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domenica 25 giugno 2023

Non ci sono più parole - Enrico Calamai

 

Non ci sono più parole in grado di dar voce al dolore e alla rabbia di fronte a quest’ultima, immane strage di migranti, peraltro prevedibile e prevista. Non ci sono più parole perché inevitabile si affaccia l’idea che altre analoghe stragi seguiranno, di cui molte neanche percepite dall’opinione pubblica, perché avvenute nel nulla mediatico in cui a partire dall’esternalizzazione delle frontiere, sempre più a Sud, si attua ormai il momento tragico del respingimento che spesso vuol dire condanna a morte.

Dobbiamo ripetercelo, anche se a rischio di non venir ascoltati: siamo di fronte alla sistematica attuazione di una linea politica concordata dall’intera compagine dell’Unione europea, sempre più divisa e declinata quanto ad orizzonte in chiave atlantica, come deterrente del flusso di migranti che continua a voler varcare i confini dell’Europa Fortezza. Come d’altronde avviene in America del Nord e in Australia.

Ripetiamolo ancora una volta: la globalizzazione non è stata e non è l’internazionalizzazione degli esseri umani e delle loro lotte contro le disuguaglianze; la «globalizzazione reale» non è altro che il neocolonialismo che il mondo occidentale ha avviato a partire dalla fine della Guerra Fredda e che ancora tenta di imporre a quanta più parte possibile del resto del mondo, ricorrendo in un modo o nell’altro ancora una volta alla guerra per modificare gli equilibri geopolitici a proprio favore.

I migranti, che da quelle guerre e dalla loro miseria da noi provocata arrivano, ne sono l’altra faccia, coloro cui non è più neanche dato attestarsi sulla soglia della povertà a casa loro, perché saccheggiamo le loro risorse naturali, sfruttiamo la loro mano d’opera, devastiamo il loro ambiente, finanziamo guerre, dittature o governi corrotti che ci fanno comodo.
I migranti sono l’altra faccia di un mondo orwelliano, in cui si fa la guerra per la pace, in cui le vittime sono i colpevoli, in cui il nostro benessere posa sulla legge della giungla tutto intorno a noi.

 

Occorre dirselo: nulla è più contrario oggi ai diritti umani del neoliberismo, non a caso prodotto, come in un laboratorio politico, a partire dal secolo scorso con i colpi di Stato in Cile e in Argentina. Perché un sistema politico che fa del profitto individuale il suo unico dio e della riduzione della spesa pubblica (tranne che per le armi, beninteso) il suo Vangelo, non può accogliere le nude vite di chi viene da noi depredato: sono, nel migliore dei casi, cioè se muoiono nel viaggio, dei vuoti a perdere, nel peggiore, cioè se malgrado tutto arrivano, i sovversivi che accampano diritti: il diritto a venir salvati, il diritto a venir assistiti, il diritto all’inclusione in un mondo che dei diritti si riempie la bocca, salvo poi calpestarli appena può.

Dobbiamo ripeterlo: le singole morti, i singoli naufragi non sono altro che i tasselli attraverso cui si attua una politica concordata tra i Governi dell’Occidente tutto: l’adozione di un complesso di misure pattizie, di controllo delle frontiere o di omissione di soccorso che, attraverso anche la creazione di un sistema di campi di concentramento a macchia di leopardo, hanno esclusivamente finalità di deterrenza nei confronti dei flussi migratori che noi stessi provochiamo, costi quello che costi, in termini di vite umane.

È per dare un nome a questo aberrante nuovo operare degli Stati che è stato coniato il termine migranticidio, che si richiama, quanto alla carica di orrore che suscita, a quello di genocidio, nelle cui categorie, tassativamente elencate, non può essere incluso. Dipende da noi trovare la forza per opporvisi, se non in nome del sempre più attualissimo quanto dimenticato monito «Socialismo o barbarie», almeno in nome di quell’etica socratica che accompagna le democrazie fin dal loro primo apparire.

Fonte: il manifesto

da qui

venerdì 29 settembre 2017

Torture e morte delocalizzate - Lorenzo Guadagnucci


In un’intervista pubblicata sul numero 37 di Left, Enrico Calamai sviluppa un’interessante e originale analogia fra il trattamento che Italia ed Europa stanno riservando ai migranti dopo gli accordi con la Libia (e quello precedente con la Turchia) e la strategia della “desaparicion” praticata dal regime militare argentino negli anni Settanta. A quel tempo Calamai era un diplomatico in servizio nella nostra ambasciata a Buenos Aires e fu protagonista di una straordinaria azione di resistenza civile che permise a centinaia di italo-argentini di ottenere documenti validi per l’espatrio, nonostante la tiepidezza politica – chiamiamola così – dei nostri governi dell’epoca (Calamai ha raccontato la storia nel libro Niente asilo politico).
Calamai, intervistato da Donatella Coccoli, ricorda che al tempo del regime militare la sparizione degli oppositori era un metodo repressivo molto efficace, perché non comportava responsabilità evidenti delle forze governative, visto che le sparizioni erano attuate e gestite da invisibili gruppi paramilitari. Solo la straordinaria e intelligente protesta della “madres” di Plaza de Mayo – con le marce settimanali – avrebbe messo in difficoltà il regime e portato la vicenda all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale.
Che c’entra tutto questo con la vicenda attuale dei migranti? C’entra, dice Calamai, perché oggi i governi europei hanno delegato ad altri il compito di far sparire mediaticamente i migranti, che hanno smesso di affacciarsi sulla costa di Lampedusa (e quindi sugli schermi delle nostre tv all’ora del telegiornale) grazie all’intervento, a seconda dei casi, di eserciti statali, milizie private, polizie, guardie costiere di paesi terzi.
In Libia, come ormai è chiaro, stiamo pagando fior di milioni di euro a capi  villaggio, signori e signorotti della guerra, trafficanti di esseri umani per trattenere gli aspiranti all’emigrazione in centri di detenzione dove si pretenderebbe di chiudere persone innocenti ma “nel rispetto dei diritti umani”, secondo  la fasulla retorica corrente (e qui è consigliabile vedere il film L’ordine delle cose di Andrea Segre per capire di che cosa stiamo realmente parlando).
Siamo alla delocalizzazione della tortura. Questo lavoro sporco è lontano dai nostri occhi ma nessuno può fingere di non sapere.

“Oggi – dice Calamai – i governi creano le condizioni politiche ed economiche legali, commissive e omissive” affinché si arrivi all’eliminazione dei migranti dalla scena. Precisa Calamai: “Mi riferisco ai paesi che fanno parte della Nato e dell’Unione europea. Sono questi i protagonisti che hanno poi come manovalanza ed esecutori i governi poveri della sponda africana. Ma i protagonisti ‘intellettuali’, ripeto, di questa linea politica di morte, di massacro cercato e voluto, sono i governi europei e membri della Nato. Stiamo vivendo un periodo paragonabile a quello di fine anni Trenta, quando non esisteva ancora il termine genocidio, per cui si poteva fare qualcosa che non era un delitto, un reato internazionale”.
La chiusura delle porte ai migranti con la mano libera lasciata al governo turco, ai governi e alle milizie della Libia, per non parlare degli accordi stretti in altre zone calde nei luoghi di partenza, implicano necessariamente abusi, violenze e morte per migliaia e migliaia di persone, ma tutto avviene lontano da occhi indiscreti: dal Mediterraneo sono state allontanate anche le navi delle Ong e può succedere che un barcone vaghi alla deriva per sette giorni senza che nessuno faccia niente…
Ma tutti sappiamo. Come nella Germania degli anni Trenta l’istituzione di campi di detenzione per oppositori e indesiderati non fu un mistero, così tutti noi – governanti e cittadini – sappiamo bene che è stata presa la decisione di negare opportunità, speranze, diritti e spesso anche la vita a persone che altro non chiedono se non di avere un’opportunità di vita in Europa e nel Nord del mondo, lontano dalla miseria, dalla guerra, dalla desertificazione.
Il protagonista del film di Andrea Segre, quando incontra una ragazza in un centro di detenzione libico e ne coglie per intero l’umana disperazione, sembra concedersi la possibilità di seguire la via che la morale gli detta, ma poi decide di non farne niente. Rinunzia, con una semplice telefonata, a salvare la ragazza, e va a sedersi nella sua confortevole casa per una serena cena in famiglia, come se nulla fosse.
Quella scena è la metafora dell’Italia di oggi.