Visualizzazione post con etichetta Silvio Marconi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Silvio Marconi. Mostra tutti i post

venerdì 22 aprile 2022

Occidente e Europa: invenzione e storia di questi concetti - Silvio Marconi

 

Non esistono forse concetti più usati ed abusati di “Occidente” ed “Europa” e questo non solo quando essi divengono vessillo di guerre (con diversi tipi di armi) contro un “altro” che di volta in volta può essere l’”Islamismo”, il migrante africano, la Cina, la Russia ridotta a “barbarie orientale” o chi all’interno degli stessi confini geografici definiti con tali termini si permette di discutere i valori dominanti, siano essi quelli delle cosiddette “radici giudaico-cristiane” o quelli del turbocapitalismo, quelli degli ipernazionalismi o quelli del riconoscimento acritico di un ruolo egemone messianico agli USA.

Tutta la nostra cultura, tutti i messaggi mediatici, tutto il dibattito politico, larga parte della galassia valoriale, di quella educativa di ogni livello, di quella simbolica si centrano su quei termini e sui concetti soggiacenti, che vengono sostanzialmente presentati come dati di fatto, astorici, immutabili, autonomi, indiscutibili.

Sistemi di potere

In realtà, ogni termine, ogni concetto ha una origine storicamente determinata, rappresenta una concezione specifica figlia di sistemi di potere a loro volta figli di processi di sviluppo delle forze produttive e delle ideologie connesse (in modo non meccanico e causa-effettualistico ma dialettico e interattivo) con tali processi di sviluppo e spesso un termine, un concetto nascondono dietro una maschera del tutto o parzialmente fittizia realtà radicalmente diverse e sovente opposte.

Dove si trova l’Occidente?

Geograficamente, su un Pianeta sferico l’”Occidente” esiste solo se lo si colloca rispetto a qualcos’altro posto più ad Est, cosicché Berlino è “ad Occidente” di Mosca ma Pechino è…”ad Occidente di Los Angeles” eppure nessuno Statunitense si autodefinirebbe “orientale” e definirebbe un Cinese, un Giapponese “occidentale” perché la cultura dominante negli USA è figlia di quella anglosassone che collocava e colloca la Cina ed il Giappone in “Oriente” in quanto ad Est delle Isole Britanniche e dell’Europa. Sempre  geograficamente l’Europa, che amiamo definire “continente”, non è che una appendice della ben più grande massa terrestre che chiamiamo Asia.

L’uso di Europa in grecia

Nella stessa mitologia greca da cui deriva l’uso del termine “Europa”, si tratta della figlia (rapita da Zeus trasformatosi in toro bianco, che la porta a Creta) di Agenore re di Tiro, che era città della sponda orientale del Mediterraneo e dunque del tutto esterna all’area che definiamo “Europa”; Tiro era per i Greci in “Fenicia”, ma come spiega il grande archeologo Moscati il popolo “fenicio” non è mai esistito come tale e si trattava di un insieme di città-stato siro-palestinesi accomunate da lingua, cosmogonie, sistemi politici fra loro e con le oasi-mercato dell’interno, e i Greci “inventarono” la denominazione phoenikoi solo per riferirsi al commercio della porpora praticato da quelle città-stato.

In ogni caso Tiro era in quella che i Greci chiamavano “Asia”, mentre per loro “Europa” erano tutte le terre a Nord del Mediterraneo. Per Filippo il Macedone l’”Europa” di cui si autoproclamò sovrano andava solo dall’Adriatico al Danubio ed al Mar Nero, escludendo del tutto le regioni occidentali e se anche per Strabone i confini d’Europa sono l’Adriatico e il Mar Nero per Alessandro Magno l’Europa era solo un’appendice dell’Asia; inoltre il termine “Europa” è rarissimo in epoca romana fino al VI secolo d.C., quando è usato dall’abate irlandese San Colombano in una missiva a Papa Gregorio Magno.

Il concetto di Europa nella storia

Il termine si fa già geopolitico con la battaglia di Poitiers (10 ottobre 732 d.C.) in cui Carlo Martello sconfigge gli incursori musulmani e soprattutto dopo che tale battaglia viene artificiosamente gonfiata ad assurgere a vittoria della Cristianità su quell’Islam che veniva rappresentato come un misto fra l’eresia (si sosteneva che il Profeta Mohammed, “Maometto” fosse un ex-monaco!) e l’impersonificazione di Satana, sebbene i “Mori” sconfitti da Carlo Martello non venissero affatto dall’Asia, ma fossero sostanzialmente Berberi (con aliquote arabe minoritarie) provenienti dalle regioni iberiche conquistate dal leader berbero musulmano Tariq nel 711.

E’ il monaco, e poi vescovo della lusitana Beja, Isidoro che per la prima volta nella sua cronaca sulla Battaglia di Poitiers contrappone a questi “Arabi” l’”Europa” con nucleo franco-germanico e quindi che fa di “Europa” un termine che indica tutto ciò che, attorno a quel nucleo franco-germanico, si contrappone (militarmente, culturalmente, politicamente) a qualcuno, a qualcosa, all’Islam!

Il tutto calpestando una realtà storica fatta di influssi islamici determinanti nella cultura (architettura, lingua, gastronomia, poesia, tecniche irrigue,  musica, ecc.) iberica1 e di alleanze miste fra signorotti cristiani e musulmani che ben si riassume nell’epopea del Cid. Con Carlo magno si rafforza e si esalta questo uso geopolitico che dura tuttora e che porta ad esempio in tanti, contro il pensiero di un Giuseppe Mazzini, a definire la Russia come non-europea quando si deve criminalizzarla, nei discorsi britannici, francesi e piemontesi per la Guerra di Crimea del 1853-18562, nei manifesti del fascista Boccasile del 1941-42 o della DC del 1948 o nei commenti di certi “esperti” in TV nel 2022, ed “europea” solo quando si deve flirtare coi suoi oligarchi e leaders.

Il concetto di Occidente in Grecia

Il concetto di “Occidente”, che come si è detto in un Pianeta sferico non ha alcuna valenza geografica assoluta, è anch’esso figlio delle invenzioni della geopolitica ed affonda le sue radici nella logica greca e greco centrica, ben riflessa in Erodoto, che contrappone una supposta superiorità ellenica in termini di libertà alla “barbarie” autocratica persiane; poco importa che la “libertà” ellenica comprendesse società ferocemente militariste come quella spartana e che l’Atene “culla della democrazia” escludesse da ogni diritto non solo gli schiavi (oltre il 30% della popolazione) ma le donne e gli stranieri immigrati  e che il “cattivissimo” Impero Persiano praticasse il multiculturalismo, il decentramento dei poteri amministrativi, la multi religiosità sotto la certo autocratica mano del sovrano…  .

Il modello greco come riferimento

Per millenni il modello greco ci è stato presentato in questi termini agiografici ed in esso anche quello più feroce, quello spartano, che ha influito sia sulle componenti più belliciste, militariste, razziste del pensiero europeo, nazismo compreso, sia su settori del pensiero “progressista” come i Giacobini francesi, sia, attraverso le versioni hollywoodiane, sull’immaginario collettivo di intere generazioni di “Occidentali”.

Oltre tutto in ogni epoca e sotto ogni potere i confini stessi di quell’Occidente sono mutati, sempre però definendosi a partire dalla esclusione e dalla contrapposizione rispetto a chi “occidentale” non viene considerato. Per i Greci Troia non era “occidentale”, mentre i corifei della pax romana di augusto alla Virgilio e tanti secoli dopo gli archeologi del romanticismo tedesco la includono attraverso l’Eneide nelle radici stesse della “civiltà occidentale”.

L’Egitto e l’Occidente

Per i Romani l’Egitto era l’antitesi dell’Occidente e una apertura ad esso attraverso il rapporto con Cleopatra di Cesare e poi di Antonio inaccettabile, mentre per Napoleone era il ponte fra Occidente e Oriente; per i neomistici ottocenteschi e successivi era fonte (fittizia) di ogni sapienza esoterica occidentale  e per gli archeologi britannici ottocenteschi era parte integrante delle radici  della “civiltà bianca”3.

Le radici della civiltà occidentale

Per i testi scolastici ed accademici, gli intellettuali, gli artisti, gli architetti europei e poi statunitensi dal Rinascimento in poi e in misura accentuata nella fase coloniale, le radici della civiltà occidentale non includono elementi asiatici e meno che mai africani e quindi si inventa che templi e statue fossero candidi (mentre erano policromi come quelli mediorientali), si nega la fattura africana dei bronzi del Benin (attribuendoli a improbabili coloni fenici), si rimuovono i debiti culturali ed artistici dei “superiori” Bianchi verso Cinesi, Arabi, Indiani, Berberi,4 ecc., si riducono ad indistinte e nebulose realtà semibarbariche o subumane le complessità di culture asiatiche e africane diversissime, usando termini-contenitori come “Marocchino”, “Tartaro”, “Negro”, “Giallo”, ecc. .

Però quando si tratta di rifiutare all’Algeria l’indipendenza si inventa che sia un “territorio d’Oltremare francese”, quando si deve criminalizzare la Russia zarista o quella bolscevica si cancella la distinzione fra Russia europea e territori al di là degli Urali, quando si devono schiavizzare e spogliare delle loro terre e risorse le genti slave si lanciano addirittura Crociate contro di loro, da quelle di Carlo Magno a quelle dei Cavalieri Teutonici e caratterizzano come “non-europee” e poi come “subumane” come fa la Germania nazista nel suo Generalplan Obst5.

Occidente concetto di contrapposizione

Poco importa che perfino Berlino sia stata fondata da Slavi e il suo nome abbia radice slava, poco importa se gli Slavi sono pagani o, come i russi dopo il X secolo, cristiani; una vera appartenenza di quelle genti, tanto più se non cattoliche o protestanti, all’”Europa” non è mai stata accettata dai poteri di questa parte di Mondo e da quello creatosi in America come loro filiazione: “Europa” e “Occidente” non sono mai stati e non sono concetti dotati di autonomia come sono quelli di “regione danubiana”, “regioni alpine” o di “Valle del Nilo”, ma solo e sempre concetti fondati sulla contrapposizione (gerarchica) all’”altro da sé”.

Così tutto ciò che è stato conquistato in passato dai Mongoli e Tartari non è Occidente e quindi la Russia non lo è, tutto ciò che è Islam dal XVI secolo è “Oriente”, poco importa se Marrakech è ben più ad Ovest di Roma e Berlino, e l’”Oriente” a cui si contrappone l’”Occidente” è “Middle” nella regione che si affaccia sul Mediterraneo per gli Inglesi perché sta fra l’Occidente e le loro colonie indiane, mentre è “Proche” per i Francesi.

Le radici della cultura europea e le influenze subite

Sono prima il neoclassicismo alla Petrarca, che rimuove gli apporti islamici ed ebraici dalle radici della cultura europea e focalizza l’attenzione su grecità e romanità depurate da ogni influsso afro-mediorientale, poi l’illuminismo francese, soprattutto nella sua versione imperialistica napoleonica, e il romanticismo anglo-tedesco  che si abbeverano esclusivamente ai modelli stereotipati di Grecia e Roma a forgiare definitivamente le mistificazioni sull’”Occidente” tuttora insegnate nelle nostre scuole, nei nostri media, nei nostri film.

Naturalmente in certi momenti può far comodo includere in quell’Occidente sia realtà geografiche lontanissime, come l’Australia “ripulita” da bande di deportati britannici degli aborigeni, sia le “Terre d’Oltremare” francesi come la Nouvelle Caledonie, sia il Giappone della guerra contro la Russia del 1904-1905 o della possibile adesione alla NATO oggi, mentre in altri i Giapponesi (dopo l’attacco contro gli USA a Pearl Harbour del 7 dicembre 1941) sono “musi gialli”.

I crimini della civiltà occidentale

Ogni opposizione a tale appiattimento strumentale è considerata tradimento e sistematicamente rimossa dalla narrazione main stream, sia quando un antifascista come Barontini nel 1936 lotta dalla parte degli Etiopi contro l’aggressione italiana, sia quando il canadese Norman Bethune fa il medico nell’Esercito Rosso di Mao nel 1938, ma quel che è peggio è che nel contempo si rimuovono sistematicamente i crimini immensi compiuti da chi si autodefinisce “civiltà occidentale” nei secoli contro le popolazioni che “occidentali” non sono considerate, fuori e perfino dentro i falsi confini geografici dell’invenzione “Occidente” o di quella “Europa”.

Lo si fa mascherandosi dietro le nobili concezioni del Mazzini della “Giovine Europa” e dello Spinelli del “Manifesto di Ventotene” che in realtà ipotizzavano non un coacervo di interessi capitalistici, una sommatoria di nazionalismi malcelati, una integrazione degli sfruttatori e dei soli mercati finanziari una “fortezza Europa”  contrapposta neocolonialisticamente ad Africa e Medioriente e neogoebbelsianamente alla Russia, dedita al riarmo sotto direzione USA, ma una alleanza di popoli aperta all’interazione con altri popoli, nella costruzione di un Mondo possibile dove il fantasma atroce della guerra venisse ripudiato, come afferma l’art. 11 della Costituzione italiana nata dalla Resistenza, assieme ai suoi fratelli, il nazionalismo e i confini/barriera, e come affermavano peraltro già nel 1895 le parole di Pietro Gori6 o quelle della versione del 1908 di Carlo Tuzzi di Bandiera Rossa7.

Note

1.      molini ad acqua, cartografia, algebra, agrumi, tecniche di navigazione, seteria, araldica, tecniche minerarie, arco a sesto acuto (definito impropriamente “gotico”), liuto, gioco degli scacchi, canna da zucchero, larga parte della medicina e dell’astronomia, poesia “cortese”, canti flamenco, sistemi irrigui e di gestione collettiva delle acque, danze, centinaia di vocaboli, riso, gelati, rituali, simbologie cromatiche, ecc. nella Penisola Iberica come in Sicilia sono figlie della cultura islamica o di origine estremo-orientale veicolati attraverso la cultura islamica e perfino il termine spagnolo tuttora usato “ojalà” nel senso di “lo voglia Dio” si rifà al termine arabo per Dio Allah e non a quello di derivazione neolatina Dios;

2.      guerra in cui Francia, Gran Bretagna e Regno sabaudo si schierano contro la cristiana Russia a fianco dei Musulmani turchi, arrivando al punto di vedere le gerarchie religiose della coalizione occidentale affermare che l’Ortodossia è più nemica di Cristo del “Maomettanesimo”;

3.      per questo negarono l’esistenza di dinastie faraoniche nere, nubiane e sudanesi, falsificando gli studi sulle mummie e sui dipinti che raffiguravano personaggi dalla pelle chiara onorare personaggi dalla pelle scura;

4.       come spiega Bernal in “Atena Nera” https://www.ibs.it/atena-nera-radici-afroasiatiche-della-libro-martin-bernal/e/9788842813477;

5.      Il Generalplan Obst nazista prevedeva la colonizzazione tedesca, con apporti di nuclei collaborazionisti consistenti ucraini e baltici e degli alleati italiani e rumeni delle terre orientali (lo “spazio vitale”, lebensraum ,destinato alla Germania) basata sullo sterminio degli ebrei, sulla schiavizzazione dei Polacchi e di 30 milioni di Sovietici, mentre per altri 30 milioni era prevista la deportazione oltre gli Urali e per altrettanti lo sterminio soprattutto per fame;

6.      nostra Patria è il Mondo intero/nostra Legge è la Libertà/ ed un pensiero/ ribelle in cor ci sta

7.      Non più nemici, non più frontiere:
Sono i confini rosse bandiere.
O socialisti, alla riscossa,
Bandiera rossa trionferà.

da qui

martedì 12 aprile 2022

Ucraina: ma l’Europa vuole la pace?

articoli, video, canzoni e immagini di Antonello Repetto, Mauro Biani, Giorgio Bianchì, Jan Oberg, Enrico Euli, Pedro L. Pedroso Cuesta, Francesco Masala, Silvio Marconi, Peppe Sini, Umberto Galimberti, Branko Marcetic, Gigi Eusebi, Jacques Derrida, Francesco Scatigno, Giacinto Botti, Umberto Franchi, Domenico Modugno, Francisco Goya, Diem... A seguire una nota (tecnica) della "bottega" sui nostri dossier.



L'Europa è:

equilibrio, economia in salute, agevolazioni per le imprese in difficoltà, creazione di lavoro , andare oltre le barriere dello spazio e del tempo, accoglienza

 

L'Europa ama i suoi figli:

(a cura di Francesco Masala)

 

 


continua qui

domenica 10 aprile 2022

Ucraina: attualità di un esempio di mistificazione storiografica - Silvio Marconi

 

La rappresentazione dei collaborazionisti ucraini del nazifascismo come “patrioti nazionalisti in lotta contro il regime bolscevico” è alla base della loro trasformazione in eroi nazionali avvenuta dopo il colpo di stato voluto dagli USA e dalla NATO a Kiev nel 2014; alle già preesistenti parate di reduci e discendenti dei volontari della XIV Divisione Waffen SS “Galizien”, formata da collaborazionisti ucraini e benedetta dal clero cattolico di Leopoli, e di altre formazioni collaborazioniste come quelle di Stepan Bandera, iniziate subito dopo l’indipendenza ucraina del 1991, si sono aggiunte dopo il 2014 dediche di strade e piazze e scuole, lapidi, francobolli commemorativi, cerimonie ufficiali che onorano tali soggetti, fatto denunciato fra gli altri dal centro Simon Wiesenthal, dalla FIR (Federazione Internazionale dei resistenti, di cui fa parte anche l’ANPI, Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia) e rimarcato ancora recentemente dal Presidente dell’ANPI Pagliarulo sulla rivista online dell’Associazione, “Patria Indipendente”.

Antony Beevor sottolinea come “The whole lebensraum plan in the East required cleansed areas and a complete subservient peasantry”1, caratteristiche della strategia hitleriana già esplicitate nel Mein Kampf. Edito fin dal 1925-26. E’ del tutto ridicolo quindi sostenere che i collaborazionisti ucraini potessero essere effettivamente convinti che l’arrivo delle truppe hitleriane nell’estate 1941 potesse creare le basi per una “ucraina indipendente da Mosca” e che quindi il loro entusiastico collaborazionismo potesse avere tale risultato; ciò vale in particolare per le leadership intellettuali e politiche di quelle forze.

La tesi, ovviamente cara anche alle forze neonaziste presenti sia nelle truppe ucraine (i battaglioni prima parte della Guardia Nazionale e poi integrati nelle Forze Armate come l’”Aidar”, il “Dnipr” e quell’”Azov” che ha adottato il simbolo  che fu di quella Divisione SS “Das Reich” autrice della distruzione di 648 villaggi bielorussi e ucraini e, successivamente, sul fronte occidentale della strage di Oradour), sia fra i ministri ucraini, si basa su un misto fra falsificazione e confusione anche relativa al termine “nazionalismo”, supportato purtroppo anche da studiosi occidentali come Giorgio Cella, che nel suo Storia e geopolitica della crisi ucraina. Dalla Rus’ di Kiev a oggi (Carocci Editore, Roma, 2021) utilizza impropriamente il termine “nazionalismo” per le realtà dei secoli XIV e XVI, mentre tutti gli storici più accreditati, come Braudel, Mathiez, Lefebvre, Barbero, ecc., sottolineano talora da decenni che è del tutto improprio applicare un concetto come “nazionalismo”, figlio in realtà della Rivoluzione Francese e inscindibilmente legato a quello di “cittadino”, ad epoche storiche anteriori, quando esistevano solo dinastie e sudditi e quando il termine stesso “nazione” aveva solo un significato di “comunità di persone che parlano la stessa lingua” (a questo si riferiscono ad esempio le intitolazioni di tante chiese romane a “nazioni” di pellegrini) e non possedeva alcun senso connesso con lo Stato o la sua rivendicazione. Dire che esisteva un “nazionalismo ucraino” nei secoli XIV o XVI equivale a classificare retrospettivamente e falsamente i partecipanti alla rivolta di Spartaco nella Roma Repubblicana come “proletari” o, peggio, a riversare su di loro i concetti degli “spartachisti” tedeschi del 1918.

Anche evitando  di approfondire tale confusione concettuale storiografica voluta, basterà accennare ad alcune caratteristiche del collaborazionismo ucraino per evidenziare la falsità dell’attribuzione ad esso di un carattere patriottico-nazionalista. Infatti è evidente che i “patrioti”, se possono talora partecipare a lotte di altri popoli contro comuni nemici o anche solo per comuni ideali2, non si fanno mai strumento di oppressione o aguzzini verso altre genti al servizio di un potere straniero occupante la loro stessa terra; così non è nel caso dei collaborazionisti ucraini degli hitleriani ed in altri casi consimili3. Oltre a partecipare attivamente al massacro di Ebrei, Polacchi, prigionieri di guerra sovietici, partigiani antinazifascisti ucraini, reparti di collaborazionisti ucraini parteciparono alla repressione della rivolta di Varsavia, della sollevazione antinazista slovacca alla repressione antipartigiana in Friuli, Veneto e Piemonte, come narrato anche dall’ex-partigiano Giorgio Bocca; così, ad esempio, mentre nella 41° Brigata Garibaldi (comandata da Eugenio Fassino ed operante fra la Val Susa e la Val Sangone) caddero il 18.07.1944 come partigiani due soldati sovietici di origine ucraina fuggiti dalle grinfie dei nazisti ed entrati nella formazione, Denyanovic di Kirovgrad e Kochanovsky di Odessa, Rolando Besana, comandante della formazione partigiana “Italia Libera” veniva ammazzato a S. Anna di Piossasco il 23.4.1944 proprio da una formazione di SS ucraine.

Va anche ricordato inoltre che non solo la realizzazione da parte dei gruppi di sterminio degli ebrei nazisti detti einsatzgruppen in Ucraina vide la partecipazione entusiastica delle formazioni collaborazioniste ucraine, come a Baby Yar, dove in tre giorni vennero massacrati oltre 33.000 donne, bambini e uomini ebrei, non solo i seguaci ucraini di Bandera sterminarono in Volinia e Galizia oltre 100.000 fra Ebrei e Polacchi4. Ma che sotto la direzione delle SS tedesche, migliaia di collaborazionisti ucraini rappresentarono la quasi totalità dei guardiani dei campi di sterminio nazisti di Majdanek, Sobibor e Treblinka ed operarono in altri lager, incluso quello della Risiera di San Sabba a Trieste.

La mistificazione che presenta quei criminali ucraini collaborazionisti dei nazifascisti invasori come “patrioti nazionalisti” trova più facile attenzione in un’Italia che non ha mai voluto fare fino in fondo coi crimini commessi dalle sue truppe nelle invasioni mussoliniane dell’Etiopia, della Grecia, dell’Albania della Yugoslavia e, appunto, della Russia. Se storici come Barbero, Del Boca, Conti e molti altri sottolineano in rapporto all’insieme di quei crimini (e va ricordato che in base alla sentenza di Norimberga contro i leaders nazisti già la stessa guerra di aggressione è crimine in sé) come la favola degli “Italiani brava gente” contrapposti ai “cattivi Tedeschi” sia del tutto ingiustificata e si colleghi alla totale impunità postbellica per tutti i criminali di guerra italiani (mai processati da tribunali italiani, mai estradati alle nazioni che ne avevano denunciato i crimini, mai processati da tribunali alleati!), è Schlemmer5 che definitivamente svela la artificiosità di tale mistificazione proprio riguardo alla “campagna di Russia” italiana.  Una mistificazione che centra l’attenzione solo sulla ritirata drammatica italiana dal Don e non narra cosa facessero le truppe italiane nel lungo periodo di occupazione di vastissime aree dell’URSS, soprattutto nella prima fase della Campagna, ossia quando erano lo CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia) e non la più nota e vasta ARMIR (Armata Italiana in Russia), e quando occupavano tra l’altro proprio il Donbass, avendo il comando piazza a Stalino (odierna Donetsk). A questa mistificazione hanno contribuito sia film come la coproduzione italo sovietica “Italiani brava gente” del 1964, di De Santis (ma il titolo in russo era diverso: “Venivano da Ovest”!), sia soprattutto la memorialistica di tanti reduci (soprattutto ufficiali, date le condizioni culturali dell’epoca), sia la volontà di non affrontare il fatto che gli Italiani parteciparono alla feroce repressione antipartigiana,  commisero crimini di guerra autonomamente, per i quali i Sovietici chiesero invano l’estradizione di 12 alti ufficiali, e consegnarono tanti Ebrei ai nazisti tedeschi ed ai collaborazionisti ucraini ben sapendo che fine facessero, come testimoniano sia tante lettere di militari italiani che gli stessi rapporti della polizia politica fascista.

Tantomeno si affronta il fatto che la partecipazione italiana all’invasione dell’URSS non fu richiesta da Hitler, che anzi preferiva vedere gli italiani impegnati in Africa Settentrionale e non nelle steppe russe, ma domandata piagnucolosamente da Mussolini ad Hitler e che nei mesi precedenti il giugno 1941 il regime fascista aveva commissionato agli uffici tecnici del Ministero dell’Agricoltura uno studio per sfruttare le fattorie collettive ucraine (con l’invio di 5.000 gestori italiani) per rapinarne il grano, non tenendo conto dell’ovvio fatto che i tedeschi mai avrebbero permesso una partecipazione al loro saccheggio. Si era perfino ventilata l’ipotesi di usare 6.000 prigionieri di guerra sovietici con esperienze minerarie (e dunque sostanzialmente del Donbass) come forzati nelle miniere di carbone sarde, ma Mussolini scartò l’ipotesi per paura che “contaminassero di bolscevismo i Sardi”!

Addirittura, i documenti dell’Archivio Storico dell’Esercito provano che nelle inchieste auto assolutorie sugli ufficiali italiani accusati di crimini di guerra dai Sovietici, che servirono a rifiutarne estradizione o processo in Italia, sono stati usati in modo ridicolo come presunte “prove del buon comportamento verso i civili” le attestazioni ed i regali ricevuti da alcuni degli ufficiali accusati proprio da parte di esponenti dei collaborazionisti ucraini!

Interessante è poi il fatto, di cui descrivo i particolari sulla base di studi canadesi nel mio libro6, che una fetta consistente di collaborazionisti ucraini rientra pienamente nel fenomeno del salvataggio a fine guerra e del successivo riciclaggio ad opera dell’Occidente, che riguardò anche tanti petainisti francesi (si pensi a Papon, responsabile delle retate degli ebrei per la deportazione e diventato nel dopoguerra Prefetto di Parigi), tanti repubblichini italiani, tanti ustascia croati, ecc., assieme a molti Tedeschi come Gehlen, ex-responsabile dei servizi segreti nazisti sul fronte orientale, riciclato dagli Angloamericani con tutta la sua rete spionistica nella guerra Fredda e poi assurto alla testa dei ricostituiti servizi segreti della Germania Ovest in ambito NATO. Infatti, mentre gli Inglesi si attennero agli accordi con Stalin circa la consegna ai Sovietici dei collaborazionisti caucasici in fuga dal Friuli catturati a fine guerra in Austria, ciò non avvenne con i collaborazionisti ucraini catturati da loro sempre in Austria, grazie all’intervento del generale polacco Anders (che era inquadrato nelle forze britanniche) che dichiarò falsamente essere costoro tutti ex-cittadini polacchi galiziani, cosa che ne consentì l’espatrio /assieme a molti bottini in oro e gioielli razziati agli sterminati) in Gran Bretagna ma soprattutto in Canada e negli USA.

Qui essi prosperarono, crearono associazioni, lautamente finanziate nella logica antisovietica, che tennero vivi i disvalori nazifascisti educando ad essi le successive generazioni, in molti casi vennero integrati negli apparati occidentali della Guerra Fredda, svolsero propaganda, e dopo la frantumazione dell’URSS e l’indipendenza dell’Ucraina nel 19917 tornarono nella terra d’origine, contribuendo fortemente alla creazione di associazioni, movimenti, partiti ed infine milizie che ovviamente avevano nella connessione con l’esperienza collaborazionista, spacciata per “patriottico-nazionalista” la loro più salda radice.

Note:

1.     1  Beevor A., The Second World War, Phoenix, london, 2014, pag. 253: “L’intero piano per lo spazio vitale richiedeva aree ripulite dalla popolazione a un contadiname completamente asservito”;

2.      2 ad esempio la partecipazione di volontari polacchi alle lotte risorgimentali italiane, testimoniata nello stesso inno nazionale polacco, quella di garibaldini alla guerra contro i Prussiani del 1870, quelle dei volontari internazionalisti contro franchisti e loro alleati nazifascisti in Spagna dal 1936, ecc.;

3.      3 ad esempio i collaborazionisti belgi guidati da Degrelle, quelli russi di Vlasov, ecc.

4.    4   ragione per cui sia il pur russofobo governo attuale polacco, sia entità ufficiali israeliane hanno ripetutamente quanto inutilmente protestato con i governi succedutisi a Kiev dopo il 2014 per la glorificazione come eroe proprio di Bandera;

5.     5  Schlemmer T,, Invasori, non vittime. La campagna italiana di Russia 1941-1943, Laterza, Bari, 2009;

6.      6 Marconi S., Donbass. I neri fili della memoria rimossa; Fabio Croce Editore, , Roma:016

7.      7 indipendenza paradossalmente ottenuta con confini frutto dell’integrazione voluta da Stalin nella compagnie amministrativa ucraina dell’URSS delle terre originariamente polacche di Galizia e Volinia, e di regioni trans-carpatiche originariamente rumene e ungheresi e del regalo illegittimo della Crimea ad opera di Khrushev.


da qui