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giovedì 14 ottobre 2021

tutti antifascisti

 

Antifascismo o anticapitalismo finanziario? - Gianni Gatti

 

 

Così il fronte si sta unificando e vorrei capire chi lo ha studiato a tavolino. Mi spiego. L’attacco fascista alla CGIL a Roma ha messo tutti d’accordo, persino il Berlusca che telefona a Landini mi pare davvero tanta roba.

Quasi come Draghi che telefona al Berlusca per consigliarsi “sul fisco”.

C’è una narrazione fatta di mille dichiarazioni da quei fatti che dà tono al governo dell’ammucchiata sulla parola d’ordine dell’antifascismo, non dell’anticapitalismo, anzi…

La CGIL che è immobile ad ogni batosta subita dalla gente su stangate, burocrazia tecnica che rallenta opere, mancanza di lavoro e nuove riforme del lavoro, assenza di progetti per ridare sostegno sociale piuttosto che a banche o Grandi Imprese, vie semplificate per grandi opere per dare spazio a mafie e massonerie, ebbene proprio quella fa una manifestazione nazionale sull’antifascismo!

E su questo esattamente l’insieme dei partecipanti al governo Draghi applaudono e concordano.

Gli si stringono attorno per demolire il residuo di antagonismo, per sfinire la poca opposizione che, per assurdo, è rappresentata oggi dalla Meloni, mentre nelle piazze a combattere contro dissesto idrogeologico, mancanza di welfare, con la privatizzazione della salute attraverso la silenziosa ristrutturazione della sanità pubblica, contro le opere inutili e la cementificazione, per appropriarsi dei risparmi degli italiani e delle loro proprietà immobiliari (di cui la riforma catastale è l’inizio),ecc sono rimasti in pochi comitati e gruppi civici locali disgregati.

Non c’è altro da dire, si sta chiudendo il cerchio, presto criticare, avere controproposte, manifestare dissenso, sarà reato e lo faranno con la partecipazione di tutto “l’arco costituzionale”, in una divisione fra poveri in conflitto. Mentre i duemila partitini di sinistra litigiosi, chiusi, egocentrici e divisivi poiché ideologici e fuori dalla rappresentanza parlamentare che alle prossime elezioni sarà ancora più selettiva e ridotta gridano ai fascisti di Roma.

Il problema degli italiani è quello “dell’antifascismo.” o NO?

Il liberismo atlantista, del capitale finanziario, il commercio globale e le Grandi Aziende che si spartiscono potere e i nostri soldi è lasciato libero di agire, perché ormai tutti difendono il PIL non le persone.

Ma essere antifascisti oggi significa capire quale vestito abbia il potere, che non è certo quello mussoliniano, opera da dentro uffici della borsa, dentro stanze di colletti bianchi, uscendo da tavoli di accordi sindacali tipo Ilva, manovrando sgarrupati tatuati e violenti reclutati da ultras del calcio o da dentro partiti che se non fosse per questa protezione che godono sarebbero già da tempo fuorilegge.

da qui

 

 

 

Chi guadagna dalle violenze di sabato - Gianluca Cicinelli

 

Ci sono cose sgradevoli da dire ma che sarebbe vigliacco non dire. Esistono princìpi che regolano i diritti di tutti e tutte: il diritto a manifestare il dissenso è il più intoccabile fra tutti. Dobbiamo difendere il diritto a manifestare di tutti. Tutti. Sapendo alcune cose però.

Sono 45 anni, dalla prima manifestazione a cui sono andato, che c’è gente che sfascia tutto in mezzo a cortei di persone che stanno lì’ per rivendicare dissenso. C’era allora questa cretinata dei “compagni che sbagliano” e anzichè nasconderci dietro quella locuzione senza senso (pannelliana oltretutto) avremmo dovuto prenderli a calci noi, ma siccome la valutazione era che lo Stato e la polizia fossero peggio di loro, abbiamo fatto finta che la repressione che ne seguì fosse solo quella dello Stato e non anche della nostra mancanza di forza politica per fare i conti all’interno del Movimento, perchè quelli minacciavano e spesso menavano anche noi. Abbiamo comunque taciuto e siamo diventati oggettivamente complici dei “compagni che sbagliano”.

Si sta creando tra i pasdaran del no green pass la categoria aggiornata al XXI secolo dei “camerati che sbagliano”. E’ chiaro che quando la polizia comincia a caricare prima ti gonfiano di mazzate e poi ti chiedono le generalità, inutile che facciano adesso le dame offese dalla repressione: se vai a un corteo con gente che ha già provocato violenze in ogni singola manifestazione a cui ha partecipato sei stupido a pensare che stavolta non accadrà. Al netto del fatto che resto interdetto, ne conosco molte di persone di sinistra che stavano là, ma proprio molte, e mi chiedo come sia possibile dividere la stessa piazza con sigle dichiaratamente fasciste.

La verità è che molti sono stati contenti di quello che è successo pur essendosi mascherati dietro il concetto dei “camerati che sbagliano”, perchè hanno rivissuto i “bei tempi” di quando la violenza veniva spacciata per rivoluzione. Tacere su questo, far finta di non immaginare come sarebbe andata a finire la faccenda rende oggettivamente complice dei fascisti chi ha taciuto.

A collegare ulteriormente con un trattino i 44 anni passati ci sono gli infiltrati delle forze dell’ordine. Stavolta non abbiamo le foto degli agenti vestiti alla maniera dei manifestanti perchè i tempi hanno reso non identificativo l’abbigliamento. Abbiamo però la richiesta di manifestazione alla Questura per sabato scorso da parte di Pamela Testa, poi arrestata nella notte di sabato: è quella che compare nelle foto con la faccia insanguinata e la maglietta “boia chi molla”. E’ un’esponente di Forza Nuova: lo so io, lo sanno i fascisti, lo sa la Questura. Ogni manifestazione fin dall’estate a cui hanno partecipato esponenti di Forza Nuova si è concretizzata in violenze gratuite (senza provocazione alcuna dall’altra parte) sempre più estese fino all’exploit di sabato. Vogliamo davvero credere che nessuno dell’ufficio politico della Polizia si sia inserito nelle chat Telegram dove venivano annunciate esplicitamente le azioni di sabato? vogliamo credere che non ci siano agenti infiltrati o informatori all’interno di Forza Nuova? Se così fosse andrebbero licenziati in tronco. Ma così non è, c’erano e sapevano.

E’ stato lodato da più parti il comportamento suggerito alla Polizia dal ministero dell’Interno della ministra “piddina” Lamorgese e dal prefetto “leghista” di Roma Piantedosi. Contenere senza acuire il conflitto. Eppure sono state devastate la sede della Cgil e il pronto soccorso dell’ospedale Umberto Primo. E’ una strana idea di contenimento, molto vicina al “contenimento” degli scontri di Capitol Hill a Washington nel gennaio scorso. Alcuni esponenti delle “forze dell’ordine” (ma in casi come questi è preferibile il refuso: “FORSE dell’ordine” oppure “FARSE dell’ordine) hanno contenuto talmente poco che sono oggi inquisiti come favoreggiatori di quel tentativo di golpe statunitense. Ma una lode non si nega a nessuno; lodiamoci anche noi, tanto è gratis.

Cui Prodest? Questa situazione si verifica, anche se molti preferiscono battersi contro il green pass, in un momento drammatico. Perchè ci sono 5 milioni e 400 mila poveri assoluti che accerchiano l’Italia, nel pieno di una crisi economica che – oltre a espellere migliaia di persone dal lavoro – vede la crescita fuori controllo dei prezzi dei generi alimentari e dei servizi essenziali. L’inverno è alle porte e milioni di persone – milioni – non possono permettersi il riscaldamento: questa è la situazione reale. Allora questo è il vero dissenso da difendere; questo è il pezzo di società che quando esploderà davvero non guarderà in faccia nessuno. C’è chi ha interesse a bloccare sul nascere scioperi e manifestazioni contro il governo. All’interno dello Stato esistono – come ieri – forze nemmeno tanto oscure che dopo aver goduto delle violenze (che non toccano il sistema) intendono gestirle per azzerare quelle proteste che rischiano veramente di mettere in crisi il teatrino politico squallido e sempre più lontano dai problemi reali di ogni giorno.

Reprimere quindi il diritto a manifestare limitandolo (con la scusa di quanto è successo sabato) serve a prevenire quel tipo di conflitto che ha un senso nella storia e nella vita quotidiana delle persone. Per questo non bisogna cadere nella trappola che siccome odiamo i fascisti qualcuno che si definisce democratico (già si trovano dichiarazioni del genere sui giornali) appoggi i divieti a manifestare … per evitare violenze. Difendere il diritto a scendere in piazza per fare opposizione politica, che comprende anche quello contro il green pass, significa in questo momento difendere il diritto a non accettare senza conflitto politico – che non significa necessariamente violenza – di far fare le spese della crisi scaturita dalla pandemia da covid a chi non ha nessuna colpa per averla subita. Se non capiamo questo prepariamoci a rivedere in piazza folle non necessariamente fasciste ma sicuramente strumentalizzate dai fascisti.

da qui


scrive Gabriele Polo:

Qualcuno è salito al quarto piano, voleva bruciare la porta dell’ufficio di Maurizio Landini. Un poliziotto infiltrato tra loro li ha convinti a lasciar perdere. Dopo quaranta minuti sono usciti, imboccando la strada per Palazzo Chigi con l’intenzione di farne una romana Capitol Hill. Lì sono stati fermati. A fatica, con i Palazzi del potere sotto assedio. Dicono che il centro della città era troppo intasato per permettere alla polizia d’intervenire rapidamente. Loro, invece, si sono mossi senza problemi. E nemmeno correndo, per ore. Forse Salvini qualche eredità al Viminale l’ha lasciata.

da qui

giovedì 7 maggio 2020

L’acqua minerale, l’ambiente, la CGIL - Pierluigi Sullo




Gabriele Polo è un mio vecchio compagno del manifesto, lo stimo molto e in una parola lo considero un amico. Così che quando mi disse, tempo fa, che era stato incaricato di riorganizzare la comunicazione della Cgil, mi sono congratulato: il sindacato ha bisogno di parlare di più e meglio a tutti quanti, secondo me. E il Primo Maggio sono andato a vedere il nuovo sito internet approntato appunto da Gabriele e che andava on line quel giorno. Vario, vivace e interessante, si chiama collettiva.it e, nel presentarlo, Gabriele scrive che lo scopo è «curare il lavoro per curare il nostro territorio».
Siccome sono curioso ho fatto un largo giro nel sito, ho visto la sezione “ambiente” (https://www.collettiva.it/copertine/ambiente/) e sono corso a vedere. C’era un unico articolo, quel giorno, anzi un comunicato. I sindacati degli alimentaristi della Basilicata, tutti e tre, protestano contro una nuova norma regionale che, raddoppiando le royalties regionali, «rischia di mettere in ginocchio il settore delle acque minerali». Questa norma regionale, si spiega, «interviene sul prezzo del canone delle concessioni, incrementando le royalties». I tre sindacati aggiungono che «mentre il Governo nazionale decide di rimandare una tassa sbagliata come la plastic tax […] la Regione Basilicata decide di approvare nella distrazione generale una norma poco ponderata e non suffragata da un’analisi comparata della profittabilità del settore, che rischia di determinare ricadute negative anche sui posti di lavoro». L’occupazione prodotta dalle acque minerali è, dicono i sindacati lucani, di 400 posti circa. La conclusione è: «Non è corretto applicare alle acque minerali la stessa logica utilizzata per l’estrazione degli idrocarburi».
Leggendo, mi venivano in mente una sacco di obiezioni, e di dubbi. Per esempio: di quale cifra stiamo parlando, tanto gravosa da mettere in difficoltà la «profittabilità del settore»? E la tassa sulla plastica perché è «sbagliata»? E la causa di quella «distrazione generale» sarebbe la pandemia, presumo, che la Regione Basilicata usa come schermo per una operazione come questa, alla maniera dei decreti balneari dei tempi della Democrazia cristiana. Si allude infine alle royalties del petrolio, troppo basse per i danni ambientali che i pozzi hanno prodotto sull’ambiente, con imbrogli colossali da parte delle compagnie petrolifere (e poi, comunque, in generale mettere a paragone petrolio e acqua è tutt’altro che dissennato, date le analisi globali sul fatto che l’acqua potabile, grazie alla siccità e agli sprechi, è sempre più rara e preziosa, mentre il prezzo del petrolio precipita).
In ogni modo mi metto a trafficare su internet, in base a un vecchio ricordo di circa 15 anni fa, quando l’acquisizione delle fonti del Vulture, a Rionero, da parte di Coca Cola, provocò proteste a causa del prezzo bassissimo che la multinazionale avrebbe pagato in base alla normativa sui diritti minerari. Ma anche la privatizzazione suscitò critiche: infatti un referendum sull’acqua pubblica lo abbiamo perfino vinto, qualche anno dopo.
Cercando, trovo la presentazione di un progetto di legge, alla Regione Basilicata, da parte di alcuni consiglieri delle varie sinistre, incluso il Pd. Era il 2011, e in base ai dati di otto anni prima, le aziende del settore avevano messo in vendita un miliardo di litri per un incasso di 283 milioni. Le concessioni sono costate per anni poco più di 300 mila euro, mentre alla Regione toccavano analisi e adempimenti e controlli vari, sulle fonti, per cui si spendevano più di 300 mila euro. Sono canoni antichi, si dirà, e infatti le ultime proposte regionali parlano di 1,5 euro ogni 1000 litri nella plastica, e 1 euro per l’acqua in vetro. Nel dicembre del 2019 il Sole 24 ore intitolava sul “record”: oltre un miliardo di litri imbottigliati nel bacino lucano, che rappresenta più del 30 per cento delle riserve di acqua potabile del paese. Le imprese quindi pagherebbero un milione e mezzo, di meno se in vetro. Fate il confronto con il fatturato.
A fine 2019 gli industriali erano per altro in guerra contro la cosiddetta «plastic tax», quella «sbagliata» per i sindacati, che avrebbe penalizzato il settore, con ricadute sull’occupazione ecc. E infatti il Governo (uno a caso) ha in pratica congelato quella misura, che sarebbe servita, nelle intenzioni, ad abbassare la quantità di plastica in giro ovunque, compreso il mare, lo stomaco dei pesci e di conseguenza il nostro organismo, come ormai tutti sanno. Ma no  ‒ dicono gli industriali ‒ le nostre bottiglie di plastica (un cui esercito bene allineato opportunamente illustra, sul sito della Cgil, il comunicato dei sindacati lucani) sono «riciclabili al 100 per cento», e hanno una percentuale di materiale effettivamente biodegradabile. E certo, per riciclarle basta raccoglierle una a una, le bottiglie di plastica, e mandarle negli appositi impianti di riciclaggio, solo che la prima cosa non si fa che in minima parte e i secondi quasi non esistono.
Per non farla lunga: che senso che la Cgil si faccia portavoce, anzi parte attiva in una protesta che definirei reazionaria? L’aggettivo non è scelto a caso. Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti, in epoca di “spillover” dei virus, che invadere, spremere, anzi “emungere” tutto il possibile dalla natura, in questo caso l’acqua, e invadere l’ambiente con la plastica, e deprimere gli acquedotti pubblici (l’Italia detiene il record mondiale di consumo di acqua minerale e si sta avviando al record di perdite dagli acquedotti, privatizzati e con scarsa manutenzione) non è il modo migliore di dare il via a un cambiamento. La “normalità” cui non vogliamo tornare è questa. E sarebbe utile che Maurizio Landini, il quale in tv parla a favore di «un nuovo modello di sviluppo», chiarisse nei dettagli di che parla, e se la «sicurezza» che giustamente pretende per i lavoratori riguardi anche l’aria che respirano, quel che mangiano e così via.
Ho trovato, nel sito della “vecchia” Rassegna sindacale, sempre della Cgil, non solo una vibrante protesta contro Coca Cola e il suo atteggiamento nei confronti dei lavoratori durante la pandemia (forse non erano i lavoratori lucani), un bell’articolo di due membri del Dipartimento ambiente e lavoro della Flai Cgil nazionale (lo stesso sindacato che in Basilicata protesta), Tina Balì e Andrea Coinu, i quali, in occasione della giornata mondiale per la Terra, scrivono della «differenza tra un passato fallimentare che mitizza il profitto e un’ipotesi di benessere diffuso, dove sia favorita la nascita di nuova occupazione nella cura dei prodotti, del territorio, delle persone e del rispetto». E la segretaria della Fiom, Francesca Re David, intervistata da un altro vecchio compagno del manifesto e mio amico intimo, Loris Campetti, dice: «Abbiamo maltrattato la Terra, ferito gravemente l’ambiente. Non serve uno scienziato per capire che questo virus, la sua velocità e la sua pervasività hanno molto a che fare con le ferite inferte all’ambiente: il massimo dei danni il Covid-19 l’ha provocato dove sono maggiori produzione e consumi, in Italia come ovunque».
Non è che i sindacalisti siano ciechi e sordi, il messaggio del virus, nonché della crisi climatica, dei danni dello smog ecc., è chiarissimo. Il problema è come far cambiare rotta al Titanic. Ma, se prendiamo il caso della Basilicata come un paradigma, diciamo così, forse qualche risposta si trova. Ossia, capisco che cambiare radicalmente la situazione di Taranto, 10 mila operai, sia assai complicato, anche se io sto dalla parte dei polmoni dei cittadini di Taranto (e ovviamente anche di quelli degli operai), ma in questo caso parliamo di 400 posti di lavoro.
Bene, e se si cambiasse la normativa sui diritti minerari, roba che risale a un secolo fa o più? E se si nazionalizzassero, o regionalizzassero (non so se è possibile), tutte le fonti di acqua potabile? Se invece di bottiglie di plastica (non si riesce nemmeno a immaginare, una montagna di un miliardo di quelle bottiglie), sostituendole con bottiglie di vetro che a restituirle, come facevo io da bambino quando la mamma mi mandava a ridare indietro le bottiglie del latte vuote, si ha un piccolo premio? E se i profitti di aziende rese pubbliche cadessero a, poniamo, 200 milioni? Non sarebbero a quel punto disponibili, quei soldi, per rimettere a posto colline e boschi della Basilicata e aggiustare gli acquedotti, far sì che l’agricoltura locale non sprechi troppa acqua e promuovendo quindi la piccola agricoltura individuale e cooperativa ecc., avendo mantenuto intatta l’occupazione e anzi assumendo persone per il rimboschimento, il cablaggio dei piccoli paesi, l’edilizia del restauro…? E non si potrebbe realizzare, anno dopo anno, quel che a Matera, molto amata come capitale europea della cultura, manca da sempre, ossia una ferrovia (che potrebbe essere elettrica, non inquinante), per fare un solo esempio?
Se la Cgil facesse uno sforzo di immaginazione, si troverebbe accanto migliaia di associazioni di ogni tipo e di amministrazioni locali e costringerebbe la politica, di sicuro in Basilicata, a fare la cosa giusta. Forse, per farlo, occorrerebbe una nuova contabilità: il “lordo” di un salario o stipendio non è solo quel che si versa in tasse e contributi, ma anche i danni ai diritti ambientali e sociali della collettività che la produzione causa, cioè quel che nel calcolo capitalista sono le “esternalità negative”, che non vengono nemmeno conteggiate.


mercoledì 11 marzo 2020

Il mestiere della vita - Gabriele Polo




A un lavoratore si chiede di saper fare il proprio mestiere. E di farlo bene. Tanto più se si guadagna da vivere occupandosi della salute e della vita degli altri. Ma saperi e buona volontà dei singoli non bastano e quando si scontrano con stati di forza maggiore, si rischia il cortocircuito. In queste ore e in questo Paese medici, infermieri e operatori sanitari di ogni tipo stanno certamente dimostrando di conoscere il loro mestiere e di saper farlo bene, persino con abnegazione. Salvo misurarsi con limiti che vanno al di là della cattiveria di un virus venuto da Oriente, più frutto della stupidità maturata in Occidente. Con il risultato di veder snaturato il senso del proprio mestiere.
Si chiama “medicina delle catastrofi”, è un protocollo che indica agli operatori sanitari come comportarsi in caso di guerre, disastri naturali, epidemie incontenibili e tragedie di simile natura. Quando l’umanità incontra i propri limiti, o – meglio – quelli dell’architettura sociale che ha costruito. Detto più volgarmente, quando l’organizzazione sanitaria non è in grado di far fronte a catastrofi di dimensioni troppo grandi per i propri limiti strutturali. Così a medici e infermieri viene spiegato come scegliere tra chi curare e chi no, tra chi salvare e chi lasciar morire: se c’è un solo un respiratore e due a contenderselo... quello sì, l’altro no. E siccome siamo pur sempre animali il cui primo istinto è garantire la continuità della specie, l’indicazione è di “lasciare andare” i più deboli, i più vecchi, quelli che hanno un quadro clinico che non assicura la sopravvivenza. Contraddicendo il senso del mestiere di chi lavora per salvare vite, rendendo vani il loro saperlo fare e la loro abnegazione.
Periodicamente l’umanità crede di essersi emancipata dalla propria natura e dai suoi vincoli; con la scienza, la tecnologia, il progresso. Periodicamente ci accorgiamo che scienza, tecnologia e progresso non sono neutrali, vanno da una parte o dall’altra. E che sono gli umani a dover decidere il lato giusto o sbagliato.
In questi giorni migliaia di medici, infermieri e operatori sanitari italiani sono alle prese con anni di tagli alla spesa sanitaria. Come gli alpini dell’Armir spediti in Russia con gli scarponi dalle suole di cartone, tra mascherine che mancano e sale di rianimazione all’osso, viene loro chiesto di comportarsi come in guerra, di assumersi la responsabilità di scegliere chi salvare e chi no. Quando potranno finalmente non doverlo più fare, quando saranno nuovamente liberi di esercitare il loro mestiere facendolo bene come sanno, restituiranno a tutti noi le responsabilità di cui si stanno caricando. Non per chiederne il conto ma per non ripetere i soliti e consueti errori di una società troppo spesso smemorata. Che non casualmente sacrifica gli anziani, i portatori della memoria.