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domenica 12 dicembre 2021

Crimini di guerra: “Non vendete armi ai sauditi”. Ma Leonardo continua i suoi affari di morte - Antonio Mazzeo

 

Governi, ONG e giuristi internazionali invocano l’embargo sui trasferimenti di sistemi d’arma alle forze armate saudite per i crimini di guerra compiuti in Yemen. E allora cosa fa il gruppo italiano leader nella produzione di caccia, elicotteri, missili e cannoni? Invia la propria ultima invenzione a Riyad per rafforzare i legami culturali, tecnologici, scientifici e accademici con l’onnipotente famiglia dei sovrani d’Arabia.

 

A fine novembre una folta delegazione della Fondazione Med-Or, istituzione creata la scorsa primavera dall’holding Leonardo S.p.A. per “promuovere gli scambi e i rapporti internazionali tra l’Italia e i Paesi dell’area del Mediterraneo allargato fino al Sahel, Corno d’Africa e Mar Rosso (Med) e del Medio ed Estremo Oriente (Or)”, si è recata in visita ufficiale in Arabia Saudita per incontrare ministri e rappresentanti di enti statali.

A guidare la pattuglia della fondazione “volto buono” della maggiore industria bellica italiana, il suo presidente, l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti. Momento clou il vertice con il ministro dell’Educazione del Regno, Hamad bin Mohammed Al Al-Sheikh, laurea e master in Economia alla Stanford University, California.

“Nel corso dell’incontro tra il ministro Al Al-Sheikh e la delegazione italiana, le due parti sono andate oltre la partnership tra le università saudite e il centro (Med-Or) in vista di un rafforzamento dei campi scientifici e di ricerca e delle rispettive opportunità di formazione e trasferimento internazionale di esperienze e sperimentazioni, oltre al rafforzamento delle borse di studio che il centro offre agli studenti di talento dell’Arabia Saudita per poter svolgere i master in Italia”, riporta la nota del Ministero dell’Educazione di Riyad.

 

Integrazione Tra Industria E Ricerca

“Nel corso del meeting è stata anche discussa la possibilità di stabilire un istituto di studi arabi presso la Fondazione Med-Or, il primo di questo tipo in Italia dove esiste l’interesse a lanciare differenti iniziative di formazione e ricerca culturale e scientifica.

L’istituto potrebbe rappresentare un’entità nuova e unica e un ponte per idee, programmi e progetti che prosperino in cooperazione con le istituzioni accademiche, oltre a diventare una stazione per favorire la completa integrazione tra le industrie e i centri di ricerca”.

Obiettivi ambiziosi e complessi, maturati non certo in ambito politico-diplomatico e istituzionale tra Italia e Arabia Saudita, ma nell’alveo delle consolidate relazioni di affari tra il petroregime e il management di Leonardo e delle società di sistemi e tecnologie militari controllate.

Con tanto di tessitura dell’ex ministro della guerra ai migranti e alle migrazioni e la benedizione – a distanza – di noti accademici italiani.

 

Promozione Sociale O Vendita Di Morte?

Poco più di un mese fa a recarsi a Ryiad era stato l’amministratore delegato di Leonardo, nonché presidente onorario di AIAD, la Federazione delle aziende italiane del settore aerospaziale e militare, Alessandro Profumo. L’uomo che guida l’holding armiera, pure membro del comitato strategico della Fondazione Med-Or, ha partecipato come relatore al forum internazionale Invest in Humanity promosso dal Future Investment Initiative Institute, fondazione no profit di “promozione sociale” voluta dal principe Mohammad bin Salman al Saud, membro della famiglia reale e ministro della Difesa d’Arabia, e nel cui board fa bella mostra di sé l’ex primo ministro Matteo Renzi.

E proprio con Renzi l’on. Marco Minniti ha ricoperto l’incarico di sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega alla Sicurezza della Repubblica.

 

Occasione imperdibile, quella del forum per investire nell’umanità, per i vertici di Leonardo & C.. Dopo le miliardarie commesse dello scorso decennio (la fornitura all’Aeronautica militare saudita di 72 cacciabombardieri Eurofighter Typhoon prodotti dall’industria italiana e dai gruppi aerospaziali europei Eads e Bae Systems), in tempi più recenti Leonardo ha venduto all’Arabia Saudita sistemi avanzati elettro-ottici e per il controllo del traffico aereo fissi e trasportabili; sistemi di comunicazione e centri di controllo; velivoli a pilotaggio remoto; elicotteri da trasporto. E in dirittura d’arrivo, secondo alcuni analisti internazionali, ci sarebbero adesso i trasferimenti ai sauditi di elicotteri pesanti, sistemi missilistici (attraverso la partecipata MDBA), nuovi droni, convertiplani e caccia-addestratori.

 

Collaborazioni In Campo Militare

Con occhi più attenti, quello a cui punta la nuova creatura “culturale-scientifica” di Leonardo è di replicare in Italia un modello consolidato e di successo made in Israele: l’elaborazione e la condivisione di visioni strategiche e industriali-produttive da parte di attori politici, apparati militari e d’intelligence, industrie belliche, centri di ricerca scientifica e università, ovviamente in totale autonomia rispetto alle tradizionali sedi di decisione istituzionale.

“Leonardo Med-Or è nata per unire competenze e capacità dell’industria con il mondo accademico per lo sviluppo del partenariato geo-economico e socio-culturale”, si legge nello statuto della fondazione di Minniti e Profumo. Tra le attività in cantiere, oltre alle collaborazioni con alcuni paesi chiave in campo militare-industriale-accademico (vedi già Arabia Saudita e Marocco), Med-Or punta alla promozione di “programmi e formazione nei settori della safety e della security, dell’aerospazio e della difesa”, grazie soprattutto a “partenariati con le istituzioni accademiche e di ricerca nazionali”.

 

Un Comitato Scientifico Con Grandi Nomi

E non è certo un caso che pochi giorni dopo il vertice a Riyad con il ministro dell’Istruzione Hamad bin Mohammed Al Al-Sheikh, il 2 dicembre si è tenuta a Roma la riunione di insediamento del Comitato Scientifico della Fondazione Med-Or, presenti anche i componenti del Consiglio di amministrazione (Marco Minniti; l’ex direttore della Polizia criminale Enrico Savio; i dirigenti di Leonardo S.p.A. Alessandra Genco, Simonetta Iarlori e Filippo Maria Grasso; l’amministratore delegato della società di engineering saudita Arkad, Paolo Bigi; i docenti universitari Francesca Maria Corrao, Egidio Ivetic e Germano Dottori; lo scrittore siciliano Pietrangelo Buttafuoco; l’avvocato Alessandro Ruben, parlamentare del Popolo della Libertà dal 2008 al 2013).

I componenti del Comitato Scientifico della Fondazione di Leonardo sono rettori, docenti e ricercatori delle maggiori università italiane. Un vero peccato che un gruppo di fini intellettuali dalle alte qualità, si cimenti con affari che fomentano le guerre.  In ordine alfabetico compaiono i nomi di: Franco Anelli (rettore della Cattolica del Sacro Cuore di Milano); Gabriella Arrigo (direttrice affari internazionali dell’Agenzia Spaziale Italiana); Giorgio Barba Navaretti (ordinario di Economia politica all’Università di Milano); Giovanni Betta (già rettore dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale); Francesco Bonini (rettore della LUMSA di Roma); Stefano Bronzini (rettore a Bari); Raffaele Calabrò (rettore del Campus Bio-Medico di Roma); Lucio Caracciolo (direttore di Limes); Carlogiovanni Cereti (ordinario di Filologia); Francesco Cupertino (rettore del Politecnico di Bari); Melina Decaro (ordinaria di Diritto pubblico alla LUISS di Roma).

E poi ancora: Flavio Deflorian (rettore a Trento); Ersilia Francesca (associata di Storia dei Paesi islamici presso l’Orientale di Napoli); Vincenzo Loia (rettore a Salerno); Matteo Lorito (rettore della Federico II di Napoli); Alberto Lucarelli (ordinario di Diritto costituzionale alla Federico II); Paolo Mancarella (rettore a Pisa); Raffaele Marchetti (prorettore della LUISS); Alessia Melcangi (ricercatrice di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma); Karim Meznan (professore di Studi mediorientali alla John Hopkins University); Antonello Miranda (ordinario di Diritto privato); Leopoldo Nuti (ordinario di Storia delle Relazioni Internazionali a Roma Tre); Maurizio Oliviero (rettore a Perugia); Paolo Passaglia (ordinario di Diritto pubblico a Pisa); Alessandra Petrucci (rettrice a Firenze); Luca Pietromarchi (rettore a Roma Tre); Antonella Polimeni (rettrice della Sapienza); Andrea Principe (rettore della LUISS); Riccardo Redaelli (ordinario di Geopolitica alla Cattolica).

L’interminabile lista si chiude con: Ferruccio Resta (rettore del Politecnico di Milano); Flaminia Saccà (ordinaria di Sociologia dei fenomeni politici dell’Università della Tuscia); Ciro Sbailò (preside di Scienze politiche presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma); Giancarlo Scalese (ordinario di Diritto internazionale a Cassino); Roberto Tottoli (rettore dell’Orientale di Napoli); Francesco Ubertini (ordinario di Scienza delle Costruzioni ed ex rettore a Bologna); Arturo Varvelli (direttore dell’Ufficio di Roma dell’European Council on Foreign Relations); Arianna Vedaschi (ordinaria di Diritto pubblico alla Bocconi di Milano); Lorenzo Vidino (direttore del Programma sull’estremismo della George Washington University); Ida Zilio Grandi (associata di Lingua e letteratura araba all’università Ca’ Foscari di Venezia); Santo Marcello Zimbone (rettore della Mediterranea di Reggio Calabria).

Così il cuore dell’accademia italiana potrà essere ancora più armato.

da qui

venerdì 5 marzo 2021

Marco Minniti approda a “Leonardo” - Salvatore Palidda

 

Come hanno segnalato alcuni quotidiani (https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/02/27/marco-minniti-si-dimette-da-deputato-del-pd-guidera-la-fondazione-di-leonardo/6115573/), l’ex-ministro degli interni Marco Minniti è approdato a capo della una nuova fondazione di Leonardo Med-Or. Il fatto va al di là della mera scelta di un ruolo sicuramente più redditizio e più promettente delle sue chances di carriera politica a breve scadenza. Forse la promozione di Cingolani da dirigente di Leonardo a ministro avrà anche suggerito a Minniti un percorso più conveniente che quello di aspettare tempi migliori nel gioco politico, visto che il PD sembra perdere colpi e lui sembra aver perduto possibilità di ascesa a ruoli più gratificanti di quello a cui era stato ridotto.

Questo approdo è significativo perché è non solo il compimento di un percorso politico ma anche la conferma di un processo che ha portato l’ex-sinistra italiana ad abbracciare la causa degli affari militari e di polizia. Va infatti ricordato che il percorso di Minniti è stato rilevante in quella che in altra occasione (http://effimera.org/appunti-epistemologia-della-conversione-liberista-della-sinistra-salvatore-palidda/) abbiamo chiamato la conversione liberista del PD nel campo degli affari militari e di polizia. Di fatto, si può dire che ha svolto un ruolo importante nel far diventare il PD il principale referente della lobby militare e di polizia, insieme a Luciano Violante, attuale presidente della Fondazione Leonardo (1), e a Massimo D’Alema (2), che hanno dato un contributo decisivo in questo campo. È anche grazie a loro che l’ex-capo della polizia Gianni De Gennaro, celebre per il suo operato in occasione delle violenze e torture durante i fatti del G8 di Genova nel luglio del 2001, è approdato prima a capo dei servizi segreti e poi a presidente di Finmeccanica (ora Leonardo). Ed è particolarmente significativo che nel 2009 Minniti abbia creato con l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga la Fondazione Icsa, dotata di un comitato scientifico composto da militari, agenti dei servizi segreti e alcuni accademici embedded (3). Va inoltre ricordato che Minniti si è distinto come il Ministro degli interni che di fatto, con i suoi decreti sicurezza, ha anticipato e spianato la strada a Salvini, riscuotendo non a caso una popolarità stupefacente nella platea dei militanti del partito della Meloni (4), ed è stato artefice del baratto con la banda libica per proteggere gli impianti e la produzione dell’Eni in nome anche dello stop all’emigrazione verso l’Italia che questa banda avrebbe garantito (5). Non solo, ma Minniti pare essere stato anche decisivo nel promuovere l’attività di vendita di armamenti italiani ben esposti nella fiera internazionale di Abu Dhabi (6) e nell’aver sponsorizzato l’ascesa dell’on. Pinotti a ministra della difesa.

Non sorprende quindi il suo approdo a presidente di Med-Or, la nuova fondazione che vuole fare da ponte «economico, industriale e culturale» tra l’Italia e gli altri Paesi del Mediterraneo, dell’area subsahariana, del Medio e Estremo Oriente. Oltre a Minniti alla guida della fondazione ci saranno rappresentanti del mondo dell’industria, dell’università e della ricerca (e sarà interessante sapere chi sono).

L’approdo di Minniti a Leonardo è in perfetta armonia con lo spirito liberista del governo Draghi: il futuro sta in una netta ibridazione fra pubblico e privato (a favore del secondo) e la più importante multinazionale italiana è Leonardo, che a modo suo copre tutto: dallo sviluppo della produzione di armamenti sempre più sofisticati alle nuove tecnologie fruibili anche in diversi campi, sino al cosiddetto greenwhashing (come del resto pretendono praticare l’Eni, l’Enel e altre grandi imprese). Con la Fondazione Med-Or, Leonardo (più che lo Stato italiano) vuole giocare un ruolo di punta fra Europa, Mediterraneo e Oriente, area da sempre sognata dalle ambizioni italiane, che, peraltro, probabilmente non avranno uno sviluppo in termini di autonomizzazione dall’alleato dominante (gli Stati Uniti) anche perché in questi campi la ricerca e la produzione italiane restano sempre subalterne a quelle statunitensi (notoriamente via joint-venture).

Oggi più che mai i gruppi dominanti e i loro personaggi sono proiettati nella transnazionalizzazione più che nella difesa coerente dell’interesse dello Stato di diritto democratico. Che si tratti di migranti destinati ad essere alla mercé di un’agenzia come Frontex, in sfacciata combutta (peraltro illecita) con i mercanti di armamenti e con la violazione dei diritti umani (7), o che si tratti di difendere le multinazionali “italiane”, i governi di centro-destra o di centro-sinistra e ora di “unità nazionale” non lesinano lo spreco di missioni e spese militari e di polizia che di fatto servono a difendere interessi privati (quali appunto quelli di Leonardo, Eni, Enel ecc.). Ed è difficile sperare in una maggiore trasparenza sull’operato dei servizi segreti e degli intermediari a volte criminali di cui le multinazionali italiane non hanno esitato a chiedere prestazioni, fatti quasi sempre finiti in scandali di effimera durata (8).

NOTE:

(1) https://fondazioneleonardo-cdm.com/it/fondazione/.
(2) È col Governo D’Alema che l’Italia ebbe un ruolo importante nella guerra contro la Serbia (vedi Il governo D’Alema nacque per rispettare gli impegni Nato di Carlo Scognamiglio Pasini, già ministro della Difesa: Il Corriere della Sera, 7 giugno 2001, ripreso da https://www.peacelink.it/storia/a/6575.html). Con tale Governo l’Arma dei Carabinieri fu promossa quarta forza armata, il che si è tradotto nel dare l’egemonia a questa forza rispetto alle altre forze di polizia e in un processo di ri-militarizzazione del comparto sicurezza.
(3) http://www.fondazioneicsa.info/2017/06/23/767/www.fondazioneicsa.info/consiglio-scientifico/.
(4) https://www.youtube.com/watch?v=9uIt5GHO95A.
(5) Secondo alcune fonti Minniti avrebbe autorizzato agenti dei servizi segreti italiani a dare più di 10 milioni di dollari al capo dei trafficanti (anche di petrolio rubato all’Eni), Ahmed Dabbashi e al fratello, due noti criminali della banda chiamata «milizia 48». Dabbashi avrebbe incontrato gli agenti italiani nell’hôtel Gammarth di Tunisi:  https://www.corriere.it/video-articoli/2017/09/08/migranti-scafisti-cosa-accade-davvero-libia/979f2c26-94a3-11e7-add3-f41914f12640.shtmlhttps://www.mediapart.fr/journal/international/020917/migrants-en-libye-le-pacte-pourri-entre-rome-les-garde-cotes-et-les-trafiquantshttps://blogs.mediapart.fr/salvatore-palidda/blog/110917/la-sale-affaire-italo-libyenne-sur-le-dos-des-migrants.
(6) Si chiama Isex la fiera internazionale degli armamenti dove accorrono tutti i produttori e commercianti di armi fra cui gli italiani: ultima edizione il 21-25 febbraio 2021 (https://idexuae.ae/wp-content/uploads/2021/02/7.-IDEX-2021_Program-of-Event_Online-Version-2.pdf e https://idexuae.ae/exhibitor/exhibitor-list/). Alla 23ª edizione della fiera Intersec, su “Sicurezza, Cybersecurity, Safety & Fire protection”, a gennaio 2022, saranno presenti 1400 espositori e visitatori di 135 paesi.
(7) Come ha segnalato Le Monde il 5 febbraio 2021, il canale pubblico tedesco ZDF, con la collaborazione dell’ONG Corporate Europe Observatory (CEO), ha svolto un’indagine sui legami tra Frontex e l’industria della sorveglianza e degli armamenti. Decine di documenti dimostrano violazioni delle regole delle istituzioni europee sul lobbismo, una mancanza di trasparenza e una quasi totale assenza di preoccupazione per il rispetto dei diritti umani: https://www.osservatoriorepressione.info/frontex-agenzia-europea-della-guardia-delle-frontiere-associazione-mercenari-la-guerra-alle-migrazioni/.
(8) Fra altri vedi: https://www.africa-express.info/2020/09/12/eni-shell-scandalo-corruzione-pozzo-petrolifero-nigeria-chiede-109-miliardi/https://www.ildubbio.news/2018/01/09/scandalo-finmeccanica-altro-flop-tutti-assolti/https://espresso.repubblica.it/attualita/2018/04/06/news/eni-nuovo-scandalo-africano-ecco-chi-sono-gli-italiani-che-controllano-il-giacimento-in-congo-1.320382https://www.limesonline.com/cartaceo/armi-droga-mafia-la-guerra-come-affare?prv=truehttps://www.repubblica.it/esteri/2015/04/10/news/indagavano_su_un_traffico_d_armi_per_conto_della_cia_l_ultima_verita_su_ilaria_e_miran-111572631/https://www.lastampa.it/cronaca/2019/03/20/news/a-25-anni-dall-omicidio-in-somalia-ilaria-e-miran-la-verita-che-nessuno-puo-scrivere-1.33689124http://www.ilariaalpi.it.

 

da qui

venerdì 28 dicembre 2018

Riace non si arresta - Mimmo Lucano



Quando assunsi il mio impegno in una terra “di frontiera”, pensavo che il problema più grave da affrontare sarebbe stato quello delle mafie, della violenza diffusa. Invece no. Da due anni prosegue una storia di oppressione nei confronti dell’esperienza di Riace, iniziata quando nel ruolo di ministro degli Interni c’era una persona della nostra terra, di Reggio Calabria. Marco Minniti mi convocò al ministero dell’Interno, ma non lo incontrai fisicamente. Fu un gesto insensibile. Seduti ad un tavolo hanno deciso le sorti, Riace doveva finire in quel modo… Così come noi organizziamo – e non è semplice – la solidarietà, spazi di umanità, c’è chi opera, seduto nei suoi uffici, con strategie oppressive, per determinare risultati mortificanti.
Candidandosi ad aspirante segretario del Pd, Marco Minniti ha detto: «Sono dalla parte di Riace, sono dalla parte del suo sindaco». Vorrei capire che senso hanno quelle parole. L’autorità giudiziaria, ai tempi, avrebbe fatto bene a chiedergli come mai da ministro dell’Interno faceva accordi con i capi clan della Libia per rinchiudere le persone. Ha cominciato la guerra alle ong, alle organizzazioni umanitarie, a progetti che in ogni caso davano speranza, trasmettendo l’idea che l’accoglienza dei migranti non è assolutamente un problema. Ciò che è successo a Riace poteva benissimo succedere in tantissime realtà, non solo della Calabria ma dell’Europa. E allora, come mai dopo un anno pronuncia quelle parole? Lo fa, ovviamente, per propaganda, perché cerca di trovare spazi politici, nonostante abbia contribuito certamente ad opprimere l’esperienza di Riace. Immagino che Minniti sapesse tutto quando venne disposto il blocco dei fondi al nostro Comune, quando c’erano le indagini della procura. E non ha detto nulla. Non ha fatto nulla. Allora vuol dire che un anno fa non facevamo nulla di così grave, altrimenti avrebbe dovuto denunciarlo pubblicamente. È interessante analizzare queste parole. Indicano che Minniti era perfettamente cosciente che a Riace non ci fosse nulla di grave.
Come ministro ha spianato la strada all’attuale deriva della nostra società, a questo decreto Salvini che possiamo definire il “decreto della disumanità”, e che già ha prodotto i suoi effetti. Basta vedere cosa è successo a Crotone: da l momento che chi ha la protezione umanitaria non può più stare nei centri di accoglienza Sprar, diverse persone sono state lasciate per strada e tra loro anche una bambina di sei mesi. Che senso ha? Di cosa parliamo? Quel ministero è un ministero della disumanità. Non ci sono dubbi…
Ma io ho una speranza, che sia possibile fare di nuovo di Riace quel paese che porta l’aura di un sogno possibile. Nel frattempo io sono stato prima indagato per due reati, tra cui favoreggiamento della immigrazione clandestina. Quando è hanno fatto il decreto Minniti Orlando, che riduceva la possibilità di ricorrere ai dinieghi delle commissioni per il riconoscimento dello status di rifugiato, noi avevamo tantissime persone a Riace. C’erano tantissimi ragazzi della Nigeria, che non avevano ricevuto un diniego solo ma ben due (non era più possibile averne tre, come prima). E volevano in qualsiasi modo evitare di tornare nei loro Paesi di origine, dove si erano lasciati dietro un inferno. Magari si erano indebitati per tutta la vita, per cercare una soluzione. E qualcuno di loro avrebbe voluto sposarsi, è vero, per ottenere il certificato di matrimonio, e quindi il permesso di soggiorno per motivi familiari. Io celebrai solo un matrimonio. E se ho fatto qualcosa è perché ho visto l’orrore nei loro occhi di fronte alla prospettiva del loro ritorno nel Paese d’origine. Un gesto del genere non può mai essere messo sullo stesso livello di un accordo coi capi clan della Libia per impedire alle persone di arrivare in Italia. Simona ha nominato una ragazza nigeriana vittima delle politiche disumane di cui ho parlato. Questa ragazza, Becky Moses, era stata “diniegata”, le era stata rifiutata la domanda di asilo. Lei non ha pensato di sposarsi, bensì che l’unica soluzione alla sua vita fosse quella di trasferirsi nella tendopoli di San Ferdinando nella piana di Gioia Tauro. Il 26 gennaio 2018 è morta bruciata viva, tentava di riscaldarsi, perché faceva freddo quella sera. Chi sono i responsabili? Perché non c’è stato un processo, perché non è stata aperta una inchiesta, che valore ha la vita degli esseri umani?
Aggiungo che sono stato accusato anche di aver concesso carte d’identità false. Anche Becky era arrivata in municipio per rinnovare il suo documento, che aveva smarrito in pullman. Il 23 dicembre 2017, io gliel’ho rifatto. Pochi giorni dopo è morta. Quella carta di identità con la mia firma, per una strana coincidenza è rimasta per terra, vicina alla sua capanna bruciata fatta di plastica. Sono orgoglioso di averla fatta, quella carta di identità. Nella stessa zona, a poca distanza da Riace, un ragazzo si batteva per i diritti sindacali dei braccianti impegnati nella piana di Gioia Tauro. È morto ammazzato, lo scorso giugno. “Dobbiamo poterci fare giustizia con le nostre mani” si dice oggi. E così, qualcuno ha pensato bene di uccidere Soumaila Sacko, perché avrebbe tentato di rubare un pezzo di lamiera per rinforzare la capanna in cui viveva, e far scivolare via l’acqua sul tetto. È stato ammazzato, Soumaila Sacko. Questi giovani vengono in Italia per vivere, e noi li facciamo morire.
Anche un altro ragazzo, di soli 18 anni, è morto bruciato vivo nella tendopoli di San Ferdinando, ad inizio dicembre. Ma vi rendete conto? E le stesse persone che sono state così attente a tutti gli aspetti burocratici, a individuare anche se mancava un timbro, quelle persone che hanno portato alla chiusura dell’esperienza di Riace e anche alla mia personale situazione giudiziaria, infliggendo quelle che per me sono mortificazioni dell’anima, ecco quelle stesse persone lasciano invece operativo il centro di San Ferdinando. A tutt’oggi, mentre noi parliamo.
*
Dall’intervento di Mimmo Lucano al Teatro Palladium di Roma, durante la serata di lancio della candidatura di Riace al Nobel per la pace 2019, promossa tra gli altri da Left, Re Co Sol e VIII Municipio di Roma


domenica 31 dicembre 2017

che giornale, Repubblica. dice bortocal

si annida a Repubblica il nauseante neo-nazismo italiano di Natale 

stavo per scrivere due righe di soddisfazione natalizia (comunque) per il primo (e anche ultimo?) “volo umanitario all’aeroporto militare di Pratica di Mare”, col quale sono stati accolti – dice La Stampa – i primi 160 rifugiati evacuati dalla Libia.
be’, i primi non proprio.
siccome non sono uno stupido, capisco benissimo che ad attenderli c’era il ministro Minniti, che almeno a Natale deve togliersi di dosso la qualifica di aguzzino, conquistata sul campo.
e dunque l’intera operazione è biecamente pre-elettorale, per provare a convogliare i voti residui dell’area buonista.
comunque ero disposto a fare il finto ingenuo e a dirmi contento lo stesso: importante è il risultato, mi dicevo.
un piccolo modesto passo in avanti verso un paese civile che sa accogliere dignitosamente i non moltissimi che sono autentici profughi di guerra e forse impostare una politica di integrazione ed accoglienza che sinora manca.
. . .
ma mi ha rovinato la festa il quotidiano Repubblica, quello che fa parte della stessa area politica di riferimento di Minniti e da anni usurpa l’immagine di giornale progressista, facendo propaganda razzista, occulta, ma neppure tanto.
guardate questo titolo:
Hawala, ecco come lavoratori stranieri, scafisti e terroristi trasferiscono soldi senza lasciare tracce
la normale pratica di un immigrato di mandare i soldi a casa (le famose rimesse degi emigranti) diventa una attività criminale.
lavoratori stranieri, scafisti e terroristi sono messi tutti sulla stessa barca, verrebbe voglia di dire, se non fosse una battuta molto macabra.
. . .
se pensate che io esageri come al solito, aggiungo la foto di contorno, che ricorda in maniera inequivocabile quelle della propaganda nazista durante la seconda guerra mondiale:

i peggiori stereotipi criminalizzanti sono concentrati in questa immagine: l’immigrato è disgustoso, vestito male, infido e anche pieno di soldi illeciti.
non ve ne eravate accorti, vero?
ma è proprio in questo modo che funziona la propaganda: si insinua nella mente approfittando della disattenzione.
. . .
questo è lo stesso quotidiano che denuncia il pericolo neonazista se quattro ragazzotti di destra vanno a contestarlo.
questo è uno dei protagonisti della campagna mediatica contro le fake news.
le sue?
eccolo, il co-protagonista della campagna internazionale dei poteri forti contro le notizie loro sgradite, mentre riorganizzano internet in modo da emarginare e rendere insignificante l’informazione alternativa. 
. . .
e intanto la concentrazione neo-feudale della ricchezza è giunta ad un punto tale che 8 soli nazi-plutocrati detengono la stessa ricchezza della metà più povera del mondo, cioè quasi di 4 miliardi di persone 
loro sono quelli che si presentano con le faccine pulite di Bill Gates o Zuckerberg, i benefattori dell’umanità,
e i disperati della Terra, tra i quali stanno progressivamente gettando anche il vecchio ceto medio occidentale, sono quelli che poi rappresentano come abbiamo appena visto sui media che loro controllano.
. . .
Repubblica: questo è il periodico che fa le sue quotidiane campagne politically correct e sostiene il buonismo acritico che è diventata una cappa asfissiante di perbenismo benestante che ci soffoca le menti.
il giornale che si dice antifascista e assieme sostiene l’alleanza subordinata del Partito neo-renzista con Berlusconi, mentre questo dichiara che Mussolini non era un dittatore.
. . .
buon Natale a tutti?
proprio a tutti?
no: a Natale stiamo tutti più in campana che mai.

da qui


Repubblica razzista anche per conto dei tedeschi


Repubblica istiga all’odio contro i profughi citando un caso di cronaca nera tedesca: ma la stampa tedesca seria sostanzialmente lo ignora.
questa è la notizia sparata con una certa evidenza dal quotidiano fondato da Scalfari l’oligarca.
sono andato a controllare sui tre più autorevoli quotidiani tedeschi online:
Die Welt (di centro) e Der Spiegel (di sinistra) la ignorano completamente,
la FazFrankfurter Allgemeine Zeitung, da ricondurre agli ambienti finanziari di Francoforte, e dunque all’incirca all’area della FDP, il Partito Liberale, se la cava con un trafiletto asciutto, non mette mel titolo la nazionalità di questo adolescente che ha ucciso e nel corpo dell’articolo osserva soltanto che si stanno studiando misure migliori per casi simili:
visto che risulta, tra l’altro, che il ragazzo era già stato convocato dalla polizia per essere ammonito per e minacce che hanno preceduto l’omicidio, considerato peraltro non premeditato,
e allora? dove è il pericolo razzista tedesco?
forse in certe correnti profonde di una parte dell’opinione pubbica non sulla stampa seria.
l’unico quotidiano che dà un enorme rilievo alla notizia e a spara come primo titolo è Bild, una specie di Libero locale…

giovedì 28 dicembre 2017

Una piccola storia ignobile - Lorenzo Guadagnucci


La nomina di Gilberto Caldarozzi a vice capo della Dia (Direzione investigativa antimafia) sta suscitando un po’ di scandalo fra le anime belle – tipo il sottoscritto – che ancora vogliono credere che nella democrazia italiana esistano valori e norme morali di condotta cui fare riferimento, ereditate dalla più nobile tradizione della democrazia costituzionale. In realtà la scelta compiuta dal ministro Marco Minniti, la scelta cioè di nominare a quel delicato incaricato uno dei funzionari condannati in via definitiva per una delle più violente e infamanti operazioni di polizia degli ultimi decenni (la cosiddetta perquisizione alla scuola Diaz del 21 luglio 2001), va letta in termini politici e nell’ambito della ridefinizione dei rapporti fra l’ordinamento interno e gli obblighi internazionali in materia di tutela dei diritti fondamentali.
La nomina di Caldarozzi, sotto il profilo legale, è certamente lecita. Il funzionario ha scontato la sua pena (qualche mese di arresti domiciliari grazie all’abbuono di tre anni dovuto all’indulto) e anche i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici (stabiliti in automatico dal giudice) e quindi è rientrato in polizia.
Il ministro ha scelto di affidargli un incarico importante e delicato nonostante la grave e clamorosa condanna subita, ignorando quelle valutazioni di opportunità e buon senso che le anime belle vorrebbero vedere applicate, secondo il principio per cui l’onore e la credibilità dell’istituzione è più importante della sorte degli individui e anche secondo la regola per cui a grandi poteri (ossia a ruoli gerarchici rilevanti)  devono corrispondere grandi responsabilità e non grandi privilegi. In sostanza, pensano le anime belle, se un dirigente di polizia viene condannato per un fatto così grave – un  pestaggio ingiustificato di cittadini inermi, con l’aggiunta della costruzione di prove false e il tentativo di occultare tutto con falsi verbali – è bene che lasci per sempre il suo incarico e se possibile la stessa polizia, in nome dell’interesse primario del corpo di appartenenza, che di fronte a fatti simili deve mandare chiari messaggi di ripudio e di sdegno a tutti i cittadini e anche a chi lavora in polizia. Ne va della credibilità del corpo e delle istituzioni: questo pensano le anime belle.
Fra queste c’è anche la Corte europea per i diritti umani, istituita a Strasburgo per garantire l’applicazione della Convenzione europea per i diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali sottoscritta solennemente dopo la Seconda guerra mondiale, la quale Corte nelle sue sentenze prescrive la sospensione dal servizio dei funzionari eventualmente rinviati a giudizio per reati riferibili all’articolo 3 della Convenzione (trattamenti inumani e degradanti e tortura) e la rimozione, cioè il licenziamento, nel caso di condanna definitiva. Quale sia il fine di simili “consigli” è fin troppo evidente: la necessità di punire in modo adeguato violazioni gravissime e soprattutto di prevenire ulteriori abusi, salvaguardando la dignità e la credibilità delle forze di sicurezza di fronte ai cittadini.
Caldarozzi e gli altri funzionari condannati per la sciagurata spedizione alla Diaz le condanne, in verità, non sono stati condannati per tortura, visto che lo specifico reato ancora non esisteva, e quindi la “prescrizione” della Corte, che peraltro non ha il potere di farla rispettare, è più sostanziale che formale, visto che è stata la Corte stessa, e non i tribunali italiani, a qualificare il blitz alla Diaz come un caso di tortura.
Qui si innesca la scelta politica compiuta dal nostro governo. Minniti e Gentiloni avrebbero potuto agire con prudenza e buon senso, tenendo conto delle sentenze della Corte e magari gettando un pensiero ai concittadini (compreso il sottoscritto) che nella notte della Diaz non erano nel ruolo dei carnefici bensì in quello un pochino più scomodo, e soprattutto umiliante, delle vittime. In sostanza, una volta deciso, come è stato deciso anche da precedenti governi, che l’Italia non accetta l’idea di sospendere o rimuovere i propri dirigenti di polizia nemmeno in casi tanto gravi e clamorosi, avrebbero potuto riammettere Caldarozzi senza affidargli un ruolo di primo piano: per salvare le apparenze, per non aggiungere sale a una ferita ancora aperta, per non rischiare ulteriore discredito sulla scena internazionale, visto che l’Italia è reduce da quattro pesantissime condanne alla Corte di Strasburgo per casi di tortura (due sentenze per la Diaz e una per Bolzaneto riguardanti il G8 del 2001, una per i maltrattamenti inflitti a detenuti nel carcere di Asti nel 2004).
Minniti ha scelto diversamente e il suo gesto è al tempo stesso una sfida e una precisa scelta di politica istituzionale. È una sfida alle anime belle (oltre che, naturalmente, uno schiaffo in faccia ai cittadini sottoposti ad abusi e torture) e a chi pretenderebbe provvedimenti seri – normativi e no –   nell’ottica delle prevenzione; è una scelta di politica istituzionale perché conferma l’insofferenza del nostro paese per gli obblighi giuridici, morali e politici che scaturiscono dalle convenzioni sulla tutela dei diritti fondamentali, obblighi che sono il fondamento del diritto umanitario ma che sono ormai visti come un intralcio da correggere e superare (vedi la nuova politica migratoria). Per certi versi Minniti si mette in scia coi suoi predecessori, da Scajola in poi, tutti fermi nel rifiutare qualsiasi richiesta di intervento a carico di funzionari e dirigenti implicati nel caso Diaz, ma fa anche di più, scavalcando tutti a destra potremmo dire, perché la sua scelta su Caldarozzi, per quanto legittima sul piano formale (grazie alla natura ibrida e incerta del diritto internazionale in materia di diritti umani) ha un valore simbolico e politico particolarmente alto, visto che arriva all’indomani di ben due condanne dell’Italia davanti alla Corte di Strasburgo proprio per il caso Diaz, un caso – va ribadito – che è stato qualificato come tortura all’unanimità da sette giudici di sette diversi paesi.
Il dottor Caldarozzi vive così il suo piccolo trionfo. Rientra negli apparati di polizia percorrendo il tappeto rosso steso da Minniti e si prende la sua rivincita, lasciando dietro di sé una scia di inutili parole spese da tante anime belle, inclusi i giudici di Cassazione che nel 2014 confermarono il no del Tribunale di sorveglianza alla sua richiesta di affidamento ai servizi sociali per il residuo di pena (otto mesi) non coperto dall’indulto. La Cassazione confermò il no, inviando Caldarozzi agli arresti domiciliari, per la non apprezzabile predisposizione del condannato a un ripensamento critico della sua condotta, dedotta dalla sua indifferenza rispetto ad una prospettiva risarcitoria volontaria delle vittime, dalla lettura minimale delle sue responsabilità, dal rifiuto di esprimere pubblica ammenda per quanto accaduto in riferimento alle sue colpe”.
È una linea, quella tenuta da Caldarozzi, che Minniti evidentemente approva e che mi spinge a trarre una morale da questa avvilente vicenda.
Abbiamo tentato, in questi sedici anni e rotti, di aiutare la polizia e lo stato a uscire a testa alta dalla brutta vicenda delle torture, dei falsi e delle calunnie che hanno caratterizzato il G8 di Genova, lo abbiamo fatto proponendo ai vertici delle istituzioni di mettersi al fianco dei cittadini vittime degli abusi: potevamo dire insieme che sui diritti fondamentali non si transige e che l’interesse pubblico prevale sui legami personali e istituzionali intercorrenti fra uomini degli apparati e responsabili politici.
Lo stato ha detto no e ha preferito salvare, coprire, proteggere gli alti dirigenti indagati, processati e condannati, sacrificando tutto il resto: la lealtà, la dignità, la credibilità che i cittadini si aspettano da chi indossa una divisa o svolge un ruolo nel servizio pubblico.
Abbiamo perso.  Ci credevamo cittadini, ma agli occhi dei ministri (per non dire di altri) non siamo che stolide e superflue anime belle ferme a un’idea superata dello stato e della democrazia.

da qui o da qui 

sabato 4 novembre 2017

L’innominabile - Flore Murard-Yovanovitch

(articolo di un anno fa, come fosse oggi)

 

C’è un abisso, una faglia tra Africa ed Europa, dove migliaia di migranti stanno scomparendo ieri e oggi. “Fatti sparire”, presi a tenaglia tra due fronti: le detenzioni e gli abusi in Libia e i muri spinati e armati europei. Circa ducento persone sono annegate in solo tre giorni, dal 25-27 ottobre, in vari “naufragi” come si chiamano eufemisticamente. Nessuno osa parlare di eliminazione, eppure la scomparsa di massa è il frutto di una linea politica dell’Ue – il blocco del flusso migratorio a tutti costi, alla partenza e in viaggio -, non il frutto delle onde.
Uomini e donne, molte incinte, imbarcati su gommoni già sgonfi alla partenza, che imbarcano acqua e benzina, e corpi ustionati e feriti per non parlare delle torture di massa nei lager libici. Ragazzi denutriti che non riescono a camminare sulla banchina del porto e tanti che hanno visto morire un compagno in celle o in mare. Guardate i loro occhi non sono “migranti economici”.
E nessun intellettuale o giornalista, osa ancora parlare di eliminazione. Sì il termine “eliminazione” disturba, ci renderebbe tutti complici di questa odierna fossa comune, eppure come nominare diversamente un connubio di politiche che per risultato ha la scomparsa dei migranti, – perché migranti? Una miscela letale di politiche migratorie mirate al respingimento di massa e politiche neoliberiste di devastazione delle autonomie e risorse africane, di esternalizzazione delle frontiere e di Migration Compact – una foglia di fico per nascondere controllo violento dei confini da polizie o paramilitari locali, rimpatri e deportazioni – nelle dittature come Eritrea, Sudan, Etiopia, Gambia ecc… – con tutti gli abusi e i rischi di sparizioni che comporta; senza elencare la censura sulla reale operazione militare con pattuglie di navi Nato nell’Egeo e nel Mediterraneo centrale.
Come analizzava perspicacemente Daniel J. Goldhagen in Peggio della guerra. Lo sterminio di massa nella storia dell’umanità, una politica eliminazionista è una strategia politica (per la redistribuzione del potere) un programma di morte pianificato a tavolino. Come lo è, nel caso nostro, la strategia europea di “blocco dei migranti” a tutti costi, inclusa l’uso della forza sul corpo dei migranti, alla partenza o in viaggio. Le criminali scelte come l’interruzione di Mare Nostrum, i Processi di Khartoum e di Rabat, gli accordi bilaterali di controllo dei confini e di riammissione con regimi terzi, i pattugliamenti armati di Frontex, le deportazioni e i respingimenti verso dittature di origine, possono produrre lo stesso effetto letale. 4.383 morti e dispersi a mare e 416 a terra, per un totale di 4.799 vittime nel solo 2016 (fonte Nuovi Desaparecidos).
Però in questo tassello innominabile, ora dopo le precedenti prove di omissione di soccorso della tragedia del 3 e 11 ottobre (ora indagine dalla Procura di Roma), del rapporto Death by Rescue (va letto) dei ricercatori Lorenzo Pezzani e Charles Heller, abbiamo ora un’ennesima prova che il blocco dei migranti non esclude l’eliminazione fisica.
I fatti del 21 ottobre. Pestati e fatti naufragare a mare. Alle ore 3 della notte del 21 ottobre, vi è stato un attacco da parte di un motoscafo della guardia costiera libica a un gommone con circa 150 migranti a bordo, mentre era in corso un’operazione di soccorso da parte dell’Ong tedesca Sea-Watch. L’operazione SAR, in coordinamento con la centrale operativa della guardia costiera italiana, era in atto a 14 miglia dalle coste libiche, quando agenti libici sono saliti a bordo del gommone e hanno a colpito violentemente i migranti con bastoni. «L’attacco da parte dei libici ha creato una situazione di panico a bordo, uno dei tubolari del gommone è collassato provocando la caduta in mare della maggior parte delle persone», riporta il comunicato dell’Ong tedesca. Inoltre, gli equipaggi delle due imbarcazioni di Sea Watch 2 sono stati violentemente minacciati impedendo loro di lanciare altri salvagenti. Anche se il team di Sea-Watch 2 è riuscito a mettere in salvo 120 persone. Quattro cadaveri recuperati, sarebbero quindi altri circa 25 morti (totale circa 30 morti). Sulla stampa italiana, oltre al grave silenzio, a differenza della stampa internazionale, si è fatto filtrare il dubbio che non fosse la guardia costiera libica ma un motoscafo rubato con le sue insegne; nonostante il portavoce della guardia costiera libica abbia riconosciuto l’abbordaggio (in foto) anche se nega di aver bastonato i migranti e i documenti inoppugnabili, come il log book della nave tedesca dove si conferma che la nave era in effetti in acque internazionali. Lo staff umanitario ribadisce invece l’accusa alla Guardia costiera libica, e quest’ennesima violazione del diritto internazionale del mare. Sea-Watch chiede anche all’Ue di rivalutare l’addestramento di 80 agenti libici su navi militari dell’Ue, tra cui la San Giorgio e poi prossimamente a terra, iniziato il 27 ottobre scorso, nell’ambito dell’operazione Sophia di EuNavforMed.
Dicono, per facilitare i soccorsi, in realtà si tratta e si tratterà di respingimenti e di attacchi camuffati da operazioni di controllo in mare, al limite delle acque internazionali, un limite sempre più incerto, ma portati con mezzi tali da mettere in pericolo la vita dei migranti. Nell’ora dove emergono prove dell’uso di armi da fuoco contro i rifugiati da parte della guardia costiera nell’Egeo e di Frontex nel 2014-15, come dimostrava l’inchiesta “Shoot first! di The Intercept, uno può logicamente aver il dubbio che si stia replicando ora nel Mediterraneo quel modello di deterrenza, usato in acque greco-turche che ha avuto per conseguenza un calo delle partenze. Invece di diminuzione delle morti nel Mediterraneo centrale, infatti dall’operazione Eunavfor Med, che ha per mandato di “intercettare, identificare e distruggere le imbarcazioni usate degli scafisti”, il 2016 risulta l’anno più letale. E da quando è partito l’addestramento ai libici, mai sono stati cosi numerosi i cadaveri, in catena. Il 25-27 ottobre, 29 cadaveri sono stati recuperati in fondo ad un gommone dalla nave Bourbon Argos di Msf), 97 sono dati per dispersi senza alcuna speranza di ritrovarli via dopo il naufragio (davanti al largo di Tajoura a est di Tripoli), 51 quelli indicati da alcuni superstiti dopo lo sbarco a Augusta, più alcuni “sparsi” (2 salme trasbordate sulla nave Vos Hestia di Save the Children e un giovane profugo recuperato dal mercantile danese Maersk Edward). Odio i bilanci, ma sono necessari, circa 200 esseri umani sono stati uccisi nelle acque libiche in soli 72 ore, e oltre 4.000 morti a mare nel 2016 che tutti gli organismi internazionale Unhcr e Iom, certificano l’anno più letale, senza spiegarci le vere ragioni; non solo la violenza degli scafisti ma anche le intercettazioni violente a mare: si può ancora parlare di strage o dobbiamo cambiare terminologia – e livello di coscienza – e iniziare a nominare?
I pontili vuoti, le onde dove galleggiano i salvagenti vuoti, le centinaia di cadaveri che riaffiorano ogni giorno scomposti sulle coste libiche, le sparizioni nei lager libici, e tutti quelli che non vediamo, respinti e detenuti nelle celle dei “paesi terzi”, le migliaia di desaparecidos prodotti dalla nuova Barbarie-Europa, perché non nominarla? Non aspettiamo la Storia.

domenica 3 settembre 2017

Il pugno di Minniti sui richiedenti asilo - Francesco Anfossi



Dicono che Marco Minniti stia lavorando per diventare il prossimo premier. Il vento contro i migranti sembra avergliene dato l’occasione e anche i sondaggi lo danno in testa nelle classifiche di gradimento dei ministri, subito dopo lo stesso premier Gentiloni. Fatto sta che è indubbiamente Minniti ad aver spostato l’asse politico del Governo sugli immigrati. Ha cominciato a imporre un codice per le Ong che soccorrevano i naufraghi, imponendo polizia armata a bordo e negando il trasbordo da una nave all’altra. Il risultato è stato quello di allontanare le navi delle organizzazioni umanitarie dal Mediterraneo e di aver contribuito alla più grossa campagna di screditamento delle Ong mai subita nella loro storia. Il resto lo ha fatto Matteo Renzi, decretando il “de profundis” per lo “ius culturae”, che riconosceva la cittadinanza ai minori figli di immigrati residenti da almeno cinque anni dopo che avevano frequentato almeno un ciclo di studi, tra gli applausi di Alfano. Non c’è più tempo per la politica alta e per l'integrazione, siamo in campagna elettorale.
«Governare i flussi migratori non è un optional, è un tema centrale per la nostra sicurezza. Per la nostra democrazia», ha detto Minniti imperturbabile nel tradizionale incontro ferragostano con i giornalisti. Il punto è come governarli. A manganellate, come chiede l'uomo della strada e la suburra digitale di Facebook? Finora è questa la risposta del Governo. Piace il suo piglio pragmatico, la sua faccia di duro, persino il suo passato di vecchio comunista: «Quando ero nella sede del Pci in Calabria avevo attaccato fuori un cartello: “Qui si lavora e non si fa politica”. Volete farmela fare adesso?». Ha citato il suo maestro di gioventù, Antonio Gramsci: «Il compito di una classe dirigente non è quello di mantenere la propria posizione per il proprio controllo della società ma per il proprio superamento». Legge e ordine, insomma, non è stato anche il motto di Blair?
Il problema è che Minniti sta alzando un po’ troppo l’asticella dell’ordine. A Roma si sono viste scene di guerriglia urbana degne del Venezuela nei confronti di un gruppo di rifugiati politici: uomini donne, vecchi, bambini e persino portatori di handicap che sono scappati dalla guerra. Tutti con i documenti in regola, titolari dello status di rifugiato. Occupavano da 4 anni un palazzo di via Curtatone ed erano stati sgomberati. Poliziotti in assetto antisommossa hanno usato gli idranti e si sono messi a manganellare per liberare la piazza da un centinaio di loro, tra cui numerose donne in lacrime, alcune delle quali inginocchiate con le braccia alzate. Uno spettacolo indegno per una democrazia, che ha suscitato le proteste di Amnesty International e dell’Unicef per come sono stati portati via i bambini sui pullman della polizia. Nemmeno il governo dei respingimenti di Berlusconi, che pure si era ritrovato una condanna della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, si era mai spinto fino a questo punto.
Non sappiamo se andrà avanti così fino alla fine della campagna elettorale. Non sappiamo nemmeno se la nuova politica contro gli immigrati sarà premiante in termini di consenso elettorale per il Partito democratico (a quel punto tanto vale andare all’originale, Lega Nord e grillini in primis). Sappiamo però che questo pomeriggio si è scritta una pagina nera per la democrazia. Nera o rossa, che poi è lo stesso: comunismo e fascismo sono due totalitarismi contigui, in fondo. Questo Gramsci lo sapeva benissimo.
da qui

mercoledì 8 febbraio 2017

Marco Minniti, sempre all’ombra della Nato – Antonio Mazzeo*


Contrasto delle migrazioni “irregolari”, gestione dell’ordine pubblico e repressione del dissenso. Con Marco Minniti al Viminale si annuncia un giro di vite alla vigilia di importanti appuntamenti come il G7 a Taormina e le elezioni politiche.
Quello guidato da Paolo Gentiloni è davvero il governo fotocopia di Matteo Renzi? La promozione di Domenico “Marco” Minniti da sottosegretario con delega ai servivi segreti a ministro dell’Interno rappresenta una novità più che inquietante alla luce dei nuovi programmi di contrasto delle migrazioni “irregolari” o di gestione dell’ordine pubblico e repressione del dissenso. Non è certo un caso, poi, che il cambio al Viminale avvenga alla vigilia dei due appuntamenti internazionali che hanno convinto a rinviare sine die la fine della legislatura: la celebrazione del 60° anniversario della firma del Trattato istitutivo della Cee (il 25 marzo a Roma), ma soprattutto il vertice dei Capi di Stato del G7 a Taormina il 26 e 27 maggio. Marco Minniti, di comprovata fede Nato, vicino all’establishment ultraconservatore degli Stati Uniti d’America e alle centrali d’intelligence più o meno occulte del nostro Paese appare infatti come il politico più “adeguato” per consolidare il giro di vite sicuritario sul fronte interno e strappare a leghisti e centrodestra il monopolio della narrazione sul “pericolo” immigrato. Curriculum vitae e trame tessute in questi anni ci spiegano come e perché.
Originario di Reggio Calabria, una laurea in filosofia e una lunga militanza nel Pci prima, nel Pds e nei Ds dopo, nel 1998 Minniti viene chiamato a ricoprire l’incarico di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (premier l’amico Massimo D’Alema), anche allora con delega ai servizi per le informazioni e la sicurezza; l’anno seguente, con le operazioni di guerra Nato in Serbia e Kosovo, Minniti assume il coordinamento del Comitato interministeriale per la ricostruzione dei Balcani. Nel 2001 viene eletto per la prima volta alla Camera dei deputati e con la costituzione del governo Amato, è nominato sottosegretario alla Difesa per la cooperazione militare con Ue, Nato e Stati Uniti e la promozione dell’industria bellica (ministro Sergio Mattarella). Con il ritorno di Silvio Berlusconi alla guida di Palazzo Chigi, Minniti assume il ruolo di capogruppo Ds in Commissione Difesa e componente della delegazione italiana all’Assemblea dei parlamentari presso il comando generale della Nato. A Bruxelles il politico calabrese fa da relatore del gruppo di lavoro sull’Europa sud-orientale e la partnership Ue-Nato, perorando l’ingresso nell’Alleanza di Albania, Croazia e Macedonia. Nel novembre 2005 è Minniti a presiedere il convegno nazionale Ds su “difesa e industria bellica in Italia”, relatori, tra gli altri, ministri, capi delle forze armate e manager delle holding belliche. “Chiedo un maggiore impegno a sostegno del complesso militare-industriale, per ottenere finanziamenti aggiuntivi per nuovi sistemi d’arma e rafforzare la difesa europea con la costituzione di battaglioni da combattimento che si coordino con la Forza di pronto intervento Nato”, fu l’accorato appello di Minniti ai compagni di partito.
Con Romano Prodi alla guida del governo (2006), Minniti torna a fare il viceministro dell’Interno dedicandosi in particolare alle prime “emergenze” sbarchi di migranti in sud Italia. L’anno dopo, l’(ex) fido dalemiano offre il proprio appoggio nelle primarie per la scelta del segretario del neonato Pd a Walter Veltroni e ottiene l’incarico di segretario regionale in Calabria. Rieletto alla Camera nel 2013, Minniti è nominato sottosegretario della Presidenza del Consiglio da Enrico Letta, con delega ai servizi segreti, incarico confermatogli dal successore Renzi. La guerra a tutto campo contro il “terrorismo islamico” diviene un pallino fisso del capo politico dell’intelligence. Il 1° settembre 2016 a Palazzo Chigi s’insedia un’inedita creatura di Minniti: la “commissione di studio sul fenomeno dell’estremismo jihadista”. Coordinatore il prof. Lorenzo Vidino, docente alla George Washington University (accademia privata che ha forgiato alcuni potenti funzionari del dipartimento di Stato Usa e della CIA), in commissione siedono docenti di atenei italiani, la ricercatrice dell’Institute for National Security Studies di Tel Aviv Benedetta Berti e alcuni noti editorialisti come il direttore di Limes Lucio Caracciolo, Carlo Bonini di Repubblica e Marta Serafini del Corriere della Sera. Nei giorni scorsi Minniti e Gentiloni hanno presentato una prima elaborazione del pool di esperti. “I percorsi di radicalizzazione si sviluppano soprattutto in alcuni luoghi: nelle carceri da un lato e nella rete web dall’altro”, ha spiegato Gentiloni. “Insieme alla vigilanza massima e alla prevenzione per il rischio che la minaccia si riproponga, il governo è impegnato su politiche migratorie che devono coniugare l’attitudine umanitaria con politiche di rigore ed efficacia nei rimpatri”. Meno diplomatico il neoministro Minniti che ha preferito ai rimpatri la declinazione “espulsione”, preoccupato per il “pericolo crescente” della connection migranti irregolari – terrorismo. Con l’obiettivo di accelerare le espulsioni e rafforzare il controllo militare alla frontiera meridionale, Marco Minniti ha pianificato un tour mediterraneo per incontrare capi di Stato e ministri. I primi di gennaio si è recato a Tunisi e Tripoli per discutere di cooperazione bilaterale contro l’immigrazione clandestina e la “minaccia terroristica”. La missione in Libia, in particolare, segna “l’inizio di una nuova fase di cooperazione tra i due Paesi”, dicono dal Viminale: Minniti e al Sarraj hanno concordato l’impegno ad affrontare insieme ogni forma di contrabbando e protezione delle frontiere, in particolare al confine meridionale, quello con Ciad e Sudan. Sempre a gennaio Minniti si recherà a Malta e in Egitto. Il governo chiede ai paesi nordafricani e ai partner sub-sahariani (Niger, Ciad, Somalia, Nigeria, Mali, Senegal) d’implementare i programmi elaborati in ambito Ue per impedire – manu militari – che i migranti provenienti dalle zone più interne del continente raggiungano le coste del Mediterraneo, creando altresì in loco grandi centri-hub di “assistenza e rimpatrio” di chi fugge da guerre e carestie. Alle onerose missioni navali per intercettare i barconi di migranti, il Viminale preferirebbe invece puntare sull’uso di sofisticati apparati d’intelligence, come ad esempio i satelliti militari Cosmo Skymed e i droni, sia quelli spia che armati, “strumenti fondamentali in ogni contesto asimmetrico”.
Per coloro che riusciranno a portare a termine dolorose odissee nel deserto e pericolose traversate in mare, onde “prevenire e reprimere” ogni possibile collegamento tra il fenomeno dell’immigrazione clandestina e il terrorismo, Marco Minniti prevede un ulteriore giro di vite in termini di indagini, identificazioni e prelievo forzato di impronte digitali, possibilmente anche le schedature informatiche biometriche e del dna. “Dobbiamo ricondurre a unità il duplice problema della minaccia terroristica interna fatta di foreign fighterse potenziali lupi solitari e, dall’altra parte, del contrasto all’Isis attraverso un’efficace gestione dei flussi migratori che ne arricchiscono le finanze”, scrivono i più stretti collaboratori del ministro. Una prima bozza di piano anti-migranti 2017 è stata presentata a fine anno da Minniti e dal capo della Polizia Franco Gabrielli. Annunciando una “stagione di tolleranza zero”, si punta a raddoppiare in pochi mesi il numero delle espulsioni grazie al coinvolgimento delle forze dell’ordine e degli enti locali. In tutto il territorio nazionale saranno istituiti nuovi centri di identificazione ed espulsione “da 80-100 posti al massimo”, confinanti con porti e aeroporti. “In questi nuovi Cie saranno trattenuti solo gli immigrati irregolari che presentino un profilo di pericolosità sociale, come spacciatori o ladri”, annuncia il Viminale. Rimpatri volontari o assistiti e “lavori socialmente utili” per i sempre meno numerosi migranti “regolari” o quelli legittimati a richiedere l’asilo.
L’ennesima controffensiva in nome della sicurezza nazionale e della lotta al terrorismo trova un suo retroterra ideologico nelle elaborazioni della poco nota ma influente Fondazione ICSA (Intelligence Culture and Strategic Analysis), centro studi sui temi d’intelligence costituito a Roma nel novembre 2009 da Marco Minniti e dal Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, ministro dell’Interno negli anni della guerra di Stato al terrorismo rosso e cultore di controverse relazioni con organizzazioni e servizi segreti in ambito nazionale e Nato. “La Fondazione ICSA si pone l’obiettivo di analizzare i principali aspetti connessi alla sicurezza nazionale e internazionale, all’evoluzione dei modelli di difesa militare, ai principali fenomeni criminali e del terrorismo in Italia e all’estero, alla sicurezza informatica e tecnologica dello Stato e dei cittadini”, si legge nell’atto istitutivo. Di ICSA, Cossiga è stato presidente onorario sino alla sua scomparsa e Minniti presidente esecutivo sino alla nomina a sottosegretario del governo Renzi, quando è stato sostituito dal gen. Leonardo Tricarico, già capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, comandante della 5^ Forza aerea tattica della Nato, vicecomandante della Forza multinazionale nel conflitto dei Balcani e consigliere militare di ben tre Capi di governo (D’Alema, Amato e Berlusconi).
Vicepresidente della fondazione il prefetto Carlo De Stefano, superesperto in materia di terrorismo, già questore ad Avellino e Firenze, poi responsabile della sicurezza del Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Dal 2001 al 2009 De Stefano è stato capo dell’UCIGOS (l’ufficio per le investigazioni e le operazioni speciali della Polizia che coordina le attività degli uffici Digos) e presidente del Comitato di analisi strategica antiterrorismo (Casa). L’alto funzionario Ps ha pure ricoperto un incarico come sottosegretario all’Interno, presidente del consiglio Mario Monti, ministra Anna Maria Cancellieri.
Della Fondazione ICSA è segretario generale Paolo Naccarato, alto funzionario statale incaricato nel 1994 dal governo di organizzare il vertice G7 di Napoli. Eletto consigliere regionale in Calabria nel 2000 con il listino del presidente Giuseppe Chiaravalloti (Forza Italia) in quota al movimento fondato da Francesco Cossiga, Naccarato ha poi ricoperto l’incarico di presidente della Commissione per le riforme istituzionali della Regione. Nel 2006 è stato nominato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (Romano Prodi) con delega alle riforme istituzionali e ai rapporti con il Parlamento; qualche anno dopo, Naccarato è tornato alla regione d’origine per ricoprire l’incarico di assessore nella giunta presieduta da Agazio Loiero (Margherita). Dopo una breve parentesi con l’effimera associazione politica di Luca Montezemolo, Italia Futura, nel maggio 2013 Naccarato ha ottenuto il seggio in Senato con la Lega Nord in rappresentanza del movimento dell’ex ministro di centrodestra Giulio Tremonti. Con l’elezione in Parlamento, non si sono concluse le migrazioni politiche del segretario ICSA: ai leghisti è stata preferita prima l’adesione al Gruppo Grandi Autonomie e Libertà, poi al Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano, infine ancora il GAL.
Dulcis in fundo compare come vicesegretario della fondazione, il giornalista Giovanni Santilli, già segretario particolare presso la Presidenza del Consiglio (1998-2000) e del ministero della Difesa (2000-2001, sottosegretario Minniti), nonché ex consigliere politico dello stesso Minniti viceministro dell’Interno nel biennio 2006-2008. Insieme alla moglie Renata Parisse, dirigente della nuova Avezzano calcio, Santilli fu indagato dal Pm di Bari Michele Emiliano nell’ambito dell’inchiesta sulla malagestione della missione “Arcobaleno”, l’operazione umanitaria avviata nel 1999 dal governo D’Alema in Albania, Puglia e Sicilia a favore dei rifugiati kosovari. A carico dei due coniugi fu ipotizzata una tentata concussione ai danni di uno dei personaggi centrali dell’inchiesta, titolare di una società impegnata negli “aiuti” alla popolazione kosovara; il procedimento si è concluso però con il proscioglimento degli indagati.
Top secret i nomi degli sponsor della Fondazione ICSA. In un’intervista a L’Huffington Post il presidente gen. Tricarico ha ammesso che gli oneri di funzionamento del centro sfiorano i 250.000 euro all’anno, coperti “grazie a una dozzina di finanziatori istituzionali e privati” con una quota associativa di 20.000 euro. Grazie all’inchiesta della Procura di Napoli che ha portato in carcere il sindaco Pd di Ischia e i vertici della cooperativa Cpl Concordia (LegaCoop), è stato possibile dare un volto a uno dei finanziatori privati: tra le carte sequestrate alla coop, infatti, sono state rinvenute due donazioni nel biennio 2013-14 per un totale di 40.000 euro.
A contribuire all’organizzazione del convegno ICSA sul terrorismo jihadista, febbraio 2015, ci ha pensato invece il Sistema d’informazione per la sicurezza della Repubblica (il complesso dei soggetti istituzionali a cui è stata delegata la gestione dell’intelligence dopo la riforma dei servizi segreti) con un contributo finanziario di 12.500 euro più Iva. La connection Viminale-Fondazione si è consolidata nel tempo. Dopo la stipula di una convenzione con il Ministero dell’Interno e Confindustria per realizzare “ricerche e analisi in materia di sicurezza e criminalità”, i vertici di ICSA hanno varato con il Dipartimento della Pubblica Sicurezza un “Piano di collaborazione scientifica e didattica 2014-2017” per realizzare iniziative di formazione “a beneficio dei soggetti (pubblici e privati) operanti nel settore della security, con particolare riguardo alla protezione delle infrastrutture critiche”. Quello della sicurezza si conferma per tanti uno dei migliori business del XXI secolo.


Poco nota al grande pubblico ma influentissima la Fondazione ICSA (Intelligence Culture and Strategic Analysis), il centro studi sui temi d’intelligence e analisi militare costituito a Roma nel novembre 2009 da Marco Minniti (neoministro dell’Interno) e dal Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, gran tessitore di trame con organizzazioni e servizi segreti in ambito nazionale e Nato. Di ICSA, Cossiga è stato presidente onorario sino alla sua scomparsa e Minniti presidente esecutivo sino alla nomina a sottosegretario del governo Renzi, quando è stato sostituito dal gen. Leonardo Tricarico, già capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, comandante della 5^ Forza aerea tattica della Nato, vicecomandante della Forza multinazionale nel conflitto dei Balcani e consigliere militare di ben tre Capi di governo (D’Alema, Amato e Berlusconi).
Vicepresidente della fondazione il prefetto Carlo De Stefano, già questore ad Avellino e Firenze, poi responsabile della sicurezza del Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Dal 2001 al 2009 De Stefano è stato capo dell’UCIGOS (l’ufficio per le investigazioni e le operazioni speciali della Polizia che coordina le attività degli uffici Digos) e presidente del Comitato di analisi strategica antiterrorismo (Casa). L’alto funzionario ha pure ricoperto un incarico come sottosegretario all’Interno, presidente del consiglio Mario Monti, ministra Anna Maria Cancellieri.
Della Fondazione ICSA è segretario generale Paolo Naccarato, alto funzionario statale incaricato nel 1994 dal governo di organizzare il vertice G7 di Napoli. Eletto consigliere regionale in Calabria nel 2000 con il listino del presidente Giuseppe Chiaravalloti (Forza Italia) in quota al movimento fondato da Francesco Cossiga, Naccarato ha poi ricoperto l’incarico di presidente della Commissione per le riforme istituzionali della Regione. Nel 2006 è stato nominato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (Romano Prodi) con delega alle riforme istituzionali e ai rapporti con il Parlamento; qualche anno dopo, Naccarato è tornato alla regione d’origine per ricoprire l’incarico di assessore nella giunta presieduta da Agazio Loiero (Margherita). Dopo una breve parentesi con l’effimera associazione politica di Luca Montezemolo, Italia Futura, nel maggio 2013 Naccarato ha ottenuto il seggio in Senato con la Lega Nord in rappresentanza del movimento dell’ex ministro di centrodestra Giulio Tremonti. Con l’elezione in Parlamento, non si sono concluse le migrazioni politiche del segretario ICSA: ai leghisti è stata preferita prima l’adesione al Gruppo Grandi Autonomie e Libertà, poi al Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano, infine ancora il GAL.
Vicesegretario della fondazione, il giornalista Giovanni Santilli, già segretario particolare presso la Presidenza del Consiglio (1998-2000) e del ministero della Difesa (2000-2001, sottosegretario Minniti), nonché ex consigliere politico dello stesso Minniti viceministro dell’Interno nel biennio 2006-2008.
Eterogeneo per ideologie e orientamenti politici anche se in buona parte i cuori battono per l’ordine sociale e la conservazione, il consiglio scientifico della Fondazione ICSA testimonia la portata e la forza della rete di relazioni istituzionali, nazionali e internazionali, realizzata nel tempo da Marco Minniti. Si tratta di una lunga lista di Capi di Stato Maggiore delle forze armate e dell’Arma dei carabinieri; comandanti dei reparti speciali della Nato e dei servizi segreti; segretari e consiglieri militari di presidenti del consiglio e ministri; diplomatici, magistrati, responsabili della security di importanti holding economiche; giornalisti, professori universitari e finanche consulenti e analisti della CIA e dei dipartimenti statunitensi per la lotta al terrorismo.     
Coordinatore del Consiglio scientifico della Fondazione ICSA il sociologo Italo Saverio Trento.
Membri:
Amm. Gianfranco Battelli, dal 1979 al 1983 a capo del cosiddetto “ufficio I” incaricato della valutazione, produzione e aggiornamento di tutti i documenti d’intelligence della Marina Militare; successivamente capo di Gabinetto del ministero della Difesa e dal 1996 al 2001 direttore del Sismi (i vecchi servizi segreti militari) e infine consigliere della Corte dei Conti.
Amm. Sergio Biraghi, Capo di Stato Maggiore della Marina Militare dal 2004 al 2006 e poi consigliere militare del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.
Gen. Carlo Cabigiosu, già vicecomandante del Corpo d’Armata di reazione Rapida della Nato in Germania, poi Capo di Stato maggiore del Comando Regionale delle Forze Terrestri Alleate del Sud Europa (il primo generale italiano ad assumere tale carica, da sempre ricoperta da militari Usa), comandante della Forza Nato in Kosovo (2000-01), rappresentante dell’Italia al Senior Official Group (SOG) della Nato per la revisione della struttura di Comando dell’Alleanza e infine consigliere militare della Missione italiana in Iraq (2003-04).
Gen. Vincenzo Camporini, dal 2008 al 2011 Capo di Stato maggiore della difesa e poi consulente dell’allora ministro degli esteri Franco Frattini; oggi è vicepresidente dell’Istituto Affari Internazionali e membro della Fondazione Italia-Usa.
Giovanni De Carli ed Edoardo Esposito, generali della Guardia di Finanza.
Gen. Giampaolo Ganzer, già comandante dei reparti dei Carabinieri impegnati contro la colonna veneto-friulana delle Brigate Rosse e delle teste di cuoio che liberarono il generale Usa James Lee Dozier sequestrato dalle Br a Verona nel 1981. Nel 2002 è stato nominato comandante del ROS (Raggruppamento Operativo Speciale) dell’Arma dei Carabinieri, incarico ricoperto sino al luglio 2012 nonostante la condanna in primo grado a 14 anni per “associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, al peculato, al falso e ad altri reati”, commessi nel corso di alcune operazioni antidroga dei ROS. Dopo la riduzione della condanna in secondo grado a 4 anni e 11 mesi di reclusione, lo scorso anno è scatta la prescrizione per i reati dopo la revisione della Cassazione.
Gen. Fabio Mini, esperto di geostrategia, ex comandante della missione Nato in Kosovo dal 2002 al 2003, autore di articoli per Limesl’Espressola Repubblica e Il Fatto Quotidiano.
Gen. Mario Nunzella, già Capo di Stato maggiore dell’Arma dei Carabinieri, ex consigliere per la sicurezza del Presidente del Consiglio Massimo D’Alema, poi responsabile del coordinamento delle forze di polizia presso il Ministero dell’Interno. Nel giugno 2000 è stato nominato comandante del ROS dei Carabinieri.
Gen. Stefano Panato, ex sottocapo di Stato maggiore dell’Aeronautica (si è interessato ai programmi di sviluppo dei cacciabombardieri Tornado, Amx ed Eurofighter 2000), poi presidente del Centro Alti Studi per la Difesa (CASD), l’organismo di più alto livello nel campo della formazione e degli studi di sicurezza e vicedirettore del Sismi e dell’AISE (l’agenzia che sovrintende alla gestione dei servizi segreti). Dal 1999 al 2002 è stato consigliere militare presso la Rappresentanza d’Italia al Consiglio Atlantico a Bruxelles; oggi ricopre il ruolo coordinatore del Centro Studi Militari Aeronautici (Cesma) “Giulio Dohuet” di Roma.
Gen. Luciano Piacentini, già comandante del battaglione d’assalto “Col Moschin” e successivamente capo di Stato Maggiore della brigata paracadutisti “Folgore” e consigliere per la sicurezza in diverse aree del continente asiatico.
Gen. Sergio Siracusa, prima addetto militare presso l’ambasciata d’Italia a Washington, poi sottocapo di Stato maggiore presso il Comando Forze terrestri alleate del Sud Europa di Verona, direttore del Sismi dal 1994 al 1996, comandante generale dell’Arma dei Carabinieri dal 1997 al 2002 e infine Consigliere di Stato.
Giancarlo Capaldo, procuratore aggiunto presso il Tribunale di Roma ed ex collaboratore dei ministri della prima Repubblica Sebastiano Vassalli e Virginio Rognoni.
Stefano Dambruoso, ex magistrato a Milano dove ha condotto inchieste sulle cellule anarco-insurrezionaliste e sul terrorismo jidahista in Italia, dal 2008  Capo dell’Ufficio coordinamento attività internazionali del ministero della Giustizia, poi membro del Consiglio direttivo dell’Agenzia per la sicurezza nucleare e dal febbraio 2013 deputato alla Camera, eletto in Lombardia con Scelta Civica e transitato nel gruppo scissionista Civici e Innovatori. Membro anch’egli della Fondazione Italia-USA, nel gennaio 2016, unitamente al parlamentare Pd Andrea Manciulli (presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della NATO) ha presentato la proposta di legge “Misure per la prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo jihadista”.
Nicola Di Giannantonio, prefetto fuori ruolo presso la Presidenza del Consiglio nel 2000 e successivamente direttore della Sovrintendenza Centrale dei Servizi di Sicurezza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Domenico Vulpiani, prefetto e direttore dell’Ufficio centrale ispettivo del Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, dal 1978 al 1988  responsabile dei servizi di protezione dei Presidenti della Repubblica Francesco Cossiga e Oscar Luigi Scalfaro, di alcuni presidenti del Consiglio e ministri dell’Interno. Dal 1990 al 1996 presso la Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione ha ricoperto diversi incarichi in materia di antiterrorismo; dal 1996 al 2001 è stato a capo della DIGOS di Roma, dal 2001 al 2009 direttore del Servizio Polizia Postale, ufficio specializzato nel contrasto ai crimini postali ed informatici e del Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche del Paese.
Giovanni Castellaneta, già ambasciatore d’Italia negli Usa dal 2005 al 2009 (anni in cui vengono sottoscritti accordi strategici con Washington in campo militare e industriale, come ad esempio la coproduzione dei cacciabombardieri F-35, l’installazione del terminale MUOS a Niscemi e dei droni d’intelligence a Sigonella); successivamente presidente del consiglio di amministrazione di SACE (il gruppo assicurativo-finanziario a favore delle imprese italiane che operano all’estero, interamente controllato dalla Cassa depositi e Prestiti) e membro del Cda di Finmeccanica (l’holding a capo del complesso militare-industriale italiano). È stato inoltre consigliere diplomatico del Presidente del Consiglio Berlusconi e suo rappresentante personale per i Vertici del G8 del 2001 e del 2005.
Guido Lenzi, ambasciatore, già rappresentante permanente presso l’OSCE a Vienna, direttore dell’Istituto Europeo di Studi di Sicurezza a Parigi e consigliere diplomatico presso il ministero degli affari esteri e della difesa.
Andrea Monorchio, originario di Reggio Calabria, ex ragioniere generale dello Stato, docente di materie economiche presso l’Università di Siena e la Luiss di Roma, per alcuni anni presidente del Cda di Infrastrutture S.p.A. (società voluta dal ministero del Tesoro per finanziare le grandi opere pubbliche) e dei collegi sindacali di Eni, Fintecna e Telespazio (gruppo Finmeccanica). Nell’ottobre 2011 è stato nominato vicepresidente della Banca popolare di Vicenza.
Paolo Savona, già direttore generale e poi amministratore delegato della Banca Nazionale del Lavoro (1989-1990), presidente del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (dal 1990 al 1999 e dal 2010 al 2014), dei Cda di holding e società come Impregilo, Gemina, Aeroporti di Roma, Consorzio Venezia Nuova, Banca di Roma, membro dei Cda di RCS, TIM Italia, Capitalia. Savona è stato pure presidente della Commissione d’indagine sul nucleare in Italia e membro delle Commissioni Ortona e Jucci per la riforma dei servizi di sicurezza.
Asher Daniel Colombo e Marzio Barbagli, docenti di sociologia dell’Università di Bologna, consulenti di fiducia del ministero dell’Interno e autori di diverse pubblicazioni sulle migrazioni internazionali e le “relazioni” immigrati-sicurezza-criminalità in Italia.
Salvatore Tucci, docente di Calcolatori elettronici presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università “Tor Vergata” di Roma, dal 1999 al 2008 responsabile del sistema informativo della Presidenza del consiglio dei ministri.
I giornalisti Andrea Nativi direttore della Rivista Italiana Difesa e Carlo Panella ex dirigente di Lotta Continua, collaboratore de Il Foglio e responsabile delle tribune politiche Mediaset, nominato da Marco Minniti quale membro della Commissione di studio sulla Jihad in Italia.
I direttori della security e protezione aziendale, Raffaele Di Lella di ENAC (l’Ente nazionale per l’aviazione civile) e Franco Fiumara delle Ferrovie dello Stato (quest’ultimo ha pure diretto le compagnie della Guardia di finanza di Mondragone e Gela e il Nucleo centrale Polizia tributaria di Roma – Sezione Stupefacenti; nel dicembre 2014 è stato eletto presidente di Colpofer, l’Associazione internazionale dei Capi delle strutture di sicurezza aziendale ferroviaria di 24 paesi e della Polizia dei trasporti).
Luisa Franchina, ingegnere elettronico ed esperta di strategie di sicurezza delle reti e dell’informazione, dal 2011 al 2013 direttrice generale del Nucleo operativo per gli attentati NBCR (nucleari, biologici, chimici e radiologici) presso la Presidenza del Consiglio e successivamente delegata italiana per la Protezione civile presso il comando Nato di Bruxelles.
Gli ispettori generali della Police nationale francese, Hélène Martini (già consigliere tecnico per la sicurezza interna del Presidente della Repubblica) ed Emile Pérez, direttore del Service de Coopération Technique Internationale de Police e presidente di Francopol.
Frances Fragos Townsend, ex consigliere per la sicurezza nazionale e le politiche di lotta al terrorismo del presidente Usa George W. Bush, nonché inviata speciale per le ispezioni alla prigione-lager “Abu Ghraib” in Iraq, nota al mondo per i crimini commessi dai militari statunitensi a danno dei reclusi. Tra il 2006 e il 2007, l’allora vice-ministro all’interno Marco Minniti e il prefetto Carlo De Stefano (al tempo direttore centrale della Polizia di prevenzione e coordinatore del Comitato di analisi strategica antiterrorismo) ebbero modo d’incontrare più volte a Roma e Washington la consigliere Townsend per uno “scambio di informazioni Italia-Usa sulla “minaccia terroristica”.
Kurt Volker, ex ambasciatore Usa alla Nato (su nomina del presidente George W. Bush) ed ex analista internazionale della CIA, managing director del Centro per le Relazioni Transatlantiche alla Johns Hopkins University. Già consulente del senatore ultraconservatore John MacCain e vicedirettore dell’allora Segretario generale della NATO George Robertson (1998-2001), Volker ha ricoperto l’incarico di consulente del Dipartimento di Stato in preparazione dei summit Nato di Praga (2002) e Istanbul (2004).