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lunedì 31 luglio 2023

Femministe con la lotta di Jujuy

 

Non è esattamente un fatto di routine che più di cento femministe che vivono in Spagna trovino il modo, il tempo e la determinazione necessari per lanciare un appello affinché non siano lasciate sole – di fronte a una repressione tanto spietata da evocare i fantasmi degli anni dei desaparecidos -, altre donne, appartenenti a uno di quelli che in Europa chiamiamo “popoli originari”. Uno di quelli più lontani dai riflettori mediatici di questa e di quasi ogni altra parte del mondo. Possiamo sbagliare, ne saremmo lieti, ma temiamo non siano molti quelli che, perfino in Sudamerica, saprebbero indicare su una cartina geografica la provincia nord-argentina di Jujuy. Alcune firme di quelle femministe – giornaliste, docenti universitarie, batteriste antirazziste, libraie saldatrici, attiviste trans, bi-sessuali antispeciste, bambine di sei anni, poetesse, cantanti, avvocate, studentesse e un lungo eccetera -, sono invece ben note alle lettrici e ai lettori di Comune. Abbiamo tradotto più volte gli articoli di Nuria AlabaoSarah BabikerJune Fernández e, naturalmente, Carolina Meloni González, che – venuta al mondo proprio in un carcere della dittatura militare argentina – sull’appartenenza e il senso della libertà di movimento tra due terre, di qua e di là dall’Atlantico, ha scritto un libro imperdibile: Transterradas. A muovere quella passione, ha certo contribuito anche Rita Segato, nome assai noto ai femminismi del mondo intero, creatrice, tra molte altre cose, del concetto di pedagogia della crudeltà, che ha molto a che vedere con quel che sta accadendo da un mese a questa parte a Jujuy. Nel rilevare la potenza di una resistenza di cui sono protagoniste molte donne, strettamente connessa a genealogie e comunalità ancora poco erose dai dispositivi culturali e dalle ingegnerie sociali dello Stato, e dunque piuttosto refrattarie al potere della colonialità, Rita, molto legata a quel territorio, ne ha scritto magistralmente sulla rivista Anfibia proprio in occasione della rivolta di queste settimane. Una rivolta che nasce dalla resistenza a una legge abietta che criminalizza la protesta e consegna la terra, e tutto quel che c’è di comune, al saccheggio estrattivista del fiorente mercato minerario, del litio in particolare. C’è però un’ultima cosa che ci preme sottolineare, prima di invitare tutte e tutti a sottoscrivere l’appello. In questo momento, a Jujuy, dopo la repressione sanguinosa nelle strade, è in pieno corso quella della legalità. Vengono arrestati gli avvocati con l’accusa di “sedizione” e la caccia al “terrorista”, casa per casa, è talmente violenta che ha spinto l’Università Nazionale di Jujuy ad aprire le sue porte per offrire “asilo” a chi viene perseguitato, visto che la forza pubblica non può entrare nelle università nazionali senza “l’ordine rigoroso di un giudice”. Ecco, quel che ci preme dire: perfino noi, che all’América Latina, soprattutto grazie a Raúl Zibechi, dedichiamo molta attenzione, abbiamo pensato che la resistenza di Jujuy, trascorso un mese, non si potesse che ritrarre, secondo il classico andamento carsico dei movimenti, fino alla prossima esplosione. Certo, le nostre esigue e fragilissime energie non ci consentono di rincorrere la guerra in Ucraina, quella contro i migranti, la Francia, la Palestina e il mondo intero, ma forse, prima o poi – qualora l’essenziale sostegno di chi ci legge ce lo consentisse – dovremmo provare a inventarci un modo diverso di relazionarci ai calendari e alle geografie, come direbbero nelle montagne del sud-est messicano. Un modo per non lasciare sole e soli coloro che lottano anche per noi dall’altra parte del mondo. Non sarà affatto facile, ma nel nostro piccolo, proveremo almeno a pensarci su.


Che cada la riforma, dice il cartello della donna di Jujuy rimasta a fronteggiare la repressione di strada a Jujuy nella foto tratta da colombia informa. Adesso la repressione sta invece entrando nelle case

Oltre un centinaio di donne femministe, giornaliste e attiviste che vivono in Spagna hanno firmato una dichiarazione per inviare la loro “solidarietà alle comunità originarie di Jujuy (provincia argentina del nordovest, ndt), alle insegnanti, alle infermiere, alle giovani, alle studentesse e a tutto il popolo di Jujuy, che è in lotta contro il saccheggio del litio e contro una riforma anti-diritti”.

È trascorso già più di un mese dall’inizio di questa enorme lotta nella provincia di Jujuy, nel nord del Paese, in cui le donne dei popoli originari e le insegnanti sono in prima linea nelle mobilitazioni e nei picchetti che bloccano una decine di strade importanti.

“In questi giorni abbiamo visto con emozione le donne delle comunità originarie de la Puna, de la Quebradadelle yungas e delle valli sbarrare le strade della provincia del nord dell’Argentina. Sono donne coraggiose, che difendono i loro territori. Abbiamo visto le insegnanti, anche loro lottando in prima linea, in difesa dell’educazione pubblica, per i salari e contro la precarietà, in una provincia ricca con donne che lavorano povere. Rifiutano una riforma costituzionale autoritaria, votata sia dall’UCR che dal PJ (le due maggiori forze politiche della Provincia, dove governa il radicale liberale Gerardo Morales, che nutre grandi ambizioni per il futuro, che dell’Argentina stessa, dove invece governa il peronismo “progressista”, ndt), che riduce i diritti, criminalizza la protesta e approfondisce la consegna delle risorse naturali e delle terre comunitarie alle multinazionali imperialiste”, afferma l’appello.

Tra le prime firme ci sono quelle di giornaliste e scrittrici come Nuria Alabao, Olga Rodríguez, Josefina L. Martínez, Irene Zugasti, June Fernández, Andrea Momoitio, Susana Albarrán Méndez; docenti come Carolina Meloni o Jule Goikoetxea; avvocate antirazziste come Pastori Filigrana e Adilia de las Mercedes, attiviste del popolo romanì come Silvia Agüero Fernández, Sandra Carmona; portavoci di organizzazioni politiche e sociali, come Lucía Nistal della CRT, Teresa Rodríguez di Adelante Andalucía, Cynthia Lub di Pan y Rosas, Lorena Cabrerizo di Anticapitalistas, Natalia Leney di Contracorriente; attiviste trans come Edurne Haine, Raffaella Corrales e Farah Azcona Cubas; tra molte altre.

 

Nell’appello si denunciano la repressione che si è scatenata sui manifestanti, nonché le detenzioni di massa ordinate dal governatore Gerardo Morales.

Ripudiamo una repressione che ci ha fatto ricordare i metodi della dittatura: conle camionette a caccia di manifestanti, con perquisizioni illegali nelle case. Ci sono state, tra le altre cose, decine di donne detenute e un ragazzo di 16 anni colpito da proiettli di gomma che ha perso un occhio”.

 

Chi ha firmato l’appello ricorda anche che le imprese multinazionali, insieme ai governi europei, stanno cercando di imporre nuovi progetti di espropriazione e saccheggio imperialista. Il nord dell’Argentina, la Bolivia e il Cile formano quello che è noto come il “triangolo del litio”, e le multinazionali e i governi competono per accaparrarsi il business estrattivista. Però le comunità resistono, accompagnate da donne che lavorano e giovani, perché lì è in gioco la loro vita.

 

Da qui mandiamo tutto il nostro sostegno alla vostra lotta. E ripudiamo i governi dell’Europa del capitale, che cercano di stabilire nuove nicchie neocoloniali in America Latina e nel mondo intero, per saccheggiare quelli che sono i beni comuni sociali e naturali.

No al saccheggio del litio! Condono di tutti i debiti nelle mani del FMI e di altre organizzazioni finanziarie internazionali! Abbasso la riforma, viva le lotte per i diritti e i salari! Lunga vita alla lotta delle comunità originarie, delle lavoratrici e del popolo di Jujuy!”

Per aggiungere la tua firma alla dichiarazione, compila questo modulo.

Le prime firme

Carolina Meloni – Docente di Filosofia Unizar (Saragozza); Josefina L. Martínez – Giornalista, storica, Pan y Rosas; Nuria Alabao – Giornalista, femminismi in CTXT e altri media; Pastora Filigrana García – Avvocata del lavoro, femminista antirazzista e per i diritti del popolo gitano; Olga Rodríguez Francisco- Giornalista e scrittrice; Cynthia Luz Burgueño – Storica ed educatrice, Pan y Rosas; Jule Goikoetxea- Docente di Scienze Politiche all’Università dei Paesi Baschi; Edurne HL – Transfemminista – La Haine; Irene Zugasti, politologa e giornalista; Lucía Nistal – Ricercatrice in Teoria letteraria presso UAM, portavoce di CRT, Madrid; Teresa Rodríguez- Portavoce di Adelante Andalucía, Anticapitaliste; Lorena Cabrerizo -Anti-capitaliste; Karen Patricia Rodríguez Urquia – Femminista antirazzista, residente a Madrid; Verónica Landa, operatrice educativa, Pan y Rosas, Barcellona; Natalia Esteban Leney, Rappresentante degli studenti nel consiglio della Facoltà di Scienze Politiche e Sociologia, UCM per Contracorriente/Pan y Rosas; Ainhoa ​​​​Jiménez, Rappresentante degli studenti al Consiglio e al Senato (UAM) per Contracorriente/Pan y Rosas; Mariona Tasquer, studentessa liceale e militante di Contracorrent; Clara Mallo, giornalista, Izquierda Diario; Asor Warda – Artista multidisciplinare colombiana; Lidia López Miguel – Giornalista ed editrice delle edizioni Kaótica Libros e Lastura; Ana Belén Orantes – Educatrice sociale ed editrice presso le edizioni Kaótica Libros e Lastura; Marta de la Aldea – Giornalista e scrittrice; Rommy Arce Legua- Attivista e bibliotecaria; Nieves Álvarez Martín – Scrittrice, artista e componente del Team Europe (Commissione Europea); Isabel Miguel – Professoressa, poetessa e traduttrice; Raffaella Corrales – Attivista trans e candidata al Congresso dei Deputati per Guadalajara; Ángeles Ramírez- Professoressa di Antropologia presso l’Università Autonoma di Madrid, Anticapitalista; María Lobo – Movimento femminista attivista 8M Madrid, Anticapitalistas; Lorena Ruiz-Huerta García de Viedma, avvocata e attivista per i diritti umani; Lorena Garrón – Consigliera del Consiglio Comunale di Cadice Adelante Andalucía, Anticapitalistas; Montserrat Villar González – traduttrice, scrittrice e insegnante ELE all’Università di Vigo; Laura Castro Roldán – attivista “gorde” e studentessa di dottorato nel programma di sociologia e antropologia presso l’UCM; Juana Marín Madrid – poeta; Daniel Casado de Luis – Studente UAM; Adilia de las Mercedes. Avvocata e giurista. Associazione delle donne guatemalteche; Farah Azcona Cubas, attivista transfemminista; Mario Espinoza Pino – Ricercatore presso l’UGR, scrittore e attivista; Sonia Herrera Sánchez – Docente universitaria (UOC, UAB) e critico audiovisivo; Sergio de Castro Sánchez, Professore di Filosofia. Componente del blog El Rumor de las Multitudes (El Salto); Susana Albarrán Méndez, comunicatrice sociale; Nélida Molina Morgado, portavoce di Trawunche Madrid (Coordinamento di sostegno al popolo mapuche); June Fernández, giornalista femminista (Pikara Magazine); Andrea Momoitio, giornalista femminista (Pikara Magazine); Mª Ángeles Fernández, giornalista femminista (Pikara Magazine); Teresa Villaverde, giornalista femminista (Pikara Magazine); Cristina Lizarraga, cantante e attivista bisessuale; Silvia Agüero Fernández, attivista gitana; Sandra Carmona, attivista per i diritti del collettivo LGBTIQ e per i diritti del popolo gitano; María Arobes, Centro Sociale Librería La Pantera Rossa e blog El Rumor de las Multitudes di El Salto Diario; Eva Ramírez, batterista femminista-antirazzista, residente a EH; Alcira Padin Torres, partecipante alla libreria transfemminista e antirazzista Synusia di Barcellona; Julia Pardo García, attivista transfemminista, bisessuale e anti-specista e programmatrice culturale; Ana Gómez-Salas, avvocata antirazzista; Alberto Azcárate (giornalista, El Salto); Mafe Moscoso (docente, ricercatrice, scrittrice); Olvido Andújar (insegnante, ricercatore e scrittore); Miquel Angel Martinez e Martinez. Professore di Filosofia in un Istituto Secondario e di Bachilerato; Membro del blog El Rumor de las Multitudes (El Salto); Úrsula Santa Cruz Castillo, psicologa, ricercatrice, docente universitario. Componente dell’Associazione Sembrar; Claudia Delso, ricercatrice e manager culturale; Lola Matmala. Giornalista; Marianella Ferrero, collettiva MIRERA; Almudena Cabezas González, Professoressa di Geografia Politica, UCM; Gabriela Brochner, Professoressa di Relazioni Internazionali, UEM; Sarah Babiker – Giornalista; Salma Amazian – Ricercatrice e militante decoloniale contro il razzismo e l’islamofobia; Matida (6 anni), pronipote di Diaguita, sorella di sangue e anima dei figli di Jujuy, la puna, le valli di Calchaquíes; Helios F. Garcés – Scrittore e militante antirazzista; Alvaro Briales – Professore di Sociologia, Università Complutense di Madrid; Fondazione dei beni comuni; Marisa Pérez Colina, militante e traduttrice; Vivi Alfonsín, scrittrice e attivista antirazzista; Cooperativa La Caníbal SCCL; Marta Palazzo Avendano, professoressa di filosofia, Università di Alcalá; Julia Millán Bermejo – Libraia e saldatrice; Organizzazione ConBIvenze: II Conferenza Giornate di Stato autogestite sulla Bisessualità; Elisa Coll, comunicatrice e scrittrice; Lucia Serra. Psicologa, psicoanalista, attivista; Luis Pizarro Carrasco, storico, Università di Barcellona.


Fonte e versione originale: El Salto

Traduzione per Comune-info: marco calabria

da qui



venerdì 9 ottobre 2020

Bolivia: perché adesso a sinistra tacciono? - Itzamná Ollantay (*)

 

Il duro atto d’accusa di Itzamná Ollantay – nei confronti di indianisti, indigenisti, ambientalisti e femministe, di coloro insomma che, da sinistra, criticavano Evo Morales quando era a Palacio Quemado, senza peraltro preferire i golpisti (come è ovvio) – farà sicuramente discutere. A pochi giorni dalle presidenziali che, ci auguriamo, possano sancire la vittoria di Luis Arce e del Mas, il dibattito è aperto.

 

A quasi un anno dalla conclusione del colpo di stato e dall’istituzione del letale regime dittatoriale in Bolivia, continuiamo a chiederci dove sono i prolissi Indianisti, indigenisti, femministe, ambientalisti… che si sono scagliati duramente contro il dittatore indiano di Evo Morales?

I loro discorsi incendiari hanno sostenuto / promosso il colpo di stato del 10 novembre. Ma, una volta che il “presidente indiano” è stato “defenestrato”, e Jeanine Áñez ha assunto di fatto il potere, per volontà del governo degli Stati Uniti, gli Indianisti, gli indigenisti, gli ambientalisti e molte femministe, hanno mantenuto e mantengono un silenzio sepolcrale complice.

Hanno molestato nelle strade e nelle reti socio-digitali Evo Morales per la morte di uccelli negli incendi di Chiquitania (che Morales ha spento in modo esemplare), ma hanno negato l’esistenza del colpo di stato. Non hanno detto nulla sui due massacri di popolazioni indigene che resistevano al governo “di fatto”. Tanto meno, di fronte alla persecuzione / criminalizzazione / incarcerazione di difensori indigeni. L’Amazzonia boliviana continua a bruciare e gli aerei della droga decollano persino dagli aeroporti statali, ma Solón, Cusicanqui, Portogallo, Zibechi, Gutiérrez … e l’esercito di dirigenti di ong tacciono mortalmente. Perché?

La dittatura boliviana ha reso il paese una presa in giro. La Bolivia, ora, nella comunità internazionale è sinonimo di corruzione, narco-stato, improvvisazione, indebitamento, nepotismo, razzismo … Ma, da nessuna parte appaiono Indianisti, indigenisti, ambientalisti, moralisti … chiamare a “guardia sicura” il mostro politico che direttamente o indirettamente hanno inventato.

Le femministe per i movimenti indigeni erano a disagio con i micromachismi di Evo Morales. Ecco perché l’hanno reso la materializzazione del patriarcato in Bolivia, e l’hanno sopraffatto senza pietà. Ma il machismo di Camacho – Añez – Murillo e delle sciabole militari erano e sono troppo letali anche per loro. Perché tacciono adesso?

Gli Indianisti erano molto offesi dal fatto che i quadri dirigenti del governo Morales “monopolizzassero” la narrativa Indianista, lasciandoli orfani della parola, o almeno del pubblico. Ecco perché si sono scagliati duramente contro Morales definendolo un “pachamamista”, un “falso indigeno” dittatore … Ma il colpo di stato e il governo di fatto hanno mostrato loro cosa siano una dittatura e un governo etnofagico. Ora, gli Indianisti sono chiamati “bestie umane” “selvaggi”, dalle istituzioni statali. Perché sopportano così tanto oltraggio in silenzio?

Gli indigenisti, specialmente quelli con sede nelle ONG, hanno trovato difficile vedere che il presidente indiano, attraverso le politiche pubbliche, ha portato milioni di boliviani fuori dalla situazione di impoverimento nella nuova classe media. Ciò li ha colpiti perché in questo modo il paese ha cessato di essere una priorità della cooperazione finanziaria internazionale. L’indigenismo sussiste nella misura in cui ci sono sacche di folkloristi indigeni in povertà…. Ma, con la pandemia, il flusso di cooperazione finanziaria si è interrotto. Perché tacciono, adesso, in tempi di carestia?

Gli ambientalisti erano estremamente arrabbiati per il fatto che Morales si fosse rifiutato di dichiarare una “emergenza nazionale” di fronte agli incendi di Chiquitanía. Questa dichiarazione ha consentito loro di accedere alla cooperazione internazionale di emergenza. Ma Morales ha scelto di spegnere il fuoco da solo. Questo settore era già infastidito da García Linera, che con le sue dichiarazioni aveva “maltrattato” le ONG ambientali … Durante il governo di fatto gli incendi boschivi continuarono, i semi transgenici acquisirono una carta di cittadinanza … Ma, Fundación Solón, Fundación Jubileo, Lidema … tutte tranquillo Perché? Potrebbe essere perché le briciole che l’USAID ora distribuisce loro rassicura la loro fame?

Forse è la loro colpa che li costringe all’attuale silenzio mortale. Forse è la paura del bullismo che li limita nel commentare quello che hanno generato. Chissà.

L’unica cosa certa è che noi, gli indigeni, i contadini, le donne, i giovani, soprattutto i sopravvissuti ai massacri e alle prigioni, non dimenticheremo i danni che hanno inflitto ai popoli. E il rifiuto contro di loro e contro i loro capi non finirà il 18 ottobre.

 

(*) Articolo originale in spagnolo: 

https://ollantayitzamna.com/2020/09/23/bolivia-ahora-por-que-callan-tus-indianistas-indigenistas-ambientalistas-feministas/

Traduzione a cura di Gianni Hochkofler

 

da qui