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martedì 31 marzo 2026

I favoriti di Mida – Jack London

Una storia di Jack London, pubblicata nel 1901 e ambientato nel 1899, in un dozzina di pagine racconta di un misterioso ricatto.

Borges l’ha tradotta (qui), il titolo è Las muertes concéntricas.mm

qualche anno fa, da questo racconto, in Spagna hanno tratto una serie tv interessante (qui), con Luis Tosar.

sabato 12 dicembre 2020

Perché dovresti circondarti di libri, anche se non avrai il tempo di leggerli tutti – Manuel Santangelo

 

Negli anni Quaranta, Borges scrisse un racconto fantastico intitolato La biblioteca di Babele. Lo spazio cui si fa riferimento nel titolo è un luogo talmente ampio da rappresentare un vero e proprio universo infinito, pieno di libri. Borges diresse la Biblioteca Nazionale di Buenos Aires e aveva una preventivabile fissazione per i volumi, condivisa con tanti altri illustri scrittori. Uno di questi era Elias Canetti che, nel suo romanzo Auto da fé, racconta la storia di Peter Kien, un uomo così ossessionato dai libri della sua sterminata biblioteca da arrivare a eliminare le finestre, solo per avere lo spazio utile a ospitarne di nuovi.

I personaggi fittizi dei romanzi non sono i soli ad accumulare un numero spropositato di volumi. Nel Diciannovesimo secolo, Thomas Phillips si mise in testa un’idea tanto bizzarra quanto visionaria: possedere almeno una copia di ogni libro scritto fino a quel momento. Phillips non riuscì mai a realizzare il suo folle progetto ma comunque accumulò un numero ragguardevole di pagine: la sua collezione arrivò alla fine a contare più di 100mila libri, tra cui almeno 1600 copie dell’Amleto di Shakespeare. È matematicamente impossibile leggere tanto, e senza arrivare agli estremi di Phillips, succede spesso anche a noi di acquistare più libri di quanto ne potremmo davvero leggere.

Nel suo saggio bestseller Il cigno nero, l’autore e statistico Nassim Nicholas Taleb sostiene che “Una biblioteca privata non è un'appendice che stimola l'ego, ma piuttosto uno strumento di ricerca. I libri letti hanno un valore molto inferiore rispetto a quelli non letti. La biblioteca dovrebbe contenere tutto ciò che non si conosce. In effetti, più sai, più grandi sono le file di libri non letti”. Per fare un esempio pratico di quello che scrive, Taleb cita l’enorme collezione di libri di Umberto Eco. Lo scrittore italiano arrivò a possedere 30mila volumi, in gran parte mai letti, ma questa mancanza non rappresentava per lui un effettivo problema, al contrario. Fornendogli un costante promemoria di tutto ciò che non sapeva, la biblioteca di Eco lo stimolava a rimanere perennemente curioso verso il mondo che lo circondava.

Taleb chiama l’insieme dei libri non letti “anti-library”. Un’anti-library sarebbe utile perché ricorderebbe giornalmente i propri limiti: la grande quantità di cose che non si conoscono, che si conoscono solo per metà o che un giorno si potrebbe scoprire di aver sempre sbagliato. Tutto trova posto nella anti libreria di Taleb e può rivelarsi un bene. Ricordando ogni giorno quanto ancora non si sappia, si è stimolati a coltivare una forma di umiltà intellettuale, in grado di migliorare il processo decisionale e guidare l’apprendimento.

La giornalista del New York Times Magazine Karen Olsson ha affrontato l'argomento in Why Don’t I Read All My Books? Nel suo articolo, l’autrice pone l’accento sulle diverse abitudini di lettura tra lei e suo marito: “Quest’uomo legge ogni libro che possiede. Se un amico scrive un libro, lui lo finisce appena possibile; se suo padre gli invia per caso la biografia di un musicista, la leggerà di certo; io stessa sono riluttante a regalargli qualche libro: so che per lui quel volume rappresenterà un obbligo che io non avrei mai sentito al suo posto: quello di leggere tutto dall’inizio alla fine. Per una persona così compulsiva e scrupolosa, gli scaffali finiscono per ripercorrere una storia semplice della propria vita come lettore, una sorta di biografia intellettuale. Nel frattempo, vivendo con lui, sono diventata consapevole della biografia alternativa che i miei libri non letti rappresentano per me: formano una storia di intenzioni vaganti, aspirazioni giovanili, vecchi interessi che hanno seguito il loro corso ma non sono comunque del tutto scaduti, dal momento che c’è sempre la possibilità di tornare a dedicarmici, prima o poi”.

 

Un'opinione simile era già stata formulata dallo scrittore e bibliofilo statunitense A. Edward Newton, vissuto a cavallo tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento: “Anche quando non si possono leggere, la presenza dei libri posseduti produce una forma di estasi: l’acquisto di più libri di quanti se ne possano leggere è nientemeno che un tentativo dell’anima di avvicinarsi all’infinito. Apprezziamo i libri anche se non li abbiamo letti, il solo fatto di saperli vicini ci fa sentire comodi. Solo saperli disponibili ci trasmette sicurezza”. Questa linea di pensiero non è sempre stata dominante. Sul Guardian, la saggista Lorraine Berry ha ricordato quello che venne scritto in una curiosa recensione di un libro del 1855, che parlava della "dominazione araba" della Spagna prima della Reconquista. All’interno del testo, si trovava  una critica esplicita della “bibliomania” musulmana: chi scriveva riconosceva agli arabi il merito di aver salvato Aristotele e i matematici, ma biasimava la loro scelta di conservare libri contenenti un linguaggio appassionato, che metteva molto a disagio i vittoriani: “Non possiamo simpatizzare con i loro estatici capricci dettati dalla passione, o dargli molto merito per le loro immagini e descrizioni troppo sensuali, e i loro eufemismi prolissi e pungenti”.

Nella storia, la voglia ossessiva di accaparrarsi libri ha portato anche a casi estremi. Si pensi per esempio a Don Vincente, il monaco spagnolo che, durante il Diciannovesimo secolo, si spinse fino a compiere degli omicidi pur di accaparrarsi i libri delle sue vittime. Famoso è anche il caso di Stephen Blumberg che nel 1990 fu arrestato con l’accusa di aver rubato più di 23mila libri rari. Tra gli ossessionati dai libri si nascondono però anche personaggi di grande importanza storica. Winston Churchill era infatti un autentico bibliofilo. Verso la fine della sua vita, si dice che Churchill avesse ammesso a malincuore di avere letto “solo” 5mila dei tantissimi libri presenti nella sua biblioteca. Si tratterebbe comunque di una cifra enorme, anche per un lettore voracissimo, e difficilmente emulabile.

Per la scrittrice britannica Jeanette Winterson “collezionare libri può essere un’ossessione, una professione, una malattia, una dipendenza, una fascinazione, una follia, un destino. Non è un hobby. Chi lo fa è perché deve farlo”. Oggi molti di coloro che parlano dell’abitudine di accumulare libri che non saranno mai letti ne parlano come una “malattia”, anche se non è effettivamente così. Lo scrittore Marco Rossari identifica ironicamente questo presunto disturbo nel suo breve e divertente libricino Piccolo dizionario delle malattie letterarie: “Bibliofilia: forma di perversione erotica che spinge il paziente a trarre piacere dall’accumulo di polvere sopra libri intonsi”.

 

Molti per indicare questa abitudine preferiscono utilizzare una parola giapponese: “tsundoku”, che significa letteralmente “comprare più libri di quelli che si possono leggere. Secondo l’esperto di giapponese e professore alla Cornell University Sahoko Ichikawa, Tsudoku sarebbe in realtà un gioco di parole nato in epoca Meiji, tra il 1868 e il 1912. Alla base del neologismo ci sarebbe il verbo giapponese tsunde oku, che significa “accumulare e lasciare li per un po’”. A questo verrebbe poi aggiunta la parte “doku” , espresso da un carattere  di origine cinese usato nella scrittura giapponese (in gergo un “kanji”) che significa “leggere” .

In un articolo scritto per La Repubblica nel 2007, il già citato Umberto Eco chiariva che il bibliofilo raccoglie libri essenzialmente per avere una biblioteca che, nella sua visione, “non è una somma di libri, è un organismo vivente con una vita autonoma. La biblioteca di casa non è solo un luogo in cui si raccolgono libri: è anche un luogo che li legge per conto nostro”. Per questo sarebbe bene conservare uno spazio del genere nelle nostre abitazioni. D’altronde, come ricordava lo scrittore e giornalista Ugo Ojetti in Sessanta, accumulare libri equivale ad accumulare desideri. “E chi accumula desideri rimane sempre molto giovane, anche a ottant’anni”.

da qui

giovedì 12 marzo 2020

La cultura non viene (mai) dopo (e una poesia)


I provvedimenti del governo contro la diffusione del coronavirus stanno mettendo seriamente in difficoltà il mondo della cultura. Un appello per rivendicare garanzie di reddito per le moltissime esperienze indipendenti e gli operatori del settore che stanno pagando drammaticamente le politiche di restrizione
Le disposizioni governative per contrastare il coronavirus stanno calando in maniera pesante su molti settori. Ma ce ne sono alcuni che ne soffrono in maniera particolare perché privi di ogni forma di tutela e sostegno. I cinema e i teatri chiusi fanno tristezza ma a quanto pare ora è inevitabile. Tutti gli eventi, grandi e piccoli, annullati sono una catastrofe economica, culturale e simbolica, ma pare che per bloccare il virus è il momento di fermarsi. Bisogna diminuire gli spostamenti e le relazioni sociali, i contatti ed i momenti di aggregazione.
Il punto è che per molti questo significa il disastro. In particolare per la piccola editoria, per i settori indipendenti della cultura, per le tante maestranze che vivono di eventi culturali, per i musicisti e chi vive di musica etc. Non vi è alcuna forma di sostegno, ne cassa integrazione ne uno straccio di ammortizzatori sociale.
Non vi sono leggi destinate alla cultura in generale che tengano conto delle migliaia di precari che vi lavorano e senza i quali i grandi o piccoli eventi non avrebbero modo di esistere. Le due parole sono quasi gemelle nel nostro paese, cultura e precarietà. Certo, esistono milioni di precari che non lavorano nella cultura e che soffrono la stessa nostra condizione.
L’emergenza e la crisi legate all’insorgere del Coronavirus sta mettendo in grave difficoltà molte esperienze indipendenti e moltissimi lavoratori e operatori del settore. Eventi cancellati, vendite in costante calo, futuro incerto e presente nerissimo. Il nostro pane quotidiano scarseggia, in ogni senso, non solo allegorico. Sappiamo che non siamo soli. Sappiamo che questa difficoltà sta coinvolgendo molti altri settori.
Ma qui portiamo ora la nostra voce, sperando che possa essere ben presto un coro a più voci di tutti quelli che non sono mai «garantiti», quelli che cercano costantemente il modo di sopravvivere, tanto nel mondo della cultura che altrove.
Mentre si affronta la questione, giustissima, di come agire sui lavoratori che hanno diritto alla cassa integrazione o altre forme di sostegno, rimane ancora una volta fuori quel variegato mondo fatto di milioni di persone precarie, cioè di chi non ha alcun tipo di accesso al welfare, e per i quali non è prevista nessuna tutela.
Ed ancora di più, dal nostro punto di vista, di coloro che tentano di portare il proprio contributo, per una società migliore, attraverso la cultura. Manca il punto di vista delle piccole realtà culturali, le piccole imprese – le case editrici indipendenti, per esempio, che sono un pezzo reale del tessuto della cultura del paese – mantenute vive e fertili dal lavoro di precari e precarie, giovani e non.
La situazione è già aggravata ed ora rischia di diventare catastrofica. Pensiamo che sia arrivata l’ora di parlare di una «garanzia di reddito», una misura indispensabile: una forma di sostegno economico immediata per tutti i lavoratori e le lavoratrici precari della cultura, e per tutte le piccole imprese culturali del paese. E se possibile allargando la stessa misura a tutti i precari, della cultura e non.
Vogliamo non solo dimostrare la nostra esistenza (fatta di libri, eventi, progetti culturali quotidiani la cui assenza sarebbe una catastrofe non solo per noi ma per il paese tutto) ma soprattutto rivendicare il nostro ruolo nel mondo della cultura che non è fatta solo di noti professionisti e di eventi megagalattici sostenuti da sponsor milionari.
Oggi siamo convinti che siano necessario rivendicare – insieme a tutti i precari, gli irregolari, gli intermittenti, i lavoratori e le lavoratrici al nero: i nostri lettori e le nostre lettrici – un diritto sacrosanto sulla base di un principio preciso: non si può continuare a parlare di “sicurezza” da un punto di vista sanitario senza estendere il ragionamento alla sicurezza sociale. Perché non esiste “salute” senza la garanzia di un reddito. Non possiamo rimanere, come si chiede, dentro casa e aiutare il rallentamento del contagio se siamo costretti ad uscire per cercare modi di sopravvivere. Per questo sosteniamo l’urgenza dell’istituzione di un reddito garantito, “di quarantena” anche attraverso ad esempio l’ampliamento dell’attuale reddito di cittadinanza che continua a escludere troppe figure, rendendo più ampio l’accesso alla domanda e dunque aumentando i beneficiari. Misure di sostegno di questo tipo sono il minimo che può pensare uno stato di diritto, per contrastare tanto il virus che le difficoltà economiche e sociali che milioni di persone si trovano a subire.
La cultura non viene (mai) dopo.
da qui


I giusti - Jorge Luis Borges

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere un’etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore ed una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mond
o.

martedì 31 luglio 2018

Il sogno degli eroi – Adolfo Bioy Casares

Emilio Gauna, il protagonista del romanzo, sembra uscito, come tutti i suoi amici, da I vitelloni.
la storia si trascina pigramente donne, gioco e bevute.
stranamente Gauna vince per due volte, a distanza di tre anni, e ogni volta vuole che lui e suoi amici spendano tutti i soldi in tre giorni pazzi.
come ne L'invenzione di Morel anche qui la ripetizione è protagonista della storia, ma la storia è un po' lunga e ripetitiva, e la fine è improvvisa.
non è il suo miglior libro, Morel e le storie con Borges sono di un altro livello.





Con Il sogno degli eroi (1954), il suo altro grande romanzo, la natura degli enigmi subisce un ribaltamento, posizionando l’esperienza dello straniamento nel cuore del quotidianità. Secondo Aira, «inaugura la sua modalità definitiva, una combinazione di genere fantastico e costumbrismo plebeo dominata dall’ironia paternalista e dallo sdegno». Ci sono ragioni precise alla base di questo ribaltamento. «I miei romanzi sono praticamente privi di digressioni, ed è attraverso le digressioni che la vita entra nei racconti», rifletteva Bioy, diagnosticando ciò che considerava un difetto dei suoi primi libri. La necessità di far entrare la vita nella narrazione motiva il cambio di scenari e di situazioni. Non ci sono più isole, macchine prodigiose né invenzioni pseudoscientifiche. Da questo momento in poi, la classe medio-bassa è protagonista di accadimenti straordinari avvenuti nei quartieri di Buenos Aires…

…Ma quali capolavori! E soprattutto quale letteratura fantastica! ma che sta addì?… come si esprimerebbe il mio caro amico arciprete cardinalizio monsignore di là dal Tevere col quale ce la spassiamo a scopone scientifico e vinello allegro… ma che sta addì Bompiani? Questo Il sogno degli eroi è letteratura fantastica come 2000battute è un barone siciliano disalaparuta notarbartolato o giù di là.
No, no, no… non diciamo corbezzolerie o capezzolerie, se posso osare un linguaggio porteño in onore all’autore; questo libro non ha né capo né coda, come i lombrichi, che infatti se con un morso li si spezza a metà, provate, provate… io lo faccio sempre per diletto puerile e spirito speculativo… le due metà se ne vanno lombricando ognuna per proprio conto, senza capo né coda, come volevasi dimostrare.
È una storia… come posso dire?… dove trovare i termini, le parole, la prosopopea adatta a definirla?… guardo la nuvolaglia di polvere negli angoli della camera, osservo le frasche stantie, le crepe nell’intonaco, i cadaveri di coleotteri sopra l’armadio, le ditate di unto sul vetro, le scaccolate nell’asciugamano, odoro dentro al cesto della biancheria sporca alla ricerca della luce opaca dell’ispirazione necessaria per declamare l’inconsistenza di questo libro…
Bioy adorato, perché hai scritto questo libercolo, perché? Dopo quelle meraviglie dei racconti di Un leone nel parco di Palermo e le sublimi burle architettate con Borges in Sei problemi per don Isidro Parodi e Cronache di Bustos Domecq
La caduta di un maestro, sì, un inciampo, anche i maestri inciampano talvolta, non ne facciamo una tragedia, vero che non la facciamo una tragedia? ma ora… ora? I miei libri dispersi? Cosa dico di questo [Libro disperso], come lo giustifico, come… no! no! e no!… non lo giustifico, è disperso, ben gli sta, come finiranno dispersi tanti altri nuovi e meno nuovi e ben gli starà anche a loro… però Bioy, mio adorato… Tu quoque?

domenica 25 giugno 2017

L’infinito nella valigia - Alberto Chicayban

La casa affaticata si era addormentata e respirava rumorosamente nei pressi della stanza di mia madre. Nell’ombra del corridoio mi muovevo con attenzione per non svegliarla mentre lottavo contro la complessa sistemazione della valigia dell’esilio. È vana la pretesa di sbrogliare in maniera razionale l’archetipica e irriducibile questione dell’essenzialità del carico da trasportare quando si tratta del viaggio di sola andata. Non sappiamo chi siamo alla partenza di un viaggio di questo tipo e nemmeno quello che saremo all’arrivo. Meglio lasciare all’inconscio la cernita degli oggetti da asportare dal mondo dell’origine per il trapianto verso l’ignoto. Dieci minuti per ordinare i vestiti potevano bastare. Nudi arriviamo, nudi partiamo.

Mi fermai davanti alla libreria. Anche lì la scelta era stata automatica e arrogante in un atteggiamento da sacerdote unto da gesti rituali segreti. Vocatus atque non vocatus deus aderit. Presi in primo luogo il Grande Sertão:Veredas[1] di Guimarães Rosa in un’edizione economica della Nova Fronteira ancora vergine di appunti. Poi allungai la mano per prendere Ficciones El Aleph, di Jorge Luis Borges, che erano vicino all’altro nello scaffale della prosa. Dalla sezione di poesia scelsi Rubayyat, di Omar Khayyam, in una bella traduzione di Octavio Tarquinio de Souza, piena di rose, vino e amori incantati in bilico fra la vita e la morte. Per ultimo, mi avvicinai allo scompartimento dedicato agli argomenti tecnici e presi La Tecnica de la Orquesta Contemporánea di Alfredo Casella e V. Mortari tradotta dall’italiano allo spagnolo e pubblicata dalla cara Ricordi Americana di Buenos Aires.

Strana scelta. Portare in esilio un solo libro brasiliano in mezzo ad altri quattro libri stranieri, due dei quali scritti da un argentino! Suprema ingiuria! Roba da fare rivoltare nella tomba il patriota Nelson Rodrigues ed evocare il suo personaggio Sobrenatural de Almeida per spiegare una così stramba contraddizione. Ma le stranezze non si fermano qui: perché avevo preso solamente libri che avevo maltrattato a lungo a furore invadente di penna e matita sugli spazi bianchi di ogni foglio? C’erano altri nuovi volumi da leggere che da mesi aspettavano sulla parte alta degli scaffali. L’ultima visita alla Livraria Brasileira al centro di Rio, quasi imbattibile per i libri usati e antichi, era stata una follia. Per quello il compagno commesso Marcos all’insaputa dell’avido proprietario aveva fatto un grande sconto al cliente che se ne andava dal Brasile traditore e vile dei tempi di Fernando Collor de Mello. Come mai paradossalmente dimenticavo gli ultimi acquisti?

Nel mio intimo è rimasta la certezza di aver scelto libri infiniti da mettere in valigia. Melita Richter mi ha chiesto perché sarebbero infiniti questi libri. Non so se riuscirò a spiegarmi o solamente a dimostrare caparbietà. Adesso me ne rendo conto che sono già passati diciassette anni.

Magris disse una volta che il Grande Sertão: Veredas di Guimarães Rosa colpisce come un pugno allo stomaco ed è forse la sintesi migliore che si può fare riguardo alla sua opera. Il grande triestino dal suo osservatorio al Caffè San Marco inquadrò perfettamente la trappola del romanzo che parla di battaglie mentre si scaglia sul lettore ignaro di essere capitato in un combattimento e lo stende. A mio avviso la lettura del Grande Sertão è una sorta di partita a scacchi. Guimarães Rosa era un appassionato di questo antico e misterioso gioco. Probabilmente ha trasportato nel suo romanzo quella  stessa matrice strategica e matematica, infinita anche se rigorosamente limitata allo spazio fisico della scacchiera. Da una parte ci sono le pedine bianche del Bene e dall’altra le pedine nere del Male. È inevitabile la tentazione di stare dalla parte delle pedine bianche, questo perché ci identifichiamo con il Narratore e le sue lotte in favore di quello che ci viene presentato come il Bene. L’Autore invece si mette nella posizione di Dio o di gran maestro: gioca con ambedue i colori delle pedine facendoci credere di essere liberi, perfino di poter avere opinioni personali riguardo l’infinita questione Bene versus Male. Ci sconfigge e ci arricchisce in maniera diversa ad ogni lettura.   

Ficciones è un libricino composto da diciassette racconti corti divisi in due parti precedute da prologhi (il titolo della prima parte detta Giardino Dei Sentieri Che Si Biforcano è probabilmente un’avvertenza perché al centro del racconto dallo stesso nome palpita un labirinto). L’opera dell’argentino Jorge Luis Borges inizia con la scoperta di una cospirazione per creare dal nulla una geografia, natura e civiltà ad opera di scienziati, uomini di lettere e artisti sostenuti da un folle miliardario nordamericano (per forza!) con la finalità di inglobarle in maniera subdola nella realtà (sempre provvisoria) da noi conosciuta. Lungo i racconti scritti da Borges una biblioteca infinita e caotica scrutata dagli abitanti, disperati bibliotecari che si improvvisano cosmologi e teologi (la Biblioteca de Babel) , convive accanto alla storia di Pierre Menard, il francese che provò a diventare uno scrittore del secolo XVII sotto il sole del secolo XX ricostruendosi come Cervantes. No quería componer otro Quijote - lo cual es facil - sino “el” Quijote. Inútil agregar que no encaró nunca una transcripcion mecanica del original; no se proponía copiarlo. Su admirable ambición era producir unas páginas que coincidieram - palabra por palabra y linea por linea - con las de Miguel de Cervantes.  

Sono piccoli e sempre in numero di diciassette[2] i racconti dell’altro libro di Borges messo quella notte in valigia, El Aleph. Il racconto iniziale intitolato El inmortal parla della ricerca di un fiume le cui acque sarebbero in grado di rendere immortale il felice bevitore - el río secreto que purifica de la muerte a los hombres. Il protagonista, il tribuno romano Marco Flaminio Rufo, dopo aver superato molti ostacoli riesce ad arrivare alla splendente, deserta e mostruosa Città degli Immortali senza però trovare un fiume dove abbeverarsi per guadagnarsi l’immortalità. Nell’area scorre solamente un rigagnolo sporco. Al di fuori della Città degli Immortali abitano uomini primitivi - los trogloditas - che non dormono mai, mangiano carne di serpente e girano nudi come bestie, incapaci della parola. Con il tempo Flaminio si affeziona ad uno di loro che lo segue ovunque, lo chiama Argo come il cane di Ulisse. Inutilmente cerca di insegnargli il nome appena ricevuto. Rimanendo con i trogloditi fino a diventare membro del gruppo il tribuno si abitua ai piaceri semplici della natura e sembra dimenticare tutto il resto. Un giorno, sotto la pioggia, chiama Argo con insistenza e lui risponde inaspettatamente con un verso dell’Odissea: - Ya habrán pasado mil cien años desde que la inventé. Tutto viene chiarito. Argo era Omero e i trogloditi gli Immortali che, stanchi della civiltà soffocante, avevano distrutto nove secoli prima la loro maestosa città per poi ricostruirla in maniera assurda, come fosse una parodia o un tempio dedicato agli dei dell’irrazionalità che controllano il mondo e dei quali non sappiamo niente tranne che non sono simili all’Uomo. Il fiumiciattolo sporco costituiva l’ambita fonte dell’immortalità. Marco Flaminio a quel punto comincia a vivere sulla propria pelle il paradosso dell’essere immortale: Nadie es alguien, un solo hombre inmortal es todos los hombres. Como Cornelio Agrippa , soy dios, soy héroe, soy filósofo, soy demonio y soy mundo, lo cual es una fatigosa manera de decir que no soy. Dunque il tribuno decide di partire alla ricerca di acque contrarie alle precedenti. Passano i secoli prima che riesca ad abbeverarsi al fiume della Morte e dormire un’altra volta. In un altro racconto, El Aleph, il Narratore guidato dall’amore per una certa Beatrice e dall’esaltato amico poeta Carlos Argentino Daneri[3] finisce per entrare in un sotterraneo dentro il quale esiste la possibilità di contemplare il Tutto. È quello El Aleph, la percezione dell’Infinito ridotto ad un punto nello spazio. Dice il Narratore dopo l’utilizzo di una vertiginosa enumerazione poetica di elementi sconnessi come metafora dell’intuizione della Totalità:..vi la reliquia atroz de lo que deliciosamente había sido Beatriz Viterbo, vi la circulación de mi oscura sangre, vi el engranaje del amor y la modificación de la muerte, vi el Aleph, desde todos los puntos, vi en el Aleph la tierra, y en la tierra otra vez el Aleph y en el Aleph la tierra, vi mi cara y mis vísceras, vi tu cara, y sentí vértigo y lloré, porque mis ojos habían visto ese objeto secreto y conjetural, cuyo nombre usurpan los hombres, pero que ningún hombre ha mirado: el inconcebible universo. Contemplare il Tutto non è possibile senza una discesa agli Inferi interiori perché in quella situazione ci troveremo dispersi ovunque sotto le sembianze di ogni essere o cosa. Labirinti e specchi, possibili metafore dell’infinito, sono presenti in molti punti dei due libri come in diversi altri scritti di Jorge Luis Borges. Anche l’ombra di William Shakesperare e di altri uomini labirintici si insinua ovunque all’interno di Ficciones El Aleph insieme alla costante rivisitazione di miti e archetipi. Gli archetipi sono stati segnalati all’interno della teoria di Carl Gustav Jung come il contenuto della memoria della specie o inconscio collettivo. Sono indefinibili forse perché infiniti.  

Rubayyat è il nome di un’antica forma di composizione poetica persiana di quattro versi associata in maniera indissolubile al libro che raccoglie tutto quello che di poesia ha lasciato il sublime Ghiyath ad-Din Abul-Fath Omar Bin Ibrahim Khayyam, conosciuto come Omar Khayyam. Omar visse quasi tutta la vita a Nishapur ed è (forse) nato nella stessa città (forse) nel 1048. Viene riconosciuto come il più importante matematico dell’Islam, era anche astronomo e filosofo. I versi di Omar Khayyam invitano al vino e agli amori disperati sotto l’ombra dell’Incertezza: Non ricordo quando sono nato E non so quando morirò Vieni, dolce amica, beviamo questa coppa Dimentichiamoci l’ inguaribile ignoranza. Un altro rubbayat dice: Sonno sopra la terra, sonno sotto la terra Sopra la terra e sotto la terra solo uomini sdraiati / Il Nulla dappertutto. Deserto. Uomini arrivano, uomini partono. Avevo quindici o sedici anni quando trovai il libro di Omar all’interno di una vecchia libreria a casa dei miei zii. Me lo sono tenuto dagli anni ’60 vicino al letto per popolare i miei sogni con le nude ed insaziabili huriNon hai imparato niente dagli uomini saviMa lo strusciarsi dalle labbra di una donna sul tuo petto Potrà rivelarti la felicità Hai i giorni contati. Bevi vino. A quei tempi, però, i vini brasiliani erano velenosi e l’imitatore imberbe di Khayyam non trovò nulla di meglio al lurido bar dell’angolo (gli avventori più sobri lo chiamavano affettuosamente Mosqueiro ossia Angolo delle Mosche). Alle tre di notte, di ritorno a casa, puzzavo di aceto mentre cercavo di fare un discorso contro le religioni usando la voce del Poeta del Vino e delle Anfore: Gente presuntuosa e ottusa inventò / La differenza fra anima e corpoSo solo che il vino spegne l’angoscia E ci devolve la calma. Mi hanno messo sotto la doccia e confiscato il sovversivo Omar. Lo ritrovai solamente alcuni anni più tardi per caso quando cercavo di trasformare il vecchio giradischi Paillard di casa in amplificatore per una chitarra di fortuna: Dal mio tumulo uscirà un odore forte di vino / Che renderà ebbri i passanti. E la serenità dei dintorni Conquisterà per me gli amanti. Gli anni sono passati e la lettura dell’opera I Sufi di Idriss Shah mi hanno rivelato un Khayyam mistico nascosto sotto le anfore di liquido rubino[4]. Attorno ai miei cinquant’anni un successivo Khayyam è sbocciato dalla traduzione del maestro Yogananda. Sono sicuro che ne troverò ancora molti altri di Khayyam coperti dal velo del Mistero. Infatti il nome Khayyam in persiano significa precisamente tendaO ingenuo! Pensi di essere saggio Sei soffocato fra due infiniti / Dal passato e dal futuro intrappolato Bevi e dimentica: non puoi.

L’ultimo libro ad essere sistemato in fondo alla valigia era stato La Tecnica de la Orquesta Contemporánea. Ammetto che la scelta era un pò interessata perché pensavo di riuscire ad occuparmi seriamente di composizione in Europa. Deliri da extracomunitario: il senso comune italiano concede agli immigrati la raccolta di pomodori oppure la microcriminalità (la criminalità che conta è prerogativa degli autoctoni).

Il manuale di Casella e Mortari parte dall’ottavino e dal contrabbasso passando per la chitarra, gli strumenti a plettro, la percussione e la fisarmonica. Esiste anche un paragrafo dedicato agli strumenti a quarti di tono e una sezione per descrivere le allora modernissime Onde Martenot (la prima edizione era del 1948), uno strumento elettrico con voz sobrenatural y fantastica antenato dei pastosi e pastorizzati sintetizzatori dei nostri tempi. Ogni strumento, dalle castagnole al bass tuba, possiede una storia di timbro e linguaggio applicata alle composizioni, trascina dietro di sé etica, sentimenti, emozioni e limiti fisici. Per esempio, l’arpa nell’ultima ottava ha una sonorità rarefatta e stridula, perde le possibilità di cantare. Nel registro grave viene soggiogata dall’indefinito delle note e fatica a sbrigarsi con velocità nelle scale o sequenze di suoni separati da intervalli piccoli. Al fagotto piace tanto lo staccato, ma si quiere hacer el enamorado debe a lo sumo resignarsi a representar la parte del viejito concupiscente “que paga”. Non potrà mai fare i voli appassionati del violoncello nonostante la voce di signore borghese attempato e malizioso.

Un trattato di orchestrazione porta sotto il microscopio la vita degli strumenti nelle composizioni, ritaglia brandelli di Bach, Beethoven, Stravinsky, Ravel o Respighi come esempi anatomici del comportamento strumentale virtuoso o moderato, consiglia atteggiamenti e segnala i confini della fattibilità espressiva. Allo stesso modo della scacchiera indica lo spazio delimitato dentro il quale è paradossalmente possibile raggiungere innumerevoli dimensioni creative in universi musicali paralleli o in fuga. Posso sognare di essere un Claude Debussy o giocare a fare il nostromo dell’astronave di Johann Sebastian Bach che arriverà alla prossima galassia. I libri sono solo specchi e labirinti, all’Infinito ci pensiamo noi.



[1] Grande Sertão: Veredas è Il titolo originale del romanzo brasiliano diversamente da quello scelto per la traduzione italiana (Grande Sertão). La parola sertão significa in portoghese landa desolata e corrisponde ad una vasto territorio che copre parte del Nord Est del Brasile, mentre il termine veredas sta per sentieri.
[2]Il numero 17 ridotto in maniera cabalistica ( 1+7) corrisponde al numero 8 che sdraiato diventa il conosciuto simbolo di infinito. L’opera monumentale di Jodorowski e Costa riguardo i tarocchi (La Via dei Tarocchi) finisce la parte dedicata all’Arcano XVII (La Stella) con queste parole: E al centro del mio ventre, divenuto infinito, ricevo e lascio nascere la luce nella sua interezza (p.243). A mio avviso la percezione delle coincidenze seriali o sincroniche rappresenterebbe l’intuizione dell’infinita trama di coincidenze che possiamo chiamare Realtà.
[3] Il nome Daneri a mio avviso potrebbe essere stato costruito da Borges tramite l’utilizzo della prima sillaba del nome associata all’ultima sillaba del cognome del Sommo Poeta. La presenza nel racconto dell’amata Beatrice defunta e la discesa ad un sotterraneo alla ricerca della Rivelazione possono forse incoraggiare questa intuizione.
[4]Hanno dato il nome di Omar Khayyam ad un cratere della Luna. Mi pare giusto: era un grande astronomo. Gli antichi greci chiamavano cratere la coppa, sarebbe impossibile un omaggio più bello al filosofo e poeta.


giovedì 22 settembre 2016

Todo tango – Meri Lao

storie, tanghi, disegni, aneddoti, ancora storie, miti, musica, relazioni, storia, curiosità, Buenos Aires e Montevideo, Borges e Piazzolla.
Todo Tango è un libro perfetto per avvicinarsi al tango e capirlo (almeno un po'), grazie a Meri Lao - franz





…Nata a Milano, ma in gioventù vissuta a lungo in Uruguay, Meri Lao non è solo l'autrice di Tempo di tango , Todo tango e altri libri sul tango. Musicologa esperta qual è, ha al suo attivo diversi titoli importanti, purtroppo oggi non più disponibili. D'obbligo citare almeno Basta! Storia rivoluzionaria dell'America Latina attraverso la canzone o Musica strega , quest'ultimo sulla musica delle donne. Sembra però che il meglio di sé Meri Lao l'abbia riversato proprio nello studio del tango. Al punto che, tempo addietro, Astor Piazzolla dichiarava: "In Europa c'è un vero fervore per la nostra musica, soprattutto in Italia e in Francia. In Italia c'è Meri Lao, e conosce la materia come molti di noi neppure se lo sognano, per giunta con la competenza di una pianista classica". Quanto a Umberto Eco, le sue parole non sono state meno elogiative: "Meri Lao ha dedicato una vita al tango. Forse una vita non basta, ma è certamente chi ci ha sempre raccontato meglio questa magnifica vicenda".
Leggere Todo tango significa anche ripercorrere più di un secolo di storia argentina, confrontandosi con i decenni del peronismo e con quelli dell'esilio, con le madri della Plaza de Mayo e col vuoto messianismo di Carlos Menem, con Gardel e con Borges. Come un viaggio che si avventura fra luoghi di cui si è già sentito parlare, ma che, affrontati secondo la prospettiva del tango, si illuminano di nuova luce. Il tutto senza escludere la lettura di oltre duecento testi in lingua originale con esemplare traduzione a fronte. Un vero e proprio canzoniere, dove c'è posto per titoli più e meno famosi, da A media luz a Como abrazao a un rencor , da Malena aNunca tuvo novio , da Caminito a Ventanita de arrabal . Dispiace una sola cosa. Che questa volta la casa editrice - la stessa che aveva pubblicato Tempo di tango - abbia giocato al risparmio, pubblicando il libro in una collana economica, senza particolare spicco quanto a illustrazioni e a impaginazione. Da questo punto di vista,Todo tango e Meri Lao meritavano sicuramente molto di più.


un concerto di Meri Lao (questa è la prima parte, su sei, continua su youtube):




un’intervista:
Meri, leggendo il tuo ultimo libro "Todo tango", ho scoperto che questa musica, che può "anche" essere ballata, è in realtà "anche" una lingua, un sentimento, una storia, una terra. Anzi, una striscia di terra. Quella dove tu approdasti, assieme ai tuoi, ragazzina di due anni...
Dalle parti nostre si dice: i peruviani discendono dagli incas, i messicani discendono dai maya, gli argentini e gli uruguaiani discendono dalle navi. Ecco, la nostra storia inizia così, da quella discesa dalle navi su cui avevamo attraversato per trenta giorni l'Oceano, quasi tutti in terza classe, nella pancia della nave, vomitando l'anima. Poi ho aperto gli occhi, e intorno a me c'era il tango...
Ma da dove era venuto, di chi erano figli quei suoni e perché avevano tanta importanza?
Il tango passa per essere argentino e io non mi stancherò mai di dire quanto questa attribuzione sia falsa, o almeno incompleta. Il tango nasce su una striscia di terra che appartiene parte all'Argentina (le città di Buenos Aires, La Plata, Rosario) e parte all'Uruguay (Colonia, Montevideo). E' figlio di quelle terre (io lo definirei principalmente rioplatense) e con origini multietniche. Fortissime ovviamente sia l'influenza africana, negli strumenti e nei ritmi, che quella italiana.
Già, gli italiani. Che ora ballano il tango in massa pensando sia un prodotto d'esportazione, esotico. Quasi rinnegandone la paternità...
Esatto. Dimenticando che gli italiani sono stati tra i suoi fondatori. Al tango, l'Italia ha regalato la lingua, quel lunfardo talmente zeppo di termini dialettali veneti, piemontesi, liguri, che molti spagnoli non lo capiscono. In lunfardo, il "gringo" delle canzoni, privo di intenti dispregiativi, non indica lo yankee ma l'italiano. Che può essere anche chiamato: tano (da napoli-tano), manyapulenta, tallarìn (spaghetti), manache (mannaggia), vichenzo, bachica, geneise (genovese). Del lunfardo è tipico il "vesre", ovvero il parlare invertendo le sillabe. Per cui gringo diventa "gongri", macho diventa "choma", cabeza è "zabeca" e tango, "gotàn".
Tornando a te. Hai iniziato a suonare e a ballare il tango a Buenos Aires e a Montevideo nella sua epoca d'oro, il decennio dei Quaranta.
L'unico momento in cui musica, parole, orchestra e cantante formano un connubio ai massimi livelli. Quando io ero appena ragazzina, quattordicenne, e mi muovevo assieme ai miei compagni tranquillamente tra Buenos Aires e Montevideo, il tango era ovunque. Alla radio, al ristorante, nei bar, nelle latterie. Ovunque, meno che nei bordelli, che con il tango non c'entrano nulla.
Come? E tutta la simbologia delle coreografie del ballo, i vestiti, lo spacco di lei, il tirabusciò e il neo, le calze a rete strappate, il disprezzo di lui....
Mio dio, che orrore! Tutta roba inventata per Rodolfo Valentino. Invenzioni per turisti in cui siete caduti con tutte le scarpe. Con tutti questi orpelli il tango musica non c'entra nulla, e nemmeno quello ballato. E' per questo che non vado più volentieri nelle milongas, con tutti quei ganchi, quelle gambe di lei che mettono costantemente a rischio i testicoli di lui, e lei che si appiccica come una biscia. E lui che fa il cabeceo...
Sarebbe a dire?
Quel gioco d'occhi leggermente accentuato con la testa che serve ad invitare la donna a ballare. Se un uomo lo fa a me, lo butto giù dal letto!
Bene, ma non negherai almeno la sensualità...
Una sensualità data dall'assoluta parità tra uomo e donna. E' vero che lui conduce, ma se lei non capisce i segnali di lui o non vuole fare ciò che viene invitata a fare, il ballo non c'è. Al contrario del waltzer dove lui porta e lei esegue. Una sensualità che è data dall'imprevisto, dal non sapere, ogni volta, cosa accadrà. Se sarà finalmente un tango perfetto, come da sempre lo avevi sognato...
Allontaniamoci dal ballo e torniamo alla musica. Nel tuo libro dedichi un intero capitolo al "fratello jazz". I due sono parenti così stretti?
Sono entrambi tributari di una emigrazione interna e di una esterna. Registrano il primo disco tutti e due nel 1917. Vengono diffusi principalmente per radio. Hanno la stessa importante presenza di donne cantanti e nelle stesse proporzioni. Sono stati innumerevoli volte soggetti per il cinema. Sono arrivati insieme in Europa. Solo che nel Vecchio continente il jazz ha finito per godere di assai maggiore fortuna per il semplice fatto che Argentina e Uruguay non hanno vinto la guerra. Da allora siamo in mano all'industria discografica anglosassone.
Parlami della sua musica.
Melodie, accordi imprevedibili, combinazioni ogni volta diverse. E sopra se vuoi ci puoi cantare a squarciagola o sussurrare. Per me è come ascoltare Chopin, Wagner, List. Altro che bordelli...
Le parole chiave.
La nostalgia, il viaggio, "volver", tornare, "es un soflo la vida", vent'anni è nulla. L'infinita richiesta "Donde estas? Donde te ha sido? " (Dove sei? Dove sei andato?). E soprattutto l'assenza... Per questo nel libro mi sono permessa di fare quel terribile accostamento tra tango e le madri di Plaza de Mayo, con i loro cartelli "Donde estan? " e le foto dei dispersi. Volevo solo sottolineare quanto sia insito in quella identità domandare degli assenti.
Hai tradotto migliaia di tanghi, e altrettanti ne hai ballati, composti, cantati. Oggi, se dovessi cantare il tango in un verso solo, come suonerebbe?
C'è già, ed è una mia traduzione in italiano di una strofa di Borges: "La morte mi prenderà/ tu costeggerai la vita/ tu sei memoria infinita/ tango che fosti e sarai".
Intervista di Sabina Morandi – LIBERAZIONE – 03/05/2005
da qui

mercoledì 31 agosto 2016

L’harem e l’Occidente – Fatema Mernissi

le cose non sono come dicono.
basta leggere questo libro per sapere che le cose sono complicate, non ci sono solo il bianco e il nero, ma mille altre sfumature.
Fatema Mernissi è morta recentemente (qui un ricordo), ma i suoi libri ci parlano ancora.
in "L’harem e l’Occidente" tra le mille suggestioni Fatema Mernissi racconta di Sherazade e Shirin (alla quale Abbas Kiarostami ha dedicato un gran bel film, qui), due donne straordinarie.
Fatema Mernissi non ha certezze assolute, spesso ha dei dubbi e, come dice JL Borges, "Il dubbio è uno dei nomi dell'intelligenza".
fatevi un regalo, leggete Fatema Mernissi - franz








… Fatema, originaria di Fez in Marocco, riceve la propria "formazione" (si può a ragione chiamarla così) all'interno di un harem, come molte altre ragazze della sua generazione e della sua cultura. Successivamente, si recherà in Occidente, da noi, ne trarrà le considerazioni che sono oggetto di questo libro, e tornerà poi al suo paese, dove oggi insegna Sociologia presso l'Università di Rabat. Fatema, col suo occhio critico e intelligente, ha dunque conosciuto i due mondi, l'Oriente e l'Occidente.
Si domanda, dunque: la condizione femminile e' cosi' diversa? Che cosa la distingue, se qualcosa esiste che crei la differenza?
No, si risponde Fatema, la condizione femminile non è così diversa. Aldilà delle situazioni e dei contesti apparenti, che possono qui sembrare persino fuorvianti, anche l'Occidente ha il proprio harem: l'harem della taglia 42, del corpo femminile costretto a rimanere per sempre adolescente e magro, diafano quasi, acerbo e privo di maturità e di tempo, segregato in un limite di anni che si chiude tragicamente con la menopausa, soggiogato ai dettami maschili dello stilista e del mercato…
Un testo dunque ricco e suggestivo, che passa agevolmente attraverso il sociale, l'immaginativo, il rituale, il religioso, fin dentro le oscurità dell'incontro tra uomo e donna, dalla cui natura pù' o meno egualitaria dipende tuttora il grado di civiltà a cui l'individuo umano può ambire.

…E tuttavia l’Occidente continua ad associare all’harem l’immagine di odalische belle e lascive, dimenticando che, nella tradizione musulmana, ben altre sono le caratteristiche del fascino femminile, sostanzialmente legato al potere incontrollabile, alla forza di volontà, alla cultura. Niente è più intrigante nell’harem della sfida intellettuale tra uomo e donna. "Essere intellettualmente sfidati dalle donne - sostiene l’autrice - dava agli uomini un brivido sensuale" (p. 106). Perché il solo tratto che invece ossessiona gli occidentali è quello della bellezza inevitabilmente legata al sesso e alla passività? La Mernissi inizia, con questa domanda, un’analisi originale dell’immaginario maschile occidentale, che viene indagato a partire dalla filosofia di Kant, attraverso i quadri di Ingres e Matisse, per poi approdare al mito contemporaneo della linea perfetta, o meglio della taglia 42. Secondo l’autrice, l’autorevole filosofo tedesco, nelle sue Osservazioni sul sentimento del Bello e del Sublime, associando la bellezza al femminile e il sublime alla razionalità propria del maschile, realizzerebbe una cesura, tale da rendere inconciliabili bellezza e intelligenza. "Se l’intelligenza è monopolio maschile, le donne che osano appropriarsene saranno private della loro femminilità" (p. 97). Ne deriva l’impossibilità per la donna di avere fascino grazie alla sua cultura e alle sue doti intellettive, e la conseguente esaltazione della bellezza, ridotta a mera esteriorità. "La donna ideale di Kant è senza parole" (p. 79): questo il filo rosso che guida la Mernissi alla scoperta di celebri immagini di odalische, ritratte da Ingres e Matisse secondo una mentalità tutta occidentale, che traduce la bellezza in nudità silenziosa e passiva. Tuttavia, negli stessi anni in cui Matisse dipingeva, i Giovani Turchi rivoluzionavano il mondo musulmano mettendo al bando gli harem e riconoscendo alla donna diritti pari a quelli che, fino ad allora, erano rimasti esclusivo appannaggio maschile. Ma se tutto ciò non ha inciso minimante sull’idea occidentale dell’harem, ancor oggi popolato di odalische seminude, allora si può concludere "che l’immagine sia l’arma principale usata dagli occidentali per dominare le donne" (p. 153). I quadri di Matisse, infatti, hanno potuto più dei dati storici, e consentono agli occidentali di continuare a sognare donne che non sono mai esistite, perpetrando modelli puramente fantastici.
L’attenzione spasmodica alla bellezza fisica rappresenta una vera e propria trappola per la donna occidentale, che è costretta a percepire l’età come una svalutazione e a dedicare quindi le sue energie migliori alla cura della propria immagine, senza poter mai vincere, naturalmente, la sfida contro il tempo. "Gli atteggiamenti degli occidentali sono decisamente più pericolosi e sottili di quelli musulmani perché l’arma usata contro la donna è il tempo" (p. 173). La taglia 42 si rivela, in conclusione, come il confine di un harem tutto occidentale, quello della bellezza, appunto, che finisce per rendere schiave proprio le donne considerate più emancipate e moderne, mentre, lontano dai riflettori maschili, le sorelle musulmane continuano decise il loro cammino di liberazione.

inizia così:
Se per caso vi capitasse di incontrarmi all'aeroporto di Casablanca, o su una nave in partenza da Tangeri, vi apparirei disinvolta e sicura di me, ma la realtà è ben diversa. Ancora oggi, alla mia età, l'idea di varcare una frontiera mi rende nervosa, temo di non comprendere gli stranieri. "Viaggiare è il modo migliore per conoscere e accrescere la tua forza", diceva Jasmina, mia nonna, che era illetterata e viveva in un harem, una tradizionale abitazione familiare dalle porte sbarrate che le donne non erano autorizzate ad aprire. "Devi focalizzati sugli stranieri che incontri e cercare di comprenderli. Più riesci a capire uno straniero, maggiore è la tua conoscenza di te stessa, e più conoscerai te stessa, più sarai forte". Jasmina viveva la sua vita nell'harem come una vera e propria prigionia. Aveva perciò un'idea grandiosa del viaggiare e vedeva nell'opportunità di varcare dei confini un sacro privilegio: la migliore occasione per lasciarsi dietro la propria debolezza. A Fez, la città medievale della mia infanzia, giravano voci affascinanti su abili maestri sufi che esperivano straordinari lampi di illuminazione (lawami') ed estendevano rapidamente la loro conoscenza, tanto erano tesi ad apprendere dagli stranieri che incrociavano nella vita.

Qualche anno fa, ho dovuto recarmi in Occidente e visitare una decina di città, per la promozione del mio libro La terrazza proibita, uscito nel 1994 e tradotto in ventidue lingue. Sono stata intervistata da più di cento giornalisti occidentali, e in quelle occasioni ho potuto notare che la maggioranza degli uomini pronunciava la parola "harem" con un sorriso. Quei sorrisi mi sconcertavano. Come si fa a sorridere evocando un sinonimo di prigione?...
da qui

martedì 1 ottobre 2013

Amore per i libri

All’infuori del cane il libro è il miglior amico dell’uomo, dentro è troppo buio per leggere (Groucho Marx)
Ah, i libri! Sono come delle bottiglie lanciate in mare, come nei film di pirati, i migliori sono mappe del tesoro, solo bisogna saper leggere quello che qualcuno, che non ci conosceva, ci ha donato. Credo davvero che quanto più s'allarga la nostra conoscenza dei buoni libri, tanto più si restringe la cerchia degli uomini la cui compagnia ci è gradita. Noi siamo come nani sulle spalle di giganti e la lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati. Una cosa è necessaria: Non leggete come fanno i bambini per divertirvi,o,come gli ambiziosi per istruirvi. No, leggete per vivere.Risponde qualcuno alla domanda sugli scrittori del momento: Non so niente della letteratura di oggi, da tempo gli scrittori miei contemporanei sono i greci. I libri non si scrivono sotto i riflettori e in allegre brigate, ciascun libro è un’immagine di solitudine, un oggetto concreto che si può prendere, riporre, aprire e chiudere e le sue parole rappresentano molti mesi, se non anni, della solitudine di un uomo, sicché a ogni parola che leggiamo in un libro potremmo dire che siamo di fronte a una particella di quella solitudine.Un libro è uno specchio. Se ci si guarda una scimmia, quella che compare non è evidentemente l'immagine di un apostolo.
PS: mi hanno aiutato con le loro parole (in ordine sparso): Paul Auster, Georg Lichtenberg, Bernardo di Chartres, Gustave Flaubert, Ludwig Feuerbach, Francesco Masala, JL Borges, René Descartes.
Grazie a tutti - franz

sabato 27 aprile 2013

Los Justos (I Giusti) - Jorge Luis Borges


Un Hombre que cultiva su jardín, como quería Voltaire.
El que agradece que en la tierra haya música.
El que descubre con placer una etimología.
Dos empleados que en un café del Sur juegan un silenzioso ajedrez.
El ceramista que premedita un color y una forma.
El tipógrafo que compone bien esta página, que tal vez no le agrada.
Una mujer y un hombre que leen los tercetos finales de cierto canto.
El que acaricia a un animal dormido.
El quel justifica o quiere justificar un mal que le han hecho.
El que agradece que en la tierra haya Stevenson.
El que prefiere que los otros tengan razón.
Esas personas, que se ignoran, están salvando el mundo.


Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo-
(traduzione Domenico Porzio)