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sabato 3 gennaio 2026

La capitale mondiale della diplomazia – Manlio Dinucci

 

“La capitale mondiale della diplomazia – scrive l’ANSA – non è né a New York dove ha sede l’ONU, né alla Casa Bianca a Washington. È a Mar-a-Lago, in quella Florida che Donald Trump ha scelto come residenza. È il cuore pulsante della sua Amministrazione: lì vengono decise le politiche e scelti i Segretari.  Trump ha acquistato la prestigiosa proprietà nel 1985 e l’ha trasformata in sede anche di un club privato di 500 membri con una quota di ammissione di 1 milione di dollari e spese annuali di decine di migliaia di dollari. Fra le residenze che Trump ha, Mar-a-Lago è quella che rispecchia maggiormente il suo gusto estetico: il marmo e l’oro dominano gli opulenti interni, dove il Presidente gestisce gli Stati Uniti e riceve gli ospiti”. 

In questa sfarzosa “capitale mondiale della diplomazia” – che sostituisce il Palazzo di Vetro dell’ONU, ormai svuotato di reali funzioni e poteri, e la stessa sede istituzionale della Casa Bianca – Trump ha ricevuto Zelensky per un altro giro nel gioco delle tre carte del “piano di pace”. Questi   sono i punti centrali del piano, secondo quanto riferiscono portavoce dell’Amministrazione Trump.

·         Gli Stati Uniti, la NATO e gli Stati firmatari europei forniranno all’Ucraina garanzie di sicurezza che rispecchiano l’Articolo 5 del Trattato NATO.

·         Forze internazionali saranno dispiegate lungo la linea di contatto per monitorare il rispetto dell’Accordo.

·         L’attuazione del presente accordo sarà monitorata e garantita da un Consiglio di Pace presieduto da Trump.

·         Le Forze armate ucraine rimarranno a 800.000 effettivi in tempo di pace.

·         L’Ucraina diventerà membro dell’Unione Europea, godrà di un accesso privilegiato al Mercato europeo, riceverà un solido Pacchetto di sviluppo, concluderà un Accordo di libero scambio con gli Stati Uniti. L’obiettivo sarà di mobilitare 800 miliardi di dollari per aiutare l’Ucraina a realizzare appieno il proprio potenziale.

Su tale base, anche se la Federazione Russa ottenesse in un eventuale accordo il riconoscimento della sua sovranità sui territori della Crimea e del Donbass, abitati da popolazioni russe perseguitate e attaccate da Kiev, essa si troverebbe esposta a una minaccia ancora maggiore di quella che ha provocato il suo intervento armato in Ucraina. Truppe NATO, camuffate da “forze internazionali per il monitoraggio dell’Accordo”, sarebbero schierate ancora più a ridosso del territorio russo.  Allo stesso tempo l’Ucraina – strumento della guerra provocata e condotta dalla NATO contro la Russia – diverrebbe a tutti gli effetti membro della NATO in base alle “garanzie di sicurezza che rispecchiano l’Articolo 5 del Trattato NATO”: tale articolo sancisce che, se un membro della Alleanza viene attaccato (o si finge di essere attaccato), tutti gli altri membri della Alleanza devono entrare in guerra a suo fianco.   

In tale quadro si inserisce la crescente militarizzazione dei paesi europei della NATO, alleanza sotto comando degli Stati Uniti che detengono tutti i comandi chiave a partire da quello di Comandante Supremo Alleato in Europa. Sotto pressione statunitense, in particolare da parte della Amministrazione Trump, i membri europei della NATO hanno accresciuto la loro spesa militare prima al 2% del PIL, impegnandosi a portarla al 3;5% (obiettivo ormai quasi raggiunto) e quindi al 5% del PIL. Il 3,5% comporta il raddoppio della spesa militare dei Paesi europei della NATO al livello di 770 miliardi di euro annui.  Secondo i dati ufficiali della NATO, la spesa militare annua dell’Italia è salita a oltre 45 miliardi di euro nel 2025, il doppio della Manovra di bilancio appena approvata, equivalenti a una media di 124 milioni di euro al giorno.

Ad accrescere fortemente i loro profitti sono le grandi industrie belliche come l’italiana Leonardo, la tedesca Rheinmetall e la francese Dassault. Anche piccole imprese partecipano alla produzione di armi: nell’industria militare dell’Unione Europea operano circa 12.000 aziende.  

La militarizzazione dell’Europa è alimentata da una frenetica campagna bellicista. “La Russia rimane una minaccia oggi, domani e nel prossimo futuro per l’intera Europa”, ha dichiarato il primo ministro finlandese Petteri Orpo al primo vertice sulla “difesa del fianco orientale dell’Europa”, al quale hanno partecipato i leader di Bulgaria, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania e Svezia: membri della NATO che si presentano semplicemente come membri della UE.

Contemporaneamente il presidente Trump, mentre tende la mano a Putin presentandosi come paciere, ordina lo schieramento in Germania dei missili ipersonici da attacco nucleare a raggio intermedio Dark Eagle, che in pochi minuti possono colpire Mosca e obiettivi ancora più distanti: armi che si aggiungono alle nuove bombe nucleari USA B6 1-12 schierate anche in Italia. Gli stessi missili nucleari, lanciati dalla base USA sull’isola di Guam, possono colpire Pechino in pochi minuti. 

Dalla “capitale mondiale della diplomazia” il presidente Trump ordina l’attacco in Nigeria, ufficialmente per “proteggere i cristiani dall’ISIS”, in realtà per rimettere piede nel Sahel, zona ricchissima di preziose materie prime, dove gli Stati Uniti avevano due grandi basi militari in Niger che sono stati costretti a chiudere; ordina il blocco militare e una serie di attacchi al Venezuela, il paese con le maggiori riserve petrolifere del mondo, prima controllate dagli Stati Uniti.  

Nella stessa “capitale mondiale della diplomazia” Trump riceve Netanyahu, assicurandolo che gli Stati Uniti sono pronti a nuovi attacchi contro l’Iran e lodandolo con queste parole: “Ci voleva un uomo davvero speciale per portare a termine il compito e aiutare Israele a superare questa terribile situazione. Non mi preoccupa nulla di ciò che sta facendo Israele”.  Gli dà così luce verde al proseguimento del genocidio del popolo palestinese, preparandosi a trasformare Gaza in una lussuosa “Riviera del Medio Oriente” che potrebbe funzionare anche da succursale di Mar-a-Lago. 

da qui

giovedì 13 giugno 2024

Proprio come hanno fatto i nazisti, canta David Rovics

 


articoli di Haidar Eid, Richard Falk, Qassam Muaddi, Manlio Dinucci, intervista di Maurizio Bongioanni a Antony Loewenstein, canzoni di David Rovics, disegno di Latuff


Il mio Nuseirat – Haidar Eid

Sono nato nel campo profughi di Nuseirat e questo mi ha reso quello che sono. Il massacro di Nuseirat non sarà l’ultimo a Gaza, ma come tutti i massacri commessi dai colonialisti, sarà un segnale nel nostro lungo cammino verso la libertà che non sarà dimenticato.

Sono nato nel campo profughi di Nuseirat; anche tutti i miei fratelli sono nati lì. Mio padre, insieme a mia sorella e mio fratello, sono sepolti in due dei suoi cimiteri. Quasi tutta la famiglia Eid vive ancora lì, e le persone massacrate dalla Macchina Omicida Genocida israeliana sono sepolte lì. Centinaia dei miei studenti vengono da lì. Conosco quasi ogni singola strada del campo; Conosco i volti dei suoi residenti, tutti rifugiati provenienti da città e villaggi cancellati dall’Apartheid israeliano nel 1948.

Nuseirat, uno degli otto campi profughi di Gaza, è diventato una componente importante della mia coscienza nazionale e di classe, un luogo sia di miseria che di Rivoluzione. Agli inizi degli anni ’70, ero un bambino quando sentii parlare degli scontri tra i fedayyin, i nostri superuomini, e i “cattivi” sionisti. Storie di eroismo e martirio in difesa del campo e di una Patria perduta chiamata Falasteen (Palestina) sono state discusse da familiari, parenti, vicini e amici, tutti rifugiati dal Sud della “Terra delle Arance Tristi”, come definita dal nostro gigante intellettuale, Ghassan Kanafani. Un legame è stato creato tra il villaggio di Zarnouqa, da cui i miei genitori furono espulsi dalle milizie terroriste sioniste insieme a migliaia di altri abitanti del villaggio nel 1948, e Nuseirat. Il dialetto Zarnouqa/Nuseirat è diventato per me la forma corretta di arabo parlato; le sue bortoqal (arance), mi è stato detto, erano le migliori del mondo intero (a volte l’oratore riconosceva “seconde a quelle di Jaffa”!) Quegli aranceti furono ripiantati intorno a Nuseirat finché Israele, durante l’Apartheid, non decise di sradicarli tutti durante la Prima Intifada della fine degli anni ’80 e dei primi anni ’90.

Scrivo questo pezzo poche ore dopo che il Genocidio di Israele ha ucciso 274 persone e ferito più di 400 bellissimi Nuseiratesi, molte dei quali sono miei parenti, amici e studenti, solo per salvare quattro dei suoi prigionieri. 64 delle vittime erano bambini e 57 erano donne. Coloro che sono stati brutalmente assassinati stavano andando o tornando da Camp Souk, facendo colazione, giocando per strada, andando all’Ospedale Al Awda, cucinando cibo e visitando parenti e amici, cioè il momento è stato scelto con attenzione al fine di uccidere quante più persone possibile.

Quando sarà soddisfatto il Genocidio di Biden? Quanti altri bambini dovranno perdere gli arti o essere uccisi? Quante madri devono essere uccise o perdere i loro bambini per convincere l’Occidente Coloniale, guidato dagli Stati Uniti, che è tempo di un cessate il fuoco? Ovviamente i 36.800 morti, tra cui 15.000 bambini e 11.000 donne, di cui oltre 11.000 rimasti sepolti sotto le macerie, non bastano. Che dire della distruzione del 70% dell’intera Striscia di Gaza? L’uccisione di centinaia di accademici, medici e giornalisti? La cancellazione di intere famiglie? La chiusura delle sue 7 porte? La morte per fame di coloro che si rifiutano di andarsene o di morire?

No, non è abbastanza.

Gaza viene annientata in tempo reale davanti agli occhi del mondo. Di fatto, Gaza ha inaugurato l’inizio della fine dei “Diritti Umani” così come definiti e monopolizzati dall’Occidente Coloniale. Né la Corte Internazionale di Giustizia, né la Corte Penale Internazionale, né l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e il suo Consiglio di Sicurezza sono stati in grado di fermare il Genocidio e proteggere il mio Nuseirat. E perché? Solo perché alcuni palestinesi nativi di colore sono riusciti a evadere da Gaza dopo oltre un decennio e mezzo di vita sotto un blocco totale di terra, aria e mare nella più grande prigione a cielo aperto della terra! Come osano distruggere l’immagine di invincibilità militare di Israele e dell’Occidente Coloniale

Nuseirat è un microcosmo del Genocidio. La vita di quattro israeliani Ashkenaziti bianchi equivale alla vita di 274 madri, medici e bambini nativi palestinesi. Il mondo bianco celebra questa “vittoria” indipendentemente dal “danno collaterale”, purché le vittime non siano come “noi”, gli Dei bianchi di questo mondo ingiusto.

Il massacro di Nuseirat non è un momento di vittoria dopo il quale Benjamin Netanyahu e la sua banda di Criminali fascisti possono concludere la giornata. Ci saranno altri massacri commessi dagli stessi colonizzatori assetati di sangue. Ma Nuseirat, come tutti i massacri commessi dai colonialisti, sia in Algeria, Sud Africa, Irlanda o in altre colonie di coloni, sarà un segnale nel nostro lungo cammino verso la libertà. Solo chi sta dalla parte giusta della storia può leggerne i segni.

Haidar Eid è Professore Associato di Letteratura Postcoloniale e Postmoderna all’Università al-Aqsa di Gaza. Ha scritto ampiamente sul conflitto arabo-israeliano, inclusi articoli pubblicati su Znet, Electronic Intifada, Palestine Chronicle e Open Democracy. Ha pubblicato articoli su studi culturali e letteratura in numerose riviste, tra cui Nebula, Journal of American Studies in Turkey (Rivista di Studi Americani in Turchia), Cultural Logic (Logica Culturale) e Journal of Comparative Literature (Rivista di Letteratura Comparata).

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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Il Genocidio nelle carceri israeliane – Qassam Muaddi

Le famiglie dei prigionieri palestinesi sono tenute all’oscuro del destino dei loro cari in un momento in cui le autorità carcerarie israeliane stanno creando condizioni inadatte alla vita umana.

La Guerra Genocida condotta da Israele contro i palestinesi dallo scorso ottobre si è estesa oltre le quotidiane uccisioni di massa, lo sfollamento e la fame della popolazione civile nella Striscia di Gaza. Dietro le sbarre delle carceri israeliane, Israele conduce una guerra contro i prigionieri palestinesi, creando condizioni che rendono impossibile la sopravvivenza. Gli effetti di questa brutale campagna si sono ripercossi tra le famiglie dei prigionieri fuori dal carcere, che vedono i loro cari mentre vengono sistematicamente affamati, picchiati, torturati e degradati.

Poco dopo il 7 ottobre, Israele ha imposto una nuova serie di regole nei suoi blocchi di celle. In alcuni centri di detenzione come Ofer vicino a Ramallah, secondo quanto riferito, all’esercito israeliano è stato affidato il controllo della prigione, mentre alle guardie dei servizi carcerari israeliani è stata data mano libera nel trattare i detenuti palestinesi all’interno delle sezioni della prigione. Questo cambiamento è stato accompagnato da un drammatico aumento del numero di detenuti palestinesi arrestati dopo il 7 ottobre, raddoppiando la popolazione carceraria già a metà ottobre. Tra questi c’erano i prigionieri di Gaza, ai quali era riservata la parte più dura del trattamento.

A metà maggio, la CNN ha pubblicato un articolo basato sulle testimonianze di informatori israeliani sull’orribile trattamento riservato ai palestinesi di Gaza nella base militare israeliana di Sde Teiman, che ora ospita un centro di detenzione. Le testimonianze degli informatori descrivono in dettaglio una serie di pratiche medievali a cui sono stati sottoposti i prigionieri palestinesi, tra cui essere legati ai letti mentre venivano bendati e costretti a indossare i pannolini, avere tirocinanti medici non qualificati che conducevano procedure su di loro senza anestesia, azzannati dai cani dalle guardie carcerarie, picchiati regolarmente o messi in posizioni di stress per reati minori come sbirciare da sotto le bende, avere le fascette legate così strette ai polsi al punto da causare ferite che hanno richiesto l’amputazione degli arti e una serie di altre misure orribili.

Il 6 giugno, il New York Times ha pubblicato un’altra storia su Sde Teiman basata su interviste con ex detenuti e ufficiali militari, medici e soldati israeliani che lavoravano nella prigione, portando alla luce nuovi orrori sul trattamento dei prigionieri di Gaza. Le testimonianze dei detenuti hanno ripetuto molti di questi stessi resoconti, ma includevano anche ulteriori testimonianze inquietanti di violenza sessuale, compreso lo stupro e la costrizione dei detenuti a sedersi su bastoni di metallo che causavano sanguinamento anale e “dolori insopportabili”.

Altre depravazioni sono state documentate in diverse altre prigioni, spesso con compiacimento da parte di canali di notizie israeliani che trasmettono scene degli abusi, compresi trattamenti degradanti, in quelli che possono essere descritti solo come film snuff. I medici carcerari israeliani hanno assistito alla tortura dei detenuti palestinesi, sia prima che dopo il 7 ottobre. Oltre a questi atti di tortura e umiliazione, le autorità carcerarie hanno severamente limitato la somministrazione di cibo ai prigionieri fino al punto di farli quasi morire di fame, dando a 20 prigionieri cibo sufficiente per due persone.

Il quadro che emerge è quello in cui le autorità israeliane stanno mettendo i palestinesi in condizioni simili ad animali intese a torturare, umiliare e, in alcuni casi, a provocarne la morte. A marzo, il quotidiano israeliano Haaretz ha riferito che circa 27 detenuti palestinesi erano morti durante la detenzione in due strutture, tra cui Sde Teiman.

Nel frattempo, le famiglie dei detenuti palestinesi, sia di Gaza che della Cisgiordania, sono state lasciate a interrogarsi per mesi sul destino dei loro cari, mentre storie dell’orrore continuano a trapelare dalle carceri israeliane da parte di coloro che vengono rilasciati, alimentando ulteriormente le ansie delle famiglie.

Morte per percosse

Secondo i gruppi per i diritti dei prigionieri palestinesi, da ottobre Israele ha arrestato non meno di 8.800 palestinesi provenienti da Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme. Molti sono stati rilasciati, anche nell’ambito di uno scambio di prigionieri tra Israele e Hamas a novembre. Attualmente, circa 9.300 palestinesi continuano a essere detenuti nelle carceri, tra cui 78 donne, 250 bambini e più di 3.400 detenuti senza accusa o processo secondo il sistema legale militare di detenzione amministrativa.

Thaer Taha, un palestinese sulla quarantina, è stato uno di loro fino allo scorso aprile, quando è stato rilasciato dopo due anni di detenzione amministrativa. Taha è stata arrestata nel maggio 2022 e gli è stato conferito un ordine di detenzione di sei mesi. Il 7 ottobre aveva trascorso quasi un anno e mezzo nelle carceri israeliane…

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martedì 4 giugno 2024

Zelensky dichiarerà guerra alla Cina?

                                       

articoli e video di Patrick Lawrence, Giorgio Abamben, Danilo Torresi, Davide Fiorello, Aurelien, Giorgio Monestarolo, Alessandro Bergonzoni, Manlio Dinucci, Giacomo Gabellini, Roberto Buffagni, Elena Basile, Pepe Escobar, con un disegno di Mr Fish

Finale di partita degli Stati Uniti in Ucraina – Patrick Lawrence

Guerra senza fine, amen

Cosa succede quando una nazione potente non può permettersi di perdere una guerra che ha già perso?

Sono ormai trascorsi due anni e mezzo da quando Mosca ha inviato due progetti di trattato, uno a Washington e uno alla NATO a Bruxelles, come proposta di base per colloqui di un nuovo accordo sulla sicurezza: un rinnovamento delle relazioni tra l’alleanza transatlantica e la Federazione Russa..Una ristrutturazione urgentemente necessaria, bisogna subito dire. E poi dobbiamo anche aggiungere l’immediato rifiuto da parte del regime di Biden delle proposte della Russia in quanto “neppure considerate” più velocemente che pronunziare “illusi”. Fermiamoci un attimo per rammentare tutti coloro che sono morti nella guerra scoppiata in Ucraina un anno e pochi mesi dopo che Joe Biden aveva rifiutato, o addirittura deriso, l’onorevole iniziativa diplomatica di Vladimir Putin. Tutti i mutilati e gli sfollati, tutti i paesi e le città distrutti, tutti i terreni agricoli trasformati in paesaggi lunari. E l’accordo di pace quasi completo, negoziato a Istanbul poche settimane dopo l’inizio della guerra che Stati Uniti e Gran Bretagna si sono affrettati a far naufragare. E ovviamente tutti i miliardi di dollari, qualcosa più dei 100 miliardi di dollari attuali, non spesi per migliorare la vita degli americani, ma spesi invece per armare un regime di Kiev che ruba gli aiuti in modo stravagante mentre schiera un esercito di sedicenti neonazisti. È utile ricordare queste cose perché danno un contesto a una serie di sviluppi recenti che è importante capire, anche se i nostri media di sistema scoraggiano tale comprensione. Se teniamo a mente la storia recente, saremo in grado di vedere che le decisioni viscosamente irresponsabili di un paio di anni fa, così dispendiose in vite umane e risorse comuni, si ripetono ora in modo tale che è ormai certo che le brutalità e gli sprechi continueranno all’infinito, anche se la loro inutilità è ormai molto, molto, molto oltre ogni negazione.

La porta che si apre su questa nuova sequenza di eventi è la recente avanzata dell’esercito russo nel nord-est dell’Ucraina. Questa nuova incursione ora minaccia Kharkiv, la seconda città più grande dell’Ucraina a sole 25 miglia dal confine russo. Anche la stampa mainstream, restia a riferire le battute d’arresto subite dalle Forze Armate dell’Ucraina (AFU), descrive la campagna della Russia nel nord-est, iniziata poche settimane fa, come una disfatta. Il Cremlino afferma di non avere alcun interesse a prendere Kharkiv, e finora sembra che sia proprio così.

Ma la rapida ritirata dell’AFU porta con sé un forte lezzo di sconfitta finale che si diffonde da non molto lontano. “Molte brigate combattenti ucraine non hanno disertato, né hanno pensato di farlo”,  ha riferito nella sua newsletter la settimana scorsa [1] Seymour Hersh, citando le sue consuete fonti “mi è stato detto”, “ma hanno fatto sapere ai loro superiori che non parteciperanno più a quella che sarebbe un’offensiva suicida contro una forza russa meglio addestrata ed equipaggiata”. Le brigate contano in media dai 4.000 ai 5.000 soldati ciascuna e possono arrivare a 8.000 o anche di più. Il rapporto di Hersh suggerisce che un numero considerevole di truppe ucraine, e forse un numero davvero considerevole, si stanno ora effettivamente ammutinando all’alto comando dell’AFU. In evidente risposta alla nuova rapida incursione della Russia e alla direzione generale della guerra, la macchina di propaganda americana, ben coordinata seppur non molto astuta, ha iniziato a preparare l’opinione pubblica a una guerra più ampia che si estenderà, come questione di politica e strategia militare, in territorio russo. Questo sforzo è iniziato con una intervista del New York Times a Volodymyr Zelenskyj [2], videoregistrata e pubblicata nelle edizioni di mercoledì scorso. Una trascrizione dell’intervista la trovate qui [3]. Questo documento ha chiaramente lo scopo di fare appello ai liberali mangia-cavoli che sostengono Biden, i quali devono essere certi dell’umanità e del buon senso del presidente ucraino, proprio come lo siamo noi. Ha parlato dei suoi figli e dei suoi cani – devono sempre esserci dei cani in questo tipo di immagini – e di come legge romanzi ogni sera ma poi è troppo stanco per procedere nella lettura. Ma il punto centrale, al di là della facciata, è stato insistere sul fatto che è ora di iniziare a bombardare il territorio russo e che il regime di Biden deve revocare il divieto di tali operazioni.

Un passaggio chiave:

Quindi la mia domanda è: qual è il problema? Perché non possiamo abbatterli? È una difesa? SÌ. È un attacco alla Russia? No. Stiamo abbattendo aerei russi e uccidendo piloti russi? No. Allora qual è il problema nel coinvolgere i paesi della NATO nella guerra? Non esiste un problema del genere.

Abbattiamo ciò che c’è nel cielo sopra l’Ucraina. E dateci le armi da usare contro le forze russe ai confini”.

Zelenskyj, senza dimenticare che è un attore televisivo, ha interpretato questo ruolo in numerose occasioni: Tormentateci con richieste di carri armati, aerei, artiglieria a lungo raggio e missili, recita il copione scritto a Washington, e noi esiteremo un po’ prima di soddisfare le vostre pressanti esigenze mentre difendete la democrazia, il mondo libero e tutti quegli altri “valori” dell’inventario della Guerra Fredda. Due giorni dopo, il Times ha riferito in esclusiva [4] che il segretario di Stato americano Antony Blinken, di ritorno da “una visita a Kiev che fa riflettere”, ha improvvisamente deciso che è davvero giunto il momento di ampliare la guerra nella direzione di uno scontro diretto con la Russia. Val la pena notare il sottotitolo di questo articolo: è di David Sanger, che di solito scrive questo tipo di pezzi profondi perché, a quanto pare, lui è così malsanamente profondo. “Ora è in corso un acceso dibattito all’interno dell’amministrazione per alleggerire il divieto”, riferisce il nostro David, “per consentire agli ucraini di colpire siti di lancio di missili e artiglieria appena oltre il confine con la Russia – obiettivi che, secondo Zelenskyj, hanno consentito le recenti conquiste territoriali di Mosca”. Capite cosa intendo per senza arte? L’uno-due di questa operazione di gestione della percezione ha tutta la finezza della vecchia rivista MAD. Comincio a offendermi, sinceramente. Se devo essere sottoposto a una propaganda incessante, esigo, esigo assolutamente che sia abbastanza sofisticata da essere almeno divertente. Tra l’intervista di Zelenskyj e il rapporto Sanger, i russofobi al Congresso non hanno perso tempo ad impegnarsi in questa operazione. Michael McCaul, il repubblicano del Texas che si colloca insieme a Tom Cotton tra gli eminenti dummköpfe [stupidi] che popolano Capitol Hill, si è avventato in modo partigiano mercoledì scorso.

McCaul, che presiede (non riesco a crederci) la commissione per gli affari esteri della Camera, stava davanti a una mappa che mostrava – secondo i miei conti – circa 50 obiettivi in ​​territorio russo. E lì ha fatto la doppietta, sostenendo la rimozione delle restrizioni allo spiegamento di armi statunitensi e trasformando la questione in un attacco noiosamente inutile al regime di Biden.

Ecco cosa ha detto:

Stiamo vivendo una situazione davvero brutta, come sapete. Questa è una zona santuario che hanno creato loro [i russi] …. Tuttavia, la vostra amministrazione e Jake Sullivan [sic] hanno limitato l’uso delle armi in modo che l’Ucraina non può difendersi e rispondere al fuoco contro la Russia. Ecco perché col supplemento [il pacchetto di aiuti che Biden ha firmato in legge il mese scorso], ho ordinato gli attacchi a lungo raggio, a corto raggio e gli HIMARS che la vostra amministrazione aveva impedito [di usare] legando [agli ucraini] le mani dietro la schiena”.

Non importa l’incoerenza. Un santuario? I russi hanno creato un santuario sul proprio territorio? Che razza di linguaggio è questo? Cosa passa per la stramba mente di McCaul, il confine cambogiano nella primavera del 1969, l’Operation Menu [5]? Dichiariamo tutti che ci sentiamo insicuri quando ci rendiamo conto di ciò di cui parlano queste persone e di quello che stanno rischiando. Qualsiasi autorizzazione per un uso esteso di armi prodotte dagli Stati Uniti contro obiettivi russi, che poi richiederà personale americano sul terreno in Ucraina, trasformerà inequivocabilmente la guerra per procura in un conflitto diretto tra Stati Uniti e Federazione Russa. Un pantano, per qualcuno? La scorsa settimana la Reuters ha presentato una rilevante esclusiva che cambia tutto [6], rivelando inequivocabilmente fughe intenzionali di notizie dal Cremlino che segnalano il desiderio del presidente Putin di fermare la guerra in Ucraina e negoziare un cessate il fuoco. Guy Faulconbridge e Andrew Osborn hanno citato interviste con “cinque persone che lavorano o hanno lavorato con Putin ad alto livello nel mondo politico e imprenditoriale”.

È ora di mettersi seduti.

“Tre delle fonti, che hanno familiarità con le discussioni nell’entourage di Putin”, hanno riferito i due corrispondenti, “hanno detto che l’anziano leader russo aveva espresso frustrazione a un piccolo gruppo di consiglieri per quelli che considera tentativi, sostenuti dall’Occidente, di ostacolare i negoziati e la decisione del presidente ucraino Volodymyr Zelenskiy di escludere i colloqui”. Hanno poi citato una delle loro fonti, “una fonte russa di alto livello che ha lavorato con Putin ed è a conoscenza delle conversazioni ad alto livello al Cremlino”, affermando: “Putin può combattere per tutto il tempo necessario, ma Putin è anche pronto per un cessate il fuoco, al fine di congelare la guerra”. Anche se Putin ha inviato segnali del genere in numerose occasioni nel corso degli ultimi dieci anni di guerra, a mio avviso si tratta di un segnale importante. Per prima cosa, indica chiaramente in cosa consiste la nuova campagna di Kharkiv. Mosca non vuole prendere Kharkiv, come suggerisce il rapporto Faulconbridge e Osborn: vuole entrare nei colloqui dalla posizione di forza che tutte le parti in tutti i conflitti cercano nella fase di pre-negoziazione. Alcuni altri dettagli confermano ciò che distingue questo insieme di segnali del Cremlino da quelli inviati in precedenza. Dal rapporto Reuters:

Tre diverse fonti hanno affermato che Putin era consapevole che qualsiasi nuovo progresso drammatico [nella guerra] avrebbe richiesto un’ulteriore mobilitazione a livello nazionale, cosa che non vuole, mentre una fonte, che conosce il presidente russo, ha affermato che la sua popolarità era diminuita dopo la prima mobilitazione nel settembre 2022.

Quella convocazione nazionale ha spaventato parte della popolazione russa, spingendo centinaia di migliaia di uomini in età di leva a lasciare il paese. I sondaggi hanno mostrato che la popolarità di Putin era diminuita di diversi punti”.

Interessante. Un altro motivo per ascoltare ciò che il Cremlino vuole che il mondo sappia proprio adesso.

Non accetterò il suggerimento di Reuters secondo cui Putin soffre di nervosismo in politica. Ha appena vinto un nuovo mandato di sei anni come presidente. Ma il leader russo ha dimostrato numerose volte in passato di essere sensibile al sentimento popolare, ai sacrifici dei soldati lontani dalle loro comunità e dai luoghi di lavoro, e alle immagini della guerra: sacchi per cadaveri negli aeroporti, file di tombe di soldati. Come riferiscono Faulconbridge e Osborn, Putin continua a respingere l’insistenza del regime di Zelenskyj secondo cui nessun dialogo potrà iniziare finché l’Ucraina non avrà riconquistato tutto il territorio che ha perso dall’inizio della guerra nel 2014, compresa la Crimea. “Lasciamo che i colloqui riprendano”, ha detto Putin venerdì, “ma non sulla base di ciò che vuole una delle parti”. Tramite le rivelazioni dei suoi confidenti, quasi certamente autorizzati, Putin propone quello che equivale ad un armistizio. Entrambe le parti smetterebbero di sparare e le conquiste territoriali rimarrebbero quelle attuali, non necessariamente definite per sempre, ma fino a quando entrambe le parti non riusciranno a negoziare un altro passo verso una soluzione duratura. No, Kiev non riconquisterà la Crimea o le quattro repubbliche che hanno votato nel settembre 2022 per unirsi alla Russia; ma la Russia non avrà neppure smilitarizzato o denazificato l’Ucraina, come ha più volte affermato quale suo obiettivo.

C’è un principio giuridico che risale ai Romani: Qui tenet teneat – “chi possiede continui a possedere”, in parole povere – è spesso una caratteristica della diplomazia asiatica, che accetta maggiormente la fluidità e le incertezze temporanee che gli occidentali di solito non sono disposti ad accettare. Chas Freeman, il noto diplomatico, me lo ha insegnato anni fa attraverso le complesse controversie sulle giurisdizioni marittime nel Mar Cinese Meridionale. La proposta di Putin, vista in questo contesto, mi sembra l’idea più promettente al momento e, da notare, un certo numero di funzionari e commentatori in Occidente hanno diffuso quell’idea negli ultimi mesi. “Un conflitto congelato, come quelli in Kashmir, Corea e Cipro”, ha detto l’altro giorno John Whitbeck, noto avvocato internazionale, in una nota diffusa privatamente, “anche se non è l’ideale, sarebbe molto meglio di un’ulteriore guerra e moltissimo nella prospettiva dell’interesse dell’umanità”. Questo ci riporta a… a dicembre 2021, in realtà. Oggi come allora, né Kiev né Washington hanno alcun interesse ad avere idee ottimistiche. Gli addetti alla sicurezza nazionale di Biden non si sono nemmeno mossi per reagire al rapporto Faulconbridge e Osborn. Che almeno rispondessero con un “non-starter” [perso in partenza], il loro inglesismo preferito. Il regime di Zelenskyj ha immediatamente risposto al rapporto Faulconbridge e Osborn con un altro attacco, ancora una volta non di meno della sua consueta antipatia personale verso l’uomo. “Putin attualmente non ha alcun desiderio di porre fine alla sua aggressione contro l’Ucraina”, ha detto a Reuters Dmytro Kuleba, il dilettante ministro degli Esteri di Kiev. “Solo la voce unita e di principio della maggioranza globale può costringerlo a scegliere la pace invece della guerra”. Putin. La sua aggressività. Nessun desiderio di farla finita. Semplicemente non riesco a capire come qualcuno possa prenderla sul serio come modalità di governo. È un atteggiamento fallimentare, niente di più. Per quanto riguarda la voce della maggioranza globale menzionata da Kuleba, aspettiamola. Questo è un riferimento a una conferenza di due giorni che Zelenskyj e i suoi ministri hanno organizzato a metà giugno. Gli svizzeri hanno accettato di ospitarlo in un resort di proprietà del governo del Qatar vicino al Lago di Lucerna, e il Ministero degli Esteri svizzero, accettando le pretese degli ucraini, lo definisce “un vertice di pace”. Un vertice di pace? Per favore ditemi come funziona. I russi non sono nemmeno invitati. Si tratta di un tentativo di Zelenskyj di convincere il mondo ad allinearsi con lui mentre continua a condurre una guerra che ha già perso. Come mi ha detto sabato sera a cena un ex funzionario svizzero: “È un problema di soldi. Kiev ha bisogno di soldi”. Si dice che Biden abbia intenzione di partecipare, ma penso che sia fuori discussione. Zelenskyj ha detto che a metà aprile si aspetta da 80 a 100 capi di Stato, ma ne ho molti dubbi. Al 15 maggio,  riferisce Le Monde, all’invito di Berna avevano risposto circa 50 nazioni. Ricordate, dall’80 al 90% del globo, misurato in termini di popolazione o contando le nazioni sovrane, è rimasto risolutamente non allineato sulla questione ucraina. Conferenze di pace svizzere, interviste rilasciate dal New York Times, membri del Congresso che suonano le sirene da nebbia mentre applaudono una guerra più ampia: trovo tutto questo straordinariamente penoso. Forse Putin è serio riguardo alla sua proposta di armistizio, forse c’è meno di quanto sembri. Ma nessuno dalla parte opposta vuole neppure prendere in considerazione l’idea di porre fine alla guerra? La risposta netta alla nuova avanzata russa verso Kharkiv e alle fughe di notizie del Cremlino della scorsa settimana è quella di lanciare una nuova fase in una guerra per procura che l’Occidente ha già perso – una fase che sembra avere anch’essa poche possibilità di successo, ma che comporta più pericoli che altro e che qualunque statista veramente responsabile mai rischierebbe di correre. Dmitry Peskov, l’elegante portavoce del Cremlino, l’altro giorno ha detto a Faulconbridge e Osborn che la Russia non vuole “una guerra eterna”, una guerra eterna nel linguaggio americano. Questa è una buona cosa da non volere. Né Biden né Zelenskyj, d’altro canto, vogliono che questa guerra finisca: non possono permetterselo per una serie di ragioni. Questa è la realtà. Sono loro il principale ostacolo alla pace. Hanno dipinto il conflitto come una sorta di confronto cosmico tra il bene e il male, mettendo così anche loro stessi in un angolo.

Ma cosa succede quando una nazione potente non può perdere una guerra che ha già perso?

Traduzione a cura di Old Hunter

Note

  1. https://www.nytimes.com/2024/05/21/world/europe/ukraine-zelensky-interview.html
  2. https://www.nytimes.com/2024/05/21/world/europe/zelensky-interview-times-transcript.html
  3. https://www.nytimes.com/2024/05/22/us/politics/white-house-ukraine-weapons-russia.html
  4. https://www.c-span.org/video/?c5118262/rep-michael-mccaul-restrictions-ukraine
  5. https://en.wikipedia.org/wiki/Operation_Menu
  6. https://www.reuters.com/world/europe/putin-wants-ukraine-ceasefire-current-frontlines-sources-say-2024-05-24/

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L’invenzione del nemico – Giorgio Abamben

Credo che molti si siano chiesti perché l’Occidente, e in particolare i paesi europei, cambiando radicalmente la politica che avevano perseguito negli ultimi decenni, abbiano improvvisamente deciso di fare della Russia il loro nemico mortale. Una risposta è in realtà senz’altro possibile. La storia mostra che quando, per qualche ragione, vengono meno i principi che assicurano la propria identità, l’invenzione di un nemico è il dispositivo che permette – anche se in maniera precaria e in ultima analisi rovinosa – di farvi fronte. È precisamente questo che sta avvenendo sotto i nostri occhi. È evidente che l’Europa ha abbandonato tutto ciò in cui per secoli ha creduto – o, almeno, ha creduto di credere: il suo Dio, la libertà, l’uguaglianza, la democrazia, la giustizia. Se nella religione – con la quale l’Europa si identificava – non credono più nemmeno i preti, anche la politica ha perduto ormai da tempo la capacità di orientare la vita degli individui e dei popoli. L’economia e la scienza, che hanno preso il loro posto, non sono in grado in alcun modo di garantire un’identità che non abbia la forma di un algoritmo. L’invenzione di un nemico contro il quale combattere con ogni mezzo è, a questo punto, il solo modo di colmare l’angoscia crescente di fronte a tutto ciò in cui non si crede più. E non è certo prova di immaginazione aver scelto come nemico quello che per quarant’anni, dalla fondazione della NATO (1949) alla caduta del muro di Berlino (1989), ha permesso di condurre sull’intero pianeta la cosiddetta guerra fredda, che sembrava, almeno in Europa, definitivamente sparita.
Contro coloro che cercano stolidamente di ritrovare in questo modo qualcosa in cui credere, occorre ricordare che il nichilismo – la perdita di ogni fede – è il più inquietante degli ospiti, che non soltanto non si lascia addomesticare con le menzogne, ma non può che portare alla distruzione chi lo ha accolto nella sua casa.

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