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mercoledì 19 marzo 2025

Noi

 

Uno degli aspetti che più inquietano dell’universo culturale italiano risuonante negli ultimi giorni è lo spaesamento rispetto ad alcune categorie che ci pareva fossero sufficientemente acquisite. Più o meno davamo per scontato che sposare ideologie identitarie, fossero esse nazionali, confederali o legate a definizioni come “Occidente”, producesse un arroccamento che azzerava le differenze, buono per andare in guerra, per creare nemici o capri espiatori, per rinforzarsi nella propria immagine lasciandone in ombra gli aspetti meno dignitosi, ma non certo utile per comprendere se stessi e gli altri, per accorgersi di ciò che dei presunti altri è in noi, per costruire relazioni e non scontri.

Negli ultimi giorni vediamo e ascoltiamo interventi che vanno in questa direzione, osserviamo una cultura del “noi” avanzare e affermarsi in modo inedito, attraversando inaspettatamente confini politici e culturali spesso ritenuti (forse a torto) distanti tra loro.

Prendiamo l’intervento di un cantautore ed ex insegnante come Roberto Vecchioni, che alla manifestazione del 15 marzo Una piazza per l’Europa dice:

“Vogliamo parlare di un gruppo di stati che vengono dalle stesse cose, dalle stesse tradizioni, siamo tutti indoeuropei, abbiamo avuto una filologia romanza, parliamo allo stesso modo, ci guardiamo allo stesso modo, abbiamo gli stessi proverbi, modi di dire, pensieri […] abbiamo libertà ovunque, abbiamo la democrazia, ma quella non ce l’hanno tutti, ce l’abbiamo noi. Che è un’invenzione […] dei Greci, che è arrivata fino a noi. Ora, chiudete gli occhi un momento e pensate ai nomi che vi dico: io vi dico Socrate, vi dico Spinoza, Cartesio, vi dico Hegel, Marx e vi dico anche Shakespeare, vi dico Cervantes, vi dico Pirandello, Manzoni, Leopardi. Ma gli altri le hanno queste cose?[…]”.

Davvero dobbiamo circoscrivere la nostra identità culturale all’uso delle “nostre tradizioni”, richiamare l’identità “indoeuropea”, sentirci superiori e unici nel mondo per una presunta ubiqua libertà? Davvero possiamo ignorare non solo le tradizioni culturali degli altri continenti ma soprattutto cancellare senza remore l’intenso intreccio che esse hanno creato con quella che viene definita “nostra” cultura?

Prendiamo ora l’intervento, nella stessa occasione, dello scrittore Antonio Scurati:

“Ci sono giorni nella vita di un uomo in cui ti svegli, ti guardi allo specchio, e ti chiedi “chi sono?”. Secondo me questo è uno di quei giorni per gli europei. La prima cosa che ci viene in mente citando il poeta è quello che non siamo, che non vogliamo essere. Allora noi non siamo gente che invade i Paesi confinanti, noi non siamo gente che bombarda e rade al suolo le città, noi non massacriamo e torturiamo i civili con gusto sadico, noi non sequestriamo i bambini e li deportiamo usandoli come riscatto”.

Qui Igiaba Scego ci aiuta a mettere in discussione questa supponenza culturale che negli ultimi tempi si è trasformata in virulenza bellicista:

“Il collega Scurati nel suo discorso di sabato a Piazza del Popolo ha detto tra le altre cose ‘non massacriamo i civili e non deportiamo i bambini e li usiamo come riscatto’. Nell’Europa che ha esternalizzato le frontiere, messo in mano terzi la tortura, calpestando il diritto al viaggio delle persone del sud del mondo, tacendo sulle gravi violazioni del diritto internazionale degli ultimi anni, dire questo è diciamo, per usare un eufemismo, qualcosa di molto (ma moooltooo) lontano dalla verità. Nel discorso del collega, che rispetto in quanto collega, ma di cui non condivido le idee, soprattutto quelle esposte nei suoi ultimi articoli e nel discorso di sabato, ho trovato molto pericoloso quel “Noi” che presuppone già nella sua enunciazione esclusione. È un noi molto recintato. Un noi bianco, borghese, elitario, eterosessuale. Un noi che appena è stato enunciato fa sentire esclusi. Io confesso mi sono sentita esclusa da questo discorso. Un noi poi che professa innocenza e candore […]

La cosa che più inquieta però è che sembra che la matrice culturale comune di questi e altri discorsi che stanno prendendo forza negli ultimi tempi sia la stessa che emerge dalle pagine sulla materia Storia nella bozza delle nuove Nuove indicazioni 2025 per la scuola.

A partire dalla frase di apertura, apodittica, secca, senza ombra di dubbio, orgogliosa:

“Solo l’Occidente conosce la Storia”.

La netta gerarchizzazione delle “culture” implicita nell’affermazione emerge evidente nelle frasi che seguono:

“Altre culture, altre civiltà hanno conosciuto qualcosa che alla storia vagamente assomiglia, come compilazioni annalistiche di dinastie o di fatti eminenti succedutisi nel tempo; allo stesso modo, per un certo periodo della loro vicenda secolare anche altre civiltà, altre culture, hanno assistito a un inizio di scrittura che possedeva le caratteristiche della scrittura storica. Ma quell’inizio è ben presto rimasto tale, ripiegando su se stesso e non dando vita ad alcuno sviluppo; quindi non segnando in alcun modo la propria cultura così come invece la dimensione della Storia ha segnato la nostra”.

In queste frasi emerge un’idea di “cultura” rigida, impermeabile, che agisce con le “altre culture” solo confliggendo con esse per il dominio, rimanendo pura nella sua essenza. Proseguendo addirittura il discorso si trasforma in una vera e propria esaltazione della superiorità [!] della “cultura occidentale” che le avrebbe permesso di divenire “intellettualmente padrona del mondo”:

“È attraverso questa disposizione d’animo e gli strumenti d’indagine da essa prodotti che la cultura occidentale è stata in grado di farsi innanzi tutto intellettualmente padrona del mondo, di conoscerlo, di conquistarlo per secoli e di modellarlo”. 

Come non leggere queste parole come una rivendicazione orgogliosa della funzionalità della cultura al dominio, come ad esempio è avvenuto nelle vicende del colonialismo?

Quali riferimenti culturali si stanno affermando oggi in Italia? Quali intellettuali trovano spazio negli organi di informazione? Quali stanno cercando di farsi strada nella scuola?

E “noi”, quelli con la “n” minuscola, che non si sentono dentro quel recinto di italocentrismo, Occidente dominante, presuntuoso europeismo bellicista, noi, avremo la forza di difendere i principi di giustizia, uguaglianza, pace come cittadini del mondo?

da qui

sabato 19 febbraio 2022

La linea del colore – Igiaba Scego

la storia inizia negli Stati (uniti?) d'America, a cavallo della guerra civile, quando i neri e le nere liberati potevano essere rapiti per fare ancora gli schiavi negli stati del sud (12 anni schiavo, di Steve McQueen, di questo racconta).

e anche se eri libero eri un poveraccio, e i figli e le figlie degli ex schiavi dipendevano a volte dalla carità.

la protagonista del libro, Lafanu, era la beneficiaria della carità di una bianca (sempre meglio che morire di stenti), per questo aveva potuto studiare, e dopo molte peripezie riesce ad arrivare in Italia, a Roma, che già amava, per via dell'arte.

il libro è ricchissimo di spunti, di personaggi, si toccano mille questioni, l'amore, la libertà, l'arte, la schiavitù (ieri e oggi), il viaggio (da schiavo, da persona libera, da migrante), e mille altri temi.

il miracolo di Igiaba Scego è che tutto si tiene, e le storie parallele di Lafanu e Leila diventano una storia sola, quelle di due ragazze nere a Roma, città che loro amano, sono due italiane ad honorem, a prescindere dai passaporti*.

é un libro che non annoia mai, scritto benissimo, letteratura italiana della più attuale, fresco e vivo.

sarebbe bello che fosse letto nelle scuole, come una storia e una voce di chi ama il nostro paese, sempre più xenofobo e meno accogliente.


*(a proposito qui una necessaria iniziativa, un'impresa titanica, affinché tutti possano viaggiare in sicurezza, a prescindere dal colore e dal peso del passaporto)


 

 

 

 

Quanti di noi scendendo oggi da un treno a Roma Termini ricordano i Cinquecento cui è dedicata la piazza antistante la stazione? È il febbraio del 1887 quando in Italia giunge la notizia: a Dògali, in Eritrea, cinquecento soldati italiani sono stati uccisi dalle truppe etiopi che cercano di contrastarne le mire coloniali. Un'ondata di sdegno invade la città. In quel momento Lafanu Brown sta rientrando dalla sua passeggiata: è una pittrice americana da anni cittadina di Roma e la sua pelle è nera. Su di lei si riversa la rabbia della folla, finché un uomo la porta in salvo. È a lui che Lafanu decide di raccontarsi: la nascita in una tribù indiana Chippewa, lo straniero dalla pelle scurissima che amò sua madre e scomparve, la donna che le permise di studiare ma la considerò un'ingrata, l'abolizionismo e la violenza, l'incontro con la sua mentore Lizzie Manson, fino alla grande scelta di salire su un piroscafo diretta verso l'Europa, in un Grand Tour alla ricerca della bellezza e dell'indipendenza. Nella figura di Lafanu si uniscono le vite di due donne afrodiscendenti realmente esistite: la scultrice Edmonia Lewis e l'ostetrica e attivista Sarah Parker Remond, giunte in Italia dagli Stati Uniti dove fino alla guerra civile i neri non erano nemmeno considerati cittadini. A Lafanu si affianca Leila, ragazza di oggi, che tesse fili tra il passato e il destino suo e delle cugine rimaste in Africa e studia il tòpos dello schiavo nero incatenato presente in tante opere d'arte. Igiaba Scego scrive in queste pagine un romanzo di formazione dalle tonalità ottocentesche nel quale innesta vivide schegge di testimonianza sul presente, e ci racconta di un mondo nel quale almeno sulla carta tutti erano liberi di viaggiare: perché fare memoria della storia è sempre il primo passo verso il futuro che vogliamo costruire.

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…Gemma originale della scrittura post-coloniale italiana e del pensiero della decolonialità, il nuovo romanzo storico di Scego interseca l'identità di genere, il colore della pelle e l'idea di nazione: le attraversa, le interroga e le ridefinisce sfumandone i tratti autoritari e essenzialisti, restituendo loro diverse tonalità. Non a caso nel romanzo è fortissima la presenza dell'arte visiva, praticata e studiata, una dimensione che permette ai personaggi­ – meglio, alle protagoniste – di ridarsi la vita in un senso redento e di sopportare il male e il dolore delle loro esistenze brutalmente segnate dalla violenza; di genere, razzista e nazionalista. La fruizione dell'arte è anche possibilità per le persone di ricevere «occhi nuovi per guardare il mondo che attraversavano ogni giorno». In questo senso proprio la scelta del romanzo come forma artistica acquista valore ulteriore perché consente ai temi che sono in oggetto nel racconto di uscire dalla bolla della ricerca e dello specialismo, e porta aria fresca a un dibattito pubblico da troppo tempo incattivito dalla strumentalizzazione politica, dall'odio populista e da un livello medio veramente basico.

 

Dunque La linea del colore è un romanzo storico, di immagini e idee, che ruota intorno alla figura di Lafanu Brown, «una strana negra che disegnava volti» nella Roma di fine Ottocento. 

L'eroina del romanzo, che anche nella scrittura è apertamente ispirato alla ricerca di sé nella narrativa femminile vittoriana, è una pittrice figlia di un haitiano e di una chippewa, adottata e trasferita in seguito a vicende estreme e drammatiche dagli Stati Uniti all'Inghilterra e infine giunta in Italia, per un grand tour che si conclude in una Roma i cui momenti culminanti sono il 1870 (Porta Pia) e il 1887 (Dogali). Una creazione di fiction ispirata alla storia di due donne nere, realmente vissute in un mondo bianco: l’ostetrica abolizionista Sarah Parker Remond e la scultrice Edmonia Lewis, tra l'altro omosessuale.

La sua storia si alterna al piano narrativo del presente italiano con una seconda protagonista, la giovane italo-somala Leila, che riscopre la storia di Lafanu e la sua pittura fino a farne un oggetto di riflessione visiva e post-coloniale che la porterà alla Biennale di Venezia: qui si confronta con le contraddizioni della società tardo moderna rispetto alle figure migranti e con il (difficile) rapporto tra arte e politica, denuncia civile e dimensione estetica…

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La trama della narrazione è interamente solcata dagli spostamenti di Lafanu – prima in Inghilterra, e poi in Francia e in Italia – alla ricerca non solo della sua libertà di donna e d’artista ma anche di quel gusto della vita che le era stato sottratto dallo stupro subito. In perfetta sintonia, lo scenario della contemporaneità in cui vive Leila è solcato da migliaia e migliaia di viaggi dall’Africa verso l’Italia, il più delle volte troncati brutalmente. Viaggi di giovani in cerca di libertà; viaggi di ragazze come Binti, la cugina di Leila, in fuga da un destino già scritto. Intelligenze, cuori e corpi in movimento che vengono dalla parte debole del mondo, quella che non ha passaporto, quella destinata a scontrarsi con porti chiusi, fili spinati, frontiere blindate. E dunque “il diritto dei corpi al movimento” come lo definisce Scego, è inseparabile dalla paura, tremenda, “di perdere il proprio corpo”. Esistono tanti modi, al di là della morte, di perderlo: come è successo a Lafanu, come succede anche a Binti.

Scavando nelle pieghe della storia vengono messi a nudo i tanti tabù e le dolorose ambivalenze dell’epoca di Lafanu e anche della nostra: i feroci pregiudizi verso i “negri palesemente inferiori”; la carità ipocrita di quelle benefattrici che se ne prendevano cura a loro maggior gloria; il diritto al viaggio e alla mobilità ancora oggi ferocemente negato, ingiustizia per cui Leila non usa mezzi termini: “Viviamo in apartheid, questo è apartheid”. Leila e Alexandria ne sono perfettamente consapevoli: il loro progetto che coinvolge giovani artisti “dal passaporto debole” è un atto politico. Così com’è politica, nella narrazione dell’autrice, la disamina delle più importanti vicende storiche italiane dalla prospettiva di chi è italiana, nata e cresciuta in quella stessa Roma al centro del libro, e che però mette in campo interpretazioni divergenti, che escono decisamente dai confini della narrazione unilaterale in cui acriticamente ci si rifugia…

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Lo stile fluido dell’autrice consente al lettore di completare rapidamente il libro. Le tematiche trattate sono molto attuali e ci fanno riflettere su numerose problematiche. La narrazione avviene in prima persona che coinvolge molto. Le descrizioni, sia ambientali che dei personaggi sono attente e precise. L’ autrice ha creato il personaggio di Lafanu ispirandosi alla vita di due donne africane realmente esistite: la scultrice Edmonia Lewis e l’ostetrica Sarah Parker Remond. Donne straordinarie che, con le loro capacità e la loro tenacia si sono affermate nel mondo e hanno lottato per i diritti della loro etnia. Un romanzo straordinario che mi ha avvicinato a prospettive nuove, a tematiche che non avevo avuto l’occasione di approfondire e che mi ha permesso di analizzare alcuni aspetti sotto una nuova luce. Una lettura che coinvolge e emoziona andando dritta al cuore. Un libro che apparentemente non viene catalogato come distopico ma che tra le righe raccoglie parte delle sue tematiche e messaggi. Imperdibile!!!

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sabato 17 ottobre 2020

Un'altra storia? Conversazione con Igiaba Scego e Carlo Greppi (prima parte)

(a cura di Enrico Manera)

Il recentissimo volume di Einaudi Africa antica, maestoso nell'edizione e nell'apparato iconografico, è una splendida occasione per affrontare il tema della rimozione coloniale con un taglio non solo decostruttivo e “difensivo”, ma anche costruttivo e capace di andare in profondità dal punto di vista storico, in senso periodizzante ed epistemologico. In un arco cronologico che va da ventimila anni a.e.v. al XVII secolo, il curatore F.-X. Fauvelle dirige un'imponente operazione (articolata in 2 sezioni e circa 25 saggi, senza contare le appendici e il corredo iconografico) che supera gli stretti obiettivi disciplinari e pone problemi importanti di scienza della cultura: muovendo dal dato archeologico interessa un'ampia nozione di sapere storico in cui l'antropologia e la storia del lunghissimo periodo emergono come prospettive di grande rilievo.

Tutto questo è utile non solo allo studioso ma può servire a chiarire alcuni nodi centrali della storia pubblica del presente, per una ridenifizione della storia del continente africano capace di retroagire sul rapporto con la memoria del colonialismo e con le migrazioni del tempo presente, territori minati per  stati e cittadini, non solo europei, dal punto di vista umanitario e culturale.

 

Quello che segue è una conversazione con Igiaba Scego e Carlo Greppi, una scrittrice/comparatista e uno storico attenti al dibattito pubblico, i cui recenti lavori si collocano all'interno di un cantiere solidale negli intenti, accomunato dall'idea di promuovere un racconto della storia differente da quello dominante, gravemente insufficiente, e ad alto tasso etico e politico. Tale discorso a più voci, di cui questa è la prima parte, intende sollecitare una maggior attenzione dell'opinione pubblica ragionante sul tema del colonialismo, che non può essere affrontato se non si chiariscono i presupposti inesplicitati di una immagine del mondo e della storia che continua a essere eurocentrica, bianca, maschile, cisgender e talmente concentrata sulla propria testualità da aver escluso dalla nozione di storia tutto ciò che esula dalla propria auto-rappresentazione identitaria e dal proprio canone, implicitamente considerato come la realtà tout-court.

 

Enrico Manera. La prima urgenza testimoniata dal libro curato da Fauvelle, che insegna Storia e archeologia dei mondi africani, è quella di smuovere l'immagine semplificata dell'Africa che la storia pubblica e la storiografia “bianca” continua a proporre più o meno consapevolmente: come scriveva Kapuscinski nell'esordio di Ebano: «L'Africa è un continente troppo grande per poterlo descrivere. È un oceano, un pianeta a sé stante, un cosmo vario e ricchissimo. È solo per semplificare e per pura comodità che lo chiamiamo Africa. A parte la sua denominazione geografica, in realtà l'Africa non esiste». Il libro vuole innanzitutto mettere in crisi la visione culturale in cui siamo immersi, quella secondo cui l'Africa sarebbe un continente senza storia. Al contrario, i suoi ambienti e le diverse esperienze sociali, politiche, economiche e religiose sono esplorati con una mappatura di paradigmi significativi, dal Tadrart Acacus – la grande civiltà sahariana preistorica – al Grande Zimbabwe – regno il cui splendore si colloca tra il X e il XV secolo –, con una scelta periodizzante che delimita un tempo pre-coloniale; allo stesso modo una sezione è dedicata specificamente alla geografia e alla relazione tra umanità e ambiente: deserto, oasi, pastorizia, metalli, caccia-raccolta, società di produzione, mentre una sezione finale espone le questioni metodologiche e i problemi delle diverse fonti per la ricostruzione storico-archeologica: tracce, documenti, oralità, scritture, arti, proponendo una molteplicità di sguardi a cui non siamo abituati. «Guardiamoci, dunque, da qualsiasi idea di Africanità, quell'essenza che risiederebbe come reliquia o come dato invariato in ogni cultura del continente» (Fauvelle).

 

Igiaba Scego: Anche secondo me l'Africa non esiste e nemmeno l'Europa esiste. Chiarisco il mio pensiero. Africa ed Europa sono entità fluide, fatte di passaggi, scambi, scontri, confronti, commerci, brutalità, paure, resilienza, resistenza, dominio. Entità fluide che per convenzione abbiamo separato. Entità fluide che per quieto vivere non abbiamo messo in connessione. Quindi ha ragione Fauvelle a dire che niente deve essere una reliquia. Tutto infatti è in movimento, come lo è del resto il nostro Pianeta. Come africana europea, mi piace definirmi così senza trattino, sento che è necessario oggi più che mai mettere al centro un modo nuovo di intendere la storia dei continenti che abitano fuori e dentro di noi. Una storia nuova dove non ci siano più frontiere rigide, ma appunto che permettano di mescolare vissuti, avvenimenti, punti di vista. A scuola, quando ero piccola, ho vissuto sempre con la brutta sensazione addosso di non sapere niente di me, del mondo che mi circondava, dei miei antenati. Mi chiedevo perché quel passato, fatto di date, avvenimenti, battaglie, re che andavano e venivano, non mi riguardava mai. Perché mi sentivo estranea a quella fredda statistica di date e dati. Ma poi studiavo diligentemente tutto, perchè sentivo che c'era qualcosa di più e che un giorno l'avrei scoperto.

 

Sapevo, era la mia insoddisfazione a parlare, di aver imparato una storia a metà, una storia circoscritta da una cornice rigida e inespugnabile. Per esempio ricordo con nettezza la mia delusione nel vedere che la storia dei vari popoli dell'Africa era assente dai libri scolastici. Io sapevo che c'era una storia che riguardava la terra dei miei antenati, ma quella non appariva mai o non le veniva dato valore. E quando appariva fugacemente su un libro di testo era anche peggio. Infatti l'Africa esisteva solo di luce riflessa. Erano gli occhi europei quelli con cui ce la mostravano a scuola, un continente quindi nato dalle navi negriere e dal colonialismo. E nemmeno schiavitù e colonialismo erano “storie” spiegate bene a scuola come altrove. Il tutto era solo accennato vagamente, e poi accantonato. In realtà il continente africano, l'ho capito da adulta, è un insieme di entità diversissime tra loro, ognuna di queste entità ha avuto la sua lingua, la sua cultura, il suo modo di intendere la vita e naturalmente una storia variegata, plurale e piena di intrecci. Solo da adulta ho capito che la denominazione storia dell'Africa è qualcosa che tenta di contenere l'incontenibile. Solo da adulta ho capito quanto poco sapessi di tutto questo. E non era una ignoranza solo mia, personale, ma una ignoranza collettiva. Ignoranza, quella sì, nata con il colonialismo, che ha imposto il dominio anche sullo sguardo su se stessi. Ed ecco che a seconda della colonizzazione ci si è visti con occhi francesi, inglesi, belgi, tedeschi, italiani ecc. Ora è giunta l'ora di rimettere in discussione tutto. Ora con un termine molto usato diremmo che è l'ora di decolonizzare la storia, il mondo, i saperi. Ma questa può avvenire solo se capiamo che non c'è una linea retta che divide i buoni dai cattivi o appunto l'Europa dall'Africa. La vera decolonizzazione sta nel dare complessità storica a quello che andiamo a esaminare. Lo storico, come dice spesso la mia amica storica Leila el Houssi, guarda gli archivi e rifiuta un approccio militante, che temo stia andando per la maggiore. Lo storico, ma in generale lo studioso cerca di scavare nel dubbio, nelle contraddizioni, nella complessità.

 

E soprattutto chi lavora con la storia (storiche/i, studiose/i affini, artiste/i) sa che niente è bianco e nero. Quindi ecco perché opere come Africa antica a cura di Fauvelle, ma come anche African Europeans. The untold history della storica Olivette Otele, prima storica afrodiscendente di ruolo in una università britannica, sono di fatto opere che tendono a minare le certezze di molti dalle fondamenta. Guardano in parte a ciò che c'era prima della mercificazione dei corpi africani. Ci fanno vedere come contatti per esempio l'Africa li ha avuti molto con l'estremo oriente o con il mondo arabo-islamico. Un po' come in Le cose crollano di Chinua Achebe notiamo che le società antiche dell'Africa, nel caso del libro di Achebe la Nigeria, le cosiddette società precoloniali sono attraversate da rivalità, guerra, schiavitù, lotte per il potere. Non sono il mondo ideale, ma un mondo che se non fosse arrivata la tratta e il colonialismo, avrebbe avuto un altro futuro. Non sappiamo se migliore o peggiore. Comunque altro. Ed è interessante secondo me vedere cosa è sopravvissuto in Africa di quell'antichità. Perché non è tutto sparito con la tratta e il colonialismo. Vedere cosa di quell'antichità è arrivato in Europa con gli afrodiscendenti. Ecco perché, in un mondo fatto di passaggi e attraversamenti come il nostro (ricordiamoci sempre che abbiamo piedi e non radici), la parola chiave è fluidità. Africa e Europa sono continenti fluidi, a volte l'uno è la continuità dell'altro, nel bene e nel male. Ed entrambi hanno connessioni con l'Asia e così via. Nessuno ha una storia singola, la storia è sempre da coniugare al plurale. Inoltre i popoli che hanno abitato i continenti, ci tengo a dirlo, hanno avuto ruoli attivi sui propri vissuti. Un libro che sento di consigliare è Storia della schiavitù in Africa di Paul Lovejoy, che esamina anche il ruolo dello schiavismo dei popoli africani verso altri popoli africani. La lettura di questo testo mi ha costretto a mettere da parte le mie certezze e mettermi umilmente a studiare ciò che non conoscevo.

 

Carlo Greppi: “L'unica storia autentica – ha scritto Marc Bloch – è la storia universale”, ed è quella a cui dobbiamo tendere. In riferimento alle vicende passate esistono, ed è così da sempre, uno o più racconti di una certa uniformità che occupano il cosiddetto mainstream – letteralmente: il corso principale, la corrente principale –, ma teniamo sempre presente che questo stream può in effetti lasciare ai margini, come spesso fa, le storie degli oppressi, per dirla con Benjamin, e più nello specifico quelle degli “altri”: è il “pericolo di un'unica storia” denunciato dalla scrittrice di origine nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie. È forse fisiologico procedere per cerchi concentrici e raccontare innanzitutto le storie che riguardano il territorio in cui viviamo – ma anche, come dice giustamente Igiaba, i suoi scontri e i suoi confronti. Rimane, nella maggior parte delle narratives (locali, nazionali, continentali) un vuoto pachidermico che volumi come Africa antica contribuiscono a riempire, perché è sempre più urgente iniziare a raccontare – per sezioni che però devono essere aperte, comunicanti – la parabola della “famiglia umana”, come auspicava la Dichiarazione universale dei diritti umani nel 1948, e sostituirla a una stanca replica di favole nazionalpatriottiche edificanti. Il grande sociologo Edgar Morin sostiene – lo ha scritto di recente anche su Twitter – che è «essenziale» prendere definitivamente coscienza della nostra «identità terrestre»; ed è forse l'unico caso in cui è lecito usare il termine “identità” per indicare i molti sensi di appartenenza che ci contraddistinguono. Chiediamocelo sempre: quanto contribuisce a definirci la nostra etichetta territoriale? E quanto possiamo considerarla un dato reale?

D'altra parte, per riprendere l'efficace citazione di Kapuscinski proposta da Enrico, cosa esiste per davvero, al di là delle denominazioni geografiche convenzionali? Le nazioni come le conosciamo, ad esempio, sono un “prodotto” recente che nulla ha di “naturale”, un colpo di tosse della storia dell'umanità. Nel passato il senso di appartenenza rispondeva a logiche completamente diverse, e la maggior parte delle nazioni di oggi sono nate negli ultimi due secoli, come sappiamo. Le “nuove comunità immaginate” sorte quasi all’improvviso in gran parte a partire dall’Ottocento superando in un’accelerata spettacolare gli “universalismi” (imperi, religioni, ecc.) e i “particolarismi” (città-stato, comuni, ecc.), si sono sempre viste come “antiche”, come ci ha raccontato Benedict Anderson: «In un’epoca in cui la 'storia' era concepita in termini di 'grandi eventi' e 'grandi leader', perle inanellate nel filo della narrazione», era una tentazione irresistibile quella di “decifrare il passato della comunità” seguendo la genealogia di antiche dinastie. 

 

 Come se le nazioni di oggi fossero sempre state lì così come le pensiamo nel presente – immutabili, eterne, che «scivolano verso un futuro senza limiti». Anche se ammettiamo che le entità territoriali ora costruite esistono sulle nostre carte e nelle nostre teste, dobbiamo renderci conto che molti dei nostri antenati non si percepivano affatto “africani” e/o “europei” e/o “italiani”, naturalmente, al di là di una ristretta cerchia di letterati come ad esempio Dante, oggi come ieri sbandierato dalle tante firme del giornalismo nostrano per illuminare di luce riflessa una presunta sempiterna “idea di Italia”. Per fare un esempio lampante di uno tra i tanti maschi, bianchi, potenti over-50 che coltivano questo genere di retoriche consunte che hanno la storia come loro scenario, Aldo Cazzullo alcuni mesi fa scriveva che «la storia italiana era ed è fatta dalla genialità e dall’umanità della nostra gente. Una genialità che si è espressa in un patrimonio artistico più grande di quello di tutte le altre nazioni messe assieme, e un’umanità che si è tradotta in capacità di sacrificio e di lungimiranza»; di recente è tornato a dire che «siamo forse il Paese che più ha dato al mondo in termini di cultura, di arte, di letteratura, di bellezza». Sono parole stampate e distribuite dal «Corriere della Sera» nel 2020.

 

Finché il principale quotidiano della borghesia nostrana pubblicherà questo nazionalismo d'accatto e fuori tempo massimo saremo messi male, molto male. Serve militanza, mi permetto di scrivere in scia a quanto diceva Igiaba: una “militanza culturale” che non lasci passare queste espressioni altamente tossiche, che spazzi via il fumo dai nostri occhi e ribadisca, come fanno ormai da decenni gli studiosi, che le nazioni e in generale le espressioni territoriali alle quali ci riferiamo per ragioni geografiche o convenzionali – come Africa, come Europa – sono costruzioni culturali, sono dei processi storici ricostruiti e ricostruibili. Come ha detto nel 1978 (!) Furio Jesi, il nome stesso “Europa” si è riempito di «contenuti diversissimi fra loro che arrivano fino ad oggi e che si trasformano continuamente». Le culture circoscrivono territori (e viceversa, d'altronde), in un processo in continuo divenire che va faticosamente studiato; è un'operazione entusiasmante che ci aiuta a non prendere troppo sul serio le “etichette” che si avvicendano nei secoli. Su “noi” e sugli “altri”.

da qui

mercoledì 10 giugno 2020

Cosa fare con le tracce scomode del nostro passato - Igiaba Scego


Roma è una città fascista. La frase potrebbe suonare come una bestemmia. Probabilmente lo è. Ma il fatto è che nella storia della capitale sono evidenti le tracce del ventennio. Chi abita nella capitale lo sa bene, i fasci littori spuntano stampigliati sui tombini quando meno ce lo aspettiamo, compaiono su un ponte o in alcuni murales. Spesso quando andiamo in una scuola, all’università o in un ufficio postale incappiamo in qualche palazzo d’epoca che presenta segni più o meno occulti del passaggio del regime. Molte delle case in cui abitiamo sono state costruite negli anni trenta e nei cortili di certi palazzi è visibile la grande M di Mussolini.
C’è l’ombra del fascismo anche nei nomi delle strade. A volte ci capita di attraversarne alcune che rimandano a conquiste coloniali o, peggio, abitiamo in vie dedicate a feroci gerarchi. Quel passato di violenza e coercizione insomma è ancora tra noi, vivo nello spazio urbano. È un passato che contamina il presente e che se non viene discusso può provocare danni alle generazioni future.
In occidente il dibattito sui monumenti con un portato storico “pesante” si apre ciclicamente, spesso dopo una qualche azione pubblica. Il dilemma è sempre lo stesso: rimuovere o non rimuovere quelle tracce funeste? Quale azione è più efficace?

Negli Stati Uniti
Non è un caso se dopo l’uccisione di George Floyd a Minneapolis, il dibattito è ripreso con grande forza e partecipazione soprattutto negli Stati Uniti. Lottare per la sicurezza dei corpi afrodiscendenti è sempre stato intimamente legato alla cura del corpo delle città, e dunque di un paese. Le tracce di un passato schiavista, misogino, razzista, omofobo rappresentato dalle tante statue dedicate a politici e militari della confederazione – che durante la guerra civile erano contro i diritti dei neri – sono una ferita nel corpo della nazione. Anche perché tante non risalgono nemmeno ai tempi della guerra civile, sono monumenti messi lì a inizio novecento, quando i neri erano segregati a causa delle leggi razziali di Jim Crow ed erano linciati un giorno sì e un giorno no. Furono erette per sfregio, quasi come ultimo tentativo di restaurazione dell’epoca in cui i bianchi prosperavano sulla pelle degli schiavi neri. Tante furono messe sui piedistalli in periodi di tensione, contro ogni tentativo degli afroamericani di alzare la testa e pretendere diritti, come quelle realizzate tra il 1950 e il 1960 quasi per impedire che il movimento dei diritti civili si sviluppasse e crescesse.
Il movimento Black lives matter ha capito che la distruzione dei corpi dei neri ha anche a che fare con uno spazio urbano che non è neutro. Negli Stati Uniti l’attenzione per questo spazio segnato da tracce di razzismo, violenza e segregazione è cresciuta dal 2015, anno in cui Dylann Roof ha ucciso nove neri a Charleston, in South Carolina, mentre assistevano alla messa. L’intento del terrorista suprematista era innescare una guerra tra razze, e i suoi modelli erano proprio alcune delle personalità rappresentate nelle statue dei confederati, che lui venerava come sue divinità.
Dopo la morte di George Floyd, Black lives matter ha fatto pressioni affinché alcune di quelle dedicate a schiavisti ed esponenti della confederazione fossero rimosse. A Filadelfia, in Pennsylvania, la statua dell’omofobo e razzista Frank Rizzo – capo della polizia dal 1967 al 1971 e sindaco dal 1972 al 1980 – è stata portata via. A Nashiville, in Tennessee, è toccato un destino simile a quella di Edward Carmack, senatore dal 1901 al 1907, noto per aver preso di mira l’attivista nera Ida B. Wells. Dopo anni si è deciso finalmente di rimuovere anche la statua del comandante delle truppe confederate Robert E. Lee a Richmond, in Virginia, anche se un giudice ha temporaneamente bloccato le operazioni. Nel 2017, nella vicina Charlottesville, c’era stato un raduno neonazista e quella statua – ricoperta da slogan antirazzisti dopo la morte di Floyd – era considerata dai molti un oltraggio. Ecco perché dopo l’annuncio della sua rimozione è diventata virale la foto che ritrae Ava Holloway e Kennedy George, due ballerine adolescenti della Central Virginia dance academy, mentre ballano sulle punte su quell’orrore architettonico, dedicato a chi aveva schiavizzato e violentato le loro antenate. Quell’immagine, insieme alla decisione di rimuovere Lee dal suo piedistallo, è sembrata a tanti una riparazione necessaria.

In Europa
Naturalmente questo dibattito si è diffuso anche in Europa, perché sono numerosi gli spettri che si aggirano molesti per il continente. Quello della schiavitù si accompagna in Europa a quello altrettanto nefasto del colonialismo. Qualche anno fa in Sudafrica è nato il movimento #RhodesMustFall, che ha preso di mira le statue dedicate a Cecil Rhodes, il più colonialista tra i colonialisti, colui che si era fatto un nome e una posizione sulle ossa dell’Africa. Tutto è cominciato il 9 marzo 2015, quando lo studente e attivista sudafricano Chumani Maxwele ha lanciato degli escrementi contro la statua di Rhodes che dal 1934 campeggiava all’università di Città del Capo.
Dal Sudafrica il movimento si è poi allargato ad altre città del continente e ha infine raggiunto la Gran Bretagna, dove ha chiesto la rimozione di altre statue raffiguranti discutibili personaggi del passato. E tutto mentre il pensiero imperialista da “Britain first” aleggiava pericolosamente nella politica britannica a causa della campagna per la Brexit.
Quando il 7 giugno gli attivisti di Bristol hanno tolto dal piedistallo la statua del mercante di schiavi Edward Colston – reo del trasporto di centomila persone nella tratta atlantica –, e l’hanno fatta rotolare come un birillo nel fiume, in tutta la città si è diffusa una sensazione di sollievo. Erano anni che con petizioni, picchetti e performance creative se ne chiedeva la rimozione, ma il comune era stato sordo a ogni richiesta. E più il clima politico britannico peggiorava, più il razzismo aumentava, più quella statua sembrava uno sfregio ai tanti black british che in quel Regno Unito sono considerati come cittadini di serie b. La città aveva bisogno di decolonizzare la sua storia, far sì che quel passato (e la ricchezza ottenuta dallo sfruttamento) fosse finalmente discusso, per poi voltare pagina tutti insieme. Ma invece di essere ascoltati, i cittadini di Bristol sono stati ignorati. Rimuovere la statua da soli è diventata quindi l’unica soluzione possibile.

In Italia
E gli abitanti di Roma? E quelli dell’Italia intera? Come si pone il nostro paese all’interno di questo dibattito? Prendiamo l’esempio della capitale. È chiaro che qui le tracce del fascismo non possono essere abbattute come una statue. Sono tracce della storia di questa città e di questo paese, in alcuni casi sono esempi di quell’architettura razionalista che, con il suo gioco di linee e sinuosità, ha realizzato monumenti di gran valore. Ma se non possono essere cancellate, cosa possiamo fare? Di certo sono tracce che non possono essere lasciate lì senza un dibattito e un lavoro intorno a loro. Alla vigilia delle Olimpiadi di Roma del 1960 Gianni Rodari scrisse per il quotidiano Paese Sera un pezzo dal titolo “Poscritto per il Foro”. Era sulle scritte al Foro Italico che inneggiano al fascismo, un’epoca ancora piuttosto recente nei tempi in cui Rodari firmava il suo articolo.
Si vogliono lasciare le scritte mussoliniane? Va bene. Ma siano adeguatamente completate. Lo spazio, sui bianchi marmi del Foro Italico, non manca. Abbiamo buoni scrittori per dettare il seguito di quelle epigrafi e valenti artigiani per incidere le aggiunte.
Per Rodari le aggiunte dovevano riguardare il dolore che il fascismo aveva inflitto. Un dolore che andava ricordato per non ripetere più un obbrobrio del genere. Completare quindi, per non soccombere. Un tentativo in questo senso è stato fatto nel 2019 quando il festival Short theatre ha svolto alcune delle sue attività anche nel palazzo che un tempo fu la Casa della gioventù italiana del littorio (Gil), restaurato dalla regione Lazio. Ideato nel 1933 dall’architetto Luigi Moretti, che allora aveva 26 anni, l’edificio è in puro stile razionalista ed è stato inaugurato nel 1937, l’anno dopo la conquista violenta dell’Etiopia, proprio per celebrare quella guerra sanguinaria.
Nel 2019 un collettivo di studiose postcoloniali e femministe formato da Ilaria Caleo, Isabella Pinto, Serena Fiorletta e Federica Giardini hanno, insieme agli organizzatori del festival, portato all’attenzione pubblica la problematicità del palazzo e soprattutto di una mappa esposta nel salone d’onore, un luogo di passaggio tra le palestre e i piani superiori, raggiungibili attraverso una scala di marmo. In quella raffigurazione, l’Africa è immensa e domina tutta la parete, ma è un continente vuoto, dove sono segnati solo i possedimenti italiani e si vede solo la M di Mussolini (insieme alla sua famosa frase “Noi tireremo dritto”), che sembra incombere sui territori occupati. Accanto alla mappa i nomi delle città conquistate dagli italiani: Adua, Adigrat, Macallè…
Cosa fare davanti a un tale sfoggio di fascismo coloniale? Quella mappa lascia interdetti per la sua ferocia, ma picconarla sarebbe un grande errore, perché solo osservandola si capiscono tante cose della nefasta visione che il fascismo aveva del mondo, soprattutto di quei popoli che erano malauguratamente finiti sotto il suo dominio. Quella mappa vuota ci parla ancora oggi delle violenze che si sono abbattute sui corpi dei colonizzati.
Il collettivo di studiose postcoloniali e femministe l’ha inondanda di frasi, proiettate o messe lì attraverso dei cartelli, e parallelamente ha organizzato dibattiti pubblici. Il vuoto è stato riempito con domande come: la mia pelle è un privilegio? Chi è civile? Chi è superiore? Gli italiani sono bianchi? Che lingua parlano i tuoi fantasmi? Dov’è la Somalia? Dov’è L’Etiopia? Dov’è l’Eritrea? Chi può parlare? La patria è donna? Perché questa mappa dell’Africa è vuota?
“Qui, per intervenire, una didascalia, non basta (…) fare memoria è un atto simbolico quanto materiale, e quindi politico, riportando sulla scena le relazioni tra quante rifiutano le narrazioni del colonizzatori. E il come è tutto da inventare”, hanno scritto le studiose.
La parola magica è relazione, ed è la parola che ha adottato il nuovo museo italo-africano nel quartiere Eur di Roma (per inciso: un quartiere nato per l’esposizione universale del 1942, una manifestazione che Mussolini aveva tanto voluto ma che dovette annullare a causa della guerra). Dedicato alla giornalista italiana Ilaria Alpi, uccisa in Somalia insieme all’operatore Miran Hrovatin nel 1994, il museo sta ancora archiviando i materiali che presenterà al pubblico nel 2021. Ma intanto ha creato una comunità dialogante di artisti, studiosi, studenti, insegnanti che di temi legati al colonialismo si sono sempre occupati. Perché solo una collettività transculturale (con origini diverse) può prendere queste tracce e reinventarle a seconda dei tempi e delle circostanze.

Il delicato dibattito sulle tracce del passato non va ridotto all’abbattimento o meno di statue e monumenti. A sdegni incrociati. A veti. A rabbie. Va tutto discusso e reso patrimonio comune. In questa storia non c’è giusto o sbagliato. Ci sono le relazioni. Il consiglio di Rodari, ovvero quello di completare quelle tracce, è sempre da tenere presente. Oltre a monumenti su cui discutere collettivamente – a Roma l’obelisco con la scritta Dux, a Parma la statua dedicata all’ufficiale ed esploratore Vittorio Bottego, sarebbe importante anche costruire monumenti riparativi. Ovvero dare dignità, anche monumentale e statuaria, a chi ha sofferto. Se i nostalgici della schiavitù a inizio novecento hanno progettato statue razziste, forse, soprattutto ora dopo la morte di George Floyd, anche qui in Italia è arrivata l’ora di costruire monumenti dedicati a schiavi, colonizzati, vittime del fascismo.
Una delle azioni decoloniali più recenti è stata quella del movimento Non una di meno, che ha versato una vernice rosa lavabile sulla statua di Indro Montanelli a Milano. Il giornalista, quando negli anni trenta era in Africa a comando di un battaglione di ascari, aveva con sé una bambina di dodici anni costretta al concubinaggio forzato. L’azione di Non una di meno voleva dare peso, con quella vernice rosa, alla sofferenza di quella lontana bambina colonizzata dell’Africa orientale e con lei a tutte le bambine che soffrono di abusi sessuali più o meno legalizzati nel mondo. Sarebbe bello che qualcuno, che sia uno street artist o un comune, dedicasse una statua, un disegno, un ricordo a quella bambina lontana. Perché hanno ragione Caleo, Pinto, Fiorletta, Giardini: “Una didascalia non basta”.

martedì 19 marzo 2019

Aprite gli aeroporti - Igiaba Scego


Ho in mano il passaporto di una donna somala. Un passaporto rilasciato nel novembre del 1970, un oggetto da collezione. Già prima di aprirlo sono colpita dalle scritte “Repubblica somala” e “Somali republic”, in italiano e in inglese, che riassumono la storia coloniale del paese: il sud colonizzato dall’Italia e il nord dal Regno Unito. Sul documento si precisa che è valido per l’espatrio. Un’altra cosa mi colpisce: alla proprietaria del passaporto era stato rilasciato dal consolato italiano di Mogadiscio un visto turistico per l’Italia, con la specifica “via aerea”.
Scorrendo le pagine si vede in controluce la vita della donna in Italia. Il suo permesso di soggiorno era stato rinnovato più volte, per due, tre, quattro mesi, un anno. E poi rinnovi del documento, un visto per l’India e uno per il Benelux, mai usati. Rigiro tra le mani quest’oggetto che ha permesso alla donna di prendere un aereo e di essere trattata come un essere umano. Certo, la sua condizione non era perfetta, aveva solo visti turistici, ma poteva spostarsi. Oggi la situazione è peggiorata. Il documento somalo è agli ultimi posti del Passport index, che classifica i passaporti in base alla possibilità di viaggiare senza visti. Oggi un somalo non può andare da nessuna parte senza visto, e spesso è inutile chiederlo perché non si ottiene mai.
A Mogadiscio le ambasciate servono solo per rappresentanza, non sono aperte per le pratiche burocratiche. Lo stesso vale per paesi che hanno vissuto situazioni di caos simili: dalla Nigeria al Mali, i consolati stranieri, africani o europei che siano, raramente rilasciano visti e, quando lo fanno, danno il via a una spirale burocratica mortale. Rispetto agli anni settanta e ottanta del novecento, per un africano è diventato complicato viaggiare dentro e fuori del continente. Sempre più spesso ci si affida a trafficanti senza scrupoli. Vediamo la fortezza Europa che crea lager, blocca navi, costruisce intere campagne elettorali sulla pelle di persone che vogliono solo muoversi. Si parla di un’invasione che in realtà non c’è. E molti non sanno che i problemi nascono da questo tappo alla mobilità, messo per impedire ogni forma di spostamento a chi non ha un passaporto “forte”. Gli stessi visti che venivano rilasciati una quindicina d’anni fa oggi sono negati.

Bisogna cambiare passo
Quando quest’anno è stato impedito lo sbarco in Italia ai passeggeri di varie navi di migranti, è cominciata una campagna con lo slogan #apriteiporti. Una richiesta giusta e saggia. Non si può far soffrire la gente per un braccio di ferro politico. Gli sbarchi sono diminuiti, si dice, ma a che prezzo? Sappiamo che chi non riesce a salire su un barcone con molta probabilità è prigioniero in Libia.
Bisognerebbe cambiare passo e chiedere a gran forza #apritegliaeroporti o #legalizzateilviaggio, che oggi è lasciato in mano ai trafficanti. Sono loro a dettare i prezzi, a creare le rotte, a ricattare i migranti ma anche i governi. Oggi i migranti, spesso persone della classe media e con parenti all’estero, spendono cifre altissime per spostarsi. Ma se potessero viaggiare legalmente gli basterebbe pagare il visto e il volo aereo. Il viaggio diventerebbe una possibilità, la migrazione una delle tante variabili, non l’unica. Si andrebbe all’estero per studio, lavoro, specializzazione, lavoro stagionale, esperienza di qualche anno. Alcuni, i rifugiati, chiederebbero la protezione umanitaria, ma altri andrebbero a lavorare o studiare. Il viaggio tornerebbe a essere circolare.
Oggi invece è una trappola, in cui perdono tutti. E perde soprattutto l’Italia, costretta a essere il mastino dell’Europa ricca. Se fosse possibile viaggiare in modo legale, l’Italia potrebbe diventare invece una cerniera tra i due continenti.
da qui

venerdì 3 agosto 2018

Il silenzio dell’Italia sulle schiavitù di ieri e di oggi - Igiaba Scego



Al centro di piazza Micheli, nei pressi del porto di Livorno c’è un monumento chiamato dei quattro mori.
In origine i quattro mori, ovvero quattro schiavi di religione musulmana, non erano presenti nel complesso monumentale. C’era solo Ferdinando I. La statua, tutta in marmo bianco, venne commissionata nel 1595 a Giovanni Baldini. Lo scopo era naturalmente quello di glorificare il granducato di Toscana. Era stato proprio Ferdinando a dare lustro a Livorno (pur non essendone lui il fondatore) facendola diventare un porto tra i più influenti del Mediterraneo e una piazza tra le più rinomate contro i pirati barbareschi. Ferdinando, come gran maestro dell’ordine di Santo Stefano, non solo aveva fermato i corsari, ma aveva dato al cristianesimo una pirateria altrettanto capace e crudele. Gli stefaneschi (e non solo loro) non erano secondi a nessuno nel saccheggio, nello stupro e nel far schiavi.
Per molto tempo la statua bianca del granduca restò ai margini della città. E fu letteralmente dimenticata. Ma un certo punto si decise di intervenire, perché era di vitale importanza per il granducato chiarire ai cittadini e ai visitatori il potere di Ferdinando e di Livorno stessa. Per questo nel 1621 fu commissionata un’aggiunta a un altro scultore, Pietro Tacca. Quattro schiavi “mori” incatenati vennero messi ai piedi di Ferdinando. Con quell’immagine di uomini sottomessi e umiliati Livorno voleva dire al mondo che la sua ricchezza (e la sua stessa nascita) era dovuta alla tratta degli schiavi e allo sfruttamento del mare.
I quattro uomini sono tutti di rara bellezza. Solo di due si sa il nome: un vecchio turco dal viso segnato chiamato Alì e un giovane africano di nome Morgiano, che lo scultore aveva studiato dal vivo nel famoso bagno della città, una fortezza dove gli schiavi sono stati imprigionati per secoli.
Guardandoli, guardando soprattutto Morgiano, si nota quanto il suo viso somigli ai tanti Morgiano che oggi, nel 2016, lavorano come braccianti agricoli sottopagati in Puglia, in Sicilia, in Piemonte. Uomini che lavorano tra le dodici e quattordici ore al giorno per cifre irrisorie.
Morgiano, un uomo del 1600, ha gli stessi occhi dei vari Mamadou, Pape, Ramadi che per pochi spiccioli raccolgono le mele, i pomodori, le carote, i ravanelli destinati al nostro mercato ortofrutticolo sempre più affamato di braccia. Un mercato che vuole produrre tutto l’anno, vuole le fragole a gennaio, ma non è disposto a sborsare un euro in più per avere quello che si è prefissato. Una nuova schiavitù che spesso viene quasi considerata un male necessario. Ed ecco che più di cinquemila donne rumene nel ragusano non solo sono sfruttate fisicamente nei campi, ma lo sono anche sessualmente da caporali e padroni. Per questo sindacalisti come Yvan Sagnet denunciano la situazione e si mettono a capo di proteste difficili che costano fatica e costanti minacce. Ed è stato proprio Sagnet a ricordare al festival èStoria 2016, dedicato al tema della schiavitù, che “secondo il rapporto Agromafie e caporalato, prodotto dalla Flai Cgil nel 2015, sono circa quattrocentomila i lavoratori italiani e stranieri vittime del fenomeno del caporalato nel nostro paese”.
La schiavitù in Italia è una realtà nel 2016. Per fortuna ci sono tante persone come Yvan Sagnet che cercano di rompere il muro di omertà che circonda il fenomeno. Basti citare la recente protesta dei circa duemila braccianti indiani sikh dell’agro pontino che hanno incrociato le braccia e sono scesi in piazza a Latina, grazie a un’iniziativa della Flai Cgil, che legava il loro sciopero a quello di altri lavoratori del settore. La protesta è nata per rivendicare non solo salari più equi, ma anche per vedere affermata la loro la dignità di esseri umani.

Rimuovere il passato per occultare il presente
Spesso i luoghi delle schiavitù del terzo millennio in Italia si sovrappongono a quelli delle schiavitù del cinquecento, seicento e settecento. È come se da allora non fosse stato enunciato l’articolo 4 della Dichiarazione universale dei diritti umani, che dice: “Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma”.
L’Italia si dimostra a tratti reticente sull’argomento, e il silenzio sulla tratta che ha interessato l’alto medioevo fino a circa metà dell’ottocento sembra essere non solo un modo per rimuovere il passato ma anche per occultare il presente.
Quando pensiamo alla schiavitù le immagini che ci balenano subito in mente sono quelle dei campi di cotone in Louisiana, o dei mercati di schiavi in Alabama. Nessuno quasi mai pensa a Trapani, Messina, Napoli, Venezia, Livorno o Roma come luoghi di schiavitù.
Ma lo sono stati. E spesso lo sono ancora.
Basta guardarsi intorno per ritrovare tracce di questa sopraffazione un po’ in tutta la penisola.
La schiavitù dei secoli antichi, va detto subito per chiarezza, era reciproca. Molti europei finivano sotto il dominio degli ottomani. Città come Tunisi, Tripoli, Algeri e Salé pullulavano di spagnoli, italiani, francesi, inglesi, persino islandesi, resi schiavi. Ci sono molte testimonianze su queste schiavitù bianche, alcune illustri come quella di Miguel de Cervantes, che fu schiavo ad Algeri per cinque anni. Il futuro autore del Don Chisciotte raccontò la sua esperienza nella commedia El trato de Argel e riprese più volte il tema in altri testi teatrali come La gran sultanaEl gallardo español e Los baños de Argel. Ma se di questa storia sono rimaste reminiscenze in testi e persino in melodrammi (oltre a Cervantes pensiamo a L’italiana in Algeri di Gioacchino Rossini), di quello che succedeva agli altri (ovvero africani, arabi, turchi) sappiamo solo attraverso fonti private e materiale di archivio. Anche se, per capire, basterebbe osservare il paesaggio, notare per esempio che nella toponomastica e nell’arte sono rimaste tracce di questo passaggio di dolore.
Ci sono molti quadri che rappresentano la schiavitù in Italia. Basti pensare alla schiavetta di Lorenzo Lotto, vestita di arancione, che corre esausta dietro a un bambino birichino nel quadro Santa Lucia davanti al giudice (1532), conservato alla pinacoteca di Jesi; o allo schiavo agghindato di Marco Marziale in piedi vicino a Gesù e preda di una struggente malinconia nella Cena di Emmaus (circa 1506). E come dimenticare i mori incatenati a forma di candelabri che punteggiano le sale della settecentesca Ca’ Rezzonico a Venezia? Ed ecco che spuntano gondolieri di origine africana in Vittore Carpaccio (1465 circa–1525/1526) o un bell’adolescente vestito di bianco, orgoglioso ma sottomesso, in un ritratto del pittore Alessandro Longhi (1733–1813).

Sette milioni di schiavi nel Mediterraneo
E poi, in un ipotetico tour alla ricerca degli schiavi mediterranei, non dovrebbe mai mancare una visita alla basilica di Santa Maria gloriosa dei Frari, sempre a Venezia. Una chiesa piena di tesori, dalla tomba del Canova, all’Assunta di Tiziano. Ma quello che più colpisce è il monumento al doge Giovanni Pesaro, collocato nella navata sinistra della chiesa. Il doge è una figurina in alto, quasi irraggiungibile. Sotto, quattro schiavi mori portano il peso del monumento sulle loro spalle. Il loro aspetto è brutale. I vestiti sono strappati e sporchi. Lo sguardo torvo, l’aspetto animalesco. Non sembrano quasi umani. Gli occhi iniettati di sangue e fatica. Occhi pieni di odio e di morte.
E se non bastasse l’arte, andrebbero esaminati a fondo i visi degli italiani. Sono in tanti ad avere nelle loro vene il sangue di avi vissuti in schiavitù provenienti dalla Turchia, dal Senegal, dall’Albania, dal Marocco. Ce lo ricorda un bel volume storico, uscito di recente, dal titolo Schiavi. Una storia mediterranea (XVI-XIX secolo) di Salvatore Bono, che si era già occupato della materia in altre opere, tra cui il notevole Schiavi musulmani nell’Italia moderna, galeotti, vu’ cumprà, domestici. Sfogliando il volume di Bono scopriamo subito che la schiavitù mediterranea ha riguardato sette milioni di individui: africani (soprattutto dell’Africa occidentale e del Corno D’Africa), arabi, turchi, spagnoli, francesi, ebrei, ucraini, magiari, greci, tedeschi, scandinavi. Nessuno è scampato al flagello. Ma se in altri testi l’attenzione era tutta per gli schiavi europei in territorio islamico, Bono cerca di essere equidistante e racconta anche l’odissea degli schiavi musulmani (e non solo, l’autore parla anche degli schiavi africani di religione animista) nello spazio di mezzo costituito dal mar Mediterraneo.
Nelle pagine dei suoi volumi l’Italia ha un ruolo importante. Scopriamo con meraviglia che uno dei più grossi centri schiavistici era Napoli. Nel 1661 la città contava più di ventimila schiavi e avere uno schiavo era quasi alla portata di tutte le tasche e non solo di quelle aristocratiche. Anche la Sicilia, con i grandi mercati di Messina e di Trapani, era una piazza importante. Dalla metà del quattrocento alla prima metà del cinquecento l’isola fu al centro del commercio della canna da zucchero. Le Americhe le avrebbero fatto concorrenza più in là. Per questo ebbe bisogno di braccia, che vennero prese dall’Africa occidentale. La Sicilia, in quegli anni, era di fatto una piccola Alabama.
Se di Livorno si è già detto, Bono e altri storici hanno sottolineato l’importanza delle città rivierasche per quanto riguarda la tratta. Ad alimentare il mercato erano i saccheggi sulle rive magrebine, le guerre contro l’impero ottomano (la guerra di Candia e la battaglia di Lepanto) e gli assalti alle navi corsare concorrenti. Uno schiavo poteva essere venduto per soli otto ducati fino ad arrivare alla cifra record di 107 ducati. Gli anziani e i bambini costavano pochissimo, gli adolescenti moltissimo. Il mercato chiedeva uomini sani e integri, forti abbastanza da poter sopportare il duro lavoro nei campi o per non soccombere troppo in fretta al remo di una galera. Gli schiavi erano oggetti di scambio, potevano essere ricevuti come premio o addirittura ereditati.
A volte, come ci ricorda Salvatore Bono, c’erano richieste specifiche da parte dei futuri compratori. Come quella di Cosimo III che scrisse ad Alì Pascia di mandargli “due giovanetti negri eunuchi di tenerà età, che non passi il 14, o li 15 anni, che non abbiano il naso ritorto o schiacciato come la maggior parte di quella nazione, né patischino di fantasia”. Lo stesso Cosimo chiese poi che gli fosse inviato un “uomo negro con capelli lunghi”, probabilmente un tuareg. Dello schiavo dovevano essere segnalati i difetti. Dire se aveva avuto il vaiolo, se era “guallaruso” (ovvero con un ernia) o “fuitaro” (con la propensione alla fuga). A volte era accompagnato da raccomandazioni, come ricorda Bono citando il caso di un etiope di 12 anni, il cui venditore rassicurava il futuro proprietario garantendogli che il giovane “non ha mal caduco e non caca e piscia a letto”.
Naturalmente gli schiavi soffrivano di malinconia e per le violenze subite. Morivano spesso di morte violenta e le donne venivano quasi sempre violentate dai padroni. I bambini cadevano in mano di pedofili senza scrupoli e anche chi aveva la fortuna di non essere abusato sessualmente doveva subire una vita di stenti, di lavori e orari estenuanti. Infanzie e giovinezze rubate, passate dietro al bestiame o legati a un remo, senza vedere quasi mai la luce del sole. Un inglese di nome William Davies scrisse un testo, la Veridica istoria, che fu un best seller della letteratura di viaggio del seicento. Davies, cerusico e fervente calvinista, racconta di come era dura la vita in schiavitù nelle galere di Livorno. Gli schiavi venivano rasati, testa e barba, ogni dieci giorni. Non avevano quasi vestiti, tranne alcune brache di lino. “La miseria delle galere”, scrive Davies, “è inconcepibile e inimmaginabile”. Un universo che lo storico Fernand Braudel definì, secoli dopo, concentrazionario. Chi non sopportava quelle torture cercava, spiega Davies, di suicidarsi o di uccidere i superiori. E quando non stava in galera, doveva trasportare pietre e detriti.

I santi neri in Italia
C’era però chi non si suicidava e cercava di far del suo percorso schiavile una sorta di cammino di redenzione. In Italia, come in altri paesi europei, era molto difficile riuscire a emanciparsi dalla schiavitù e a costruirsi una posizione, contrariamente al mondo islamico, dove questo era spesso possibile. Furono tanti gli schiavi diventati importanti comandanti o politici dopo la conversione all’islam. In Italia, invece, si registra solo l’esigua presenza di santi neri, soprattutto in Sicilia, provenienti dalla schiavitù. I più noti tra questi furono Antonio di Noto e Benedetto di San Fratello. Giovanna Fiume in Schiavitù mediterranee. Corsari, rinnegati e santi di età moderna fa un identikit di questi due uomini, entrambi neri, uno catturato da pirati siciliani e fatto schiavo, l’altro nato da genitori etiopi già schiavi. La loro devozione fu forse dettata dalla necessità, ma sta di fatto comunque che questi santi neri alleviarono, almeno spiritualmente, l’oppressione dei tanti che vivevano in condizione servile. Peccato però che tutto questo non servì a convincere la chiesa in primis che la schiavitù era un errore. Nel momento di fare schiavi l’interesse economico era maggiore dell’umanità. Anche lo stato pontificio, infatti, usava schiavi nelle sue galere che partivano da Civitavecchia.
La schiavitù mediterranea durò fino all’inizio dell’ottocento. Poi tutto fu messo nel cassetto, dimenticato, rimosso. Ma ora, nel ventunesimo secolo, la storia si sta ripetendo negli stessi luoghi. Quello che avviene oggi ai tanti senegalesi o indiani impiegati nell’agroalimentare è parte di uno stesso disegno di oppressione, che lega l’antico al moderno.
Ed ecco che Morgiano, il Morgiano di Livorno, ci guarda. È giovane, bello, ancora in catene dopo secoli. Chissà cosa pensa guardando il nostro mondo. La schiavitù è un cancro che diffonde ovunque le sue metastasi. Oggi ogni volta che prendiamo un pomodoro in mano, o una pesca o una mela, dobbiamo pensare alle mani di chi ha raccolto quel frutto, ai suoi sogni infranti. Per denunciare questa situazione il musicista Sandro Joyeux, tre anni fa, ha deciso di suonare nella tendopoli di San Ferdinando, dove molti braccianti agricoli, per la maggior parte di origine africana, vivono in situazioni precarie e in condizioni igieniche spaventose. Così è nato l’Antischiavitour che ha portato Joyeux da Rignano a Saluzzo, fino ad arrivare a Rosarno. Luoghi di sfruttamento, che sono diventati anche luoghi di lotta. Luoghi dove si può cominciare a pensare a un futuro diverso dal passato. La strada è lunga, ma il primo passo è stato fatto.

sabato 25 novembre 2017

Lettera aperta alle Ong, disertate il bando per «migliorare» i campi in Libia


di Andrea Segre, Dagmawi Yimer, Alessandro Leogrande e Igiaba Scego 

Martedì 29 novembre a mezzanotte scade il termine per partecipare al bando con cui il governo italiano finanzierà progetti di «primissima emergenza a favore della popolazione dei centri migranti e rifugiati» in Libia. Le Ong italiane possono accedere a un finanziamento totale di 2milioni di euro, destinati a migliorare gestione e condizione di tre «centri migranti e rifugiati» dove «risiede parte della popolazione migrante mista in Libia».
Si tratta a nostro avviso di un bando offensivo e vergognoso per almeno tre motivi:
Quei centri non sono «centri migranti e rifugiati» ma sono veri e propri «campi di concentramento», come ampiamente documentato da ormai decine di media e organizzazioni di tutto il mondo. La definizione che il bando governativo ne dà (appunto «centri migranti e rifugiati») è talmente inesatta e ipocrita da usare il termine rifugiati in un Paese dove questa categoria non può esistere, perché non riconosce la Convenzione di Ginevra.
L’intervento è previsto in «centri» dove (lo dice il bando stesso) la capacità di effettiva sorveglianza delle autorità ufficiali libiche è «in molti casi limitata», perché in realtà sono «gestiti da milizie locali». Le Ong italiane non hanno alcuna possibilità di agire in quei campi se non previo accordo con le milizie stesse, che ne gestiranno modalità di azione e relativo budget.
Il tutto serve a un’operazione d’immagine per raddolcire o addirittura coprire le conseguenze disumane e raccapriccianti delle misure di blocco e respingimento dei migranti messe in atto da Italia e Europa a partire da agosto scorso, costate per altro cento volte di più di queste misure di «primissima emergenza».
Tutto ciò è inaccettabile.
Ci auguriamo che le Ong italiane sappiano non cedere a questo ricatto sin troppo evidente. Chiediamo alle persone, agli esseri umani che lavorano nelle Ong di avere la dignità di non partecipare a questo gioco e di unirsi a noi nel denunciare la scelta politica gravissima messa in atto dal governo italiano nell’attuare accordi con un Paese dove a governare sono milizie, violenza e razzismo.
La non partecipazione delle Ong al bando sarebbe un segnale importante per chiedere ai governi europei un’inversione di rotta necessaria: la chiusura dei campi di concentramenti libici, la liberazione di uomini, donne e bambini e la garanzia di corridoi umanitari di fuga verso luoghi di reale accoglienza e sicurezza.
Anche di questo parleremo il 3 dicembre a Roma al Forum

 «Per cambiare l’ordine delle cose», a cui hanno aderito più di

 settecento persone da oltre centoventi città d’Italia.