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mercoledì 7 maggio 2025

Sapere e potere: il caso Mattei - Tomaso Montanari


È un tempo nero per la libertà accademica. In Turchia il governo ritira la laurea al sindaco di Istanbul, bloccando la sua candidatura alla presidenza. Negli Stati Uniti, Columbia e Harvard cedono ai ricatti di Trump, determinato a ridurre le università americane alla servitù in cui languono quelle ungheresi. In Italia qualcuno fiuta il vento che tira, e si allinea anche prima che le riforme incubate dal governo Meloni obblighino a farlo. È ciò che pare dimostrare il caso Mattei, inteso come Ugo. Professore ordinario di Diritto civile all’Università di Torino, questi aveva chiesto e ottenuto un’aula per proiettare il noto documentario Maidan. La strada verso la guerra prodotto dall’emittente di stato russa “Russia Today”, e quindi discuterlo, di fronte a studentesse e studenti, insieme ai colleghi Paolo Cappellini, ordinario di Storia del diritto medioevale e moderno dell’Università degli Studi di Firenze e Pasquale de Sena, ordinario di Diritto internazionale all’Università di Palermo.

Una normalissima attività didattica che ai vertici dell’ateneo invece deve essere apparsa pericolosamente sovversiva, e in odore di tradimento del fronte occidentale: tanto che il rettore ha disposto che fosse ritirata la concessione dell’aula e impedito il seminario, spiegando che «con questa decisione, l’Università di Torino si trova in linea con la Città di Torino e con le altre prestigiose Università italiane che, in analoga situazione, hanno ottemperato a quanto disposto dal Regolamento UE 2022/350 e dalle successive modifiche, che vietano esplicitamente la promozione, trasmissione e pubblicità dei contenuti di Russia Today. Gli esperti consultati confermano che “Maidan: la strada verso la guerra” rientra in questa fattispecie».

Affermazioni davvero lunari di una università che indossa l’elmetto e dimentica la sua stessa ragione d’essere, oltreché la sua solidità razionale e scientifica: e non solo perché la norma europea (a sua volta di dubbia legittimità) impedisce il ‘broadcasting’ di simile produzione, e non certo la sua proiezione in ambito scientifico. Ma soprattutto perché «l’arte e la scienza sono libere, e libero ne è l’insegnamento» (art. 33 Cost.), e le autorità accademiche esistono perché questa libertà sia scrupolosamente rispettata, non certo per negarla.

Né vale, ovviamente, l’invocazione tipicamente mediatica (ma in queste ore risuonata anche in ambienti accademici) ad un caricaturale rispetto di un ‘pluralismo’ inteso come necessità di avere in ogni circostanza due (e perché non tre, o più?) pareri diversi, essendo inconferente all’attività scientifica, che non mira alla persuasione ma alla conoscenza critica: sicché un corso sulla mafia non richiederà la presenza di un mafioso, uno sul femminicidio di un assassino, uno sul fascismo del presidente del Senato, e così via. Ancora più inquietante il responso del Tar piemontese, di fronte al quale il professor Ugo Mattei aveva impugnato il provvedimento rettorale di revoca dell’aula, e che ha negato la sospensione dell’atto perché non vi sarebbe «evidenza né della lesione della libertà di insegnamento del ricorrente, docente di diritto civile, trattandosi di documentario estraneo a insegnamenti giuridici, né di un pregiudizio per la popolazione studentesca, tenuto conto che “la Federazione russa attua una sistematica campagna internazionale di manipolazione dei media e di distorsione dei fatti, nell’intento di rafforzare la sua strategia di destabilizzazione dei paesi limitrofi e dell’Unione e dei suoi Stati membri” (considerando n. 6 del Regolamento n. 2022/350/UE)».

Se la libertà accademica andrà d’ora in poi misurata in questo modo, addio alla Costituzione: a me, ordinario di Storia dell’arte moderna, potrà essere negata la proiezione di un documentario sulla Guerra dei Trent’anni perché estraneo ad insegnamenti artistici, o di un cinegiornale Luce sulla visita di Hitler a Villa Borghese perché fuori dai termini cronologici della disciplina… È ovvio che il Tar avrebbe dovuto esprimersi sulla libertà accademica, non sindacare le scelte di quest’ultima: così, invece, non ha fatto che aggiungere violazione a violazione. Quanto al bene degli studenti (che può essere deciso solo dai docenti…) e ai regolamenti UE, chissà se i giudici amministrativi piemontesi hanno mai letto l’articolo 13 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europa, che stabilisce che «le arti e la ricerca scientifica sono libere. La libertà accademica è rispettata».

E chissà se il rettore torinese sa che nei corsi di storia si legge Mein Kampf, in quelli di criminologia hanno larga parte i serial killer, in quelli di diritto costituzionale si raccontano nei dettagli i colpi di Stato, in quelli di relazioni internazionali si proiettano interviste a Putin… Se davvero vogliamo difendere un’idea e una prassi di libertà universitaria, sarà il caso di ricordarsi cosa sia e di praticarla senza autocensure: che, oltre ad essere grottesche, diventano oggi anche assai pericolose.

(Pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 7.4.2025)

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mercoledì 23 settembre 2020

continua la rapina dei servizi pubblici essenziali

La fibra ottica: un altro pezzo d'Italia svenduto agli stranieri - Paolo Maddalena

Per quanto riguarda il contagio da corona virus si può dire che la situazione italiana è stabile, con un’infezione media sotto i mille casi al giorno.

Molto più grave è la situazione degli altri Paesi europei, tra quali preoccupano Spagna, Francia e i Paesi dell’Est Europa. Per il resto del mondo la situazione è tragica in India, che nel solo mese di agosto ha registrato oltre 2 milioni di nuovi infetti, mentre appare fuori controllo negli Stati Uniti, in America Latina e in Africa.

Sul piano economico è da sottolineare che gli effetti del Covid-19 sono stati disastrosi per tutti.

Particolare è la situazione degli Stati Uniti, dove l’ecatombe finanziaria, dovuta alla fragilità del sistema economico predatorio neoliberista, il quale, come ripetuto, è fondato sull’erroneo presupposto della “crescita illimitata”, ha trovato il capro espiatorio nelle persone di colore, secondo un mantra, sostenuto da Trump, in base al quale la situazione di disagio economico dei singoli cittadini sarebbe dovuta all’affermazione nel lavoro e nella vita pubblica degli afroamericani.

Il che ha prodotto atti di ferocia inaudita da parte della polizia che ha soffocato o sparato a brucia pelo afroamericani che si erano comportati disciplinatamente al loro ordine di fermo.

È un atteggiamento questo che è molto pericoloso anche per gli altri Paesi del mondo, poiché si fonda su una menzogna che trova facile accoglimento nella mente degli sprovveduti.

Per quanto riguarda l’economia Italiana, ieri è stato firmato un accordo fra la Tim e il governo, che prevede la costituzione di una società unica (AccessCo), formata da due gruppi di società: l’uno facente capo a Tim e comprendente, oltre a Tim (58%), gli statunitensi del fondo Kkr (37,5%) e Fastweb (4,5%); l’altro gruppo costituito da Openfiber a sua volta formato al 50% da Cassa depositi e prestiti e dall’altro 50% da Enel, la quale, uscirebbe da Operfiber cedendo parte delle sue quote a Cdp e l’altra parte al fondo australiano Macquire.

In sostanza Tim avrebbe il 50,1% delle azioni della nuova società (AccessCo), quindi la maggioranza, e il rimanente 49,9% si dovrebbe dividere fra Cdp, gli statunitensi di Kkr, Fastweb e gli australiani del fondo Macquire. Ed è da sottolineare che Tim è straniera al 65,5%, essendo costituita per il 51,68% da Investitori istituzionali esteri e per il 23,94% dai francesi di Vivendi, mentre Cassa depositi e prestiti detiene appena il 9,89% e gli Investitori istituzionali italiani sono al 2,16%.

In un momento in cui, a causa del corona virus, l’Italia si trova in gravi difficoltà economiche e ha preso in prestito 209 miliardi dall’Europa, il governo si permette di cedere agli stranieri quella che, al momento, è una fonte importantissima di produzione di ricchezza e di profitti, che, anziché andare al Popolo italiano, vanno a fameliche società straniere e a inesperti faccendieri privati.

Sottolineiamo al riguardo che la costruzione e la gestione della rete della fibra ottica è da ritenere un servizio pubblico essenziale, il quale, secondo l’articolo 43 della Costituzione, deve essere in mano pubblica o di comunità di lavoratori o di utenti, e che, così agendo, il governo ha fraudolentemente tolto agli italiani una fonte enorme di produzione di ricchezza a essi spettante, come “proprietà pubblica demaniale” (art. 42 Cost.), e cioè una proprietà inalienabile, inusucapibile e inespropriabile.

Si deve aggiungere che, menzogneramente e al solo fine di rendere l’operazione accettabile dall’immaginario collettivo, detto accordo prevede che la governance della nuova società sarà tenuta da Tim e da Cassa depositi e prestiti.

A questo punto è doveroso chiedersi quale forza potrà avere la Cassa depositi e prestiti con la sua esigua quota sociale, difronte al gruppo Tim, formato, come quasi esclusivamente da stranieri.

Insomma si tratta di un accordo capestro per gli interessi nazionali, che restano assolutamente indifesi di fronte alla cupidigia delle avide società private, Tim in prima fila, il cui fine è il perseguimento dei profitti dei propri soci e non l’interesse dell’intera comunità italiana.

È da aggiungere che la Cassa depositi e prestiti è anche essa una S.p.A., e come tale proiettata ad agire più come una banca privata, che procede anche a investimenti rischiosi, piuttosto che un Ente pubblico tenuto a perseguire gli interessi della collettività.

È da ricordare, comunque, l’errore fondamentale della trasformazione di Cdp da Ente pubblico a S.p.A. risale al governo Berlusconi, costituisce cioè un passaggio importante per la costituzione del sistema economico predatorio neoliberista, realizzato con la legge 24 novembre 2003, numero 126 di conversione del decreto legge 30 settembre 2003, numero 269.

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Diffusione del potere - Paolo Maddalena, Ugo Mattei

In Italia la lotta per I beni comuni ha incominciato ad articolarsi, nei primi anni del nostro secolo, come difesa di quanto appartiene al popolo rispetto alle privatizzazioni neoliberali. Attraverso la resistenza per i beni comuni abbiamo articolato un’ideologia politica radicalmente alternativa al neoliberismo, denunciando i veri e propri saccheggi che si sono celati dietro slogan sempre più dominanti quali la concorrenza, l’efficienza, la governance, l’innovazione tecnologica ad ogni costo….

Le tappe salienti sono state: il 2008, con la proposta di riforma della Commissione Rodotà, che ne ha legato la definizione all’implementazione dei diritti costituzionali fondamentali e agli interessi delle generazioni future, senza precisare tuttavia che essi sono “proprietà collettiva” del Popolo sovrano; il 2011, con la clamorosa vittoria dei referendum sull’acqua bene comune, contro il rigurgito del nucleare e la “messa a gara” dei servizi pubblici locali; il 2013 con il movimento per i beni comuni emergenti (Teatro Valle, Asilo Filangieri….) e la cosiddetta Costituente per i beni comuni, guidata dallo stesso Rodotà e che sfociò nella candidatura al Quirinale; il 2015 con la diffusione capillare dei diversi regolamenti per i beni comuni urbani; e infine il 2018 quando, a seguito del crollo del Ponte Morandi, nasceva il Comitato Rodotà per riproporre, sotto forma di Legge Iniziativa Popolare, il vecchio testo di riferimento, del 2008.

Quest’ultima iniziativa, proprio per il mancato riferimento alla proprietà collettiva del Popolo, ha provocato una spaccatura fra diverse sensibilità del movimento per i beni comuni, depotenziandone la capacità di incidere. La diatriba è stata in realtà più tecnica che sostanziale e a seguito di diverse discussioni fra i giuristi più sensibili a queste tematiche, i tratti teorici unificanti sono tuttavia finalmente prevalsi.

Oggi il movimento per i beni comuni si è ricompattato. Tutti noi oggi riconosciamo che la titolarità dei beni comuni appartiene direttamente al popolo inteso come comunità – nello spazio e nel tempo, quindi comprensiva anche delle generazioni future – ed è perciò direttamente fondata nell’Articolo 1 della Costituzione. È il popolo attraverso il processo democratico inteso nel senso più ampio a “riconoscere” quali siano i beni comuni e dunque a collocarli anche culturalmente “fuori mercato” (res extra commercium), informandone il governo a una logica della cura e del bisogno. Si tratta naturalmente di comunità ecologica aperta, non comunità proprietaria chiusa, e infatti l’accesso e la tutela diffusa, oltre alla gestione condivisa e partecipata sono le cifre strutturali dei beni comuni.

Ogni utilità sociale può essere riconosciuta come “bene comune” attraverso atti politici formali o informali di natura costituente (Bruce Ackerman parla di momenti costituzionali). Riconoscere un bene comune significa operare una “diffusione del potere decisionale” rispetto ad esso, secondo i tratti della democrazia partecipativa autentica, vero brodo di coltura della rappresentanza che oggi il movimento dei beni comuni difende votando NO al referendum. Già nel 2016, il Popolo ha ripreso nelle proprie mani il momento costituente, bocciando una trasformazione della Costituzione in chiave decisionista, efficentista e neoliberale. ll vero processo costituente materiale è infatti quello che attua, non che riscrive la Costituzione, proprio a partire dai suoi tratti democratici di sovranità popolare diffusa sui beni comuni. La diffusione del potere (e quindi la massima partecipazione in Parlamento, nelle Regioni, nei Comuni ma anche reinventando tratti di governo democratico dell’economia ai sensi dell’Articolo 43 della Costituzione) è la cifra dominante di ogni discorso sui beni comuni. La Costituzione nata dalle Resistenza è il primo bene comune. Essa deve appartiene, nel modo più collettivo possibile, al popolo italiano.

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venerdì 25 maggio 2018

Ugo Mattei, Ilvo Diamanti, le fake news e il complotto di Internet - Gennaro Carotenuto




Ho letto con crescente disagio un lungo intervento molto condiviso in Rete di Ugo Mattei, Ordinario di diritto privato a Torino, esperto in particolare di beni comuni, e molto stimato anche nei movimenti sociali, che lo iscrive al partito degli apocalittici su Internet. Un paio di giorni fa Repubblica apriva, con Ilvo Diamanti, Ordinario di Scienza Politica a Urbino, su quanti italiani avrebbero veicolato (presunte) fake news diffuse dai social, un botto. Il sottotesto era che i social siano sinonimo di balle e che invece le bufale diffuse dal mainstream, da Repubblica come da Libero, da CNN o dal TG4, siano informazione professionale e seria.
Mi hanno colpito questi due interventi di autorevoli studiosi democratici perché ormai è dilagante la lettura della Rete come caotica terra incognita, luogo di complotti, grandi fratelli e pericoli per la democrazia, nonché di naturale dilagare del modello economico vigente, con le corporazioni, a braccetto con spioni e censori, che marcerebbero sul mondo in un nuovo fascismo. Dell’interpretazione di Internet come massima espressione di un villagio globale, dove la circolazione delle idee e la libertà di espressione possano essere garantite da autoritarismi e gerarchie, in questo scorcio di XXI secolo non vi è più traccia. Da Lovink a Morozov fino a Mattei, tanto più la Rete è parte indissolubile delle nostre vite, tanto più il net-pessimismo prevale.
Mi ha colpito in particolare Mattei, che mette insieme preoccupazioni ragionevoli, dal quanto energivora sia la Rete (ma una lettera cartacea resta più energivora di un email!), a timori sulla debolezza legale dell’individuo rispetto alle corporazioni digitali, a tesi francamente azzardate. Per Mattei sarebbe un dramma che oggi nessuno possa più scrivere a mano un biglietto di treno (sic), ed è terrorizzato da chi controlli l’hardware della Rete. Le dorsali interoceaniche (le autostrade dell’informazione) sono un mistero e un pericolo mortale, trascurando che il primo cavo sottomarino fu posato quando ancora in Francia regnava Luigi Filippo d’Orleans e a Roma Gregorio XVI. Sono 170 anni che ci spiano intercettando comunicazioni sotto il mare, ma sono 170 anni che le usiamo per conoscere il mondo.
Per Mattei la Rete è dunque il luogo dove si realizzerebbero le Costituenti tecno-fasciste che, da Putin a Trump a Xi, starebbero svuotando la democrazia. Avendo fatto per anni da postino di articoli e siti censurati ad amici cubani (che peraltro dovevano il loro isolamento anche al fatto che a Cuba era impedito posare cavi sottomarini) mi risulta indigeribile l’idea che Internet non sia un meraviglioso strumento di circolazione di idee. Ma soprattutto, avendo insegnato per 15 anni “storia dei media digitali”, ho trasmesso a una generazione di studenti l’idea che proprio la struttura decentralizzata e reticolare di Internet fosse la base politico-culturale – ideologica – della stessa e che, per quanto facciano governi e corporazioni, la sua essenza democratizzante.
L’Internet dalla quale è spaventato Mattei invece non è una rete, è centralizzata. I server di Internet (verificabili, per proprietà e geolocalizzazione, con strumentini vecchi di quarant’anni come ping o whois) non sarebbero un reticolo di milioni di macchine senza gerarchia sparso in tutto il mondo, ma sarebbero da qualche parte segreta nel vecchio West (o forse in Canada, per Mattei “non v’è certezza”, sic). Soprattutto per il giurista piemontese vi sarebbe un pulsantone, che chiama Master Switch (facendo una rilettura complottista del noto saggio di Tim Wu) “in un sottomarino nucleare al largo di Seattle” dal quale si controllerebbe e si potrebbe addirittura spegnere la Rete. Si mormora.
In realtà Wu diceva ben altro che pensare a un interruttore della Rete, e cioè che ogni mezzo di comunicazione tenderebbe col tempo a piegarsi a una logica di concentrazione economica. Vero, ma se oggi quattro amici al bar non possono fondare una televisione nazionale, esattamente come non potevano farsela a metà anni Cinquanta, possono ancora farsi un blog e, presumibilmente, potranno ancora farselo in futuro. Non solo questi possono farsi in mille maniere piccoli broadcaster ma, soprattutto, possono scambiarsi punto a punto informazioni in qualunque momento del giorno e della notte senza essere pendenti da un singolo strumento. Cade Whatsapp, ti contatto via Facebook, e sennò via email o in mille altri modi, non tutti controllati da corporazioni. Perfino con l’ipercontrollata Cina posso parlare quando voglio.
La Rete è un luogo problematico? Vero, ma né più né meno (semmai meno) della nostra società. Ci spiano? Certo, anche se al 99% ci profilano come consumatori. Fanno profitti con noi utenti? Questo è poco ma è sicuro, come li fa il nostro salumiere. Possiamo/vogliamo rinunciarci? Personalmente no. Voglio fare il biglietto del treno da sotto il piumone e, pensando cose spesso antitetiche al mainstream, voglio continuare a poterle comunicare senza dover contrattare le mie idee – anche queste – con un editore, né finalizzarle a una utilità economica. Queste idee, ovviamente del tutto opinabili, non producono profitti, né per me né per chi legge. Voglio perfino, in determinati casi che darebbero per un altro post, che sia garantito l’anonimato, e non riesco a pensare luogo migliore della Rete per farlo.
Il problema non mi sembra Internet in sé, e l’opportunità storica mi sembra la caduta del paternalismo informativo che lasciava in balia de “La Stampa” o dei titoli del TG1 o a “L’Unità”, spesso per tutta la vita, generazioni intere nella loro interfaccia verso il mondo. Era quello il pluralismo? Continuo a considerare la Rete come il luogo che ha destrutturato le concentrazioni editoriali monopoliste e reso effettivo un pluralismo dell’informazione mai esistito prima nella storia dell’umanità, sostanzialmente irreversibile e pressoché impossibile da controllare da qualunque potere costituito (che ovviamente cerca di farlo, ma la Rete è bella anche perché le sue maglie sono piene di buchi).
Il problema dunque è che la caduta di autorevolezza e centralità del paternalismo informativo non si accompagni alla crescita del pensiero critico nella società, al possesso di capacità di analisi da parte di fasce crescenti della società che solo il rafforzamento, non l’indebolimento di scuola e università, possono dare.
Non esiste alcun Master Switch di Internet, il pulsantone di spegnimento di Internet che secondo Mattei sarebbe in un sottomarino nucleare gringo al largo di Seattle, mentre temo che esista un master switch della capacità critica delle persone manipolate – dalla Rete o dal mainstream? – a prendersela non con il modello sociale vigente e con le classi dirigenti ma, per esempio, con gli immigrati e altri soggetti deboli.
Detto ciò, gli spazi per la libertà di espressione e la circolazione di idee non sono mai stati così ampi nella storia, checché possa o voglia fare Putin o Trump o Zuckerberg e finché al mondo ci saranno due nodi della Rete funzionanti, di centinaia di milioni, il protocollo TCP/IP troverà il modo di instradare un emoticon dall’uno all’altro. Il problema è che il pensiero critico, non degli ottimi Mattei e Diamanti, ci mancherebbe, è come il coraggio di Don Abbondio; se non si possiede non ci se lo può dare. Nonostante Internet.
Qui, tra i molti siti che hanno ripubblicato Mattei.