mercoledì 24 maggio 2017



L’intervista che segue è stata filmata presso l’Ambasciata dell’Ecuador a Londra – dove Julian Assange è rifugiato politico – e mandata in onda il 5 novembre 2016.
John Pilger: Qual è il significato dell’intervento dell’FBI in questi ultimi giorni della campagna elettorale degli Stati Uniti, in questo caso contro Hillary Clinton?
Julian Assange: Se si guarda alla storia dell’FBI, ci si rende conto come di fatto sia diventata la polizia politica dell’America. L’FBI lo ha dimostrato facendo cadere l’ex capo della CIA [il generale David Petraeus] per aver passato informazioni riservate alla sua amante. Quasi nessuno è intoccabile. L’FBI sta sempre cercando di dimostrare che nessuno le si può opporre. Ma Hillary Clinton si è opposta molto apertamente alle indagini dell’FBI, per cui c’è rabbia tra i Federali, perché l’FBI è stata fatta sembrare debole. Abbiamo (a WikiLeaks, ndt) pubblicato circa 33.000 email della Clinton quando era Segretario di Stato. Provengono da un lotto di poco più di 60.000 email, [di cui] la Clinton ha tenuto circa la metà – 30.000 – per se stessa, e noi ne abbiamo pubblicato circa la metà.
Abbiamo poi pubblicato le email di Podesta. [John] Podesta è il responsabile della campagna per le primarie di Hillary Clinton, quindi c’è un nesso che attraversa tutti quei messaggi di posta elettronica; ci sono un bel po’ di “pay-for-play”, come le chiamano loro, che danno accesso a stati, individui o società in cambio di denaro. [Queste email sono] inserite con la copertura delle email di Hillary Clinton quando era Segretario di Stato, [il che] ha creato un ambiente in cui la pressione sull’FBI è aumentata.
John Pilger: La campagna della Clinton ha affermato che dietro tutto ciò c’è la Russia, che è stata la Russia a manipolare la campagna e che è la fonte delle email di WikiLeaks.
Julian Assange: La cerchia della Clinton ha voluto proiettare questo tipo di neo-isteria alla McCarthy: che la Russia è responsabile di tutto. Hillary Clinton ha dichiarato più volte, falsamente, che diciassette agenzie di intelligence degli Stati Uniti avevano provato che la Russia era la fonte delle nostre pubblicazioni. Questo è falso; possiamo garantire che il governo russo non è la fonte.
WikiLeaks sta pubblicando da dieci anni, e in questi dieci anni abbiamo pubblicato dieci milioni di documenti, diverse migliaia di pubblicazioni individuali, da migliaia di fonti diverse, e non ci siamo mai sbagliati.
John Pilger: Le email che provano l’accesso (a vantaggi) per denaro, a come Hillary Clinton ne abbia beneficiato e come ne stia tuttora beneficiando politicamente, sono davvero incredibili. Sto pensando a quando al rappresentante del Qatar sono stati dati cinque minuti con Bill Clinton per un assegno di un milione di dollari.
Julian Assange: E dodici milioni di dollari provenienti dal Marocco…
John Pilger: Dodici milioni dal Marocco, già.
Julian Assange: A Hillary Clinton per partecipare ad una festa.
John Pilger: Per quanto riguarda la politica estera degli Stati Uniti, è lì che le email rivelano di più, dove mostrano il collegamento diretto tra Hillary Clinton e la fondazione del jihadismo, dell’ISIL, in Medio Oriente. Puoi parlarmi di come le email dimostrano il collegamento tra coloro che dovrebbero combattere i jihadisti dell’ISIL, ma che sono in effetti quelli che hanno contribuito a crearla.
Julian Assange: C’è un’email di Hillary Clinton di inizio 2014, non molto tempo dopo aver lasciato il Dipartimento di Stato, al responsabile della sua campagna, John Podesta, che dichiara che l’ISIL è finanziato dai governi di Arabia Saudita e Qatar. Ora, questa è l’email più significativa di tutta la collezione, e forse perché il denaro dell’Arabia Saudita e del Qatar è spalmato su tutta la Fondazione Clinton. Persino il governo degli Stati Uniti concorda sul fatto che alcune figure saudite hanno sostenuto ISIL, o ISIS. Ma si aggiunge sempre che, beh, si tratta solo di alcuni Principi corrotti, che usano le tangenti del petrolio per fare ciò che vogliono, ma che in realtà i loro governi disapprovano. Ma quell’email dice no, sono proprio i governi di Arabia e Qatar che hanno finanziato l’ISIS.
John Pilger: I sauditi, il Qatar, il Marocco, il Bahrein, ma in particolare i sauditi e il Qatar, danno tutti quei soldi alla Fondazione Clinton mentre Hillary Clinton è Segretario di Stato e il Dipartimento di Stato sta approvando massicce vendite di armi, in particolare all’Arabia Saudita.
Julian Assange: Sotto Hillary Clinton, la più grande vendita di armi al mondo è stata fatta con l’Arabia Saudita, [del valore di] più di 80 miliardi di dollari. Infatti, durante il suo mandato di Segretario di Stato, il totale delle esportazioni di armi dagli Stati Uniti in termini di valore del dollaro, è raddoppiato.
John Pilger: Naturalmente la conseguenza di tutto ciò è che il noto gruppo terrorista chiamato ISIL o ISIS è stato creato in gran parte con i soldi di quelle stesse persone che stanno dando i soldi alla Fondazione Clinton.
Julian Assange: Sì.
John Pilger: Incredibile.
Julian Assange: Per la verità mi dispiace per Hillary Clinton come persona perché in lei vedo qualcuno mangiato vivo dalle proprie ambizioni, tormentato al punto di ammalarsi letteralmente; che sviene per reazione alle sue ambizioni. Lei rappresenta tutta una rete di persone e una rete di relazioni con particolari stati. La domanda è: come fa Hillary Clinton a rientrare in questa rete più ampia? Ne è un ingranaggio fondamentale. Qui ci sono diversi meccanismi in funzione, dalle grandi banche come Goldman Sachs e dai principali protagonisti di Wall Street, all’Intelligence alla gente del Dipartimento di Stato e ai sauditi.
Lei è il catalizzatore che collega tutti questi diversi ingranaggi. È la raffinata rappresentazione centrale di tutto questo, e “tutto questo” è più o meno ciò che è al potere adesso negli Stati Uniti. È ciò che noi chiamiamo la classe dirigente o il consenso DC. Una delle più significative email di Podesta che abbiamo rilasciato era su come il gabinetto di Obama fosse formato e di come la metà del gabinetto Obama in sostanza fosse stato nominato da un rappresentante di Citybank. Questo è piuttosto sorprendente.
John Pilger: Non ha forse Citybank fornito un elenco…?
Julian Assange: Sì.
John Pilger: ...che si è rivelato costituire la maggior parte del gabinetto di Obama.
Julian Assange: Sì.
John Pilger: Quindi Wall Street decide il gabinetto del Presidente degli Stati Uniti?
Julian Assange: Se seguivi da vicino la campagna di Obama di allora, vedevi che si era avvicinata molto agli interessi bancari.
Julian Assange: Perciò penso che non si può capire bene la politica estera di Hillary Clinton senza capire l’Arabia Saudita. I collegamenti con l’Arabia Saudita sono molto esclusivi.
John Pilger: Perché era così palesemente entusiasta riguardo alla distruzione della Libia? Puoi dirmi un po’ di più riguardo proprio a quello che le email ci hanno svelato, circa ciò che è successo lì, perché la Libia è una tale fonte di tanta parte del caos odierno in Siria, il jihadismo ISIL e così via, ed era quasi l’invasione di Hillary Clinton. Che cosa ci raccontano le email in proposito?
Julian Assange: Più di chiunque altro, la Libia è stata la guerra di Hillary Clinton. Dapprima Barak Obama si oppose. Chi è stata la persona che l’ha caldeggiata? Hillary Clinton. Questo è documentato in tutte le sue email. Ci aveva assegnato il suo agente favorito, Sidney Blumenthal; delle trentatremila email di Hillary Clinton che abbiamo pubblicato, circa 1700 riguardano la Libia. Non è che il petrolio della Libia fosse a buon mercato. Lei si rese conto che avrebbe potuto usare la rimozione di Gheddafi e il rovesciamento dello Stato Libico nella sua corsa alle presidenziali nelle elezioni generali.
Quindi, verso la fine del 2011 appare un documento interno chiamato Libia Tick Tock che è stato realizzato per Hillary Clinton, ed è la descrizione cronologica di come lei fosse la figura centrale nella distruzione dello Stato Libico, che provocò circa 40.000 morti; poi arrivarono i jihadisti, l’ISIS, e tutto ciò portò alla crisi dei rifugiati e dei migranti europea.
Non c’erano solo persone in fuga dalla Libia, in fuga dalla Siria e la destabilizzazione di altri paesi africani a causa dei flussi di armi, ma lo Stato Libico non era più in grado di controllare il movimento delle persone che lo attraversavano. La Libia si affaccia sul Mediterraneo ed era a tutti gli effetti il tappo nella bottiglia dell’Africa. Così tutti i problemi, i problemi economici e la guerra civile in Africa – prima chi fuggiva da quei problemi non finiva in Europa perché la Libia teneva il Mediterraneo sotto controllo. Gheddafi lo disse chiaramente all’inizio del 2011: “Cosa pensano di fare questi europei nel bombardare e distruggere lo Stato Libico? Ci saranno maree di migranti e jihdaisti dall’Africa all’Europa”. E questo è esattamente ciò che è successo.
John Pilger: C’è gente che si lamenta dicendo, “Cosa sta facendo WikiLeaks? Sta cercando di mettere Trump nella Casa Bianca?”
Julian Assange: La mia risposta è che a Trump non sarebbe permesso vincere. Perché dico questo? Perché ha avuto tutti quelli che contano contro di lui; Trump non ha simpatizzanti tra le élite, forse con l’eccezione degli Evangelici, se si possono chiamare un’élite, ma le banche, le agenzie di intelligence, i produttori di armi… i grandi soldi stranieri… sono tutti schierati dietro Hillary Clinton, e anche i media, nonché i proprietari dei media e persino gli stessi giornalisti.
John Pilger: Si accusa WikiLeaks di essere in combutta con i russi. Alcuni dicono, ‘Beh, perché WikiLeaks non indaga e pubblica email sulla Russia?”
Julian Assange: Abbiamo pubblicato circa 800.000 documenti di vario genere che riguardano la Russia, la maggior parte critici. Un gran numero di libri sono usciti grazie alle nostre pubblicazioni sulla Russia, la maggior parte dei quali sono critici. I nostri documenti [sulla Russia] sono stati utilizzati in molti casi giudiziari: casi di esuli in fuga da un qualche tipo di sopruso politico, che usano i nostri documenti per argomentare le proprie ragioni.
John Pilger: Personalmente, che cosa ne pensi delle elezioni USA? Hai una preferenza per Clinton o per Trump?
Julian Assange: Parliamo di Donald Trump. Che cosa rappresenta nella mente americana e nella mente europea? Rappresenta la feccia dell’americano bianco, [che Hillary Clinton ha chiamato] ‘deplorevole e irrecuperabile’. Significa che dal punto di vista di un establishment colto, cosmopolita, perbene, queste persone sono zoticoni, e non si può mai trattare con loro. Perché lui chiaramente – tramite le sue parole, le sue azioni e il tipo di persone che si presentano ai suoi comizi – rappresenta persone che non sono al centro, non sono la classe media superiore istruita, borghese; si ha paura di essere associati a loro in qualsiasi modo, una paura sociale che abbassa lo status di chiunque possa essere in qualche modo accusato di sostenere Trump in qualunque maniera, anche solo criticando Hillary Clinton. Se si guarda da dove deriva il potere economico e sociale della classe media, tutto ciò ha un senso assoluto.
John Pilger: Vorrei parlare dell’Ecuador, il piccolo paese che ti ha dato rifugio e asilo politico in questa ambasciata a Londra. Ora l’Ecuador ha tolto Internet da qui, da dove stiamo facendo questa intervista, in questa Ambasciata, per l’evidente ragione che sono preoccupati di sembrare di intervenire nella campagna elettorale statunitense. Puoi dirci perché hanno deciso così e la tua opinione sulla solidarietè dell’Ecuador per te?
Julian Assange: Torniamo indietro di quattro anni. Ho fatto domanda d’asilo all’Ecuador in questa Ambasciata, per il caso di estradizione degli Stati Uniti, e il risultato è stato che, dopo un mese, la mia richiesta di asilo è stata accolta. Da quel momento l’ambasciata è stata circondata dalla polizia: un’operazione di polizia piuttosto costosa per cui il governo britannico ammette di aver speso più di 12,6 milioni di sterline; lo ha ammesso più di un anno fa. Ora c’è la polizia sotto copertura e ci sono telecamere robot di sorveglianza di vario genere – così c’è stato una disputa abbastanza grave proprio qui, nel cuore di Londra, tra Ecuador, un paese di sedici milioni di persone, e il Regno Unito, e gli americani che hanno aiutato alla chetichella. Ciò che ha fatto l’Ecuador è stato un atto di coraggio e di principio. Adesso c’è la campagna elettorale negli Stati Uniti, e le elezioni in Ecuador sono a febbraio del prossimo anno, e la Casa Bianca sta attraversando un periodo caldo a seguito delle vere informazioni che abbiamo pubblicato.
WikiLeaks non pubblica dalla giurisdizione dell’Ecuador, da questa Ambasciata o dal territorio dell’Ecuador; pubblichiamo dalla Francia, dalla Germania, dai Paesi Bassi e da un certo numero di altri paesi, per cui la pressione su WikiLeaks è tramite il mio status di rifugiato; e questo è davvero intollerabile. [Significa] che [essi] stanno cercando di arrivare a una organizzazione editoriale; [Essi] cercano di prevenire che si pubblichino vere informazioni che sono di grande interesse per il popolo americano e non solo, circa le elezioni.
John Pilger: Dimmi che cosa accadrebbe se tu uscissi di questa Ambasciata.
Julian Assange: Sarei immediatamente arrestato dalla polizia britannica e verrei poi estradato prontamente negli Stati Uniti o in Svezia. In Svezia non ho pendenze giuridiche, sono già stato in precedenza dichiarato innocente [dal Senior Procuratore di Stoccolma, Eva Finne]. Non siamo certi di cosa succederebbe lì esattamente, ma sappiamo che il governo svedese si è rifiutato di dire che non mi avrebbero estradato negli Stati Uniti ma sappiamo altresì che hanno estradato il 100 per cento di persone che gli Stati Uniti hanno richiesto almeno dal 2000. Quindi, nel corso degli ultimi quindici anni, ogni singola persona di cui gli Stati Uniti ha chiesto l’estradizione dalla Svezia è stata estradata, e si rifiutano di fornirci una garanzia [che non accadrà].
John Pilger: La gente spesso mi chiede come riesci a gestire l’isolamento qui.
Julian Assange: Guarda, una delle migliori proprietà degli esseri umani è che sono adattabili; e una delle peggiori proprietà degli esseri umani è che sono adattabili. Si adattano e cominciano a tollerare abusi, si adattano ad essere loro stessi coinvolti in abusi, si adattano alle avversità e continuano così. Quindi, nella mia situazione, francamente, io sono un po’ istituzionalizzato – questo [l’Ambasciata] è il mondo … è visivamente il mondo [per me].
John Pilger: È il mondo senza la luce del sole, innanzitutto, non è vero?
Julian Assange: È il mondo senza la luce del sole, ma non ho visto la luce del sole da così tanto tempo che non me ne ricordo.
John Pilger: Sì.
Julian Assange: Quindi, sì, ci si adatta. L’unica cosa veramente esasperante è che i miei bambini piccoli – anche loro si adattano. Si adattano ad essere senza il loro padre. Questo è un pesante, penoso adattamento che non hanno cercato.
John Pilger: Ti preoccupi per loro?
Julian Assange: Sì, mi preoccupo per loro; mi preoccupo per la loro madre.
John Pilger: Qualcuno direbbe, ‘Beh, perché non la finisci qui semplicemente uscendo dalla porta e lasciando che ti mandino in Svezia?”
Julian Assange: Le N.U. [il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria] ha esaminato tutta questa situazione. Hanno trascorso diciotto mesi in contesti formali, contenzioso contraddittorio. [Quindi sono] io e le N.U. contro Svezia e Regno Unito. Chi ha ragione? Le N.U. hanno concluso che io sono arbitrariamente detenuto e illegalmente privato della mia libertà, e che ciò che è accaduto non si è verificato nel rispetto delle leggi che il Regno Unito e la Svezia devono obbedire. Si tratta di un abuso illegale. Le Nazioni Unite chiedono formalmente, “Cosa sta succedendo qui? Qual è la vostra spiegazione legale per questo? [Assange] dice che dovreste riconoscere il suo asilo” [Ed è qui].
La Svezia risponde formalmente alle Nazioni Unite dicendo, “No, non riconosciamo la sentenza delle Nazioni Unite”, così si lasciano aperta la via dell’estradizione.
Trovo assolutamente incredibile che questa vicenda non salti fuori pubblicamente sulla stampa, perché non soddisfa la narrativa ufficiale occidentale – che sì, anche l’Occidente ha i suoi prigionieri politici, è una realtà, non ci sono soltanto io, ci sono molte altre persone. L’Occidente ha prigionieri politici. Naturalmente, nessuno stato riconosce [che dovrebbe chiamare] la gente che imprigiona o la detenzione per motivi politici, prigionieri politici. Non li chiamano prigionieri politici in Cina, non li chiamano prigionieri politici in Azerbaigian e non li chiamano prigionieri politici negli Stati Uniti, nel Regno Unito o in Svezia; è assolutamente intollerabile avere quella percezione di sé.
Julian Assange: Qui abbiamo un caso, il caso svedese, in cui non sono mai stato accusato di alcun crimine, in cui sono già stato dichiarato innocente [dal procuratore di Stoccolma], in cui la donna stessa (che lo aveva accusato di stupro, ndr) ha detto che la polizia mi ha incastrato, dove le Nazioni Unite hanno formalmente dichiarato che tutto ciò è illegale, un caso che anche lo Stato dell’Ecuador ha indagato e riconosciuto che mi si doveva dare asilo. Questi sono i fatti, ma che cosa è la retorica?
John Pilger: Sì, è diversa.
Julian Assange: La retorica mente, asserendo di continuo che sono stato accusato di un crimine, senza mai dire che ne sono già stato scagionato, senza mai menzionare che la donna stessa ripete che è stata la polizia ad inventarselo.
[La retorica] sta cercando di evitare [la verità che] le Nazioni Unite hanno formalmente trovato che il tutto è illegale, senza mai dire che l’Ecuador ha fatto una valutazione formale attraverso i suoi formali processi e ha scoperto che sì, io sono oggetto di persecuzione da parte degli Stati Uniti.
John Pilger
Fonte: http://johnpilger.com
Link  http://johnpilger.com/articles/the-secrets-of-the-us-election-julian-assange-talks-to-john-pilger
5.11.2016
Scelto e tradotto Tradotto da Gianni Ellena per comedonchisciotte.org
Per sostenere Julian Assange, vai al link:
https://justice4assange.com/donate.html


ULTIMI - Gian Luigi Deiana


(nino e il 'che': aleida guevara nel paese di gramsci)

ieri 18 maggio aleida guevara è stata a ghilarza, ha visitato la casa di antonio gramsci e ha incontrato questo popolo dei due mondi, il popolo terzomondista di nino e del 'che', in una assemblea lunga e appassionata; tanto piena di gente e di passione che per me è troppo presto parlarne già oggi;

il motivo per cui cito qui comunque questo evento è piuttosto un motivo collaterale, ed è costituto dall'indicazione del tema dell'incontro così come girato alla stampa nei giorni precedenti: ovvero, letteralmente, "antonio gramsci e 'che' guevara dalla parte degli ultimi";

la mia prima reazione alla lettura di questa espressione, probabilmente improvvisata e dettata dalla fretta, è stata di quasi imbarazzo ed affidata a una parolina salvifica che ho imparato da piccolo: "boh"; la seconda reazione è stata di quasi rassegnazione: infatti ormai la comunicazione, con tutta la sua evidenza ingenua e impolitica, era diventata pubblica e non restava che ribadirla comunque, anche se in modo sommesso;

la ragione del mio quasi imbarazzo e della mia quasi rassegnazione era costituita dal fatto che la persona reale che tutti ci apprestavamo ad incontrare, aleida, è in primo luogo una donna di oggi coi problemi di oggi, un medico pediatra di una repubblica molto speciale del caribe; ed in secondo luogo, ma solo in secondo luogo, conteneva in quell'incontro strettamente attuale un altro incontro di una attualità molto più ampia, cioè la relazione politica e morale tra gramsci ed il 'che'; in questa composizione già abbastanza complicata il riferimento tematico ai fantomatici "ultimi" mi era parso un modo di dilatare il seminato nell'universo mondo, cosa che solo ai papi e ai poeti è concesso di fare;

per di più si è accennata fra alcuni di noi una comica rincorsa alla giusta interpretazione, visto che una correzione lessicale era ormai impossibile: quindi gli ultimi sono diventati gli oppressi, poi gli oppressi sono diventati i subalterni, poi i subalterni sono diventate le classi subalterne e così via ancora su altre subalternazioni semantiche;

ora, a cose fatte, mi sembra giunto il momento di puntualizzare il concetto di "ultimi" nel mondo attuale, considerando che il mondo attuale è in primo luogo un mondo di persone reali e di relazioni reali tra persone reali e che solo in secondo luogo è un mondo di parole e di relazioni concettuali tra le parole;

quindi ora devo confessare di avere rovesciato la mia posizione scettica, e sentendo di rivendicare la giustezza del concetto "politico" di "ultimi" non provo alcun imbarazzo nell'alone religioso o morale della parola; gli "ultimi" esistono realmente ed anzi essi costituiscono incontrovertibilmente la grande generalità degli esseri umani che oggi abitano il pianeta;

è pur vero che il concetto è relativo, in quanto ci sono gli ultimi nella scala del potere, gli ultimi nella scala della cultura, gli ultimi nella scala della salute, gli ultimi nella scala dell'occupazione, gli ultimi nella scala della ricchezza ecc.; ma è anche vero che il concetto è anche assoluto, in quanto in genere gli ultimi in una scala sono anche gli stessi ultimi di ogni altra scala e sarebbe il caso, una buona volta, di capire che questo è un fatto politico: anzi è il fatto in assoluto più politico di questa epoca storica;

il problema oggi consiste quindi nel fare in modo che questo enorme e inedito "fatto" politico dia luogo alla costituzione di un altrettanto enorme e inedito "soggetto" politico, che sorga dalle apparenti mille diversità di ogni "ultimo" in particolare;

questo problema necessita di considerare il fatto subordinato, altrettanto politico, che l'esistenza reale di "ultimi" comporta "sempre" l'invenzione propagandistica di "penultimi", e comporta ancora la conseguenza che il centro di gravità dei problemi e delle soluzioni si sposti dal suo luogo decisivo (la piramide sociale edificata in funzione dei "primi", i potenti, i padroni del pensiero, i normocappati, i manager, le aristocrazie operaie, i ricchi) al suo campo di guerra ovunque circostante aizzato quotidianamente ad hoc: il campo della guerra tra i penultimi e gli ultimi: disoccupati francesi contro immigrati magrebini, senza casa di centocelle contro campi rom, mutilati di aleppo contro artigiani di budapest, figli disoccupati contro padri pensionati, ecc.: e infine, poiché le scorciatoie sono sempre la più facile soluzione in tanta dolorosa e multicolore diversità, bianco contro nero;

il gioco, come dice il poeta, davvero si fa teso e tetro: mentre la discarica degli ultimi non contempla un trattamento differenziato, la geografia dei penultimi è sottoposta a una continua tensione di auto-differenziazione, poiché ciascuno è indotto a temere che domani sarà più penultimo di oggi e rischierà di diventare almeno provvisoriamente il negro di qualcun altro;

è vero che ogni epoca storica ha potuto vantare i suoi oppressi, i suoi sottoproletari e la sua plebe, cioè i suoi subalterni in genere; ma qui siamo di fronte a un fenomeno storico nuovo e tanto grande quanto può essere grande la proporzione di 99 contro 1 nella distribuzione della ricchezza, o quanto può essere grande il numero di tre o quattro o cinque miliardi di esseri umani in un pianeta così unico, così sbagliato e così piccolo;

ma non si tratta solo di uno spaventoso aspetto quantitativo; si tratta soprattutto della differenza decisiva per cui i subalterni in genere, per quanto oppressi, sfruttati, imbrogliati e massacrati, hanno goduto in ogni epoca storica di un riconoscimento di soggettività sociale, fosse anche soltanto per giustificarne il genicidio; è proprio nei subalterni in genere che lo stesso gramsci individua la sorgente profonda di ogni dimensione di cultura: riconoscimento e coscienza, l'alfabeto binario di ogni identità nel consorzio umano;

non è così invece per gli “ultimi” di questa epoca storica conformata sulla teologia totalitaria e nichilistica del neoliberismo; gli “ultimi” sono tutti e nessuno, e dispongono tutt'al più di una identità inservibile se non per essere respinti giuridicamente, se non dovesse bastare la loro condizione fattuale di annichilimento e di scarto; nessuno di noi dispone oggi di una adeguata comprensione di questo fatto e di una possibile concezione politica, ma a ciascuno di noi è ancora concesso di riflettere in un modo almeno pre-politico ma onesto con se stessi;


con questo ho deciso: antonio gramsci ed ernesto 'che' guevara: dalla parte degli ultimi.

ricordando Manchester






Purtroppo, dice jena

L’unico felice di morire era il kamikaze, purtroppo è morto.

martedì 23 maggio 2017

Assandira – Giulio Angioni

il libro è ricco di suggestioni e va a segno perfettamente.
cosa sia è impossibile dirlo in poche parole, un'inchiesta giudiziaria, un libro di economia, sul turismo, sull'antico, il moderno, il post-tutto, la storia di una famiglia, sulla maternità nei laboratori delle cliniche, sul confronto con l'altro, sul lavoro, sulla tradizione, libro di fantasmi, tra le altre cose.
insomma, chi legge questo libro ne legge tanti contemporaneamente, e non se lo/li dimentica facilmente.
leggetelo, il tempo lo fa e lo farà valere sempre più, è sicuro.


poi mi sono ricordato di una canzone di Piero Marras, che c'entra, secondo me:






L'ho trovato coinvolgente e interessante. E' uno di quei romanzi che non si dimenticano e che entrano a far parte del nostro vivere quotidiano obbligandoci a riflettere su gesti e azioni che si credono innocenti perché sembrano alleggerire la vita. E' un giallo, direi, familiare e culturale insieme, ambientato nel cuore della Sardegna. Ci sono cadaveri, ma anche sentimenti inespressi che uccidono più del fuoco quando vengono messi a nudo e violati nella loro intimità. A fine lettura rimane un nodo alla gola, uno strazio interno, un non so che di irrisolto, di non ritorno. E’ un romanzo che parla di passato e del suo confluire nel futuro, o meglio di come il nostro presente si appropria del passato, lo trasforma e infine lo rigurgita. E' un libro delicato e forte allo stesso tempo, una carezza e un pugno allo stomaco, adatto per coloro che cercano un senso nelle cose a costo di mettere in discussione se stessi, le proprie radici, i propri principi, per coloro che amano perdersi e poi ritrovarsi, senza più finzioni.

Vale più questo romanzo che cento libri sulle tradizioni popolari.

Non credo che questo libro possa piacere a un cultore ingenuo del folclore sardo, e nemmeno a un tenutario di un agriturismo come Assandira (ce n'è, ce n'è tanti così in Sardegna e altri luoghi), ma questi personaggi, tutti, a cominciare dal vecchio Costantino Saru, sono indimenticabili. E la scrittura è tesa come il filo di una leppa di Pattada, e ogni tanto fa male a chi con certe cose come il mutamento dei modi di vivere è abituato a giocherellare, a far festa e gozzoviglia.

Assandira è il nome di un agriturismo che il figlio del vecchio Costantino Saru decide di aprire insieme alla compagna danese Grete. Il racconto si apre con la scena desolata, appiccicosa, sporca, puzzolente di Assandira andata in fumo dopo l’incendio della notte appena passata e Costantino è lì e sa. Sa cos’è giusto e cos’è sbagliato, ne aveva anche parlato con sua moglie, al cimitero, e lui sa che il passato non può opporsi al presente, ma ci vuole rispetto e dignità. Sa che i sentimenti taciuti uccidono più del fuoco e non può più far finta di non sapere. L’editore parla di questo romanzo come di un giallo e fa un grande torto a un libro che è pura poesia.





Soledad Bravo - concerto a Caracas nel 1972



1. Presentación 00:00
2. Ay, Carmela 01:43
3. Soy del Quinto Regimiento (Recitado) 04:36
4. Soy del Quinto Regimiento 05:05
5. Autorretrato de las coplas de Juan Panadero (Recitado) 07:34
6. Coplas de Juan Panadero 09:30
7. Por qué habla tan alto el español (Recitado) 15:11
8. Andaluces de Jaén 19:08
9. La Poesía es un arma cargada de futuro 22:06
10. Masa (Recitado) 26:06
11. Canto libre 27:31
12. Punto y raya 30:08
13. A desalambrar 33:47
14. De qué se ríe 37:11
15. Pesadilla (Recitado) 41:40
16. La televisión 42:53
17. Padre nuestro (Recitado) 46:01

lunedì 22 maggio 2017

l'unica libertà rimasta in Turchia è quella di morire, ma in silenzio


Le autorità turche hanno arrestato ad Ankara un accademico e un insegnante in sciopero della fame da due mesi contro il loro licenziamento nella repressione dopo il golpe fallito dello scorso anno. Lo riferiscono i media locali.
Nuriye Gulmen e Semih Ozakca sono stati licenziati in base allo stato di emergenza imposto dopo il fallito golpe del 15 luglio 2016 dal presidente Recep Tayyip Erdogan.
I due docenti hanno iniziato il loro sciopero della fame 75 giorni fa e sono sopravvissuti bevendo solo acqua. Entrambi sono stati arrestati stamani presto, dopo che i mandati d’arresto sono stati emessi nel weekend, secondo quanto riferito dalla Ntv.

domenica 21 maggio 2017

come volevasi dimostrare


dopo soli 7 anni di indagini, e 5 anni di reclusione nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra, la giustizia svedese ha deciso che  Julian Assange non è perseguibile.
ma non esce ancora (qui ne parla Glenn Greenwald)
  
"Recluso per 7 anni senza colpa mentre i miei figli crescevano e il mio nome veniva calunniati. Non perdono né dimentico." (https://twitter.com/JulianAssange)



venerdì 19 maggio 2017

Song for a Dark Girl - Langston Hughes (canta Audra McDonald)




Way Down South in Dixie 
(Break the heart of me) 
They hung my black young lover 
To a cross roads tree.

Way Down South in Dixie 
(Bruised body high in air) 
I asked the white Lord Jesus 
What was the use of prayer.

Way Down South in Dixie 
(Break the heart of me) 
Love is a naked shadow 
On a gnarled and naked tree.



CANTO PER UNA RAGAZZA NERA

Giù nel profondo Sud 
(Mi si spezza il cuore) 
Quelli hanno impiccato il mio giovane amore nero
Ad un albero su di un crocevia 

Giù nel profondo Sud 
(Martoriato corpo appeso lassù) 
Chiesi al bianco Signore Gesù 
A cosa servissero le preghiere. 

Giù nel profondo Sud 
(Mi si spezza il cuore) 
Amore è un'ombra nuda 
Su di un contorto e nudo albero.

mercoledì 17 maggio 2017

una lettera di Filippo Landi, sbattuto fuori dalla Rai

Cari amici, cari colleghi del Tg1 e della Rai,
nei giorni scorsi si è concluso un lungo percorso amministrativo. Ora sono completamente fuori dal Tg1 ed anche dalla Rai. Sono entrato anch’io nel gruppo di colleghi che nei mesi scorsi ha dato le dimissioni dalla Rai, accettando l’incentivo economico proposto dall’azienda.
Alcuni di voi conoscevano, da molti mesi, tutto il mio disagio nel Tg1 e quindi non sono rimasti sorpresi della mia decisione, anche se più di qualcuno ha espresso il proprio rammarico per la mia uscita dall’azienda.
A loro e a tutti coloro che non sapevano di questa decisione rivolgo queste mie considerazioni. Io avevo una sola necessità: quella di lasciare il Tg1 per porre fine ad un feroce demansionamento di cui ero vittima, sin dal mio ritorno in Italia da Gerusalemme, il 1 settembre 2014. Una umiliazione professionale voluta e posta in essere dal direttore del Tg1, Mario Orfeo. Accettata dai vicedirettori. Eseguita con zelo da tutta la line della redazione esteri (dal caporedattore Oliviero Bergamini ai vice caporedattori Sergio Paini e Lucia Duraccio, al caposervizio Francesca Capovani).
Il mio lavoro e la mia presenza sui fatti internazionali, ma in particolar modo su quelli del Medio Oriente, sono stati semplicemente annullati, sin dall’inizio del mio ritorno a Saxa Rubra.
Qualcuno definirebbe tutto questo mobbing, io certo l’ho percepito così.
Ne sono stato vittima, ora ne sono certo, non per miei possibili errori e neppure per una cieca violenza altrui, ma al contrario a causa della mia esperienza professionale e della libertà di giudizio manifestata in tanti anni di lavoro come inviato e, poi, corrispondente a Il Cairo e a Gerusalemme.
Quella libertà di pensiero, in particolare, che ho mantenuto e difeso dalle indebite pressioni nei lunghi anni della mia corrispondenza da Gerusalemme. Pressioni tese ad omologare su tesi predefinite il racconto dei fatti che accadevano in Israele, in Palestina e nel resto del Medio Oriente.
A Roma, invece, si è giunti a scegliere, in modo freddo e calcolato, di non avvalersi del mio lavoro e della mia esperienza nei racconti dei fatti mediorientali.
Nel silenzio distratto del comitato di redazione del Tg1, durato ben due anni.
Una realtà professionale ed umana alla quale l’azienda non ha dato alcuna alternativa, se non la mia uscita dal Tg1 e contestualmente dall’azienda stessa.
Questo dovevo dire, andando via dal Tg1 e dalla Rai, perché un mio eventuale silenzio poteva, altrimenti, divenire assenso e complicità verso coloro che hanno compiuto le scelte prima descritte.
Tuttavia, la mia storia professionale in Rai, iniziata nell’agosto del 1987, va ovviamente oltre questi ultimi due anni. E’ stata un’esperienza gratificante e per certi versi politicamente trasversale. Ho avuto la stima e l’incoraggiamento di direttori molto diversi, da Sandro Curzi al Tg3 ad Albino Longhi al Tg1. Ho avuto il sostegno di straordinari colleghi come Italo Moretti, Vittorio Citterich, Ottavio Di Lorenzo. Ho avuto la fortuna e l’onore di lavorare con impiegate di redazione bravissime, come Barbara De Santis.
Ho potuto incontrare, lavorare ed imparare da tantissimi colleghi operatori, ne cito solo alcuni: Alberto Calvi (durante la prima Guerra del Golfo e poi nella ex Jugoslavia), Claudio Speranza (a Sarajevo e a Gerusalemme ), Renato Amico (a Gerusalemme), Franco Stampacchia (a Blace in Macedonia, a Pristina in Kosovo, a Beirut), Franco Ceccarelli (a Istanbul, a Sarajevo, a Gerusalemme), Mauro Maurizi (insieme a Sarajevo e poi ancora in Israele e in Palestina), a Niki Filipovic (in innumerevoli trasferte nella ex Jugoslavia in guerra). Li ringrazio tutti, anche coloro che non ho citato.
Non posso poi dimenticare il lavoro prezioso e bellissimo di tanti montatori, alcuni veri maestri dell’immagine, da Carlo Cofano a Carlo Casini, da Riccardo Parmigiani a Gianluca Della Valle. Sono alcuni nomi di un gruppo di persone che ha fatto grande la qualità del mio lavoro e di molti tra di noi.
E’ stato il lavoro di squadra, quello che ho imparato essere il fondamento del giornalismo televisivo. Un lavoro costruito sulla reciproca conoscenza, sulla fiducia, sull’umiltà e sul sacrificio nelle più diverse e difficili situazioni. Nulla di più lontano dalla acritica pretesa di imporre o controllare il lavoro di altri professionisti. Una pretesa che quasi sempre è frutto di incapacità e insicurezza proprie.
E’ il ricordo di questa Rai e di questo lavoro di squadra che porto con me, in primo luogo, andando via dal Tg1 e dalla Rai.
Per questo tipo di giornalismo e per amore della verità è valsa la pena anche rischiare la propria vita.
Per questa etica della professione e per offrire un’informazione completa e libera vale la pena continuare a lavorare e a lottare, anche fuori dalla Rai, nel mondo dell’informazione, della cultura e della politica.
Arrivederci!
Filippo Landi 
da qui da qui  

martedì 16 maggio 2017

Mio padre, terrorista come lo fu Mandela - Gideon Levy, Alex Levac




Aarab Barghouti era un bambino piccolo quando sono diventato amico di suo padre, Marwan Barghouti, ed era ancora un ragazzino quando suo padre è stato arrestato dalle forze israeliane ed in seguito processato e condannato a 5 ergastoli, più 40 anni, dopo essere stato ritenuto colpevole di cinque omicidi e successivamente di tentato omicidio. L’ultima volta che ho incontrato suo padre quando era ancora un uomo libero è stato nel novembre 2001: era ricercato ma non ancora arrestato.
Dopo che qualcuno ha spalmato una sostanza sconosciuta sulle finestre del nascondiglio in cui avevamo stabilito di incontrarci, l’incontro è stato spostato. La volta successiva l’ho visto nel tribunale distrettuale di Tel Aviv. Ed è stata anche l’ultima volta. Aarab, il suo figlio minore, aveva 11 anni quando suo padre è stato arrestato, ed è ora un bellissimo, brillante studente di 26 anni. Con una elegante kefiah attorno al collo, prende posto per una lunga conversazione su skype con me dalla sua residenza di San Francisco.
Il nostro colloquio ha avuto luogo all’inizio di questa settimana (la prima di maggio, ndr), alla vigilia del “Giorno dell’Indipendenza” [in cui si festeggia la creazione dello Stato di Israele, ndtr.]. I boati dei fuochi d’artificio nel cielo di Tel Aviv ogni tanto sovrastavano la sua voce, in quello che era una specie di avvenimento surreale: una conversazione con il figlio dell’ “arciterrorista”, come suo padre è chiamato in Israele, durante i festeggiamenti per l’indipendenza del PaeseSolo le persone che conoscono suo padre sanno che era un vero uomo di pace, e probabilmente lo è ancora. Suo figlio dice che si identifica totalmente con tutto quello che suo padre rappresenta.
Aarab, che recentemente ha terminato il suo master in analisi finanziaria e gestione di investimenti al Saint Mary’s College della California, a Moraga (Ca), pensa di tornare presto a casa. Lo aspettano molte offerte di lavoro a Ramallah. Egli non ha intenzione di seguire le orme di suo padre, soprattutto per non provocare ancora più dolore a sua madre, Fadwa. “Per noi l’attività politica significa prigione, e lei ha già sofferto abbastanza,” dice. Dalla prigione suo padre lo ha incoraggiato a continuare i suoi studi all’estero. In precedenza, Aarab aveva conseguito una laurea in economia dell’università di Bir Zeit, nei pressi di Ramallah, dove suo padre si era specializzato in scienze politiche.
Il primo ricordo di suo padre gli viene da una vacanza con la famiglia in Tunisia nel 1998 o nel 1999. Non aveva mai visto prima, e sicuramente non dopo, suo padre così contento, dice da San Francisco. Nel mio incontro con Marwan, nel novembre 2001, quando i carri armati israeliani erano già a Ramallah, mi disse che era stato al Ramat Gan Safari [zoo di Tel Aviv, ndtr.] con i suoi figli circa un mese prima. Aarab non vide suo padre, che era latitante, per circa tre mesi prima dell’arresto, il 15 aprile 2002. Nel novembre 2001, passammo nei pressi della sua casa insieme – Marwan la indicò, le diede un’occhiata e non disse niente. I suoi figli – tre maschi e una femmina – erano probabilmente là in quel momento, ma lui non osava più entrare. Era convinto che il suo destino fosse quello di essere assassinato da Israele.
“Ho paura ma non sono un codardo,” mi disse nella piccola macchina in cui c’erano anche le sue due guardie del corpo disarmate. I passanti lo salutavano. Quattro anni prima, nel “Giorno della Terra” del 1997, mentre viaggiavamo in mezzo a pneumatici bruciati in giro per la Cisgiordania, mi aveva chiesto: “Quando capirete che niente spaventa i palestinesi come le colonie?” Citò un amico che aveva detto: “Voi israeliani avete un presente e non un futuro, e noi palestinesi abbiamo un futuro ma non un presente. Dateci il presente ed avrete un futuro.” Allora, vedendo dei carri armati che stavano in agguato alla fine della strada, aggiunse: “Nessuno al mondo riuscirà a spezzare la volontà di un popolo con la forza militare. Non siamo né commando né organizzazioni. Siamo un popolo.”
Pronunciava sempre la parola ebrea che significa occupazione, “kibush”, con una b dolce- “kivush”. E’ possibile che durante i suoi lunghi anni di prigione abbia imparato a pronunciarlo con una b dura.
Marwan Barghouti era un tifoso della squadra di calcio Hapoel di Tel Aviv. Disse di temere il momento in cui i palestinesi avrebbero perso la speranza. Ora sta digiunando per garantire condizioni più umane per le migliaia di prigionieri palestinesi. Non è il primo sciopero della fame che guida in prigione, ma è il più lungo.
La scorsa settimana suo figlio Aarab ha lanciato una campagna su Facebook – “la sfida dell’acqua salata” – in cui celebrità arabe ed altre sono riprese mentre bevono acqua salata in solidarietà con i palestinesi in sciopero della fame, per i quali l’acqua salata è l’unico alimento. La prossima domenica [7 maggio, ndtr.] segnerà la fine della terza settimana dello sciopero.
Aarab è preoccupato per la salute di suo padre. Nessuno, tranne le sue guardie carcerarie, lo ha visto per due settimane, da quando le autorità della prigione hanno impedito al suo avvocato di incontrarlo. “Mio padre è forte, ma non è più giovane – quest’anno compirà 58 anni,” dice Aarab. “Lo sciopero inciderà sulla sua salute, e spero che le autorità carcerarie dimostrino umanità e pongano fine al loro atteggiamento arrogante di non negoziare con mio padre. I prigionieri non stanno chiedendo molto, solo condizioni minime”.
Al tempo dell’arresto di suo padre, Aarab era in casa di suo zio nel villaggio di Kobar, a nordovest di Ramallah, dove Marwan Barghouti è nato e cresciuto. Ricorda di aver visto l’arresto di suo padre in televisione, e di essere scoppiato a piangere. Fu il peggior momento della sua vita, che non dimenticherà mai. Né avrebbe mai pensato che quel momento sarebbe durato così tanto. Fu solo dopo otto mesi che incontrò suo padre per la prima volta in prigione insieme al fratello maggiore, Sharaf. “Ricordo di aver avuto paura, “rammenta. “Attraversammo circa 20 cancelli. Il babbo era in isolamento, e quando arrivammo due secondini lo controllavano dalla sua parte e dalla nostra, e c’erano un sacco di telecamere attorno a noi.”
“Mi piacque il modo in cui ci fece forza e ci confortò,” continua Aarab. “Non voleva mostrare alcun segno di debolezza davanti a noi. E’ sempre positivo. Sapevo già allora che tipo di interrogatorio e di torture aveva subito, ma come sempre non smetteva di sorridere. Tutto quello che voleva era che stessimo bene.”
In un’occasione Aarab fu portato a un’udienza in tribunale durante il processo di suo padre, e fu preso a schiaffi in faccia dal membro di una famiglia israeliana in cui qualcuno era stato ucciso. Fino al suo sedicesimo compleanno, Aarab vide suo padre due volte al mese – viaggi estenuanti di 20 ore fino alla prigione di Be’er Sheva per visite di 45 minuti con un vetro tra loro. Compiuti i 16 anni, gli venne concessa solo una visita all’anno. Durante gli ultimi cinque anni, Israele gli ha consentito solo tre visite, e non ha più visto suo padre negli ultimi due anni.
Sua sorella Ruba visita il padre due volte all’anno. Una volta ha portato la figlia di otto mesi, Talia, ma le guardie della prigione hanno rifiutato di consentire alla bambina di entrare anche solo per un momento, sulla base del fatto che non era una parente di primo grado. Talia ora ha 4 anni e ha una sorellina, Sarah. Nessuna delle due ha incontrato il nonno. Lo conoscono solo in foto.
La visita di Aarab di due anni fa alla prigione di “Hadarim”, nei pressi di Netanya, rimane impressa nella sua memoria. “Ricordo piccoli dettagli, “dice. “Ho visto i peli bianchi improvvisamente comparsi nella sua barba, ed aveva anche più capelli bianchi in testa. Ho visto occhi arrossati. Sinceramente l’ho visto invecchiato. Tutti pensano che quelle visite gli davano forza, ma lui dava forza a noi. Quell’uomo è incredibile. Può dare speranza e forza a tutto un popolo. Durante tutto il tragitto fino a lui, penso a come potrò dare forza al suo spirito – ma lui da forza a me. Mi parla del futuro. Mi incita a studiare. Mi cambia la vita, è il mio maestro di vita. Mi spinge a studiare, e ogni volta che sto studiando mi ricordo del suo sorriso.”
Suo padre è stato incarcerato da un tribunale israeliano per 5 omicidi, dico ad Aarab; è chiaro che per gli israeliani è un terrorista. “E’ stato un processo politico che non era fondato su alcuna prova o fatto,” risponde Aarab. “Mio padre fu corretto e chiaro: negò tutto e sostenne che si trattava di un processo politico. E’ stato condannato a cinque ergastoli. Anche (Nelson) Mandela fu condannato all’ergastolo. Mio padre è un uomo di pace. Ha sempre cercato la pace. L’unica cosa che non dimenticherà mai sono i diritti del suo popolo. Chiedi a un palestinese qualunque – non solo in Palestina ma ovunque nel mondo – e più del 90% sarà d’accordo che la politica di mio padre e il suo pensiero su una soluzione sono la strada giusta. Non sta chiedendo molto, ma il governo israeliano non vuole persone che rivendichino i diritti del popolo palestinese.”
Anche in prigione mio padre cerca la pace. Nessuno cambierà ciò. Solo la propaganda israeliana lo presenta come un terrorista. Anche Nelson Mandela venne dipinto come un terrorista. Passò 27 anni in prigione. E poi divenne un eroe e gli venne assegnato il premio Nobel per la Pace. Mio padre è un terrorista esattamente come Nelson Mandela. Agli israeliani voglio dire: se ammirate Mandela, dovreste sapere che mio padre sta ripercorrendo la storia di Mandela. E se non stimate Mandela, non mi importa quello che pensate. Sono sicuro che un giorno gli israeliani arriveranno alla conclusione che l’unica soluzione è la pace, e non avrete mai un partner come lui. Un giorno, gli israeliani vedranno chi è Marwan Barghouti.
Che cosa proporrebbe che suo padre facesse in modo diverso? “Quando guardo lui e il suo percorso, penso che sia perfetto. Mio padre non è un pacifista e non è un terrorista. Mio padre è una persona normale che sta lottando per i diritti del suo popolo. Se solo non fosse in prigione. Ha sacrificato la sua vita in nome della giustizia. E’ una cosa nobile. Viviamo solo una volta, e lui ha scelto il modo migliore di vivere.”

La campagna virale lanciata da Aarab Barghouti

UN AGGIORNAMENTO MOLTO ALLARMANTE (da Al Fatah Italia 15 maggio)
Ecco come realmente viene trattato Marwan Barghouti da Israele!
Per la prima volta dall’inizio del suo sciopero della fame, il 17 aprile, l’avvocato Khadr Shaqirat ha potuto visitare il suo assistito Marwan Barghouti. Shaqirat ha riferito alla stampa che le condizioni di Barghouti sono molto deteriorate.
Le Autorità carcerarie, pur detenendolo in isolamento in una cella posta in un seminterrato dove non penetra luce e che non ha aperture esterne, lo sottopongono a perquisizioni quattro volte al giorno, mantenendolo ammanettato alle caviglie e ai polsi. Inoltre, nella cella pervengono assordanti suoni di allarmi a tutto volume più volte nella giornata, costringendolo a proteggersi le orecchie con fazzoletti.
L’avvocato ha tenuto a precisare che la cella dove è detenuto Barghouti è priva di ogni requisito di base ed è piena di insetti. Il detenuto dispone di una sola coperta, non può cambiarsi i vestiti dall’inizio dello sciopero della fame e gli sono stati tolti tutti i libri.
Dall’inizio delle sciopero della fame, Marwan Barghouti ha perso 12 chili, arrivando oggi a pesare 53 chili.
(traduzione di Amedeo Rossi – Zeitun.info)