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lunedì 25 agosto 2025

”Riforma o morte”: il grido di battaglia dell’élite che ha già vinto – Mario Sommella

Una volta era “Rivoluzione o morte”, oggi è “Riforma o morte”. Ma a pronunciarlo non sono i popoli oppressi, né i leader rivoluzionari. Sono i tecnocrati dell’élite finanziaria.
Mario Draghi lancia il suo ennesimo ultimatum all’Europa: o si piega al nuovo paradigma del mercato globale, o scompare. Dietro il monito si cela una visione che ha già escluso i cittadini: una nuova egemonia capitalista che pretende riforme imposte dall’alto, mentre le democrazie si svuotano e le diseguaglianze si consolidano.
È davvero questo il futuro che ci viene offerto?

Il dogma della riforma: una religione senza popolo
“Riforma o morte”: il titolo scelto da Mario Draghi per la sua nuova offensiva comunicativa è più che una sintesi economica. È un manifesto ideologico. Non c’è spazio per il dissenso, per l’alternativa, per il tempo del confronto democratico. L’Europa, dice l’ex presidente della BCE, è irrilevante perché non si riforma abbastanza, perché non investe abbastanza, perché non si adegua abbastanza alla nuova guerra mondiale dei capitali.

Ma cos’è, in concreto, questa riforma? Non è certo un’idea condivisa di giustizia sociale o di redistribuzione. Riforma, nel linguaggio di Draghi e delle istituzioni sovranazionali, significa sempre la stessa cosa: tagli, flessibilità, privatizzazioni, efficienza di bilancio, deregolamentazione industriale, compressione dei diritti collettivi. È un’economia armata contro il lavoro e blindata nei suoi dogmi.

Il tramonto dell’Europa e il risveglio della verità
Draghi ha lanciato l’allarme da Rimini, proprio mentre la Germania sprofonda nella stagnazione. Il PIL tedesco è tornato a contrarsi e l’economia europea nel suo insieme fatica a riprendersi. Il motivo? Secondo Draghi, non si è fatta abbastanza integrazione finanziaria, non si è costruita una rete energetica comune, non si sono liberalizzati i mercati. Ma il sospetto è che, dietro queste parole, ci sia molto di più.

Il modello europeo fondato sull’austerità, sulla tecnocrazia e sull’illusione di una forza geopolitica data solo dal peso commerciale, è arrivato al capolinea. Draghi stesso lo ammette: l’Europa ha creduto per anni che le sue dimensioni economiche le garantissero automaticamente influenza. Ma si sbagliava. Lo dimostra Trump, che tratta Bruxelles come una pedina marginale sullo scacchiere globale.

Il messaggio è chiaro: non abbiamo più alcun potere se non ci adeguiamo al modello americano, se non diventiamo anche noi una “economia di guerra” capace di produrre, investire, controllare. Ma questa narrazione dimentica che l’Europa non è solo un mercato. È, o dovrebbe essere, anche un’idea di civiltà, di welfare, di diritti, di pace.

Le riforme che nessuno ha chiesto
Da un anno Draghi ripete lo stesso mantra: serve una nuova strategia industriale, un bilancio europeo ambizioso, una rete elettrica integrata, una finanza unificata. Ma nulla si muove. E il motivo è semplice: gli Stati membri, stretti tra interessi nazionali e vincoli esterni, non sono disposti a cedere altra sovranità a Bruxelles. E i cittadini, soprattutto, non vengono mai coinvolti in questo dibattito.

Quello che Draghi propone è un’accelerazione tecnocratica dell’integrazione, in nome della competitività globale. Ma senza un progetto democratico, senza partecipazione popolare, senza redistribuzione, questa accelerazione diventa un suicidio politico. Lo stesso think tank Bruegel ammette che solo il 20% delle proposte è stato attuato. Il resto è carta straccia. Non per caso, ma per mancanza di legittimità.

Una rivoluzione al contrario: il potere dei pochi contro i molti
Il paradosso è drammatico. Il linguaggio di Draghi richiama quello delle rivoluzioni, ma in modo rovesciato. Dove i popoli dicevano “o ci liberiamo o moriamo”, ora le élite affermano “o ci seguite o morirete”. È il capitalismo che si è appropriato dell’immaginario rivoluzionario, svuotandolo di ogni contenuto emancipativo. Le riforme non servono più a liberare, ma a garantire i profitti dei fondi speculativi, delle multinazionali, delle piattaforme digitali.

Mentre Lagarde tesse l’elogio dei migranti come forza-lavoro invisibile che salva l’Europa dalla stagnazione, Draghi grida all’irrilevanza se non ci si piega alla concorrenza globale. Ma nessuno, tra questi grandi tecnocrati, si chiede che fine abbia fatto il consenso sociale. Nessuno parla di salario minimo, di diseguaglianza, di diritto all’abitare, di servizi pubblici. Il popolo non è previsto nel loro disegno. Se non come ostacolo.

Lo spettro della guerra economica totale
Nel frattempo le crisi si moltiplicano. Gaza muore di fame sotto embargo israeliano, l’Ucraina è intrappolata in un conflitto interminabile, la Francia viene attaccata diplomaticamente dagli Stati Uniti per non essere abbastanza allineata sul piano ideologico. E l’Europa? Rimane spettatrice o peggio: complice silenziosa.

La guerra commerciale con Washington è stata evitata a prezzo di una resa: accettare il 15% di dazi sui prodotti europei per non aprire uno scontro. Altro che sovranità. Intanto la coesione sociale si sgretola, la sicurezza alimentare si dissolve, e le reti pubbliche vengono smantellate. Eppure la priorità resta sempre la stessa: “riformare per crescere”. Ma crescere per chi?

Conclusione: disobbedire al futuro che ci impongono
Il problema non è Mario Draghi in sé. Il problema è il mondo che rappresenta. Un mondo che non ha bisogno della politica, che considera il consenso un ostacolo, che riduce la democrazia a un rito inutile. Un mondo in cui si parla di riforme come se fossero leggi della fisica, e in cui al popolo resta solo da obbedire.

Ma questa narrazione non può più bastare. L’alternativa non è “riforma o morte”, ma “partecipazione o sottomissione”. Non abbiamo bisogno di una nuova governance tecnocratica, ma di una nuova sovranità popolare. Non ci serve un’economia armata per competere, ma una società giusta per vivere.

Per troppo tempo abbiamo creduto che il cambiamento potesse arrivare dall’alto. Ma oggi è evidente: o il popolo riprende in mano il proprio destino, o l’élite continuerà a riformare tutto. Tranne sé stessa.


Fonti e approfondimenti:
• Discorso di Mario Draghi, Rimini, agosto 2025
• Bruegel Think Tank – Rapporto sulla competitività europea 2025
• BCE – Discorso di Christine Lagarde, Jackson Hole Symposium
• Eurostat – PIL e crescita UE 2022–2025
• Politico EU Playbook – Agosto 2025
• ISTAT – Rapporto su disuguaglianze e investimenti pubblici in Italia
• OCSE – Industrial Policy and Inequality, 2024
• Amnesty International – Famine in Gaza and International Responsibility, luglio 2025

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domenica 8 giugno 2025

Draghi, il Duca Conte dell'Innovazione Europea - Giuseppe Masala

 

E' davvero incredibile come Mario Draghi riesca a trasformare i disastri economico-sociali nazionali e sovranazionali che ha potentemente contribuito a causare in personali trionfi.


Ora si è fatto premiare dal Politecnico Di Torino come paladino dell'innovazione ricevendo il premio internazionale “PoliTO Foresight and Innovation”.

Scusate, ma Mario Draghi in questi ultimi 20 anni dove era? Era lui o io (o voi?) ad aver occupato le cadreghe da Governatore della Banca d'Italia, da Governatore della BCE, da Presidente del Consiglio elevando ogni sorta di barricata contro l'innovazione sia in ambito finanziario che giuridico che in ambito informatico in generale (in ambito AI non ha fatto barricate perchè secondo me manco sapeva cosa era) ottenendo il capolavoro di ridurre l'Europa in una Bolivia ricca (perchè ovviamente l'Europa ha riserve di ricchezza accumulate) ma senza prospettive concrete di sviluppo perchè tagliata fuori dalla frontiera AI, dell'economia delle piattaforme, delle crypto e degli smart contract. Ovviamente non parlo dei ritardi nel settore della progettazione/produzione di Microchip d'avanguardia...


Lui ovviamente, dati i ruoli occupati, in questo disastro ha una enorme responsabilità avendo (assieme ai suoi sodali) agito da gatekeeper schumpeteriano, ovvero da agente impegnato in trincea nel bloccare qualunque innovazione che rischiasse di scalzare l'oligarchia economica finanziaria al potere.

Dopo 20 anni di questo lavoro si accorge che siamo rimasti in dietro superati da tutto il mondo, tranne Africa e forse sud America e questo cosa fa? Rilascia una intervista dove ammonisce dell'enorme ritardo e che bisogna puntare sull'innovazione. E che succede? Come in un proclama del Mega Direttore Galattico Duca Conte Maria Rita Vittorio Balabam tutta la marea dei "fantocci sottoposti" si sperticano in lodi e in applausi e lo insigniscono di prestigiosi premi anziché mandarcelo a quel paese.

Solo Lucifero in persona probabilmente sarebbe capace di fare di meglio per se stesso, si capisce.

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giovedì 27 marzo 2025

Dispotismi lucidati – Enrico Euli


Approvato che la Terra è del Signore, come la sua abbondanza; approvato che la Terra viene concessa ai santi; approvato che noi siamo i santi” (da un’assemblea cittadina, tenutasi a Milford, Connecticut, nel 1640)

La tirannide tende a tre fini: che i sudditi abbiano pensieri meschini (un pusillanime non si rivolterà contro nessuno), che siano in continua diffidenza l’uno dell’altro (la tirannide non si distrugge prima che si stabiliscano rapporti di reciproca fiducia tra loro…), che siano nell’impossibilità di agire… Eppure a chi voglia riflettere potrebbe forse sembrare strano che compito dell’uomo di stato sia poter esaminare i mezzi per dominare e tiranneggiare gli altri, volenti o non volenti… La grandissima maggioranza degli stati militaristi rimangono in piedi quando combattono, crollano quando hanno conquistato un impero: in tempo di pace perdono la tempra, come il ferro. Responsabile è il legislatore che non li ha educati a saper vivere in ozio” (Aristotele, Politica, libri VI e VII)

Gli uomini (e donne-uomini) di stato si stanno rivelando per quel che sono: dei despoti che, più si scoprono impotenti verso chi e ciò che è più forte di loro, più si fingono onnipotenti verso chi e quel che tengono sotto (e va sempre più giù). Gli esempi non sono mai mancati nella storia, ma oggi è in corso una gara tra loro che non si era più vista da tempo.

La lucida follia della Meloni: ha parlato di “riarmo sostenibile” e ha dichiarato però che la dizione Rearm Europe è fuorviante. Ha poi letto parti del Manifesto di Ventotene, onestamente ammettendo – per chi avesse ancora dei dubbi – che “quella non è la sua Europa”. Purtroppo non è neppure quella di molti che si stracciavano le vesti e le sbraitavano contro (per lesa maestà nei confronti dei Padri tutelari) e neppure quella della von der Leyen (che molti di loro hanno rieletto). E meno male che, votandola, volevano evitare l’avanzata dell’estrema destra!

La lucida follia della pastora tedesca non è particolarmente originale: siamo ancora lì, come sempre, al “si vis pacem, etc etc…” (mi vergogno anche solo a ridirlo intero). La novità è però che “Dobbiamo prepararci alla guerra!”. La locomotiva tedesca – che non cresce e anzi declina da un po’ – deve militarizzare la sua produzione, se vuole restare in alto, proseguire a crescere e a dominare l’Unione. Allarmare ancora una volta col pericolo russo serve soprattutto a questo. Una Germania super-armata e potente, una Germania con i baffi, ecco il vero pericolo per l’Europa e per il mondo intero: altro che Russia.

La lucida follia di Trump è quella di credere che le guerre si fermino con i soldi, con i ricatti e con la fretta. Ci sta già sbattendo contro in Palestina (la tregua è già finita) e con la Russia (non è iniziata – se non al telefono – e non ci sarà a breve). Netanyahu prosegue a fare quel che vuole, come ha sempre fatto, col permesso di tutti, in barba a qualunque negoziato. Ed è Putin a dettare le sue condizioni e a poter prendere tempo semplicemente perché ha vinto la guerra; e – ancor più semplicemente, se non fosse per i morti – altri (l’Europa e Zelensky) non le possono dettare perché l’hanno persa. Neanche Dio onnipotente potrebbe fermarli (e neppure il Dio degli eserciti). Figuriamoci Trump.

E chi prova a fermare la lucida follia di Erdogan? Ocalan chiede al PKK di deporre, finalmente, le armi e lui, in tutta risposta, che fa? Fa arrestare il sindaco di Istanbul per corruzione e appoggio verso i ‘terroristi curdi’. Ogni capo di governo sta solo cercando di tenersi in piedi e tenere il potere in questo marasma, con qualunque mezzo. Ma Erdogan è veramente insuperabile: riesce a fornire droni a tutti e a proporsi come mediatore, stare in Occidente ed entrare nei Brics, stare nella Nato e colludere con i suoi nemici, far fare le elezioni ma eliminare i rivali, sostenere la Palestina ma far soldi con i sauditi. Fantastico.

La lucida follia di Draghi ci avvolge ancora nelle sue spire: persevera con le sue ricette, che stanno alla base del disastro in cui già siamo, ma è considerato un sapiente e va ascoltato con devozione. La saggezza nonviolenta direbbe altro (5 proposte per Russia e Ucraina), ma chi la ascolta? Nessuno.

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venerdì 3 gennaio 2025

Draghi scopre l’acqua calda e propone di affogarci dentro - Gianluca Cicinelli

Immaginate di trovarvi su una nave che imbarca acqua. Mario Draghi, l’uomo al timone, si alza in piedi e dichiara con solennità: “C’è un problema strutturale. La nave non è più sostenibile così com’è”. Applausi. Poi aggiunge: “Ma per ripararla, sacrifichiamo le scialuppe di salvataggio”. Ed è qui che l’analogia con il capitalismo europeo odierno prende forma: un sistema che Draghi stesso riconosce come insostenibile, ma che suggerisce di riformare tagliando ancora pensioni, Stato sociale e diritti fondamentali.

L’ammissione del fallimento del capitalismo finanziario
Non è da tutti ammettere che il modello economico dominante abbia un problema, soprattutto se si è stati tra i protagonisti della sua gestione. Draghi, nel suo intervento al simposio del CEPR a Parigi, ha puntato il dito contro il paradigma europeo basato su esportazioni e bassi salari, un modello che ha compresso la domanda interna e creato una spirale di precarietà per i lavoratori. “Non è più sostenibile”, dice Draghi. E qui, caro Mario, il keynesiano che è in noi applaude: finalmente qualcuno al centro del potere riconosce che una crescita basata sul contenimento dei salari non è solo ingiusta, ma economicamente miope.

Ma non facciamo in tempo a gioire che subito arriva la proposta: non riequilibriamo la nave aumentando la spesa pubblica per rilanciare la domanda interna, come insegnerebbe Keynes. No, meglio scavare ancora più in profondità, tagliando ulteriormente il welfare. Una mossa che somiglia a spegnere un incendio con la benzina.

Ma che grande novita: le pensioni come nemico pubblico
Draghi ci mette davanti cifre impressionanti: passività pensionistiche tra il 150% e il 500% del PIL in Europa. Una cifra “monstre”, dice lui. E la soluzione qual è? Non riformare il sistema per garantire maggiore equità contributiva o migliorare la redistribuzione, ma continuare a presentare le pensioni come un peso insostenibile. Certo, in un sistema che ha scelto di favorire i capitali rispetto al lavoro, le pensioni sembrano un lusso. Ma solo perché il sistema stesso ha reso impossibile pensarle come un diritto collettivo, anziché come un fardello.

Invece di chiedersi come redistribuire ricchezza e risorse per sostenere una popolazione che invecchia, Draghi invita a “migliorare la composizione della spesa fiscale”. Traduzione: tagliare il welfare per finanziare investimenti dei quali – ironia della sorte – beneficeranno solo i soliti noti, quelli che non si preoccupano della pensione.

L’alternativa che Draghi ignora

La diagnosi è corretta: l’Europa ha bisogno di investimenti pubblici significativi per affrontare le sfide del futuro, dalla digitalizzazione alla transizione energetica. Ma Draghi scarta la soluzione più semplice e giusta: emettere debito comune europeo e rilanciare la domanda interna attraverso politiche espansive. In un sistema economico stagnante, è il settore pubblico che deve prendere l’iniziativa, stimolando investimenti e consumi per creare un ciclo virtuoso.

Invece, Draghi preferisce affidarsi al solito mantra delle “riforme strutturali”. Ma anche qui il termine viene reinterpretato: non più tagli ai salari, ma “riqualificazione” dei lavoratori. Un passo avanti, certo, ma senza politiche concrete che garantiscano salari dignitosi e diritti universali, questa riqualificazione rischia di diventare l’ennesimo slogan vuoto.

La finta urgenza delle “cifre monstre”
Uno dei trucchi più vecchi del capitalismo neoliberista è spaventare l’opinione pubblica con cifre astronomiche. Draghi non fa eccezione: passività pensionistiche enormi, 800 miliardi l’anno per investimenti in difesa, energia, digitalizzazione. Certo, sono numeri impressionanti. Ma è davvero impossibile trovare risorse? O forse è il sistema fiscale europeo, costruito per favorire i grandi capitali, che andrebbe riformato?

Keynes suggerirebbe di guardare dove si accumula la ricchezza: nei profitti delle grandi multinazionali, nei paradisi fiscali, nei mercati finanziari. Un’imposta minima europea sui profitti, una vera lotta all’evasione fiscale, e un debito comune sarebbero sufficienti a finanziare quegli investimenti senza sacrificare pensioni e welfare. Ma Draghi, come tanti altri, preferisce ignorare queste soluzioni.

Un modello di sviluppo diverso è possibile
Il problema di fondo è che Draghi – come molti altri difensori del capitalismo finanziario – non riesce a immaginare un modello di sviluppo diverso. L’Europa potrebbe puntare su una crescita inclusiva, basata su investimenti pubblici, redistribuzione e rafforzamento dello Stato sociale. Ma questo richiederebbe una svolta politica e culturale che metta al centro il benessere delle persone, non i profitti.

In conclusione, Draghi ci offre un’ammissione di colpa e una promessa di perseverare nell’errore. Riconosce che il capitalismo finanziario ha fallito, ma propone soluzioni che perpetuano le disuguaglianze. Non è troppo tardi per cambiare rotta, ma serve il coraggio di abbandonare vecchi dogmi e immaginare un futuro diverso. E questo coraggio, purtroppo, sembra mancare.

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mercoledì 10 agosto 2022

Il caldo che ha sciolto le Camere - Marco Bersani

 

Invettiva contro i poteri e invito alla ribellione sociale

Ecosì, anche il ‘Fenomeno’ non ce l’ha fatta. Quello che, al pari del nord-coreano Kim Il-Sung, oltre a far sbocciare i fiori d’inverno e a farci vincere tutte le competizioni sportive internazionali, avrebbe dovuto risollevare l’economia, far rifiorire la società e dare un’adeguata reputazione internazionale al nostro Paese, ha dovuto arrendersi all’evidenza: non esistono soluzioni tecnocratico-autoritarie ad una crisi che è plurima e di sistema.

L’ondata di calore, oltre ad aver messo a repentaglio le nostre vite, ha sciolto le Camere e aperto la strada alle elezioni anticipate. E, mentre quelle e quelli – sempre meno – che potranno permetterselo, cercheranno invano refrigerio in qualche località marina o montana, l’estate sarà attraversata da un nuovo tormentone (e chissà che qualcuno non lo trasformi in un brano rap).

Lo riassumo così: l’agenda Draghi ha fatto salire alle stelle i consensi di Giorgia Meloni (Fdi). Che è fascista, quindi pericolosa. Quindi dovremmo votare Enrico Letta (Pd) per non far vincere Giorgia Meloni. Ma Enrico Letta ha come programma elettorale l’agenda Draghi. Quindi, se vince e la applica, i consensi per Giorgia Meloni saliranno ancora più in alto delle stelle. E Giorgia Meloni è fascista, quindi pericolosa. Quindi la prossima volta ci diranno di votare Enrico Letta per non far vincere Giorgia Meloni… povero re, e povero anche il cavallo, ah beh, sì beh…

Mentre questo scenario ci ammorberà le serate, ci sono almeno tre vicende che ci riguardano molto più direttamente.

 

La crisi eco-climatica non è più qualcosa di là da venire, ma investe e travolge la nostra quotidianità. Il Paese bolle, la siccità è oltre ogni livello di guardia, gli incendi e gli ettari boschivi in fumo hanno superato ogni record, speriamo nella pioggia e arrivano grandine e trombe d’aria, mentre le città e i contesti urbani sono da diverse settimane luoghi invivibili.

C’è qualcuno che se ne occupa, tra un calenda-gelmini-dimaio e l’altro?

L’emergenza sociale è fuori controllo. La povertà assoluta e relativa si è moltiplicata e, grazie a carovita e inflazione, i prossimi mesi saranno drammatici per enormi fasce di popolazione che dovranno convivere con l’angoscia della fine del mondo e con l’angoscia della fine del mese.

C’è qualcuno che se ne occupa, tra un salvini-carfagna-conte e l’altro?

La guerra è arrivata per restare. Nessun attore statuale, istituzionale, militare sembra volervi mettere fine. Intanto uccide persone, devasta territori, militarizza le relazioni sociali, drena risorse collettive, imprigiona pensieri e culture.

C’è qualcuno che se ne occupa tra un renzi-letta-meloni e l’altro?

La realtà è che nessuno se ne occupa e mai se ne occuperà, perché farlo vorrebbe dire far crollare il castello di carte sapientemente costruito in quarant’anni di ‘crescita, concorrenza, competizione’, dentro cui ai pochi è tutto permesso e ai molti non resta che la solitudine competitiva.

E allora il 25 settembre fai quello che ti pare. Non importa se voti o non voti. Non importa neppure per chi voti. Basta che hai chiaro che delle tre vicende di cui sopra o te ne occupi anche tu o nessuno lo farà per te.

Nonostante questo deserto politico e culturale, una nuova generazione è da tempo scesa in campo: sono le giovani e i giovani che si attivano attraverso i Global Climate Strike dei Fridays For Future, le azioni dirette di Extinction Rebellion e di Ultima Generazione, i Climate Camp che dalle Alpi Apuane a Torino, dalla Val di Susa a Ostuni e Venezia attraversano quest’estate che ribolle.

Fai la cosa giusta: esci di casa e cammina con loro, sostienili, immergiti nel fiume che scorre.

Sono giovani per cui il tempo è vita e il futuro un diritto, oggi entrambi compromessi da chi pensa che il tempo sia denaro e il futuro il luogo del rimborso del debito.

Sono giovani senza radici ma anche liberi dalle compatibilità. Che non possono scegliere la ribellione perché la ribellione è l’unica possibilità che hanno.

Hanno energie per osare e non devono chiedere il permesso di farlo.

Il giorno che risulteranno a noi incomprensibili, vorrà dire che lo avranno fatto abbastanza.

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lunedì 8 agosto 2022

Non è successo niente: Draghi lascia il posto al suo pilota automatico - coniarerivolta

 

Con un tempismo straordinario, la crisi di governo che si è consumata negli ultimi giorni ha visto il Presidente del Consiglio Draghi presentare le sue dimissioni definitive esattamente nello stesso giorno in cui la Banca Centrale Europea (BCE), per bocca della sua Presidente Christine Lagarde, ufficializzava delle importanti, e funeste, novità per quanto riguarda la politica monetaria dell’area euro. La misura più appariscente riguarda un aumento dei tassi di interesse, il primo dopo undici anni e di ammontare doppio rispetto a quanto sembrava nell’aria nelle settimane passate. Come già avevamo avuto modo di discutere approfonditamente, questo provvedimento ha due precise implicazioni. Da un lato, è un attacco diretto al potere d’acquisto della stragrande maggioranza della popolazione, sacrificato sull’altare della difesa dei profitti. Dall’altro, è un’ulteriore mazzata alla stagnante economia europea, sempre più avviluppata nelle autoinflitte conseguenze economiche della guerra.

Non finisce qui, purtroppo. Contestualmente, la BCE ha anche varato un nuovo strumento di politica monetaria, il Transition Protection Instrument (TPI), ossia il famigerato scudo anti-spread. Il tempismo stupisce, e preoccupa, perché il TPI rappresenta la più aggiornata e rifinita evoluzione del famigerato “pilota automatico”, termine coniato proprio dal Draghi Presidente della BCE per definire quell’insieme di strumenti di disciplina fiscale che avrebbero garantito la rigida applicazione dell’austerità e delle politiche neoliberiste in ciascun Paese membro dell’Unione Europea a prescindere dall’indirizzo politico del governo di turno.

Con il “pilota automatico”, le istituzioni europee hanno dimostrato di riuscire a condizionare la politica economica dei Paesi membri attraverso il ricatto dello spread: qualsiasi governo, di qualsiasi colore politico e indirizzo ideale, sarebbe stato costretto a conformarsi alle prescrizioni della Commissione Europea dalla minaccia dell’instabilità finanziaria, una minaccia che si materializzava non appena la BCE allentava il suo sostegno monetario. Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e poi Italia hanno dovuto applicare – dal 2010 ad oggi – le rigide agende politiche neoliberiste prescritte dalla Commissione per non ritrovarsi abbandonati dalla BCE in balia della speculazione finanziaria. Lo strumento tecnico attraverso cui si esercita il ricatto dello spread è rappresentato dagli acquisti di titoli del debito pubblico effettuati dalla BCE: quando questa acquista, ad esempio, i titoli di Stato italiani, ne sostiene la domanda e dunque riduce il tasso di interesse che l’Italia deve pagare ai creditori; specularmente, quando la BCE riduce i suoi acquisti di quei titoli, l’Italia vede crescere il costo del suo debito pubblico e compromette la sua stabilità finanziaria.

Come dicevamo, il 21 luglio, mentre il premier italiano Draghi presentava le sue dimissioni, la BCE introduceva il TPI, un nuovo strumento attraverso cui acquistare titoli di Stato sui mercati finanziari per governare i tassi di interesse nell’area dell’euro. Il TPI consente alla BCE di acquistare titoli pubblici di uno Stato membro solo a condizione che siano verificate quattro condizioni: a) disciplina fiscale, b) stabilità macroeconomica, c) sostenibilità del debito pubblico ed infine d) rispetto delle condizioni del PNRR e delle altre raccomandazioni della Commissione Europea. La prima condizione implica sostanzialmente che il Paese in questione non stia accumulando nuovo debito, cosa possibile solo aumentando le tasse e tagliando la spesa sociale, la sanità pubblica, le pensioni ed i servizi pubblici. La seconda condizione richiede invece l’assenza di quelli che la Commissione Europea definisce “squilibri macroeconomici”, che includono anche – per fare un esempio – un tasso troppo elevato di crescita dei salari: per carità! La terza condizione prevede una valutazione della BCE circa la sostenibilità del debito pubblico: per capire l’arbitrarietà di questa valutazione, basti pensare che la Grecia venne dichiarata prossima al fallimento con un debito pubblico pari al 120% del PIL e, successivamente, venne promossa a Paese virtuoso con un debito pubblico prossimo al 200% del PIL. Miracolosamente, la valutazione della BCE era cambiata drasticamente quando la Grecia aveva firmato un memorandum of understanding che ha impegnato i governi che si sono succeduti nel decennio successivo a mettere in ginocchio la società greca attraverso le più rigide politiche di austerità, in quello che potremmo definire come il primo esperimento di “pilota automatico”.

Infine, il quarto requisito di accesso al TPI richiede che il Paese beneficiario degli acquisti della BCE stia rispettando tutti gli impegni assunti nell’ambito del PNRR (il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), cioè le famose 528 condizioni capestro, nonché tutte le prescrizioni della Commissione contenute nelle periodiche Raccomandazioni Specifiche per Paese. Finalmente, e si spera in maniera definitiva, viene messa una pietra tombale sopra alla favola, che ci è stata raccontata negli ultimi due anni, circa le virtù salvifiche di questo PNRR, che ci era stato venduto come un regalo delle istituzioni europee privo di qualsiasi condizionalità, e che invece si rivela essere l’ennesimo cavallo di Troia dell’austerità: mancare un obiettivo stabilito nel PNRR significa perdere lo scudo della BCE sui mercati finanziari e finire in balia della speculazione finanziaria. Con il PNRR, dunque, le istituzioni europee sono riuscite ad estendere a tutti gli Stati membri quella camicia di forza che aveva consentito di piegare l’economia greca alle violente politiche di smantellamento dello stato sociale, di attacco alle pensioni e ai salari e di precarizzazione del lavoro. Difatti, il PNRR non fa che impegnare i Paesi in un’agenda neoliberista a tappe forzate: se una di queste tappe viene mancata, la speculazione finanziaria può scagliarsi contro il Paese “indisciplinato” nella piena certezza che la BCE non interverrà, perché così funziona il TPI, come d’altronde già abbondantemente previsto.

Così, proprio mentre Draghi abbandona Palazzo Chigi sbattendo la porta, la sua spregiudicata agenda politica neoliberista rientra dalla finestra attraverso il nuovo strumento di politica monetaria della BCE. Davanti al fallimento politico dell’ennesimo governo tecnico imposto al Paese, la classe dirigente europea rispolvera l’arma del ricatto del debito che tanto efficace si è dimostrata, in passato, come strumento di disciplina delle economie europee a suon di spread.

Gli eventi di questi ultimi giorni ci ricordano anche che, quale che sarà l’esito delle elezioni del prossimo 25 settembre, il programma di governo è già pronto ed è scritto nero su bianco nel PNRR, messo appunto dall’esecutivo Draghi e vincolante per chiunque uscirà vittorioso dalle urne per tutta la durata della legislatura, pena l’esplosione dell’instabilità finanziaria sotto la spinta della BCE. Salvini, Letta e Meloni potranno così azzuffarsi sulle briciole e sulle quisquilie, consapevoli che l’agenda di politica economica e sociale sarà la stessa, chiunque di essi prevalga, perché questa è la naturale e unica conseguenza dell’adesione cieca alla politica del pilota automatico di matrice europea. E, visto che stiamo entrando in campagna elettorale, è buffo osservare che pezzi degli stessi partiti che hanno sostenuto il governo Draghi ora provino improvvisamente a rimettere i panni barricaderi, con una divisione dei ruoli fra poliziotto buono e poliziotto cattivo che era insopportabile prima ed è intollerabile ora che escono dalla prova del governo. Noi da parte nostra ripetiamo che niente di buono potrà venire da questi, ma continuiamo a riporre speranza in chi – finora fuori dall’arco parlamentare – in questi anni ha coerentemente individuato il meccanismo europeo quale uno dei fattori di controllo degli interessi della classe lavoratrice. La strada da fare è ancora molto lunga, ma il cammino è iniziato.

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lunedì 11 aprile 2022

Ciò che era emergenziale diventerà ordinario: Draghi tratteggia il green pass del futuro - Michele Manfrin

 

Mentre tutti sono stati catapultati sul fronte ucraino, ci sono manovre che sulla scia dell’emergenza Covid-19 si stanno compiendo e che andranno ad incidere profondamente sull’assetto sociale e antropologico del nostro Paese. La “guerra al virus” è mediaticamente sparita mentre si protraggono gli strascichi di misure restrittive che hanno diviso il paese tra chi è cittadino di prima classe e chi di seconda. Il Primo Ministro italiano, già manager Goldman Sachs e banchiere centrale d’Europa, Mario Draghi, durante la conferenza stampa in occasione della presentazione del Decreto riaperture, ha candidamente espresso quella che sarà la nuova normalità: ciò che era emergenziale diventerà ordinario. Il Ministro dell’innovazione tecnologica e della transizione digitale, Vittorio Colao, già CEO di Vodafone e nel Consiglio di amministrazione di Verizon, Unilever e General Atlantic, in audizione alla Commissione Affari costituzionali della Camera, ha invece prospettato il prossimo futuro digitale italiano. Le due esternazioni prese assieme danno il quadro del futuro imminente che ci aspetta.

Alla conferenza stampa in questione, Mario Draghi, con a fianco il Ministro della Salute Roberto Speranza, rispondendo alle domande del giornalista de Il Messaggero, Marco Conti, spiega che la struttura emergenziale sarà tramutata in struttura ordinaria. Infatti, cambiata la missione del generale Figliuolo e messo da parte il Comitato Tecnico Scientifico, l’apparato di sicurezza, controllo e gestione adottato durante l’emergenza pandemica rimarrà per sempre. In altre parole, una volta smussati gli angoli e gli spigoli (Figliuolo e il CTS) con la fine dello “stato di emergenza” tutto il resto sarà la nuova normalità. Il Primo Ministro Draghi risponde: «Uno degli scopi del provvedimento di oggi è proprio quello di non smantellare tutta la struttura esistente, anche perché noi siamo consapevoli del fatto che un’altra pandemia potrebbe rivelarsi importante anche tra qualche tempo, quindi vogliamo costruire una struttura permanente di preparazione a reagire a questi fenomeni; impegno che abbiamo preso in sede nazionale e internazionale». Poi Draghi aggiunge: «Gradualmente questa struttura perde i caratteri di emergenza e acquista quello di ordinarietà». Insomma, sebbene finisca il tempo emergenziale, gli strumenti dell’emergenza non saranno eliminati ma solamente messi nel cassetto. Evidentemente, a questo risponde il fatto che il Green Pass non venga abolito e cancellato ma solo sospeso, ovvero non più richiesto al momento, data la proroga di validità del medesimo strumento fino ad un totale di 3 anni.

Se alle parole di Draghi uniamo quelle pronunciate dal Ministro Colao, il quadro diviene più chiaro. Durante l’audizione alla Commissione Affari costituzionali della Camera, in cui il Ministro ha esposto i progressi del PNRR per quanto attiene al proprio ministero, Colao ha fatto affermazioni che fanno il paio con quelle pronunciate da Draghi. La disamina del Ministro è molto lunga e articolata ed espone i quattro pilastri su cui si basa l’azione del suo ministero per quanto concerne lo stato di avanzamento del PNRR, per cui dispone di circa 20 miliardi di euro. Il primo pilastro è la struttura della rete internet e la connessione veloce; in altre parole, stiamo parlando di rete 5G. Il secondo pilastro, quello di cui andremo a parlare, è quello della digitalizzazione dei servizi pubblici. Gli altri due pilastri che formano l’azione globale del ministero guidato da Colao riguardano le competenze e l’imprenditoria innovativa oltre che quelle spaziali, che entrambe hanno carattere interministeriale.

Il tema che qui riteniamo importante riguarda la digitalizzazione dei servizi pubblici. Lo strumento fondamentale per l’attuazione di questo è l’identità digitale che permetterà di accedere ad ogni servizio pubblico. L’intenzione del ministero, dice Colao, è quella di estendere l’identità digitale chiamata SPID anche ai minorenni, per poter usufruire dei servizi scolastici. L’identità digitale servirà per accedere ad ogni cosa e sarà implementata sempre di più il pagamento con valuta elettronica grazie allo strumento chiamato IDpay. Dove tutto questo voglia andare a parare lo capiamo perfettamente dalle parole pronunciate dal Ministro Colao: «Il grande tema è l’interoperabilità delle piattaforme digitali abilitanti che è molto importante per ampliare i servizi ma anche per renderne la fruizione semplice attraverso il così detto principio del One’s only, cioè il principio in cui il cittadino una sola volta deve mettere le proprie informazioni dentro il sistema e poi è lo Stato da solo che lo va a cercare e lo vede». E qui arriviamo al punto dolente. Colao aggiunge: «Questo è molto importante perché ci sono degli esempi recenti di grande benefico che abbiamo avuto da questo: il Green Pass è un grande esempio di interoperabilità, e che tra l’altro adesso sta facendo venire a mente tante altre possibili applicazioni meno drammatiche e meno di emergenza in cui si potrebbe creare un sistema che permette in maniera istantanea di conoscere lo “stato”, il “diritto”, di attivazione o di fruizione di un servizio».

Dunque, il Green Pass, strumento di discriminazione che istituisce cittadini di prima e di seconda classe, che non viene eliminato ma solo messo nel cassetto, viene considerato come strumento innovativo e come guida per il futuro sociale e pubblico di questo Paese. Un’identità digitale a cui tutte le nostre informazioni verranno collegate, quelle sanitarie, fiscali, economiche, giuridiche etc., permetterà – oppure no – di accedere ai servizi pubblici, dietro pagamento elettronico da effettuare con IDpay direttamente collegato all’identità digitale stessa. A questo punto, le possibilità che si tracciano sono molteplici. Cosa accadrà se un cittadino non avrà pagato una multa, o se il suo stato vaccinale non sarà ritenuto idoneo, o se in qualche altro modo avrà contravvenuto la norma? In fondo, come spiega lo stesso Colao, una volta che le informazioni ci sono si tratta solo di metterle insieme e, in base a quelle, decidere se il cittadino possa o meno accedere ad un servizio pubblico e/o ad un suo diritto. Oltre a questo c’è anche un serio pericolo di sicurezza dei dati e di rischio collegato a potenziali malfunzionamenti o manomissioni del sistema di gestione e controllo che potrebbero negare l’accesso anche a coloro che sarebbero in regola con le disposizioni del momento; per questo motivo sarà infatti istituita l’Agenzia Nazionale di Cybersecurity e l’istituzione del Polo Strategico Nazionale (PSN). Eppure lo stesso Colao conferma che buona parte dei nostri dati vagheranno nel Cloud commerciale, ovvero quello gestito e controllato dalle aziende private.

Qualcuno chiama tutto questo utopia e progresso, altri distopia e controllo. Quel che sembra certo è che se la retorica che si accompagna a tutto questo rimane Occidentale, il sistema sociale sembra subire una metamorfosi cinese. L’idea della cittadinanza a punti, del credito sociale, sembra pervadere sempre di più le menti italiane. Piccolo esempio pratico di questa mentalità cinese di Draghi & Co., accaduto in questi giorni, arriva dal Comune di Fidenza. Il piccolo Comune, che si trova nella Provincia di Parma, con l’adozione del sistema a punti per chi abita nelle case popolari sembra essere entrato nella provincia di Shanghai.

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venerdì 25 febbraio 2022

Dall’ipnotismo dell’inciucio di Draghi alla guerra voluta - Gianni Gatti

 

Quindi questa guerra va ormai su binari preparati da anni e raccoglie i frutti di un dispendio di risorse importante da parte americana.

Partono da Sigonella (Italia) gli aerei per controllo e guerra elettronica

Un aereo ha volato sopra l’Ucraina, attraversandola da Est a Ovest. Da Nord a Sud. Un aereo decollato dalla base di Sigonella, vicino Catania, parte degli Stati Uniti e parte della Nato. Traiettoria e altri dati del velivolo sono pubblici a chiunque: basta accedere al sito Flightradar24.

E anche gli enormi aerei detti Black Howk per il controllo e la guerra elettronica . Pare tutto normale: hai dato agli americani l’uso di 54 basi militari su territorio italiano e loro li sfruttano senza problemi.

Però mi pare una situazione simile a quella che precedette la guerra in Libia e la fine di Gheddafi di cui fu protagonista Berlusconi allora P d C , ma con il consenso di tutti i partiti (a quel tempo solo il M5S votò contro mi pare).

E come mai oggi dietro all’ambiguità dell’ossequio atlantista, saltano a piè pari ogni dibattito parlamentare appunto per decidere se partecipare o no e danno il via alle operazioni militari in quell’area?

C’è un piccolissimo problema di democrazia e anche di senso logico che tradotto in volgare significa: cosa azzo ci fa l’Italia in Ucraina con i militari?

Cominciamo a dire che la stessa domanda sarebbe da estendere a molte nazioni : Afganistan, Iraq, Libano, Libia, Nigeria, Qatar, ecc. Saranno missioni di pace, ma se vanno armati avere dubbi è lecito.

Spesso hanno la doppia ragione della dipendenza Nato per alcune aree e per altre di protezione ai domini di sfruttamento di petrolio o gas da parte dell’ENI

Questa è la sintesi di un distacco politico fra il sentire della comunità, della popolazione italiana che non vuole nessuna guerra e non ha nessun motivo di farla . La politica dei partiti ormai collusi ci sta trascinando nel baratro senza un perché serio.

Con Gheddafi che anche se non era un angioletto in patria (Libia) era venuto 20 gg prima a Roma a dialogare e tre gg dopo una discussione di due ore in parlamento tutti tuonarono contro il dittatore andando a bombardarlo per no perdere diritti energetici e per ossequio alla Nato appunto.

Oggi con la situazione dell’Ucraina, hanno deciso Draghi e Di Maio (un finanziere ed un democristiano) Con Letta scatenato guru democratico del PD (un aquila spennata pericolosa) che invoca risposte dure a Putin.

Hanno trovato il capro espiatorio del loro comportamento economico-politico: il nemico russo!

Va per la maggiore fra i media, il concetto : costerà cara all’Italia ed alla Europa l’energia se la Russia chiude i rubinetti. Facile rispondere che ancora ieri hanno bloccato il Nord Stream 2 fra Russia e Germania, ma che da venti anni mentre si blatera di autonomia energetica con il sostegno alle energie rinnovabili non c’è ad oggi un vero progetto di costruzione di questa possibilità, continuando con l’accordo di tutti a sostenere le energie fossili.

Se metti paletti e regole insuperabili, se complichi le cessioni credito con i vari bonus per energia, mentre rilasci concessioni per fracking sulle coste adriatiche, tirreniche e mediterranee pare lecito che da alcuni mesi sia GIA’ salito il prezzo dell’energia e le bollette relative con un mercato caotico in cui neppure la competitività ha senso, dato che le differenze sono davvero minimali fra ditte diverse per lo stesso prodotto.

Allora non menatecelo cari epigoni della guerra santa. Vedremo cosa costerà in termini politici ai vari partiti se l’onda piena delle manifestazioni di piazza ovunque in preparazione in Italia (ma non solo) avranno successo. Anche se per la parte economica sarà crisi tutta pagata dalla gente comune, ammesso che non bastassero i vari lockdown da due anni, mentre le spese del PNRR sono controllate e gestite dai condizionamenti EU (la prossima trance di prestiti dalla UE è accompagnata da 68 condizioni di modifiche e cambiamenti polico-sociali come prezzo)

Questo è il momento di sperimentare forme di convergenza dell’opposizione reale su un unico obiettivo per dire NO alla Guerra e fuori la NATO dall’Italia e fuori l’Italia dalla Nato

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venerdì 18 febbraio 2022

Lettera di Susanna Tamaro a Draghi

 

La scrittrice Susanna Tamaro in una splendida lettera a Draghi, mette in rilievo l'errore più abnorme che questo governo ha fatto. L'errore che ha svelato alle "persone "normali che il Re è nudo.

 

La strategia del divide et impera, della discriminazione graduale per categorie è caduta proprio nel momento in cui i vaccinati con due dosi, che si erano conformizzati e godevano dei diritti trasformati in privilegi, sono improvvisamente diventati no vax. Questo è stato l'errore storico del Draghistan e una sensibilità come quella della Tamaro lo ha rappresentato magnificamente nella lettera che riportiamo integralmente.

 

Ve la riproponiamo nella sua interezza. (Agata Iacono)

 

 

Dal Corriere.it

 

Gentile presidente Draghi, mi dispiace rubarle un po’ del suo tempo prezioso e se lo faccio è perché credo che, a questo punto, il nostro Paese abbia bisogno di una riflessione seria e non partigiana su quello che è successo e su quello che sta ancora succedendo. Premetto che sono, per formazione, una naturalista dunque osservo la realtà senza pregiudizi né veli ideologici ma soltanto nella logica coerenza dei fatti. Da molti anni trascorro qualche settimana tra gennaio e febbraio in un piccolo paese sulle Alpi perché ho bisogno della quiete data dalla neve per raggiungere la parte più profonda della creatività, e così ho fatto anche quest’anno. Ero partita con degli scarponcini quasi rotti pensando di sostituirli in montagna nel negozio in cui mi servo da anni, dato che reputo la fedeltà agli esercenti un piccolo atto di resistenza umana, ma non mi è stato possibile perché il mio green pass era scaduto da un giorno. Di conseguenza, tutto il mio soggiorno creativo si è trasformato in un esilio civile: niente caffè al bar, nessun conforto in una baita, non ho potuto neppure comprare dei francobolli alla posta. Il mio crimine? Essermi fidata di quello che mi aveva garantito lo Stato, vale a dire che le persone vaccinate dopo agosto 2021 sarebbero state coperte per nove mesi. Anthony Fauci definisce le persone che hanno ricevuto due dosi di vaccino come me, «fully vaccinated», ma per lo Stato italiano questa condizione non ha alcun valore.

 


Un’assimilazione che alimenta il complottismo

Questo mi porta al cuore della questione, cioè al caos e all’irrazionalità che ci hanno dominato in questi due anni. Possibile che nella mitica cabina di regia, nel momento in cui sono state decise le misure per limitare il raggio di azione dei no vax, nessuno si sia alzato in piedi a dire: scusate un momento, ma se equipariamo i vaccinati con due dosi ai no vax non stiamo lanciandoci un boomerang? Perché così facendo, primo, affermiamo la totale inefficienza del vaccino, e secondo, alimentiamo le fantasie complottiste di chi si oppone alla campagna vaccinale.

 

Accettare i virus come fenomeno naturale

Personalmente non ho mai avuto paura del Covid, l’ho avuto nel gennaio del 2020 prima che scoppiasse la pandemia mentre i nostri politici ci invitavano ad «abbracciare i cinesi» e il mio medico, che è cinese, mi telefonava per dirmi che la cosa più importante da fare era indossare la mascherina. Che quella specie di raffreddamento fosse il Covid l’ho capito mesi dopo perché, per diverse settimane, sono stata privata del gusto e dell’olfatto. Non ho mai temuto il Covid, anche perché in me è molto chiara la divisione tra ciò che è fisico e ciò che è metafisico. I virus fanno parte del mondo naturale, come noi dunque, per quanto bizzarri e imprevedibili, sottostanno sempre alle leggi della chimica e della fisica; ed è proprio tramite queste leggi che noi, grazie ai vaccini, riusciamo in qualche modo a contrastarli e a limitarne i danni.

 

La ricerca del capro espiatorio

Se cammino in perfetta solitudine in un bosco è impossibile che mi contagi mentre se entro in un locale affollato con l’aria viziata è molto probabile che mi ammali, soprattutto se il mio sistema immunitario è debole. Questa è la realtà fisica. La medicina e le norme igieniche — ormai grandi sconosciute — sono le nostre alleate per gestirla nel migliore dei modi. Quando ho cominciato a incrociare in montagna, in luoghi popolati da marmotte e camosci, escursionisti bardati da invalicabili Ffp2, quando ho visto le forze dell’ordine costrette a inseguire persone che passeggiavano nei boschi — diabetici, cardiopatici etc. che riescono a mantenere l’equilibrio grazie al movimento quotidiano — come fossero delinquenti, ho capito che la nostra società era entrata in una pericolosissima dimensione, quella che confonde il fisico con il metafisico. Il virus non è più un virus bensì un’incarnazione del demonio, e questa incarnazione porta come conseguenza la necessità di un capro espiatorio, il no vax, e la divinizzazione del suo antagonista, il vaccino.

 


L’abbandono dei più deboli e gli untori manzoniani

Se è comprensibile e umanamente giustificabile, davanti alla gravità della situazione, il caos organizzativo dei primi mesi, lo è molto meno quello che si è creato nella comunicazione proprio nel momento in cui sono arrivati i vaccini. Possiamo dire che la baraonda mediatica, la canea di esperti di ogni tipo, i nefasti vaticini quotidiani lanciati da cassandre del piccolo schermo abbiano fatto un danno non indifferente alla campagna vaccinale? Creare confusione non è mai una buona strategia quando si vuole raggiungere un risultato. In un Paese serio ci sarebbe stato un unico portavoce del governo, un medico competente e capace di usare parole pacate e sagge e tutta la comunicazione con i cittadini sarebbe stata affidata a lui. Non posso non pensare alla povera famiglia Mancuso di Enna sterminata dal virus, non perché fosse ideologizzata dal web, ma semplicemente perché aveva paura. Quanti come loro, sono stati abbandonati ai loro fantasmi, senza nessuno che li prendesse per mano? Perché, ovviamente, ai giudizi spesso sprezzanti degli scienziati si è unito il coro degli esperti di rimbalzo, capaci di insultare chiunque esitasse a vaccinarsi con i toni di livida rabbia che si concede soltanto agli ubriachi al termine della notte. La necessità del capro espiatorio ha trasformato il non vaccinato in un untore manzoniano.

 

Attribuzioni taumaturgiche

La scienza però ci dice che, vaccinati e non vaccinati, ci scambiamo comunque tutti allegramente il contagio. In quest’ottica risulta anche difficile capire l’attribuzione taumaturgica del green pass. Personalmente non ho alcuna osservazione morale, filosofica o politica su questo importante documento. Nell’archivio del piccolo comune in cui vivo è registrata l’esistenza di posti di blocco istituiti nel 1800 durante un’epidemia di peste in Campania: per entrare nel paese bisognava, infatti, esibire un lasciapassare che attestasse l’assenza di soggiorni partenopei.

 


Le perplessità sul super green pass

Ma se ci contagiamo tutti in continuazione che senso ha? Non costituisce piuttosto un importante fattore di rischio? Con il super green pass, magari addirittura illimitato, una persona, soprattutto giovane, si sente appunto super sicura e abbandona quelle cautele che, davanti a un’epidemia così insidiosa, bisognerebbe pur sempre continuare a mantenere. E il fatto che si impedisca alle persone che non hanno ancora fatto la terza dose, come me ora, di avere qualsiasi tipo di vita sociale non è qualcosa che, oltre a ledere i diritti fondamentali della persona, dà anche il colpo di grazia ai negozi e ai parrucchieri che fin qui, con le unghie e con i denti, hanno tentato di resistere? In questo momento ho gli anticorpi molto alti e dunque sarebbe una follia, nonché uno spreco, fare la terza dose, sarebbe come entrare in un bosco in cui c’è un orso feroce con un solo colpo in canna e sparare alla prima lepre che passa davanti. Un’occasione pericolosamente sprecata. Se il green pass è così essenziale era così difficile immaginarne uno «indebolito», che impedisse la partecipazione ai grandi eventi, ai concerti, agli stadi, permettendo ai «fully vaccinated» con due dosi di poter continuare con dignità la propria vita?

 


Un Paese stremato

In Israele, un Paese certo non sprovveduto, hanno capito che i malefici del green pass superano di gran numero i benefici e ne hanno delimitato l’uso ai grandi eventi mentre noi abbiamo le forze dell’ordine costrette a entrare nei parrucchieri di paese per chiedere il green pass alle anziane clienti che si fanno la permanente. Non stiamo sfiorando il ridicolo? L’epidemia per fortuna è alle spalle, la sua virulenza si è affievolita, andiamo verso la bella stagione, il Paese è stremato, le persone sono sempre più povere e le famiglie dilaniate da feroci conflitti tra diverse fazioni, amicizie di una vita cancellate per sempre da reciproci anatemi creando nuove e terribili solitudini umane, per non parlare dei bambini che, dopo due anni di isolamento e di nefaste comunicazioni dei media, vivono in uno stato di fragilità e di terrore a cui sarà difficile porre rimedio. Comunicare ogni giorno per due anni il numero dei morti al telegiornale e concentrare tutta l’attenzione su questo ha costituito e costituisce un danno gravissimo per l’equilibrio delle persone. Molte persone vivono ormai nella condizione di irragionevole terrore e questa condizione rende debolissimo il loro sistema immunitario.

 


Liberare le forze creative e uscire dal sortilegio maligno

Penso che il nostro Paese abbia molte forze creative da mettere in gioco, e per liberarle abbia bisogno di essere sollevato dalla ossessiva e sempre mutevole emanazione di decreti che, come un sortilegio maligno, paralizza la vita civile, l’economia, le iniziative individuali annichilendo l’idea di futuro. Siamo 60 milioni di abitanti e soltanto il 9% della popolazione non è vaccinata, per la maggior parte bambini. Demonizzare i no vax a questo punto, imponendo la loro resa totale con l’obbligo dei vaccini, non può che esasperare la situazione perché spinge verso reazioni sempre più estreme e irrazionali. E l’irrazionalità è la cosa di cui abbiamo meno bisogno in questo momento.

 


Permettere alle energie vitali di rinascere

Caro presidente, credo che anche lei durante l’infanzia abbia giocato a nascondino, si ricorda quel momento magico in cui il bambino più abile e veloce riusciva a toccare l’albero gridando: «Tana libera tutti»? Ecco, forse il nostro amato Paese ha bisogno proprio di questo, di lasciare alle spalle il dolore, la paura, l’impotenza, gli ossessivi controlli polizieschi per permettere alle energie vitali di rinascere e affrontare il periodo comunque economicamente difficile che ci aspetta. Verranno nuove epidemie, certo, — come ci viene funestamente ricordato ogni santo giorno dai media — ma tutti i viventi lottano costantemente contro gli agenti patogeni, in questo caso però la pandemia è alle spalle e continuare a ipotizzare catastrofi future è, da tutti i punti di vista, una follia. Comunque una profezia la posso fare anch’io. Prima o poi moriremo tutti. Intanto però sarebbe bello che potessimo riprendere a vivere.

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mercoledì 16 febbraio 2022

Draghi e Cingolani a trivellare tutta l'Italia in modo "sostenibile" con il PITESAI - Maria Rita D'Orsogna

 Che squallidi. Che schifo. Che cosa ignobile.

Il 28 Dicembre 2021 il Ministero della Transizione Ecologica Roberto Cingolani ha approvato il Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree idonee (PiTESAI), anche se la notizia arriva solo il giorno 11 Febbraio.

Cosa prevede questo PITESAI?

Trivelle dappertutto.

Transizione energetica sostenibile un paio di stivali.

A lungo ce l’hanno tirata con il “caro gas” della seconda meta’ del 2021, aggiungendo la falsa equivalenza trivelle = risparmio in bolletta. E questo per farla bere all’italiano medio che magari ci crede pure.

E cosi’ sulla scia di questo miraggio arriva il via libera all’aumento della produzione nazionale di gas e petrolio a partire dall’Adriatico, Ravenna in primis, e alla mappa in cima dei siti idonei alle trivelle.

Essenzialmente e’ la stessa mappa che esiste da sempre!


La mappa delle aree idonee allo sfruttamento “sostenibile” di petrolio e gas in Italia, grazie a Cingolani.

In mare, in terra. In Basilicata, Emilia Romagna, Abruzzo, Veneto, Molise, Lombardia, Sicilia, Calabria. E pure il Friuli Venezia Giulia, una new entry! Escluse … Valle D'Aosta, Trentino Alto Adige, Liguria, Umbria, dove trivelle non ce ne sono mai state.

E dunque tutta l’Italia dove ci sia petrolio e gas essenzialmente puo’ essere trivellata. Non e’ cambiato nulla rispetto alle mappe precedenti, se non il colore azzurrino.

L’idea, secondo Cingolani e Draghi, e’ che con trivelle nuove e vecchie (che chiamano revamping!) si possa arrivare ad una sorta di indipendenza energetica che ci porti .. udite udite … alla transizione energetica “sostenibile”.

Ha ha.

Cioe’ vogliono farci credere che per avere meno fossili ci vogliono piu’ fossili!

Sono davvero inqualificabili, e davvero meritano oblio e compassione per la loro piccolezza mentale.

Lo chiamano revamping, e’ invece distruzione, bruttezza, inquinamento e morte.

Ed e’ pure un cane che si morde la coda.

Perche’?

Perche’ piu’ gas e petrolio cerchiamo, piu’ infrastruttura viene costruita, e piu’ i costi di tale infrastruttura per essere ammortizzati abbisognano di maggiore gas e petrolio.

Cioe’ non ne usciamo piu’.

Hanno costruito ed approvato nuove centrali a gas in tutta la nazione, inclusi terminali GPL per l’arrivo di gas liquefatto dall’estero. E certo che di conseguenza continuteranno a trivellare, ed ad alimentare il mercato del gas, come altro saranno alimentate tali centrali?

E ovviamente l’ENI ride in tutto cio’.


E com’era la storia che l’Italia e’ amica di BOGA?

Com’e’ che si presentano a Parigi e a Glasgow a sparare balle sulla salvaguardia dell’ambiente?

Veramente questa gente e’ inqualificabile.

Ma non ci si poteva aspettare niente altro. Cingolani amico di ENI era, e amico di ENI resta.

Cosa resta da fare? Protestare, mettere pressioni tutti i santi giorni a tutti i politici a livello locale, e nazionale. Organizzare eventi, svegognarli, ricordargli tutti i santi giorni che la vera politica e’ una cosa diversa dal cercare di imbambolare la gente e che il pianeta e’ sulla via del collasso.

Roberto Cingolani e’ una vergogna nazionale.


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