Visualizzazione post con etichetta Katia Migliore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Katia Migliore. Mostra tutti i post

sabato 11 novembre 2023

LA FINE DELL’EGEMONIA STATUNITENSE: QUESTO L’OBIETTIVO CONGIUNTO DI RUSSIA E CINA - Katia Migliore


Riportandoci indietro di almeno un anno, e trattando del tema della de-dollarizzazione, è necessario ricordare cosa sia avvenuto sul fronte economico e monetario negli ultimi mesi. Va ricordato, innanzitutto, il refrain dei media occidentali sul preteso (e presunto) isolamento della Russia dovuto alle sanzioni occidentali. Ora, sappiamo bene ormai che questa disfatta economica russa, di fatto, non c’è stata.

La narrazione diffusa di tutti i media italiani di una Russia allo sbando, cioè del tutto priva di una strategia anche sul piano delle contromosse economiche e finanziarie, non aveva convinto chi guardava le sorti del conflitto in un’ottica di analisi geopolitica razionale[1]. E questo per almeno tre buoni motivi: il primo, è che sarebbe parso quantomeno bizzarro che un’azione premeditata come quella dell’attacco all’Ucraina non fosse stata valutata anche nei suoi aspetti di reazione del mondo occidentale con le relative contromosse; il secondo, perché la via d’uscita in realtà era già stata segnata attraverso gli sviluppi delle relazioni economiche tra Russia e Cina[2] in tempi non sospetti; terzo perché, va ammesso, dubitiamo di ciò che ci è stato raccontato dai media occidentali che non ci pare abbiano brillato negli ultimi anni per serietà nel dare correttamente le notizie, spesso spudoratamente di parte.

La prima domanda da porsi è se questa accelerazione verso la bipolarizzazione dei blocchi sia andata effettivamente a discapito dell’egemonia USA, sempre più schiacciata dalle iniziative congiunte di Russia e Cina, miranti ormai da anni a uscire dall’influenza finanziaria del blocco occidentale[3].

Le sanzioni a danno della Russia dimostrano al mondo che le riserve valutarie in dollari americani accumulate dalle banche centrali possono essere bloccate sulla base di iniziative politiche unilaterali. Questa situazione di fatto ha generato una perdita di fiducia nel sistema a trazione americana basato sul dollaro: il peso di questa scelta, lungi dal giudicarne qui l’efficacia nelle sorti del conflitto, rivoluziona in termini geopolitici, economici e finanziari le relazioni fra blocchi di potere, e mette in crisi la gestione economica e persino il ruolo internazionale del dollaro statunitense.

Animato dalla necessità di porre un freno all’iniziativa di Putin, e costretto a rinunciare a qualsiasi intervento diretto di tipo bellico, l’Occidente a guida USA aveva attivato le sanzioni bloccando l’accesso della banca centrale russa alla maggior parte delle sue riserve estere, ravvivando però la rilevanza tra le più grandi nazioni del mondo della domanda non nuova ma fondamentale: “quanto è alto il rischio?”. In questa situazione geopolitica, infatti, accumulare attività estere è ormai considerato potenzialmente pericoloso: i due blocchi militari ed economici, occidentale da un lato ed euroasiatico dall’altro, sembrano destinati ad allontanarsi sempre più l’uno dall’altro, con il rischio non improbabile di non comunicare tra loro, o almeno in modo non ufficiale.

Dopo che Mosca aveva attaccato l’Ucraina, gli Stati Uniti e i loro alleati per ritorsione avevano bloccato l’accesso della banca centrale russa alla maggior parte di miliardi di dollari di riserve estere[4]. Volendo semplificare la portata di questa decisione, possiamo dire che gli USA avevano deciso, unilateralmente, che tali riserve non valevano più nulla, diventando, de facto, di “qualcun altro”. E qui arriviamo al punto: i saldi in dollari americani diventavano palesemente voci di computer senza valore e non garantivano più l’acquisto di beni essenziali, di conseguenza per Mosca diventava logico smettere di accumularne.

Dal punto di vista russo, meglio investire in ricchezza fisica come grano, barili di petrolio e, naturalmente, metalli preziosi. O anche, con portata enorme sul piano geopolitico, investendo in attività manifatturiere cinesi[5]. I legami finanziari ed economici tra le due superpotenze si sono rafforzati, e con un effetto a catena anche le nazioni non sanzionate ma appartenenti all’area filorusso-cinese, o semplicemente neutrali, potrebbero voler diversificare il proprio rischio, spingendo in una direzione del tutto contraria alla globalizzazione, destinando il mondo a consolidare due blocchi separati di potere tecnologico, monetario e militare. Una realtà impensabile anche solo fino a pochi mesi fa.

La seconda domanda è se il consolidamento del rapporto tra Russia e Cina si andrà sempre più rafforzando, specie attraverso accordi commerciali di grande respiro, ciò metterà a rischio l’egemonia della valuta statunitense nel resto del mondo[6]? La politica di Biden, sempre più vicino alle prossime elezioni statunitensi, riuscirà a ricostruire la fiducia nella moneta verde fondata su un’economia reale e in salute? La sensazione è che le decisioni riguardanti le sanzioni alla Russia abbiano tracciato un percorso di declino molto lento ma inesorabile che colpisce chi le ha messe in atto, accentuando all’estero l’impressione di una Nazione (o insieme di Nazioni) non più in grado di reagire efficacemente di fronte alla crisi interna e alle spinte verso la de-dollarizzazione e la de-globalizzazione.

Ciò che sembra logico aspettarsi è la possibilità per Russia e Cina di creare un sistema finanziario alternativo e competitivo. In linea con l’Euroasiatismo[7] di Aleksandr Dugin, filosofo russo e figura controversa, convinto antioccidentalista e antiglobalista, Putin si muove compiendo a pieno la volontà di fare della Russia una civiltà a sé stante, e utilizza i mezzi finanziari ed economici per arrivare al suo obiettivo. Il conflitto con l’Ucraina è solo una prima fase strategica di un progetto epocale. Se i piani russi andranno in porto, globalizzazioneatlantismo e great reset rischieranno di essere, a medio termine, parole prive di senso almeno per metà del nostro mondo.

Un fatto è certo: nel tentativo di fermare Putin, l’Occidente ha dato il via allo sganciamento della Russia dal mondo europeo. Cercando e generando soluzioni alternative in materia di valute monetarie, beni essenziali, energia, oro e criptovalute[8], la Russia, spinta dalle sanzioni occidentali, si agganciava all’area asiatica (India compresa[9]), e rilanciava in chiave totalmente indipendente e pienamente sovrana, affermando il diritto di pagare i debiti ai creditori di paesi che commettono «azioni ostili» in rubli.

Il 2022 si era rivelato come un anno di svolta per il rafforzamento delle relazioni bilaterali tra Cina e Russia sul piano commerciale e finanziario, fenomeno già avviato a seguito della crisi della Crimea nel 2014. La Borsa di Mosca, che mantiene fondi per conto delle banche del Paese e dei loro clienti, aveva visto esplodere la sua dotazione di riserve estere, che per paura di imminenti sanzioni venivano convertite in massa da dollari ed euro, incassati grazie alle esportazioni in crescita, in yuan, che viene utilizzato sempre di più in Russia tra imprese, investitori e correntisti come riserva di valore, mezzo di pagamento a discapito del dollaro.

Nell’ottica dell’obiettivo della de-dollarizzazione, a inizio settembre 2022 Gazprom aveva annunciato di aver siglato un accordo con la China National Petroleum Corporation per iniziare ad effettuare i pagamenti relativi alle forniture di gas per un 50% in rubli e l’altro 50% in yuan.

Un numero sempre più elevato di banche russe sta offrendo ai propri clienti l’opzione di aprire conti in valuta cinese. Il fatto che gli interessi maturati su questi depositi siano in alcuni casi inferiori a quelli pagati in Cina testimonia l’abbondanza della valuta cinese nelle tasche dei privati in Russia.[10]

L’esclusione del dollaro dal sistema finanziario russo ha giocato a favore di un rafforzamento della moneta cinese come alternativa valutaria, evidenziandone lo spiccato ruolo politico in una situazione in divenire nell’ambito dei precari equilibri mondiali, per i quali la de-dollarizzazione rappresenta sicuramente l’obiettivo e il punto di svolta.

 

NOTE

[1] https://www.wallstreetitalia.com/e-guerra-la-russia-e-pronta-da-anni-anche-economicamente-noi-no/

[2] https://www.internazionale.it/opinione/rana-foroohar/2022/03/03/cina-russia-guerra-dollaro

[3] https://greatpowerrelations.com/armageddon-of-us-dollar-approaching/

[4] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/sanzioni-4-grafici-spiegare-limpatto-sulla-russia-33953

[5] https://quifinanza.it/economia/video/guerra-ucraina-conviene-cina-interessi-commercio-gas-russia/607813/

[6] https://www.teleborsa.it/Editoriali/2022/03/01/oltre-il-dollaro-next-monetary-war-1.html#.YiTMOHrMLrc

[7] https://www.treccani.it/enciclopedia/la-russia-e-i-progetti-di-integrazione-eurasiatici_%28Atlante-Geopolitico%29/

[8] https://www.criptovaluta.it/31428/ucraina-bitcoin-e-cripto-per-novogratz-avvio-della-de-dollarizzazione

[9] https://lindro.it/ucraina-per-l-india-il-non-allineamento-e-sinonimo-di-astensione/

[10] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/mosca-prove-di-yuan-37252

da qui


sabato 4 marzo 2023

EMERGENZA SCUOLA - Katia Migliore

  

Lo stato dell’Istruzione italiana e le possibili soluzioni. 

Che cos’è la scuola? Cito la Treccani: “Istituzione a carattere sociale che, attraverso un’attività didattica organizzata e strutturata, tende a dare un’educazione, una formazione umana e culturale, una preparazione specifica in una determinata disciplina”.

C’è da chiedersi se la scuola italiana serva a questo oggi.
Quando penso alla miglior scuola, mi viene in mente quella riforma degli ordinamenti scolastici e universitari, degli esami e dei programmi di insegnamento che va sotto il nome di riforma di Giovanni Gentile tra il 1922 e il 1924, redatta con Giuseppe Lombardo Radice, pedagogista. Due filosofi, un confronto impietoso con le menti “eccelse” della politica italiana che negli ultimi 35 anni hanno letteralmente picconato i fondamentali di questa Istituzione. Berlinguer, Moratti, Gelmini: tre nomi una garanzia, quella della distruzione sistematica di una scuola che creava menti pensanti o, quanto meno, che sfornava giovani che qualche fondamentale di italiano, storia, matematica, geografia lo aveva ben chiaro in testa.

Chiediamoci cosa sia oggi la scuola: dovrebbe essere un luogo di formazione degli spiriti e delle menti. E di dedizione all’insegnamento. E di visione del futuro della nostra Nazione. Ma oggi non è nulla di tutto questo: la scuola italiana in generale oggi non è luogo di divulgazione della conoscenza.
Oggi si preferisce parlare di competenza, nelle scuole. E cito ancora la Treccani: “Competenza: idoneità e autorità di trattare, giudicare, risolvere determinate questioni.” Noi rifiutiamo che sia questo il compito dell’istruzione. La competenza è data spesso da anni di lavoro, noi lo sappiamo bene.
Ebbene, la scuola serve a infondere CONOSCENZA, sarà bene ribadirlo in modo definitivo.

I nostri giovani non conoscono più le tabelline. Non imparano a memoria quasi più nulla. La geografia gli è sconosciuta, l’arte, figuriamoci, non contemplata. In un Paese come il nostro, l’Arte viene dopo. Certo, qualche eroe insegnante c’è ancora, e questo va detto. Certo, qualcuno davvero appassionato nel fare questo difficilissimo mestiere sopravvive alla desolazione. Ma sono sempre di meno questi temerari. So della difficoltà dei molti che di fronte all’aziendalizzazione (parola orribile) delle scuole, dei licei e delle Università alzano le braccia, ormai arresi a questo metodo di evidente matrice anglosassone.

Già. Perché l’importante ormai è copiare lo schema straniero, possibilmente nordeuropeo, meglio ancora se americano. Perché loro sì che ci sanno fare. E perciò invece di ridicolizzare una signora diventata famosa in cronaca perché secondo lei le scuole in Sicilia non sono all’altezza di quelle finlandesi, ci prostriamo. Balbettiamo. La nostra classe politica si giustifica.
Del resto, molto è stato fatto dai nostri politici appunto a favore della dissoluzione della Scuola almeno da 50 anni. Ma anziché cercare soluzioni per il recupero e per la valorizzazione delle menti dei nostri ragazzi e dell’ Istituzione scolastica<< in generale, ecco che parte la litania autoflagellante, della quale i nostri media sono maestri:

“i nostri giovani sono svogliati”, “non hanno voglia di fare nulla”, “sono ignoranti”.

Credete che siano frasi fatte? No, è la convinzione di molti. E a furia di dirlo ancora in troppi se ne convincono. In questi anni ho incontrato molti ragazzi animati da autentico spirito di conoscenza, di voglia di apprendere. E quando capiscono cosa gli sta succedendo, cosa ci sta succedendo, cosa sta succedendo alla nostra Nazione, lo vedi nei loro sguardi. Gli occhi ci dicono molto: sorpresa, indignazione, determinazione. Noi delle generazioni precedenti non eravamo più intelligenti, però sicuramente studiavamo nel modo giusto. I fondamentali non erano mai messi in discussione. L’analisi logica e grammaticale era noiosa, ma se ne riempivano pagine e pagine.

Oggi invece si discute se il liceo classico serva ancora a qualcosa. Sì, perché la cultura secondo alcuni dovrebbe servire a qualcosa. Mi chiedo quindi a cosa possano mai servire la pittura, la scultura, la musica, il teatro…. A che diavolo servono le poesie? A cosa serve conoscere la storia, alla fine sono morti tutti, per non parlare dell’archeologia. A cosa serve la filosofia? Solo speculazioni di gente che aveva tempo da perdere. In fondo anche questi greci, che barba che noia. Platone e Aristotele, chi erano costoro? Ma allora, a cosa serve la scuola? Suggeriamo una risposta: forse a chiedersi dei perché? A farsi delle domande? A capire?

Per rispondere a questa domanda potremmo tirare in ballo chi ha inventato l’alternanza scuola-lavoro, ma non credo sarebbe in grado di risponderci. L’unica cosa che sono stati capaci di fare è inventarsi i giovani apprendisti a gratis, in pratica, che anziché stare seduti sui banchi lavorano in officina, altrimenti li bocciano. E se ogni tanto qualcuno di loro ci perde la vita, pazienza, che vuoi che sia, per acquisire “competenze”, questo e altro. Ributtante degenerazione di un sistema che deve togliere alla scuola italiana la sua funzione e la sua peculiarità, e del quale sistema la nostra classe politica, efficacemente, si è fatta strumento attivo contro gli studenti, le loro famiglie, gli insegnanti motivati e capaci.

A scuola bisogna tornare a studiare. Il tema oggi invece è quante pause si fanno durante la giornata. E invece io penso che lo studio da seduti, su un tavolo di lavoro, sopra dei libri debba tornare modus operandi. Recuperare la concentrazione, questa sconosciuta, perché sostituita da un approccio mordi e fuggi che fa dell’uso dei sistemi tecnologici digitali lo strumento principale. Superficialità dell’approccio, metodo ridicolo, la ricerca diventa niente di più se non lo smanettamento compulsivo di un cellulare durante il lavoro in classe. Se vogliamo usare gli strumenti tecnologici, sarà bene studiare il metodo di lavoro più adatto a queste giovani generazioni bombardate fin dalla più tenera infanzia da una montagna di stupidaggini di facilissimo reperimento. Poi i docenti universitari si chiedono perché i ragazzi siano sempre più impreparati. Magari non agevolare il pattume ideologico del pensiero unico, figlio del politicamente corretto, sarebbe stato utile, cari accademici. Sarebbe sato utile dire NO, almeno qualche volta…

La scuola serve a divulgare conoscenza e a creare coscienze. Serve a imparare a studiare, a faticare, a sacrificarsi. Serve ad aprire la mente. E quindi sì alle materie tradizionali, con l’aggiunta significativa di discipline motorie e artistiche, sì alla reintroduzione del latino alle scuole medie, no all’anglicizzazione delle Università, no all’abolizione del Liceo classico. Si al ritorno dello studio mnemonico delle tabelline, sì al ritorno dell’analisi grammaticale, sì alla bella calligrafia in corsivo (vogliamo parlare dell’aumento esponenziale dei bambini con problemi di dislessia negli ultimi 30 anni?), si all’esercizio della memoria con l’ausilio dello studio nostri immensi poeti, si all’attività artistica e musicale, che con quella sportiva sono i fondamenti dello spirito dei nostri giovani. Si all’esercizio di scrittura dei temi, si allo studio della retorica come capacità di parlare di fronte a una platea in ascolto, si all’approfondimento delle materie scientifiche. E poi: selezione rigorosissima dei libri di testo, per i quali auspico un indice (vedi Controriforma) di quelli che la sparano più grossa, tra ecologismo e genderismo. Nei programmi di domani ci dovrà essere un postulato: infondere l’amore per la cultura italiana.

Nel prossimo futuro, con l’auspicio di poter lavorare con tutti i patrioti e recuperando anche quegli insegnanti e dirigenti scolastici che non hanno mai smesso di credere al valore assoluto che la nostra scuola ha sempre rappresentato, varrà la pena di creare sinergie tra le scuole, gli Istituti, le Accademie, le Associazioni culturali, i gruppi di cittadini che lottano e sperano in un futuro migliore per l’Italia e per i nostri giovani.

Il nostro motto dovrà sempre essere: “Sapere per pensare, conoscere per agire”.

da qui