Negli anni
Quaranta, Borges scrisse un racconto fantastico
intitolato La biblioteca di Babele. Lo spazio cui si fa
riferimento nel titolo è un luogo talmente ampio da rappresentare un vero e
proprio universo infinito, pieno di libri. Borges diresse la Biblioteca
Nazionale di Buenos Aires e aveva una preventivabile fissazione per i volumi,
condivisa con tanti altri illustri scrittori. Uno di questi era Elias Canetti
che, nel suo romanzoAuto da fé, racconta la storia di Peter Kien, un uomo
così ossessionato dai libri della sua sterminata biblioteca da arrivare a
eliminare le finestre, solo per avere lo spazio utile a ospitarne di nuovi.
I personaggi fittizi dei romanzi non sono i soli ad
accumulare un numero spropositato di volumi. Nel Diciannovesimo
secolo, Thomas Phillips si mise in testa un’idea tanto bizzarra
quanto visionaria: possedere almeno
una copia di ogni libro scritto fino a quel momento. Phillips non riuscì mai a
realizzare il suo folle progetto ma comunque accumulò un numero ragguardevole
di pagine: la sua collezione arrivò alla fine a contare più di 100mila libri,
tra cui almeno 1600 copie dell’Amleto di
Shakespeare. È matematicamente impossibile leggere tanto, e senza arrivare agli
estremi di Phillips, succede spesso anche a noi di acquistare più libri di
quanto ne potremmo davvero leggere.
Nel suo saggio bestseller Il cigno nero, l’autore e statistico Nassim Nicholas
Taleb sostiene che “Una biblioteca privata non è un'appendice che stimola
l'ego, ma piuttosto uno strumento di ricerca. I libri letti hanno un valore
molto inferiore rispetto a quelli non letti. La biblioteca dovrebbe contenere
tutto ciò che non si conosce. In effetti, più sai, più grandi sono le file di
libri non letti”. Per fare un esempio pratico di quello che scrive, Taleb cita
l’enorme collezione di libri di Umberto Eco. Lo scrittore italiano arrivò a
possedere 30mila volumi, in gran parte mai letti, ma questa mancanza non
rappresentava per lui un effettivo problema, al contrario. Fornendogli un
costante promemoria di tutto ciò che non sapeva, la biblioteca di Eco lo
stimolava a rimanere perennemente curioso verso il mondo che lo circondava.
Taleb chiama l’insieme dei libri non letti “anti-library”. Un’anti-library sarebbe
utile perché ricorderebbe giornalmente i propri limiti: la grande quantità di
cose che non si conoscono, che si conoscono solo per metà o che un giorno si
potrebbe scoprire di aver sempre sbagliato. Tutto trova posto nella anti
libreria di Taleb e può rivelarsi un bene. Ricordando ogni giorno quanto ancora
non si sappia, si è stimolati a coltivare una forma di umiltà intellettuale, in
grado di migliorare il processo decisionale e guidare l’apprendimento.
La giornalista del New York Times Magazine Karen
Olsson ha affrontato l'argomento in Why Don’t I Read All My Books? Nel
suo articolo,
l’autrice pone l’accento sulle diverse abitudini di lettura tra lei e suo
marito: “Quest’uomo legge ogni libro che possiede. Se un amico scrive un libro,
lui lo finisce appena possibile; se suo padre gli invia per caso la biografia
di un musicista, la leggerà di certo; io stessa sono riluttante a regalargli
qualche libro: so che per lui quel volume rappresenterà un obbligo che io non
avrei mai sentito al suo posto: quello di leggere tutto dall’inizio alla fine.
Per una persona così compulsiva e scrupolosa, gli scaffali finiscono per
ripercorrere una storia semplice della propria vita come lettore, una sorta di
biografia intellettuale. Nel frattempo, vivendo con lui, sono diventata
consapevole della biografia alternativa che i miei libri non letti rappresentano
per me: formano una storia di intenzioni vaganti, aspirazioni giovanili, vecchi
interessi che hanno seguito il loro corso ma non sono comunque del tutto
scaduti, dal momento che c’è sempre la possibilità di tornare a dedicarmici,
prima o poi”.
Un'opinione simile era già stata formulata dallo
scrittore e bibliofilo statunitense A. Edward Newton, vissuto a cavallo tra la
seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento: “Anche quando non si
possono leggere, la presenza dei libri posseduti produce una forma di estasi:
l’acquisto di più libri di quanti se ne possano leggere è nientemeno che un
tentativo dell’anima di avvicinarsi all’infinito. Apprezziamo i libri anche se
non li abbiamo letti, il solo fatto di saperli vicini ci fa sentire comodi.
Solo saperli disponibili ci trasmette sicurezza”. Questa linea di pensiero non
è sempre stata dominante. Sul Guardian, la
saggista Lorraine Berry ha ricordato quello
che venne scritto in una curiosa recensione di un libro del 1855, che parlava
della "dominazione araba" della Spagna prima della Reconquista. All’interno del testo, si trovava
una critica esplicita della “bibliomania” musulmana: chi scriveva riconosceva
agli arabi il merito di aver salvato Aristotele e i matematici, ma biasimava la
loro scelta di conservare libri contenenti un linguaggio appassionato, che
metteva molto a disagio i vittoriani: “Non possiamo simpatizzare con i loro
estatici capricci dettati dalla passione, o dargli molto merito per le loro
immagini e descrizioni troppo sensuali, e i loro eufemismi prolissi e
pungenti”.
Nella storia, la voglia ossessiva di accaparrarsi
libri ha portato anche a casi estremi. Si pensi per esempio a Don Vincente,
il monaco spagnolo
che, durante il Diciannovesimo secolo, si spinse fino a compiere degli omicidi
pur di accaparrarsi i libri delle sue vittime. Famoso è anche il caso di
Stephen Blumberg che nel 1990 fu arrestato con
l’accusa di aver rubato più di 23mila libri rari. Tra gli ossessionati dai
libri si nascondono però anche personaggi di grande importanza storica. Winston
Churchill era infatti un autentico bibliofilo. Verso la fine della sua vita, si
dice che Churchill avesse ammesso a
malincuore di avere letto “solo” 5mila dei tantissimi libri presenti nella sua
biblioteca. Si tratterebbe comunque di una cifra enorme, anche per un lettore
voracissimo, e difficilmente emulabile.
Per la scrittrice britannica Jeanette
Winterson “collezionare libri può essere un’ossessione, una professione,
una malattia, una dipendenza, una fascinazione, una follia, un destino. Non è
un hobby. Chi lo fa è perché deve farlo”. Oggi molti di coloro che
parlano dell’abitudine di accumulare libri che non saranno mai letti ne parlano
come una “malattia”, anche se non è effettivamente così. Lo scrittore Marco Rossariidentifica ironicamente
questo presunto disturbo nel suo breve e divertente libricino Piccolo dizionario delle malattie letterarie:
“Bibliofilia: forma di perversione erotica che spinge il paziente a trarre
piacere dall’accumulo di polvere sopra libri intonsi”.
Molti per indicare questa abitudine preferiscono
utilizzare una parola giapponese: “tsundoku”, che
significa letteralmente “comprare più libri di quelli che si possono
leggere. Secondo l’esperto
di giapponese e professore alla Cornell University Sahoko
Ichikawa, Tsudoku sarebbe in realtà un gioco di parole nato in epoca Meiji, tra il 1868 e il 1912. Alla base del neologismo
ci sarebbe il verbo giapponese tsundeoku, che significa “accumulare e lasciare li per un
po’”. A questo verrebbe poi aggiunta la parte “doku” , espresso da
un carattere di origine cinese usato nella scrittura giapponese (in gergo
un “kanji”) che significa “leggere” .
In un articolo scritto per La Repubblica nel 2007, il già citato Umberto
Eco chiariva che
il bibliofilo raccoglie libri essenzialmente per avere una biblioteca che,
nella sua visione, “non è una somma di libri, è un organismo vivente con una
vita autonoma. La biblioteca di casa non è solo un luogo in cui si raccolgono
libri: è anche un luogo che li legge per conto nostro”. Per questo sarebbe
bene conservare uno spazio del genere nelle nostre abitazioni. D’altronde,
come ricordava lo
scrittore e giornalista Ugo Ojetti in Sessanta, accumulare
libri equivale ad accumulare desideri. “E chi accumula desideri rimane sempre
molto giovane, anche a ottant’anni”.
I provvedimenti del governo contro la diffusione del coronavirus stanno
mettendo seriamente in difficoltà il mondo della cultura. Un appello per
rivendicare garanzie di reddito per le moltissime esperienze indipendenti e gli
operatori del settore che stanno pagando drammaticamente le politiche di
restrizione
Le disposizioni governative per contrastare il coronavirus stanno calando
in maniera pesante su molti settori. Ma ce ne sono alcuni che ne soffrono in
maniera particolare perché privi di ogni forma di tutela e sostegno. I cinema e
i teatri chiusi fanno tristezza ma a quanto pare ora è inevitabile. Tutti gli
eventi, grandi e piccoli, annullati sono una catastrofe economica, culturale e
simbolica, ma pare che per bloccare il virus è il momento di fermarsi. Bisogna
diminuire gli spostamenti e le relazioni sociali, i contatti ed i momenti di
aggregazione.
Il punto è che per molti questo significa il disastro. In particolare per
la piccola editoria, per i settori indipendenti della cultura, per le tante
maestranze che vivono di eventi culturali, per i musicisti e chi vive di musica
etc. Non vi è alcuna forma di sostegno, ne cassa integrazione ne uno straccio
di ammortizzatori sociale.
Non vi sono leggi destinate alla cultura in generale che tengano conto
delle migliaia di precari che vi lavorano e senza i quali i grandi o piccoli eventi
non avrebbero modo di esistere. Le due parole sono quasi gemelle nel nostro
paese, cultura e precarietà. Certo, esistono milioni di precari che non
lavorano nella cultura e che soffrono la stessa nostra condizione.
L’emergenza e la crisi legate all’insorgere del Coronavirus sta mettendo in
grave difficoltà molte esperienze indipendenti e moltissimi lavoratori e
operatori del settore. Eventi cancellati, vendite in costante calo, futuro
incerto e presente nerissimo. Il nostro pane quotidiano scarseggia, in ogni
senso, non solo allegorico. Sappiamo che non siamo soli. Sappiamo che questa
difficoltà sta coinvolgendo molti altri settori.
Ma qui portiamo ora la nostra voce, sperando che possa essere ben presto un
coro a più voci di tutti quelli che non sono mai «garantiti», quelli che
cercano costantemente il modo di sopravvivere, tanto nel mondo della cultura
che altrove.
Mentre si affronta la questione, giustissima, di come agire sui lavoratori
che hanno diritto alla cassa integrazione o altre forme di sostegno, rimane
ancora una volta fuori quel variegato mondo fatto di milioni di persone
precarie, cioè di chi non ha alcun tipo di accesso al welfare, e per i quali
non è prevista nessuna tutela.
Ed ancora di più, dal nostro punto di vista, di coloro che tentano di
portare il proprio contributo, per una società migliore, attraverso la cultura.
Manca il punto di vista delle piccole realtà culturali, le piccole imprese – le
case editrici indipendenti, per esempio, che sono un pezzo reale del tessuto
della cultura del paese – mantenute vive e fertili dal lavoro di precari e
precarie, giovani e non.
La situazione è già aggravata ed ora rischia di diventare catastrofica.
Pensiamo che sia arrivata l’ora di parlare di una «garanzia di reddito», una
misura indispensabile: una forma di sostegno economico immediata per tutti i
lavoratori e le lavoratrici precari della cultura, e per tutte le piccole
imprese culturali del paese. E se possibile allargando la stessa misura a tutti
i precari, della cultura e non.
Vogliamo non solo dimostrare la nostra esistenza (fatta di libri, eventi,
progetti culturali quotidiani la cui assenza sarebbe una catastrofe non solo
per noi ma per il paese tutto) ma soprattutto rivendicare il nostro ruolo nel
mondo della cultura che non è fatta solo di noti professionisti e di eventi
megagalattici sostenuti da sponsor milionari.
Oggi siamo convinti che siano necessario rivendicare – insieme a tutti i
precari, gli irregolari, gli intermittenti, i lavoratori e le lavoratrici al
nero: i nostri lettori e le nostre lettrici – un diritto sacrosanto sulla base
di un principio preciso: non si può continuare a parlare di “sicurezza” da un
punto di vista sanitario senza estendere il ragionamento alla sicurezza
sociale. Perché non esiste “salute” senza la garanzia di un reddito. Non
possiamo rimanere, come si chiede, dentro casa e aiutare il rallentamento del
contagio se siamo costretti ad uscire per cercare modi di sopravvivere. Per
questo sosteniamo l’urgenza dell’istituzione di un reddito garantito, “di
quarantena” anche attraverso ad esempio l’ampliamento dell’attuale reddito di
cittadinanza che continua a escludere troppe figure, rendendo più ampio
l’accesso alla domanda e dunque aumentando i beneficiari. Misure di sostegno di
questo tipo sono il minimo che può pensare uno stato di diritto, per
contrastare tanto il virus che le difficoltà economiche e sociali che milioni
di persone si trovano a subire.
Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire. Chi è contento che sulla terra esista la musica. Chi scopre con piacere un’etimologia. Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi. Il ceramista che premedita un colore ed una forma. Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace. Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto. Chi accarezza un animale addormentato. Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto. Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson. Chi preferisce che abbiano ragione gli altri. Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.
Emilio Gauna, il protagonista del romanzo, sembra uscito, come tutti i suoi amici, da I vitelloni. la storia si trascina pigramente donne, gioco e bevute. stranamente Gauna vince per due volte, a distanza di tre anni, e ogni volta vuole che lui e suoi amici spendano tutti i soldi in tre giorni pazzi. come ne L'invenzione di Morel anche qui la ripetizione è protagonista della storia, ma la storia è un po' lunga e ripetitiva, e la fine è improvvisa. non è il suo miglior libro, Morel e le storie con Borges sono di un altro livello.
…Con Il sogno degli eroi (1954), il suo altro grande romanzo, la natura degli enigmi subisce un ribaltamento, posizionando l’esperienza dello straniamento nel cuore del quotidianità. Secondo Aira, «inaugura la sua modalità definitiva, una combinazione di genere fantastico e costumbrismo plebeo dominata dall’ironia paternalista e dallo sdegno». Ci sono ragioni precise alla base di questo ribaltamento. «I miei romanzi sono praticamente privi di digressioni, ed è attraverso le digressioni che la vita entra nei racconti», rifletteva Bioy, diagnosticando ciò che considerava un difetto dei suoi primi libri. La necessità di far entrare la vita nella narrazione motiva il cambio di scenari e di situazioni. Non ci sono più isole, macchine prodigiose né invenzioni pseudoscientifiche. Da questo momento in poi, la classe medio-bassa è protagonista di accadimenti straordinari avvenuti nei quartieri di Buenos Aires…
…Ma quali capolavori! E soprattutto quale letteratura fantastica! ma che sta addì?… come si esprimerebbe il mio caro amico arciprete cardinalizio monsignore di là dal Tevere col quale ce la spassiamo a scopone scientifico e vinello allegro… ma che sta addì Bompiani? Questo Il sogno degli eroi è letteratura fantastica come 2000battute è un barone siciliano disalaparutanotarbartolato o giù di là.
No, no, no… non diciamo corbezzolerie o capezzolerie, se posso osare un linguaggio porteño in onore all’autore; questo libro non ha né capo né coda, come i lombrichi, che infatti se con un morso li si spezza a metà, provate, provate… io lo faccio sempre per diletto puerile e spirito speculativo… le due metà se ne vanno lombricando ognuna per proprio conto, senza capo né coda, come volevasi dimostrare.
È una storia… come posso dire?… dove trovare i termini, le parole, la prosopopea adatta a definirla?… guardo la nuvolaglia di polvere negli angoli della camera, osservo le frasche stantie, le crepe nell’intonaco, i cadaveri di coleotteri sopra l’armadio, le ditate di unto sul vetro, le scaccolate nell’asciugamano, odoro dentro al cesto della biancheria sporca alla ricerca della luce opaca dell’ispirazione necessaria per declamare l’inconsistenza di questo libro…
…Bioy adorato, perché hai scritto questo libercolo, perché? Dopo quelle meraviglie dei racconti di Un leone nel parco di Palermo e le sublimi burle architettate con Borges in Sei problemi per don Isidro Parodi e Cronache di Bustos Domecq… La caduta di un maestro, sì, un inciampo, anche i maestri inciampano talvolta, non ne facciamo una tragedia, vero che non la facciamo una tragedia? ma ora… ora? I miei libri dispersi? Cosa dico di questo [Libro disperso], come lo giustifico, come… no! no! e no!… non lo giustifico, è disperso, ben gli sta, come finiranno dispersi tanti altri nuovi e meno nuovi e ben gli starà anche a loro… però Bioy, mio adorato… Tu quoque?
La casa affaticata si era addormentata e respirava rumorosamente nei pressi
della stanza di mia madre. Nell’ombra del corridoio mi muovevo con attenzione
per non svegliarla mentre lottavo contro la complessa sistemazione della
valigia dell’esilio. È vana la pretesa di sbrogliare in maniera razionale
l’archetipica e irriducibile questione dell’essenzialità del carico da
trasportare quando si tratta del viaggio di sola andata. Non sappiamo chi siamo
alla partenza di un viaggio di questo tipo e nemmeno quello che saremo
all’arrivo. Meglio lasciare all’inconscio la cernita degli oggetti da asportare
dal mondo dell’origine per il trapianto verso l’ignoto. Dieci minuti per
ordinare i vestiti potevano bastare. Nudi arriviamo, nudi partiamo.
Mi fermai davanti alla libreria. Anche lì la scelta era stata automatica e
arrogante in un atteggiamento da sacerdote unto da gesti rituali segreti. Vocatus
atque non vocatus deus aderit. Presi in primo luogo il Grande
Sertão:Veredas[1] di Guimarães Rosa in un’edizione
economica della Nova Fronteira ancora vergine di appunti. Poi
allungai la mano per prendere Ficciones e El Aleph,
di Jorge Luis Borges, che erano vicino all’altro nello scaffale della prosa.
Dalla sezione di poesia scelsi Rubayyat, di Omar Khayyam, in una
bella traduzione di Octavio Tarquinio de Souza, piena di rose, vino e amori
incantati in bilico fra la vita e la morte. Per ultimo, mi avvicinai allo
scompartimento dedicato agli argomenti tecnici e presi La
Tecnica de la Orquesta Contemporánea di Alfredo Casella e V.
Mortari tradotta dall’italiano allo spagnolo e pubblicata dalla cara Ricordi
Americana di Buenos Aires.
Strana scelta. Portare in esilio un solo libro brasiliano in mezzo ad altri
quattro libri stranieri, due dei quali scritti da un argentino! Suprema
ingiuria! Roba da fare rivoltare nella tomba il patriota Nelson Rodrigues ed
evocare il suo personaggio Sobrenatural de Almeida per
spiegare una così stramba contraddizione. Ma le stranezze non si fermano qui:
perché avevo preso solamente libri che avevo maltrattato a lungo a furore
invadente di penna e matita sugli spazi bianchi di ogni foglio? C’erano altri
nuovi volumi da leggere che da mesi aspettavano sulla parte alta degli
scaffali. L’ultima visita alla Livraria Brasileira al centro
di Rio, quasi imbattibile per i libri usati e antichi, era stata una follia.
Per quello il compagno commesso Marcos all’insaputa dell’avido proprietario
aveva fatto un grande sconto al cliente che se ne andava dal Brasile traditore
e vile dei tempi di Fernando Collor de Mello. Come mai paradossalmente
dimenticavo gli ultimi acquisti?
Nel mio intimo è rimasta la certezza di aver scelto libri infiniti da
mettere in valigia. Melita Richter mi ha chiesto perché sarebbero infiniti
questi libri. Non so se riuscirò a spiegarmi o solamente a dimostrare
caparbietà. Adesso me ne rendo conto che sono già passati diciassette anni.
Magris disse una volta che il Grande Sertão: Veredas di
Guimarães Rosa colpisce come un pugno allo stomaco ed è forse
la sintesi migliore che si può fare riguardo alla sua opera. Il grande
triestino dal suo osservatorio al Caffè San Marco inquadrò
perfettamente la trappola del romanzo che parla di battaglie mentre si scaglia
sul lettore ignaro di essere capitato in un combattimento e lo stende. A mio
avviso la lettura del Grande Sertão è una sorta di partita a
scacchi. Guimarães Rosa era un appassionato di questo antico e misterioso
gioco. Probabilmente ha trasportato nel suo romanzo quella stessa matrice
strategica e matematica, infinita anche se rigorosamente limitata allo spazio
fisico della scacchiera. Da una parte ci sono le pedine bianche del Bene e dall’altra
le pedine nere del Male. È inevitabile la tentazione di stare dalla parte delle
pedine bianche, questo perché ci identifichiamo con il Narratore e le sue lotte
in favore di quello che ci viene presentato come il Bene. L’Autore invece si
mette nella posizione di Dio o di gran maestro: gioca con ambedue i colori
delle pedine facendoci credere di essere liberi, perfino di poter avere
opinioni personali riguardo l’infinita questione Bene versus Male. Ci sconfigge
e ci arricchisce in maniera diversa ad ogni lettura.
Ficciones è un libricino composto da diciassette racconti corti divisi in due
parti precedute da prologhi (il titolo della prima parte detta Giardino
Dei Sentieri Che Si Biforcano è probabilmente un’avvertenza perché al
centro del racconto dallo stesso nome palpita un labirinto). L’opera
dell’argentino Jorge Luis Borges inizia con la scoperta di una cospirazione per
creare dal nulla una geografia, natura e civiltà ad opera di scienziati, uomini
di lettere e artisti sostenuti da un folle miliardario nordamericano (per
forza!) con la finalità di inglobarle in maniera subdola nella realtà (sempre
provvisoria) da noi conosciuta. Lungo i racconti scritti da Borges una
biblioteca infinita e caotica scrutata dagli abitanti, disperati bibliotecari
che si improvvisano cosmologi e teologi (la Biblioteca de Babel)
, convive accanto alla storia di Pierre Menard, il francese che provò a
diventare uno scrittore del secolo XVII sotto il sole del secolo XX
ricostruendosi come Cervantes. No quería componer otro Quijote - lo
cual es facil - sino “el” Quijote. Inútil agregar que no encaró nunca una
transcripcion mecanica del original; no se proponía copiarlo. Su admirable
ambición era producir unas páginas que coincidieram - palabra por palabra y
linea por linea - con las de Miguel de Cervantes.
Sono piccoli e sempre in numero di diciassette[2] i racconti dell’altro libro di
Borges messo quella notte in valigia, El Aleph. Il racconto
iniziale intitolato El inmortal parla della ricerca di un
fiume le cui acque sarebbero in grado di rendere immortale il felice bevitore
- el río secreto que purifica de la muerte a los hombres. Il
protagonista, il tribuno romano Marco Flaminio Rufo, dopo aver superato molti
ostacoli riesce ad arrivare alla splendente, deserta e mostruosa Città degli
Immortali senza però trovare un fiume dove abbeverarsi per guadagnarsi
l’immortalità. Nell’area scorre solamente un rigagnolo sporco. Al di fuori della
Città degli Immortali abitano uomini primitivi - los trogloditas -
che non dormono mai, mangiano carne di serpente e girano nudi come bestie,
incapaci della parola. Con il tempo Flaminio si affeziona ad uno di loro che lo
segue ovunque, lo chiama Argo come il cane di Ulisse. Inutilmente cerca di
insegnargli il nome appena ricevuto. Rimanendo con i trogloditi fino a
diventare membro del gruppo il tribuno si abitua ai piaceri semplici della
natura e sembra dimenticare tutto il resto. Un giorno, sotto la pioggia, chiama
Argo con insistenza e lui risponde inaspettatamente con un verso dell’Odissea:
- Ya habrán pasado mil cien años desde que la inventé. Tutto viene
chiarito. Argo era Omero e i trogloditi gli Immortali che, stanchi della
civiltà soffocante, avevano distrutto nove secoli prima la loro maestosa città
per poi ricostruirla in maniera assurda, come fosse una parodia o un tempio
dedicato agli dei dell’irrazionalità che controllano il mondo e dei quali non
sappiamo niente tranne che non sono simili all’Uomo. Il fiumiciattolo sporco
costituiva l’ambita fonte dell’immortalità. Marco Flaminio a quel punto
comincia a vivere sulla propria pelle il paradosso dell’essere immortale: Nadie
es alguien, un solo hombre inmortal es todos los hombres. Como Cornelio Agrippa
, soy dios, soy héroe, soy filósofo, soy demonio y soy mundo, lo cual es una
fatigosa manera de decir que no soy. Dunque il tribuno decide di
partire alla ricerca di acque contrarie alle precedenti. Passano i secoli prima
che riesca ad abbeverarsi al fiume della Morte e dormire un’altra volta. In un
altro racconto, El Aleph, il Narratore guidato dall’amore per una
certa Beatrice e dall’esaltato amico poeta Carlos Argentino Daneri[3] finisce per entrare in un
sotterraneo dentro il quale esiste la possibilità di contemplare il Tutto. È
quello El Aleph, la percezione dell’Infinito ridotto ad un punto
nello spazio. Dice il Narratore dopo l’utilizzo di una vertiginosa enumerazione
poetica di elementi sconnessi come metafora dell’intuizione della Totalità:..vi
la reliquia atroz de lo que deliciosamente había sido Beatriz Viterbo, vi la
circulación de mi oscura sangre, vi el engranaje del amor y la modificación de
la muerte, vi el Aleph, desde todos los puntos, vi en el Aleph la tierra, y en
la tierra otra vez el Aleph y en el Aleph la tierra, vi mi cara y mis vísceras,
vi tu cara, y sentí vértigo y lloré, porque mis ojos habían visto ese objeto
secreto y conjetural, cuyo nombre usurpan los hombres, pero que ningún hombre
ha mirado: el inconcebible universo. Contemplare il Tutto non è possibile
senza una discesa agli Inferi interiori perché in quella situazione ci
troveremo dispersi ovunque sotto le sembianze di ogni essere o cosa. Labirinti
e specchi, possibili metafore dell’infinito, sono presenti in molti punti dei
due libri come in diversi altri scritti di Jorge Luis Borges. Anche l’ombra di
William Shakesperare e di altri uomini labirintici si insinua ovunque
all’interno di Ficciones e El Aleph insieme
alla costante rivisitazione di miti e archetipi. Gli archetipi sono stati
segnalati all’interno della teoria di Carl Gustav Jung come il contenuto della
memoria della specie o inconscio collettivo. Sono indefinibili
forse perché infiniti.
Rubayyat è il nome di un’antica forma di composizione poetica persiana di
quattro versi associata in maniera indissolubile al libro che raccoglie tutto
quello che di poesia ha lasciato il sublime Ghiyath ad-Din Abul-Fath Omar Bin
Ibrahim Khayyam, conosciuto come Omar Khayyam. Omar visse quasi tutta la vita a
Nishapur ed è (forse) nato nella stessa città (forse) nel 1048. Viene
riconosciuto come il più importante matematico dell’Islam, era anche astronomo
e filosofo. I versi di Omar Khayyam invitano al vino e agli amori disperati
sotto l’ombra dell’Incertezza: Non ricordo quando sono nato / E
non so quando morirò / Vieni, dolce amica, beviamo questa
coppa / Dimentichiamoci l’ inguaribile ignoranza. Un altro
rubbayat dice: Sonno sopra la terra, sonno sotto la terra / Sopra
la terra e sotto la terra solo uomini sdraiati / Il Nulla
dappertutto. Deserto. / Uomini arrivano, uomini partono.
Avevo quindici o sedici anni quando trovai il libro di Omar all’interno di una
vecchia libreria a casa dei miei zii. Me lo sono tenuto dagli anni ’60 vicino
al letto per popolare i miei sogni con le nude ed insaziabili huri: Non
hai imparato niente dagli uomini savi/ Ma lo strusciarsi dalle
labbra di una donna sul tuo petto / Potrà rivelarti la
felicità / Hai i giorni contati. Bevi vino. A quei
tempi, però, i vini brasiliani erano velenosi e l’imitatore imberbe di Khayyam
non trovò nulla di meglio al lurido bar dell’angolo (gli avventori più sobri lo
chiamavano affettuosamente Mosqueiro ossia Angolo delle
Mosche). Alle tre di notte, di ritorno a casa, puzzavo di aceto mentre cercavo
di fare un discorso contro le religioni usando la voce del Poeta del Vino e
delle Anfore: Gente presuntuosa e ottusa inventò / La
differenza fra anima e corpo/ So solo che il vino spegne
l’angoscia / E ci devolve la calma. Mi hanno messo sotto
la doccia e confiscato il sovversivo Omar. Lo ritrovai solamente alcuni anni
più tardi per caso quando cercavo di trasformare il vecchio giradischi Paillard
di casa in amplificatore per una chitarra di fortuna: Dal mio tumulo
uscirà un odore forte di vino / Che renderà ebbri i
passanti. / E la serenità dei dintorni / Conquisterà
per me gli amanti. Gli anni sono passati e la lettura dell’opera I
Sufi di Idriss Shah mi hanno rivelato un Khayyam mistico nascosto
sotto le anfore di liquido rubino[4]. Attorno ai miei cinquant’anni un
successivo Khayyam è sbocciato dalla traduzione del maestro Yogananda. Sono
sicuro che ne troverò ancora molti altri di Khayyam coperti dal velo del
Mistero. Infatti il nome Khayyam in persiano significa
precisamente tenda: O ingenuo! Pensi di essere saggio / Sei
soffocato fra due infiniti / Dal passato e dal futuro
intrappolato / Bevi e dimentica: non puoi.
L’ultimo libro ad essere sistemato in fondo alla valigia era stato La
Tecnica de la Orquesta Contemporánea. Ammetto che la scelta era un pò
interessata perché pensavo di riuscire ad occuparmi seriamente di composizione
in Europa. Deliri da extracomunitario: il senso comune italiano concede agli
immigrati la raccolta di pomodori oppure la microcriminalità (la criminalità
che conta è prerogativa degli autoctoni).
Il manuale di Casella e Mortari parte dall’ottavino e dal contrabbasso
passando per la chitarra, gli strumenti a plettro, la percussione e la
fisarmonica. Esiste anche un paragrafo dedicato agli strumenti a quarti di tono
e una sezione per descrivere le allora modernissime Onde Martenot (la
prima edizione era del 1948), uno strumento elettrico con voz
sobrenatural y fantastica antenato dei pastosi e pastorizzati
sintetizzatori dei nostri tempi. Ogni strumento, dalle castagnole al bass
tuba, possiede una storia di timbro e linguaggio applicata alle
composizioni, trascina dietro di sé etica, sentimenti, emozioni e limiti
fisici. Per esempio, l’arpa nell’ultima ottava ha una sonorità rarefatta e
stridula, perde le possibilità di cantare. Nel registro grave viene
soggiogata dall’indefinito delle note e fatica a sbrigarsi con velocità nelle
scale o sequenze di suoni separati da intervalli piccoli. Al fagotto piace
tanto lo staccato, ma si quiere hacer el enamorado debe a
lo sumo resignarsi a representar la parte del viejito concupiscente “que paga”.
Non potrà mai fare i voli appassionati del violoncello nonostante la voce di
signore borghese attempato e malizioso.
Un trattato di orchestrazione porta sotto il microscopio la vita degli
strumenti nelle composizioni, ritaglia brandelli di Bach, Beethoven,
Stravinsky, Ravel o Respighi come esempi anatomici del comportamento
strumentale virtuoso o moderato, consiglia atteggiamenti e segnala i confini
della fattibilità espressiva. Allo stesso modo della scacchiera indica lo
spazio delimitato dentro il quale è paradossalmente possibile raggiungere
innumerevoli dimensioni creative in universi musicali paralleli o in fuga.
Posso sognare di essere un Claude Debussy o giocare a fare il nostromo
dell’astronave di Johann Sebastian Bach che arriverà alla prossima galassia. I
libri sono solo specchi e labirinti, all’Infinito ci pensiamo noi.
[1]Grande Sertão:
Veredas è Il titolo originale del romanzo brasiliano diversamente
da quello scelto per la traduzione italiana (Grande Sertão). La parola sertão significa
in portoghese landa desolata e corrisponde ad una vasto territorio che copre parte
del Nord Est del Brasile, mentre il termine veredas sta per
sentieri.
[2]Il numero 17 ridotto in
maniera cabalistica ( 1+7) corrisponde al numero 8 che sdraiato diventa il
conosciuto simbolo di infinito. L’opera monumentale di Jodorowski e Costa
riguardo i tarocchi (La Via dei Tarocchi) finisce la parte dedicata
all’Arcano XVII (La Stella) con queste parole: E al centro del mio
ventre, divenuto infinito, ricevo e lascio nascere la luce nella sua interezza (p.243).
A mio avviso la percezione delle coincidenze seriali o sincroniche
rappresenterebbe l’intuizione dell’infinita trama di coincidenze che possiamo
chiamare Realtà.
[3] Il nome Daneri a
mio avviso potrebbe essere stato costruito da Borges tramite l’utilizzo della
prima sillaba del nome associata all’ultima sillaba del cognome del Sommo
Poeta. La presenza nel racconto dell’amata Beatrice defunta e la discesa ad un
sotterraneo alla ricerca della Rivelazione possono forse incoraggiare questa
intuizione.
[4]Hanno dato il nome di
Omar Khayyam ad un cratere della Luna. Mi pare giusto: era un grande astronomo.
Gli antichi greci chiamavano cratere la coppa, sarebbe
impossibile un omaggio più bello al filosofo e poeta.
storie, tanghi, disegni, aneddoti, ancora storie, miti, musica, relazioni, storia, curiosità, Buenos Aires e Montevideo, Borges e Piazzolla. Todo Tango è un libro perfetto per avvicinarsi al tango e capirlo (almeno un po'), grazie a Meri Lao - franz
…Nata a Milano, ma in gioventù vissuta a lungo in Uruguay,
Meri Lao non è solo l'autrice diTempo
di tango,Todo tangoe altri libri sul tango. Musicologa
esperta qual è, ha al suo attivo diversi titoli importanti, purtroppo oggi non
più disponibili. D'obbligo citare almenoBasta!
Storia rivoluzionaria dell'America Latina attraverso la canzoneoMusica
strega, quest'ultimo sulla
musica delle donne. Sembra però che il meglio di sé Meri Lao l'abbia riversato
proprio nello studio del tango. Al punto che, tempo addietro, Astor Piazzolla
dichiarava: "In Europa c'è un vero fervore per la nostra musica, soprattutto
in Italia e in Francia. In Italia c'è Meri Lao, e conosce la materia come molti
di noi neppure se lo sognano, per giunta con la competenza di una pianista
classica". Quanto a Umberto Eco, le sue parole non sono state meno
elogiative: "Meri Lao ha dedicato una vita al tango. Forse una vita non
basta, ma è certamente chi ci ha sempre raccontato meglio questa magnifica
vicenda".
LeggereTodo tangosignifica anche ripercorrere più di un
secolo di storia argentina, confrontandosi con i decenni del peronismo e con
quelli dell'esilio, con le madri della Plaza de Mayo e col vuoto messianismo di
Carlos Menem, con Gardel e con Borges. Come un viaggio che si avventura fra
luoghi di cui si è già sentito parlare, ma che, affrontati secondo la
prospettiva del tango, si illuminano di nuova luce. Il tutto senza escludere la
lettura di oltre duecento testi in lingua originale con esemplare traduzione a
fronte. Un vero e proprio canzoniere, dove c'è posto per titoli più e meno
famosi, daA media luzaComo
abrazao a un rencor, daMalenaaNunca tuvo novio, daCaminitoaVentanita
de arrabal. Dispiace una
sola cosa. Che questa volta la casa editrice - la stessa che aveva pubblicatoTempo di tango- abbia giocato al risparmio,
pubblicando il libro in una collana economica, senza particolare spicco quanto
a illustrazioni e a impaginazione. Da questo punto di vista,Todo tangoe Meri Lao meritavano sicuramente
molto di più.
un
concerto di Meri Lao (questa è la prima parte, su sei, continua su youtube):
un’intervista:
Meri,
leggendo il tuo ultimo libro "Todo tango", ho scoperto che
questa musica, che può "anche" essere ballata, è in realtà
"anche" una lingua, un sentimento, una storia, una terra. Anzi, una
striscia di terra. Quella dove tu approdasti, assieme ai tuoi, ragazzina di due
anni...
Dalle parti nostre si dice: i
peruviani discendono dagli incas, i messicani discendono dai maya, gli
argentini e gli uruguaiani discendono dalle navi. Ecco, la nostra storia inizia
così, da quella discesa dalle navi su cui avevamo attraversato per trenta
giorni l'Oceano, quasi tutti in terza classe, nella pancia della nave,
vomitando l'anima. Poi ho aperto gli occhi, e intorno a me c'era il tango...
Ma da dove era venuto, di chi
erano figli quei suoni e perché avevano tanta importanza?
Il tango passa per essere argentino
e io non mi stancherò mai di dire quanto questa attribuzione sia falsa, o
almeno incompleta. Il tango nasce su una striscia di terra che appartiene parte
all'Argentina (le città di Buenos Aires, La Plata, Rosario) e parte all'Uruguay
(Colonia, Montevideo). E' figlio di quelle terre (io lo definirei
principalmente rioplatense) e con origini multietniche. Fortissime ovviamente
sia l'influenza africana, negli strumenti e nei ritmi, che quella italiana.
Già, gli italiani. Che ora
ballano il tango in massa pensando sia un prodotto d'esportazione, esotico.
Quasi rinnegandone la paternità...
Esatto. Dimenticando che gli
italiani sono stati tra i suoi fondatori. Al tango, l'Italia ha regalato la
lingua, quel lunfardo talmente zeppo di termini dialettali veneti, piemontesi,
liguri, che molti spagnoli non lo capiscono. In lunfardo, il "gringo"
delle canzoni, privo di intenti dispregiativi, non indica lo yankee ma
l'italiano. Che può essere anche chiamato: tano (da napoli-tano), manyapulenta,
tallarìn (spaghetti), manache (mannaggia), vichenzo, bachica, geneise
(genovese). Del lunfardo è tipico il "vesre", ovvero il parlare
invertendo le sillabe. Per cui gringo diventa "gongri", macho diventa
"choma", cabeza è "zabeca" e tango, "gotàn".
Tornando a te. Hai iniziato a
suonare e a ballare il tango a Buenos Aires e a Montevideo nella sua epoca
d'oro, il decennio dei Quaranta.
L'unico momento in cui musica,
parole, orchestra e cantante formano un connubio ai massimi livelli. Quando io
ero appena ragazzina, quattordicenne, e mi muovevo assieme ai miei compagni
tranquillamente tra Buenos Aires e Montevideo, il tango era ovunque. Alla
radio, al ristorante, nei bar, nelle latterie. Ovunque, meno che nei bordelli,
che con il tango non c'entrano nulla.
Come? E tutta la simbologia
delle coreografie del ballo, i vestiti, lo spacco di lei, il tirabusciò e il
neo, le calze a rete strappate, il disprezzo di lui....
Mio dio, che orrore! Tutta roba
inventata per Rodolfo Valentino. Invenzioni per turisti in cui siete caduti con
tutte le scarpe. Con tutti questi orpelli il tango musica non c'entra nulla, e
nemmeno quello ballato. E' per questo che non vado più volentieri nelle
milongas, con tutti quei ganchi, quelle gambe di lei che mettono costantemente
a rischio i testicoli di lui, e lei che si appiccica come una biscia. E lui che
fa il cabeceo...
Sarebbe a dire?
Quel gioco d'occhi leggermente
accentuato con la testa che serve ad invitare la donna a ballare. Se un uomo lo
fa a me, lo butto giù dal letto!
Bene, ma non negherai almeno la
sensualità...
Una sensualità data dall'assoluta
parità tra uomo e donna. E' vero che lui conduce, ma se lei non capisce i
segnali di lui o non vuole fare ciò che viene invitata a fare, il ballo non
c'è. Al contrario del waltzer dove lui porta e lei esegue. Una sensualità che è
data dall'imprevisto, dal non sapere, ogni volta, cosa accadrà. Se sarà
finalmente un tango perfetto, come da sempre lo avevi sognato...
Allontaniamoci dal ballo e
torniamo alla musica. Nel tuo libro dedichi un intero capitolo al
"fratello jazz". I due sono parenti così stretti?
Sono entrambi tributari di una
emigrazione interna e di una esterna. Registrano il primo disco tutti e due nel
1917. Vengono diffusi principalmente per radio. Hanno la stessa importante
presenza di donne cantanti e nelle stesse proporzioni. Sono stati innumerevoli
volte soggetti per il cinema. Sono arrivati insieme in Europa. Solo che nel
Vecchio continente il jazz ha finito per godere di assai maggiore fortuna per
il semplice fatto che Argentina e Uruguay non hanno vinto la guerra. Da allora
siamo in mano all'industria discografica anglosassone.
Parlami della sua musica.
Melodie, accordi imprevedibili,
combinazioni ogni volta diverse. E sopra se vuoi ci puoi cantare a squarciagola
o sussurrare. Per me è come ascoltare Chopin, Wagner, List. Altro che
bordelli...
Le parole chiave.
La nostalgia, il viaggio,
"volver", tornare, "es un soflo la vida", vent'anni è
nulla. L'infinita richiesta "Donde estas? Donde te ha sido? " (Dove
sei? Dove sei andato?). E soprattutto l'assenza... Per questo nel libro mi sono
permessa di fare quel terribile accostamento tra tango e le madri di Plaza de
Mayo, con i loro cartelli "Donde estan? " e le foto dei dispersi.
Volevo solo sottolineare quanto sia insito in quella identità domandare degli
assenti.
Hai tradotto migliaia di tanghi,
e altrettanti ne hai ballati, composti, cantati. Oggi, se dovessi cantare il
tango in un verso solo, come suonerebbe?
C'è già, ed è una mia traduzione in
italiano di una strofa di Borges: "La morte mi prenderà/ tu costeggerai la
vita/ tu sei memoria infinita/ tango che fosti e sarai".
Intervista di Sabina Morandi –
LIBERAZIONE – 03/05/2005
le cose non sono come dicono. basta leggere questo libro per sapere che le cose sono complicate, non ci sono solo il bianco e il nero, ma mille altre sfumature. Fatema Mernissi è morta recentemente (qui un ricordo), ma i suoi libri ci parlano ancora. in "L’harem e l’Occidente" tra le mille suggestioni Fatema Mernissi racconta di Sherazade e Shirin (alla quale Abbas Kiarostami ha dedicato un gran bel film, qui), due donne straordinarie. Fatema Mernissi non ha certezze assolute, spesso ha dei dubbi e, come dice JL Borges, "Il dubbio è uno dei nomi dell'intelligenza". fatevi un regalo, leggete Fatema Mernissi - franz
… Fatema, originaria di Fez in Marocco, riceve la propria
"formazione" (si può a ragione chiamarla così) all'interno di un
harem, come molte altre ragazze della sua generazione e della sua cultura.
Successivamente, si recherà in Occidente, da noi, ne trarrà le considerazioni
che sono oggetto di questo libro, e tornerà poi al suo paese, dove oggi insegna
Sociologia presso l'Università di Rabat. Fatema, col suo occhio critico e
intelligente, ha dunque conosciuto i due mondi, l'Oriente e l'Occidente.
Si domanda, dunque: la condizione femminile e' cosi'
diversa? Che cosa la distingue, se qualcosa esiste che crei la differenza?
No, si risponde Fatema, la condizione femminile non è così
diversa. Aldilà delle situazioni e dei contesti apparenti, che possono qui
sembrare persino fuorvianti, anche l'Occidente ha il proprio harem: l'harem
della taglia 42, del corpo femminile costretto a rimanere per sempre
adolescente e magro, diafano quasi, acerbo e privo di maturità e di tempo,
segregato in un limite di anni che si chiude tragicamente con la menopausa,
soggiogato ai dettami maschili dello stilista e del mercato…
… Un testo dunque ricco e
suggestivo, che passa agevolmente attraverso il sociale, l'immaginativo, il
rituale, il religioso, fin dentro le oscurità dell'incontro tra uomo e donna,
dalla cui natura pù' o meno egualitaria dipende tuttora il grado di civiltà a
cui l'individuo umano può ambire.
…E tuttavia l’Occidente continua ad associare all’harem
l’immagine di odalische belle e lascive, dimenticando che, nella tradizione
musulmana, ben altre sono le caratteristiche del fascino femminile,
sostanzialmente legato al potere incontrollabile, alla forza di volontà, alla
cultura. Niente è più intrigante nell’harem della sfida intellettuale tra uomo
e donna. "Essere intellettualmente sfidati dalle donne - sostiene
l’autrice - dava agli uomini un brivido sensuale" (p. 106). Perché il solo
tratto che invece ossessiona gli occidentali è quello della bellezza
inevitabilmente legata al sesso e alla passività? La Mernissi inizia, con
questa domanda, un’analisi originale dell’immaginario maschile occidentale, che
viene indagato a partire dalla filosofia di Kant, attraverso i quadri di Ingres
e Matisse, per poi approdare al mito contemporaneo della linea perfetta, o
meglio della taglia 42. Secondo l’autrice, l’autorevole filosofo tedesco, nelle
sue Osservazioni sul sentimento del Bello e del Sublime,associando la bellezza al
femminile e il sublime alla razionalità propria del maschile, realizzerebbe una
cesura, tale da rendere inconciliabili bellezza e intelligenza. "Se
l’intelligenza è monopolio maschile, le donne che osano appropriarsene saranno
private della loro femminilità" (p. 97). Ne deriva l’impossibilità per la
donna di avere fascino grazie alla sua cultura e alle sue doti intellettive, e
la conseguente esaltazione della bellezza, ridotta a mera esteriorità. "La
donna ideale di Kant è senza parole" (p. 79): questo il filo rosso che
guida la Mernissi alla scoperta di celebri immagini di odalische, ritratte da
Ingres e Matisse secondo una mentalità tutta occidentale, che traduce la
bellezza in nudità silenziosa e passiva. Tuttavia, negli stessi anni in cui
Matisse dipingeva, i Giovani Turchi rivoluzionavano il mondo musulmano mettendo
al bando gli harem e riconoscendo alla donna diritti pari a quelli che, fino ad
allora, erano rimasti esclusivo appannaggio maschile. Ma se tutto ciò non ha inciso
minimante sull’idea occidentale dell’harem, ancor oggi popolato di odalische
seminude, allora si può concludere "che l’immagine sia l’arma principale
usata dagli occidentali per dominare le donne" (p. 153). I quadri di
Matisse, infatti, hanno potuto più dei dati storici, e consentono agli
occidentali di continuare a sognare donne che non sono mai esistite,
perpetrando modelli puramente fantastici.
L’attenzione
spasmodica alla bellezza fisica rappresenta una vera e propria trappola per la
donna occidentale, che è costretta a percepire l’età come una svalutazione e a
dedicare quindi le sue energie migliori alla cura della propria immagine, senza
poter mai vincere, naturalmente, la sfida contro il tempo. "Gli
atteggiamenti degli occidentali sono decisamente più pericolosi e sottili di
quelli musulmani perché l’arma usata contro la donna è il tempo" (p. 173).
La taglia 42 si rivela, in conclusione, come il confine di un harem tutto
occidentale, quello della bellezza, appunto, che finisce per rendere schiave
proprio le donne considerate più emancipate e moderne, mentre, lontano dai
riflettori maschili, le sorelle musulmane continuano decise il loro cammino di
liberazione.
Se per caso vi capitasse di incontrarmi
all'aeroporto di Casablanca, o su una nave in partenza da Tangeri, vi apparirei
disinvolta e sicura di me, ma la realtà è ben diversa. Ancora oggi, alla mia
età, l'idea di varcare una frontiera mi rende nervosa, temo di non comprendere
gli stranieri. "Viaggiare è il modo migliore per conoscere e accrescere la
tua forza", diceva Jasmina, mia nonna, che era illetterata e viveva in un
harem, una tradizionale abitazione familiare dalle porte sbarrate che le donne
non erano autorizzate ad aprire. "Devi focalizzati sugli stranieri che
incontri e cercare di comprenderli. Più riesci a capire uno straniero, maggiore
è la tua conoscenza di te stessa, e più conoscerai te stessa, più sarai
forte". Jasmina viveva la sua vita nell'harem come una vera e propria
prigionia. Aveva perciò un'idea grandiosa del viaggiare e vedeva
nell'opportunità di varcare dei confini un sacro privilegio: la migliore
occasione per lasciarsi dietro la propria debolezza. A Fez, la città medievale
della mia infanzia, giravano voci affascinanti su abili maestri sufi che
esperivano straordinari lampi di illuminazione (lawami') ed estendevano
rapidamente la loro conoscenza, tanto erano tesi ad apprendere dagli stranieri
che incrociavano nella vita.
Qualche anno fa, ho dovuto recarmi in Occidente
e visitare una decina di città, per la promozione del mio libro La terrazza
proibita, uscito nel 1994 e tradotto in ventidue lingue. Sono stata
intervistata da più di cento giornalisti occidentali, e in quelle occasioni ho
potuto notare che la maggioranza degli uomini pronunciava la parola
"harem" con un sorriso. Quei sorrisi mi sconcertavano. Come si fa a
sorridere evocando un sinonimo di prigione?...
All’infuori del cane il libro è il miglior amico
dell’uomo, dentro è troppo buio per leggere (Groucho
Marx)
Ah, i libri! Sono come delle bottiglie lanciate in mare,
come nei film di pirati, i migliori sono mappe del tesoro, solo bisogna saper
leggere quello che qualcuno, che non ci conosceva, ci ha donato. Credo davvero
che quanto più s'allarga la nostra conoscenza dei
buoni libri, tanto più si restringe la cerchia degli uomini la cui compagnia ci
è gradita. Noi siamo
comenani sulle
spalle
di giganti e la lettura di tutti i buoni libri è
come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati. Una cosa è
necessaria: Non leggete come fanno i bambini per divertirvi,o,come gli ambiziosi
per istruirvi. No, leggete per vivere.Risponde qualcuno alla domanda sugli scrittori del
momento: Non so niente della letteratura di oggi, da tempo gli scrittori miei
contemporanei sono i greci. I libri non si scrivono sotto i riflettori e in
allegre brigate, ciascun libro è un’immagine di solitudine, un oggetto
concreto che si può prendere, riporre, aprire e chiudere e le sue parole
rappresentano molti mesi, se non anni, della solitudine di un uomo, sicché a
ogni parola che leggiamo in un libro potremmo dire che siamo di fronte a una
particella di quella solitudine.Un libro è uno specchio. Se ci si guarda una
scimmia, quella che compare non è evidentemente l'immagine di un
apostolo.
PS: mi hanno aiutato con le loro parole (in ordine
sparso): Paul
Auster, Georg Lichtenberg, Bernardo di Chartres, Gustave
Flaubert, Ludwig
Feuerbach,
Francesco Masala, JL
Borges, René
Descartes.