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sabato 23 agosto 2025

Stragi e Verità


(Redazione Clarissa)


Destabilizzare l’ordine pubblico, creando insicurezza e paura, è una strategia dimostratasi vincente, quando è rivolta a spingere l’opinione pubblica a raccogliersi per reazione intorno allo Stato, dando così stabilità e continuità alle istituzioni di un regime.

Nel caso dell’Italia, la strategia della tensione ha pienamente ottenuto il risultato che si prefiggeva, che non era quello di sovvertire le istituzioni, ma al contrario di perpetuarle nella loro forma, nonostante la pochezza delle nostre classi dirigenti e la loro endemica corruzione, per assicurare l’allineamento dell’Italia al mondo occidentale atlantico ad egemonia anglosassone.

Chi ha attuato questa strategia, attraverso stragi, terrorismo e depistaggi, sfruttando una manovalanza volta a volta nera, rossa, delinquenziale, mafiosa, può oggi rivendicare una piena vittoria: quel sistema politico, che sembrava ricorrentemente sul punto di collassare, governa ancora oggi l’Italia.

Dimostrazione di questo fatto, di cui purtroppo non vi è ancora una consapevolezza collettiva, nonostante l’impegno profuso da storici di valore e da magistrati onesti, è nelle parole che in queste ore, in occasione del quarantacinquesimo anniversario della strage del 2 agosto 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna, hanno enunciato i massimi esponenti delle istituzioni e dei partiti italiani: affermazioni tutte che convergono nell’allontanare il nostro popolo dalla verità.

Una verità che, se diventasse coscienza di popolo, toglierebbe di per se stessa ogni legittimità alla classe dirigente al potere nel nostro Paese.

La parola ai politici

Dal vertice dello Stato viene ripetuta per l’ennesima volta, la comoda favoletta del disegno eversivo “neofascista”, nonostante migliaia di pagine di atti giudiziari mostrino in tutte le più sanguinose vicende italiane, compresa la strage di Bologna, l’intervento massiccio e incontrastato di organismi dello Stato, pienamente in grado di infiltrarsi e manovrare esecutori, controllare indagini, indirizzarle o deviarle, attuando quindi una vera e propria regia di questi eventi, operando poi per un’accurata e costante copertura della verità.

Dal vertice della destra al governo si toglie invece l’aggettivazione “neofascista”: anche in questo caso non certo per amore della verità, né per affermare la responsabilità degli apparati dello Stato democratico e antifascista nelle stragi.

Troppo ampiamente è documentata infatti la collaborazione che la destra italiana, di ogni partito e di ogni sfumatura, ha prestato costantemente agli apparati di sicurezza atlantico, statunitense, britannico, NATO: apparati che hanno sfruttato a fondo questa servile dipendenza.

Il silenzio su queste verità è ciò che ha consentito a questa destra, nel corso degli ultimi decenni, di uscire dall’emarginazione in cui era confinata per diventare forza di governo, redenta dalle ripetute affermazioni di antifascismo, insieme al perpetuarsi del suo pieno allineamento ai desiderata statunitensi, atlantici, e da ultimo israeliani.

Penosa infine la farsa ancora recitata dalla sinistra italiana. Quella sinistra che negli anni della strategia della tensione, negli anni di piombo, ha continuato, come continua ancora a fare, a parlare di eversione neofascista: mentre i suoi vertici ed i suoi apparati di informazione erano pienamente consapevoli che quanto accadeva nel nostro Paese era frutto di un concorde impegno statunitense e sovietico affinché l’Italia restasse stabilmente nel campo occidentale.

Per tale ragione la sinistra doveva tacere sulla vera matrice dei sanguinosi eventi che sono avvenuti nel Paese; per poi rinunciare via via anche alle proprie velleità rivoluzionarie. Doppio inganno a quegli elettori di convinzione comunista che per anni hanno continuato a votare e a scendere in piazza dietro stinte bandiere rosse.

Questo tradimento di ideali ha però consentito il pieno ingresso nell’area di governo anche al partito comunista: fino alla sua completa dissoluzione in un’ibrida entità simil-democristiana, la cui identità, a parte ovviamente la retorica antifascista, appare inconsistente.

La verità storica

Ben venga quindi la lettura pubblica degli atti giudiziari, invocata dalle associazioni dei familiari delle vittime: purché si leggano con accanto libri di storia, documenti pubblicati dai governi cosiddetti alleati, studi di chi ha saputo collegare quei documenti ai fatti di casa nostra.

Per questo, per pura volontà di verità, la sola che ci anima, ci permettiamo di riprodurre, a distanza di cinque anni, un articolo qui pubblicato in occasione dei quarant’anni dal 2 agosto 1980: lo riproponiamo per coloro che magari non leggevano ancora clarissa.it, ma soprattutto perché, come tutte le analisi lucide e documentate, non ha perso una virgola della sua attualità, dato che espone i fatti nella loro evidenza. Ci auguriamo che tutti lo leggano.


Bologna 2 agosto 1980: la memoria non basta

di Ga. Si.

Quaranta anni dopo, ricordare la strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980 ha senso solo se sappiamo dare a questo assassinio di nostri innocenti concittadini un significato per l’Italia: ma dargli un significato è possibile solo se arriviamo a comprendere perché esso è avvenuto.

Verità e memoria

Il mero esercizio della memoria, di cui ci si riempie la bocca in ogni occasione, non basta e non serve, se è disgiunto dalla verità: parliamo per prima cosa di una verità storica, poiché quella giudiziaria non potrà mai più essere sufficiente, dato il tempo trascorso. Il fatto che non si sia arrivati per tempo ad una completa verità giudiziaria fa parte di questa verità storica, che anche per questo è l’obiettivo primario da raggiungere.

Altrimenti l’esercizio della memoria diventa sterile rituale, del quale col tempo non sarà più possibile far comprendere il valore a chi non ha vissuto le ore di quei giorni, e le menzogne raccontate in tutti questi anni.

Senza verità la memoria diventa ipocrisia, soprattutto quando a celebrare questa memoria sono gli uomini di una classe dirigente interrottamente al potere da ben prima di allora fino ad oggi, al di là dei cambiamenti di nomi e di sigle di partito: la stessa classe dirigente che non ha mai aperto i cassetti in cui si sarebbero potuto trovare almeno spezzoni di quella verità.

Quanto hanno detto in proposito i familiari delle vittime nelle ultime ore è assai istruttivo: le grandi promesse del premier Renzi di aprire gli archivi nel 2014 si sono dimostrate l’ennesimo bluff, poiché i documenti venuti fuori si sono oramai dimostrati ben poco utili.

In realtà se lavoriamo seriamente, alla maniera di un Vincenzo Vinciguerra, di un Guido Salvini, di un Aldo Giannuli, su quanto sappiamo, ricostruire una verità storica è possibile: a condizione che non ci siano partiti da difendere, scheletri negli armadi da nascondere, comodi slogan da riaffermare.

Il primo inganno purtroppo è scritto nella lapide eretta a Bologna, dove si parla di “strage fascista”. Cioè si adopra, come etichetta che copre tutto, l’utile fantasma di una storia tragicamente conclusasi nell’aprile del ’45. Poiché oramai gli studi più seri sulla strategia della tensione confermano, con dovizia di documenti e di accurate ricostruzioni, che l’estremismo di destra italiano non è nato per ridestare né il fascismo regime né il fascismo repubblichino.

Si è trattato, fatta salva doverosamente la buona fede di quei tanti giovani che vi hanno lealmente militato, di uno strumento utilizzato dal mondo atlantico con due obiettivi primari: primo, fermare la diffusione del comunismo in occidente; secondo, impedire che si affermassero tendenza neutraliste nei Paesi inseriti in uno dei blocchi.

Questo è il senso storico di quanto per primo Vincenzo Vinciguerra nel 1989 illustrò con dovizia di riferimenti, accresciutisi e mai smentiti nel tempo, in Ergastolo per la libertà, il concetto del “destabilizzare per stabilizzare”: che potremmo anche tradurre, con un’espressione ben nota ai circoli che contano del potere internazionale mondiale, ex Chaos Ordo, dal caos l’ordine.

Federico Umberto D’Amato, servitore atlantico

Continuare a parlare di “stragi fasciste” è dunque il primo attacco alla verità.

Il coraggio di cambiare questo aggettivo spetta oggi ai familiari delle vittime, soprattutto ora che emerge dalle carte processuali un nome che è sufficiente a confermare nella maniera più flagrante possibile l’esattezza dell’interpretazione “dal caos l’ordine” della strategia stragista: quello di Federico Umberto D’Amato.

Ci soffermeremo quindi un poco su questo personaggio. Questo super-poliziotto nasce il 4 giugno 1919 a Marsiglia, da genitori socialisti.

Entrato in polizia, l’8 settembre ‘43 è vice-questore aggiunto a Roma: “riuscii a penetrare la più vasta rete di spionaggio militare dei tedeschi in Italia in modo che già nelle prime ore del 4 giugno [1944, data di entrata degli Alleati a Roma] e nei giorni successivi fui in grado di arrestare decine di spie dei tedeschi” – racconta lui stesso.

Nell’aprile 1944, aveva infatti reclutato Luigi Danese, un italiano entrato a far parte di un’organizzazione spionistica tedesca in Italia, il quale diventerà un suo fedele collaboratore anche nel dopoguerra.

Luglio 1944, D’Amato dirige in Campania e in Puglia una nuova operazione di controspionaggio, che porta all’arresto di Arturo Cembi, che a Napoli operava a favore della Rsi: il maresciallo Cembi decide di collaborare, e rilascia così a D’Amato un elenco di trecento nomi di collaboratori dell’Abwehr, ciò che permette a D’Amato di eliminare la rete filo-tedesca nel Sud Italia.

D’Amato, forte di questo eccellente risultato spionistico, entra in contatto con Jesus James Angleton, figura di spicco dell’OSS in Italia, probabilmente nel novembre 1944:

«Jesus James Angleton [su ordine dell’ammiraglio Usa Stone, responsabile militare dell’Italia occupata], incaricò un nucleo dei suoi fidati agenti (italiani e statunitensi) di recarsi segretamente nei territori di Salò per prendere contatto con Guido Leto, ormai divenuto il maggiore dirigente Ovra nella Rsi. (…) Tra gli uomini che vennero scelti da Angleton per questa missione si trovava [oltre al capitano di vascello Carlo Resio, dei servizi segreti della Marina italiana del Sud] anche il giovane commissario di nome Federico Umberto D’Amato, fin da allora in strettissimo contatto con i servizi americani. (…) Leto, dopo il 25 luglio 1943, avvicinò segretamente alcuni ufficiali statunitensi (tra cui il colonnello Bay e il capitano Baker), facendo loro sapere di essere disposto a fornire all’Oss l’intero archivio dell’Ovra, composto da oltre seimila documenti che teneva gelosamente custoditi in quel di Valdagno (sede del Dipartimento di pubblica sicurezza della Repubblica di Salò), nonché a Venezia e Vobarno. Il 26 aprile 1945, poi, si pose ufficialmente a disposizione del Cln con il quale, leggiamo, collaborava clandestinamente da alcuni mesi» (G. Pacini, Il cuore occulto del potere, Nutrimenti, Roma, 2010, p. 31.)

Non si tratta solo del già goloso boccone dei seimila documenti, mai resi pubblici dalla Repubblica democratica e anti-fascista: si tratta del ben più articolato e complesso Plan Ivy, un’operazione politico-spionistica di fondamentale importanza per comprendere quello che sarebbe poi accaduto in Italia nell’immediato dopoguerra.

È l’attiva partecipazione ad essa che giustifica e fonda la brillante carriera di Federico Umberto D’Amato, la base del suo potere, in quanto D’Amato, come attestano alcuni documenti d’archivio americani, coinvolge nell’operazione, grazie ai suoi contatti, numerosi dirigenti della polizia che stanno al Nord, pur non essendo affatto di sentimenti repubblichini.

I meriti così acquisiti lo collocano in una posizione chiave proprio nel pieno della riorganizzazione dei servizi segreti italiani, che si verifica in totale dipendenza dai desiderata alleati:

«In un messaggio segreto inviato il 10 febbraio 1949 dall’ambasciatore americano in Italia al Dipartimento di Stato Usa, si legge che «l’Italia sta istituendo un’organizzazione di polizia segreta anticomunista sotto il ministro dell’Interno con elementi dell’ex polizia segreta fascista». Uno dei primi agenti di questa organizzazione sarà Costantino Digilio» (G. Ferraro, Enciclopedia dello spionaggio, voce James Jesus Angleton, p. 37). Capiamo meglio ora quanto fossero fascisti questi funzionari di polizia, messisi a disposizione per il doppio gioco richiesto dal Plan Ivy.

Nel 1952 un altro passo importante: D’Amato è collocato alla guida dell’Ufficio Politico della Questura di Roma, dunque della capitale d’Italia, nel cuore del potere democratico e antifascista.

Nel 1957, a seguito di un contrasto con Tambroni, si noti, di cui sono ad oggi ignote le ragioni, viene trasferito a Firenze, alla squadra buon costume. Un capitolo da approfondire, ma che denota una caratteristica fondamentale di D’Amato: sapere scegliere il cavallo vincente. Tambroni non lo era, come si vide ben presto.

Non a caso, nel novembre 1960, si noti, dopo i fatti di Genova, che segnano la fine politica di Tambroni, il balzo decisivo: passa all’Ufficio Affari Riservati del Viminale. Qui, dopo che il 22 febbraio 1962 Paolo Emilio Taviani è diventato Ministro degli Interni, è sempre D’Amato che, nel settembre 1962, gestisce una delicatissima missione segreta in relazione al fermo dell’ex premier francese Georges Bidault, uno dei capi dell’OAS, fermato in Italia e poi fatto uscire in Svizzera, ovviamente senza informare la magistratura italiana.

Chi conosce il quadro internazionale di quel momento, i delicati rapporti con la Francia impegnata nella guerra d’Algeria e poi nella lotta contro il terrorismo dell’OAS, e il rilievo che quest’ultima ha avuto nell’influenzare l’estrema destra italiana, capirà bene che anche in questa occasione è D’Amato il master mind, non certo la vittima di una strumentalizzazione!

Dicembre 1963, governo di centro-sinistra, primo ministro Aldo Moro: D’Amato diventa capo della sesta sezione dell’Ufficio Affari Riservati, con il compito di coordinamento delle squadre periferiche e con il centro intercettazioni di Monterotondo, all’avanguardia per quei tempi. Stiamo parlando del controllo di tutte le comunicazioni che interessavano al Ministro degli Interni. Siamo nel pieno della formazione del nuovo centro-sinistra, passaggio delicatissimo per la conservazione del sistema, per “cambiare tutto in modo che non cambi nulla”.

1965, su indicazione di Taviani, pilastro dell’antifascismo democristiano e atlantico, D’Amato diviene il rappresentante italiano, unico civile, nel cosiddetto Ufficio sicurezza interna del Patto Atlantico (Uspa), abilitato alla concessione dei Nulla Osta Sicurezza (Nos) in Italia. In seguito, in data da individuare, divenne anche capo della delegazione italiana presso il Comitato di Sicurezza della Nato. Ecco D’Amato diventare niente meno che il fiduciario della Nato per la sicurezza in Italia.

Dato il livello di questo incarico, dato il passato bellico di D’Amato, dato il suo ruolo nell’Uar, dobbiamo considerarlo se non l’effettivo numero uno, almeno il numero due di questo servizio, ma solo perché nel settembre 1968, Elvio Catenacci, ex questore di Venezia, diventa direttore dello Uar, con D’Amato suo vice.

Fine anni Sessanta: D’Amato è il promotore, promotore si noti, della creazione del cosiddetto Club di Berna, organismo di coordinamento di tutte le polizie europee. È lui che parla quindi di intelligence non solo con la Nato ma anche con i servizi segreti civili di tutta l’Europa occidentale, e con quelli nordamericani.

Meriterebbe capire come, con quali motivazioni, intese, supporti politici, D’Amato riesca brillantemente in questa fondamentale operazione, che è politica prima che poliziesca, e coinvolge un Paese di cui si parla poco, ma che è fondamentale per capire le dinamiche della sicurezza in Europa, la Svizzera, cuore pulsante del capitalismo finanziario internazionale, centro spionistico fondamentale durante le due guerre mondiali.

Da recenti acquisizioni di una brillante studiosa elvetica (Aviva Guttmann), sappiamo che il Club di Berna, operando dietro determinante impulso tecnico e politico dei servizi segreti dello Stato di Israele, ha di fatto dettato la linea, tuttora vigente, dell’anti-terrorismo europeo. D’Amato era lì, nei furenti anni Settanta, e oltre.

Febbraio 1969. D’Amato stila un appunto, interamente dedicato alla questione dei movimenti della sinistra extra-parlamentare in Europa, a margine di un incontro del Club di Berna nel quale i rappresentanti tedeschi hanno avanzato il sospetto che la loro origine sia in operazioni dei servizi segreti nordamericani (Pacini, cit., p. 86).

Questa è una prova regina, che conferma il ruolo di D’Amato nella ben nota operazione “manifesti cinesi”, la cui importanza è stata per la prima volta rilevata da Vincenzo Vinciguerra. Fondamentale: uno, per i rapporti con Mario Tedeschi, cui fanno adesso riferimento i magistrati di Bologna indicandolo tra i mandanti nell’ultima inchiesta sulla strage del 2 agosto; due, per i rapporti con l’estrema destra di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, che forniscono in questa operazione la manovalanza. Prova mai smentita del fatto che è D’Amato a dare carne e sangue al delicato, rischiosissimo ma fondamentale gioco delle stragi, da una parte; e, dall’altra, dell’extra-parlamentarismo di sinistra, poi evolutosi in “partito armato”, con tutto quello che ne è derivato.

Giugno 1969: decreto del Consiglio dei Ministri di riordino dello Uar, che, diviso, diventa Sigop (servizio informazioni generali e ordine pubblico), a sua volta ripartito in Siig (sicurezza interna e informazioni generali) guidato da D’Amato, e Dops (divisione ordine pubblico e ufficio stranieri), affidata a Antonio Troisi e Mauro Saviani. Siamo nel pieno della stagione della strategia della tensione, D’Amato mantiene la posizione chiave che gli permette un’operatività globale nel nostro Paese.

Agosto 1970, Elvio Catenacci diventa capo della Polizia: Sigop passa a Ariberto Vigevani, già capo dell’ufficio politico della questura di Milano.

Novembre 1971, Sigop viene sciolto e le due divisioni diventano autonome. La Dops cambia nome in Sops (Servizio Ordine pubblico e stranieri); la Siig diventa Sigsi (Servizio informazioni generali e sicurezza interna), dove, si noti, resta D’Amato.

Sorge spontanea la domanda: perché questi cambiamenti nel pieno del periodo delle stragi e dei “golpe”? Qualcuno ha approfondito questa dinamica? Ma intanto D’Amato resta al comando.

Il fatto che D’Amato lavori su tutte e due i fronti degli opposti estremismi, in funzione di provocazione, è confermato, nel 1975, dalla proposta che D’Amato fa, chissà perché, ad Adriano Sofri di uccidere membri dei Nap. Dell’incontro con D’Amato a casa di Sofri, quest’ultimo darà notizia in due articoli del 26 e del 28 maggio 2007, su Il Foglio!

A fine anni Settanta, al militante di Lotta Continua Alberto Capriotti viene trovato il numero di telefono diretto di D’Amato, compreso quello di casa: Capriotti era stato denunciato nel 1969 per avere dato rifugio a Marco Pisetta, infiltrato nelle Brigate Rosse.

Bene, perché annoiare il lettore con questo breve profilo biografico?

Perché non vi è persona dotata di semplice e puro buon senso che, letta una simile biografia, possa pensare che è il superpoliziotto D’Amato ad essere strumentalizzato da presunti neo-fascisti. Sembra evidente esattamente il contrario: un esercizio professionale cui tutti i poliziotti di un certo rilievo degli Stati moderni, a partire dall’Ochrana zarista, si sono dovuti dedicare: infiltrazione, provocazione, strumentalizzazione dei movimenti antagonisti rispetto allo Stato di cui è al servizio.

Questo è il lavoro, se vogliamo lo sporco lavoro, dei D’Amato, oggi come allora. Serve a questo, in età contemporanea: come avvenuto negli Usa con la strage di Haymarket (Chicago, 1° maggio 1886) o in Russia con l’uccisione del primo ministro Stolypin (Kiev, 18 settembre 1911), per consolidare un potere minacciato di cambiamento. Neutralizzando gli anarchici americani, nel caso di Haymarket; impedendo le radicali riforme al potere del latifondo nella Russia zarista, nel caso di Stolypin. In entrambi i casi, operazioni di difesa del sistema. Questo il lavoro demandato ai D’Amato, la base anche del loro potere, i veri pretoriani degli Stati moderni, compresi quelli democratici.

Licio Gelli, un “redento”

Anche su Licio Gelli pensiamo sia tempo di valorizzare acquisizioni storiografiche che forte e chiaro ci parlano di un fascista di quelli che, in molti casi per salvare la pelle, sono stati da taluno chiamati “i redenti”, vale a dire coloro che hanno opportunamente voltato gabbana: avvenne nel 1944, rendendo possibile con la sua presenza in divisa da repubblichino la liberazione dal carcere di un gruppo di partigiani arrestati a Pistoia.

Licio Gelli avrebbe dato più di una volta un concreto aiuto alle formazioni partigiane: per questa ragione, secondo alcuni, nell’estate del 1944 sarebbe stato costretto a nascondersi per paura di rappresaglie dei tedeschi o dei fascisti. Ma leggiamo.

«1. Licio Gelli, nel luglio del 1944, si era fatto partigiano nella “Gugliano”, una piccola formazione che operava tra la Torbecchia e il Vincio di Montagnana, a un tiro di schioppo dal luogo dove Scripilliti fu ucciso;

2. Gelli e la sua formazione erano in contatto con alcuni dirigenti comunisti. Infatti, Giuseppe Corsini (dirigente del Pci e, nel dopoguerra, sindaco di Pistoia e senatore) dichiarò:

“[Scoperto] del suo doppio gioco e taglionato, fu incaricato di reclutare e organizzare delle squadre Partigiane. Infatti il Gelli operava sotto la sigla G.U. [la formazione “Gugliano” -. N.d.A] nei pressi di Pian di Casale-Ponte S. Giuseppe (…)

Italo Carobbi (dirigente comunista e presidente del Comitato Pistoiese di Liberazione Nazionale), a sua volta, il 20 maggio 1946 concludeva una sua dichiarazione al PM presso la Sezione speciale di Corte d’Assise di Pistoia, Umberto Petrucci, riferendo che Gelli, dopo il 21 giugno 1944 (data dell’azione alle Ville Sbertoli compiuta dalla “Silvano Fedi” con l’aiuto di Gelli), scoperto e con sulla testa una taglia di 150.000 lire [sic]: […] dovette allontanarsi e da allora, verso la fine di luglio, andò ad assumere il comando di una formazione partigiana in montagna. Alla Questura di Pistoia e alle altre autorità tutto questo non risulta perché gli accordi intercorsi tra noi sono stati tenuti sempre segreti. (I. Aiardi, R. Aiardi, Agguato a Montechiaro – Considerazioni sulla morte del comandante partigiano Silvano Fedi, Centro Documentazione di Pistoia, 2014, passim).

Tutto questo gli avrebbe valso in prima battuta la copertura del Partito Comunista che, nell’ottobre del ’44 e poi nel febbraio ’45, rilascia a Gelli un’attestazione della sua attiva collaborazione con i partigiani, confermata anche dal giornale del Cln pistoiese nel ’45.

Riparato a Roma con mezzi forniti dal Cln, si sposta a la Maddalena in Sardegna presso la sorella ed il cognato, sottufficiale di marina, sotto sorveglianza dei carabinieri, il 24 gennaio 1945.

Arrestato dai carabinieri nel settembre ’45, su denuncia del figlio di un collaboratore dei partigiani, è detenuto prima a Sassari e poi a Cagliari, e qui, negli interrogatori a suo carico, avrebbe fatto i nomi dei collaborazionisti repubblichini da lui conosciuti, a suo dire per proteggerli dalla furia popolare.

Rilasciato in libertà provvisoria, nuovamente arrestato, su denuncia di un ufficiale dell’aviazione per aver organizzato rastrellamenti di prigionieri inglesi, durante la detenzione a Roma conosce il principe Junio Valerio Borghese.

Le accuse contro di lui si ridimensionano, e nel 1947 si trova libero da qualsiasi addebito penale e ottiene il passaporto.

Riprende l’attività politica con orientamento monarchico, in vista del referendum, e diventa segretario provinciale del Partito Nazionale del Lavoro. Da qui, seguendo la traiettoria di molti ex-fascisti, lo spostamento finale a favore della Democrazia Cristiana:

«Nel 1948, alla vigilia delle elezioni politiche, in un clima di acceso anticomunismo, iniziò a lavorare per Romolo Diecidue che era candidato per la circoscrizione Firenze-Pistoia, nelle liste della Democrazia cristiana, e aveva il suo bacino elettorale in Valdinievole. Diecidue, romano di origine e preside di scuola media superiore nella città termale, era stato presidente del Cln di Montecatini: dopo avere militato nella Dc, sarebbe passato ai demoliberali filo-monarchici. La collaborazione tra i due durò per circa un decennio» (M. Francini, “Il periodo pistoiese di Licio Gelli”, Quaderni di Farestoria, Anno XI, 1, Gennaio-Aprile 2009, p. 50 e ss.).

Perché dunque continuare a parlare di Gelli come di un nostalgico neo-fascista e non classificarlo, come si è fatto per intellettuali di chiara fama, come “redento”, oramai conquistato alla causa della democrazia, tanto da iniziare una brillante carriera come “faccendiere”, che, grazie al supporto massonico-cattolico, lo avrebbe portato a far parte di un centro di potere come la Loggia P2?

Ci limitiamo, per chi ancora non la conoscesse, a consigliare la lettura di quel Piano di Rinascita Democratica, ritrovato a Gelli nel 1981 quando scoppia l’affaire P2, ma sicuramente risalente alla fine degli anni Settanta. Lo si ponga poi accanto al celebre testo di M. Crozier, S.P. Huntington, J. Watanuki, The Crisis of Democracy, Report on the Governability of Democracies to the Trilateral Commission, New York University Press, 1975. Confrontando i due testi, chiunque può rendersi conto che il documento attribuito alla P2 non è altro che l’adattamento politico al contesto italiano di un progetto di ben più vaste dimensioni, in atto nell’Occidente capitalista a fine anni Settanta, in vista della riorganizzazione dei sistemi a democrazia parlamentare col vittorioso procedere della mondializzazione nel segno del liberismo economico-finanziario.

Fascisti questi? Neo-fascisti anche quelli della Trilateral? Fior di democratici, magari di una democrazia diversa da come la intendeva Mazzini: ma sono gli uomini e e le forze che hanno combattuto e vinto la guerra contro il fascismo. Gelli e la P2 stavano dalla loro parte.

E la strage di Bologna?

Probabilmente la strage di Bologna non è una strage come quelle degli anni Sessanta e Settanta. Non rientra nella sanguinosa routine del “destabilizzare per stabilizzare”, in quanto non si collega probabilmente ad un tentativo golpista, più o meno gestito strumentalmente, come nel caso dei vari golpe Borghese e dei golpe “bianchi”.

Crediamo che anche in questo caso, Vinciguerra stia in questi mesi fornendo sul suo blog I Volti di Giano la chiave di lettura più credibile, a sostegno della quale egli, come sempre, fornisce un’articolata analisi di elementi finora mai valorizzati in questo senso.

La strage del 2 agosto probabilmente nasce quindi come un’estrema operazione di copertura per impedire la verità sulla strage di Ustica. Su questa questione vedremo cosa accadrà nei prossimi mesi, visto che già qualcuno rispolvera palestinesi e libici, come già fecero i servizi israeliani subito dopo la strage, nell’agosto del 1980.

Se, come pensiamo, strage copre strage, il movente è sufficientemente chiaro e grave per spiegare l’eccezionalità di Bologna. Una verità che, se fosse stata conosciuta all’epoca, avrebbe portato alla luce la presenza di qualcosa come 21 velivoli da combattimento nei cieli estivi d’Italia, uno scenario di guerra non dichiarata di cui il nostro Paese fu e rimane all’oscuro – se tutto questo fosse venuto alla luce allora, nonostante il Pci avesse da poco aperto alla Nato, probabilmente l’indignazione popolare avrebbe travolto la classe dirigente italiana, avrebbe rimesso in discussione la presenza dell’Italia nella Nato, proprio in un momento critico per il confronto fra i blocchi, come fu quello che seguì ai molti eventi epocali del 1979, dall’invasione dell’Afghanistan alla rivoluzione khomeinista in Iran.

Ricordiamoci cosa avvenne a Milano e Roma all’inizio di Mani Pulite: Craxi in fuga fra lanci di monetine. Ricordiamoci cosa avvenne a Palermo ai funerali di Borsellino: un presidente della Repubblica in fuga, inseguito dalla folla inferocita.

Cosa sarebbe accaduto, nel mentre infuriavano ancora le uccisioni delle Br, se si fosse scoperto quello che nessuno ha ancora il coraggio di ammettere, vale a dire che l’Italia è stata ed è su di una linea di guerra, dopo la perdita della sua sovranità nazionale con lo sfascio dell’8 settembre? Non c’era antifascismo che potesse reggere: i politici di allora sarebbero stati cacciati a furor di popolo, come del resto meritavano.

Per questo D’Amato e altri con lui mettono in moto un meccanismo ben collaudato, che porta al massacro della stazione del 2 agosto: non per una strategia del terrore “fascista”, che non trova addentellati nella realtà, ma per la solita strategia di difesa dello Stato democratico e antifascista; ma usando manovalanza pescata nei vivaio tenuto in vita nell’estrema destra, a furia di infiltrazioni e di attacchi mirati a creare ragazzini pronti a tutto. Un domani sempre scaricabili, quindi, o eliminabili.

Ragazzini che, oggi diventati uomini, tacciono perché sanno di essere stati parte di un gioco troppo più grande di loro, come hanno taciuto i Freda, i Ventura, eccetera, eccetera. Pagano così il prezzo per la loro libertà e per la loro sopravvivenza fisica.

Guardiani della memoria

L’Italia non ha bisogno di guardiani della memoria, che vengano a ripetere i vecchi slogan a base di antifascismo e di un atlantismo che la caduta del Muro di Berlino avrebbe dovuto seppellire.

I segreti dietro le stragi, compresa quella di Ustica, di Bologna, e le altre che le hanno seguite, sono sempre stati noti ai vertici della classe politica, militare e poliziesca italiana, comprese le forze della cosiddetta opposizione, poi divenute anch’essa forze di governo, senza che nulla sia mutato in termini di verità sui “misteri” italiani.

Come giustamente ha sottolineato Vinciguerra, non ci sono “misteri”, ci sono “segreti”: di questi segreti è tuttora detentrice la classe dirigente del Paese.

Da loro è però oramai vano aspettarsi la verità, cosa questa che forse i familiari delle vittime non hanno ancora capito.

Eppure questa verità, grazie al sacrificio personale di qualcuno, al coraggio di pochi, all’onestà di altri, mai come ora è straordinariamente vicina.

I familiari delle vittime hanno compreso l’importanza del momento e comprensibilmente chiedono la vicinanza del Paese. Questa vicinanza noi la testimoniamo qui con queste poche righe, sperando di contribuire alla verità che le 81 vittime, i cui nomi sono incisi sulla lapide di Bologna, attendono da quarant’anni.

da qui

giovedì 15 maggio 2025

A Ustica, per rompere il silenzio sul passato coloniale italiano - Daniela Galiè

Dal 15 al 18 maggio 2025, una delegazione della società civile italiana si recherà a Ustica per rendere omaggio alle vittime della deportazione coloniale italiana. Un viaggio nella storia rimossa, per restituire voce, dignità e memoria ai deportati libici e per reclamare una Giornata del ricordo delle vittime del colonialismo italiano


Nel cuore del Mediterraneo, sull’isola di Ustica, là dove le onde hanno da sempre portato storie di confino e resistenza, prenderà vita un’iniziativa civile e simbolica di grande valore: una delegazione di attivisti, ricercatori, studenti e rappresentanti di associazioni nazionali si recherà presso il cosiddetto “Cimitero degli arabi” per rendere omaggio a un passato cancellato. Questo luogo, nascosto tra le memorie dell’isola, ospita le tracce fisiche della deportazione di oltre 10.000 oppositori libici che, tra il 1912 e il 1934, furono reclusi sulle isole italiane, tra cui Favignana, le Tremiti, Ponza e Ustica stessa, in condizioni disumane. Una repressione coloniale feroce, che rimane largamente assente dal discorso pubblico, dalla memoria collettiva e dai programmi scolastici.

A promuovere l’iniziativa, in collaborazione con il Centro Studi Ustica, è una rete ampia e articolata della società civile: tra i promotori figurano Un Ponte Per, Arci, Anpi, Cgil, la Rete Yekatit 12/19 Febbraio, il Movimento Italiani senza cittadinanza, l’Unione degli Universitari e altre realtà impegnate sul fronte dei diritti e della memoria.

L’evento si inserisce in un percorso più ampio che punta all’istituzione di una Giornata nazionale della memoria per le vittime del colonialismo italiano, con l’obiettivo di aprire un confronto pubblico e politico sulla necessità, ormai non più rinviabile, di fare i conti con una parte rimossa della storia nazionale.

Il momento centrale di questo evento sarà il 17 maggio, quando un corteo partirà da piazza Municipio, con la partecipazione degli studenti del liceo locale, e si dirigerà al cimitero degli arabi, dove verrà piantumato un ulivo e apposta una targa commemorativa, con versi tratti dalle poesie dei deportati libici e dei confinati antifascisti italiani.

Una vergogna nazionale, rimossa. Così possiamo definire la vicenda della deportazione degli oppositori libici nelle isole minori italiane durante l’età coloniale. Si tratta di una pagina che ha inciso profondamente sulla storia del nostro Paese, anche se in modo sotterraneo, nascosto, negato. A raccontare perché questa memoria sia rimasta ai margini della narrazione pubblica è Fabio Alberti, fondatore e presidente onorario di Un Ponte Per, tra i promotori dell’iniziativa a Ustica.

«L’Italia non ha mai davvero fatto i conti con la propria storia coloniale. Altri Paesi europei, pur senza un’elaborazione piena, hanno almeno riconosciuto quel passato – anche perché, forse, più ingombrante del nostro. La consapevolezza della propria eredità coloniale, altrove, alimenta dibattiti che incidono sulle politiche e sull’identità nazionale. In Italia, invece, tutto questo è mancato.

Le ragioni sono almeno due: da un lato, l’assenza di una vera fase di decolonizzazione, poiché le colonie italiane furono perse con la guerra e occupate dalle potenze vincitrici; dall’altro, la volontà di tenere unito il fronte repubblicano ha impedito uno sguardo critico sull’Italia prefascista, liberale e monarchica, che fu anche coloniale.

È come se la nuova Repubblica avesse fatto i conti con il fascismo, ma non con ciò che lo ha preceduto: il Regno, la monarchia. Invece di affrontare criticamente l’eredità dell’Italia prefascista – che si è cercata di riabilitare evocando una presunta continuità virtuosa con l’epopea risorgimentale – si è preferito costruire il mito consolatorio degli “italiani brava gente”, un modo edulcorato per distinguere il colonialismo italiano da quello delle altre potenze europee. Eppure, oggi sappiamo con chiarezza che l’impresa coloniale italiana, per brutalità e violenza, non fu affatto un’eccezione».

L’iniziativa a Ustica non rappresenta soltanto un atto dovuto di riconoscimento verso le vittime del colonialismo italiano. È, al tempo stesso, un gesto politico denso di significato, capace di interpellare il presente. In un contesto in cui cittadinanza, razzismo strutturale e memoria pubblica tornano a occupare il centro del dibattito, il valore simbolico di radicare un ulivo e deporre una targa in quel cimitero dimenticato assume una forza nuova, concreta, urgente. Alberti lo riassume con lucidità, intrecciando memoria, resistenza e visione del futuro in un unico filo narrativo.

«Questo progetto intende rendere omaggio e restituire dignità alle vittime del colonialismo italiano, a partire da quelle sepolte sull’isola, che rappresentano simbolicamente tutte le altre. Ma il suo significato va oltre. Si collega, ad esempio, all’azione con cui, come associazione Un ponte per, riportammo alla luce il film Il leone del deserto, rimasto censurato per 44 anni in Italia. Un’opera che, per la prima volta, raccontava il colonialismo dal punto di vista dei colonizzati, non come semplici vittime, ma come resistenti.

Ustica rappresenta uno dei luoghi meno noti, ma significativi, della repressione della resistenza libica al colonialismo italiano. Un frammento di storia in cui, simbolicamente, si sono incrociate due forme di opposizione: quella degli anticolonialisti libici e quella degli antifascisti italiani, confinati sulla stessa isola, se non necessariamente in contatto diretto, almeno in una convivenza forzata nel tempo e nello spazio. Non a caso, sulla targa che verrà posta nel cosiddetto “Cimitero degli arabi”, accanto a una poesia scritta durante la prigionia da un deportato libico, compariranno anche i versi di un antifascista italiano, anch’egli confinato a Ustica, dedicati proprio alla lotta anticoloniale. Due resistenze che, seppure distinte, si sono sfiorate e che oggi ci parlano ancora, richiamando l’urgenza di costruire alleanze tra chi si oppone alla guerra del Nord del mondo e chi combatte le nuove forme di colonialismo nel Sud del mondo».

L’iniziativa di Ustica si colloca all’interno di un percorso più ampio che mira all’istituzione di una Giornata della memoria per le vittime del colonialismo italiano. Una proposta che sollecita le istituzioni a riconoscere la propria responsabilità – non solo storica, ma anche politica e culturale – e che mette a nudo le scelte, mai neutre, con cui una società decide cosa ricordare e cosa dimenticare della propria storia.

«Sulla proposta di una Giornata del ricordo del colonialismo esiste un dibattito aperto. C’è infatti il rischio di perpetuare una narrazione in cui il colonizzato appare solo come vittima. Il nostro approccio, invece, mira a valorizzare la lotta anticoloniale: non solo il dolore subito, ma anche la resistenza. Tuttavia, il riconoscimento di quella resistenza e delle vittime – che furono molte, si parla di circa 700.000 – è il punto di partenza per assumere, da parte italiana, la responsabilità storica del colonialismo e per ripensare il nostro approccio alla questione migratoria.

Le vittime ci sono state, sono state rese invisibili agli occhi degli italiani e vanno invece riportate alla luce. Solo così può emergere anche la storia coloniale italiana, smentendo definitivamente il mito degli “italiani brava gente”. È fondamentale, perché la rimozione del passato coloniale ha privato almeno due generazioni della conoscenza di una parte essenziale della propria storia. E questo non riguarda solo le persone colonizzate: riguarda noi. Ci è stato negato il diritto di conoscere la nostra storia, le nostre ragioni, le radici della nostra identità nazionale.

A intere generazioni sono mancati gli strumenti per comprendere il presente, perché fenomeni come le migrazioni o le guerre non possono essere letti senza la lente del passato coloniale. Per questo, prima di tutto, rivendichiamo un diritto alla conoscenza. Solo da lì può nascere un percorso di conciliazione, un ragionamento sulla riparazione e, in definitiva, una rilettura delle politiche italiane alla luce del nostro passato».

 

Il corteo che il 17 maggio si dirigerà verso il “Cimitero degli arabi” non vedrà soltanto la partecipazione di attivisti, ricercatori e rappresentanti del mondo associativo. A prenderne parte saranno anche le e gli studenti del liceo di Ustica: una presenza che conferisce all’iniziativa una dimensione educativa tutt’altro che accessoria. Restituire spazio alla memoria rimossa del colonialismo italiano significa anche trasmettere strumenti per leggere criticamente il presente. In un contesto in cui la scuola fatica a colmare questo vuoto, esperienze come questa si configurano come momenti di apprendimento autentico, in cui la storia si intreccia con l’esercizio della cittadinanza. Su questo punto, la riflessione di Fabio Alberti è particolarmente incisiva.

«La generazione che oggi frequenta la scuola è la prima a non avere alcun legame diretto né con l’esperienza della guerra né con quella del colonialismo e spesso lo stesso vale per i loro genitori. Senza un’adeguata trasmissione storica, attraverso la scuola e il dibattito pubblico, rischia di crescere all’oscuro di capitoli fondamentali di questo Paese, e quindi priva di strumenti critici per interpretare il presente. Allo stesso tempo, però, è una generazione in formazione, che sta costruendo ora la propria visione del mondo e che può riconsiderarla, se messa nelle condizioni di conoscere anche ciò che è stato rimosso. In questo senso, approfondire la storia della colonizzazione italiana nei programmi scolastici è essenziale. Non per demonizzare il passato, che non si può riscrivere, ma per comprenderlo. Perché solo conoscendo ciò che è stato si può influenzare la qualità dello sguardo che le nuove generazioni rivolgono all’altro, in particolare a chi proviene da contesti non europei. In fondo, questa esperienza insegna che la scuola va supportata da un’educazione alla conoscenza, che continua anche fuori dai confini dell’aula.

È un invito a superare i limiti di ciò che la scuola trasmette: apprendere richiede anche un impegno autonomo, personale e collettivo, per andare oltre ciò che le istituzioni raccontano o tacciono. Finora, la storia insegnata è stata in gran parte quella dell’Occidente. Ma nessun fenomeno politico contemporaneo, dalle grandi migrazioni alle guerre, fino alla povertà globale, può essere davvero compreso senza tener conto anche della dimensione coloniale che i Paesi europei hanno avuto con il resto del mondo per 500 anni.

Certo, il colonialismo non spiega tutto, ma senza di esso si comprende ben poco. Riconoscerne le radici è fondamentale per leggere i processi in corso e confrontarsi con il presente in modo critico. Pensiamo, ad esempio, alle politiche migratorie: l’Europa deve assumersi la responsabilità di essere parte delle cause delle migrazioni, non solo per il proprio passato coloniale, ma anche per il prolungamento postcoloniale delle disuguaglianze economiche, militari e commerciali che ancora oggi condizionano i rapporti con il Sud del mondo».

Ma la memoria del colonialismo, come sottolineano i promotori dell’iniziativa a Ustica, non riguarda solo il passato. Riguarda il presente, e il modo in cui l’Italia e l’Europa continuano a costruire le proprie relazioni con il Sud globale. Le politiche migratorie, commerciali e militari non possono essere comprese – né trasformate – senza guardare in faccia la genealogia coloniale che le attraversa. Anche in questo senso, piantare un ulivo tra le tombe dimenticate non è solo un gesto simbolico: è un atto politico che interroga il nostro presente. Come conclude Fabio Alberti:

«Guardare alle migrazioni con la consapevolezza di esserne in parte causa dovrebbe condurre a due conseguenze: anzitutto, al riconoscimento di un dovere di accoglienza; ma soprattutto, alla necessità di rivedere profondamente le politiche estere – commerciali, economiche e militari – specialmente nei confronti dell’Africa, dove persiste una politica di spoliazione che alimenta la pressione migratoria, costringendo milioni di persone a cercare altrove una possibilità di vita».

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giovedì 2 settembre 2021

ricordo di Daniele Del Giudice

 



Daniele Del Giudice, il suo impegno civile ci ha fatto volare verso la verità – Oreste Pivetta

 

E’ morto la notte scorsa Daniele Del Giudice e sembra di dover scrivere di un’altra epoca, non solo per il silenzio che ha accompagnato gli ultimi dolorosi anni della sua vita, non solo perché il suo primo romanzo, “Lo stadio di Wimbledon”, il romanzo che lo rese famoso, risale a quasi mezzo secondo fa (venne pubblicato da Einaudi, proposto da Calvino, nel 1983), ma soprattutto per la distanza dai nostri tempi di quell’uomo semplice, gentile, timido, coltissimo e raffinato cultore della letteratura, scrittore della “leggerezza”e insieme della profondità, sobrio e scrupolosissimo “utilizzatore” della parola scritta, cercata, ricercata, soppesata, limata perché nulla risultasse improprio, impreciso, superfluo, volgare.

 

Rigore contro sciatteria e superficialità

dSi possono leggere o rileggere i suoi romanzi e i suoi racconti per le storie che insegnano, per i sentimenti che rappresentano, per le domande che pongono. Ma anche come un abbecedario dei modi di immaginare, descrivere, interrogare, proporre cultura, contro la sciatteria, la superficialità, la grossolanità, gli inganni dei nostri tempi informatici. Quindi, un invito: non dimentichiamolo…
Daniele 
Del Giudice era nato a Roma nel 1949. Rimase presto orfano del padre, trascorse anni in collegio, non concluse gli studi universitari, cominciò prestissimo a collaborare con i giornali, lavorò a Paese Sera.
Lasciò Roma per Milano e si trasferì quindi definitivamente a Venezia.
Dopo “Lo stadio di Wimbledon”, romanzo suggerito dalla figura di Bobi Bazlen, nel 1985 apparve, ancora per 
Einaudi, “Atlante occidentale”, storia dell’amicizia tra un giovane fisico italiano, che lavora al Cern di Ginevra, e un anziano scrittore, Ira Epstein, scienziato e romanziere, accomunati dalla passione per il volo, che si interrogano sulla possibilità della letteratura di sentire la realtà della vita.

 

La passione per il volo

Solo tre anni dopo, Del Giudice pubblicò, ancora con Einaudi, “Nel museo di Reims”: Barnaba seguito durante la sua ostinata battaglia per fissare nella memoria le immagini di un museo, prima di diventare cieco. Nel 1994 uscì “Staccando l’ombra da terra”, sei racconti dedicati al volo.

Con “Staccando l’ombra da terra” Del Giudice vinse il Premio Bagutta, soprattutto narrò, a partire dalla vicenda di Antoine de Saint-Exupery, una sua passione, le sue esperienze, il suo addestramento, citando peraltro episodi storici e situazioni del presente, tragedie sconosciute e altre che segnarono la nostra storia.

Volare come espressione di libertà, libertà che il cielo nella sua trasparenza, nella sua luce, nella sua dimensione infinita, può offrire. Ma “volare” anche come espressione di responsabilità: si può imparare a volare, istinto, educazione, studio si sommano, ma poi, pure in quell’universo illimitato, non si può trascurare la rotta, uscire dalla rotta. Vale per il pilota, vale anche per lo scrittore: un ennesimo richiamo al rigore.

 

La notte di Ustica, dramma in piazza con Paolini

La notte di Ustica ispirò uno di quei racconti , “Unreported inbound Palermo”, costruito citando i dialoghi del “voice recorder”. Ne derivò il dramma musicale di Alessandro Melchiorre. Anni dopo fu la base per lo spettacolo teatrale di Marco Paolini con la musica di Giovanna Marini, “I-TIGI. Canto per Ustica”, che andò in scena nel 2000, prima a Bologna e poi a Palermo, vent’anni dopo la tragedia del DC9 Itavia.

Il monologo andò in scena in piazza, Paolini dettagliò quanto era avvenuto nelle notte di Ustica, ricordò i morti, riassunse l’iter delle investigazioni e dei processi. Commozione tra il pubblico. Commosso tra il pubblico c’era Daniele Del Giudice, pronto a spiegare le ragioni di quel lavoro straordinario, di narrazione e di documentazione, romanzo di una verità senza invenzioni, testimonianza ancora del valore e della forza della letteratura.

 

Il lavoro alla Einaudi, l’amicizia con Calvino

Di Daniele Del Giudice si dovrebbe ricordare altro. La sua collaborazione alla Einaudi, quando fu il più giovane, appena quarantenne, a partecipare alle famose riunioni del mercoledì di via Biancamano, a partecipare a discussioni spesso ferocissime circa le scelte letterarie delle casa editrice.

La sua amicizia con Calvino: fu lui a darne notizia della morte. I suoi successivi romanzi: “Orizzonte mobile” (2009), “In questa luce” (2013). Altri racconti: “Mania” (1997). L’introduzione alle opere complete di Primo Levi (1997, 2016), perché fu anche un saggista di grande acutezza.
Si dovrebbe infine dire della sua malattia: l’alzheimer. Lo si deve dire perché potrebbe sembrare inverosimile che una simile morbo abbia potuto divorare una intelligenza così profonda e nobile. E’ successo, tradendo un intellettuale che avrebbe potuto aiutarci ancora.

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mercoledì 15 gennaio 2020

Ustica più segreta di Teheran - Pino Corrias


La Repubblica, 13 gennaio 2020

Dopo 40 anni nessuna verità sul volo Itavia. È la cattiva sorte - e la crudele memoria - ad affiancare due tragedie così distanti tra loro. Ma andrà pure riconosciuto che i generali iraniani - brutti, sporchi, cattivi e con le spalle al muro - hanno impiegato 72 ore a confessare davanti al mondo di avere abbattuto, per "imperdonabile errore", il Boeing di linea ucraino con i suoi 176 passeggeri a bordo.

Mentre noi italiani brava gente, custodi dei diritti umani, della libera informazione, di una opinione pubblica abilitata a tutti gli standard delle democrazie occidentali, stiamo per celebrare i 40 anni della strage di Ustica senza sapere ancora la verità - vera, univoca, accertata - su quello che accadde alle 20,59 del 27 giugno 1980, quando il volo di linea Dc-9 Itavia, sulla rotta Bologna-Palermo, scomparve dal cielo dei radar, per posarsi sulla palude nera dei misteri italiani con i suoi duemila frammenti recuperati in mare, le infinite indagini, gli infiniti depistaggi, le immancabili commissioni di inchiesta, e i suoi 81 passeggeri morti, da allora insepolti.
Troppe prove documentali inchiodavano i generali di Teheran, si è detto: impossibile smentire le immagini, i satelliti, i tracciati radar. Di minuto in minuto la verità dei fatti si era mangiata le menzogne pronunciate, nelle prime ore dopo l'esplosione, dai militari iraniani e dal presidente Hassan Rouhani.
Tutto vero. Ma è altrettanto vero che anche nella tragedia italiana di quarant'anni fa c'erano prove documentali a disposizione della verità: c'erano i tracciati radar, le registrazioni radio, le registrazioni telefoniche, le identificazioni dei transponder, i registri degli aeroporti militari, gli occhi elettronici di tutti i Servizi segreti addestrati a farsi la guerra nel Mediterraneo. Solo che da noi sono state le menzogne a mangiarsi la verità.
E a digerirla con tecniche da manuale della disinformazione. Per prima cosa la strage è stata suddivisa in tante versioni possibili: il missile, la collisione, la bomba interna, persino il "cedimento strutturale". Ogni ipotesi moltiplicata da testimoni e indizi favorevoli e contrari, dunque equivalenti. Per poi essere complicate da indagini malfatte, omissioni, dimenticanze, lentezze.
Il tutto perfezionato dall'implacabile silenzio dei vertici dell'Aeronautica militare. Dalla pavidità dei governi italiani. Dall'omertà che gli alleati militari si sentono onorati di rispettare. Erano gli anni della Guerra fredda. E della massima tensione con la Libia di Gheddafi. Portaerei americane e francesi incrociavano nel Golfo di Napoli e al largo della Corsica.
Pattuglie aeree italiane monitoravano i confini. Probabile che il volo Itavia sia finito dentro "uno scenario di guerra aerea": due Mig libici inseguiti dagli F 104 americani o dai Mirage francesi, che si rifugiano sotto la traccia radar del DC-9 che viaggia lento, velocissimi missili aria-aria che volano a intercettare i mig, l'impatto che fa esplodere l'aereo sbagliato. Da allora: 2 milioni di pagine di indagini al primo (unico e mai concluso) processo, 4 mila testimoni, 300 miliardi di lire spese nell'inchiesta, una scia di 14 morti sospette legate ai misteri della strage, a cominciare dal pilota libico schiantatosi sui monti della Sila e dal radarista Mario Alberto Dettori, primo testimone di quella notte, trovato impiccato a un albero, un suicidio ancora senza spiegazioni.

Tutto archiviato nel grande buio del Museo della Memoria di Bologna, dove i tecnici con infinita pazienza hanno ricostruito il 96 per cento del relitto. Che aspetta da 40 anni, in quella sospensione di tempo e di significato, un gesto di coraggio che ancora nessuno, dopo trenta governi che hanno sorvolato la nostra Repubblica, ha avuto il coraggio di compiere. Basterebbe una parola di verità, anzi due: "imperdonabile errore".

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