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lunedì 6 marzo 2023

Firenze, sei bella come l’antifascismo! - Tomaso Montanari

Firenze, sei bella come l’antifascismo! E anche il padre Dante lassù – nonostante qualche parere contrario – a me oggi pare proprio antifascista!

È facile dire che cosa sia il fascismo: come ha detto il presidente Mattarella, il fascismo è il contrario della Costituzione. Proprio come la mafia è il contrario dello Stato: è l’antistato. Peppino Impastato diceva che la mafia è una montagna di merda. Sì: proprio come lo è il fascismo: una montagna di merda. Immaginiamo allora per un attimo che invece che a Firenze, il pestaggio del Michelangiolo fosse avvenuto davanti a una scuola di Palermo, e che fosse di stampo mafioso. Immaginiamo un Governo che non ne prendesse le distanze, anzi cercasse di derubricarlo a “rissa”, negandone il carattere mafioso. Immaginiamo che politici e giornalisti dicessero, a denti stretti, di essere a-mafiosi: ma si rifiutassero di dirsi anti-mafiosi. Cosa penseremmo, se non che c’è una enorme zona grigia di complicità con la mafia? Ecco, oggi nel Paese, nella politica e nei media c’è una grande zona grigia di complicità con i fascisti. Ma, ci dicono, questo Governo non c’entra nulla col fascismo! E io dico: se il ministro della Scuola intimidisce una preside perché ha parlato di antifascismo, dove siamo? Fascista è chi il fascista fa!

Come scrisse un allievo del Michelangiolo, Piero Calamandrei, «mentre quelli, i fascisti, picchiavano, una gran massa inerte li lasciava fare». Noi oggi siamo qua perché non vogliamo lasciarli fare: vogliamo dire che siamo antifascisti. Non solo in piazza: lo vogliamo dire a scuola, e all’università. Vedete, chi dice che a scuola non si parla di antifascismo perché sennò si fa politica, sbaglia due volte. Primo perché l’antifascismo è la religione civile della Repubblica: è la premessa elementare perché ci sia libertà. La politica comincia dopo. E secondo perché se in una classe di 30 ragazzi tre sono fascisti dichiarati e ventisette si dicono apolitici, il risultato è uguale a 30 fascisti. E queste sono parole della Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani.

Proprio don Milani oggi è importante. Perché il fatto che anche Firenze ci siano ragazzi che aderiscono a quella disperata ideologia della morte che è il fascismo, è un problema che incolpa noi: a partire da me che, oltre a essere un genitore, faccio il professore e il rettore di una università della Repubblica; e tutti noi, che ci diciamo antifascisti. Perché oggi, al tempo del ministero dell’Istruzione e del merito, la situazione è anche peggiore di quella che Milani combatteva. La scuola è stata messa al servizio dello stato delle cose, non del suo scardinamento. Serve a trasformare i ragazzi in capitale umano, in merce nel mercato del lavoro, in pezzi di ricambio per il mondo così com’è. Fa ancora parti eguali fra diseguali: e lo chiama ‘merito’. Manda ancora via i malati, e cura i sani: e la chiama “selezione”. E così adesso è la stessa democrazia ad essere a gravissimo rischio, tra astensionismo e ritorno del fascismo: perché non si è lavorato a produrre “una massa cosciente”. Eppure è solo a questo che serve la scuola – sono ancora parole di don Lorenzo – : «non a selezionare una classe dirigente ma a formare una massa cosciente».

Vogliamo davvero essere antifascisti? Riportiamo la scuola alla sua funzione costituzionale: permettiamo che la scuola abbia una coscienza civile. Per non tradire anche noi i nostri ragazzi: perché se accanto ai calci dei fascisti poi si prendono anche la scuola del merito e dell’alternanza scuola lavoro, allora davvero non c’è speranza. E non solo per i nostri ragazzi. Anche per quei ragazzi fascisti che sono venuti a picchiare al Michelangiolo. Sono nostri ragazzi anche quelli: anche di quelli ci sarà chiesto conto. E nessuno, anche di voi ragazzi, pensi che la testa dei fascisti si apra a forza di colpi con la chiave inglese: perché antifascimo e nonviolenza oggi sono una cosa sola. Ai fascisti la testa gli si apre con una scuola giusta. Una scuola che faccia loro amare la vita, e abbandonare quella oscena via di morte e violenza.

Un altro grande allievo del Michelangiolo, Carlo Rosselli, ha spiegato nel 1934, tre anni prima di essere ammazzato dai fascisti, cosa vuol dire essere antifascisti: «Siamo antifascisti non tanto e non solo perché siamo contro quel complesso di fenomeni che chiamiamo fascismo; ma perché siamo per qualche cosa che il fascismo nega ed offende, e violentemente impedisce di conseguire. Siamo antifascisti perché in questa epoca di feroce oppressione di classe e di oscuramento dei valori umani, ci ostiniamo a volere una società libera e giusta, una società umana che distrugga le divisioni di classe e di razza e metta la ricchezza, accentrata nelle mani di pochi, al servizio di tutti. Siamo antifascisti perché nell’uomo riconosciamo il valore supremo, la ragione e la misura di tutte le cose, e non tolleriamo che lo si umilii a strumento di Stati, di Chiese, di Sette, fosse pure allo scopo di farlo un giorno più ricco e felice. Siamo antifascisti perché la nostra patria non si misura a frontiere e cannoni, ma coincide col nostro mondo morale e con la patria di tutti gli uomini liberi».

Eccolo tutto intero l’elenco di quello che dobbiamo a questi nostri ragazzi. Una società libera, e giusta: perché una cosa senza l’altra non regge. E invece abbiamo costruito una società in cui i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri. Una società in cui la persona umana è un mezzo, e non un fine. Un’Europa in cui ci si fa ancora la guerra, usando i corpi di ragazzi come i nostri, per le frontiere e le patrie. C’è un modo solo per essere credibili nell’antifascismo che oggi qua proclamiamo. Attuare il progetto di Carlo Rosselli: dal quale la Firenze e l’Italia che consegniamo ai nostri ragazzi non potrebbero essere più lontane.

Quel progetto è tutto scritto nell’articolo 3 della Costituzione antifascista: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Solo se ricominceremo ad attuarlo, il nostro antifascismo sarà credibile. Perché allora sarà vero. Viva Firenze antifascista!

È l’intervento svolto dall’autore in piazza a Firenze all’esito del corto antifascista del 4 marzo

da qui

 


lunedì 18 novembre 2019

Venezia affonda


Venezia affonda - Lanfranco Caminiti

Se l’Apocalisse verrà, inizierà da Venezia.
Cos’avrebbe da colpire a Milano, quel bosco verticale di Boeri?
Cos’avrebbe da colpire a Firenze, quell’ininterrotta sequenza di pizzerie, gelaterie, jeanserie che ne hanno cambiato per sempre il volto?
E a Roma? Cos’avrebbe da colpire a Roma che non sia già sinistrato dall’incuria di uomini e amministrazioni? Tra buche, sprofondamenti, voragini, disservizi? E poi, se i quattro cavalieri dell’Apocalisse arrivassero a Roma farebbero la fine del marziano di Flaiano, qualcuno chiederebbe uno strappo per arrivare prima in centro, qualcuno salirebbe in groppa chiedendo se c’è tassametro e regolare fattura e balzando sul bianco destriero – aho’ gajardo, ammazza’ che ve siete ‘nventati.
No, è a Venezia che inizierà l’Apocalisse – perché è la città più delicata del mondo, proprio come un vetro soffiato; la città più improbabile del mondo, non si costruiscono fondamenta sull’acqua ma sulla terra – così dicono le Scritture; la città più bella del mondo.
Quando l’Apocalisse verrà a Venezia, essa non porterà carestia, guerra, peste, morte – e non avrà la forma del fuoco che tutto brucia. Quando l’Apocalisse verrà a Venezia, avrà la forma dell’acqua. Di acqua è vissuta Venezia, della sua intelligenza secolare di sfidarla, domarla, vincerla, convivervi, di acqua perirà. Il MOSE, pasticcio e spreco, sarà la sua nemesi: non divide le acque, non le trattiene, anzi consente che passino, che sommergano.
Come i villaggi delle valli che, quando si costruisce una diga, finiscono sommersi, la guglia del campanile che ancora appena affiora, in certi giorni e in certe condizioni addirittura si può sentire il rumore sinistro della campana, e tutto il resto sotto: le case, le scuole, il forno, l’officina, la chiesa. Così sarà: il campanile di San Marco che appena affiora – e tutto il resto sotto.
Quando l’Apocalisse verrà e avrà sommerso tutto, vivremo sulle zattere e ci sposteremo seguendo le correnti e nessuno ricorderà più che un giorno il mondo era popolato di città bellissime – e avremo le branchie e avremo i piedi pinnati, proprio come Kevin Costner in Waterworld, perché avremo imparato a vivere più nell’acqua che fuori. E cercheremo una Dryland, una terra asciutta – che è come l’isola del tesoro – che però è solo un racconto, una storia, una fiaba che si continua a dire ai bambini, non c’è nessuna isola asciutta.
I popoli del mare, creature d’acqua che vivono da sempre sul fondo marino, da prima che l’uomo apparisse sulla terra, sono stanchi. Del nostro inquinamento, delle nostre guerre sottomarine, della Great Pacific Garbage Patch – il continente di spazzatura che galleggia nel Pacifico grande quanto la Spagna, e forse di più. Dei pesci, le creature con cui convivono, che muoiono ingoiando le nostre schifezze, le nostre plastiche che non scompaiono mai. I popoli del mare hanno deciso di sommergerci, con degli tsunami che creano apposta per coprire d’acqua le nostre intollerabili città. Forse, come nel film Abyss di Cameron, un semplice gesto d’amore, un semplice atto di altruismo, ci può salvare. Li commuoverebbe, li tratterrebbe dai loro terribili propositi. Ne siamo ancora capaci? C’è un uomo che ne è ancora capace? C’è un bimbo che è pronto a mettere il dito nella diga che sta già gocciolando dal buco e presto il terrapieno esploderà invadendo il villaggio?
L’atrio della Basilica di San Marco è andato sommerso – quello spazio era, un tempo, il luogo del pentimento. E della punizione. L’anno scorso ci furono due picchi intorno al metro e mezzo. Stavolta siamo andati oltre. È la quinta volta nella storia. Il salso ha aggredito i mosaici, i mattoni, le colonne, che sono lì da mille anni – si teme per la sua stabilità.
L’Apocalisse è già arrivata. E è iniziata a Venezia.

da qui


Venezia mostra che l’Italia è nel mezzo di una crisi climatica - Stefano Liberti

L’acqua alta che ha sommerso Venezia nella notte tra il 12 e il 13 novembre – la seconda più alta di sempre, dopo la cosiddetta acqua granda del 1966 – è un sintomo emblematico di quanto la crisi climatica stia incidendo sulla fisionomia dell’Italia. Il sindaco della città, Luigi Brugnaro, lo ha sottolineato così: “Questi sono evidentemente gli effetti dei cambiamenti climatici”.
Provocata da un vortice di venti che ha assunto una velocità fuori dal comune e ha sospinto grandi masse d’acqua verso la laguna, la marea ha raggiunto i 187 centimetri e ha sommerso l’85 per cento della città. Dopo aver segnalato per la serata un livello di 145 centimetri, il centro maree ha rivisto la stima in diretta, trovandosi di fronte a una situazione del tutto inedita. “I nostri modelli non hanno segnalato l’ondata di marea semplicemente perché si è trattato di un evento mai visto da quando facciamo previsioni modellistiche”, dicono dalla sala operativa dell’ente incaricato di prevedere l’innalzamento delle acque e allertare la cittadinanza.
Ma Venezia è uno specchio di quello che sta succedendo in tutto il paese: non passa giorno senza che un territorio si trovi colpito da un evento meteorologico “mai visto prima”, sia esso un vento di velocità inconsueta, una grandinata fortissima o una pioggia che fa esondare fiumi e torrenti. Nella stessa giornata in cui Venezia finiva sotto l’acqua, il centro di Matera veniva sommerso da un fiume di fango provocato da un temporale di intensità inaudita, e una tromba d’aria si abbatteva sulle coste di Porto Cesareo, in Puglia, facendo letteralmente volare le barche ormeggiate al molo.

Dati preoccupanti
Questo è quello che sta accadendo oggi: un ripetersi di eventi estremi che stanno flagellando il paese, distruggendo territori, fiaccando comunità intere. È passato poco più di un anno da quando la tempesta Vaia ha cancellato una parte rilevante dei boschi nel nordest dell’Italia. Venti con una velocità superiore ai 200 chilometri orari hanno divelto in poche ore milioni di alberi: “Quanto è successo qui l’anno scorso è qualcosa di assolutamente inedito”, ricorda Severino Andrea De Bernardin, sindaco di Rocca Pietore, tra i comuni più colpiti dalla tempesta in Veneto. “Qui sono esondati trenta torrenti e si sono schiantati 600mila alberi – 500 per ognuno dei nostri 1.200 abitanti”.
Il piccolo comune del bellunese è circondato da montagne dove ancora si vedono i segni del disastro: i boschi che ne coprivano i fianchi sono diventati un manto di tronchi abbattuti. Il che aumenta il pericolo di valanghe in caso di nevicate forti. “Ormai passo le giornate a guardare ossessivamente il meteo”, dice il sindaco preoccupato.
L’acqua alta a Venezia o la tempesta Vaia fanno notizia per l’entità dei danni, per il numero di persone colpite e per l’alto valore simbolico. Ma non sono altro che la punta di un iceberg con cui tutti noi siamo chiamati a fare i conti. Basta prendere i dati dell’European severe weather database per vedere come in Italia l’evento straordinario sia ormai diventato ordinario. Secondo questo database, che registra tutti gli eventi estremi – tornado, piogge torrenziali, grandinate eccezionali, tempeste di neve, valanghe –, dall’inizio del 2019 si sono verificati 1.543 eventi di questo tipo in Italia. Circa cinque al giorno.
Un dato preoccupante, che assume una valenza ancora più inquietante se lo si confronta con quello di paesi come la Spagna, che nello stesso periodo ne ha avuti 248, o il Regno Unito, che ne ha avuti 190. Se guardiamo alla serie storica di questi tre paesi, osserviamo una progressione ancora più preoccupante: in Italia nel 2009 si sono verificati 213 eventi estremi, in Spagna 219, nel Regno Unito 47. Nel 1999, in Italia se ne sono registrati 17, in Spagna 24, nel Regno Unito 27. Questo vuol dire che nel nostro paese il fenomeno cresce velocemente.
“Per la sua particolare posizione geografica, in mezzo al mar Mediterraneo, l’Italia è da considerarsi uno hot spot climatico, un luogo cioè dove il cambiamento climatico è più rapido”, dice Gianmaria Sannino, responsabile del laboratorio di modellistica climatica e impatti dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (Enea), che studia la situazione nel Mediterraneo e ha previsto che da qui al 2100 ci sarà un aumento del livello del mare di almeno un metro. “Il livello del Mediterraneo si alza più rapidamente rispetto all’oceano, e soprattutto si scalda. Il che libera più energia nel sistema atmosfera-mare e rende più probabile i fenomeni estremi”.
Che fare di fronte a questa serie di disastri? Forse per prima cosa sarebbe il caso di cambiare prospettiva, riconoscendo che siamo nel bel mezzo di una crisi climatica e che dobbiamo dotarci di strumenti di adattamento il più efficaci possibili per affrontare quella che presumibilmente non sarà un’emergenza inaspettata, ma una nuova normalità.

da qui


dice il patriarca di Venezia


A Venezia si contrappongono le esigenze economiche a quelle della salvaguardia, come accade a Taranto?
Venezia non è Taranto, però anche Venezia ha alternative da trovare, che possano permettere alla città di essere vivibile, non Disneyland o Pompei. Purtroppo, stiamo andando verso qualcosa di simile. Una volta ho detto che Venezia non è più una città abitata, non è più una città dove si sentono le voci dei bambini, gli anziani sono pochi, sono confinati in appartamenti con scale che sono difficilmente percorribili. Ecco dobbiamo cercare di ripensare la città non tagliando fuori nessuno, ma pensando che il bene comune.

…Davanti all’alluvione di Venezia ha espresso amarezza, però resta fiducioso
R. – Sì, resto fiducioso a condizione che si voglia insieme ripensare la nostra città; non la si può condannare ad essere solo uno strumento di reddito per il turismo, ma dev’essere una città che torni ad essere abitata, quindi avere delle politiche abitative soprattutto in favore delle famiglie, dei giovani. E poi bisogna anche pensare che questa città non può andare oltre dei parametri di sicurezza e di sostenibilità. Io penso a due cose, fondamentalmente: non vogliamo escludere nessuno, però un turismo che riversa 28 milioni di persone all’anno in una struttura fragile come è quella di Venezia, è eccessivo. Poi, il passaggio delle grandi navi: ci sono stati nell’estate scorsa, a giugno e a luglio, due eventi che potevano diventare tragici. Proprio in concomitanza del passaggio di queste navi da crociera nel Canale della Giudecca si è rischiato veramente di andare vicini a una tragedia. Quindi, sì il turismo ma calmierato secondo le possibilità della città, accogliendo tutti e volendo un turismo anche alla portata di tutti, non d’élite e nello stesso tempo, ripensare veramente la città di fronte al passaggio delle grandi navi.