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sabato 15 luglio 2017

Perché la Palestina è ancora il problema – John Pilger

  
(tradotto da Gianni Ellena)

(Versione abbreviata dell'intervento di John Pilger alla Palestine Expo di Londra l'8 luglio 2017. Il suo film può essere visto qui sotto, in italiano, qui in inglese)

Una sera a cena chiesi di chi fossero le sagome di persone che vedevo in lontananza, oltre il nostro perimetro.

“Arabi”, dissero, “nomadi”. Le parole erano quasi sputate fuori. Israele, dicevano intendendo la Palestina, era stato per lo più una terra desolata e uno dei grandi progetti dell’iniziativa sionista era stata quella di trasformare in zona verde il deserto.

Usarono come esempio il loro raccolto di arance di Jaffa, esportate in tutto il mondo, quale trionfo sulla natura e sulla noncuranza umana.

Era la prima bugia. La maggior parte degli aranceti e dei vigneti appartenevano ai palestinesi che avevano lavorato il suolo ed esportato le arance e le uve in Europa fin dal XVIII secolo. L’ex città palestinese di Jaffa era conosciuta dai suoi abitanti precedenti come “la casa delle arance tristi”.

Nel kibbutz, la parola “palestinese” non si usava mai. Perché, chiesi. La risposta fu un silenzio imbarazzato.

In tutto il mondo colonizzato, la sovranità reale dei popoli indigeni è temuta da coloro che non possono mai del tutto coprire il fatto, e il crimine, che stanno vivendo su terra rubata.

Il passo successivo è negare l’umanità della gente – come il popolo ebraico sa fin troppo bene. Profanare la dignità, la cultura e l’orgoglio della gente ne consegue logicamente, come pure la violenza.

A Ramallah, dopo un’invasione della Cisgiordania da parte del defunto Ariel Sharon nel 2002, ho attraversato strade piene di macchine schiacciate e case demolite, per raggiungere il Centro Culturale Palestinese. Fino a quella mattina vi si erano accampati i soldati israeliani.

Mi venne incontro la direttrice del centro, la scrittrice Liana Badr, i cui manoscritti originali si trovavano sparsi e strappati sul pavimento. Il disco rigido contenente la sua narrativa e una biblioteca di drammi e poesie erano stati presi dai soldati israeliani. Quasi tutto era distrutto e insudiciato.

Non un solo libro si era salvato con tutte le pagine; non un singolo nastro master di una delle migliori collezioni del cinema palestinese.

I soldati avevano urinato e defecato sui pavimenti, sulle scrivanie, sui ricami e sulle opere d’arte. Avevano spalmato le feci sui dipinti dei bambini e scritto – con la merda – “Nato per uccidere”.

Liana Badr aveva le lacrime agli occhi, ma rimaneva indomita. Disse: “Rimetteremo tutto a posto”.

Ciò che più fa infuriare quelli che colonizzano e occupano, rubano e opprimono, vandalizzano e contaminano è il rifiuto delle vittime di assecondarli. E questo è il tributo che tutti dovremmo pagare ai palestinesi. Si rifiutano di abbassare la testa. Tirano avanti, aspettano – finché è ora di combattere nuovamente. E lo fanno persino quando chi li governa collabora con gli oppressori.

Nel bel mezzo del bombardamento israeliano di Gaza del 2014, il giornalista palestinese Mohamed Omer non smise mai di comunicare. Lui e la sua famiglia furono colpiti; lui si accodò per cibo e acqua e li portò tra le macerie. Quando lo chiamavo, potevo sentire le bombe fuori dalla porta di casa sua. Si è rifiutato di abbassare la testa.

Gli articoli di Mohammed, illustrati da fotografie esplicite, sono stati un modello di giornalismo professionale che ha svergognato i reportage conformi e vili del cosiddetto mainstream in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. La nozione di obiettività della BBC – che amplifica miti e menzogne delle autorità, una pratica di cui è orgogliosa – viene ogni giorno smascherata da gente come Mohamed Omer.

Sono più di 40 anni che testimonio il rifiuto del popolo della Palestina di compiacere i suoi oppressori: Israele, Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Europea.

Dal 2008 solo la Gran Bretagna ha concesso permessi per l’esportazione di armi e missili, droni e fucili da cecchino in Israele per il valore di 434 milioni di sterline.

Coloro che, senza armi, si sono ribellati a tutto questo, quelli che si sono rifiutati di abbassare la testa, sono tra i palestinesi che ho avuto il privilegio di conoscere: il mio amico, il defunto Mohamed Jarella, che lavorava per l’agenzia delle Nazioni Unite UNRWA, che nel 1967 mi mostrò un campo profughi palestinese per la prima volta. Era una gelida giornata invernale e gli scolari erano scossi dal freddo. “Un giorno…” mi disse. “Un giorno…”

Mustafa Barghouti, la cui eloquenza rimane indiscussa, che descrisse la tolleranza che esisteva in Palestina tra ebrei, musulmani e cristiani fino a quando, mi disse, “i sionisti hanno voluto uno stato a spese dei palestinesi”.

La dottoressa Mona El-Farra, medico a Gaza, il cui obiettivo era di raccogliere fondi per la chirurgia plastica di bambini sfigurati da pallottole e da schegge di proiettili israeliani. Il suo ospedale fu raso al suolo dalle bombe israeliane nel 2014.

Il dottor Khalid Dahlan, psichiatra, le cui cliniche per bambini a Gaza – bambini resi quasi pazzi dalla violenza israeliana – erano oasi di civiltà.

Fatima e Nasser sono una coppia la cui casa si trovava in un villaggio vicino a Gerusalemme designato come “Zona A e B”, il che significa che la terra è stata dichiarata per soli ebrei. I loro genitori vi avevano vissuto; i loro nonni vi avevano vissuto. Lì oggi i bulldozer stanno costruendo strade per soli ebrei, protetti da leggi per soli ebrei.

Era passata la mezzanotte quando Fatima, incinta del secondo figlio, accusò dolori di parto. Il bambino era prematuro. Quando arrivarono ad un posto di blocco, con l’ospedale in vista, il giovane soldato israeliano disse che avevano bisogno di un altro documento.

Fatima stava sanguinando copiosamente. Il soldato, ridendo, imitava i suoi gemiti, poi disse: “Andate a casa”. Il bambino nacque lì, in un camion. Era blu dal freddo e presto, senza cure, morì di ipotermia. Il nome del bambino era Sultan.

Per i palestinesi, queste sono storie note. La domanda è: perché non sono note a Londra e Washington, Bruxelles e Sydney?

La Siria, la più recente causa per liberali – una causa alla George Clooney – è foraggiata generosamente in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, nonostante i beneficiari, i cosiddetti ribelli, siano dominati da fanatici jihadisti, il prodotto dell’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq e della distruzione della moderna Libia.

Tuttavia, la più lunga occupazione e resistenza dei nostri tempi non è riconosciuta. Quando le Nazioni Unite improvvisamente si svegliano e definiscono Israele uno stato dove vige l’apartheid, come è avvenuto quest’anno, tutti s’indignano – ma non contro uno stato il cui “nucleo fondamentale” è il razzismo, ma contro una commissione ONU che ha osato rompere il silenzio.

“La Palestina”, affermava Nelson Mandela, “è la più grande questione morale del nostro tempo”.

Perché questa verità è soppressa, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno?

Su Israele – lo stato dell’apartheid colpevole di crimini contro l’umanità e di aver infranto più leggi internazionali di chiunque altro – il silenzio persiste tra coloro che sanno e il cui compito è quello di dire le cose come stanno.

Su Israele, il giornalismo è così intimidito e controllato da un pensiero unico che richiede il silenzio sulla Palestina mentre il giornalismo corretto è diventato dissidenza: un sotteraneo metaforico.

Una sola parola – “conflitto” – agevola questo silenzio. “Il conflitto arabo-israeliano”, declamano i robot leggendo il telesuggeritore. Quando un giornalista veterano della BBC, un uomo che conosce la verità, si riferisce a “due narrative”, la stortura morale è completa.

Non c’è conflitto, né due narrazioni, con il loro fulcro morale. C’è un’occupazione militare imposta da una potenza nucleare sostenuta dal potere militare più grande sulla terra; e c’è un’ingiustizia epica.

La parola “occupazione” può essere vietata, cancellata dal dizionario. Ma la memoria storica della verità non può essere bandita: l’espulsione sistemica dei palestinesi dalla loro patria. “Piano D”  lo chiamarono gli israeliani nel 1948.

Lo storico israeliano Benny Morris racconta come a David Ben-Gurion, primo primo ministro Israeliano, sia stato chiesto da uno dei suoi generali: “Cosa dobbiamo farne degli arabi?”

Il primo ministro, scrive Morris, “fece un gesto energico e dispregiativo con la sua mano”. “Scacciateli!” disse.

Settant’anni dopo, questo crimine è cancellato nella cultura intellettuale e politica dell’Occidente. O è discutibile o semplicemente controverso. Giornalisti profumatamente pagati accettano di buon grado i viaggi governativi israeliani, l’ospitalità e l’adulazione, e poi sono aggressivi nelle loro proteste di indipendenza. Il termine “utili idioti”, fu coniato per loro.

Nel 2011 mi colpì la facilità con cui uno dei più acclamati scrittori britannici, Ian McEwan, un uomo immerso nel bagliore dell’illuminazione borghese, accettò il “Jerusalem Prize” per la letteratura nello stato dell’apartheid.

McEwan sarebbe andato a Sun City nel Sud Africa dell’apartheid? Anche lì danno via premi, con tutte le spese pagate. McEwan giustificò il suo atto con alcune parole subdole sull’indipendenza della “società civile”.

Propaganda – come quella che McEwan ha elargito, con la simbolica bacchettata sulle mani dei suoi ospiti felici – è un’arma per gli oppressori della Palestina. Come lo zucchero, oggi si insinua dappertutto.

Comprendere e analizzare punto per punto la propaganda di stato e culturale è il nostro compito più importante. Stanno facendoci marciare al passo dell’oca verso una seconda guerra fredda il cui obiettivo finale è quello di sottomettere e balcanizzare la Russia e intimidire la Cina.

Quando Donald Trump e Vladimir Putin hanno parlato privatamente per più di due ore alla riunione del G20 ad Amburgo, a quanto pare sulla necessità di non combattere tra di loro, gli obiettori più vociferi sono stati coloro che avevano sequestrato il liberalismo, come lo scrittore politico sionista del Guardian.

“Non c’è da meravigliarsi che ad Amburgo Putin sorridesse”, ha scritto Jonathan Freedland. “Sa di aver raggiunto il suo obiettivo principale: rendere nuovamente debole l’America”. Aggiungere il sibilo del malvagio Vlad.

Questi propagandisti non hanno mai conosciuto la guerra, ma amano il gioco imperiale della guerra. Ciò che Ian McEwan chiama “società civile” è diventato una ricca fonte di propaganda correlata.

Prendiamo un termine spesso usato dai tutori della società civile – “diritti umani”. Come un altro nobile concetto, “democrazia”, “diritti umani” è stato quasi del tutto svuotato del suo significato e del suo scopo.

Come il “processo di pace” e la “road map”, i diritti umani in Palestina sono stati sequestrati dai governi occidentali e dalle ONG aziendali che loro stessi finanziano e che pretendono di avere un’autorità morale idealista.

Perciò, quando Israele è chiamato dai governi e dalle ONG a “rispettare i diritti umani” in Palestina, non succede nulla, perché tutti sanno che non c’è niente da temere; nulla cambierà.

Guardate al silenzio dell’Unione Europea, che fa i comodi di Israele, mentre si rifiuta di mantenere i propri impegni nei confronti del popolo di Gaza, come quello di tenere aperto un corridoio vitale al confine con la frontiera di Rafah: una misura accettata come parte del suo ruolo nella cessazione dei combattimenti nel 2014. Un porto marittimo per Gaza, un progetto concordato da Bruxelles nel 2014, è stato abbandonato.

La commissione ONU che ho citato – il cui nome completo è la Commissione Economica e Sociale delle Nazioni Unite per l’Asia occidentale – ha descritto Israele come, e cito, “progettato per lo scopo principale” di discriminazione razziale.

Milioni lo capiscono. Quello che i governi di Londra, Washington, Bruxelles e Tel Aviv non possono controllare è che l’umanità, di base, sta cambiando forse come mai prima.

Le persone in tutto il mondo sono in fermento e sono più consapevoli che mai, a mio avviso. Alcuni sono già in aperta rivolta. L’atrocità della Torre di Grenfell a Londra ha unito le comunità in una vibrante resistenza quasi a livello nazionale.

Grazie ad una campagna popolare, l’autorità giudiziaria sta oggi esaminando le prove per un possibile procedimento penale nei confronti di Tony Blair per crimini di guerra. Anche se questo dovesse fallire, è uno sviluppo cruciale, che demolisce un’altra barriera tra il pubblico e il suo riconoscimento della natura vorace dei crimini del potere di stato – il sistematico spregio per l’umanità perpetrato in Iraq, nella Torre di Grenfell, in Palestina. Quelli sono i puntini in attesa di essere collegati.

Per la maggior parte del XXI secolo, la frode del potere aziendale che si fingeva democrazia è stata dipendente dalla propaganda della distrazione: in gran parte per il culto del “me-ismo” progettato per disorientare il nostro senso di guardare agli altri, di agire insieme, di giustizia sociale e internazionalismo.

Classe, genere e razza sono stati dissociati. Il personale è diventato il politico e i media il messaggio. La promozione del privilegio borghese è stata presentata come politica “progressiva”. Non lo era. Non lo è mai. È la promozione del privilegio e del potere.

Tra i giovani, l’internazionalismo ha trovato un nuovo e vasto pubblico. Guardate al sostegno per Jeremy Corbyn e l’accoglienza che il circo del G20 ha ricevuto ad Amburgo. Nel capire la verità e gli imperativi dell’internazionalismo e nel rifiutare il colonialismo, possiamo comprendere la lotta della Palestina.

Mandela affermava: “Sappiamo fin troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi”.

Nel cuore del Medio Oriente c’è la storica ingiustizia in Palestina. Fino a quando non si risolve, dando ai palestinesi la loro libertà e patria, ed uguaglianza di fronte alla legge di israeliani e palestinesi, non ci sarà pace nella regione, o forse da nessuna parte.

Quello che Mandela intendeva dire è che la libertà stessa è precaria, finché i governi potenti possono negare la giustizia ad altri, terrorizzare gli altri, imprigionare e uccidere gli altri, nel nostro nome. Israele capisce di certo la minaccia che un giorno potrebbe dover essere normale.

Ecco perché il suo ambasciatore in Gran Bretagna è Mark Regev, conosciuto ai giornalisti come un propagandista professionista e perché l'”enorme bluff” delle accuse di antisemitismo, come lo ha chiamato Ilan Pappe, è riuscito a scoordinare il partito laburista e minare Jeremy Corbyn come leader. Il punto è che non ci è riuscito.

Ora gli eventi si muovono con rapidità. La notevole campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) sta avendo successo, giorno per giorno; paesi e città, sindacati e organismi studenteschi la stanno avallando. Il tentativo del governo britannico di vietare ai consigli comunali di applicare il BDS è fallito nei tribunali.
Queste non sono parole al vento. Quando i palestinesi si alzeranno di nuovo, e lo faranno, forse non ci riusciranno in un primo momento – ma infine ci riusciranno, se noi capiremo che loro sono noi e noi siamo loro. 
da qui

giovedì 26 maggio 2016

La statua di Mandela a Ramallha: foglia di fico dell’Autorità Nazionale Palestinese - Ramzy Baroud


Lo Spirito di Nelson Mandela in Palestina: è la sua vera eredità quella che  viene proclamata?

Quando ho saputo che in Palestina hanno eretto una statua di Nelson Mandela, l’icona dell’ anti apartheid sudafricana, ho avuto dei sentimenti contrastanti. Da un lato, mi ha fatto molto piacere sapere  che il rapporto  tra le lotte dei palestinesi e quelle dei sudafricani è ancora molto forte. Dall’altro,  temo  che i ricchi e corrotti palestinesi di  Ramallah stiano utilizzando l’immagine di Mandela per acquisire un capitale politico di cui hanno tremendamente bisogno.
La statua di bronzo di sei metri si trova ora in piazza Nelson Mandela, nel quartiere di Al-Tireh a Ramallah, dove ha sede il quartier generale dell’Autorità Nazionale Palestinese. La ANP è nota per la endemica corruzione della sua classe politica e finanziaria. In un certo senso, la sua sopravvivenza è essenziale sia per la ricca classe politica palestinese sia per l’occupazione militare israeliana.
E’ stato quindi abbastanza sconsolante assistere alla parodia teatrale in cui  l’artista principale,  il presidente della  ANP Mahmoud Abbas, che governa con un mandato scaduto da molto tempo, scopriva  la statua in una cerimonia in cui erano presenti  suoi ministri e diplomatici stranieri.
La statua è stata un dono della città di Johannesburg, ed il suo costo di 6 milioni di Rand (circa €348.000 ndt) è stato pagato dalla municipalità di quella città. Città  la cui solidarietà con la Palestina è intrecciata  in una lunga storia di lacrime , sangue, toccanti  grida di dolore e di libertà.  Cosa che rende il dono ancora più gradito.
Ma il Mandela che ora si trova eretto a Ramallah è stato inserito nel quartiere che incorpora lo spirito del tempo di questa città, il quartiere più ricco e radioso che fa mostra  di enormi ville in pietra bianca e auto di lusso. Avrebbe avuto un significato più profondo se la statua fosse stata eretta nel centro di Gaza, città che sta tuttora resistendo ad un  genocidio;  nel cuore di Jenin, una città nota per la sua audacia nonostante le sue scarse risorse; ad Al-Khalil, a Nablus o a Khan Younis. Vedere invece ricchi funzionari e uomini d’affari in stato di eccitazione che si affannavano a guadagnare un posto davanti alle tante telecamere palestinesi, ha spogliato l’evento del suo speciale significato.

E’ strano  ma non è solo la statua di Nelson Mandela a Ramallah che mi lascia inquieto ma anche quella  di  Sandton City a Johannesburg. Ho visitato il posto più di una volta, e nonostante la mia immensa ammirazione per Mandela, non è riuscito ad emozionarmi.
L’inserimento della statua di Mandela in un’area commerciale della città mi è sembrato un tentativo di ridefinire Mandela per quello che non era: da leader popolare  e da ex prigioniero con  orgogliosi legami con il  Partito Comunista ad un’icona senza energia , una  figura sfocata senza radici radicali.
Ancora peggio: è stato reclamizzato  come una qualsiasi merce all’interno di un incerto mercato neoliberista, in cui tutto è in vendita e dei valori rivoluzionari non c’è traccia. Il sito di Sandton City così descrive la piazza:“è la sede di alcuni dei migliori ristoranti del Sud Africa, esclusivi ed alla moda, una piazza in stile europeo: Nelson Mandela Square ,raffinata ed elegante, glamour ed alla moda, il tutto sotto il sole africano”.
Insomma il Mandela che è propagandato da alcuni in Sud Africa, e dai  loro simili in Palestina, è fondamentalmente diverso dal Mandela che molti di noi conoscevano. L’uomo deceduto il 5 dicembre 2013 ha evidentemente lasciato due eredità, quella celebrata nei campi profughi palestinesi e nelle baraccopoli del Sud Africa, e quella che viene venduta  al turista culturalmente sofisticato ed alla classe corrotta di Ramallah.
Vivendo con la mia famiglia a Gaza in un campo profughi in rovina sotto occupazione militare e la costante minaccia di violenza, Il nome ‘Nelson Mandela’ è sempre stato per noi un punto fermo  . Ogni volta che sentivamo il suo nome nei telegiornali ci precitavamo davanti al televisore. I nostri migliori giovani militanti sono stati inseguiti, picchiati, arrestati e fucilati solo perché tentavano  di scrivere il suo nome sui muri decadenti delle nostre umili abitazioni.
Questo è stato il Mandela che conoscevo, ed è lui che la maggior parte dei palestinesi ricorda con adorazione e rispetto. Quello in piedi a Ramallah, esposto da quei palestinesi che con orgoglio parlano di condurre con Israele un’azione coordinata per la sicurezza – dando congiuntamente  un giro di vite alla  resistenza palestinese – è un Mandela completamente diverso.
E’ un diverso Mandela perché Abbas e la sua autorità non incarnano neanche lontanamente lo spirito del Mandela  combattente per la libertà, il prigioniero capace di sfidare, il leader unificante, l’animatore del movimento di boicottaggio.
In realtà, la leadership palestinese, così come è rappresentata nel governo non eletto di Abbas a Ramallah, deve ancora riconoscere il movimento nato dalla  società civile palestinese per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), a sua volta generato dal  movimento di boicottaggio del Sud Africa.
Invece  l’ANP di Abbas ha sprecato più di 20 anni in negoziati inutili e senza senso , collaborando con Israele, dividendo la società palestinese  della  West Bank e lavorando attivamente  alla repressione della resistenza palestinese.
Con la sua popolarità sempre più in discesa  tra i palestinesi, Abbas si arrabatta disperatamente alla ricerca di vittorie che appaiono vuote , e insiste nel  presentarsi come leader di liberazione nazionale, nonostante tutto il suo modo di fare  provi il contrario.
Ma il legame tra il Sudafrica e la Palestina è molto più grande di una foto fatta  a Ramallah insieme a uomini eleganti che si ripetono in bugiardi cliché  sulla pace e sulla libertà. Oserei dire che è un legame più grande dello stesso Mandela , a prescindere da quale delle due eredità scegliamo per ricordarlo. Si tratta di un legame  che è stato consacrato dal sangue dei poveri e degli innocenti e dalla lotta tenace di milioni di africani neri o di pelle scura e da arabi palestinesi.
Io questo ho avuto la fortuna di poterlo constatare di persona. Pochi anni fa nel mio ultimo giro di conferenze in Sud Africa , sono stato avvicinato da due uomini sudafricani. Sembravano particolarmente grati per ragioni che inizialmente mi sfuggivano. “Vogliamo ringraziarvi molto per il vostro sostegno alla nostra lotta contro l’apartheid,” disse uno dei due con sincera franchezza e con un’emozione palpabile. In effetti era più che comprensibile. I palestinesi hanno visto la lotta dei loro fratelli neri come la loro lotta. I due uomini però non parlavano di sentimentalismi. Mentre il governo israeliano, i militari e l’intelligence sostenevano il governo dell’apartheid in molti modi, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) addestrava ed equipaggiava i  combattenti dell’ANC (African National Congress ndt). Cuba e altri hanno fatto lo stesso, ma mi riempiva di orgoglio pensare che mentre i palestinesi stessi erano impegnati in una estenuante lotta, la leadership palestinese di allora  ha avuto la  coscienza politica di offrire solidarietà ad una nazione in lotta per la sua libertà.
Quegli uomini mi hanno detto che anche dopo tutti questi anni tenevano ancora in bella evidenza le uniformi fornitegli dalla PLO (Palestine Liberation Organization). Ci abbracciammo e ci separammo, ma con il tempo mi sono reso conto che l’attuale lotta contro l’apartheid in Palestina non è solo simile a quella del Sud Africa. Entrambi le lotte sono estensione dello stesso movimento, la stessa lotta per la libertà ed in effetti  contro lo stesso nemico.
Quando Nelson Mandela disse: “Sappiamo fin troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi”, non cercava di fare il  diplomatico con noi o di essere cordiale. Egli credeva veramente ad ogni singola parola di quella frase.
Speriamo che un giorno  una statua di Mandela, quello che rappresenta lo spirito della Resistenza in Palestina, si levi in alto tra le persone che hanno sostenuto la sua  causa e che lo hanno amato di più.
da qui

(tradotto da Gianni Lixi)

mercoledì 14 ottobre 2015

Ronnie Kasrils e Nelson Mandela sulla Palestina

Diceva Nelson Mandela:
Su uno stato Palestinese: «L’ONU ha preso una posizione forte contro l’apartheid contribuendo a creare un dibattito pubblico che ha contribuito a porre fine a questo sistema iniquo. Sappiamo fin troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi» (via cbsnews.com)
Su Israele: «Israele dovrebbe ritirarsi da tutte le aree che ha preso agli arabi nel 1967 e in particolare dovrebbe ritirarsi completamente dalle alture del Golan, dal sud del Libano e dalla West Bank (jweekly.com)
«Se c’è un paese che ha commesso atrocità indicibili nel mondo, quel paese è l’America (USA). A loro non importa nulla degli esseri umani (Cbsnews.com)

Qualsiasi sudafricano che oggi va in Palestina e visita la Cisgiordania e Gaza, o i palestinesi che vivono nello Stato di Israele “ne rimane scioccato e, scuotendo la testa, afferma che questo è molto peggio dell’apartheid che abbiamo conosciuto noi”. Un gran numero di sudafricani afferma che “quello che noi abbiamo sofferto è un picnic in confronto a quello che stanno soffrendo i palestinesi. (Ronnie Kasrils, di origini ebraiche, sudafricano, comunista dell’ANC, lo diceva nel 2010)

lunedì 28 luglio 2014

dice Mandela

“Parlare di pace resta un miracolo, se Israele continua ad occupare i territori arabi”

mercoledì 15 gennaio 2014

lettere dal carcere

“Si dice che non si conosce veramente una nazione finché non si sia stati nelle sue galere. Una nazione dovrebbe essere giudicata da come tratta non i cittadini più prestigiosi ma i cittadini più umili.”  (Nelson Mandela)
La carcere è la semplice custodia d’un cittadino finché sia giudicato reo, e questa custodia essendo essenzialmente penosa, deve durare il minor tempo possibile e dev’essere meno dura che si possa. (Cesare Beccaria)
…Scrivo terra-terra sdrammatizzando ma siamo nel tunnel degli orrori. Prendendo atto di ciò che è accaduto il 31 ottobre ora do il libero sfogo. Abbiamo sollecitato più volte le assistenti di sezione di tenere sotto osservazione una nostra compagna da giorni in uno stato confusionale e, preoccupate per questa visibile instabilità, abbiamo solo richiesto che venisse applicato il loro ruolo: controllarci. Bene se questo fosse stato fatto con i tempi giusti oggi non ci si troverebbe in questa condizione. Bene siamo scese all’aria alle 15  e al nostro ritorno dopo più di un’ora che eravamo rientrate notiamo un’allarmante via vai di assistenti nella cella di questa nostra compagna. L’hanno trovata priva di sensi con entrambe le braccia tagliate da ferite importanti tanto da procurarsi la sutura di 19 punti al braccio sinistro e 24 al quella destro. Ovviamente mentre era in infermeria viene fatto il cambio cella per essere poi piantonata. “Ovviamente”. Tutto ciò poteva essere evitato ascoltando le sue ragioni. Non volevano consegnarle la spesa della sua con ciellina uscita liberamente, che aveva fatto tanto di domandina per lasciare la sua spesa a lei. Domandina vista da vari assistenti e poi credo cestinata. Questa è stata la goccia che ha interrotto quel filo sottile della sua stabilità già offuscata. Anche qui sarebbe bastato ascoltare e controllare prima che succedesse l’accaduto. Malgrado piantonata, la stessa notte per la seconda volta ci è andata troppo vicina: si stava soffocando con la sua maglia, e per ritardare l’accesso alla sua cella di piantonamento ha tirato su la branda facendola incastrare nelle sbarre del blindo. Allora tiriamo fuori la realtà, la verità. Non credo che bisogna aspettare che uno sia sottoterra. Questo va ben oltre. Ieri è andata bene, se così si può dire, facciamo qualcosa. Aiutateci. Aiutiamo queste donne, figlie, madri…

…All’isolamento siamo in cinque. A un certo punto sentiamo sbattere da dentro una cella e andiamo a vedere: c’è una ragazza messa in punizione. Non può uscire da lì per dieci giorni. Chiusa 24 ore su 24. Inorridiamo a questa scoperta. Già noi ci sentiamo come animali in gabbia, chiuse in un corridoio, figuriamoci se si è costretti per dieci giorni, senza uscire, in una cella di due metri per uno. La guardia ci intima di allontanarci, non possiamo parlarle, altrimenti ci viene fatto rapporto e ci vengono dati quarantacinque giorni di carcere in più. Chiaramente, appena si gira, andiamo dalla ragazza, le portiamo l’acqua, il caffè, le allunghiamo una sigaretta. Se c’è una cosa che t’insegna il carcere, è questa: lì dentro non ci si lascia sole. Non importa quello che hai fatto al di fuori: lì, ci si aiuta l’un l’altra nei momenti di sconforto, di paura e di solitudine. La galera ti taglia fuori dal mondo, i contatti con l’esterno per molti sono nulli e rischi d’impazzire. Non c’è ordine dall’alto che tenga quando c’è in gioco il pericolo di una solitudine più grande di quella che già si ha. Fanculo l’isolamento, fanculo gli ordini, fanculo le regole che ti vogliono annullare. Nessuno deve rimanere solo…

…In carcere si sopravvive grazie agli incontri. Nonostante la storie completamente differenti si trovano donne con le stesse paure e la stessa voglia di libertà. C’è sempre una storia divertente o colma di sfighe che vale la pena di essere ascoltata. A volte nascono discussioni su vicende avvenute nel trantran quotidiano, sui fatti di cronaca con punti di vista strampalati, su sogni su fuori, su vicende del passato, su lamentele sullo schifo del carcere. Non c’è mai tempo però per parlare a lungo. Le ore d’incontro sono quelle d’aria, da far incastrare con la doccia e due ore la sera di socialità (si può stare in 4 in cella). È poco il tempo per superare la superficialità delle cose che si dicono, per iniziare a dire le cose che si pensano, non sufficiente per concluderle. Proprio impossibile invece è comunicare con le altre sezioni dello stesso braccio. Al femminile si sono solo quattro sezioni una vicina all’altra ma è come se fossero distantissime, se sei in terza non sai quasi nulla di quello che succede in prima e sono una sull’altra.
È vietato ogni tentativo di comunicare. Se urli troppo dalla finestra per parlare con una tua amica che è in un’altra sezione vieni rimproverata. Con il maschile nel 2011 esisteva ancora la posta libera, senza dover mettere i francobolli. La corrispondenza era fitta, nascevano rapporti epistolari d’amore e c’era l’opportunità di scambiarsi informazioni sulle differenti situazioni di detenzione, di far girare notizie di maltrattamenti e ingiustizie, di tirar su il morale di uno/a sconosciuto/a. Oggi le lettere interne bisogna spedirle, e il tempo di una risposta può essere anche di due settimane, perché l’attesa di una missiva che esce dal carcere ha inspiegabilmente questa durata. Riducendo al minimo l’incontro fisico con le compagne di detenzione, aumentando le distanze tra sezioni differenti, tra maschile e femminile, tra dentro e fuori i legami sono più fragili, aumenta la sensazione di isolamento, diminuisce la possibilità di far girare notizie di maltrattamenti, pestaggi o iniziative di protesta che se comunicare velocemente potrebbero avere una simultanea reazione solidale nelle altre parti del carcere e fuori.
Ma per superare le difficoltà di comunicazione, e gli ostacoli che l’amministrazione penitenziaria frappone internamente tra i detenuti e tra i detenuti e il mondo di fuori è necessaria la consapevolezza che la solidarietà e la determinazione individuale e collettiva sono gli unici strumenti che abbiamo contro le violenze, gli abusi e le umiliazioni che subiamo quotidianamente. Se ci lasciamo drogare tutti i giorni, se accettiamo passivamente le condizioni in cui ci costringono a vivere, se continuiamo ad essere isolate e indifferenti perdiamo la dignità che sola ci rende libere tra quelle mura e non costruiamo nessuna ancora di salvataggio a cui aggrapparci per resistere al mare aperto in cui siamo esiliate.

La motivazione per cui sono stato trasferito dai domiciliari al carcere è l’aver infranto le restrizioni, in altre parole l’aver ospitato a casa i miei amici. L’assurdo è che da Febbraio di quest’anno mi è stato revocato il divieto di comunicare e di incontrare persone diverse dai miei coinquilini. Quindi cosa avrei infranto? Il carabiniere che ha comunicato al giudice di avermi trovato a casa con i miei compagni nel momento del controllo, che avveniva sabato 21 Settembre, rifiutò di voler vedere la notifica che specificava la revoca delle restrizioni dicendo che era tutto a posto e che non ce n’era nessun bisogno. Stando in carcere ho potuto appurare che il suddetto sbirro è avvezzo ad infamate di questo tipo, ma anche qui non c’è molto da stupirsi.

…Nel carcere tutto è burocrazia, tutto viene regolato da una burocrazia lenta fatta di una modulistica che si sposta a mano. Le risposte alle domande a volte sono inesistenti. Per un colloquio con l’ispettore bisogna attendere un mese. Anche la corrispondenza postale dall’esterno impiega dai 2 ai 15 giorni per essere recapitata. Il sabato e la domenica non è possibile comunicare con nessuno. La presenza di polizia penitenziaria è ridotta all’osso. La sera, il mese di Agosto, la domenica e nei festivi non vi è presenza di alcun genere di personale. C’e’ una sola guardia ogni due o tre piani. Tenendo conto che le celle sono sempre chiuse, se non vi è il personale non si può fare nulla, nemmeno aprire la cancellata per pochi minuti.
Il cibo viene distribuito lungo il corridoio utilizzando un carrello. E’ lo stesso carrello che viene usato per portare la spesa ma anche per portare via i sacchi della spazzatura. Le malattie proliferano. il 15 giugno c’è stato ancora un caso di tubercolosi. Ci hanno fatto fare i test perché si temeva il contagio.
Non ci sono sistemi per richiamare l’attenzione del personale di controllo se non gridando. Se il personale non è presente al piano si può solo fare rumore per richiamarne l’attenzione. Nella cella accanto alla nostra la sera del 23 luglio una persona ha avuto un collasso. Il personale è arrivato solo dopo 30 minuti per portarlo al pronto soccorso. Alla domenica e nei festivi non è disponibile il medico, non ci si può lavare…

…Alle guardie non si può chiedere nulla. Questa è la regola per sopravvivere lì dentro. Stare zitto. Se un detenuto domanda di avere anche un semplice foglio di carta o una medicina si rischia la cella liscia.
La scena è questa: tu chiedi una cosa, l’agente arriva e ti risponde male. A quel punto se stai zitto va tutto bene ma e se tu reagisci, beh, loro o ti menano lì o ti portano nella cella liscia, quella di punizione.
Io una volta ho risposto e nella cella liscia ci sono stato. Una sera di novembre, sono arrivati in cinque, mi hanno preso, mi hanno portato giù nella cella liscia. Mi hanno fatto spogliare. Per sei giorni sono rimasto nella cella di isolamento in mutante. Dormivo su un materasso buttato a terra e senza neanche una coperta. Nudo, rannicchiato su quel materasso non sapevo più cosa ero…

decine di lettere dal carcere raccolte da Scarceranda:

martedì 17 dicembre 2013

10, 100, 1000 Mandela


Marwan Barghouti (che secondo Uri Avnery è il nuovo Mandela, leggi qui) scrive una lettera a Mandela per ricordarlo e onorarlo:
Nel corso dei miei anni di lotta, ho avuto occasione a più riprese di pensare a te, caro Nelson Mandela. E soprattutto dopo il mio arresto nel 2002. Io penso ad un uomo che ha passato 27 anni in una cella di prigione, solamente per dimostrare che la libertà abitava in lui prima di diventare una realtà di cui avrebbe potuto gioire il suo popolo. Penso alla tua capacità di sfidare l’oppressione e l’apartheid, ma anche di sfidare l’odio e di preferire la giustizia alla vendetta.
Quante volte hai dubitato del risultato di quella lotta? Quante volte ti sei domandato se la giustizia avrebbe prevalso? Quante volte ti sei chiesto se il tuo nemico avrebbe mai potuto diventare un tuo partner? Alla fine, la tua volontà si è dimostrata incrollabile, facendo diventare il tuo nome uno dei più luminosi nomi della libertà.
Tu sei molto di più che una fonte di ispirazione. Tu dovevi sapere, il giorno della tua liberazione dal carcere, che eri in procinto non solo di scrivere la storia, ma di contribuire al trionfo della luce sull’oscurantismo, pur restando umile.
in un’interessante intervista (qui) Marwan Barghouti dice:
“…Dovessi un giorno essere ucciso, e Israele rassicurare il mondo con l’ultimo suo successo contro il terrorismo – apra le virgolette. Perché ho sofferto per anni in carcere, sono stato torturato e come tutti voi, ho un’unica vita a disposizione: e invece non ho potuto crescere i miei figli, dividere il mio tempo con la donna che amo, e solo topi e scarafaggi sono stati compagni e testimoni di mesi interminabili in scatole di un metro e mezzo per due, mesi in cui non avevo una finestra, solo un ventilatore e la luce sempre accesa, e a volte neppure quello, a volte solo l’aria attraverso lo spioncino della porta le infinite volte in cui il mio universo è stato largo quanto un cortile, e solo per meno di un’ora al pomeriggio, ammanettato mani e piedi, in isolamento senza una radio, una televisione un libro, e per toilette un foro nel pavimento. Eppure non ho mai odiato nessuno. E ancora adesso, dopo che hanno tentato di assassinarmi con un missile, e dimenticato qui con cinque ergastoli, e altri quarant’anni, dovessi per caso resuscitare, ancora adesso, uomo derubato dell’unica vita che aveva ancora adesso, dopo Piombo Fuso, ancora sono certo che avremo un giorno coesistenza tra due stati uguali, e indipendenti e sovrani. Ho sostenuto instancabile il processo di pace, quando davvero pensavo che Israele intendesse ritirarsi dal mio paese.
Mi è stato tolto tutto: ma non è possibile togliermi il diritto e la dignità di smentirvi: non voglio distruggere Israele. Non voglio distruggere nessuno. Voglio solo vivere libero…”

Chi tiene imprigionato Marwan Barghouti (qui si parla di una campagna per la sua liberazione) è il governo di Israele, complice e venditore di armi al Sudafrica dell’apartheid, nonostante l’embargo dell’ONU del 1977.
Israele ha imparato benissimo come si fa l’apartheid, in Sudafrica erano dei dilettanti, al confronto, come raccontano i componenti di una delegazione sudafricana, inorriditi della durezza del sistema di repressione definita da loro peggiore dell'apartheid sudafricana, in un articolo di Gideon Levy del 10 luglio 2008 (qui)
Non stupisce che i governanti di Israele siano rimasti a casa, il Sudafrica è troppo lontano e il viaggio troppo costoso. E poi, come potevano rendere omaggio a uno come Nelson Mandela, che diceva che ”L’ONU ha preso una posizione forte contro l’apartheid, e nel corso degli anni, è stato costruito un consenso internazionale, che ha contribuito a porre fine a questo sistema iniquo. Ma sappiamo fin troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi” . D'altronde anche il governo degli Stati Uniti d’America (solo nel 2008) ha deciso che Mandela non era (più) un terrorista, chissà se il governo di Israele lo sa.
PS: grazie a Fawzi per l’ispirazione di questo scritto.

sabato 14 dicembre 2013

foto ricordo con Mandela



Madiba, il cammino della libertà – Marwan Barghouti

Nel corso dei miei anni di lotta, ho avuto occasione a più riprese di pensare a te, caro Nelson Mandela. E soprattutto dopo il mio arresto nel 2002. Io penso a un uomo che ha passato 27 anni in una cella di prigione, solamente per dimostrare che la libertà abitava in lui prima di diventare una realtà di cui avrebbe potuto gioire il suo popolo. Penso alla tua capacità di sfidare l’oppressione e l’apartheid, ma anche di sfidare l’odio e di preferire la giustizia alla vendetta.
Quante volte hai dubitato del risultato di quella lotta? Quante volte ti sei domandato se la giustizia avrebbe prevalso? Quante volte ti sei chiesto se il tuo nemico avrebbe mai potuto diventare un tuo partner? Alla fine, la tua volontà si è dimostrata incrollabile, facendo diventare il tuo nome uno dei più luminosi nomi della libertà.
Tu sei molto di più che una fonte di ispirazione. Tu dovevi sapere, il giorno della tua liberazione dal carcere, che eri in procinto non solo di scrivere la storia, ma di contribuire al trionfo della luce sull’oscurantismo, pur restando umile.
E hai portato la promessa ben oltre le frontiere del tuo paese, questa promessa, che l’oppressione e l’ingiustizia saranno sconfitte. Così hai aperto la strada alla libertà e alla pace. Dalla mia cella, io ricordo la tua ricerca quotidiana e allora qualsiasi sacrificio mi diventa sopportabile alla sola idea che il popolo palestinese potrà riacquistare la sua libertà, la sua indipendenza e la sua terra, e che questa terra potrà infine gioire della pace.
Tu sei diventato un’icona e hai fatto sì che la tua causa fosse un faro e si imponesse sulla scena internazionale. Universalismo contro isolamento. Sei diventato un simbolo al quale tutti coloro che credono nei valori universali alla base della tua lotta hanno potuto collegarsi, mobilitarsi e agire. L’unità ha forza di legge per un popolo oppresso. La tua minuscola cella, le ore di lavoro forzato, la solitudine e le tenebre non hanno potuto impedirti di vedere l’orizzonte, né di condividere la tua visione. Il tuo paese è diventato un faro e noi, Palestinesi, spieghiamo le vele per raggiungere la sua riva.
Tu hai detto: “noi sappiamo troppo bene che la nostra libertà non è completa senza quella dei Palestinesi”. E dalla mia cella io ti dico, la nostra libertà ci appare accessibile perché voi avete raggiunto la vostra. L’apartheid non ha prevalso in Sudafrica, e l’apartheid non può prevalere in Palestina. Noi abbiamo avuto il grande onore di accogliere in Palestina, qualche mese fa, il tuo amico e compagno di lotta Ahmed Kathrada, che dalla sua cella, dove ha preso forma una parte importante della storia universale, aveva lanciato la campagna internazionale in favore della libertà dei prigionieri palestinesi; mostrando con ciò che i legami fra le nostre lotte sono eterni.
La tua capacità di essere un simbolo di unificazione e un condottiero a partire dalla tua cella di prigioniero, tenendo nelle mani il futuro del tuo popolo mentre eri derubato del tuo stesso futuro, sono segni di un grande leader, eccezionale, e di una figura davvero storica.
Io saluto il combattente per la pace, il negoziatore di pace e il costruttore di pace che tu sei, mentre sei nello stesso tempo il leader militante e l’ispiratore di una resistenza pacifica, il combattente senza tregua e l’uomo di stato.
Tu hai consacrato la vita a far risplendere l’idea che la libertà e la dignità, la giustizia e la riconciliazione, la pace e la coesistenza possono prevalere. Adesso sono tanti quelli che nei loro discorsi onorano la tua lotta. In Palestina noi promettiamo a noi stessi di proseguire questa ricerca dei nostri valori comuni e di onorare la tua lotta non solo a parole, ma consacrando le nostre vite allo stesso scopo. La libertà, caro Madiba, prevarrà certo, un giorno, e tu hai meravigliosamente contribuito a fare di questa fede una certezza. Riposa in pace e che Dio benedica la tua anima invincibile.
Marwan Barghouti , Prigione Hadarim, cella 28

venerdì 6 dicembre 2013

ricordo di Nelson Mandela



Molti di coloro che convivono quasi quotidianamente con la violenza ritengono che essa sia un aspetto intrinseco della condizione umana. Ma non è così. La violenza può essere prevenuta. Le culture violente possono essere rovesciate. I governi, le comunità e gli individui possono fare la differenza. Il nostro compito è quello di dare ai nostri figli – i cittadini più vulnerabili in qualsiasi società – una vita libera dalla violenza e dalla paura. A questo scopo dobbiamo impegnarci instancabilmente a costruire la pace, la giustizia e la prosperità non solo in ogni paese, ma anche in ogni comunità e tra i membri di una stessa famiglia. Dobbiamo occuparci delle radici della violenza - Nelson Mandela