo sia tempo di valorizzare acquisizioni storiografiche che forte e chiaro ci parlano di un fascista di quelli che, in molti casi per salvare la pelle, sono stati da taluno chiamati “i redenti”, vale a dire coloro che hanno opportunamente voltato gabbana: avvenne nel 1944, rendendo possibile con la sua presenza in divisa da repubblichino la liberazione dal carcere di un gruppo di partigiani arrestati a Pistoia.

Licio Gelli avrebbe dato più di una volta un concreto aiuto alle formazioni partigiane: per questa ragione, secondo alcuni, nell’estate del 1944 sarebbe stato costretto a nascondersi per paura di rappresaglie dei tedeschi o dei fascisti. Ma leggiamo.

«1. Licio Gelli, nel luglio del 1944, si era fatto partigiano nella “Gugliano”, una piccola formazione che operava tra la Torbecchia e il Vincio di Montagnana, a un tiro di schioppo dal luogo dove Scripilliti fu ucciso;

2. Gelli e la sua formazione erano in contatto con alcuni dirigenti comunisti. Infatti, Giuseppe Corsini (dirigente del Pci e, nel dopoguerra, sindaco di Pistoia e senatore) dichiarò:

“[Scoperto] del suo doppio gioco e taglionato, fu incaricato di reclutare e organizzare delle squadre Partigiane. Infatti il Gelli operava sotto la sigla G.U. [la formazione “Gugliano” -. N.d.A] nei pressi di Pian di Casale-Ponte S. Giuseppe (…)

Italo Carobbi (dirigente comunista e presidente del Comitato Pistoiese di Liberazione Nazionale), a sua volta, il 20 maggio 1946 concludeva una sua dichiarazione al PM presso la Sezione speciale di Corte d’Assise di Pistoia, Umberto Petrucci, riferendo che Gelli, dopo il 21 giugno 1944 (data dell’azione alle Ville Sbertoli compiuta dalla “Silvano Fedi” con l’aiuto di Gelli), scoperto e con sulla testa una taglia di 150.000 lire [sic]: […] dovette allontanarsi e da allora, verso la fine di luglio, andò ad assumere il comando di una formazione partigiana in montagna. Alla Questura di Pistoia e alle altre autorità tutto questo non risulta perché gli accordi intercorsi tra noi sono stati tenuti sempre segreti. (I. Aiardi, R. Aiardi, Agguato a Montechiaro – Considerazioni sulla morte del comandante partigiano Silvano Fedi, Centro Documentazione di Pistoia, 2014, passim).

Tutto questo gli avrebbe valso in prima battuta la copertura del Partito Comunista che, nell’ottobre del ’44 e poi nel febbraio ’45, rilascia a Gelli un’attestazione della sua attiva collaborazione con i partigiani, confermata anche dal giornale del Cln pistoiese nel ’45.

Riparato a Roma con mezzi forniti dal Cln, si sposta a la Maddalena in Sardegna presso la sorella ed il cognato, sottufficiale di marina, sotto sorveglianza dei carabinieri, il 24 gennaio 1945.

Arrestato dai carabinieri nel settembre ’45, su denuncia del figlio di un collaboratore dei partigiani, è detenuto prima a Sassari e poi a Cagliari, e qui, negli interrogatori a suo carico, avrebbe fatto i nomi dei collaborazionisti repubblichini da lui conosciuti, a suo dire per proteggerli dalla furia popolare.

Rilasciato in libertà provvisoria, nuovamente arrestato, su denuncia di un ufficiale dell’aviazione per aver organizzato rastrellamenti di prigionieri inglesi, durante la detenzione a Roma conosce il principe Junio Valerio Borghese.

Le accuse contro di lui si ridimensionano, e nel 1947 si trova libero da qualsiasi addebito penale e ottiene il passaporto.

Riprende l’attività politica con orientamento monarchico, in vista del referendum, e diventa segretario provinciale del Partito Nazionale del Lavoro. Da qui, seguendo la traiettoria di molti ex-fascisti, lo spostamento finale a favore della Democrazia Cristiana:

«Nel 1948, alla vigilia delle elezioni politiche, in un clima di acceso anticomunismo, iniziò a lavorare per Romolo Diecidue che era candidato per la circoscrizione Firenze-Pistoia, nelle liste della Democrazia cristiana, e aveva il suo bacino elettorale in Valdinievole. Diecidue, romano di origine e preside di scuola media superiore nella città termale, era stato presidente del Cln di Montecatini: dopo avere militato nella Dc, sarebbe passato ai demoliberali filo-monarchici. La collaborazione tra i due durò per circa un decennio» (M. Francini, “Il periodo pistoiese di Licio Gelli”, Quaderni di Farestoria, Anno XI, 1, Gennaio-Aprile 2009, p. 50 e ss.).

Perché dunque continuare a parlare di Gelli come di un nostalgico neo-fascista e non classificarlo, come si è fatto per intellettuali di chiara fama, come “redento”, oramai conquistato alla causa della democrazia, tanto da iniziare una brillante carriera come “faccendiere”, che, grazie al supporto massonico-cattolico, lo avrebbe portato a far parte di un centro di potere come la Loggia P2?

Ci limitiamo, per chi ancora non la conoscesse, a consigliare la lettura di quel Piano di Rinascita Democratica, ritrovato a Gelli nel 1981 quando scoppia l’affaire P2, ma sicuramente risalente alla fine degli anni Settanta. Lo si ponga poi accanto al celebre testo di M. Crozier, S.P. Huntington, J. Watanuki, The Crisis of Democracy, Report on the Governability of Democracies to the Trilateral Commission, New York University Press, 1975. Confrontando i due testi, chiunque può rendersi conto che il documento attribuito alla P2 non è altro che l’adattamento politico al contesto italiano di un progetto di ben più vaste dimensioni, in atto nell’Occidente capitalista a fine anni Settanta, in vista della riorganizzazione dei sistemi a democrazia parlamentare col vittorioso procedere della mondializzazione nel segno del liberismo economico-finanziario.

Fascisti questi? Neo-fascisti anche quelli della Trilateral? Fior di democratici, magari di una democrazia diversa da come la intendeva Mazzini: ma sono gli uomini e e le forze che hanno combattuto e vinto la guerra contro il fascismo. Gelli e la P2 stavano dalla loro parte.

E la strage di Bologna?

Probabilmente la strage di Bologna non è una strage come quelle degli anni Sessanta e Settanta. Non rientra nella sanguinosa routine del “destabilizzare per stabilizzare”, in quanto non si collega probabilmente ad un tentativo golpista, più o meno gestito strumentalmente, come nel caso dei vari golpe Borghese e dei golpe “bianchi”.

Crediamo che anche in questo caso, Vinciguerra stia in questi mesi fornendo sul suo blog I Volti di Giano la chiave di lettura più credibile, a sostegno della quale egli, come sempre, fornisce un’articolata analisi di elementi finora mai valorizzati in questo senso.

La strage del 2 agosto probabilmente nasce quindi come un’estrema operazione di copertura per impedire la verità sulla strage di Ustica. Su questa questione vedremo cosa accadrà nei prossimi mesi, visto che già qualcuno rispolvera palestinesi e libici, come già fecero i servizi israeliani subito dopo la strage, nell’agosto del 1980.

Se, come pensiamo, strage copre strage, il movente è sufficientemente chiaro e grave per spiegare l’eccezionalità di Bologna. Una verità che, se fosse stata conosciuta all’epoca, avrebbe portato alla luce la presenza di qualcosa come 21 velivoli da combattimento nei cieli estivi d’Italia, uno scenario di guerra non dichiarata di cui il nostro Paese fu e rimane all’oscuro – se tutto questo fosse venuto alla luce allora, nonostante il Pci avesse da poco aperto alla Nato, probabilmente l’indignazione popolare avrebbe travolto la classe dirigente italiana, avrebbe rimesso in discussione la presenza dell’Italia nella Nato, proprio in un momento critico per il confronto fra i blocchi, come fu quello che seguì ai molti eventi epocali del 1979, dall’invasione dell’Afghanistan alla rivoluzione khomeinista in Iran.

Ricordiamoci cosa avvenne a Milano e Roma all’inizio di Mani Pulite: Craxi in fuga fra lanci di monetine. Ricordiamoci cosa avvenne a Palermo ai funerali di Borsellino: un presidente della Repubblica in fuga, inseguito dalla folla inferocita.

Cosa sarebbe accaduto, nel mentre infuriavano ancora le uccisioni delle Br, se si fosse scoperto quello che nessuno ha ancora il coraggio di ammettere, vale a dire che l’Italia è stata ed è su di una linea di guerra, dopo la perdita della sua sovranità nazionale con lo sfascio dell’8 settembre? Non c’era antifascismo che potesse reggere: i politici di allora sarebbero stati cacciati a furor di popolo, come del resto meritavano.

Per questo D’Amato e altri con lui mettono in moto un meccanismo ben collaudato, che porta al massacro della stazione del 2 agosto: non per una strategia del terrore “fascista”, che non trova addentellati nella realtà, ma per la solita strategia di difesa dello Stato democratico e antifascista; ma usando manovalanza pescata nei vivaio tenuto in vita nell’estrema destra, a furia di infiltrazioni e di attacchi mirati a creare ragazzini pronti a tutto. Un domani sempre scaricabili, quindi, o eliminabili.

Ragazzini che, oggi diventati uomini, tacciono perché sanno di essere stati parte di un gioco troppo più grande di loro, come hanno taciuto i Freda, i Ventura, eccetera, eccetera. Pagano così il prezzo per la loro libertà e per la loro sopravvivenza fisica.

Guardiani della memoria

L’Italia non ha bisogno di guardiani della memoria, che vengano a ripetere i vecchi slogan a base di antifascismo e di un atlantismo che la caduta del Muro di Berlino avrebbe dovuto seppellire.

I segreti dietro le stragi, compresa quella di Ustica, di Bologna, e le altre che le hanno seguite, sono sempre stati noti ai vertici della classe politica, militare e poliziesca italiana, comprese le forze della cosiddetta opposizione, poi divenute anch’essa forze di governo, senza che nulla sia mutato in termini di verità sui “misteri” italiani.

Come giustamente ha sottolineato Vinciguerra, non ci sono “misteri”, ci sono “segreti”: di questi segreti è tuttora detentrice la classe dirigente del Paese.

Da loro è però oramai vano aspettarsi la verità, cosa questa che forse i familiari delle vittime non hanno ancora capito.

Eppure questa verità, grazie al sacrificio personale di qualcuno, al coraggio di pochi, all’onestà di altri, mai come ora è straordinariamente vicina.

I familiari delle vittime hanno compreso l’importanza del momento e comprensibilmente chiedono la vicinanza del Paese. Questa vicinanza noi la testimoniamo qui con queste poche righe, sperando di contribuire alla verità che le 81 vittime, i cui nomi sono incisi sulla lapide di Bologna, attendono da quarant’anni.

da qui

sabato 10 maggio 2025

Processo Spiotta, riappare il bossolo dei carabinieri che prova l’esecuzione di Mara Cagol - Paolo Persichetti

 

C’è un bossolo fantasma, trovato e poi inspiegabilmente scomparso, tra le carte del nuovo processo che si è aperto davanti la corte di assise di Alessandria per la sparatoria del 5 giugno 1975 alla cascina Spiotta, in località Arzello di Acqui Terme. Si tratta di «un bossolo calibro 9, fabbricazione 70, appartenente ad un proiettile in dotazione dei Carabinieri: Beretta cal. 9», che può riscrivere per intero le circostanze della uccisione di Margherita Cagol, una delle fondatrici delle Brigate rosse, avvenuta quella mattina sulla collinetta antistante la cascina.

da Insorgenze

L’improvvida sortita dei carabinieri della stazione di Aqui Terme
Nella tarda mattinata del 5 giugno un conflitto a fuoco oppose i due brigatisti che trattenevano Vallarino Gancia, sequestrato il giorno precedente dalla colonna torinese delle Brigate rosse, e una pattuglia dei carabinieri giunta sul posto per ispezionare il casolare. Una decisione incauta, dettata forse da spirito di concorrenza con i carabinieri del nucleo speciale che stavano indagando sul sequestro. Piero Bosso, appartenente al nucleo speciale e originario della zona ha riferito durante le nuove indagini, in una deposizione del 24 febbraio 2022, che a seguito di un controllo catastale erano emerse discordanze anagrafiche sulla nuova acquirente della cascina Spiotta, tale Marta Caruso, identità utilizzata da Margherita Cagol per l’acquisto del rustico. Da tempo i carabinieri di Dalla Chiesa conducevano indagini sui rogiti catastali più recenti perché avevano capito che i brigatisti acquistavano o affittavano immobili con documenti falsi. La cascina era dunque sotto osservazione da un paio di settimane, il sequestro di Vallarino Gancia e l’arresto di Massimo Maraschi, uno dei componenti del gruppo di rapitori che si dichiarò subito prigioniero politico, avevano convinto gli investigatori di Dalla Chiesa già dal pomeriggio del 4 giugno che bisognasse intervenire sulla cascina. La festa dell’arma del successivo 5 mattina ritardò l’intervento, a questo punto il tenente Umberto Rocca, della tenenza di Aqui Terme, volle anticipare tutti con una improvvida iniziativa che terminò in tragedia.

La nuova perlustrazione del 20 giugno
Il reperto è «rinvenuto nei pressi del luogo ove giaceva il cadavere della Cagol Margherita», così recita il verbale di ritrovamento stilato il 20 giugno 1975, ovvero 15 giorni la tragica sparatoria e la liberazione di Gancia. Colpiscono le due settimane di distanza che separano la nuova ispezione giudiziale dal momento della sparatoria e delle successive indagini e rilievi condotti davanti e dentro il casolare. Quindici giorni dopo il conflitto a fuoco e la liberazione dell’ostaggio si erano tenute delle importanti elezioni regionali. Il risultato fu un clamoroso smacco per la Dc mentre forte era stata l’avanzata del Pci che si distanziò di soli 500 mila voti dal partito di governo, conquistando ben sette regioni compreso il Piemonte. Forse fu la sorpresa politica per quanto avvenuto a rallentare le indagini, o forse altro, fatto sta che solo quel successivo 20 giugno il procuratore della repubblica Lino Datovo si recò nuovamente sul posto per procedere all’esame del terreno circostante la cascina alla ricerca di eventuali reperti non ritrovati in precedenza. La decisione fa comunque riflettere perché le autopsie dei corpi di Margherita Cagol e del carabiniere Giovanni D’Alfonso, erano avvenute il 6 e l’11 giugno precedente. Già il 12 giugno i reperti balistici rinvenuti, le armi sequestrate ai due brigatisti, alcuni bossoli, proiettili e frammenti di proiettile e delle bombe Srcm lanciate, erano stati inviati al perito designato dalla procura per gli esami e le comparazioni di rito. Forse erano sorti dei dubbi e quali?

I bossoli esplosi dall’appuntato D’Alfonso
Almeno due carabinieri avevano testimoniato di aver sparato, ma nessun bossolo esploso dalle loro pistole era stato repertato. Il maresciallo Rosario Cattafi ha raccontato di aver tirato almeno due colpi contro la finestra dove si era affacciata Cagol, immediatamente dopo il lancio della prima Srcm, una bomba a mano di origine italiana dalle caratteristiche poco letali (concepita soprattutto per disorientare il nemico, l’effetto è quello di un grosso petardo), in direzione del tenente Umberto Rocca da parte del giovane sportosi dall’entrata della cascina, ma nessun bossolo risulta rinvenuto nella zona antistante. Dopo aver sparato Cattafi corse in aiuto di Rocca col gomito tranciato dalla esplosione dell’ordigno per trascinarlo via.
L’appuntato Pietro Barberis, l’altro carabiniere rimasto di copertura sulla stradina di accesso alla cascina, affermò di aver scaricato l’intero caricatore contro la donna in due momenti diversi e successivamente contro l’uomo in fuga tra i cespugli del bosco sottostante, ma nessun bossolo è mai stato segnalato.
Del terzo carabiniere, l’appuntato D’Alfonso, si erano ritrovati accanto al luogo dove era rimasto gravemente ferito cinque bossoli esplosi da un’arma in dotazione ai carabinieri. Stranamente il procuratore non aveva chiesto di effettuare comparazioni con le pistole dei militi operanti, ma soltanto con le armi attribuite ai due brigatisti. Sarà la logica a ricondurre i cinque bossoli calibro nove corto (in dotazione ai carabinieri), insieme al fatto che dalla sua arma erano stati esplosi gran parte dei colpi, ad attribuirgli quei bossoli. Parlare di una indagine lacunosa è dire poco.

Il ritrovamento del bossolo che uccise Mara Cagol

Alle 12,30 di quel 20 giugno le operazioni, ancora senza esito, vennero sospese per riprendere alle 17 con l’assistenza del capitano dei carabinieri Giampaolo Sechi, in forza al nucleo speciale di polizia giudiziaria sotto il comando del generale Dalla Chiesa e del carabiniere Renzo Colonna che disponeva di un apparecchio rivelatore di metalli. L’ispezione veniva nuovamente interrotta a causa di un violento temporale per riprendere verso le 19. E’ in quel momento che accanto al luogo dove era stato ritrovato il cadavere di Margherita Cagol viene rinvenuto il bossolo calibro 9 in dotazione ai carabinieri. Tuttavia a causa della fangosità del terreno e dello scarso rendimento dell’apparecchio rivelatore, «in siffatte condizioni», le operazioni vengono sospese alle 19,30 e rinviate alle 16,00 del 23 giugno successivo. Il proiettile rinvenuto non arriverà mai sul tavolo del perito, da quel momento scompare dalle indagini. Perché?

Il tiro a segno contro Cagol e la sua esecuzione
Eppure la posizione del bossolo associato ai risultati della perizia autoptica sul corpo della Cagol ci rivelano le modalità della sua morte: uccisa da un colpo tirato a breve distanza quando aveva le braccia alzate in segno di resa. Una ricostruzione che coincide con il racconto fatto nel memoriale scritto tempo dopo da Lauro Azzolini che in aula ha confermato di aver visto per l’ultima volta «Mara» ancora viva, ferita a un braccio, seduta a terra con le mani levate in aria in segno di resa.
Quel bossolo scomparso e l’autopsia condotta dal professor La Cavera dicono chiaramente che Cagol subì un’esecuzione con un colpo singolo esploso a distanza molto ravvicinata sotto l’ascella sinistra con uscita su quella destra, «con andamento pressoché orizzontale lievemente dall’avanti all’indietro» e morte pressoché istantanea. Dinamica che smentisce la ricostruzione ufficiale fornita dall’appuntato Barberis che disse di aver ucciso la donna sparandole a distanza di almeno dieci-quindici metri, mentre si gettava in avanti per ripararsi dal terzo lancio di una Srcm da parte dell’altro brigatista che era accanto a Cagol. Il colpo mortale è tirato da sinistra mentre Barberis, che sostiene di essersi spostato verso la cascina per riarmare la sua pistola, a quel punto era posizionato sul lato destro della donna, più in alto. Il colpo mortale è tirato a distanza di qualche minuto dai precedenti: il primo esploso con tutta probabilità dall’appuntato D’Alfonso, il secondo dall’appuntato Barberis che centra due volte la 128 dove era salita Cagol: prima sul pneumatico e poi sullo sportello anteriore destro, all’altezza della maniglia. Il proiettile trapassa la carrozzeria e colpisce l’avambraccio destro della donna che urta il cambio ritrovato macchiato insieme al coprisedile da tracce di sangue. Cagol esce dalla macchina con le mani alzate, la sua arma, una Browing 7,65 verrà ritrovata accanto allo sportello completamente scarica.

Il duello con l’appuntato D’Alfonso
Cagol e D’Alfonso si affrontarono all’altezza del porticato situato sul lato destro dell’edificio dove erano diretti i brigatisti in fuga per raggiungere le macchine. L’appuntato che stava sbirciando nelle auto in sosta era rimasto leggermente ferito a una coscia da una piccola scheggia metallica proveniente dalla seconda Srcm tirata a casaccio da Azzolini. Prova a impedire la fuga dei due sorprendendo la donna alle spalle. Il suo colpo ferisce superficialmente Cagol sul dorso, senza penetrare «nella regione destra all’altezza della decima costola» (zona del rene). La donna voltandosi reagisce colpendolo una prima volta alla spalla destra. Il proiettile trapassante si fermerà nel cavo toracico. La perizia darà conferma che era stato esploso dalla Browing della Cagol. Un colpo che secondo il perito non impedisce a D’Alfonso di rispondere al fuoco. Lo scambio ravvicinato tra i due è drammatico e si conclude con un altro colpo che centra D’Alfonso alla testa, ferendolo gravemente. Morirà sei giorni dopo. La perizia stabilirà che «entrambi i colpi sonno stati esplosi da distanza ravvicinata: nell’ordine di pochi metri».

Chi ha ucciso Mara Cagol?
Un contadino del posto, Bruno Pagliano, che stava lavorando la terra in un terreno confinante dopo gli spari si avvicinò alla cascina. Riuscì a vedere il corpo agonizzante di Margherita Cagol prima di essere bruscamente allontanato da un carabiniere armato di mitra. Si trattava di uno dei membri della pattuglia chiamata in rinforzo da Barberis. La sua è una testimonianza importante poiché fotografa la situazione negli ultimi momenti di vita della Cagol. Sul posto c’erano cinque carabinieri della stazione di Aqui Terme: Cattafi e Barberis, D’Alfonso ferito a terra mentre Rocca era stato portato in ospedale, e i sopraggiunti Lucio Prati e Stefano Regina. Oggi nessuno di loro è più in vita. Fantasmi come il proiettile scomparso.

https://www.osservatoriorepressione.info/processo-spiotta-riappare-il-bossolo-dei-carabinieri-che-prova-lesecuzione-di-mara-cagol/

giovedì 11 aprile 2024

Galloni su Moro: “Mi disse che sapeva di infiltrati CIA e Mossad nelle BR”

 

“Non posso dimenticare un discorso con Moro poche settimane prima del suo rapimento: si discuteva delle BR, delle difficoltà di trovare i covi. E Moro mi disse: ‘La mia preoccupazione è questa: che io so per certa la notizia che i servizi segreti sia americani che israeliani hanno infiltrati nelle BR ma noi non siamo stati avvertiti di questo, sennò i covi li avremmo trovati’ “. Davanti alle telecamere di NEXT, l’approfondimento quotidiano di Rainews24 curato da Piero Di Pasquale, l’ex vicepresidente del CSM ed ex vicesegretario della Democrazia Cristiana Giovanni Galloni confida un ricordo degli anni di piombo che suggerisce paragoni con la vicenda del rapimento dell’imam della moschea milanese da parte della CIA.

“Me ne sono ricordato proprio ora, perché nei 55 giorni di prigionia di Moro ebbimo grandi difficoltà a metterci in contatto con i servizi americani, difficoltà che non incontrammo poi durante il rapimento del generale Dozier”, racconta Galloni.

L’internazionalizzazione della sfida delle BR
Il generale James Lee Dozier venne rapito a Verona il 17 dicembre 1981: fu liberato con un blitz delle forze dell’ordine italiane, con i Nocs, il 28 gennaio 1982. Più di vent’anni dopo, alcuni documenti della CIA pubblicati mostreranno la scarsa fiducia di quest’ultima nelle possibilità di ritrovare vivo l’alto ufficiale e nelle capacità investigative italiane, nonché la preoccupazione per una internazionalizzazione in chiave anti americana del terrorismo italiano ed europeo. Ma anche, almeno stando a quanto è stato reso noto, la relativa scarsa conoscenza dei servizi americani, fino ai primi anni ’80, delle BR:

“Nonostante alcune speculazioni sul trasferimento di Dozier in un paese vicino, le autorità italiane credono che il generale sia in Italia, forse nell’area tra Milano, Verona e Venezia – si legge ad esempio in un documento CIA del dicembre 1981 – Noi non abbiamo prove che nel passato le Brigate Rosse abbiano cercato di spostare i loro rapiti oltre i confini nazionali. La prigione del popolo dove fu detenuto Aldo Moro non è mai stata localizzata, ma la maggior parte degli esperti di sicurezza è convinta che il leader democristiano non sia mai stato lontano da Roma, e forse lo hanno tenuto sempre dentro Roma stessa”.

L’altro dubbio di Galloni
‘Ma allora qualche informazione sul rapimento Moro allora dagli americani poteva arrivare?’, chiede Di Pasquale. “E’ possibile – risponde Galloni – d’altronde Pecorelli (il giornalista di OP assassinato in circostanze misteriose il 20 marzo 1979) scrisse che il 15 marzo 1978 sarebbe accaduto un fatto molto grave in Italia e si scoprì dopo che Moro doveva essere rapito il giorno prima… (Moro venne rapito il 16 marzo , ndr.) . L’assassinio di Pecorelli – ha aggiunto Galloni – potrebbe essere stato determinato dalle cose che il giornalista era in grado di rivelare”. Anni di indagini sulla morte di Pecorelli hanno portato di volta in volta a seguire piste dell’estremismo di destra, della Loggia P2, della mafia, fino al processo al senatore a vita Giulio Andreotti e all’ex magistrato Vitalone, chiuso dalla definitiva assoluzione sancita dalla Corte di Cassazione il 30 ottobre 2003.
“Del resto – ha proseguito Galloni – tutti i magistrati che hanno lavorato sul rapimento Moro hanno detto che le dichiarazioni delle BR non hanno avuto dichiarazioni del tutto convincenti. Qualcosa ci hanno nascosto. E l’interrogativo nasce in relazione anche ai servizi segreti deviati italiani, che rispondevano prima ai colleghi americani della CIA che ai loro superiori”.
Una tesi che si ricollega ai molti che negli anni scorsi hanno sostenuto che durante il rapimento Moro i servizi americani non offirono la massima collaborazione, per ostacolare il ‘compromesso storico’ che avrebbe portato al governo il PCI.

Rapporti paritari
“Dalla fine ’78 al 1984 ho fatto numerosi viaggi negli USA (…) – ha spiegato Galloni – Lì venni a sapere che la CIA era estremamente preoccupata per l’Italia, per il fatto che se i comunisti arrivavano al governo loro non avrebbero potuto mettere certe basi in Italia: una questione di vita o di morte per loro, rispetto alla quale qualunque atto sarebbe stato giustificabile. O si superano questi limiti o i rapporti non si svilupperanno mai su un piano di democrazia e parità”.

“Per difendere la democrazia non bisogna uscire dalla democrazia. Bisogna trovare collegamenti e coordinamenti adeguati fra i Paesi. Quando nascono equivoci … Il nostro Paese è parte dell’Occidente – ha detto ancora Galloni – ma si sa benissimo che alcune cose in Italia non si possono fare”.

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martedì 2 aprile 2024

Balzerani, Di Cesare e la polizia del pensiero - Paolo Persichetti

 

La società della «bava e del fiele», ha cercato affannosamente un’altra preda da azzannare e ha trovato sulla sua strada Donatella Di Cesare, oggetto transizionale della furia vendicativa. A lei la destra oggi al governo, l’entourage più stretto della Meloni, rimprovera di essere stata colta in fallo, smascherata, per aver squarciato il velo con cui tenta di coprire le sue idee radicate nel razzismo della «sostituzione etnica». Per questo deve pagare.

L’associazione nazionale funzionari di polizia ha ritenuto doveroso inviare una lettera aperta alla professoressa Donatella di Cesare, docente di filosofia teoretica presso l’università di Roma La Sapienza, dopo le polemiche scatenate da un suo tweet di cordoglio per la morte della ex dirigente delle Brigate Rosse Barbara Balzerani, scomparsa domenica 3 marzo 2024. Nel suo breve messaggio la professoressa Di Cesare aveva scritto: «La tua rivoluzione è stata anche la mia. Le vie diverse non cancellano le idee. Con malinconia un addio alla compagna Luna».

Attacco al diritto di parola e di pensiero

L’Anfp è un’associazione di natura sindacale nata per tutelare gli interessi dei quadri direttivi della polizia di Stato. Nella lettera aperta, che potete leggere qui per intero (www.anfp.it/lettera-alla-prof-ssa-di-filosofia-teoretica) si rimprovera alla docente di aver dimostrato mancanza di rispetto verso le vittime e i familiari delle vittime, tra cui si enumerano anche quelle della strage di Bologna che nulla c’entra con la storia politica della Balzerani, anzi si pone in frontale antitesi con il suo percorso, dimenticando troppo in fretta quei funzionari di polizia e dei servizi segreti coinvolti nei depistaggi della strage e per questo condannati, ed a cui – a quanto pare – i funzionari di polizia fanno sconti. 
La lettera mette in discussione il diritto di parola e la libertà di pensiero della Di Cesare, punta il dito persino contro la pietas davanti alla morte, contestandole di essere mancata al suo ruolo istituzionale, al rispetto del gioco delle regole: una prova di infedeltà che nelle parole dei dirigenti di polizia sembra mostrare nostalgia verso un modello di università che espelleva chi rifiutava di giurare fedeltà al regime.

Il nuovo ministero dell’etica


Sorge immediatamente una domanda: quale è il ruolo e soprattutto il posto della polizia nel sistema politico-istituzionale italiano? Spetta a loro regolare il dibattito pubblico? Stabilire cosa e come si insegna all’interno delle Università, chi merita la cattedra o meno? Non sembrano questi i compiti che gli vengono attribuiti dalla costituzione, che pure dovrebbero rispettare alla lettera per mandato istituzionale. E’ davvero singolare pretendere di ricordare alla cittadina De Cesare che non può oltrepassare il suo ruolo istituzionale di docente, mentre una tale oltrepassamento viene largamente realizzato da parte dei funzionari di polizia con una simile lettera.
Per altro la professoressa Di Cesare ha espresso il suo pensiero su un social non all’interno della sua facoltà. Ha parlato da cittadina, non da docente davanti ai suoi studenti. Attenta a non confondere i due luoghi. Se dei funzionari di polizia si sentono liberi di andare oltre le loro funzioni, di additare in pubblico una persona, esercitando il magistero del pensiero e della parola, l’accaduto assume la fisionomia di una chiara intimidazione. Un invito a tacere manette alla mano.

Il volantino degli studenti e la stella volutamente fraintesa

Sempre nella lettera si contesta un volantino di solidarietà alla professoressa affisso da alcuni studenti sulle mura della facoltà di filosofia di Villa Mirafiori, subito etichettati come «pericolosi anarchici» (sic!) e filobrigatisti perché avrebbero firmato il testo con la stella brigatista. Come tutti possono vedere dall’immagine qui accanto, non si tratta della stella asimmetrica con le due punte allungate ma di una normale stella, simbolo storico della sinistra italiana, emblema nel 1957 del Fronte democratico popolare con l’effigia del volto di Garibaldi incastonato all’interno di una stella, appunto. Stella presente nel simbolo di molti partiti storici della sinistra che solo l’ottusa ignoranza questurina può ricondurre immediatamente allo stemma brigatista. Ma il clima è questo, l’ignoranza più gretta sale in cattedra.

Cosa ha detto di tanto scandaloso la professoressa Di Cesare?

Che le Brigate rosse sono nate in quel crogiolo di pensiero, ribellione e militanza che nel 1968-69 diede vita ad un nuovo spazio politico animato dalla sinistra rivoluzionaria. Nuova sinistra che contestava le forze storiche del movimento operaio concorrendo sul suo stesso terreno sociale: le fabbriche e le periferie della grandi città.
Già Rossana Rossanda, nel 1978, ebbe a dire qualcosa del genere, suscitando scandalo per aver iscritto le Brigate rosse nell’«album di famiglia» del comunismo storico. Parole suscitate da volontà polemica non solo contro la posizione del Pci, che pur sapendo della loro vera origine le definiva «sedicenti», accusandole di essere manipolate, eterodirette, agenti Nato eccetera; ma con le stesse Br, ritenute un residuato culturale del veterocomunismo degli anni 50, più che una delle tante anime della nuova sinistra. Biografie politiche e inchieste sociologiche hanno poi dimostrato che sbagliava e di molto anche se più avanti cercò di capirle e raccontarle meglio di ogni altro.

La violenza politica? Una risorsa condivisa

In questo nuovo spazio politico il ricorso alla violenza politica era considerato una risorsa legittima. La violenza rivoluzionaria era innanzitutto «parlata», in un libro uscito alcuni anni fa per Deriveapprodi, La lotta è armata, Gabriele Donato spiega quanto fosse condivisa e discussa questa opzione in tutte le formazioni della nuova sinistra, quanto questo orizzonte fosse discusso, percepito come inevitabile: alcuni lo ritardavano ma non lo escludevano e nell’immediato tutti si dotavano di servizi d’ordine, livelli illegali, molti si armavano, facevano «espropri», rapine per finanziarsi, difendevano i cortei dalle forze di polizia e dalle aggressioni fasciste mentre tutt’intorno si susseguivano le stragi e gli attentati della destra e dei Servizi, nelle piazze, sui treni. Si agitavano ombre di golpe e altrove si ribaltavano con le dittature militari governi democraticamente eletti, tanto da spingere il maggiore partito di opposizione italiano a convincersi che non si potesse più salire al governo, divenendo maggioranza alle elezioni, senza prima allearsi con quello stesoo partito di governo dagli albori della repubblica, da sempre avversario, dando vita una società senza più opposizione, priva di dialettica, senza conflitti, moderando salari e rivendicazioni e che gli specialisti chiamarono «consociativa». Una democrazia a sovranità limitata, sottoposta al dominio dei vincoli esterni della geopolitica. Si è così arrivati a sparare, ed i primi, ci ricorda la cronaca, non furono le Brigate rosse.
Un qualunque studio serio su quegli anni si immerge in un clima del genere, anche se molti, sopravvissuti e scampati, ormai avanti nello loro carriere professionali, preferiscono dimenticare, non farsi riconoscere, mentire e nascondersi pavidamente.
Che cosa avrebbe detto allora di non vero la professoressa Di Cesare? Che non ha mancato di sottolineare come quel comune sentire iniziale si sia poi diviso in percorsi diversi, in scelte politiche ed esistenziali separate?

La stigmatizzazione etica

Nelle parole della Di Cesare non c’è traccia di stigmatizzazione etica, questo è il punto. Le si rimprovera la mancata riprovazione, la damnatio negata. Il regime della indignazione è l’unico possibile a cinquant’anni dai fatti: indignazione selettiva, per giunta, se è vero che uno come Franco Freda, ritenuto giudiziariamente e storicamente responsabile della strage di piazza Fontana, vive tranquillamente quello che gli resta della sua esistenza ignorato, dimenticato, senza che nessuno gli ricordi quello che è stato: uno stragista, una massacratore di umanità al servizio e per conto di alcuni apparati dello Stato italiano.
Come ha scritto Adriano Sofri, si può uscire ad un certo punto dalla lotta armata, ma non si entra mai da un’altra parte. Quella storia è stata dichiarata conclusa dai militanti delle Brigate rosse, Balzerani compresa, con un atto politico quasi quarant’anni fa. Ma non è mai esistito un dopo. Le classi dirigenti e le loro sponde mediatiche non lo hanno voluto perché hanno ancora bisogno di quelle icone per rappresentarvi il male. Una comoda esportazione di ogni colpa e responsabilità per tutti. Per la destra che in questo modo può sbiancare le proprie origini e collusioni golpiste e stragiste; per la sinistra che può così eludere i propri errori politici e fallimenti culturali consolandosi con l’alibi del complotto attuato da forze oscure che le hanno impedito di salire al potere.
Le Brigate rosse hanno incarnato in questo modo tutto il male del Novecento. Risultato paradossale davanti agli orrori del secolo breve, ma ancor di più del presente: ad una guerra russo-ucraina che ha fatto in due anni, stando alle stime del New York Times, 200 mila morti e circa 300 mila feriti, e agli oltre 30 mila morti di Gaza.

Una preda di sostituzione

Barbara Balzerani se n’è andata in silenzio, con una mossa di judo si è sottratta alla morsa di chi aveva bisogno del suo corpo per eleggerla a moderna strega, come periodicamente accadeva. La società della «bava e del fiele», orfana della sua persona e del suo funerale che si è tenuto nel più assoluto riserbo, lontano dagli sguardi morbosi dei media, frustrata e livorosa ha cercato affannosamente un’altra preda da azzannare. Ha trovato sulla sua strada Donatella Di Cesare, oggetto transizionale della furia vendicativa. A lei la destra oggi al governo, l’entourage più stretto della Meloni, rimprovera di essere stata colta in fallo, smascherata, per aver squarciato il velo con cui tenta di coprire le sue idee radicate nel razzismo della «sostituzione etnica». Per questo deve pagare.

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domenica 10 marzo 2024

Dissenso

 

Di Cesare, Balzerani e un paese infelice che scorda i maestri da Croce a Gramsci – Massimo Cacciari

Donatella Di Cesare è una filosofa di rilievo internazionale, formatasi in scuole di assoluto rigore scientifico ed etico in Italia e all’estero. Da questo dato di fatto si dovrebbe partire, se si intendesse davvero comprendere e non fraintendere e strumentalizzare la sua estemporanea nota sulla morte della Balzerani. Ma si sa, ormai nulla viene contestualizzato, storicizzato, vige solo la regola dell’agguato contro l’avversario politico, in ansiosa attesa della sua gaffe, del suo inciampo, della sua battuta infelice. Non siamo tutti pre-preoccupati prima di aprir bocca di non ledere qualche non scritta norma del politically correct, della cancel culture, imperanti ogni giorno di più?

Tutti gli scritti e i comportamenti della Di Cesare dimostrano la sua radicale avversità a ciò che ha significato e comportato l’azione del terrorismo degli anni di piombo. Questa azione ha bloccato non solo il “riformismo” dei partiti della sinistra storica e del sindacato unitario, ma anche quei movimenti nella scuola e nelle fabbriche in polemica con questi ultimi, ma assolutamente contrari alla linea della lotta armata. Il terrorismo ha agito da potente fattore reazionario nella politica italiana, esattamente nel senso di chi metteva le bombe a Piazza Fontana, a Brescia, sui treni. Può la Di Cesare pensare che costituisse una speranza rivoluzionaria? Via, siamo seri. Che intendeva dire – anche se certo non lo ha espresso con chiarezza? Esattamente ciò che allora, in quegli anni tragici che hanno segnato in negativo tutta la nostra storia fino a oggi, disse Rossana Rossanda: anche il terrorismo rosso, piaccia o no, nasce da un humus comune, da un confusissimo ma reale crogiuolo di lotte, speranze, illusioni che ha segnato gli anni tra i ’60 e i ’70. Anche il terrorismo, che ha agito potentemente nel disintegrare quelle speranze di riforma della scuola, delle istituzioni, della cultura tutta di questa nazione, nasceva dagli anni della contestazione, dal ’68 italiano e europeo. Non era necessario finisse così. Non c’è nulla di necessario e razionale nella storia. E allora è giusto, è buono anche, riconoscendo colpe e fallimenti, e anzitutto i propri, avere misericordia anche dell’avversario, trovare una parola di pietà anche per lo sconfitto, anche per quello sconfitto che più di altri ha favorito la tua stessa sconfitta.

Diceva un grande liberale, e in situazioni ben più drammatiche di quelle in cui oggi viviamo: a volte è necessario entrare in guerra e combattere il nemico, ma nient’affatto necessario “farsi l’animo della guerra”. Non è necessario portare nella guerra “l’animo del bestione” che la concepisce come “distruzione del nemico”. E aggiungeva questo liberale non credente: bisogna essere in grado di vedere nello stesso nemico il fratello. Questo Paese ha dimenticato tutti i suoi maestri, siano liberali o cristiani, siano i Croce o i Gramsci. Sta diventando il Paese dell’intolleranza e della chiacchiera, delle facili demonizzazioni e delle censure. Spetta ai suoi intellettuali, di ogni parte, reagire a questa deriva, protestare contro canee come quella scatenata sul “caso” della Di Cesare e contro gli inauditi provvedimenti che si accingono a prendere a suo carico (ma mi auguro non sia vero) i suoi stessi colleghi, gli organi di direzione della sua stessa università! Dobbiamo attenderci commissari del popolo presenti alle nostre lezioni per controllare la nostra “linea di condotta”? Si è così ciechi e sordi da non vedere la deriva che collega le gogne per chi criticava le politiche sanitarie durante il covid, le liste di proscrizione per i presunti filo-putiniani con casi anche apparentemente solo personali come questo della Di Cesare? Le valanghe vanno fermate sul nascere. Quanto manca un Pasolini! Quanta nostalgia di corsari (e dei giornali che ne pubblicavano gli scritti)!

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Dissenso, élites e "anelare alla dittatura". La risposta di Carlo Rovelli a Mattia Feltri sull'intervista pubblicata da l'AntiDiplomatico


Non è rimasta inosservata l'eccezionale intervista di Luca Busca al fisico e grande intellettuale italiano, Carlo Rovelli, pubblicata da l'AntiDiplomatico. Decine e decine le testimonianze di apprezzamento che ci sono giunte in redazione. Una qualità di contenuti e una capacità di comprensione dei fenomeni attuali che è linfa vitale nei tempi bui. Non è rimasta inosservata al punto da urtare la suscettibilità atlantica di Mattia Feltri, direttore dell'Huffington Post, che gli ha dedicato una risposta - "Una storia spaziale" - pubblicata, oltre che dal suo giornale online, anche su La Stampa. 

Di seguito pubblichiamo la risposta magistrale che Carlo Rovelli ha inviato all'Huffington Post. Non bisogna fare alto che leggerla e rileggerla.

(A.B.)

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di Carlo Rovelli - Huffington Post


Caro Mattia Feltri, 

ti ringrazio per il tuo commento a una mia intervista. Ti ringrazio per le parole di stima, per l’invito che rivolgi ai lettori a cercare la mia intervista online, e anche per le forti critiche: queste sono sempre buone occasione di scambi di idee. Accolgo l’invito al dialogo e provo a rispondere, in amicizia. 

Giudichi “ardimentosa” l’idea, a cui accenno, che nelle nostre società le élites controllino il dissenso proprio permettendo libertà d’espressione invece che sopprimendola. L’idea non è mia. Come accennato, risale a Herbert Marcuse e alla sua critica classica ai rischi delle democrazie moderne; è un’idea abbastanza nota. L’informazione mainstream, controllata dalle élites al potere, si alza sopra la cacofonia permessa proprio dalla libertà e mantiene in questo modo la sua influenza.  Tu obietti che “i giornali vendono sempre meno: il complotto fa acqua”. A me sembra che questa obiezione confonda “i giornali” con “l’informazione mainstream”. I giornali vendono sempre meno, ma l’informazione resta dominata dalle grandi reti televisive e da chi controlla internet, sia i siti più seguiti sia i social. Le televisioni, anche quelle di orientamenti politici opposti (in America per esempio CNN e Fox News, ferocemente opposte fra loro), sono entrambe controllate dalla grande ricchezza. E non è certo un caso che uno degli uomini più ricchi del mondo abbia appena comprato uno dei social più diffusi. Chi controlla televisioni, social e giornali mantiene un grande potere sull’opinione pubblica, e chi ha molta ricchezza ci tiene molto a controllare televisioni, internet, e, anche se vende meno, la carta stampata. Devo davvero ricordarti quale famiglia italiana ha voluto per decenni mantenere il controllo della Stampa, su cui ha pubblicato (oltre che su Huffpost) il tuo commento alla mia intervista? Non lo ha certo fatto per beneficenza, quella famiglia... 

La tua seconda critica riguarda un passaggio che presenti come “sulle mostruosità del neoliberismo”. Immagino tu ti riferisca alla mia frase “Il risultato del neo-liberismo è stata la concentrazione attuale della ricchezza, che nelle nostre società non si vedeva dal medioevo, e quindi una disparità sociale sempre più marcata.” Non vedo in cosa questa frase ci sia qualcosa di sbagliato. È una fatto, confermato da molte statistiche, su cui concordano gli economisti. Non è un giudizio di valore, né una dichiarazione di mostruosità: per alcuni la concentrazione della ricchezza va bene, nella misura in cui contribuisce all’arricchimento generale. Anche per i cinesi, a proposito. Ma sul fatto, non credo ci siano dubbi.   

Poi critichi quello che chiami “un palpitante elogio della Cina” perché scrivo che “ha sollevato da povertà e analfabetismo mezzo miliardo di persone”. Ancora una volta, questa non è un’opinione, è un dato di fatto. Protesti perché scrivo che chi ha ottenuto questo è «un partito comunista che pone radicalmente l’interesse comune al di sopra dei privilegi singoli». Qui non capisco bene la protesta: non è proprio questo mettere la collettività sopra gli individui il motivo per cui in occidente, dove l’individuo viene prima della collettività, c’è tanta critica alla Cina?  Scrivi: “Non vorrei sembrare insolente, ma la Cina c’è riuscita [a sollevare da povertà e analfabetismo mezzo miliardo di persone] proprio grazie al capitalismo e alla globalizzazione, ovvero fenomeni nati in occidente e che hanno finito per indebolirlo consegnando ai paesi più poveri gli strumenti per arricchirsi.” Caro Feltri, perché dovresti essere insolente nel dire questo? È esattamente quello che sostengo nell’intervista, e in tanti altri scritti: la Cina ha fatto propri strumenti sociali, ideologici, tecnologici e altro, nati in Occidente e si è arricchita, come tante altre parti del mondo, imparando dall’Occidente. Che male c’è? Ci fa piacere che il resto del mondo raggiunga un po’ del benessere che abbiamo noi, o no?   

In questo processo, tuttavia, come giustamente osservi, l’Occidente ha perso lo strapotere economico che aveva qualche decennio fa e quindi si è indebolito, conservando solo la supremazia militare. Questo è esattamente quanto sostengo nell’intervista. Del resto non sono solo idee mie; negli ultimi anni sono usciti molti libri che analizzano questo processo in dettaglio, mi sono limitato a riportare queste analisi. La Cina, come altri paesi, ha importato idee e aspetti della cultura occidentale, facendoli propri, ma modificandoli, adattandoli e ricombinandoli fra loro e con aspetti della cultura locale. In particolare, da Deng in poi la Cina ha trovato il modo di avere un libero mercato e un sistema economico capitalistico, come giustamente scrivi tu, dove però il potere politico mantiene per sé l’ultima parola. Il partito comunista cinese ha permesso l’accumulazione del capitale e della ricchezza individuale, ma si considera il garante dell’interesse comune contro una eccessiva presa di potere da parte delle élites economiche create da questo stesso capitale. È questa politica che ha permesso che il grande sviluppo economico della Cina degli ultimi 30 anni sia andato di pari passo con la costante ridistribuzione della ricchezza che ha permesso l’uscita dalla povertà estrema di mezzo miliardo di persone che ha stupito il mondo. Come vedi, non sono in disaccordo con quanto scrivi. Questo controllo della politica sulla ricchezza non piace alle élite economiche occidentali, ovviamente, e questa, a mio giudizio, è una delle ragioni della feroce propaganda anti-cinese, nell’informazione mainstream, controllata da queste élites. Ci sono anche altre cose che non ci piacciono della Cina di oggi, né a me né a te. Per esempio il fatto che non permetta l'espressione libera del dissenso come da noi. Ma non deve piacerci tutto quello che fanno gli altri, ovviamente. Non dobbiamo mica essere tutti eguali. Non mi sembra che qualcosa di quanto tu scrivi contraddica quello che dico nell’intervista.  

Infine, chiudi con una curiosa giravolta, scrivendo “Ed è per questa debolezza [la perdita di potere relativo dell’Occidente, su cui siamo d’accordo] che molti ora detestano la democrazia e anelano alla dittatura.” Non so a chi ti riferisci, ma se volevi riferirti a me, certo qui sbagli! Non detesto per nulla la democrazia, e ancora più certamente non anelo alla dittatura! Sono geloso della democrazia del paese dove vivo. Vorrei che fosse più genuina e meno preda dell’interesse di pochi ricchi. Vorrei più democrazia, non meno. Però vorrei soprattutto più democrazia nel mondo. Perché trovo non solo miope, data la crescente debolezza dell’occidente, ma anche un po’ ipocrita, brandire la democrazia per evitare che sia più democrazia nel mondo. Pensaci un attimo: per molti “difendere la democrazia” oggi significa difendere la legittimità del residuo strapotere militare sul mondo di una sparuta minoranza di paesi e persone. Sarebbe questa la “democrazia”? Democrazia, io credo, vuol dire seguire quello che domandano la maggioranza dei cittadini del mondo, l’assemblea generale delle Nazione Unite, la corte internazionale di giustizia. Invece, in nome della “democrazia” molti difendono il declinante strapotere dell’Occidente su tutti gli altri. Anche quando alle Nazioni Unite c’è una grande maggioranza, contro un solo veto. Difendono perfino l’arrogarsi da parte di alcuni paesi del diritto di bombardare altri, come sta facendo una missione di guerra a cui partecipa anche l’Italia, in Yemen, contro il volere delle Nazioni Unite. A me questa non sembra democrazia. Il problema importante, a me sembra, non è confrontare sistemi politici locali: nel mondo i diversi popoli possono esplorare sistemi politici diversi, vedere cosa funziona, cosa va bene e cosa va male. Possiamo tutti imparare qualcosa gli uni dagli altri; la Cina ha imparato tantissimo dall’Occidente e secondo me qualcosina potremmo imparare pure noi da un paese che cresce economicamente molto più di noi, e con grande coesione sociale. Saremmo un po’ più saggi. Invece di pensare a chi domina chi, o chi è il migliore di tutti, pensiamo piuttosto come vivere insieme, come imparare gli uni dagli altri. Come collaborare, invece di massacrarci, invece di armarci fino ai denti gli uni contro gli altri, e sopratutto invece di descriverci l’un l’altro come demoni malvagi, e insultarci l’un l’altro, terrorizzati dalla nostra stessa ombra.  Se tu questo lo chiami “anelare alla dittatura”, temo di non essere stato abbastanza chiaro, nella mia intervista. 

Con amicizia, Carlo  

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