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venerdì 25 marzo 2022

Guerra senza fine?

 Finché c’è guerra c’è speranza? e per chi? – Francesco Masala

cosa possiamo sperare, in Italia, se i padri (ig)nobili di un partito al governo  – partito che ha lo stesso nome di quello della guerrafondaia Hillary Clinton – sono a libro paga di una delle più grandi imprese europee che fa i soldi con le guerre?

ultimo arrivo: leggi qui

possiamo pensare che siano impegnati a promuovere la pace?

possiamo pensare che siano interessati alla vita dei poveri ucraini, se finché c’é guerra c’é speranza di fare ancora più soldi?

canta un premio Nobel (*):

Lasciate che vi faccia una domanda
il vostro denaro è così potente
che pensate potrà comprarvi il perdono?

Io penso che scoprirete
quando la morte chiederà il suo pedaggio
che tutto il denaro che avete fatto
non riscatterà la vostra anima

E spero che voi moriate
spero che la vostra morte arriverà presto
seguirò la vostra bara
nel pomeriggio opaco
veglierò mentre siete sepolti
sotto il vostro letto di morte
e resterò sulla vostra tomba
finché sarò sicuro che siete morti.


 

Intervista a Noam Chomsky: i colloqui di pace in Ucraina “non andranno da nessuna parte” se gli Stati Uniti continuano a rifiutarsi di aderire

Mentre la Russia intensifica il suo assalto all’Ucraina e le sue forze avanzano su Kiev, i colloqui di pace tra le due parti dovevano riprendere il 14 marzo, poi sono stati rinviati un’altra volta al 15 marzo. Sfortunatamente, alcune opportunità per un accordo di pace sono già state sprecate, quindi è difficile essere ottimisti su quando la guerra finirà. Indipendentemente da quando o come finirà la guerra, tuttavia, il suo impatto si fa già sentire in tutto il sistema di sicurezza internazionale, come mostra il riarmo dell’Europa. L’invasione russa dell’Ucraina complica anche la lotta urgente contro la crisi climatica. La guerra sta avendo un pesante tributo sull’Ucraina e sull’ambiente, ma offre anche all’industria dei combustibili fossili una leva in più tra i governi.

Nell’intervista che segue, l’accademico e dissidente di fama mondiale Noam Chomsky condivide le sue opinioni sulle prospettive di pace in Ucraina e su come questa guerra possa influire sui nostri sforzi per combattere il riscaldamento globale.

Noam Chomsky, riconosciuto a livello internazionale come uno dei più importanti intellettuali viventi, è autore di circa 150 libri e destinatario di decine di premi prestigiosi, tra cui il Sydney Peace Prize e il Kyoto Prize (l’equivalente giapponese del Premio Nobel), e di decine di dottorati honoris causa dalle università più rinomate del mondo. Chomsky è Professore Emerito al MIT e attualmente Professore Emerito presso l’Università dell’Arizona.

C.J. Polychroniou: Noam, mentre un quarto round di negoziati doveva svolgersi oggi (14 marzo u.s., ndr) tra i rappresentanti russi e ucraini, ora è rinviato a domani (15 marzo u.s., ndr) e sembra ancora improbabile che la pace in Ucraina possa essere raggiunta presto. Gli ucraini non sembrano volersi arrendere e Putin pare determinato a continuare la sua invasione. In tale contesto, cosa pensa della risposta del presidente ucraino Volodymyr Zelensky alle quattro richieste fondamentali di Vladimir Putin, che erano (a) cessare l’azione militare, (b) riconoscere la Crimea come territorio russo, (c) modificare la Costituzione ucraina per sancire la neutralità, e (d) riconoscere le repubbliche separatiste nell’Ucraina orientale?

Noam Chomsky: Prima di rispondere, vorrei sottolineare la questione cruciale che deve essere in prima linea in tutte le discussioni su questa terribile tragedia: dobbiamo trovare un modo per porre fine a questa guerra prima che si intensifichi, possibilmente fino alla totale devastazione dell’Ucraina e fino ad inimmaginabili e ulteriori catastrofi. L’unico modo è un accordo negoziato. Piaccia o no, questo deve fornire una sorta di via di fuga per Putin, o accadrà il peggio. Non la vittoria, ma una via di fuga. Queste preoccupazioni devono essere al primo posto nelle nostre menti.

Non credo che Zelensky avrebbe dovuto semplicemente accettare le richieste di Putin. Penso che la sua risposta pubblica il 7 marzo sia stata giudiziosa e appropriata.

In queste osservazioni, Zelensky ha riconosciuto che l’adesione alla NATO non è un’opzione per l’Ucraina. Ha anche insistito, giustamente, sul fatto che le opinioni delle persone nella regione del Donbass, ora occupata dalla Russia, dovrebbero essere un fattore cruciale nel determinare una qualche forma di accordo. In breve, sta ribadendo quello che molto probabilmente sarebbe stato un percorso per prevenire questa tragedia, anche se non possiamo saperlo, perché gli Stati Uniti si sono rifiutati di provarci.

Come si è capito da molto tempo, decenni in effetti, per l’Ucraina entrare a far parte della NATO sarebbe un po’ come se il Messico si unisse a un’alleanza militare guidata dalla Cina, ospitando manovre congiunte con l’esercito cinese e mantenendo armi puntate su Washington. Insistere sul diritto sovrano del Messico a farlo sarebbe oltremodo stolto (e, fortunatamente, nessuno solleva una tale istanza). L’insistenza di Washington sul diritto sovrano dell’Ucraina di aderire alla NATO è ancora peggiore, poiché pone una barriera insormontabile alla risoluzione pacifica di una crisi che è già un crimine sconvolgente e che presto diventerà molto peggiore se non risolta mediante negoziati a cui Washington si rifiuta di aderire.

Questo atteggiamento riguardo alla sovranità appare del tutto incoerente rispetto allo spettacolo caricaturale che dà di sé il leader mondiale del disprezzo sfacciato per questa dottrina, dileggiata in tutto il Sud del mondo, sebbene gli Stati Uniti e l’Occidente in generale, millantino la loro impressionante disciplina e si atteggino a difensori della sovranità, o almeno fingano di farlo.

Le proposte di Zelensky riducono notevolmente il divario rispetto alle richieste di Putin e offrono l’opportunità di portare avanti le iniziative diplomatiche intraprese da Francia e Germania, con un limitato sostegno cinese. I negoziati potrebbero avere successo o potrebbero fallire. L’unico modo per scoprirlo è provare. Naturalmente, i negoziati non andranno da nessuna parte se gli Stati Uniti persisteranno nel loro ostinato rifiuto di aderire, sostenuti dal commissariato virtualmente unito, e se la stampa continuerà a insistere affinché il pubblico rimanga all’oscuro rifiutandosi persino di riportare le proposte di Zelensky…

(Traduzione dall’inglese di Veronica Tarozzi. Revisione di Thomas Schmid.)

continua qui


articoli di Noam Chomsky, Luciano Canfora, Alessandro Robecchi, Disarmisti esigentiSandro Curatolo, Salvatore PaliddaBenedetta Piola Caselli, Avvocato di strada, Maurizio AcerboAntonio Tricarico, Stefano Galieni, Manifesta, Gianni Lixi, Vittorio Di Giuseppe, Pino Cabras, F. William Engdahl, Michele Bollino, Roberto Lovattini, Benito d’Ippolito, Stefano Fassina, Peace Brigades International, Comidad, Francesco Masala, Bob Dylan, Andrea Masala, Edoardo Sanguineti, Aldo Zanchetta, Riccardo Gianola, Mauro Biglino, Branko Marcetic, Vincenzo Costa, Edoardo Bennato e Franco Cardini



...continua qui

giovedì 9 dicembre 2021

aspettando il vaccino cubano

 

POTERE AL POPOLO A CUBA PER IL VACCINO SOBERANA! - Giuliano Granato

 

Il 16 novembre è iniziato lo studio clinico in collaborazione tra l’Istituto di Ricerca cubano Finlay e il Policlinico torinese Amedeo di Savoia sul vaccino Soberana plus.

Siamo orgogliosi di essere presenti con una delegazione di Potere al Popolo a uno studio che può avere risvolti decisivi nella lotta globale alla pandemia. La ricerca – organizzata e seguita passo passo dai medici e ricercatori cubani e internazionali – permetterà di quantificare l’efficacia di Soberana plus come terza dose in chi ha effettuato le prime due con vaccini prodotti dalle multinazionali del farmaco (Pfizer, Moderna, Johnson).

Se l’efficacia di Soberana fosse confermata, ciò significherebbe che il vaccino cubano, più economico e facile da produrre, potrebbe essere utilizzato anche nei paesi occidentali come terza dose ma soprattutto sarebbe un’opzione per le decine di milioni di persone di paesi poveri o privi di aziende farmaceutiche che aspettano ancora la prime dosi o hanno necessità di effettuare il richiamo.

Un vaccino, ricordiamolo, pubblico e non prodotto dalle multinazionali, da cui nessuno trae lucro.

Quasi due anni fa i medici cubani sbarcavano nel nord Italia per fronteggiare lo scoppio del covid praticamente a mani nude, dando un supporto enorme. Oggi – in microscopica parte – siamo felici di poter ricambiare.

Viva la solidarietà e la cooperazione tra i popoli!


MA CHE COS’È QUESTO SOBERANA PLUS E COME FUNZIONA? FACCIAMO CHIAREZZA!

*di Giuliano Granato, portavoce nazionale Potere al Popolo!

In tante e tanti mi state scrivendo per chiedere più informazioni sul Soberana Plus, il vaccino che mi è stato somministrato a L’Avana come booster/terza dose, pensato per soggetti convalescenti dal virus o cui è stato già somministrato un altro vaccino anti-Covid-Sars2.
Ho quindi riassunto alcuni punti:

1. CHE VACCINO È? Il Soberana è un vaccino proteico, differentemente da Pfizer o Moderna, che invece usano tecnologia mRNA.
Semplificando, significa che a Cuba si usa una tecnologia tradizionale che permette di somministrare un pezzettino del virus – la cosiddetta “spike” – nel soggetto da vaccinare che così produce gli anticorpi necessari. I vaccini mRNA, invece, forniscono le “istruzioni”, l’organismo le apprende e alza la barriera di anticorpi.

2. EFFICACIA: Gli studi condotti finora dalle istituzioni cubane – e oggi anche da quelle italiane (Ospedale Amedeo di Savoia di Torino) – dimostrano che il Soberana Plus è un vaccino assolutamente efficace. Costruisce un altissimo muro di anticorpi, tanto in chi era già stato contagiato precedentemente, quanto in chi ha ricevuto altri vaccini.

3. EFFICACIA BIS: Per di più, il Soberana Plus è efficace anche contro le varianti Beta e Delta, la prima estremamente aggressiva e la seconda che ormai è la forma principale con cui si presenta il virus.

4. COSTI, PRODUZIONE, STOCCAGGIO: Il Soberana Plus all’enorme efficacia aggiunge costi di produzione molto bassi: vuol dire che potenzialmente il vaccino può essere prodotto in ogni angolo del pianeta, anche in quei Paesi la cui spesa procapite in sanità è inferiore ai 20$ l’anno, cioè meno di quanto Pfizer chiede per la vendita di una sola dose del “suo” vaccino.
Non solo: Soberana non presenta problemi o condizioni particolari per lo stoccaggio, il che evita di dover disporre di tecnologie avanzate per trasporto e immagazzinamento del vaccino.

5. EFFETTI COLLATERALI: Dall’osservazione condotta finora sui soggetti cui è stato somministrato il Soberana Plus viene fuori che ha effetti collaterali quasi nulli. Solo meno dell’1% soffre di febbre, arrossamento della zona dell’iniezione, malessere generale, eritemi. Per la stragrande maggioranza della popolazione, invece, nessun effetto avverso. Al massimo un piccolo dolorino nel punto della puntura.

6. VACCINO PUBBLICO AL 100%: E questo che c’entra? C’entra e non solo per motivi ideologici. Il fatto che una piccola isola, povera e sotto “bloqueo” da più di 60 anni, riesca in tempi brevissimi a sviluppare 3 vaccini e due candidati vaccinali, dimostra che si può fare, che se siamo in balia di Big Pharma è perché le nostre classi dominanti ci hanno consegnati mani e piedi alle multinazionali del farmaco e non perché non esisteva alternativa. Un serio progetto politico che voglia mettere al centro il bisogno forse più universale che ci sia – quello alla salute – non può prescindere da enti e istituti di ricerca biotecnologica pubblici al 100%.
Non dover essere soggetti alle esigenze di bilancio di qualche azienda e non dover elemosinare la caritatevole cessione di alcuni milioni di dosi per immunizzare milioni di persone sarebbe un salto civiltà di grande importanza.

7. COOPERAZIONE VS.. COMPETIZIONE: Lo studio clinico cui ho preso parte insieme a 35 cittadine/i italiane/i è una prova straordinaria del fatto che la cooperazione batte la competizione senza che ci sia partita.
È dalla messa in comune di conoscenze, tecnologie, possibili risposte, che l’umanità trae giovamento. Non certo dalle guerre tra Stati, dalle multinazionali che cercano di farsi le scarpe per sottrarsi l’un l’altra fette di mercato.
Un sistema internazionale fondato sulla cooperazione è un sistema che fa più bene ai nostri popoli. E se la cooperazione fosse la regola ne guadagneremmo quasi tutti. Eccetto quei pochi che sulla concorrenza lucrano a danno dei molti.

da qui

 

La speranza del vaccino cubano - Branko Marcetic

Mentre la diffusione delle varianti del Covid dimostra il fallimento della cura affidata ai meccanismi di mercato, il sistema pubblico di Cuba ha realizzato il proprio farmaco. Che ha già immunizzato milioni di persone

Gran parte della copertura dei media su Cuba la scorsa settimana si è concentrata su proteste anti-governative che non hanno avuto luogo. Nessuno ha parlato di una cosa che riveste importanza globale potenzialmente maggiore: la campagna vaccinale.

Dopo dodici mesi terribili, nel corso dei quali una riapertura troppo frettolosa aveva provocato l’aumento della pandemia, il picco di decessi e il paese di nuovo paralizzato dal lockdown, un programma di vaccinazione riuscito ha cambiato il segno alla pandemia. Cuba è ora non solo uno dei pochi paesi a basso reddito ad aver vaccinato la maggioranza della sua popolazione, ma l’unico ad averlo fatto con un vaccino che ha sviluppato per conto proprio.

Questa vicenda suggerisce un percorso avanzato per il cosiddetto mondo in via di sviluppo che continua a lottare con la pandemia di fronte all’apartheid vaccinale guidato dalle aziende e più in generale fa comprendere cosa è possibile fare quando la scienza medica si sgancia dal profitto privato.

La scelta più sicura

Secondo la Johns Hopkins University, al momento in cui scriviamo, Cuba ha vaccinato completamente il 78% della sua popolazione, posizionandosi al nono posto nel mondo, sopra paesi ricchi come Danimarca, Cina e Australia (gli Stati uniti, con poco meno di 60% della popolazione vaccinata, si trovano al cinquantaseiesimo posto). L’inversione di tendenza dall’inizio della campagna di vaccinazione a maggio ha risollevato le sorti del paese di fronte al doppio shock della pandemia e all’intensificarsi del blocco degli Stati uniti.

Dopo un picco di quasi diecimila infezioni e quasi cento morti al giorno, entrambe le cifre sono precipitate. Con il 100% del paese che ha assunto almeno una dose di vaccino prima della fine del mese scorso, il 15 novembre il paese ha riaperto i suoi confini al turismo, settore che costituisce circa un decimo della sua economia, e ha riaperto le scuole. Ciò rende Cuba un’eccezione tra i paesi a basso reddito, che hanno vaccinato solo il 2,8% della popolazione. Ciò è dovuto in gran parte al fatto che il mondo cosiddetto sviluppato continua ad accumulare dosi di vaccino e la gelosa tutela dei monopoli dei brevetti impedisce ai paesi più poveri di sviluppare versioni generiche dei vaccini prodotti in primo luogo attraverso finanziamenti pubblici.

La chiave è stata la decisione di Cuba di sviluppare i propri vaccini, due dei quali – Abdala, che prende il nome da una poesia scritta da un eroe dell’indipendenza, e Soberana 2 – hanno finalmente ricevuto l’approvazione normativa ufficiale a luglio e agosto. Nelle parole di Vicente Vérez Bencomo, direttore del Finlay Vaccine Institute riconosciuto a livello internazionale, il paese stava «scommettendo sul sicuro» avendo deciso di prendersi il tempo necessario a produrre il suo vaccino. In questo modo, avrebbe evitato la dipendenza da alleati più grandi come Russia e Cina e aggiunto una nuova esportazione commerciale in un momento di difficoltà economica.

Questi sforzi sono già in corso. Il Vietnam, che ha solo il 39% della popolazione vaccinata, ha firmato un accordo per acquistare 5 milioni di dosi di vaccino, e Cuba recentemente ne ha spedite più di 1 milione al suo alleato comunista, 150 mila delle quali sono state donate. Anche il Venezuela (32% di vaccinati) ha accettato di acquistare 12 milioni di dollari del vaccino a tre dosi e ha già iniziato a somministrarlo, mentre Iran (51%) e Nigeria (1,6%) hanno concordato di collaborare con il paese per sviluppare i propri vaccini. La Siria (4,2%) ha recentemente discusso con funzionari cubani la stessa prospettiva.

I due vaccini fanno parte di una suite di cinque vaccini Covid che Cuba sta sviluppando. Ciò include un vaccino somministrato per via nasale che è passato alla Fase II degli studi clinici, uno dei cinque vaccini in tutto il mondo che hanno un’applicazione nasale. Secondo uno dei suoi migliori scienziati potrebbe essere particolarmente utile se dimostrerà di essere sicuro ed efficace, dato l’ingresso del virus attraverso la cavità nasale. Prevede anche un richiamo appositamente progettato per funzionare su coloro che sono già stati inoculati con altri vaccini e recentemente è stato sperimentato su turisti italiani. Da settembre, Cuba è in procinto di ottenere l’approvazione dell’Organizzazione mondiale della sanità per i suoi vaccini, il che aprirebbe la porta ad adozioni diffuse.

Un vaccino diverso

Sono diversi gli aspetti che rendono i vaccini cubani unici oltre al loro paese di origine, secondo Helen Yaffe, docente di storia economica e sociale presso l’Università di Glasgow. Al centro c’è la decisione di Cuba di perseguire un vaccino proteico più tradizionale piuttosto che la più sperimentale tecnologia mRNA utilizzata per i vaccini Covid con cui abbiamo acquisito familiarità, che era in sviluppo da decenni prima che l’inizio della pandemia accelerasse tutto.

Per questo motivo, il vaccino di Cuba può essere conservato in frigorifero o anche a temperatura ambiente, al contrario delle temperature subpolari a cui deve essere conservato il vaccino Pfizer o delle temperature del congelatore richieste dal vaccino di Moderna. «Nel Sud del mondo, dove enormi quantità di popolazione non hanno accesso all’elettricità, è l’ennesimo ostacolo tecnologico», afferma Yaffe.

La tecnologia dell’mRNA, che non è mai stata utilizzata sui bambini prima, ha comportato un ritardo tra la vaccinazione degli adulti e quella dei bambini nel mondo sviluppato – i vaccini per i bambini sotto i cinque anni sono ancora in fase di sviluppo – mentre Cuba fin dall’inizio ha mirato a creare un vaccino che i bambini potessero prendere. A partire da questo mese, ha vaccinato completamente più di quattro quinti di tutti i minori dai due ai diciotto anni.

Mentre circa i due terzi di tutti i bambini e le bambine di America latina e Caraibi a settembre non hanno potuto andare a scuola, Cuba ha riaperto le sue aule. Gloria La Riva, attivista e giornalista indipendente che ha visitato Cuba nel corso dell’anno ed è stata all’Avana da metà ottobre, ha descritto la scena alla Ciudad Escolar 26 de Julio quando genitori e nonni si sono presentati per la riapertura della scuola. «È una cosa molto importante per le famiglie – dice – Tutti sono molto orgogliosi».

Il potere del non profit

C’è un altro elemento che caratterizza il vaccino cubano. «È prodotto al 100% da un settore biotecnologico pubblico», dice Yaffe.

Negli Stati uniti e in altri paesi occidentali, i farmaci salvavita vengono sviluppati in gran parte grazie a finanziamenti pubblici prima che i loro profitti e la loro distribuzione vengano spietatamente privatizzati, il settore biotecnologico di Cuba è interamente di proprietà pubblica. Ciò significa che Cuba ha de-mercificato una risorsa umana vitale, una direzione politica esattamente opposta a quella che abbiamo visto in questi ultimi quattro decenni di neoliberismo.

Cuba ha investito miliardi di dollari nella creazione di un’industria biotecnologica nazionale dagli anni Ottanta, quando ci fu la combinazione di un’epidemia di febbre dengue e di nuove sanzioni economiche da parte dell’allora presidente Ronald Reagan. Nonostante lo schiacciante blocco da parte degli Stati uniti, responsabili di un terzo della produzione farmaceutica mondiale, il settore biotecnologico di Cuba ha prosperato: produce quasi il 70% delle circa ottocento medicine che consumano i cubani, otto degli undici vaccini del programma di immunizzazione nazionale ed esporta centinaia di milioni di vaccini all’anno. I ricavi vengono poi reinvestiti nel settore. «Tutti questi vaccini hanno un impatto molto grande sulla scienza ma sono molto costosi, economicamente inaccessibili», ha detto di recente Vérez Bencomo a proposito della decisione di Cuba di sviluppare i propri vaccini.

Il settore è riconosciuto a livello internazionale. Cuba ha vinto dieci medaglie d’oro dall’Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale (Ompi) delle Nazioni unite, tra le altre cose, per aver sviluppato nel 1989 il primo vaccino al mondo contro la meningite B. Nel 2015, Cuba è diventata il primo paese a eliminare la trasmissione da madre a figlio dell’Hiv e della sifilide, esito sia dei farmaci retrovirali che aveva prodotto che del solido sistema di assistenza sanitaria pubblica.

In questo modo, Cuba è stata in grado di fare l’impensabile, sviluppando il proprio vaccino e facendo meglio di gran parte dei paesi occidentali nella lotta alla pandemia, nonostante le sue dimensioni e il livello di ricchezza, e nonostante una politica di strangolamento economico da parte di un governo ostile. Anche gli sforzi di solidarietà internazionale sono stati vitali. Quando il blocco degli Stati uniti ha significato una carenza di siringhe sull’isola, mettendo a rischio la sua campagna di vaccinazione, i gruppi di solidarietà dei soli Stati uniti hanno inviato a Cuba 6 milioni di siringhe, il governo messicano che ne ha inviate altre ottocentomila, e centomila sono arrivate dalla Cina.

Un’alternativa a Big pharma

Anche così, c’è qualche incertezza sui vaccini di Cuba. Il loro uso in Venezuela ha incontrato obiezioni da parte dei sindacati dei medici pediatrici e delle accademie mediche e scientifiche del paese. Sostengono che i risultati della sperimentazione del vaccino non sono stati sottoposti a revisione paritaria e pubblicati su riviste scientifiche internazionali. L’Organizzazione panamericana della sanità ha esortato Cuba a rendere pubblici i risultati.

Da parte sua, Vérez Bencomo se la prende con una comunità internazionale ostile a Cuba. In un’intervista di settembre, ha accusato le principali riviste di discriminare gli scienziati cubani, perché avrebbero rifiutato le osservazioni dei cubani pur avendo pubblicato ricerche simili da altri paesi e avrebbero agito come «una barriera che tende a emarginare i risultati scientifici che provengono dai paesi poveri».

Queste accuse piuttosto serie colpiscono uno scienziato rispettato a livello mondiale. Vincitore del Cuban National Chemistry Award e della Wipo Gold Medal 2005, Vérez Bencomo ha guidato il team che ha lavorato con uno scienziato canadese per sviluppare il primo vaccino semisintetico al mondo, creando un vaccino più conveniente per proteggere dall’Haemophilus influenzale di tipo B, il vaccino a basso costo contro la meningite. Nel 2005 gli è stato vietato di recarsi in California per ricevere un premio, con il Dipartimento di Stato di George W. Bush che ha ritenuto la sua visita «dannosa per gli interessi degli Stati uniti». Nel 2015 è stato nominato Cavaliere della Legion d’onore dall’allora ministro francese degli affari sociali e della salute, che lo ha elogiato per il suo lavoro e lo ha definito «amico della Francia» (Vérez Bencomo non ha risposto a una richiesta di intervista).

Mentre la reazione di Cuba alla pandemia suggerisce che la fiducia sua e del governo cubano nei vaccini non è mal riposta, potrebbe volerci un po’ più di tempo prima che ottengano l’imprimatur ufficiale della comunità scientifica internazionale. Se dovesse arrivare, si dimostrerebbe una potente confutazione del modello di vaccino guidato dalle aziende private, per cui, in linea con i punti di discussione di Big Pharma, solo la concorrenza alla ricerca del profitto può produrre l’innovazione nella cura che il mondo attende.

Forse, ancora più importante, questo vaccino potrebbe rappresentare una strada per il mondo in via di sviluppo per uscire finalmente dalla pandemia, dopo mesi in cui i vaccini sono stati diffusi solo nei paesi ricchi. I governi occidentali hanno continuato a opporsi alle richieste del Sud del mondo di rinunciare ai brevetti sui vaccini e di consentire loro di produrre o acquistare versioni generiche più economiche, lasciando la stragrande maggioranza della popolazione mondiale ancora vulnerabile al virus e, ironia della sorte, mettendo in pericolo tutti noi. In questo senso, dovremmo tutti sperare che i vaccini di Cuba riscuotano lo stesso successo dei suoi scienziati.

*Branko Marcetic è collaboratore di JacobinMag. Ha scritto Yesterday’s Man: The Case Against Joe Biden. Vive a Chicago, nell’Illinois. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

da qui

lunedì 26 luglio 2021

Il problema di Cuba sono gli USA

 

Svelata la grande truffa su Cuba - Alberto Capece

Quasi niente ormai nel mondo occidentale è spontaneo, non è dunque innescato da un potere ormai privo di un volto definito e che agisce sottopelle, a tradimento come una sorta di despota nascosto. Anche la vicenda di Cuba comincia a mostrare i fili dei burattinai che hanno approfittato del covid e del durissimo colpo che la info pandemia ha inferto all’economia di Cuba, ampiamente basata sul turismo, per tentare di sovvertire le cose e lasciare mano libera alle grinfie delle multinazionali. Ma un analista It spagnolo, Julián Macías Tovar ha meticolosamente ricercato e mappato tutti fili della rete per arrivare alla “geografia” delle proteste e le sue scoperte lasciano davvero senza fiato. Nei giorni precedenti le proteste dell’11 luglio l’hashtag #SOSCuba ha iniziato a circolare in Florida. La campagna SOS Cuba era già stata lanciata il 15 giugno a New York, con l’obiettivo di influenzare il voto dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite contro il blocco statunitense contro Cuba. Senza successo. 184 paesi hanno condannato il blocco, che strangola Cuba da oltre 6 decenni. Solo Israele e gli Stati Uniti hanno votato contro.

Però le condizioni del tutto particolari in cui si trova l’isola ha autorizzato a non cessare lo sforzo per portare le cose a un punto di rottura Il 5 luglio , la piattaforma multimediale SOS Cuba con sede in Florida ha lanciato una tempesta di twitter per l’intervento umanitario a Cuba. Ciò è accaduto sotto la guida di Agustín Antonelli un argentino membro della fondazione di destra Fundación Libertad. Questa non era la sua prima campagna: in precedenza aveva lanciato operazioni sui social media contro Evo Morales in Bolivia e Andrés Manuel López Obrador in Messico. Il primo account che ha utilizzato #SOSCuba in relazione alla presunta situazione Covid a Cuba aveva sede in Spagna. Sia il 10 che l’11 luglio ha inviato più di mille tweet, con una frequenza automatica di 5 retweet al secondo. Questo viene fatto comunemente da programmi chiamati bot, ma quelli utilizzati in questa campagna sono all’avanguardia, costosi e molto difficili da rilevare inequivocabilmente prodotti dal soffocante vicino che di recente inaugurato uno speciale comando per la guerra nel cyberspazio.

Nella sua ricerca Tovar sottolinea che sono stati inviati tweet ad artisti a Cuba e a Miami per partecipare con #SOSCuba: protesta per le presunte morti da Covid e l’altrettanto presunta mancanza di risorse mediche. A questi tweet sono pervenute più di 1100 risposte e quasi tutte provenivano da account creati di recente o non più di un anno fa, ma in massima parte creati tra il 10 e l’11 luglio. L’operazione ha fatto un uso intensivo di robot, algoritmi e account creati per l’occasione. Con centinaia di migliaia di tweet e la partecipazione di molti account di artisti che come abbiamo imparato dipendono totalmente dal potere per la loro immagine, domenica 11 luglio l’hashtag è diventato di tendenza in diversi paesi. A questo punto tutto ciò che serviva erano poche centinaia di cubani da far scendere in piazza e la prima manifestazione nella cittadina di San Antonio de Los Baños, a 26 km dall’Avana, è stata subito pubblicizzata negli Usa dal racconto di Yusnaby con migliaia di retweet. Yusnaby (US Navy) è un tipico esempio di account falso automatizzato. E dietro queste trame si affollano e si addensano le bugie del sistema:

Un post, ritwittato centinaia di volte, mostra una folla di diecimila persone che presumibilmente marciano lungo il Malecón, il grande viale sul mare dell’Avana. I fotoreporter di Reuters hanno  scoperto che si tratta in realtà di una foto – con una risoluzione debole – di una manifestazione di massa ad Alessandria d’Egitto, febbraio 2011. I frammenti ingranditi mostrano le bandiere egiziane. Un’altra falsa informazione  è la foto dei manifestanti presso la statua di Máximo Gómez all’Avana. Questi non erano contro-manifestanti ma sostenitori della rivoluzione cubana. Decine di media e importanti giornali come New York Times e The Guardian hanno diffuso questa notizia falsa. Un’altra invenzione era che Raúl Castro fosse fuggito in Venezuela su un aereo privato segreto. Questo falso messaggio è stato ritwittato quasi duemila volte. La foto che dovrebbe dimostrare la fuga di Raúl Castro ha quattro anni, precisamente quando è andato a un vertice all’estero.

Un giornalista peruviano di Prensa Alternativa – El Jota ha studiato a fondo le immagini delle manifestazioni che si sono svolte in dodici città con una partecipazione che va dalle 100 alle 500 persone e ha trovato che ovunque gli slogan erano assolutamente identici e privi di qualsiasi lamentela rispetto a ciò che avrebbe dovuto innescare la protesta come ad esempio carenza di medicinali o di generi alimentari. Inoltre il più gettonato di tali slogan – “Cuba Decide” appartiene a una campagna della Fundación para la Democracia Panamericana , una ONG ricca di risorse con sede a Miami che mira al cambio di regime a Cuba in alleanza col famigerato National Endowment for Democracy . Ora non c’è dubbio che alcuni, abbiano partecipato spontaneamente alle manifestazioni, – si tratta però di 5000 persone in tutta l’isola,  ma i fatti di cui sopra indicano che le manifestazioni stesse erano pianificate, organizzate e preparate. Ora è mai possibile che qualche migliaio di dimostranti a Cuba diventi una notizia planetaria, mentre rimangano notizie assolutamente marginali i disordini degli ultimi giorni in Sudafrica che hanno provocato la morte di oltre 70 persone o le centinaia di milioni di contadini che hanno protestato in India per mesi  o l 44 morti e i 500 scomparsi in Colombia vittime degli squadroni della morte (fondati a suo tempo da Biden). 

Inoltre mentre poche migliaia di persone comparse per qualche ora un giorno di luglio e poi scomparse fanno notizia non viene nemmeno detto che Cuba è l’unico piccolo paese al mondo che ha sviluppato i propri vaccini contro il COVID-19. E che sarebbe interessante sapere un’altra cosa che non viene detta, ossia come mai l’isola ha 12 volte meno morti per Covid rispetto agli Stati Uniti, nonostante la sua terribile situazione economica e la mancanza di medicinali. Ecco un vera e clamorosa notizia per un’informazione non venduta. E infatti non compare da nessuna parte, mentre i soliti gusanos alla Gramellini recitano le loro bugiardi litanie a comando.

da qui

 

 

 

 

Il problema di Cuba sono gli Stati uniti - Branko Marcetic

 

L'economia cubana è certamente afflitta da questioni indipendenti dalla politica statunitense, ma i mali più acuti sono l'effetto schiacciante del blocco che la assilla da sessant'anni e della strategia di «massima pressione» condotta da Trump

 

«Danno sempre la colpa agli Stati uniti», ha detto questa settimana il senatore repubblicano della Florida Marco Rubio al senato. «L’embargo, la prima cosa che incolpano, è l’embargo. ‘L’embargo sta causando tutto questo’».

Non è passato molto tempo da quando l’Assemblea generale delle Nazioni unite ha votato per il ventinovesimo anno consecutivo la condanna al sessantennale embargo degli Stati uniti contro Cuba – un voto 184 a 2 che ha visto i governi degli Stati uniti e di Israele opporsi al resto del mondo – e nel paese sono scoppiate massicce proteste causate dalla carenza di cibo e medicine. Un coro di voci, che va da Bernie Sanders ad altri progressisti del Congresso fino all’ex presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva e al presidente messicano Andrés Manuel López Obrador, ha puntato il dito contro gli effetti della politica statunitense di lunga data e chiesto che finalmente si faccia un passo indietro.


I sostenitori del cambio di regime come Rubio si sono contrariati. Per loro, l’embargo è irrilevante rispetto a ciò che sta accadendo ora nel paese, che sarebbe invece 
l’esito di «sei decenni di sofferenza sotto il socialismo e il comunismo totalitari». Com’era prevedibile, la loro risposta preferita alle attuali proteste non comporta la fine dell’embargo. Ma la realtà è che l’«embargo» degli Stati uniti – o il blocco, più precisamente – è stato progettato per intensificare la povertà e incoraggiare i disordini sociali a Cuba. Per decenni, il blocco ha soffocato l’economia del paese e privato i cubani dell’accesso a beni di prima necessità come le forniture mediche, il suo successo nel creare miseria si è intensificato con la caduta dell’Unione Sovietica, la pandemia di Coronavirus e quattro anni di «massima pressione» sotto la presidenza Trump.

Ottanta democratici della Camera all’inizio di quest’anno hanno detto a Joe Biden che basterebbe «un tratto di penna», per cancellare le azioni di Trump, «assistere le famiglie cubane in difficoltà e promuovere un approccio più costruttivo tornando prontamente alla politica dell’amministrazione Obama-Biden di coinvolgimento e normalizzazione delle relazioni». Questa ovvia linea d’azione è solo il minimo che Washington dovrebbe fare. Il blocco degli Stati uniti è una guerra economica non dichiarata contro Cuba che prosegue da generazioni, una guerra che è costantemente fallita anche alle sue condizioni, infliggendo un enorme dolore ai cubani.

La guerra non dichiarata

Il blocco degli Stati uniti contro Cuba è stato una parte fondamentale della lunga guerra di Washington contro quel paese, lanciata poco dopo che, nel 1959, Fidel Castro guidò la rivoluzione che rovesciò la dittatura militare sostenuta dagli Stati uniti. All’inizio non c’era tutta questa ostilità. L’amministrazione Eisenhower aveva adottato pubblicamente un atteggiamento prudente nei confronti del nuovo governo. Incontratosi con Castro per tre ore e mezza, l’allora vicepresidente Richard Nixon gli disse, come recitava il comunicato post-riunione, «che era responsabilità di un leader non seguire sempre l’opinione pubblica, ma aiutarla a dirigerla in modo appropriato, non per dare alle persone ciò che pensano di volere in un momento di stress emotivo, ma per farle desiderare ciò che dovrebbero avere». Con una sfumatura di rammarico, Nixon raccontava che «la preoccupazione principale di Castro era lo sviluppo di programmi per il progresso economico».

Nel settembre di quell’anno, mentre Castro ridimensionò la proprietà privata dei terreni agricoli e si preparò a nazionalizzare l’industria di proprietà straniera, l’ambasciatore statunitense nel paese espresse «seria preoccupazione per il trattamento riservato agli interessi privati statunitensi a Cuba». Il mese successivo, il presidente Dwight Eisenhower approvò un programma a sostegno di elementi anticastristi, inclusi esuli cubani che organizzarono incursioni nel paese e, in seguito, campagne di sabotaggio e bombardamento foraggiate dagli Stati uniti, nella speranza che avrebbero rovesciato Castro facendolo apparire come la causa della sua stessa rovina. A dicembre, un capo divisione della Cia suggerì di «prendere in attenta considerazione l’eliminazione di Fidel Castro».

La Guerra fredda conferì a questa missione statunitense un’urgenza in più. Eisenhower avvertì i sovietici nel 1960 che il suo governo non avrebbe tollerato «l’instaurazione di un regime dominato dal comunismo internazionale nell’emisfero occidentale», in linea con la dottrina di lunga data di Washington secondo cui il governo degli Stati uniti sarebbe intervenuto nei paesi dell’emisfero se avessero contrastato gli interessi statunitensi. Sperando di fermare la diffusione del «castrismo» e per farla finita con Cuba, Washington fece pressioni su altri paesi dell’America Latina per interrompere i rapporti diplomatici, i viaggi e le spedizioni di armi nel paese, minacciando di sospendere gli aiuti militari e di comminare altre sanzioni a coloro che non lo avessero fatto, arrivando al punto di espellere Cuba dall’Organizzazione degli Stati americani. Dopo aver fatto pressioni con successo sulle banche europee e canadesi per annullare e rifiutare i prestiti al governo cubano, nell’ottobre 1960 iniziò quella che fu definita la «quarantena» statunitense sul paese, che vietava tutte le esportazioni a Cuba, a parte cibo e forniture mediche, e nel giro pochi anni riguardò tutto il commercio, le importazioni e persino le merci da paesi terzi contenenti prodotti cubani. Nel 1963, sotto John F. Kennedy, il blocco per come lo conosciamo oggi era pienamente in vigore.

Non fu cosa da poco. Un blocco – diverso da un embargo, visto che includeva le importazioni e cercando di costringere paesi terzi – è una forma di guerra che, secondo il diritto internazionale, dovrebbe avvenire solo durante il conflitto armato. Non a caso i giuristi hanno sostenuto che il blocco di Cuba è una grave violazione del diritto internazionale, non ultimo per il fatto che mira esplicitamente a forzare un cambio di governo. Persino i consulenti legali del governo degli Stati uniti stabilirono nel 1962 che «poteva essere considerato da Cuba e da altre nazioni del blocco sovietico come un atto di guerra».

Allo stesso modo in cui Nixon avrebbe reagito nel 1973 di fronte all’elezione di un governo socialista in Cile ordinando alla Cia «Fate urlare l’economia», i politici statunitensi speravano apertamente che impoverire e affamare il popolo cubano li avrebbe portati a rovesciare Castro. «Bisognerebbe utilizzare ogni strumento per indebolire la vita economica di Cuba», scrisse un funzionario del Dipartimento di Stato nel 1960, al fine di «provocare la fame, la disperazione e il rovesciamento del governo». Eisenhower affermò più chiaramente: «Se (il popolo cubano) ha fame, caccerà Castro».

Il giro di vite

Essendo il partner commerciale più grande e più vicino di Cuba, l’economia risentì immediatamente della fine ai traffici con gli Stati uniti. La quota delle esportazioni cubane verso gli Usa crollò da oltre il 60% negli anni Cinquanta a meno del 5% nel 1961, mentre da circa il 70% delle importazioni nel paese dagli Stati uniti registrati fino alla fine degli anni Cinquanta si arrivò a meno del 4%. Nel 2018, un’agenzia delle Nazioni unite calcolò che l’embargo era costato a Cuba più di 130 miliardi di dollari in sei decenni, un dato significativo per un paese il cui Pil medio annuo è solo una frazione di quella somma.

È stato il blocco sovietico a mantenere a galla l’economia cubana per decenni, sia attraverso miliardi di sussidi annuali sia riempiendo il vuoto commerciale lasciato dagli Stati uniti, diventando responsabile del 79-90% del commercio estero. Dal carburante, ai macchinari e ai componenti, ai fertilizzanti, ai pesticidi e persino ai grassi usati per fare il sapone, le risorse che hanno permesso alla vita e all’economia di Cuba di funzionare normalmente avvenivano per l’integrazione di Cuba in un campo comunista più ampio. La dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 è stato il più grande dei numerosi shock che hanno colpito l’economia cubana in quel decennio, rendendola più vulnerabile che mai al blocco degli Stati uniti. Il Pil è crollato del 35%, mentre la produzione agricola e la capacità manifatturiera sono crollate rispettivamente del 47 e del 90%. L’edilizia e il trasporto passeggeri sono crollati di oltre il 70% ciascuno, mentre le code per il cibo, le ore senza acqua corrente e i blackout sono parte della vita quotidiana. Il sapone improvvisamente doveva essere razionato, i cubani hanno dovuto accontentarsi di quattro miseri pezzi all’anno.

Annusato l’odore del sangue, i legislatori statunitensi si sono mossi per uccidere. Non appena il commercio cubano con le società controllate statunitensi aumentò bruscamente sulla scia del crollo sovietico, il Congresso degli Stati uniti ha approvato l’anno successivo il Cuban democracy act per mettere al bando la prassi, nonostante la posizione contraria della Comunità Europea e di altri alleati, e portando alla cancellazione di decine di accordi commerciali con il paese. Inoltre, la legge ha vietato per la prima volta la vendita di cibo (poi abrogata, in qualche modo) e creato un regime di licenza per medicinali e attrezzature mediche così oneroso da porre di fatto fine al commercio medico con il paese. I legislatori statunitensi, a quanto pare, non hanno avuto problemi con la pesante ingerenza del governo nel settore privato, purché fosse al servizio del rovesciamento di un governo che non gradivano.

Allo stesso modo, l’Unione europea si è opposta alla legge Helms-Burton del 1996, che ha tolto l’autorità per il blocco al presidente e l’ha data al Congresso, praticamente blindandola. Oltre a fare della rivoluzione una condizione di incompatibilità, ha ulteriormente scoraggiato gli investimenti stranieri a Cuba, ad esempio negando i visti statunitensi ai rappresentanti di aziende che fanno affari con proprietà statunitensi confiscate. Ciò accadeva nonostante solo un anno più tardi le agenzie militari e di intelligence statunitensi avessero certificato che «Cuba non rappresenta una minaccia significativa per la sicurezza degli Stati uniti o di altri paesi della regione» e il Pentagono fosse arrivato alle conclusioni l’anno successivo.

Gli effetti di tutto ciò, come si può immaginare, sono stati brutali. Dopo un’indagine durata un anno, l’Associazione americana per la sanità mondiale ha concluso nel 1997 che il blocco aveva «minato drammaticamente la salute e la nutrizione di un gran numero di comuni cittadini cubani» e «causato l’aumento significativo della sofferenza – e persino dei decessi – a Cuba» attraverso «carenze critiche anche delle medicine più basilari e dell’hardware medico».

Il rapporto forniva un quadro caotico: aumento delle malattie a causa di più acqua non trattata e meno sapone; ambulanze, altri servizi di emergenza e strutture sanitarie incapaci di funzionare correttamente a causa di interruzioni di corrente e mancanza di risorse come il carburante; alti tassi di anemia, carenza di ferro e denutrizione, l’ultima delle quali ha colpito il 22% della popolazione; e centinaia di farmaci fuori portata o solo a volte disponibili, aggravati dalle megafusioni farmaceutiche. Non sorprende che nel 1994 a Cuba ci siano stati disordini simili a quelli che stiamo vedendo ora.

La situazione di quell’anno fu accolta con soddisfazione dalla destra della Fondazione Heritage. Descrivendo con soddisfazione i racconti sulle madri che si dedicano al lavoro sessuale, le famiglie che sopravvivono con un pasto al giorno e il ritorno di malattie come la malaria, esortarono il governo degli Stati uniti a mantenere il blocco fino al crollo del governo di Castro e negare una «provvidenziale valvola di sicurezza«» respingendo i rifugiati cubani. Segnalavano che questa condotta politica avrebbe probabilmente condotto a una maggiore repressione per il popolo cubano e forse si sarebbe conclusa con «sangue, conflitti armati e caos», prima di concludere, senza traccia di ironia, che «gli Stati uniti non devono abbandonare il popolo cubano e rilassare o revocare l’embargo commerciale».

Quindi, quando Marco Rubio dice oggi che «la carenza di cibo, medicine e gas non è purtroppo una novità a Cuba», ha ragione: il blocco più lungo della storia moderna ha assicurato che questi problemi persistevano da molto tempo. Che Cuba abbia resistito a tutto questo è una testimonianza di ciò che è possibile ottenere con un governo che assume un ruolo attivo durante le crisi e cerca di garantire la sicurezza economica. Con l’inevitabile restringimento della cintura, il governo ha lanciato un programma di «austerità umanitaria», con importanti tagli al settore statale ma aumento della spesa sanitaria e sociale, e cibo, vestiti e altri beni razionati per dare priorità ai gruppi vulnerabili come le donne incinte e gli anziani.

Sabotaggio economico

Eppure queste misure temporanee hanno i loro limiti, come stiamo vedendo. L’economia di Cuba è certamente afflitta da gravi questioni separate dalla politica statunitense, ma i mali più acuti sono guidati in modo schiacciante da due fattori: la strategia di «massima pressione» dell’amministrazione Trump e la pandemia.

Durante i suoi quattro anni alla Casa bianca, Trump ha firmato più di duecento direttive volte a danneggiare l’economia cubana. Ha fortemente limitato le rimesse (per ogni membro della famiglia a un massimo di 1.000 dollari a trimestre) prima di vietarle definitivamente. Ha inoltre vietato ai viaggiatori statunitensi di effettuare qualsiasi transazione con entità legate ai servizi militari e di intelligence e di sicurezza, in pratica un attacco sia alla capacità di Cuba di attirare investimenti stranieri che alla sua cruciale industria turistica, dato il pesante coinvolgimento del conglomerato di affari dei militari in quello che, secondo una stima, interessa il 60% dell’economia. E ha imposto sanzioni alle compagnie di navigazione e alle navi che trasportano petrolio a Cuba dal Venezuela, oltre a un embargo già esistente sul paese che ha sovvenzionato e fornito un terzo del consumo di petrolio di Cuba nel 2019.

L’impatto è stato rapido e netto. L’obiettivo delle esportazioni di petrolio del Venezuela ha portato a un maggiore razionamento dell’energia, alla carenza di prodotti per l’igiene personale che il governo non può permettersi dal momento che acquista carburante sul mercato e sostituiscono i trattori con i buoi nelle fattorie. Gli attacchi di Trump alle rimesse hanno portato all’eventuale chiusura della Western Union sull’isola, mettendo in pericolo centinaia di migliaia di famiglie cubane. Dopo l’incremento del turismo dell’era Obama, le varie restrizioni ai viaggi di Trump, incluso il divieto alle crociere nel 2019, hanno portato il calo del numero di turisti per la prima volta in un decennio, del 9,3% nel periodo 2018-2019 e quasi del 20% nell’anno successivo. Con il calo dei visitatori statunitensi del 70%. Inoltre, la diminuzione delle rimesse e del turismo ha privato il paese delle principali fonti di valuta pregiata. Ciò ha causato l’ulteriore lotta del governo nel pagare i creditori esteri, ha ostacolato la sua capacità di importare dal 60 al 70% delle scorte di cibo che riceve dall’estero e ha motivato l’apertura di costosi negozi in dollari che sono stati uno dei motivi della rabbia che guida le proteste in corso.

Anche se può essere vero che il blocco degli Stati uniti tecnicamente non si applica più al cibo né impedisce il commercio con altri paesi, la rete di sanzioni sovrapposte di Washington ha di fatto impedito entrambi facendo di tutto, dal privare Cuba del petrolio e della valuta estera, al paralizzare la sua economia più in generale e costringere al duro mercato estero degli acquisti.

Tutto questo sarebbe stato abbastanza difficile da affrontare nel migliore dei casi. Ma nel 2020, Cuba, come il resto del mondo, ha visto la sua economia ulteriormente devastata dalla pandemia di Coronavirus che ha esacerbato tutti questi problemi: ha bloccato il turismo, ha soffocato ulteriormente l’ingresso di valuta forte, ha aggravato la penuria di cibo e causato perdite di posti di lavoro che hanno reso i cubani sempre più dipendenti dalle rimesse estere che Washington è determinata a soffocare. Nel corso dell’anno, il paese ha visto la sua economia decrescere dell’11%.

Poiché la pandemia amplifica la devastazione del blocco statunitense, il blocco ha a sua volta reso più difficile per Cuba gestire la pandemia. Nel luglio 2020, un relatore speciale delle Nazioni unite ha sancito che il blocco stava «ostacolando le risposte umanitarie per aiutare il sistema sanitario del paese a combattere la pandemia di Covid-19». Tra le altre cose, il blocco ha fermato gli aiuti medici e i trasferimenti di denaro da società e organizzazioni umanitarie estere, ha negato ai cubani la possibilità di utilizzare Zoom, ha precluso l’acquisto di macchine per la ventilazione e causato una carenza di questi e dei dispositivi di protezione individuale (Dpi), mentre ha impedito una donazione per affrontare la pandemia da parte dell’uomo più ricco della Cina.


Oxfam 
riferisce che il blocco ha avuto un «effetto drastico sull’industria dei vaccini di Cuba», rendendo difficile ottenere le materie prime necessarie. Anche così, l’investimento generoso e a lungo termine dello stato nell’assistenza sanitaria e nell’istruzione ha permesso di sviluppare il proprio vaccino anti-Covid, per poi dover affrontare una carenza di siringhe, visto che il blocco ne rende difficile l’acquisto dai produttori.


È sempre il blocco che ha guidato la rinascita della pandemia sull’isola, grande motore delle attuali proteste. La stretta economica ha spinto una Cuba disperata a riaprire il paese al turismo a novembre, il che, combinato con
 la carenza di mascherine e di 20 milioni di siringhe, ha portato a un aumento delle infezioni. Tuttavia, è facile per i Rubio del mondo sostenere che «la disastrosa risposta al Covid del regime è il prevedibile risultato di un governo corrotto» mentre suonano i tamburi del cambio di regime, quando, anche con lo sforzo determinato di Washington per sabotare la ripresa dalla pandemia di Cuba, la sua risposta – con 1.608 morti al 12 luglio – non si avvicina nemmeno alla morte di massa di cittadini statunitensi progettata da Rubio e da quelli come lui durante la pandemia.


Naturalmente, niente di tutto questo è importante per i politici di Washington che non ci pensano due volte a far morire di fame e uccidere casualmente persone straniere, sia con bombe che con sanzioni economiche. Ma l’ironia è che il blocco ha avuto un effetto devastante sul settore privato di Cuba, che dipende fortemente dal turismo e dai viaggi negli Stati uniti per acquistare materiali. Ciò non è particolarmente positivo nemmeno per l’industria statunitense, visto che il blocco 
si stima costi alle imprese e agli agricoltori statunitensi quasi 6 miliardi di dollari l’anno in entrate dalle esportazioni. Né è popolare. Per anni, i sondaggi hanno mostrato che la maggioranza degli statunitensi, persino una maggioranza oscillante di cubani statunitensi nel sud della Florida, chiede la fine del blocco, probabilmente rendendosi conto che è sia disumano sia, dopo quasi sessant’anni, inefficace.


Sfortunatamente, fedele 
all’approccio alla politica estera di Trump, Biden ha tradito le promesse elettorali e sta continuando con fermezza la politica di Trump, allontanandosi dall’approccio di successo dell’amministrazione democratica di cui è stato parte. Nonostante si appelli «al regime cubano per ascoltare la loro gente e soddisfare i loro bisogni», Biden si rifiuta di revocare le restrizioni di Trump sulle rimesse da cui dipendono più che mai quei cubani.

Opera di Washington

I disordini della scorsa settimana a Cuba non possono essere compresi appieno al di fuori del contesto del blocco. Niente di tutto ciò assolve il governo cubano per la sua repressione dei dissidenti, o per gli errori commessi nel corso della gestione economica del paese. Ma mettere l’accento sulla sua «economia pianificata in stile sovietico e centralizzata» e sull’insufficiente zelo nelle riforme del mercato come causa dei mali del paese, e non sul più di mezzo secolo di guerra condotta dalla più grande potenza mondiale, è quantomeno fuorviante.

A parte il sadismo e l’arroganza imperiale, non c’è una buona ragione per continuare il blocco contro un paese che non rappresenta una minaccia per gli Stati uniti e che crea una miseria schiacciante per la gente comune che figure come Donald Trump e Joe Biden dicono di difendere. Anche se rimuoverlo completamente sarà un compito difficile, che richiede il voto del Congresso, il presidente da solo potrebbe almeno annullare le politiche di Trump che lui stesso una volta ha riconosciuto essere un fallimento abominevole. Non fare nulla servirà solo a dimostrare quanto siano vuote le parole dell’establishment in difesa dei diritti umani.

*Branko Marcetic è staff writer di JacobinMag. Vive a Toronto, in Canada. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

https://jacobinitalia.it/il-problema-di-cuba-sono-gli-stati-uniti/