un romanzo che parte piano piano, poi cresce a livelli altissimi, intensi, indimenticabili.
una storia di amore e resistenza (inalienabile diritto/dovere), pubblicata nel 2020, quando la situazione della Palestina era insostenibile.
oggi il genocidio, la pulizia etnica e l'occupazione fanno sembrare la situazione di un decennio fa, già insostenibile, quasi invidiabile.
Nahr sta in una cella "tecnologica", in una di quelle prigioni israeliane dove si tortura col plauso del mondo occidentale, e ricorda e ripercorre tutta la sua vita avventurosa e innamorata.
un libro da non perdere, Susan Abulhawa non delude mai.
Nahr è rinchiusa nel Cubo: tre metri quadrati di cemento
armato levigato, privata di ogni riferimento di tempo, con i suoi sistemi di
alternanza luce e buio che nulla hanno a che vedere con il giorno e la notte.
Vanno a trovarla dei giornalisti, ma vanno via a mani vuote, perché Nahr non
condividerà la sua storia con loro. Il mondo lì fuori chiama Nahr una
terrorista e una puttana; alcuni forse la chiamerebbero una rivoluzionaria o un
esempio. Ma la verità è che Narh è sempre stata molte cose e ha avuto molti
nomi. Era una ragazza che ha imparato, presto e dolorosamente, che quando sei
un cittadino di seconda classe l'amore è un solo tipo di disperazione; ha
imparato, sopra ogni cosa, a sopravvivere. Cresciuta in Kuwait, è una ragazza
arrivata in Palestina con le scarpe sbagliate e che, senza andare a cercarseli,
trova scopi, passione politica, amici. E trova un uomo dagli occhi scuri,
Bilal, che le insegna a resistere; che prova a salvarla ma quando è già troppo
tardi. Nahr si mette seduta nel Cubo e racconta la storia a Bilal. Bilal che
non è lì, che forse non è più neanche vivo, ma che è la sua unica ragione per
uscire fuori.
Come già prima, Ogni mattina a Jenin, questo libro resta nel
cuore. La storia della Palestina, terra antica e martoriata, non può non farci
riflettere su questa ingiustizia che da tanti anni non conosce risoluzione.
Nello stesso tempo la forza e la dignità di questo grande popolo con
antichissime tradizioni e grandi valori non può non commuovere. Israele,
appoggiato dal mondo intero con un esercito fortissimo appare come un mostro
irragionevole e ottuso, la continua privazione dei diritti umani sotto gli
occhi del mondo intero, le tante risoluzioni dell'Onu di condanna non hanno
ancora prodotto dei risultati efficaci. E un libro da leggere che fa riflettere
molto, davvero toccante, consigliatissimo.
…Con un uso magistrale di flashback vividi e struggenti, non
ho potuto sottrarmi nel seguire la storia di Nahr: nata in Kuwait da una
famiglia palestinese profuga dal 1948, costretta a fuggire da un paese
all’altro (Iraq, Giordania, Palestina) alla ricerca di un luogo da poter
chiamare casa… Abbandonata dal marito e spinta in un mondo di feste clandestine
e sfruttamento sessuale, trova (ed è commovente) nella relazione con Um Buraq,
figura controversa ma profondamente umana, un legame che le insegna la sopravvivenza.
E nella danza, il suo rifugio e la sua identità più profonda.
La violenza subita, le etichette
imposte (“terrorista”, “prostituta”), il carcere senza processo: tutto si
stratifica nella voce di Nahr, che Abulhawa rende intensa e vibrante.
Non c’è sentimentalismo, ma una
lucidità feroce che ci obbliga a guardare in faccia la disumanizzazione, senza
mai perdere di vista la speranza…
Nahr è una donna da non
dimenticare.
Contro un mondo senza amore è un
romanzo che scuote, denuncia, ma soprattutto commuove. Una lettura necessaria
per chi vuole comprendere non solo un conflitto, ma il prezzo intimo e
personale della sopravvivenza in un mondo che sembra voler cancellare l’amore…
Lo consiglio alle donne, lo
consiglio agli uomini, lo consiglio ai ragazzi.
Non si può vivere senza il cuore
pulsante di Susan Abulhawa.
…Il tema principale di “Contro un mondo senza amore” è il popolo arabo,
con la sua storia, la sua cultura, le sue particolarità e anche le sue
contraddizioni: lo scopriamo attraverso le labbra della
protagonista, Nahr, esponente prescelta di un universo complicato e misterioso
che lei stessa decide di rivelarci solo a sprazzi.
Sembra rappresentativo infatti l’incipit stesso del romanzo: Nahr è chiusa
in una prigione di massima sicurezza, condannata per terrorismo. I giornalisti
occidentali entrano in punta di piedi nella sua realtà per farle domande
scabrose e rubarle un pezzo della sua storia: è vista come una creatura
pericolosa e incomprensibile.
Se Nahr è il mondo arabo, il Cubo è la
scatola dove l’Occidente tende a rinchiudere l’Oriente, fatta di
pregiudizi e preconcetti fondati dalla propaganda di determinate potenze
internazionali e dalla paura del diverso.
E infatti poi Nahr inizia il suo monologo interiore, raccontando la sua
storia (a se stessa, alle pareti del Cubo, ai fantasmi del suo passato) e ci
svela le sue mille sfaccettature: non è una terrorista, e nemmeno una povera
vittima, lei è molto di più.
È una danzatrice innamorata delle melodie orientali, che conosce e ama in
profondità; è una rifugiata fin dalla nascita, di sangue palestinese, cresce in
Kuwait circondata da persone di origini disparate, egiziani, yemeniti,
iracheni, siriani e iraniani; è stata una figlia, una sorella, una moglie, una
prostituta, un’amante, un’attivista, e tutte queste identità sono parti di lei
senza definirla completamente…
Il romanzo è una testimonianza sconvolgente delle violenze subite dal popolo palestinese e, allargando l'orizzonte, di quanto il mondo sia stato incapace di gestire questa tragedia. Sospendendo il giudizio sulla scelta di creare lo stato di Israele, si resta comunque attoniti di fronte alle atrocità commesse nei confronti di gente che viene ogni giorno minacciata nella sua incolumità, nel suo quotidiano, nei diritti più sacri che nei paesi democratici non vengono messi in discussione da decenni. Questo modo di convivere non può che generare odio, terrorismo, rancori inestinguibili, portando anche l'altra parte a commettere atrocità. La protagonista, costretta a spostarsi di terra in terra in un continuo esilio, sente di non avere radici da nessuna parte e finisce per aderire alla lotta nei confronti di uno stato che è nemico. Imprigionata per anni nel "cubo", una cella ad alta tecnologia, subisce un trattamento inumano per sedici anni, isolata dal mondo, senza più la cognizione del tempo. A tenerla in vita sono i ricordi di un'esistenza che fin dalla prima giovinezza si è rivelata durissima, in una parte dellaTerra in cui è ancora problematico essere donna. Davvero risulta inspiegabile come un popolo che ha attraversato il tunnel spaventoso della Shoah possa replicare metodi assai simili a quelli di chi ha tentato di sterminarlo su un altro popolo nella cui terra si è insediato: la storia, ancora una volta, sembra essere stata assai poco maestra di vita.
Un romanzo
potente, che ricostruisce il ritratto unico di una donna palestinese che, anche
imprigionata in una gabbia senza sbarre, rifiuta di essere una vittima.
Nahr è rinchiusa nel Cubo: nove metri quadrati di
cemento armato levigato, con sistemi di alternanza di luce e buio che nulla
hanno a che vedere con il giorno e la notte. Trascorre le sue giornate in
isolamento, e il mondo fuori la chiama terrorista e puttana; alcuni forse la
definiscono una rivoluzionaria o un esempio. Ma la verità è che Nahr è sempre
stata molte cose e ha avuto molti nomi. È una ragazza che ha imparato, presto e
dolorosamente, che quando sei un cittadino di seconda classe l’amore è solo un
tipo di disperazione; ha imparato, sopra ogni cosa, a sopravvivere. Cresciuta
in Kuwait da rifugiati palestinesi, arriva con le scarpe sbagliate in un paese,
la Palestina, che conosce a malapena e lì trova obiettivi, passione politica,
amici. Sogna di incontrare l’uomo perfetto, crescere il loro figlio e aprire un
salone di bellezza. Incontra invece gli occhi scuri di Bilal, che le insegna a
resistere, che prova a salvarla ma quando è già troppo tardi, quando
l’occupazione è ovunque e da quella vita Nahr non vede via di fuga.
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