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venerdì 4 luglio 2025

Tutti i nostri segreti – Fatma Aydemir

muore Hüseyin, nella casa che aveva appena iniziato ad abitare ad Istanbul, la moglie Emine, e i figli e le figlie Peri, Umit, Sevda e Hakan vanno in Turchia per il funerale.

il romanzo di Fatma Aydemir racconta la storia familiare in diversi capitoli dedicata a ciascun componente della famiglia.

e leggendo ci sono misteri non spiegati, finché non si arriva all'ultimo capitolo, quando Emine, incalzata da Sevda, è costretta a dire tutto quello che avrebbe dovuto dire molto prima, come in un thriller.

e poi c'è Ciwan, e ci sono i curdi.

un libro da non perdere, promesso. 

buona (curdo-tedesca) lettura.


 

 

L’evento intorno a cui ruota la vicenda familiare raccontata da Fatma Aydemir è la dipartita improvvisa di Hüseyin che, dopo una vita di duro lavoro in una fabbrica tedesca, decide di tornare in Turchia e di acquistare – con i soldi elargitigli dal governo tedesco attraverso una legge che, di fatto, incentiva il ritorno degli immigrati turchi nel paese di origine – una casa in cui passare gli anni della pensione. La moglie, che custodisce un terribile segreto, un macigno sulla sua coscienza, una cortina di diffidenza sulla relazione con il marito, torna in Turchia per le esequie. E altrettanto faranno i quattro figli, seppur ciascuno a modo proprio e ciascuno con altri pesi sul cuore. D’altro canto, la morte del pater familias è sempre un evento cataclismatico se, con essa, una serie di quesiti annosi resta senza risposta. La scomparsa del padre e il ritrovo dei suoi cari intorno al suo feretro, è uno dei topos ineludibili della letteratura internazionale, ma Fatma Aydemir lo affronta senza assecondare convenzioni narrative ritrite e, al tempo stesso, senza scardinare la forma del racconto tradizionale e, dunque, senza spiazzare inutilmente il lettore. Le storie dei quattro fratelli e della madre, narrate in prima persona per trasmettere ai rispettivi pensieri una profondità diversamente non raggiungibile, sono raccontate con estrema chiarezza, evitando l’uso di fastidiose scappatoie moderniste…

da qui

 

Se durante la lettura, pur trovandoci davanti a una storia ben scritta e incalzante, può capitare di chiedersi dove l’autrice ci stia conducendo, perché insomma ci stia raccontando la storia di questa famiglia, nell’ultima parte dedicata a Emine si chiarisce tutto e ogni tassello trova la sua collocazione. Ecco che ogni parola letta in precedenza assume un senso e crolla qualsivoglia certezza il lettore possa avere avuto, così come crolla la casa dei sogni di Hüseyin in un finale bellissimo dove le parole taciute e rimaste sepolte in fondo al cuore devastato di Emine trovano la strada della verità. E rivelandosi la liberano dal peso degli errori.

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Ho letto una penna davvero interessante, piuma e punta di diamante, che accarezza e che graffia a sangue, che sa presentare in maniera coinvolgente e originale il dramma di una famiglia che ha perso il padre, Hüseyin, a pochi giorni dalla tanto sospirata pensione e che fa di questo evento luttuoso occasione per far entrare il lettore nelle storie dei figli e della loro madre, Emine. Tutti i nostri segreti è un romanzo che mette sotto i riflettori non solo il contrasto, ormai universale direi, tra la generazione dei padri e quella dei figli, tra tradizione e modernità, tra valori atavici e la necessità di cambiare, ma anche la realtà difficile in cui versa la popolazione curda, perseguitata in Turchia e disprezzata negli Stati dove emigra

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qui un'intervista con Fatma Aydemir

 


mercoledì 16 aprile 2025

Nozze a Haiti - Anna Seghers

la storia di Toussaint Louverture, nelle parole del suo scrivano.

allo schiavo Toussaint avevano insegnato a scrivere e leggere, e furono problemi per i francesi (che poi si vendicarono, maledetti, e fu la fame per gli haitiani, per l'eternità).

il racconto del rivoluzionario da giovane, bravissima Anna Seghers, come sempre.

difficile trovare il libro, ma provateci, nessuno se ne pentirà.

buona (rivoluzionaria) lettura.


QUI (da wikipedia) e QUI (da marxists.org) due schede su Toussaint Louverture


QUI una biografia su Anna Seghers, di Davide Rossi


https://annaseghers.wordpress.com/ Centro Studi Anna Seghers, diretto da Davide Rossi


QUI si può vedere Toussaint Louverture, diretta da Philippe Niang

 

 

 

Sul finire del '700 la rivoluzione francese, per opera dei giacobini, stabilisce l'effettiva uguaglianza tra tutti gli esseri umani, ponendo fine alla schiavitù e introducendo il suffragio universale maschile e femminile senza distinzioni di reddito e cultura. Napoleone abolirà entrambi i provvedimenti. La grande scrittrice tedesca Anna Seghers negli anni '40 del Novecento, lungo il percorso dell'esilio che la porta dalla Francia al Messico, soggiorna qualche tempo nei Caraibi raccogliendo materiali e informazioni sulla storia di Toussaint Louverture, lo schiavo che guidò le donne e gli uomini dell'isola di Haiti verso una indipendenza a lungo agognata. Ne nasce un romanzo in cui il protagonista è lo scrivano di Louverture, Michael Nathan, giovane orafo ebreo arrivato da Parigi e trovatosi nel cuore di contese ancestrali, tra dominio e pratica del potere, pregiudizio e sete di libertà. Passioni civili e diritti umani, desiderio d'uguaglianza e amore.

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La figura di Toussaint Louverture, il giacobino nero reso noto al grande pubblico dal logo della rivista The Jacobin, ha suscitato grande interesse nel secondo Novecento, come icona antirazzista e anticolonialista; è proprio lui il grande protagonista di Nozze a Haiti. In questo breve romanzo, la scrittrice tedesca Anna Seghers ripercorre le vicende della rivoluzione di Haiti attraverso lo sguardo di Michel Nathan, scrivano di Louverture. Il tema di tutto il romanzo è l’intersezionalità delle oppressioni e delle lotte: i ricchi bianchi, proprietari delle piantagioni di Haiti, si rifiutano di adottare i provvedimenti delle assemblee rivoluzionarie francesi che garantiscono l’uguaglianza tra tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro etnia, anche nelle colonie. Saranno i neri, schiavi ed ex schiavi, ad organizzarsi, rivendicando libertà e uguaglianza, anche attraverso la lotta armata e la violenza. Questi rivoluzionari troveranno come oppositori non solo i bianchi, ma soprattutto i creoli, che hanno paura di perdere la loro posizione nella scala sociale.

Nozze ad Haiti è una lettura molto attuale, che fa riflettere sulla problematicità di certe lotte e su come i principi nati dalla Rivoluzione Francese non siano affatto scontati.

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martedì 18 giugno 2024

Transito – Anna Seghers

a Marsiglia ancora parte qualche nave verso le Americhe, per molti sopravvissuti al nazismo e alla burocrazia è l'occasione di fuggire da un'Europa minacciosa, piena di morte e di assassini.

il romanzo è una cronaca delle paure, dell'ansia, delle fughe tentate, degli incontri mancati, dei soldi che finiscono, dei documenti che mancano o scadono.

ancora oggi un libro così è attualità per le migliaia di profughi che vogliono arrivare in Europa, quella fortezza che non permette l'arrivo e  il passaggio di quei profughi che spesso ha creato.

in Turchia, nei Balcani, in Libia, in Tunisia aspettano qualche biglietto, su qualche imbarcazione della morte o della salvezza, una lotteria che l'Europa sostiene e incentiva.

il romanzo non fa sconti a nessuno, non ci sono bugie, il tempo che con la sua falce non perdona.

cercatelo e soffritene tutti.


ps: qualche anno prima Emmanuel Bove aveva scritto un (grande) romanzo La trappola, si raccontavano situazioni simili.

 


 

La autora escribió esta novela cuando vivía la misma situación de refugiada que su innominado protagonista. Los hechos que nos narra: la dificultad en conseguir los papeles y permisos necesarios para poder embarcar y llegar a un destino seguro, son las mismas complicaciones que tanto ella como millones de ciudadanos, que perdieron precisamente esta condición, tuvieron que sortear para poder huir de un país que no los quería dentro de sus fronteras, pero que a su vez no hacía más que ponerles trabas para que no pudieran realizar lo que se les exigía. Personas que se aventuraban a un futuro incierto, tratando de escapar de un presente más incierto aún. Ciudades que no son un destino, como sentencia uno de sus personajes: «[…] hijo mío, porque todos los países temen que en lugar de pasar, queramos quedarnos. Un tránsito… es permiso para atravesar un país cuando está claro que no se quiere permanecer en él.[…]»

Con un estilo preciosista cargado de prosa poética, seguiremos las tribulaciones de nuestro reflexivo protagonista. Un pobre hombre que es la excepción al resto, puesto que él se contenta con sobrellevar la situación en esta ciudad, no necesita huir; no cree que la solución esté en cambiar su incertidumbre por otra. Anna consigue transmitir, con sus escasos diálogos y narración en primera persona, esa sensación de soledad que siente aquel que ya no pertenece a ningún lugar. Conoceremos a multitud de personajes y sus motivaciones para abandonar un continente que estalla en llamas. Sus distintas condiciones particulares que convergen en un mismo propósito.

Leyendo esta novela ha acudido a mi mente en varias ocasiones aquella obra imprescindible de Vasili Grossman, «Vida y destino». No solo por la similitud de estilos, también por las conmovedoras historias que, me consta, se apoyan más en la realidad que en la inventiva de sus creadores. Personas ajenas a la política y asuntos más grandes que ellos, que pagan las consecuencias sin haber adquirido esas deudas. Pero que aquí son el telón de fondo, donde el hilo central es la historia de este alemán que por —al menos al principio— su desmedido deber moral, se carga con la obligación de dejar resueltos los asuntos de un muerto, al que ni tan siquiera conoció. Pero que al final es el amor el detonante que lo impulsa a dejarse llevar por las circunstancias.

Literatura con mayúsculas. Obra indispensable que hay que leer más de una vez en la vida. En ella aparece todo lo que nos hace humanos.

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Il desiderio, la necessità di fuga dall'Europa nella Francia occupata dall'esercito nazista. Tanti i profughi che devono superare l'intricata , frustrante e incomprensibile rete della burocrazia nell"attesa di permessi, visti, disponibilità di mezzi. La voce narrante è quella di un giovane tedesco, fuggito da un campo di concentramento, che intreccia la sua storia personale con la tragedia di un'epoca e di un continente. Da leggere per capire il nostro passato e il nostro presente

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L’Io narrante è un tedesco fuggito da un campo di concentramento nazista, che ha attraversato il Reno a nuoto e, dopo numerose peripezie, si è arenato a Marsiglia. Siamo nell’inverno 1940-1941, la Francia è stata occupata dalle truppe di Hitler, che la controllano saldamente al Nord, lasciando gradi di libertà a Sud. A Marsiglia si è radunata una folla di fuggiaschi, che assomiglia a una ”processione di anime morte”. Si muove incessantemente tra diversi consolati (soprattutto del Messico, ma anche del Brasile e infine USA) sognando un foglio di via e/o un permesso di soggiorno nella nuova patria cui saranno destinati (sempre che riescano a raggiungerla). L’intero romanzo è strutturato come un girone del Purgatorio di Dante, con questa grade turba di sfollati che si muove in tondo alla ricerca di una via d’uscita, senza però mai riuscire o a salire in Paradiso, o scendere all’inferno. Infatti il romanzo si apre (e si chiude) con l’affondamento del piroscafo Montréal, che era rimasta l’ultima via di fuga di un gran numero di profughi. Li vediamo ogni dì percorre a vuoto, avanti e indietro, la lunga via del mare, la Canebière e poi sostare nei diversi caffè lungomare (il Mont Ventoux, così caro al Petrarca, il Saint-Ferréol e Aux Brûleurs des Loups). Con “un solo desiderio, imbarcarsi, e un solo timore, dover restare”. Il romanzo riflette l’esperienza di profuga della stessa Seghers bloccata a Marsiglia coi due figli, in attesa della liberazione del marito, internato a Le Vernet, il lager per gli emigrati di sinistra e i combattenti della guerra civile spagnola. Pur rendendo onore al merito alla Seghers per le traversie patite e per lo sforzo profuso nel racconto, il romanzo non riesce a decollare. E’ piuttosto sbiadito e ripetitivo e chiuso in se stesso, senza un aggancio agli eventi bellici terribili che si svolgevano in quel periodo. La devastante guerra nazista resta sullo sfondo, quasi in sordina, dimenticando che l’intera Europa era un campo di concentramento.

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sabato 17 luglio 2021

Josefine e io - H. M. Enzensberger

una vecchietta e un giovane si incontrano tutti i martedì, per prendere il tè e parlare delle cose della vita.

Joachim, giovane e ragionevole, economista, quindi un tipo con i piedi per terra, Josefine, anziana, con tanto passato alle spalle, non deve niente a nessuno, e la testa è ben salda nelle nuvole, pare, ma con i piedi per terra anche lei.

e anche tu leggi aspetti il martedì, invitato/non invitato ai loro incontri.

a p.38 si legge:

"La cultura è una manifestazione minoritaria. La cosiddetta gente normale preferisce il baccano e il divertimento. Un po’ di televisione, ogni tanto un film dell’orrore, una discoteca assordante e, più di tutto, ovviamente, una partita di calcio."

buona lettura!

 

Si può leggere questo breve romanzo come un confronto di paradigmi: la “modernità” di Josefine e la “postmodernità” o “tempo della mutazione” (come la chiama Berardinelli) di Joachim; il Novecento e il Duemila (che comincia negli anni Novanta, non per niente la storia è ambientata nel 1991 ed è vista retrospettivamente dal 2004). Josefine tutta arte, vita avventurosa o presunta tale e qualche compromissione con il peggio del secolo breve; Joachim tutto idealismi progressisti, economia, disillusioni realistiche, vita “liquida”, tecnicismi. I due mondi si scontrano, si confrontano, si affascinano a vicenda, amoreggiano, si completano…

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Quando Joachim, un economista di trent’anni con buone prospettive di carriera e dalla vita sentimentale travagliata, la salva da uno scippo e le restituisce la borsa ricamata di perline, l’anziana signora con la veletta bianca lo ringrazia solo con un cenno del capo. Poi però per sdebitarsi lo invita a prendere un tè e lui accetta di buon grado. La grande villa che lo attende al numero 12 della Kastanienallee ha visto tempi migliori: l’intonaco si sfalda, le persiane stanno su per miracolo, l’arredamento, ridotto all’essenziale, non può nascondere i segni dell’usura. La padrona di casa, Josefine K., però non intende assolutamente rinunciare a un certo decoro: all’epoca del nazismo è stata una cantante lirica molto famosa e ancora oggi è una grande dame piena di verve, che vive e pensa fuori dagli schemi, arrogante, sempre pronta a giudicare il prossimo, a mettere in discussione antiche certezze, a esprimere opinioni che si esiterebbe a definire politicamente corrette. Affascinato non da ultimo dal suo passato e dall’alone di mistero che la avvolge, per otto mesi Joachim passerà quasi ogni martedì pomeriggio in quel vetusto salotto discutendo – e molto spesso litigando – degli argomenti più disparati: dal femminismo alla recentissima riunificazione tedesca, dal Terzo Mondo all’Olocausto, dai difetti della democrazia alla deprecabile moda del fitness; ne nasce – temperato dal rispetto, dalla discrezione e dalla differenza di età – un sentimento di vicinanza che consente al giovane di penetrare i tanti segreti della sua interlocutrice e di registrarli meticolosamente in un diario.

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Il gioco del breve romanzo sta nel contrasto fra lo sforzo della volontà positiva dell’economista e i giudizi impietosi e urticanti su tutto dell’ex cantante lirica decaduta. Per esempio, parlando dei politici Josephine si chiede perché mai lo facciano : « hanno una paga misera. Qualsiasi ugola di latta o squalo del mercato immobiliare guadagna dieci volte tanto. E per averla passano da un’elezione all’altra, devono mettersi degli strani cappelli, bere birra e mendicare voti nei retrobottega. Immagini di essere costretto a concedere di continuo interviste e tenere discorsi, senza poter mai dire quello che pensa! » Joachim interloquisce : « Ma amano il potere ! ». E lei: « Potere ! Ma non mi faccia ridere. Mi creda, il direttore di un teatro d’opera ha più voce in capitolo di certi uomini di partito. Guardi come arrivano a bordo delle loro berline, quei signori, come si piazzano candidi davanti ai microfoni dei reporter! Forse credono realmente di essere importanti ». E ancora : « e anche il capitalista col cilindro e il costoso sigaro in bocca è scomparso dal campo lasciando la scena al manager, questo povero diavolo ricco che non solo è costretto a lavorare il doppio dei suoi sottoposti, ma deve pure rinunciare al fumo e all’alcol, stare a dieta fino all’anoressia e praticare il fitness sino allo sfinimento ». Decisamente non c’è zucchero nel tè di Josefine.

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martedì 4 agosto 2020

Il Ladro di anime - Sebastian Fitzek


la storia accade tutta in un ospedale, inizia come un gioco per ragazzi, tutto avviene in poche ore.
trama a incastri, piena di tranelli e indovinelli, fughe e ritrovamenti.
chi dice che ha capito tutto dalla prima pagina è un imbroglione, o lo scrittore.
non ci si può distrarre, per non perdere la pista.
un libro che ti dimentichi, dopo, ma, intanto che ci sei dentro, ti cattura senza via d'uscita.





Colossale successo in Germania, tradotto in mezzo mondo e ora pubblicato in Italia da Elliot, il romanzo di Sebastian Fitzek - etichettato come neurothriller - è stato definito anche reality-book. Sulla scia delle iniziative di marca tedesca, anche in Italia è stato dedicato un sito al libro (www.illadrodianime.com), sito sul quale è possibile misurarsi con gli indovinelli del feroce torturatore e, una volta trovate le soluzioni, scrivere a un indirizzo e-mail per partecipare all’esperimento (probabilmente lo stesso esperimento al quale si sottopongono Patrick e Lydia, i due ragazzi che leggono la storia consumatasi nella clinica di Teufelsberg sotto forma di cartella medica). Al di là delle trovate (che siano di marketing o più spiccatamente narrative), però, Il ladro di anime è un thriller come tanti: rapido, incalzante ed estremamente cinematografico, sparge indizi che il lettore attento sarà in grado di cogliere e decifrare, per giungere con un certo anticipo alla soluzione finale. Una buona compagnia per chi non si lascia impressionare e suggestionare facilmente e ha voglia di un po’ d’azione e suspense, magari sotto l’ombrellone.

Fitzek ci fa addentrare nei tortuosi labirinti della mente per poi accompagnarci in spiegazioni che non lasciano mai niente al caso. Le sue storie si consumano in brevi lassi temporali e pertanto anche il tempo di lettura si fa compulsivo e incalzante. Lo stile è molto lineare e visivo. La narrazione veloce e piena d'azione impedisce ovviamente una profonda caratterizzazione dei personaggi che risultano forse abbastanza stereotipati, ma l'ho trovata una mossa intelligente, l'unica in grado di far memorizzare al lettore tutto il palcoscenico e gli attori di una storia condita con una tale suspense che non fa sentire la mancanza di ulteriori pagine chiarificatrici.  Protagonista assoluta è la "paura" e il suo lento intercedere. Nove ore in cui Caspar cercherà di cancellare le ombre dal suo passato e capire il significato delle cicatrici che gli deturpano il corpo; nove ore in cui la realtà verrà distorta più volte; nove ore di ritorsioni, accuse, minacce e aggressioni. Perchè più il tempo passa, più la "paura" avanza. E niente e nessuno la potrà fermare

Il ladro di anime è un libro che mi ha letteralmente rapita dalla prima all’ultima pagina. Uno di quei libri che non si riesce ad accantonare e che, se proprio si è costretti a farlo, rimane in testa come un sottofondo, un film lasciato a metà, una faccenda rimasta in sospeso. Si tratta di uno psychothriller tedesco e l’impostazione oltre ad essere un espediente originale, rapisce fin da subito il lettore. L'impressione iniziale è infatti quella di trovarsi tra le mani una cartella clinica il cui contenuto ci catapulta in una clinica tedesca dove, la vigilia di Natale, il personale e i pazienti stanno per vivere un incubo: uno psicopatico noto appunto come ‘Il ladro di anime’ si trova all’interno della struttura. Tra i pazienti Caspar, un uomo misterioso affetto da amnesia totale che nel corso della narrazione si troverà a fare i conti con la sua identità. Non vi svelo altro di questa trama labirintica che capovolgerà più volte le vostre convinzioni. Lettura fluida e coinvolgente, a tratti claustrofobica, che incatena ad una storia fatta di dettagli inquietanti, interrogativi, suspense e colpi di scena. Finale sorprendente.

venerdì 14 agosto 2015

La preoccupazione del padre di famiglia – Franz Kafka

Alcuni dicono che la parola Odradek derivi dallo slavo e cercano di chiarire su questa base la formazione della parola. Altri invece ritengono che derivi dal tedesco, e che dallo slavo sia solo influenzata. L’incertezza di entrambe le interpretazioni però fa a buon diritto concludere che nessuna delle due sia corretta, anche perché nessuna permette di trovare un senso.
Naturalmente nessuno si occuperebbe di tali questioni se non esistesse davvero un essere che si chiama Odradek. A prima vista sembra un rocchetto piatto di filo, a forma di stella, e in effetti sembra anche avere del filo arrotolato; si tratta però solo di pezzetti di filo strappati, vecchi, annodati e anche ingarbugliati fra loro, di tipi e colori dei più disparati. Non è però solo un rocchetto, ma dal centro della stella spunta un piccolo bastoncino obliquo, e a questo bastoncino un altro se ne aggiunge ad angolo retto. Aiutandosi da un lato con quest’ultimo bastoncino e dall’altro con un raggio della stella, il tutto può stare in piedi come su due gambe.
Si sarebbe tentati di credere che una tale creatura abbia avuto in passato una qualche forma adeguata a uno scopo, e che ora sia semplicemente rotta. Ma sembra che non sia così; per lo meno non se ne trova alcun segno; non si vedono aggiunte o fratture che potrebbero far pensare qualcosa del genere; il tutto sembra certo insensato, ma nel suo genere concluso. D’altronde, non se ne può dire niente di più preciso, perché Odradek è straordinariamente mobile e non si lascia prendere.
Si intrattiene ora sul tetto, ora nelle scale, ora nei corridoi, ora nell’atrio. A volte non lo si vede per mesi; evidentemente si è trasferito in altre case; torna poi però invariabilmente in casa nostra. A volte, quando si esce dalla porta, sta proprio lì sotto appoggiato alla ringhiera delle scale, e viene voglia di parlargli. Naturalmente non gli si fanno domande difficili, ma lo si tratta – già la sua piccolezza induce a questo – come un bambino. «Come ti chiami?» gli si chiede. «Odradek», dice. «E dove abiti?» «Senza fissa dimora» dice, e ride; ma è solo una risata come la può emettere chi è senza polmoni. Suona all’incirca come il fruscio delle foglie cadute. Per lo più, con questo il colloquio finisce. D’altronde anche queste risposte non sempre si possono ottenere; spesso resta muto a lungo, come il legno di cui sembra esser fatto.
Mi chiedo inutilmente cosa avverrà di lui. Forse che può morire? Tutto ciò che muore ha avuto prima una specie di scopo, una specie di attività sulla quale si è logorato; questo non è il caso di Odradek. Forse dovrà allora un giorno rotolare ancora per le scale trascinando i suoi fili arrotolati fra i piedi dei miei figli, e dei figli dei miei figli? Certo, non fa danno a nessuno; ma questa idea, che possa anche sopravvivermi, mi dà quasi un dolore.


venerdì 13 febbraio 2015

Un disinvolto mondo di criminali - Peter Handke


Peter Handke racconta di due viaggi in Serbia, quando la Serbia era il nemico numero uno del mondo civile e giusto, il nostro, naturalmente.
Peter Handke cerca di capire e applica le parole di Adorno nei suoi ragionamenti e nei suoi comportamenti.
e, quando i potenti hanno deciso che ci sono solo il bianco e il nero,  sottrarsi a questa scelta prescritta è un crimine, o quasi, diventi un nemico.
Peter Handke si interroga, dubita, ascolta, parla, sta con i perdenti, un altro tedesco (Bertolt Brecht) scriveva che "fra i vinti la povera gente faceva la fame e fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente".
gli intellettuali, quelli non embedded, sono scomodi, fastidiosi, non sono patriottici, gli si fa terra bruciata intorno.
siano benedetti coloro i quali non scelgono fra bianco e nero - franz

ps: 
 dice Adorno: "La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta"






Il titolo originale - In lacrime, chiedendo - rivela il registro di scrittura che il noto autore austriaco (nato nel 1942) adotta per le "annotazioni a posteriori su due attraversamenti della Iugoslavia in guerra - marzo e aprile 1999", redatte durante la campagna della Nato. Handke trascrive le sue immediate reazioni alle operazioni militari degli alleati, ma soprattutto denuncia la manipolazione delle informazioni sui media occidentali. Deriva, il titolo, da uno degli ultimi colloqui dell'autore, ormai in procinto di lasciare il paese, con una oncologa di Novi Sad che, affranta, gli parlava delle sofferenze dei suoi pazienti, aumentate a dismisura a causa della guerra: "Questa donna non riesce a capire ciò che i paesi in cui si è sempre recata volentieri (è stata spesso negli Usa) stanno facendo al suo popolo. Ma poi, invece di indignarsi, chiede soltanto: 'insomma siamo davvero così colpevoli?'. E questi occhi qui, non immediatamente distolti, puntati dritti in faccia a noi, tenuti fissi nella luce e nel sole; CHIEDENDO tra le lacrime, chiedendo; chiedendo; rimprovero, tema per uno scultore, ma quale?".

Handke ha viaggiato con alcuni amici serbi in zone a lui care, incontrando persone che sentiva autentiche, spontanee, non corrotte dalla modernizzazione contemporanea. E non s'interroga su quali siano stati gli errori della politica serba negli ultimi anni - un aspetto, questo, che gli è stato spesso rimproverato -, piuttosto mette in evidenza i guasti causati dalla guerra, la pena degli abitanti, l'insensatezza dell'azione bellica. Si mette dalla parte dei deboli e delle vittime, e questo gli fa onore - d'altra parte, però, il suo modo d'indagare gli fa perdere di vista il contesto complessivo, soprattutto gli impedisce di individuare le radici del conflitto balcanico. Handke bolla la politica occidentale e i media che la sostengono con una durezza tale da parere talora non obiettivo, o comunque incapace di sondare sia le origini che le conseguenze di quella politica. Ma non solo: il suo procedere per partito preso gli impedisce di cogliere gli stessi deprecabili difetti nei media serbi, prima e durante i bombardamenti della Nato.

La contraddittorietà della sua posizione ha determinato una ricezione differenziata della sua figura in Serbia: se era ospite gradito ai detentori del potere - anche se non si può accusare Handke di aver sostenuto la dittatura - lasciava invece perplessa o addirittura divisa l'opposizione. Una frazione ridotta vedeva in lui lo scrittore famoso che con i suoi clamorosi interventi pubblici finiva - magari inconsapevolmente - di legittimare il regime aiutandolo a sopravvivere. Per la maggior parte dei lettori e degli intellettuali serbi, invece, Handke costituiva, soprattutto nel periodo dei bombardamenti, una forma di conforto. Lo sentivamo come unilaterale, sì, ma rappresentava pur sempre un barlume di speranza: ci trasmetteva l'illusione che non fossimo del tutto - e per sempre - abbandonati.



 E smettiamola di associare gli «snipers» di Sarajevo ciecamente ai «serbi»: la maggior parte dei caschi blu francesi uccisi a Sarajevo furono vittime dei cecchini musulmani. E smettiamola di collegare l'assedio (orribile, stupido, incomprensibile) di Sarajevo esclusivamente all'armata serbobosniaca: nella Sarajevo degli anni 1992-1995, decine di migliaia di civili serbi rimasero bloccati nei quartieri del centro, come Grbavica, che a loro volta erano assediati - eccome se lo erano! - dalle forze musulmane. E basta attribuire gli stupri soltanto ai serbi. Smettiamola di collegare le parole in modo unilaterale, alla maniera del cane di Pavlov. Allarghiamo l'apertura che ci si presenta. Che la breccia non sia più ostruita da parole marce e avvelenate. Resti fuori ogni mente malvagia. Abbandoniamo finalmente questo linguaggio. Impariamo l'arte della domanda, viaggiamo nel paese sonoro, in nome della Jugoslavia, in nome di un'altra Europa. Viva l'altra Europa. Viva la Jugoslavia. Zivela Jugoslavija.



 «Uno così» può e deve anche potersi comportare come gli dettano le sue emozioni. E nessuno può seriamente biasimare Peter Handke se per lui quella dei serbi è una questione molto personale e fortemente sentita. O forse non è così? Forse è giusto biasimare chi ha il coraggio di una totale franchezza e umanità, nel mondo freddo e impersonale che è quello della politica? (E anche se così fosse, non sarebbero comunque giustificate certe etichette e certe accuse che rasentano il linciaggio morale). Il fatto che abbia detto una frase di troppo (quell´infelice paragone tra i serbi e gli ebrei) lo ha ammesso, e per iscritto, già da anni (un´ammissione apparsa anche sui giornali tedeschi). All´epoca se ne prese atto senza alcuna replica.

Perché ora tutto questo viene tirato un´altra volta in ballo, come se lo stesso Handke non avesse ritrattato quella frase?

Chi si accontenta di basarsi sul sentito dire, su voci o su fonti anonime, non esita neppure un attimo a demonizzare un uomo come Peter Handke. E sempre esaltante veder cadere un grande dall´altare nella polvere. (Come nello sport, che pochi paesi seguono come il nostro.) Ma il «lettore», che giudica con cognizione di causa (o meglio evita di giudicare) non esiterà a schierarsi contro la denigrazione in atto. Di fatto, non può che solidarizzare con il suo autore e dargli manforte. Anche perché altrimenti «il suo leggere» ne uscirebbe screditato…


sabato 6 settembre 2014

Quando il bambino era bambino – Peter Handke

Quando il bambino era bambino,
andava con le braccia a penzoloni,
voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume fosse una corrente,
e questa pozzanghera il mare.
Quando il bambino era bambino,
non sapeva di essere bambino,
tutto era per lui animato,
e tutte le anime erano una.
Quando il bambino era bambino,
non aveva opinione su niente,
non aveva abitudini,
sedeva spesso a gambe incrociate,
e di colpo cambiava posizione,
aveva un vortice nei capelli
e non faceva facce da fotografare.
Quando il bambino era bambino,
era il tempo delle seguenti domande:
Perché io sono io e perché non tu?
Perché io sono qui e perché non là?
Quando è iniziato il tempo e dove finisce lo spazio?
È forse la vita sotto il sole nient’altro che un sogno?
Ciò che vedo, sento e odoro
è forse solo l’apparenza di un mondo di fronte al mondo?
Esiste realmente il male e persone che sono veramente cattive?
Come può essere, che io, che sono,
prima di essere, non ero,
e che io, che sono, un giorno
non sarò più quello che sono?
Quando il bambino era bambino,
si strozzava con gli spinaci, i piselli, il riso al latte,
e con il cavolfiore bollito.
E adesso mangia tutto ciò, e non solo per necessità.
Quando il bambino era bambino,
si svegliò una volta in un letto sconosciuto
e ora succede sempre così,
molte persone gli sembravano belle
e ora solo in qualche caso fortunato,
si immaginava chiaramente il Paradiso
e ora ne ha solo il presentimento,
non poteva pensare al nulla
e oggi rabbrividisce al solo pensiero.
Quando il bambino era bambino,
giocava con entusiasmo
e ora è tutto immerso nella cosa come allora solo
quando questa cosa è il suo lavoro.
Quando il bambino era bambino,
gli bastavano per nutrirsi mela, pane,
ed è ancora così.
Quando il bambino era bambino,
le bacche gli cadevano in mano, come solo le bacche sanno cadere
e ora è ancora così,
le noci fresche gli raspavano la lingua
e ora è ancora così,
aveva su ogni montagna
la nostalgia di una montagna sempre più alta
e in ogni città
la nostalgia di una città sempre più grande,
prendeva sulla cima di un albero le ciliegie tutto euforico,
come è ancora oggi,
aveva timore verso ogni straniero
e ne ha tutt’ora,
aspettava la prima neve,
e la aspetta ancora.
Quando il bambino era bambino,
lanciava un bastone contro l’albero come una lancia,
e ancora oggi continua a vibrare.
da qui

mercoledì 27 agosto 2014

Un po' di compassione - Rosa Luxemburg

quando Rosa Luxemburg era in carcere, prima di essere ammazzata, donna, intelligente e socialista rivoluzionaria, scrisse una lettera all’amica Sophie (Sonja) Liebknecht, sorella di Karl.
racconta dell'incontro con un'animale e dei pensieri che sono nati (la lettera è qui sotto).
Karl Kraus fece conoscere la lettere nelle sue conferenze, la pubblicò su una rivista e rispose alla lettera di una lettrice.
libretto piccolo e grandissimo.
cercatelo e poi leggetelo, non ve ne pentirete - franz 


"Ahimè, Sonicka, qui ho provato un dolore molto intenso. Nel cortile dove vado a passeggiare arrivano di frequente carri dell’esercito zeppi di sacchi o di vecchie giubbe e casacche militari, spesso con macchie di sangue. Vengono scaricate, distribuite nelle celle per i rattoppi e quindi di nuovo caricate e rispedite all’esercito. Qualche tempo fa è arrivato un carro tirato da bufali anziché da cavalli. Per la prima volta ho visto questi animali da vicino. Di struttura sono più robusti e più grandi rispetto ai nostri buoi, hanno teste piatte e corna ricurve verso il basso, il cranio è più simile a quello delle nostre pecore, completamente nero e con grandi occhi mansueti. Vengono dalla Romania, sono trofei di guerra… I soldati che conducono il carro raccontano quanto sia difficile catturare questi animali bradi, e ancor più difficile farne bestie da soma, abituati com’erano alla libertà. Furono presi a bastonate in modo spaventoso, finché valse anche per loro il detto «vae victis»… Soltanto a Breslavia, di questi animali, dovrebbe esservene un centinaio; avezzi ai grassi pascoli della Romania, ora ricevono cibo misero e scarso. Vengono sfruttati senza pietà, per trainare tutti i carichi possibili, e assai presto si sfiancano.
Qualche giorno fa arrivò dunque un carro pieno di sacchi, accatastati a una tale altezza che i bufali non riuscivano a varcare la soglia della porta carraia. Il soldato che li accompagnava, un tipo brutale, prese allora a batterli con il grosso manico della frusta in modo così violento che la guardiana, indignata, lo investì chiedendogli se non avesse un po’ di compassione per gli animali. «Neanche per noi uomini c’è compassione» rispose quello con un sorriso maligno e battè ancora più forte… Gli animali infine si mossero e superarono l’ostacolo, ma uno di loro sanguinava… Sonicka, la pelle del bufalo è famosa per essere assai dura e resistente, ma quella era lacerata. Durante le operazioni di scarico gli animali se ne stavano esausti, completamente in silenzio, e uno, quello che sanguinava, guardava davanti a sé e aveva nel viso nero, negli occhi scuri e mansueti, un’espressione simile a quella di un bambino che abbia pianto a lungo. Era davvero l’espressione di un bambino che è stato punito duramente e non sa per cosa né perché, non sa come sottrarsi al tormento e alla violenza bruta… gli stavo davanti e l’animale mi guardava, mi scesero le lacrime – erano le sue lacrime; per il fratello più amato non si potrebbe fremere più dolorosamente di quanto non fremessi io, inerme davanti a quella silenziosa sofferenza. Quanto erano lontani, quanto irraggiungibili e perduti i verdi pascoli, liberi e rigogliosi, della Romania! Quanto erano diversi, laggiù, lo splendore del sole, il soffio del vento, quanto era diverso il canto armonioso degli uccelli o il melodico richiamo dei pastori! E qui… questa città ignota e abominevole, la stalla cupa, il fieno nauseabondo e muffito, frammisto di paglia putrida, gli uomini estranei e terribili e… le percosse, il sangue che scorre giù dalla ferita aperta. Oh mio povero bufalo, mio povero, amato fratello, ce ne stiamo qui entrambi così impotenti e torpidi e siamo tutt’uno nel dolore, nella debolezza, nella nostalgia. Intanto i carcerati correvano operosi qua e là intorno al carro, scaricavano i pesanti sacchi e li trascinavano dentro l’edificio; il soldato invece ficcò le mani nelle tasche dei pantaloni, se ne andò in giro per il cortile ad ampie falcate, sorrise e fischiettò tra sé una canzonaccia. E tutta questa grandiosa guerra mi passò davanti agli occhi…

Vi abbraccio, Sonicka
La vostra R."
Breslavia, dicembre 1917

Rosa Luxemburg (1871-1919), laureata in filosofia e in giurisprudenza, rivoluzionaria pacifista, ristretta in carcere, infine trucidata. Vogliamo ricordarla con un brano dalla celebre lettera scritta dal carcere all’amica Sophie (Sonja) Liebknecht.



Il nostro cervello è soprattutto un dispositivo per guardare il mondo. Da qui il fatto che le nostre produzioni culturali prendono nomi che ruotano attorno alla costellazione del “vedere”: dalle ideologie, passando per le Weltanschauungen, fino all’attuale e volgare “società delle immagini”. E gli animali sono tra gli “oggetti visibili” che esercitano una potente fascinazione sul nostro sguardo, non solo in quanto dotati di movimento e di un’estrema varietà fenomenica, ma anche e soprattutto perché unici nella loro capacità di restituirci lo sguardo, di dialogare con noi attraverso di esso e quindi di risponderci. Ecco allora che dai modi in cui ci disponiamo a guardare e a farci guardare dagli animali possiamo apprendere molto sulle visioni del mondo che a questi sono sottese.
Il prototipo dello scambio di sguardi “classico” tra noi e gli altri animali è quello di Odisseo: lo sguardo della negazione. Il ritorno di Odisseo a Itaca dopo venti anni di peripezie è segnato, infatti, da un intenso scambio di sguardi tra l’eroe guerriero (antesignano dell’uomo occidentale: freddo razionale e privo di quelle emozioni, tipiche dell’animalità dalla quale si è definitivamente alienato) e il cane Argo. Questo scambio di sguardi è interrotto da Odisseo, più interessato a riprendersi ciò che è suo che a condividere il dolore di un amico morente: Odisseo volge lo sguardo altrove, limitandosi ad emettereuna ed una sola lacrima.
In una situazione per molti versi analoga, Rosa Luxemburg ci presenta, invece, un diverso modo di guardare e di farsi guardare dal mondo non umano. La Luxemburg, prigioniera politica nel carcere di Breslavia e pochi mesi prima di essere uccisa a colpi di calcio di fucile, osserva le sevizie a cui un militare sottopone un bufalo e ne parla con accenti accorati e delicatissimi in una lettera all’amica Sonja Liebknecth, lettera recentemente riproposta da Adelphi, insieme a testi di Kraus, Kafka, Canetti e Roth – tutti incentrati intorno alla “galassia” del dolore animale – in un piccolissimo libro intitolatoUn po’ di compassione

martedì 27 novembre 2012

Il pescatore e il turista - Heinrich Böll


In un porto della costa occidentale europea un uomo vestito poveramente se ne sta sdraiato nella sua barca da pesca e sonnecchia.
Un turista vestito con eleganza sta appunto mettendo una nuova pellicola a colori nella sua macchina fotografica per fotografare quella scena idilliaca: cielo azzurro, mare verde con pacifiche, candide creste di spuma, barca nera, berretto da pescatore rosso.
Clic. Ancora una volta: clic, e siccome non c’è due senza tre, ed è sempre meglio essere sicuri, una terza volta: clic.
Quel rumore secco, quasi ostile sveglia il pescatore mezzo addormentato, che si drizza pieno di sonno, cerca, pieno di sonno, il suo pacchetto di sigarette, ma prima di averlo trovato lo zelante turista gliene mette già un altro sotto il naso, gli ha infilato una sigaretta non proprio in bocca ma tra le dita, e un quarto clic, quello dell’accendino, conchiude quella sollecita cortesia. Quell’eccedenza quasi impercettibile, assolutamente indimostrabile di scattante cortesia ha provocato un irritato imbarazzo che il turista, il quale conosce la lingua locale, cerca di superare entrando in conversazione.
- Oggi lei farà una buona pesca.
Il pescatore scuote la testa.
- Perché? Non uscirà al largo?
Il pescatore scuote la testa; crescente nervosismo del turista. Deve stargli proprio a cuore il bene di quell’uomo poveramente vestito, e certo lo tormenta il pensiero di quell’occasione perduta.
- Oh, lei non si sente bene?
Finalmente il pescatore passa dal linguaggio dei segni alla parola articolata.
- Mi sento benone, - dice. - Non mi sono mai sentito meglio - .
Si alza, si stira come per far vedere l’atleticità del suo fisico. - Mi sento una cannonata.
Il volto del turista assume un’espressione sempre più infelice, non può più reprimere la domanda che, per così dire, minaccia di fargli scoppiare il cuore:
- Ma allora perché non esce al largo? La risposta arriva subito, asciutta.
- Perché l’ho già fatto stamattina.
- E’ stata una buona pesca?
- Talmente buona che non ho bisogno di uscire un’altra volta, ho preso quattro aragoste, quasi due dozzine di maccarelli…
Il pescatore, finalmente sveglio, ora si scioglie e dà qualche rassicurante pacca sulla spalla al turista. La sua faccia preoccupata gli sembra l’espressione di un’ansia magari fuori posto ma commovente.
- Ne ho persino abbastanza per domani e dopodomani, -dice per sollevare l’animo dello straniero.
- Fuma una delle mie sigarette?
- Sì, grazie.
I due mettono in bocca le sigarette, un quinto clic, lo straniero si siede scuotendo la testa sul bordo della barca, mette da parte l’apparecchio fotografico perché adesso gli servono tutte e due le mani per dare forza al suo discorso.
- Io non voglio immischiarmi nei suoi affari privati, - dice, - ma immagini di uscire al largo, oggi, una seconda, una terza, magari una quarta volta e di pescare tre, quattro, cinque, forse addirittura dieci dozzine di maccarelli… se lo immagini un po’.
Il pescatore annuisce.
- Faccia conto, - continua il turista, - che non solo oggi, ma domani, dopodomani, in ogni giorno favorevole lei esca al largo due, tre, magari quattro volte… lo sa che cosa succederebbe?
Il pescatore scuote la testa.
- In un anno al massimo lei potrebbe comprarsi un motore, entro due anni una seconda barca, fra tre o quattro anni lei potrebbe forse avere un piccolo cutter, con le due barche o il cutter lei naturalmente pescherebbe molto di più. Un bel giorno lei avrebbe due cutter, e allora… -
L’entusiasmo gli strozza la voce per qualche istante.
- Allora lei si costruirebbe una piccola cella frigorifera, magari un affumicatoio, più tardi una fabbrica di pesce in salamoia, andrebbe in giro nel suo elicottero personale, scoprirebbe dall’alto le schiere di pesci e lo comunicherebbe via radio ai suoi cutter. Potrebbe acquistare il diritto alla pesca del salmone, aprire un ristorante specializzato in pesce, esportare direttamente a Parigi, senza intermediari, le aragoste;
e poi… -
Ancora una volta l’entusiasmo impedisce allo straniero di parlare. Scuotendo il capo, afflitto nel profondo del cuore, avendo già quasi perso il piacere delle vacanze, guarda le onde che avanzano dolcemente e dove è tutto un allegro guizzare di pesci non pescati.
- E poi, - dice, ma ancora una volta l’eccitazione lo rende muto.
Il pescatore gli batte sulla schiena come a un bambino a cui sia andato un boccone di traverso.
- Che cosa? - gli chiede sottovoce.
- E poi, - dice lo straniero con un entusiasmo estatico, - e poi lei potrebbe starsene in santa pace qui nel porto, sonnecchiare al sole… e contemplare questo mare stupendo.
- Ma questo lo faccio già, - dice il pescatore, - me ne sto in santa pace qui nel porto e sonnecchio, è solo il suo clic che mi ha disturbato.
Il turista così ammaestrato se ne andò via pensoso, perché un tempo anche lui aveva creduto di lavorare per non dover più lavorare un giorno, e in lui non restava traccia di compassione per quel pescatore poveramente vestito, solo un poco d’invidia.

venerdì 21 settembre 2012

Storia naturale della distruzione - W.G. Sebald

il racconto dei bombardamenti che ci sono durante le guerre, e che quasi nessuno racconta, per vari motivi.
qui Sebald racconta qualcosa di chi c'era.

una poesia di Bertolt Brecht:

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente.

cosa sappiamo dei bombardamenti in Irak e in Afghanistan? - franz






Merita d'essere letto non perché sia il libro migliore del grande scrittore tedesco morto nel 2001 in un incidente d'auto, ma perché è un libro sulla letteratura in cui, oltre a tutte le tematiche che trovano spazio nella sua straordinaria opera, viene messa in luce la radice dell'oblìo (o una di esse) da cui tutto quello che Sebald scrive nasce: l'incapacità di farsi carico della responsabilità del mondo da parte di almeno due generazioni di tedeschi (e il primo riferimento che mi viene in mente al proposito è la lacuna del tempo di cui parla Hannah Arendt).
Il libro ospita due contributi: il primo ha come tema l'assenza, nella letteratura dell'immediato dopoguerra, della memoria della distruzione delle città tedesche durate il secondo conflitto mondiale; il secondo, tracciando un bilancio della vita e dell'opera di Alfred Andersch, è una riflessione sulla mancanza di elaborazione, da parte degli scrittori tedeschi, di tutto quel che accadde in Germania fino al 1945. E anche quei pochi autori, come appunto Andersch, che hanno come tema delle proprie opere, in parte, quegli anni, in realtà, a detta di Sebald, non ne dicono nulla, limitandosi a riproporre (il che annichilisce la ragion d'essere della Letteratura) e accondiscendere la vulgata della tragedia senza responsabili, né cause, né nomi e come qualcosa che non appartiene mai al presente, a nessun presente…

…Il libro non ha mancato di suscitare certo interesse anche in Italia, in particolare si segnala la densa recensione di Gustavo Corni su “L’Indice” del gennaio scorso, per la chiarezza con cui sono indicate le ragioni che hanno concorso alla nascita prima e al consolidamento poi dei “buchi” nella memoria collettiva tedesca. Corni inoltre coglie, negli ultimi anni, i segni di una positiva “normalizzazione” nei rapporti col passato: in letteratura testimoniata dai libri di Sebald e Grass, in sede storiografica da Jörg Friedrich, La Germania bombardata. La popolazione tedesca sotto gli attacchi alleati 1940-1945 (Mondadori 2004, ed. orig. 2002), in patria clamoroso successo editoriale. Ma il recensore, tra i tanti meriti, ha il torto di addebitare a Sebald certa miopia (non aver colto questo processo di “normalizzazione”, testimoniato dalle pubblicazioni recenti di cui sopra, non averne ricercato le ragioni) quando invece - ma poi lo dice, sebbene obliquamente - semplicemente non fece in tempo, perché la morte prematuramente lo colse, nel 2001.
Sebald, come evidenziato da Corni, non risponde adeguatamente al quesito centrale - il perché della rimozione nella memoria collettiva tedesca; egli si limita a documentare la tragedia  e ciò vale a infrangere - merito non da poco - il tabù del silenzio. La risposta di Sebald è presente  implicitamente al termine del testo delle conferenze di Zurigo, e pare confermare quel senso di colpa - irredimibile? - da cui il popolo tedesco è afflitto e dal quale nemmeno lo scrittore si dimostra del tutto immune. Si leggano le sue parole conclusive: “E nel pensare alle notti di fuoco a Colonia, ad Amburgo e a Dresda, dovremmo anche ricordarci che già nell’agosto del 1942 (quando la Wehrmacht, con le avanguardie della sesta armata, aveva raggiunto il Volga e non pochi fra i soldati fantasticavano del tempo in cui, finita la guerra, si sarebbero stabiliti in una tenuta di campagna con un bel giardino di ciliegi sulle rive del placido Don) la città di Stalingrado, in quei giorni traboccante di profughi come più tardi Dresda, veniva bombardata da milleduecento aviatori e che, durante quell’attacco capace di suscitare sentimenti di giubilo fra le truppe tedesche attestate sull’altra sponda, quarantamila persone persero la vita”.

l’opera sistematica di rimozione degli orrori della guerra assume la tetra consistenza di un provvidenziale cono d’ombra che oscura non solo i massacri in cui la popolazione tedesca assume il ruolo di vittima sacrificale, ma anche  retroattivamente, quelli in cui, poco tempo prima, le ‘vittime’ avevano sapientemente interpretato la parte di ‘volenterosi carnefici di Hitler’: “ un popolo che aveva assassinato e torturato milioni di persone nei suoi lager non poteva certo chiedere conto alle potenze vincitrici della logica politico-militare che aveva imposto la distruzione delle città tedesche” ...
Questa richiesta di oblio suona come bestemmia davanti a quel Sebald che aveva ‘aperto’ la prima delle quattro Vite del suo primo libro, quella del dottor Henry Selwin, con l’epigrafe-emblema : ”Distruggete anche l’ultima cosa, il ricordo no”.  La cronaca dell’orrore è quindi necessaria, anche se dovrà evitare il rischio di ricavare effetti estetizzanti dalle rovine di un mondo devastato perché altrimenti  “ la letteratura contravviene invece alla propria legittimazione”.  Frames indelebili del libro: la madre con il cadavere carbonizzato del bambino dentro la valigia, il libraio che spaccia sottobanco, come materiale pornografico, le foto dei cadaveri, la massaia che lava i vetri in un casa intatta in mezzo al deserto di macerie, lo scrittore che scopre di essere straniero perché, in treno, è l’unico a non guardare fuori dal finestrino la schiera interminabile delle rovine e delle macerie, la devastazione dello zoo di Amburgo, tanto simile nella descrizione al delirio ebbro del Kusturica di “Underground”, lo scempio di quella replica dell’Eden che,secondo la volontà di potenza dei regnanti europei, dovevano essere i giardini zoologici delle grandi capitali europee.
da qui



lunedì 19 dicembre 2011

Austerlitz - Winfrid Georg Sebald

ho iniziato a leggerlo qualche mese fa, ma non riuscivo ad entrare nella storia, ho lasciato perdere.
ho riprovato da poco, e superata la prima parte, che ti porta in giro, ma non sai dove, è venuto il bello.
bisogna fidarsi.
la storia è una ricerca delle origini, delle radici, quelle vere.
e scopri tutto dalle parole di Jacques Austerlitz, e "vedi" Praga, Terezin, Parigi.
un libro emozionante e coinvolgente.
vogliatevi bene, leggetelo, anche se vi farà soffrire - franz

 

…Sebald è un autore che seleziona i suoi lettori e credo che la scarsa fortuna dei suoi libri (da cui la sua ristretta notorietà) sia dovuta ad un’altrettanto scarsa platea di potenziali lettori. Sebald è decisamente uno scrittore non al passo con i tempi poiché il suo afflato culturale è troppo distante dalla normalità speculativa che ci tocca osservare anche negli ambienti intellettualmente distinti.

Superato però lo scoglio culturale il libro scorre e appassiona rivelandosi un testo post moderno vero e proprio, collettanea di resoconti senza un reale legame, minimalia tecnologiche, enciclopedia naturalistica, artistica, sperimentale.

Un testo apparentemente caotico e senza senso ma invece coeso, denso e significante in una traccia di equidistanza valoriale tra le diverse discipline, la realtà e l’esistenza. Una visione di esistenza distante, estranea, assurda; un personaggio dal nome improprio che in realtà nome non ha e che rappresenta il racconto della sua vita come un apolide metafisico (vi ho trovato infatti assonanze ed affinità con Cioran e con il Canetti di Autodafè). Un apolide della società, non solo con riferimento alla nazionalità ma anche alla cultura, all’atteggiamento culturale. Un approccio settecentesco alla scienza ed ai saperi umanistici, uniti da uno sforzo intellettivamente superiore di coesione alchimistica.

Decisamente la lettura non lascia indifferenti a patto che ci si sottoponga ad un modesto inquadramento come “lettore” che non ha facoltà interpretative poiché il testo è un’opera “chiusa”, nel senso indicato dagli strutturalisti francesi ed ossia completa, non integrabile, studiabile solo in quanto unione di forma e contenuto già tutti dentro il testo. Se si vuole e si può stare al patto se ne resterà appagati. Altrimenti, e lo dico col cuore, che il lettore prenda altre vie a lui più congeniali…

da qui

 

Winfrid Georg Sebald è nato nel 1944, ha lasciato la Germania a venticinque anni non potendo più tollerare quel silenzio con il quale la generazione dei padri continuava a nascondere i crimini e le sofferenze provocate dal nazismo e da una guerra devastante, incapaci di confrontarsi con un passato.

Emigra quindi in Inghilterra, dove insegna letteratura tedesca fino alla morte, avvenuta nel dicembre 2001. Aver lasciato, però, la sua terra natia non ha voluto per lui dire dimenticare, voltar pagina, ma al contrario ripercorrere vicende che hanno lasciato segni e ferite indelebile in chi le ha vissute.

Le tragedie del ‘900, soprattutto quelle tedesche, vengono riviste con gli occhi di chi le ha subite o di chi ne è scampato, come in alcuni racconti degli Emigrati oppure, come nel caso di Jacques Austerlitz, di chi cerca di ricomporre la propria identità ricostruendo la storia della propria origine, ma che continuamente si scontra con la difficoltà della memoria di mantenere in vita ciò che invece va dissolvendosi nella dimenticanza…

continua qui

 

…And I have read few books that provide such an intense sense of place and the relationship of buildings to their history, including, for example, a hypnotic description of how Austerlitz discovers the streets where he was born, as well as of particular places, from Antwerp railway station to Tower Hamlets cemetery.

Sebald describes a universe which is peculiar but recognisable, the way experience of the world can be shaped by a strongly academic and historical intelligence. I can't really comprehend his prose style, so distinctive in the length of his sentences and the slight archaism of manner, the monotony of its cadences probably due to the fact that it was originally written in German and then translated. But I would strongly recommend anyone who has not experienced his writing to do so, because it succeeds in communicating issues of great importance concerning time, memory and human experience.

Not least I would recommend reading Austerlitz's account of trying to find out what happened to his father in the new Bibliothèque Nationale and failing to do so because its design appears calculated to frustrate the aspirations of its readers, such that one realises that the mentality which led to the concentration camp at Terezin is perfectly capable of designing comparable buildings in the present.

Inhumanity does not cease. Is what Sebald writes true? It does not matter. It is the most powerful fiction.

da qui

 

Scrittura inusuale quella di Sebald, fatta non solo di parole ma anche di fotografie e riproduzioni di documenti anche del tutto secondari, come il biglietto d'ingresso a un museo. Una prosa laboriosa e malinconica che seduce e impressiona, anche quando sembra fare il verso alla letteratura, come a volerne dichiararne l'inutilità o l'impotenza a fermare i drammi della Storia. Un libro difficile, persino ambiguo, ma che affascina e incuriosisce parecchio, anche quando lo stile elegiaco si fa esagerato, saturo di richiami letterari e prende un tono malinconico per via dei periodi lunghi e lenti e provoca nel lettore (o almeno a me) un senso d'angoscia, di straniamento...

da qui