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domenica 19 aprile 2026

A metà dell’Ottocento la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, per difendere il suo… oppio

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero...

Londra ama definirsi madre della democrazia, patria del parlamentarismo, culla della civiltà giuridica moderna. Ma la storia, quando non viene letta dai vincitori, racconta un’altra genealogia: quella di un impero che ha trasformato il commercio in guerra e la droga in diplomazia. Le guerre dell’oppio non sono un incidente remoto, un dettaglio esotico relegato ai manuali di storia coloniale. Sono la matrice genetica della modernità britannica: l’atto fondativo di un ordine mondiale costruito sul diritto del più forte di drogare e invadere in nome del libero mercato.

A metà dell’Ottocento, mentre l’Europa si compiaceva dei suoi congressi liberali e della sua estetica del progresso, la Gran Bretagna si presentava in Cina con i cannoni, non per difendere un principio, ma per difendere una merce. L’oppio prodotto in India — una colonia che fruttava dividendi e carestie — veniva smerciato in Cina in quantità tali da trasformare la dipendenza in emergenza nazionale. Milioni di tossicodipendenti, un’economia interna minacciata, un impero che tenta, con una misura di governo, di proibire il commercio della droga. L’Occidente, oggi tanto devoto alla retorica della lotta agli stupefacenti, rispose allora con la più classica delle armi: la guerra.

Nel 1840 la Royal Navy lanciò la prima guerra dell’oppio. Il casus belli: la Cina aveva osato vietare un commercio che distruggeva il suo popolo. Il risultato: bombardamenti, sbarco di truppe, umiliazione dell’impero cinese e cessione di Hong Kong come risarcimento. In Europa si parlò di “diritto al commercio”, di “difesa della libertà economica”. Nessuno osò chiamarla con il nome che merita: guerra di aggressione per il mantenimento del traffico di droga. L’ipocrisia del linguaggio fu la prima vittoria britannica.

Venti anni più tardi, la storia si ripeté. La Cina, ancora devastata dal problema dell’oppio, tentò una seconda volta di vietarne l’importazione. L’Inghilterra — spalleggiata da Francia e Stati Uniti — tornò con le navi da guerra. La seconda guerra dell’oppio culminò con l’incendio del Palazzo d’Estate di Pechino, una delle meraviglie architettoniche del mondo. Il saccheggio fu sistematico, l’umiliazione metodica: l’impero del Celeste Impero costretto a firmare nuovi trattati, concessioni territoriali, privilegi commerciali. I vincitori chiamarono la catastrofe “apertura della Cina al mondo”.

Dietro la parola “apertura” c’era un programma politico: il libero commercio come dogma e il cannone come suo braccio secolare. L’idea che la civiltà si potesse esportare a colpi di obice e che il mercato fosse una missione morale. È la stessa logica che, due secoli dopo, sorregge le guerre preventive, le sanzioni unilaterali, le “operazioni di polizia internazionale”. Cambiano le merci — dal papavero al petrolio — ma resta intatto il principio: chi possiede la flotta decide la morale.

Nel 1900, quando i cinesi provarono a ribellarsi con la rivolta dei Boxer, la risposta fu la stessa: una coalizione di otto potenze — tra cui Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia, Giappone, Stati Uniti, Italia e Austria-Ungheria — marciò su Pechino, represse la rivolta nel sangue e impose nuove condizioni. La vendetta occidentale si travestì da punizione educativa: insegnare ai cinesi a “stare al loro posto”. È difficile trovare una formula più chiara di cosa intendesse l’Europa per civiltà.

A Londra, i giornali dell’epoca celebravano l’espansione come missione. I mercanti diventavano “pionieri del progresso”, gli ammiragli “strumenti della Provvidenza”. Le vittime venivano cancellate, i carnefici canonizzati. Nessuna aula di Westminster trovò scandalo nel fatto che la madrepatria della legalità stesse bombardando un paese per garantire la vendita di droga. Nessun poeta vittoriano compose un verso sul palazzo imperiale in fiamme. Le guerre dell’oppio restarono guerre pulite, invisibili nella coscienza europea, efficaci nell’economia.

Eppure furono quelle guerre a definire per secoli la percezione cinese dell’Occidente. L’arroganza morale di chi si proclama difensore della libertà e impone il commercio con le cannoniere ha un prezzo che si misura in rancore e memoria. Ogni volta che un diplomatico occidentale parla oggi di “minaccia cinese”, di “pericolo asiatico”, ignora che nel lessico cinese la minaccia ha ancora il volto dei marinai britannici sbarcati a Canton nel 1840. La storia non si cancella con le note verbali.

Il paradosso è che quella violenza, anziché essere condannata, fu teorizzata come modello. Le guerre dell’oppio insegnarono all’Occidente che si può trasformare la conquista economica in principio universale. Si può dire “libertà” e intendere “mercato”, si può dire “progresso” e intendere “profitto”. La forza non deve più chiamarsi forza: basta ribattezzarla “apertura”, “modernizzazione”, “integrazione”. La Gran Bretagna perfezionò l’arte dell’eufemismo politico molto prima della BBC: inventò il linguaggio che ancora oggi giustifica interventi e embarghi.

Chi studia quelle guerre trova l’archetipo di tutti i conflitti imperiali successivi. La prima potenza mondiale che dichiara guerra per garantire il diritto di commerciare un veleno; la seconda che incendia un palazzo e ne fa un simbolo di civiltà; la terza che organizza una coalizione per “ripristinare l’ordine”. È l’inizio di un secolo in cui l’aggressione si traveste da amministrazione, la rapina da trattato, la sottomissione da partnership. È la nascita del liberalismo armato, la dottrina non scritta che da allora regge ogni retorica occidentale: la violenza è legittima se produce profitto, il profitto è morale se si accompagna a un discorso sui diritti.

Oggi Londra continua a impartire lezioni di libertà economica e stato di diritto. Ma basta pronunciare “Hong Kong” per sentire l’eco di una storia mai rimossa in Asia. Ogni volta che il Regno Unito difende la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, il mondo orientale ricorda le navi che nel 1840 aprirono quelle rotte a cannonate. Ogni volta che un ministro parla di “influenza cinese pericolosa”, in Cina si ricordano che fu l’Occidente a portare l’oppio e la guerra, non il contrario.

Il suprematismo europeo si nutre della rimozione delle proprie colpe. Si commemora la lotta all’oppio come missione di civiltà, si dimentica che l’Inghilterra è stata la più grande narcotrafficante della storia. Si predica il libero mercato, ma si tace che la sua fondazione è stata un blocco navale. Si celebra il diritto internazionale, ma si rimuove che i trattati che aprirono la Cina al commercio furono firmati sotto minaccia.

Il regno che oggi si presenta come modello di democrazia globale ha costruito il suo secolo d’oro sull’esportazione di una dipendenza e sull’imposizione militare di un mercato. E mentre il dibattito occidentale continua a discutere di “valori”, la Cina, che quella storia non ha dimenticato, osserva con una memoria lunga e glaciale. In quell’arco che va dal bombardamento di Canton al saccheggio di Pechino si trovano le radici dell’attuale diffidenza orientale verso la retorica morale dell’Occidente.

Non è l’orgoglio nazionalista a nutrire quella memoria: è la semplice aritmetica della storia. Un impero che ha costruito la propria fortuna bombardando un paese per difendere il diritto di vendergli droga non può più fingere di incarnare la giustizia universale. L’Inghilterra vittoriana, nelle guerre dell’oppio, non ha solo aperto un mercato: ha aperto la via maestra alla ipocrisia moderna. Da allora, ogni volta che un governo parla di “intervento umanitario”, il mondo dovrebbe ricordare Canton 1840, Pechino 1860, la mano che offriva il veleno e quella che reggeva la bandiera della civiltà.

https://www.vocedellasera.com/storia/guerre-oppio/

domenica 15 giugno 2025

L’Europa fa schifo, no?

di Francesco Masala

Il primo ministro tedesco Merz è un’emanazione di Blackrock (leggi qui); il presidente francese Macron è un’emanazione di Rothschild (qui) e un grande terrorista in Africa; la prima ministra italiana Meloni, maggiordomo di Biden e Trump, erede del fascismo (qui) e (qui), e grande sostenitore della democrazia (qui), ha affidato i servizi segreti agli israeliani (qui); il primo ministro Starmer ha fatto per anni l’aguzzino di Julian Assange, e, mentre Corbyn passava per le forche caudine dell’antisemitismo, Starmer scalava il partito laburista, espellendo tutti i veri laburisti, da Jeremy Corbyn a Ken Loach, fra gli altri. Su Starmer oggetto delle minacce delle spie di Putin George Galloway si fa qualche domanda (qui).

Tutti e quattro sostengono, amano e armano il regima nazisionista, che ha una differenza col nazismo tedesco, negli anni ’40 il genocidio non era televised (citando Gil Scott-Heron).

Ma adesso finalmente il dado è tratto: tutti i servizi di comunicazione Internet e di linea fissa nella Striscia di Gaza sono stati interrotti in seguito all’attacco all’ultima linea principale in fibra ottica rimasta (qui), il genocidio continua al buio.

 

Se si pensa alle grida e alle sanzioni dell’Europa contro la Russia, che sta combattendo una guerra contro un altro esercito (quello ucronatonazi), senza compiere nessun genocidio, stona la complicità con i nazisionisti nel genocidio in Palestina.

 

La spiegazione è semplice, i quattro paesi europei hanno nel loro curriculum colonialismo, genocidi, crimini di guerra e crimini di pace, terrorismo, occupazioni, come potrebbero Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia, che non hanno mai fatto i conti con le loro storie ignobili, non essere sostenitori dei genocidi a Gaza, e delle occupazioni dei territori non propri? Israele è il modello per loro, è quello che avrebbero voluto essere, il loro migliore erede.

 

Ma c’è di più.

Il governo italiano ospita e cura qualche sopravvissuto del genocidio a Gaza (qui), cioè il governo italiano sostiene e arma i criminali israeliani, e poi, marketing del dolore e della compassione, italiani brava gente, a reti unificate.

 

Che ipocrisia, e che schifo!


ps: se, per ipotesi, qualcuno leggesse che il Mossad è coinvolto nell'attacco alle Torri Gemelle del 2001, e nell'assassinio di John Kennedy (che, come tutti non sanno, non voleva che Israele avesse la bomba atomica) la risposta sarebbe sempre quella: Israele ha il diritto di difendersi.

lunedì 26 maggio 2025

Le radici del male - Massimo Mazzucco

 

Il colonialismo classico ha sempre funzionato nello stesso modo: una nazione forte invadeva una nazione più debole, ne prendeva il controllo, e restava lì a comandare per sfruttarne le risorse economiche. Ma lasciava in loco tutti i suoi abitanti, i quali diventavano semplicemente nuovi schiavi/sudditi dell’impero.

E’ successo così per l’India, colonizzata dagli inglesi, per il Brasile, colonizzato dai portoghesi, per il resto dell’America Latina, colonizzata dagli spagnoli, o per varie nazioni africane e asiatiche, colonizzate nel tempo da francesi, portoghesi, olandesi, ecc.

Solo in tre casi, nella storia recente, i colonialisti invasori hanno sistematicamente rimosso la popolazione locale, prendendo fisicamente il suo posto. Gli Stati Uniti, l’Australia e Israele.

Negli Stati Uniti, i bianchi hanno sterminato la popolazione locale, rinchiuso nelle riserve i sopravvissuti, e preso fisicamente il loro posto. In Australia, i bianchi hanno sterminato la popolazione locale, rinchiuso nelle riserve i sopravvissuti, e preso fisicamente il loro posto. In Palestina, i sionisti hanno sterminato buona parte della popolazione locale (1948), rinchiuso in campi di concentramento / campi profughi i sopravvissuti, e preso fisicamente il loro posto.

Progressivamente, dal ’48 in poi, i nomi delle città e dei villaggi arabi sono stati cambiati in nomi ebraici, mentre l’intera terra di Palestina veniva ridenominata Israele. Oggi restano ancora due zone da integrare, la Striscia di Gaza e la Cisgiordania. Una volta incorporati questi territori, la terza operazione coloniale integrale della storia moderna sarà completata.

Non si può non notare che all’origine di queste particolari operazioni di sostituzione etnica ci siano sempre gli inglesi. Inglesi erano i conquistatori/colonizzatori dei futuri Stati Uniti, inglesi erano i conquistatori/colonizzatori dell’Australia, e inglesi sono stati, fin dall’inizio, coloro che hanno permesso e favorito in tutti i modi la conquista/colonizzazione della Palestina da parte dei sionisti.

Fu sotto il mandato britannico (1922) che gli inglesi implementarono leggi particolari in Palestina, per permettere agli ebrei di acquisire con estrema facilità territori appartenenti agli arabi. Furono gli inglesi (1929 -1936) a reprimere con ferocia le rivolte arabe in Palestina, in modo da favorire l’espansione territoriale dei sionisti. Furono gli inglesi (Orde Wingate) ad insegnare ai sionisti le tecniche di guerriglia e attacco militare ai villaggi arabi. Furono sempre gli inglesi ad insegnare ai sionisti la tecnica di distruzione sistematica della case del palestinesi fuggiti, per impedire un loro eventuale ritorno. Furono gli inglesi ad introdure il concetto di “punizione collettiva” che ancora oggi (Gaza) viene usato dai sionisti contro i palestinesi. Furono infine gli inglesi a voltare lo sguardo altrove, nel ’48, quando tutte queste tecniche vennero messe in atto in modo sistematico dai sionisti, i quali sterminarono ed evacuarono 700.000 palestinesi dalle loro case e dai loro villaggi (Nakba). Poi, con le operazioni in corso, gli inglesi se ne andarono dalla Palestina, lasciando ai sionisti il controllo militare completo di tutto il territorio.

In tutto e per tutto, la conquista della Palestina da parte dei sionisti fu una complessa operazione coloniale iniziata, favorita e controllata interamente dagli inglesi.

E’ chiaro che dietro a queste tre operazioni di “colonialismo sostitutivo” - Stati Uniti, Australia e Israele – ci debba essere la stessa mentalità comune di dominio e di superiorità dell’uomo bianco sulle razze inferiori. Questa mentalità, profondamente razzista, è stata sintetizzata al meglio da un pensiero di Winston Churchill, espresso dopo la nascita dello stato di Israele: “Io non mi scuso per il fatto che gli ebrei abbiano tolto il controllo della regione ai palestinesi, così come non mi scuso per il fatto che i bianchi abbiano tolto l’America ai pellerossa, o per aver tolto l’Australia ai neri. E’ normale che una razza superiore domini quella inferiore.”

Con un maestro del genere, figuriamoci se mai dovrà sentire il bisogno di scusarsi il suo discepolo più fedele ed esemplare che la storia abbia mai prodotto, Benjamin Netanyahu.

da qui

giovedì 15 maggio 2025

Feroci crimini di guerra inglesi in Iraq e Afghanistan svelati dalla BBC – Piero Orteca

 

Verità difficili da raccontare

Le scomode, anti, terrificanti rivelazioni, pubblicate in prima pagina dal servizio pubblico televisivo britannico quasi come prima espiazione nazionale. Senza sconti né giri attorno. I giornalisti Hannah O’Grady, Joel Gunter e Rory Tinman scrivono: «Ex membri delle Forze speciali del Regno Unito hanno rotto anni di silenzio per fornire alla ‘BBC Panorama’ resoconti di testimoni oculari di presunti crimini di guerra, commessi dai loro colleghi in Iraq e Afghanistan. Nel raccontare pubblicamente per la prima volta le loro storie – aggiungono gli autori – i veterani hanno detto di aver visto membri del SAS (Special Air Service, n.d.r.) uccidere persone disarmate nel sonno e giustiziare detenuti ammanettati, compresi bambini».

Corte di giustizia dell’Aja?

Ce ne sarebbe abbastanza, non solo per perdere la faccia, ma anche per finire (in teoria) davanti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja. Sempre che la legge sia uguale per tutti, Occidente compreso. Ma si sa come vanno le cose sotto questo cielo, perché per i nemici le regole si applicano e per gli amici ‘si interpretano’. Infatti, si scopre che questa sporca faccenda bolliva già in pentola da un sacco di tempo. E che finora qualcuno ci aveva messo il coperchio, perché attribuire all’esercito di Sua Maestà britannica nefandezze di questo tipo, sarebbe politicamente ‘sconveniente’. Insomma, a essere brutti sporchi e cattivi sono sempre gli altri, mentre noi occidentali abbiamo il salvacondotto della democrazia. Anche quando facciamo le peggiori porcherie.

Omertà versione britannica

Dunque, la faccenda era stata già dissotterrata tre anni fa, quando proprio la BBC diede le prime notizie, alzando il tiro e coinvolgendo addirittura il futuro capo dell’Esercito britannico. Sono state trovate evidenze che suggeriscono come l’ex capo delle Forze speciali «non abbia trasmesso le prove all’inchiesta per omicidio». Il Ministero della Difesa aveva solo affermato che «le truppe britanniche hanno prestato servizio con coraggio e professionalità in Afghanistan». Ma, ‘Secondo quanto appreso dalla BBC’, sostenevano allora i giornalisti, «Il generale Sir Mark Carleton-Smith, ex capo delle Forze speciali del Regno Unito, fu informato delle presunte uccisioni illegali, ma non trasmise le prove alla Royal Military Police, nemmeno dopo che la RMP avviò un’indagine per omicidio nei confronti dello squadrone SAS. Il generale Carleton-Smith che in seguito divenne capo dell’esercito prima di dimettersi, ha rifiutato di rilasciare dichiarazioni per questo articolo».

Ridurre e nascondere

Dunque, la cosa era già venuta a galla. Da allora è cominciato un palleggiamento di responsabilità e, contemporaneamente, per quello che traspare dai report giornalistici, un palese tentativo di ridimensionare lo scandalo. Ancora oggi, a distanza di tanti anni dai fatti avvenuti (in Irak nel 2006, in Afganistan a partire dal 2009), si è solo messa in piedi una commissione d’inchiesta, che lavora rigorosamente a porte chiuse e non ammette alle udienze nemmeno i parenti delle vittime, come testimoni dei fatti. Ci sarebbe voglia di girare pagina in fretta, ma la BBC ha spifferato tutto e la palla di neve potrebbe diventare una valanga. Specie dopo tutte le prediche sulla ‘superiorità morale’ dell’Occidente.

Premier Cameron informato

I dettagli degli avvenimenti fanno accapponare la pelle. «Parlando in condizione di anonimato, a causa di un codice del silenzio che circonda le operazioni delle Forze speciali – dice la BBC – i testimoni oculari hanno raccontato che le leggi di guerra venivano regolarmente e intenzionalmente violate dai reggimenti più scelti del Paese, durante le operazioni in Iraq e Afghanistan. Inoltre, Panorama può rivelare per la prima volta che l’allora Primo Ministro, David Cameron, fu ripetutamente avvertito, durante il suo mandato, che le forze speciali britanniche stavano uccidendo civili in Afghanistan». La cosa degenerò fino al punto da scatenare quasi un conflitto a fuoco con gli stessi militari alleati dell’esercito regolare afghano, che combattevano assieme agli inglesi. E che mal tolleravano il loro cinismo, che sconfina nella crudeltà. «Lo stesso Presidente Karzai si fece portavoce del vivo malcontento della popolazione.

Assassini psicotici e seriali

«Un testimone che ha prestato servizio nelle SAS – rivela la BBC – ha affermato che uccidere poteva diventare ‘una cosa che crea dipendenza’, e che alcuni membri del reggimento d’élite erano ‘intossicati da quella sensazione’ in Afghanistan. C’erano ‘molti assassini psicotici’, ha aggiunto». La narrazione del network televisivo britannico continua come la trama di un film dell’orrore: «Detenuti liquidati con le manette ai polsi, feriti uccisi con un colpo di pistola alla testa, prigionieri disarmati e freddati senza, battere ciglio e poi tanta complicità morale, soprattutto da parte di quelli che avrebbero dovuto garantire il rispetto delle regole». «Secondo la testimonianza – accusa la BBC – la conoscenza dei presunti crimini non era limitata a piccole squadre o singoli squadroni. «All’interno della struttura di comando delle Forze speciali del Regno Unito, tutti sapevano cosa stava succedendo», ha affermato un veterano. E il rapporto in questione, tanto per fare qualche nome eccellente, chiama in causa addirittura l’ex Primo ministro, Sir David Cameron.

«Questa testimonianza, così come le nuove prove video sulle operazioni SAS in Iraq nel 2006 – conclude la BBC – corroborano anche i precedenti resoconti, secondo cui gli squadroni SAS tenevano il conto delle loro uccisioni per competere tra di loro». Gareggiavano, insomma, come si fa con la caccia alle quaglie, questi specchiati difensori del suprematismo etico occidentale.

da qui

martedì 18 febbraio 2025

Laila, il vigore della giustizia - Enrico Campofreda

 



Nel vederla così da lontano, di sfuggita, senza leggere cartelli e osservare foto, sembrerebbe una barbona o nel più poetico dei flash una riedizione di certe protagoniste di film del muto, fiammiferaia o fioraia, magari cieca. La vecchina infreddolita davanti la cancellata d’uno dei palazzi delle Istituzioni londinesi è l’indomita Laila Soueif, una delle maggiori docenti di matematica dell’Università del Cairo. Cosa faccia lì, infreddolita e spossata è presto detto: protesta con uno sciopero della fame lungo centotrentotto giorni, contro la carcerazione del figlio Alaa Abdel Fattah, indebitamente detenuto nelle prigioni egiziane, nonostante abbia terminato di scontare una condanna. La protesta è rivolta contro il presidente egiziano Al Sisi, con una chiamata di correo anche per il premier britannico Starmer, visto che Alaa e lei stessa sono anche cittadini del Regno Unito. In altre situazioni, per altri cittadini l’inquilino di Downing Street si sarebbe mosso a loro difesa? E’ tutto da valutare. Sono bastati pochi mesi dalla formazione del suo esecutivo, dopo il successo elettorale d’inizio estate, e il politico che aveva avviato la carriera fra i laburisti puntando sulla difesa dei diritti umani, e che dopo un’esperienza in magistratura si presentava agli elettori come serio sostenitore dei princìpi giuridici e delle leggi, sta facendo della real politik in voga l’arma per conservare il consenso. Quello interno e quello internazionale. Così s’è tuffato nella lotta all’immigrazione ‘irregolare’, e dopo aver apprezzato la linea Meloni per il “collocamento” di migranti in Albania, ha iniziato a realizzare trasferimenti forzosi dei migranti, alla maniera trumpiana con tanto di catene e aerei per i trasbordi. Può un leader laburista che imita il peggior Blair spendere una parola per il caso Alaa? Lo dubitiamo. Ma c’inchiniamo alla tenacia di mamma Laila, indebolita nel fisico da quel genere di protesta estrema che lascia solchi profondi non solo sulla pelle bensì nel fisico, debilitandolo. Specie se il digiuno è ripetuto, come lei ha fatto a lungo e più volte, seguendo le traversie giudiziarie del figlio. Pare una nonnina Laila nei suoi sessantanove anni non ancora compiuti, eppure ha la forza dirompente d’una ventenne, la determinazione d’una combattente, la passione d’una madre, la tenacia d’una donna.

da qui

sabato 13 luglio 2024

Keir Starmer è stato uno degli aguzzini di Julian Assange, da non dimenticare mai.

 

Una vittoria disillusa per un Labour inoffensivo - Daniel Finn

Starmer prende soltanto il 33,7% dei voti. Bene gli indipendenti di sinistra e i Verdi, che hanno contestato le scelte su Gaza. Corbyn batte il suo ex partito. Ma nel paese cresce il razzismo di Nigel Farage

Quando sono arrivati i risultati delle elezioni generali britanniche, il politico laburista scozzese Jim Murphy ha fatto un’osservazione eloquente. Murphy, che nel 2015 aveva portato il Partito laburista a una pesante sconfitta in Scozia, questa volta si è rallegrato nel vedere il Partito nazionale scozzese (Snp) andare male: «Non hanno perso voti solo rispetto ai laburisti, anche rispetto ai non votanti. E in politica è molto più difficile rianimare le persone che se ne sono andate e hanno deciso di non votare».

Murphy non riusciva a nascondere la propria eccitazione al pensiero di un tale disimpegno dalla politica elettorale. Il suo partito è stato portato all’apice del potere da un’ondata di apatia. Con il 60%, l’affluenza alle urne è diminuita di oltre il 7% rispetto alle ultime elezioni del 2019. Si tratta di uno dei dati più bassi da quando la Gran Bretagna ha adottato il suffragio universale.

Il numero assoluto di voti espressi per il Labour è stato inferiore a quello del 2019. Se si tiene conto del calo dell’affluenza, Keir Starmer ha aggiunto meno del 2% ai voti ottenuti cinque anni fa. Il risultato finale del Labour, 33,7%, è stato ben al di sotto della quota media di voti del Labour sotto la leadership di Jeremy Corbyn, per non parlare del 40% ottenuto nel 2017. Eppure Starmer ha conquistato una maggioranza schiacciante di seggi alla Camera dei Comuni, grazie al crollo dei conservatori e al sistema elettorale britannico «winner-takes-all».

Come ha dichiarato l’esperto di sondaggi John Curtice: «Sembra più un’elezione persa dai conservatori che vinta dai laburisti». La quota di voti dei Tories è scesa del 20%. Nel 2019, il partito della Brexit di Nigel Farage aveva eliminato centinaia di candidati spianando la strada per la vittoria a Boris Johnson. Questa volta, il veicolo di Farage – ribattezzato Reform UK – si è prefisso di danneggiare i Tory e ha ottenuto il 14% dei voti, creando un cuneo nella loro base elettorale.

Fin dal primo giorno, questo era il risultato che Starmer e il suo team speravano di ottenere. Non avrebbero mai voluto andare al governo in mezzo a un’ondata di entusiasmo con un ambizioso programma di riforme per affrontare la sfaccettata crisi sociale della Gran Bretagna. Il loro obiettivo era quello di rendere il Labour completamente inoffensivo per tutti coloro che beneficiano di un modello economico disfunzionale.

Una grande maggioranza di seggi dopo una campagna elettorale sottotono e con un tasso di astensione del 40% è, dal loro punto di vista, una situazione abbastanza ideale. Ma non sarà certamente il trampolino di lancio per un governo riformatore. Sebbene i conservatori si meritino ampiamente il loro momento di umiliazione dopo aver preso a colpi di motosega i servizi pubblici britannici negli ultimi quattordici anni, la nuova amministrazione ha tutta l’intenzione di mantenere al potere la loro eredità distruttiva.

Risultati promettenti

Per coloro che vogliono qualcosa di più di un cambio di personale ai vertici, ci sono stati diversi risultati promettenti. Dopo essere stato cacciato da Starmer dal Partito laburista, Jeremy Corbyn ha mantenuto il suo seggio nel nord di Londra come indipendente. Un sondaggio condotto poco prima delle elezioni suggeriva che Corbyn fosse destinato alla sconfitta per mano del candidato laburista, un imprenditore del settore sanitario privato di nome Praful Nargund. Alla fine, però, ha battuto Nargund con una mobilitazione di sostenitori che ha ricordato l’uso della propaganda di massa da parte dei laburisti nel 2017.

Corbyn sarà affiancato alla Camera dei Comuni da altri quattro indipendenti che hanno preso i seggi dai laburisti dopo aver condotto campagne contro il sostegno di Starmer ai crimini di guerra israeliani a Gaza. Molti altri indipendenti filo-palestinesi hanno sfiorato la vittoria, tra cui Leane Mohamad, a cui sono mancati appena cinquecento voti per scalzare il segretario ombra alla Sanità del Labour, Wes Streeting. Sarebbe stato un grande risultato per Mohamad mettere fuori gioco Streeting, una figura autoreferenziale e ambigua che ha manifestato il desiderio di accelerare la privatizzazione del Servizio sanitario nazionale, ma in ogni caso dovrebbe essere orgogliosa della propria performance.

Lo stesso Starmer ha dovuto affrontare una sfida nel suo collegio elettorale di Londra da parte dell’attivista contro la guerra Andrew Feinstein. Feinstein, sbucato dal nulla, ha ottenuto un buon 19% dei voti, mentre Starmer è calato drasticamente, pur senza rischiare il seggio. Il Partito Verde, che si è opposto con forza all’attacco a Gaza, ha ottenuto quasi il 7% dei voti complessivi e ha conquistato quattro seggi, la migliore performance della sua storia.

Il voto per i candidati anti-guerra e verdi suggerisce il potenziale di un movimento di sinistra che combina un programma di riforme interne, sia sociali che ecologiche, con una politica estera basata sulla pace, sui diritti umani e sulla giustizia climatica. Sapevamo già dal periodo in cui Corbyn è stato leader laburista che c’era un ampio sostegno a queste idee nella società britannica. Ora sappiamo che è possibile ottenere un sostegno politico al di fuori del Partito laburista, nonostante il sistema elettorale britannico con le sue barriere all’ingresso per i gruppi più piccoli.

Un’ascesa resistibile

D’altra parte, il Labour ha ripreso la maggior parte dei suoi seggi scozzesi dall’Snp, che era stato lo sfidante più efficace nell’ultimo decennio. L’Snp ha conquistato quei seggi per la prima volta nel 2015 con una piattaforma che evidenziava la sua opposizione all’austerità e alle armi nucleari. Tuttavia, dopo essersi posizionata con tanto successo a sinistra dei laburisti, la leader dell’Snp Nicola Sturgeon ha iniziato a spostarsi verso il centro sia in termini di politica che di stile politico, soprattutto dopo il referendum sulla Brexit del 2016.

Possiamo far risalire le origini dell’attuale crisi dell’Snp al periodo in cui la Sturgeon era leader, anche se alla fine i nodi sono venuti al pettine dopo che Humza Yousaf prima e John Swinney poi hanno assunto la guida del partito. I laburisti la prenderanno senza dubbio come una prova che la causa più ampia dell’indipendenza scozzese si è esaurita e che le cose possono tornare come erano prima del referendum del 2014. In linea di principio, questo atteggiamento compiacente dovrebbe offrire all’Snp l’opportunità di riconquistare il sostegno dei laburisti in vista delle prossime elezioni del Parlamento scozzese nel 2026, anche se la capacità del partito di rinnovarsi dopo un lungo periodo di istituzionalizzazione è molto in dubbio.

La quota di voti per il Reform UK di Nigel Farage non è stata molto più alta del risultato ottenuto dal Partito per l’Indipendenza del Regno Unito nel 2015, ma questa volta il partito ha conquistato quattro seggi, tra cui uno per Farage, e ha ottenuto una serie di secondi posti. La performance di Reform dovrebbe smentire l’idea che si possa insidiare il sostegno ai partiti anti-immigrati abbracciando le loro idee.

I due partiti principali hanno adottato la posizione di Farage del 2015 sull’immigrazione e hanno gestito la campagna elettorale promettendo di aumentare le deportazioni. Il loro unico risultato è stato quello di legittimare la retorica di Farage e dei suoi alleati. Ora che hanno una piattaforma a Westminster, i parlamentari di Reform faranno tutto il possibile per indicare immigrati e rifugiati come capro espiatorio per i problemi sociali che il governo Starmer lascerà incancrenire.

Ciò non significa che ci riusciranno. Starmer diventa primo ministro con una grande maggioranza di seggi, ma si trova di fronte a una sfida a sinistra che non esisteva quando Tony Blair salì al potere nel 1997. Ci vollero diversi anni e tre elezioni perché il malcontento nei confronti del New Labour raggiungesse un livello simile. Non c’è motivo per cui la destra estrema debba avere il monopolio dell’opposizione allo starmerismo, se le forze della sinistra britannica sapranno trarre le giuste lezioni dall’esperienza dell’ultimo decennio.

*Daniel Finn è redattore di Jacobin. È autore di One Man’s Terrorist: A Political History of the Ira (Verso, 2019). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

da qui

 

UK: IL “LABURISTA” È STATO SCELTO DA BLACROCK - G.Zibordi 

E’ stato un colpo di stato strisciante dal 2017 culminato alla fine oggi con il Labour pro finanza e sionista che stravince, ma con pochi voti. Prima hanno purgato il partito laburista di Jeremy Corbin, che hanno cacciato e hanno rifatto il partito laburista per Blackrock, la finanza della City e la lobby sionista. Poi hanno inserito Sunak nei Conservatori per demolire il partito, dividere l’elettorato in 6 gruppi e così far vincere il nuovo “Labour” della finanza e sionista. In questo modo hanno installato ora il partito immigrazionista più spinto, più trans-gay ecc.. e però anche fedele al 100% alla finanza e Blackrock.

Qui sembra che nessuno sappia niente di cosa è successo in UK negli ultimi anni

In #Uk, il #Labour di Keir #Starmer, appoggiato pubblicamente da #Blackrock dall’inizio https://independent.co.uk/news/uk/politics/labour-starmer-blackrock-support-fink-b2432113.html , con il 34% dei voti ha avuto 410 seggi su 650. Ma ha preso molti meno voti del Labour “autentico” di Jeremy Corbin nel 2017. Jeremy #Corbin fu cacciato dal partito, dicendo che con lui “non si vinceva” e orchestrando accuse di “antizemitizmo” https://firstpost.com/world/2024-uk-general-elections-jeremy-corbyn-antisemitism-hamas-labour-party-independent-candidate-13789549.html(perché criticava Israele sui palestinesi) con le quali accuse centinaia di militanti importanti sono stati purgati dal partito.

Corbin era temuto da Blackrock e dalla City della finanza di Londra, era un socialista, antisionista e prendeva più voti di Starmer. Dopo aver installato Starmer (accusandolo Corbin di anti-semitismo e cacciandolo dal partito), allora quello che allora hanno fatto è stato bruciare nel partito conservatore Liz #Truss, la nuova leader Conservatore dopo Boris Johnson, che cercava di spendere ed era relativamente popolare.

La Bank of England nel settembre 2022 allora quello che aveva fatto la BCE con Berlusconi nel 2011: appena la Truss ha presentato la manovra di bilancio ha creato un crac dei titoli di stato inglesi facendo dimettere Liz Truss Al suo psto hanno messo un indiano, sposato ad una miliardaria indiana, trader di hedge fund assolutamente impopolare nella base dei conservatori come Sunak. ù

In questo modo #Sunak, che oltre odioso è anche incapace, in due anni ha distrutto i conservatori anche perchè è un incapace, un giovane maraja indiano nato nella ricchezza Questo ha consentito a Keir #Starmer e il suo Labour versione sionista e pro-finanza di prendere ora 410 seggi su 650 con solo il 34% dei voti, una percentuale con cui si perdeva l’elezione una volta

Perchè il sistema inglese è assurdo, se ci sono 5 partiti e uno prendendo solo il 34% risulta però primo in 3/4 delle circoscrizioni prende i 3/4 dei seggi. L’importate è frazionare gli altri voti tra: partito autonomistra scozzese, liberal-democratici, Reform di Farrage, Conservatori e candidati laburisti indipendenti.

In mezzo a questi 6 partiti, il Labour “finto” di Starmer risulta primo in 3/4 dei distretti e prende 410 seggi su 650 E’ stato un colpo di stato strisciante dal 2017, prima per purgare il partito laburista e rifarlo per Blackrock e la loggy sionista, poi demolire i Conservatori, dividere l’elettorato in 6 gruppi e installare ora il partito immigrazionista più spinto e però anche della finanza Il Labour di Starmer, purgato degli elementi autentici come Corbin, è un partito terribile perchè è “woke” al massimo, pro-trans/gay-lesbian ecc. e immigrazionista al massimo, più dei conservatori, che pure sono stati un disastro per l’immigrazione. In più è sionista e pro-finanza come loro E’ stato un colpo di stato, graduale, orchestrato dal 2017 dopo che i laburisti rischiavano di essere guidati da uno che se non altro era sincero e popolare come Corbin.

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sabato 6 luglio 2024

Serve una Rivoluzione francese - Fabio Marcelli

  

Non sono per niente leggeri i toni usati da Jordan Bardella, delfino di Marie Le Pen e prossimo primo ministro francese in regime di coabitazione col fatiscente presidente Macron. Bardella infatti ha parlato della “minaccia esistenziale” rappresentata a suo avviso dalla sinistra. Ciò lascia presagire l’inizio di tempi molto duri per la Francia e per l’Europa tutta ma ci permette altresì di formulare talune considerazioni di prospettiva.

In primo luogo lo scontro sarà frontale e sarà fra destra e sinistra. Improbabile infatti che Macron possa tornare ad agitare con successo il logoro stendardo dell’unità repubblicana contro Il Rassemblement National, anche se può tuttora contare su taluni cavallini di Troia all’interno del Nouveau Front Populaire. Ciò comporta, seconda considerazione, che Mélenchon e la France Insoumise consolidino la propria egemonia sul fronte alternativo alle destre che sono uscite vincenti dal primo turno delle elezioni politiche francesi. E tale egemonia potrà essere consolidata solo ponendo al primo posto, insieme alle sacrosante questioni sociali e a quelle relative al tipo di società da costruire, quelle di natura prettamente internazionale attinenti essenzialmente al rigetto della guerra in Ucraina e alla condanna del genocidio nazisionista in corso.

Assolutamente prioritaria appare la diserzione dal l’escalation atlantista in corso in Ucraina. Se è vero che buona parte del popolo francese è profondamente solidale con quello ucraino, è pure vero che il miglior modo di manifestare e concretizzare tale solidarietà è porre fine all’insensato massacro che sta distruggendo generazioni intere di giovani ucraini, avanzando un’ipotesi negoziale che da tempo è matura e che sta cominciando addirittura a marcire. Va notato per inciso che si tratta del tema sul quale la destra emergente presenta le maggiori incertezze e contraddizioni e che la destra sconfitta di Macron tenterà di approfittare di tali contraddizioni per rilanciare il discorso atlantista come improbabile strumento di rivincita. Sarebbe pertanto esiziale che la sinistra risulti in qualsiasi modo permeabile a tale discorso, anche se dovrà disfarsi di alcune scorie. Del pari, e qui lo scontro con Le Pen & C. sarà invece più che mai frontale, occorrerà esasperare più che mai il sostegno al popolo palestinese se vittima di genocidio, bastonando Netanyahu, cane che affoga, e ponendo le premesse per la sconfitta definitiva del progetto nazisionista e genocidi che minaccia anch’esso di gettare il Medio Oriente e il mondo intero nella catastrofe della guerra globale e nucleare.

L’enfasi sulla politica internazionale appare doverosa anche perché la crisi francese, pericolosamente caratterizzata dalla vittoria elettorale della destra estrema, è un aspetto di una più generale e definitiva crisi dell’Europa e dell’Occidente nel suo complesso. Varie ne sono le manifestazioni. Fra un paio di giorni il Regno Unito andrà anch’esso alle elezioni politiche e la probabile vittoria dei laburisti sul niente assoluto rappresentato dai conservatori di Sunak, ennesimo avatar di una crisi senza fine che ha divorato nel giro di pochi anni una lunga serie di pittoreschi quanto inconsistenti leader, non deve far dimenticare il fatto che anche il programma di Starmer & C. è contrassegnato da forti elementi di vaghezza oltre che dalla sostanziale accettazione dei dogmi atlantisti e neoliberisti. Verticale appare del resto anche la crisi del Paese guida dell’Occidente, dove alle elezioni presidenziali di ottobre si affronteranno un vecchiardo bollito e un anziano cialtrone mentitore seriale e non si può escludere una degenerazione dello scontro interno fino alle soglie della guerra civile e forse anche oltre.

La crisi, insomma, è globale ed è dell’Occidente nel suo complesso. Stanno arrivando al pettine nodi storici antichi risalenti almeno all’inizio dell’età moderna colla cosiddetta scoperta o meglio conquista dell’America, che segnò l’avvio del dominio coloniale europeo sul pianeta. Oggi stiamo assistendo al fenomeno inverso e cioè a una decolonizzazione radicale che si estende anche agli aspetti economici e culturali e si avvale dell’incipiente nuova fase multipolare delle relazioni internazionali che vede emblematicamente l’ascesa, non solo economica, della Cina, perno indiscusso e riconosciuto di un nuovo schieramento, composito ma di enorme potenza, che punta all’egemonia dopo oltre cinque secoli di disastroso governo occidentale del Pianeta. Né è certamente casuale che tra gli elementi oggi di maggiore attualità si collochi proprio la liquidazione dei non trascurabili rimasugli dell’Impero coloniale francese, dall’Africa occidentale alla Nuova Caledonia. Tenere presente questo quadro globale di riferimento è oggi indispensabile per le forze di sinistra che vogliono sottrarsi alla rovinosa caduta dell’Occidente e proporre un nuovo costruttivo ruolo per l’Europa nel suo complesso. Ecco perché dobbiamo guardare con speranza e lucidità alle esperienze e alle scelte dei nostri compagni francesi, che confermano la propria storica vocazione a costituire l’avanguardia politica dell’Europa, riaffermando gli storici ideali fondativi della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità in un contesto internazionale in forte e tumultuoso mutamento.

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domenica 19 maggio 2024

Il Giorno X per Julian Assange, più volte rinviato, arriva il 20 maggio - Vincenzo Vita

 

“SOS! SOS! SOS!  Lanciamo l’allarme per il 20 maggio, data della nuova udienza per Julian Assange.” Così ha postato su Instagram Stella Assange, moglie del giornalista ed editore australiano, chiedendo ai suoi sostenitori nel mondo di raggiungerla davanti all’Alta Corte britannica a Londra la mattina del 20, oppure di manifestare ognuno nella propria città.  Le autorità britanniche devono capire, ha spiegato la quarantenne avvocata sudafricana, che il mondo li sta guardando mentre decidono se accogliere o meno l’appello di Assange contro la sua estradizione negli Stati Uniti dove rischia fino a 175 anni di carcere.  La decisione doveva avvenire il 21 febbraio, il primo fatidico “Giorno X”, ma, a causa della richiesta della Corte di acquisire ulteriori documenti, è stata rinviata al 26 marzo e adesso al 20 maggio.  Questa volta sembra quella buona.

A Napoli ci sarà un presidio la vigilia, domenica 19 maggio dalle 10.30 alle 13.30, in piazza Dante.  Mentre un attivista spiegherà ai passanti la posta in gioco a Londra – non soltanto la libertà di Julian ma la libertà di stampa e di espressione per i giornalisti e per i comuni cittadini in tutto il mondo – un altro attivista, indossando la maschera di Assange, rimarrà seduto in una cella disegnata col gesso sul pavimento, grande (anzi, piccola: 3m x 2m) quanto quella londinese in cui il fondatore di WikiLeaks si trova imprigionato da oltre cinque anni, pur senza condanna.

Anche a Roma ci sarà un presidio la vigilia (19/5), dalle ore 17 alle ore 19, davanti al Pantheon in piazza della Rotonda.  E anche qui verrà allestita una cella 3m x 2m: ma, in questo caso, si tratterà di una gigante tela dell’artista Chiara Bettella raffigurante Julian, dapprima imprigionato e poi liberato; i passanti potranno apporre le loro firme sulla tela.  Poi, il giorno dopo (lunedì, 20/5), dalle 15 alle 16.30, Free Assange Italia e Free Assange Roma terranno una conferenza stampa presso la Federazione Nazionale della Stampa Italia, nella sua sede di via delle Botteghe Oscure 54 (primo piano), per poter commentare a caldo il verdetto.  Vincenzo Vita, garante dell’Articolo 21, modererà. Un Livestream sul canale youtube.com/@StellaAssange consentirà ai giornalisti presenti in Sala di sentire in tempo reale anche le reazioni di Stella Assange, all’uscita dal tribunale.

Diversi altri presidi in Italia sono stati annunciati per il 19 maggio, allo scopo di richiamare l’attenzione del pubblico italiano sull’importante udienza londinese: a Bologna in piazza del Nettuno dalle 16.30 alle 19, organizzato dal Gruppo Assange Bologna; a Genova in Largo Pertini, dalle 17 alle 19; a Padova dalle 17 alle 19, in Piazzetta della Garzeria; a Catania dalle 17.30 alle 19.30 alla Prefettura di via Etnea; a Torino dalle 17 alle 19 in piazza Castello. A Bari, invece, il presidio si terrà il 18 maggio, ore 18.30, in Via Sparano (angolo libreria Laterza).  Questi ultimi cinque presidi sono promossi da Free Assange Italia.  Altri presidi ancora, ad esempio a Ferrara, sono in via di definizione.

A Milano, per il 20 maggio, il Comitato per la Liberazione di Julian Assange – Italia aveva previsto l’installazione, nel Parco Sempione, della statua Anything to Say di Davide Dormino, un monumento che raffigura Julian Assange accanto ad Edward Snowden e Chelsea Manning. Ma all’ultimo momento il Comune ha negato l’uso del suolo pubblico.  Gli attivisti milanesi stanno lavorando a soluzioni alternative che appariranno su https://linktr.ee/assangeitalia .

Tornando all’SOS di soccorso lanciato da Stella Assange in questi giorni, la sua supplica di restare vigili durante l’udienza londinese trova una giustificazione obiettiva nel poderoso documento rilasciato da Amnesty International lo scorso 3 maggio, intitolato: “Gli impedimenti all’accesso all’udienza di Julian Assange gettano un’ombra sulla trasparenza della giustizia britannica.”  L’ONG, impegnata nella difesa dei diritti umani, ha rilevato infatti una serie di abusi avvenuti nelle udienze precedenti, augurando che non si ripeteranno questa volta.  

“Amnesty International è profondamente amareggiata,” recita l’introduzione del documento, “a causa dei notevoli ostacoli che il suo team e altri osservatori hanno incontrato nel tentativo di monitorare le udienze nei tribunali del Regno Unito nel caso di Julian Assange. Tali impedimenti comprendono ostacoli all’accesso ai posti in aula o in tribunale; l’esclusione dalla visione dei procedimenti online tramite livestream; difficoltà tecniche con la qualità dell’audio durante l’intero procedimento; istruzioni confuse e contraddittorie da parte dell’amministrazione giudiziaria; personale di sicurezza ostile e aule di giustizia di dimensioni insufficienti per un caso di tale rilevanza internazionale.” Il documento poi sottolinea “l’incapacità assoluta” delle autorità britanniche “di riconoscere il ruolo vitale che svolgono gli osservatori giudiziari” nei processi. 

Amnesty conclude chiedendo all’amministrazione giudiziaria del Regno Unito di “garantire che gli osservatori abbiano accesso di persona o online ai procedimenti dell’Alta Corte il prossimo 20 maggio” e di “agevolare gli osservatori delle ONG e gli altri esperti, in linea con la norma internazionale emergente che riconosce il ruolo vitale di tali osservatori nell’interesse di una giustizia aperta.”


Ma quali sono i punti che i giudici Victoria Sharp e Jeremy Johnson devono dirimere il 20 maggio?  

Essenzialmente, per entrambi i magistrati, Assange potrà essere estradato negli Stati Uniti senza pregiudizio per i suoi diritti umani a condizione che il governo statunitense fornisca due garanzie: 

(1.)  che Assange non rischierà una condanna alla pena capitale – e il Dipartimento di Giustizia USA potrà facilmente asserire che una pena massima di 175 anni non è la pena di morte e nemmeno, tecnicamente parlando, un ergastolo; 

(2.) che Assange potrà avvalersi di tutti i diritti processuali di cui godono i cittadini oltre atlantico, ivi compreso il ricorso al Primo Emendamento della Costituzione statunitense. E qui casca l’asino.

Infatti, questo emendamento, che tutela la libertà di espressione, è proprio quello invocato dalla Corte Suprema statunitense nel 1971 per assolvere un imputato (l’editore del New York Times) che, come Assange, aveva rivelato sulla stampa – per tutelare il diritto di sapere del pubblico – documenti governativi segretati.  Ora il Dipartimento di Giustizia USA sta cercando di aggirare quella decisione della Corte Suprema incriminando Assange nei termini dell’Espionage Act del 1917 che, equiparandolo ad una spia e non ad un giornalista, non gli consente di invocare il primo emendamento per giustificare una fuga di notizie, anche se tale fuga sarebbe nell’interesse comune.

Tutto si gioca, dunque, sull’applicabilità o meno del Primo Emendamento.  Se gli Stati Uniti forniscono “rassicurazioni” che Assange potrà comunque invocare quella tutela, nonostante i divieti dell’Espionage Act e nonostante il fatto che egli non sia cittadino statunitense, non ci sarà violazione dei suoi diritti umani, la richiesta di fare appello avanzata dagli avvocati di Julian sarà rigettata e il governo britannico avrà la facoltà di estradare Julian seduta stante.  Gli Stati Uniti hanno avuto fino al 16 aprile per fornire alla Corte le loro rassicurazioni e hanno rispettato i termini.

Se invece le rassicurazioni fornite alla Corte vengono considerate insufficienti – e Stella Assange, che ha potuto leggerle, le ha definite del tutto evasive (“weasel words”) – la corte ha la facoltà di respingerle e contestualmente di accogliere la richiesta di Julian di riaprire il suo caso. Ciò comporterebbe la sospensione della richiesta di estradizione.  Da un lato, sarebbe una vittoria, perché Julian sarebbe (momentaneamente) salvato dalle grinfie della giustizia a stelle e strisce; dall’altro, però, egli rimarrebbe incarcerato in un minuscolo buco nero per non si sa quanto tempo ancora.  A quel punto, gli attivisti che il 18, 19 e 20 maggio si riuniranno nelle principali piazze del mondo, dovrebbero cominciare a chiedere per Assange la detenzione domiciliare. Ciò gli permetterebbe almeno di uscire dall’isolamento carcerario totale e di riunirsi con la sua famiglia in attesa che il nuovo processo d’appello si concluda.

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La prigione più grande del mondo. Storia dei territori occupati - Ilan Pappe

  

Proprio questi giorni Ilan Pappe è stato fermato e interrogato dall’FBI, all’aeroporto di Chicago(leggi qui).

A lui è andata meglio che a Robert Fico, Ilan Pappe è uscito dall’aeroporto camminando sulle sue gambe.

 

Ho letto recentemente La prigione più grande del mondo. Storia dei territori occupati, pubblicato qualche anno fa.

Leggerlo durante il genocidio di Gaza, dopo il 7 ottobre 2023, è un’esperienza a tratti insostenibile, quando si avvera tutto quello che lo storico aveva già previsto e scritto.

È Ilan Pappe che parla di genocidio incrementale, Lo stato d’Israele nasce con lo scopo della pulizia etnica nel suo DNA, ma i palestinesi sono testardi, non se ne vanno, e allora Israele ruba quante più terre palestinesi, possibili, giorno dopo giorno. I territori occupati diventano la più grande prigione a cielo aperto del mondo, senza trascurare di costruire e riempire prigioni di tortura dove mettere gli ostaggi palestinesi, molti per uno sguardo, un’idea, una pietra, uno slogan.

Nel libro si spiegano le strategie di pulizia etnica, colonizzazione, genocidio incrementale; essendo lo stato d'Israele uno stato razzista e coloniale la miglior strategia da usare dal 1948 in poi è quella degli odiati (un po’)/amati (molto) britannici, che di colonialismo e razzismo sono maledetti maestri. La strategia è quella di asfissiare i palestinesi, togliergli l’acqua (non solo in senso metaforico), dividerli, trattarli peggio degli schiavi, senza nessun diritto civile, uccidendo (o rendendo inoffensivo) qualsiasi Spartaco appaia all’orizzonte.

E poi c’è l’istituto coloniale della detenzione amministrativa, di segno anglo-sionista, una misura al di fuori della decenza umana, ma va bene per distruggere i palestinesi.

“Non ci sono civili innocenti a Gaza", ha detto il 13 ottobre 2024 il presidente di Israele, Isaac Herzog, ecco la sintesi del genocidio, di un paese guidato da assassini senza pietà.

Per quanto doloroso, non si può fare a meno di leggere il libro di Ilan Pappe.




L’importanza delle parole: il ‘genocidio incrementale’ dei palestinesi continua - Ilan Pappé

Sto scrivendo questo editoriale il 10 marzo, 2023. In questo giorno, settantacinque anni fa, il comando militare sionista divulgò il Piano Dalet – o Piano D – che, tra le altre disposizioni, istruiva le forze sioniste, che erano in procinto di occupare centinaia di villaggi palestinesi e diverse città e quartieri della Palestina storica, a:

“ Distruggere i villaggi (dandoli alle fiamme, facendoli saltare in aria e, poi, piazzando mine sotto le macerie), soprattutto in quei centri abitati che sono difficili da controllare in modo permanente.

“Organizzare operazioni di setacciamento e controllo attenendosi alle seguenti disposizioni: si accerchia il villaggio e si fanno perquisizioni al suo interno. In caso di resistenza, le milizie armate dovranno essere eliminate e la popolazione espulsa al di fuori dei confini dello Stato”.

Disposizioni simili furono fornite anche per le operazioni condotte nei centri urbani, anche se si trattava di una versione più morbida rispetto agli ordini veri e propri che venivano impartiti alle unità sul campo. Ecco un esempio di un ordine inviato a un’unità incaricata di occupare tre grandi villaggi della Galilea occidentale, nell’ambito degli ordini previsti dal Piano D:

“La nostra missione è di aggredire allo scopo di occupare… uccidere gli uomini, distruggere e dare alle fiamme Kabri, Umm al-Faraj e An-Nahr”.

Il neo-ministro delle finanze di Israele, Bezalel Smotrich, dunque, non sta dicendo nulla di nuovo quando chiede che il villaggio di Huwwara venga cancellato. Si è scusato perché un commento del genere doveva rimanere in ebraico, dimenticando però che siamo nel 2023, e le sue parole sono state tempestivamente tradotte in inglese. Smotrich si è scusato perché (il suo commento) è stato tradotto, non per averlo pronunciato.

Gli studiosi palestinesi hanno prontamente capito che la narrazione sionista ad uso e consumo domestico è molto diversa da quella che viene presentata all’esterno. Su una traiettoria storica che dal Piano D conduce alle attuali uccisioni quotidiane di cittadini palestinesi, alla demolizione delle loro abitazioni, e agli incendi appiccati alle loro attività commerciali, sono stati in grado di rintracciare, qua e là, espressioni simili, se non peggiori.

Walid Khalidi portò il Piano Dalet all’attenzione dei lettori inglesi, ed Edward Said – nel suo libro seminale “La questione palestinese” – catalizzò la nostra attenzione su un’intervista, pubblicata nel 1978 su un quotidiano israeliano locale, con l’allora capo di stato maggiore israeliano Mordechai Gur. L’intervista fu condotta all’indomani della prima – e perlopiù passata inosservata- invasione israeliana del Libano di quell’anno. Il capo dell’esercito israeliano dichiarò:

“Non sono (una) di quelle persone dalla memoria selettiva. Crede che finga di non sapere cosa abbiamo fatto in tutti questi anni? Cosa abbiamo fatto lungo tutto il Canale di Suez? Un milione e mezzo di rifugiati!… Abbiamo bombardato Ismailia, Suez, Porto Said e Porto Fuad”.

Sono sicuro che pochissimi dei nostri lettori sanno che, a seguito della guerra di giugno, Israele creò un milione e mezzo di rifugiati egiziani.

E poi, a Gur è stato chiesto se ha operato una distinzione tra popolazione civile e combattenti:

“Sia serio, per favore. Non lo sapeva che, dopo la guerra d’attrito [con la Giordania], l’intera valle del Giordano è stata svuotata dai suoi abitanti?”

Il giornalista ha proseguito con una domanda: “Allora lei afferma che la popolazione civile dovrebbe essere punita?”

“Ovviamente. E non ho mai avuto dubbi su questo… Sono passati ormai 30 anni da quando abbiamo conquistato la nostra indipendenza combattendo contro la popolazione civile [araba] che abitava i villaggi e le città…”

Questo avveniva nel 1978 e, come sappiamo, questa politica continua tutt’oggi passando attraverso alcune atroci pietre miliari che includono [i massacri] di Sabra e Shatila, di Kafar Qana in Libano, di Jenin e nella Striscia di Gaza. Eppure, esaminando quelle atrocità – sia io che altri – le abbiamo definite, con una certa equidistanza, pulizia etnica; o, come fece Edward Said, un progetto di accumulazione (di terra e potere) e dislocamento (di persone, della loro identità e della loro storia).

Ho esitato a utilizzare il termine “genocidio” per indicare tutti questi capitoli bui. L’ho usato solo una volta quando, per descrivere la politica israeliana nella Striscia di Gaza a partire dal 2006, ho utilizzato l’espressione genocidio incrementale. Ma la recente furia omicida che ha caratterizzato Israele dall’inizio dell’anno, unita al triste anniversario sopra citato, giustificano un utilizzo più ampio del termine, non solo in riferimento agli atroci attacchi di Israele nella Striscia di Gaza e al suo ermetico assedio.

Il nesso tra le uccisioni che si verificano in un arco temporale di pochi mesi – quando “solo” poche persone vengono uccise su base quotidiana – e i massacri che si sono consumati in oltre 70 anni di storia non viene facilmente accettato come prova delle politiche di genocidio.

Eppure, quella storia rappresenta la genealogia del genocidio secondo l’articolo 2 della “Convenzione ONU per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio”, in cui si stabilisce che gli atti elencati di seguito sono da intendersi come genocidio se vengono commessi “con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”:

1. uccidere membri del gruppo;
2. causare gravi lesioni fisiche o psicologiche ai membri del gruppo;
3. sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita tali da provocarne la distruzione fisica totale o parziale;
4. imporre misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo;
5. trasferire in maniera forzata i bambini del gruppo a un altro.

Sono sicuro che molti dei nostri lettori reagirebbero dicendo che sanno che si tratta di un genocidio. Ma nessuno di noi membri dello staff del Palestine Chronicle e, più generalmente, del movimento di solidarietà con il popolo palestinese, è qui per sfondare una porta aperta.

Abbiamo tutti preso parte allo sforzo collettivo – guidato dal movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) – per convincere la società civile internazionale a etichettare Israele come uno stato di apartheid. Questo non è un semplice risultato, anche se la maggior parte dei governi di tutto il mondo continua a rifiutarsi di farlo. Si tratta di un progetto di valore poiché, quando avrà successo, porterà a sanzioni significative.

Allo stesso modo, lo sviluppo lampante delle politiche genocide israeliane non solo nella Striscia di Gaza, ma anche in Cisgiordania, e non solo di recente, ma a partire dal 1948, potrebbe finalmente permetterci di far valere il diritto internazionale in Palestina – anche sulla base di prove fornite dagli stessi alti generali israeliani –. Per anni, le istituzioni e i tribunali principali hanno deluso il popolo palestinese, concedendo a Israele l’immunità, principalmente con il pretesto che il suo sistema giudiziario sia forte e indipendente.

Se questa affermazione risulta infondata nella migliore delle ipotesi, in questo preciso momento storico, considerate le ultime riforme legislative varate in Israele, risulta proprio ridicola.

Anche se il supporto delle istituzioni internazionali al popolo palestinese fosse stato più genuino, sarebbe stato comunque complesso processare i leader o i soldati israeliani sulla base delle accuse di pulizia etnica contro la popolazione palestinese. L’espressione “pulizia etnica” non è un termine giuridico, nel senso che i suoi esecutori non possono essere assicurati alla giustizia sulla base di questa specifica accusa; nella fattispecie, non si qualifica come crimine di diritto internazionale. Questo è ingiusto e potrebbe cambiare nel tempo, ma è la realtà con cui dobbiamo fare i conti al momento. Al contrario, il diritto internazionale qualifica il crimine di apartheid come un crimine contro l’umanità, e i suoi esecutori possono essere di fatto assicurati alla giustizia.

È importante prendere in considerazione l’utilizzo del termine anche per un altro motivo. Secondo il Sionismo liberale, quanto è avvenuto in Palestina è una piccola ingiustizia commessa per rimediare a una più orribile. Questa assurda giustificazione è stata recentemente arricchita dalle nuove definizioni operative di negazionismo dell’Olocausto adottate da molti paesi e università, che non ammettono alcun confronto tra l’Olocausto e la Nakba; un’equazione che verrebbe etichettata come antisemitismo.

Questi due presupposti sono sbagliati per due motivi. In primo luogo, questa “piccola” ingiustizia è ancora in corso; in fin dei conti, non conosciamo ancora quanto gravi saranno le sue conseguenze, ma sappiamo che non è affatto piccola e che rientra nella definizione di genocidio.

In secondo luogo, non si tratta di fare un confronto con l’Olocausto. Si tratta piuttosto di insistere sul fatto che si permette ancora di commettere un crimine contro l’umanità, ben definito nel diritto internazionale. E affinché’ si ponga fine a questo crimine, non è sufficiente parlare di apartheid e pulizia etnica.

Possiamo, e dobbiamo, usare un linguaggio più incisivo e preciso, alla luce dei fatti che vediamo accadere quotidianamente in Cisgiordania e a Gerusalemme, dove vengono uccisi soprattutto giovani uomini e bambini. Ciò è necessario anche alla luce del continuo processo di colpevolizzazione degli Arabi del 1948, nei cui villaggi e città le forze di sicurezza israeliane consentono a bande locali – purtroppo formate da cittadini Palestinesi – di uccidere per conto dello Stato.

(Traduzione di Rossella Tisci. Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul Palestine Chronicle)

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Leggere Ilan Pappé è un’esperienza che affascina. Non solo per la lucidità dell’analisi, la ricchezza delle fonti e la scorrevolezza della prosa, ma anche – o soprattutto – per l’abitudine a rovesciare, di continuo, significati e significanti della storia scritta dai vincitori. Di questo controverso e acutissimo storico insomma si può ben dire, foucaultianamente, che all’annalistica del memorabile preferisce la memoria della contraddizione e del conflitto: alla costruzione di mitologie trionfali, il grido che ricorda come ogni ordine nasca dalla sopraffazione. Come nel rovescio della legge, talora, si nasconda l’abuso…

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Basandosi sulle fonti originarie si chiarisce quanto sia importante inquadrare la situazione israelo-palestinese secondo verità, ma per farlo serve coraggio, onestà intellettuale e, non ultimo, un certo grado di empatia verso il popolo vittima di una montagna di ingiustizia e di soprusi. E quest’empatia Pappé l’ha dichiarata, è nelle sue opinioni, ma non inficia minimamente la correttezza della ricerca storica su cui si basano i suoi lavori. La ricostruzione storica di tutto l’apparato politico, burocratico e militare mette in mostra la decisione di escludere Cisgiordania e Gaza da qualsiasi eventuale futuro negoziato di pace, decisione che smaschera il cosiddetto “processo di pace” che ha consentito a Israele di rosicchiare senza interruzione i Territori palestinesi occupati, sostituendo di fatto l’insediamento coloniale permanente all’occupazione che, solo verbalmente, veniva definita temporanea.  Un progetto che  in modo scientemente programmato, con un apparato burocratico enorme affiancato a quello militare, ha origine nel XX secolo, ma che i documenti esaminati mostrano essere già presente, almeno come obiettivo da raggiungere, nel lontano 1882.    Dagli archivi declassificati emerge la verità sulla guerra dei sei giorni, l’evento che ha permesso la realizzazione del progetto che avrebbe fatto di Cisgiordania e Gaza una prigione senza via d’uscita. Il criminale capolavoro di rendere i palestinesi dei detenuti in casa propria, una casa che si è fatta sempre più stretta grazie ai “cunei” ideati da Ygal Allon e all’espandersi degli insediamenti  coloniali fino a diventare  quasi delle città, non fu immediatamente compreso o non volle essere compreso dalle democrazie occidentali che osannavano (e osannano) Israele, così come non fu compresa la reale dinamica della guerra dei sei giorni grazie – anche – al lucido piano di contraffazione lessicale. In quasi 400 pagine, di cui nessuna superflua, Ilan Pappé spiega il meccanismo carcerario cui è sottoposto il popolo palestinese compreso lo stesso presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas. Il sistema premi-punizioni, ove i premi sono soltanto un minor accanimento vessatorio e le punizioni sono veri e propri crimini di guerra e contro l’umanità è ciò che i palestinesi sono costretti a vivere e a cui una buona percentuale di loro si ribella pagando con l’arresto e, quasi quotidianamente, con la vita, la non accettazione delle leggi imposte dal loro carceriere…

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Per capire in che misura gli aspetti più discutibili della politica israeliana nei confronti del popolo palestinese siano l’esito logico dell’ideologia sionista, argomenta Pappé, occorre risalire allo spirito della “colonizzazione messianica” fra fine Ottocento e primo Novecento. È la visione di un ritorno ai tempi (e ai luoghi) biblici a rappresentare il fondamento del sionismo. Nato come ricerca di un rifugio sicuro contro l’antisemitismo e di un territorio che desse forma di nazione all’ebraismo, il sionismo non sarebbe andato incontro alle attuali degenerazioni se, per realizzare le sue legittime aspirazioni, non avesse scelto un territorio già abitato, il che lo ha inevitabilmente trasformato in un progetto colonialista (per inciso: in America e in Australia analoghi progetti hanno implicato lo sterminio sistematico delle popolazioni autoctone).

Realizzare il progetto significava ottenere il controllo sulla maggior parte della Palestina storica e ridurre drasticamente il numero dei palestinesi che ivi vivevano; l’obiettivo era insomma l‘edificazione di uno Stato ebraico “puro” dal punto di vista etnico-religioso, il desiderio (da alcuni nascosto, da altri dichiarato) era che nell’antica terra di Israele vi fossero solo ebrei. Di qui la pulizia etnica del 1948 resa possibile: 1) dalla decisione britannica di abbandonare i territori che governava da 30 anni; 2) dall’impatto dell’Olocausto sull’opinione pubblica occidentale; 3) dal marasma politico nel mondo arabo palestinese. Cogliendo l’opportunità una leadership sionista fortemente determinata espulse larga parte della popolazione nativa distruggendone i villaggi e le città, tanto che, in tempi brevissimi, l’80% della Palestina sotto mandato britannico era diventata lo Stato ebraico di Israele.

Passando alle decisioni draconiane sulla gestione dei Territori Occupati assunte dal governo che guidava il Paese durante la guerra del 67, Pappé sottolinea come esso comprendesse tutte le correnti ideologiche: laburisti, liberali laici, religiosi e ultra religiosi, rappresentando dunque il più ampio consenso sionista possibile. Sulla durezza di tali decisioni torneremo più avanti, ciò che importa sottolineare in primo luogo è l’assenza di differenze sostanziali fra destra e sinistra. Un’unità di intenti sancita dal fatto che nemmeno l’alternanza fra Laburisti (che governarono fino al 1977) e destre (il Likud dominò il decennio successivo, dal 77 all’87), produsse alcun cambiamento sostanziale se non nella “narrazione”: i Laburisti furono abili nell’ingannare il mondo sulle intenzioni di pace di Israele (Shimon Peres vi riuscì tanto bene da essere premiato con il Nobel) ma non cambiarono una virgola della strategia adottata nel 67; quanto al Likud, l’unica vera novità consistette nell’allacciare legami sempre più stretti con il movimento dei coloni (Gush Emunim). Nel decennio in questione gli ultra ortodossi vennero autorizzati a formare enclave teocratiche dotate di regole e procedure giuridiche diverse da quelle in vigore in Israele. Il fondamentalismo ebraico venne di fatto autorizzato a svolgere un ruolo di “militarizzazione” dei coloni, fino a creare squadre di vigilantes che eseguivano spedizioni punitive ctollerate dallo Stato (su 48 omicidi ad opera dei coloni violenti che agivano in bande organizzate, segnala Pappé, solo un colpevole venne incriminato e processato)…

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L'espressione La prigione più grande del mondo indica i territori occupati dallo stato sionista, di cui Ilan Pappé presenta la storia militare e politica.
La prefazione è incentrata sulla collina di descrive per sommi capi la situazione urbanistica di Givat Ram -un quartiere di Gerusalemme ricco di sedi istituzionali e universitarie edificato dopo il 1948 su terreni confiscati al villaggio palestinese di Sheikh al Badr- e ricorda come nel 1963 si sarebbe tenuto proprio in una sede universitaria un corso di preparazione destinato a personale militare da adibire al controllo della Cisgiordania come zona militare occupata. Ilan Pappé nota che quattro anni prima dell'effettiva occupazione lo stato sionista -nell'immediato timore di un crollo dell'assetto hashemita che avrebbe reso instabile la Giordania- avrebbe già iniziato a prepararsi a sovrintendere alla vita di un milione di palestinesi tramite le necessarie infrastrutture giudiziarie e amministrative. Secondo l'A. la élite militare e politica dello stato sionista era fin dal 1948 in cerca del momento storico opportuno per l'occupazione della Cisgiordania; il piano per la sua amministrazione si sarebbe chiamato "piano Shacham" e avrebbe previsto la divisione della Cisgiordania in otto distretti, sottoposti a un governo militare secondo la legge mandataria britannica, sottoposta agli aggiustamenti terminologici indispensabili, e secondo la vigente normativa giordana epurata dai provvedimenti in contrasto con gli obiettivi dello stato sionista. Un nuovo gruppo di allievi avrebbe seguito nel 1964 un analogo corso nella stessa località, e avrebbe imparato a reprimere gli "elementi ostili" e a comportarsi in modo da incoraggiare l'emergere di una leadership locale collaborazionista. Nei tre anni successivi lo stato sionista avrebbe approntato una squadra pronta a gestire una occupazione militare, e nel 1967 l'occupazione della Cisgiordania ebbe effettivamente luogo. L'A. scrive che al piano Shacham sarebbe stato a quel punto aggiunto un piano Granit, sua traduzione operativa. Ogni potenziale governatore militare e ogni consigliere avrebbe ricevuto nel maggio 1967 una serie di testi normativi; alcuni erano quelli in uso nella Germania occupata, ma vi figurava anche un testo di Gerhard von Glahn in cui si stabiliva che l'occupazione non cambia lo status de jure di un'area e che gli occupanti possono solo usare i beni presenti ma non entrarne in possesso. In pratica, anche per evitare fastidiose eccezioni da parte degli estimatori di von Glahn, l'occupazione sarebbe consistita nell'estensione alla Cisgiordania dell'autorità militare già imposta ai palestinesi entro lo stato sionista, attuata secondo i regolamenti di emergenza mandatari emessi a suo tempo dagli inglesi; norme che all'epoca della loro introduzione i sionisti avevano cosiderato degne di un paese nazionalsocialista. Un governatore militare avrebbe avuto controllo illimitato su ogni aspetto della vita degli individui e avrebbe potuto decretare espulsioni, convocare chiunque in una stazione di polizia, dichiarare "aree militari chiuse" le località oggetto di manifestazioni o pubbliche riunioni e praticare arresti amministrativi, ovvero detenzioni a tempo indeterminato senza motivazioni né processo. I tribunali chiamati ad applicare i regolamenti di emergenza mandatari sarebbero stati formati da militari non necessariamente in possesso di una formazione giuridica…

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