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venerdì 6 marzo 2026

Attacco all’Iran: imperialismo, tirannia e auto-illusioni


Una riflessione di Karim Metref. A seguire un articolo di Gianluca Cicinelli. E riprendiamo da FB un messaggio di Antonella Bundu.

 

Una riflessione molto personale sui balli degli iraniani e sulle lacrime degli antimperialisti

di Karim Metref

Mentre la congrega criminale Stati Uniti-Israele prosegue il suo spietato attacco sulla regione dell’Asia sudoccidentale, questo palcoscenico globale in cui si è trasformato il mondo ci offre due immagini contrastanti: da un lato, iraniani che gioiscono per l’attacco contro il loro paese; dall’altro, persone impegnate nella difesa della libertà e della laicità che si stracciano le vesti per la morte dell’Ayatollah Supremo dell’Iran.

Sono due modi di vedere le cose che cerco di decifrare da anni. In apparenza sembrano opposti, ma, dalle conclusioni a cui sono giunto nelle mie umili riflessioni, condividono molte più somiglianze che divergenze.

 

Il nemico del mio nemico non è mio amico

Prima di tutto, vorrei sgombrare il campo da ogni equivoco: non credo minimamente nella motivazione umanitaria di qualsivoglia intervento politico, spionistico o militare messo in atto dalle potenze occidentali o orientali dalla Seconda guerra mondiale a oggi. Quello in corso in Iran rappresenta per me l’ennesimo atto di pirateria compiuto da Stati Uniti e Israele, sulla scia della distruzione del Vietnam, dell’Iraq, dell’Afghanistan, della Somalia, della Siria, della Libia e del genocidio in corso del popolo palestinese.

Dall’altro lato, non credo nemmeno che Gheddafi, Saddam Hussein. Assad o Khamenei siano stati leader virtuosi, che hanno fatto tanto bene ai loro popoli e che per questo sono odiati da un Occidente diabolico, causa di tutti i mali dell’umanità.

Non aderisco all’equazione matematica per cui il nemico del mio nemico è automaticamente mio amico. Posso avere due amici che si odiano tra loro, così come posso avere due nemici che, pur essendo in conflitto, nutrono entrambi ostilità verso di me o comunque non vogliono il mio bene.

Detto questo, torno al tema che volevo affrontare: perché alcuni amici originari di paesi del Sud del mondo – persone che non sono guerrafondai, né hanno simpatie fascistoidi, né sono nemiche del loro popolo – si mettono a ballare per le strade quando l’imperialismo israelo-statunitense o la NATO attacca la loro terra, rapisce o assassina i loro leader?

E ancora: perché amici che conosciamo come grandi difensori delle libertà democratiche nei paesi occidentali mostrano poi un’inspiegabile ammirazione per certi dittatori dei nostri paesi del Sud, arrivando a stracciarsi le vesti quando questi vengono assassinati, come se si fosse perso un grande rivoluzionario?

Se rivoluzione sarà, sarà altrove

Alcuni anni fa giravo l’Italia per raccontare una rivolta popolare che era in corso in Algeria all’epoca, chiamata “primavera nera del 2001”. I ragazzi della Cabilia erano per le strade, tutti i giorni, a petto nudo, pronti ad affrontare la violenza dei gendarmi che sparavano senza risparmio sui manifestanti, uccidendo più di cento ragazzi e ferendone decine di migliaia.

I media italiani e internazionali scelsero il silenzio. Non raccontarono quell’insurrezione. L’Algeria stava privatizzando lo sfruttamento delle sue enormi riserve di idrocarburi e tutti volevano una fetta della torta. Di conseguenza, nessuno osava offendere il governo del presidente Bouteflika, che distribuiva concessioni e contratti succulenti a pioggia: non si morde la mano che ti nutre. Ancora meno quella che ti apre i rubinetti del petrolio.

Gli unici che, fin da subito, si erano entusiasmati per quella rivolta popolare – orizzontale, senza leadership, partita dal basso, dai ragazzi senza lavoro e senza futuro – erano gli anarchici. Tutta la galassia dei gruppi anarchici, dei centri sociali e delle occupazioni a loro vicine si mobilitò, organizzando incontri, dibattiti, conferenze e proiezioni in tutta Italia. Con alcuni amici, di una associazione amazigh che avevamo creato all’epoca a Torino, abbiamo percorso il paese in lungo e in largo per raccontare quello che succedeva nella nostra terra.

Ben presto mi accorsi che erano contenti di ascoltarci raccontare quella rivolta solo a patto che confermassimo l’idea che si erano fatti: che si trattasse cioè di una sorta di rivoluzione anarchica. Che quella rivolta orizzontale, senza leader, che aveva cacciato via i politici e i partiti tradizionali, che voleva distruggere le caserme dei gendarmi, fosse una manifestazione di anarchismo spontaneo. E che il suo obiettivo ultimo fosse quello di smantellare lo Stato per realizzare l’ideale anarchico di una società senza Stato.

E’ vero che il sistema tradizionale cabilo è una sorta di società anarchica, in cui ogni comunità funzionava come un piccolo Stato dotato di democrazia diretta e partecipata – almeno per i maschi adulti. È indubbio anche che, in un momento di smarrimento e di perdita di credibilità del sistema politico tradizionale, i cabili abbiano fatto appello a un sistema di organizzazione ancestrale basato sulla democrazia diretta e sulla partecipazione popolare.

Tuttavia, gli stessi attivisti della rivolta dichiaravano che quella fase era solo transitoria, necessaria per correggere il sistema e le istituzioni della Repubblica in Algeria, non per abolirla. Io continuavo a raccontare quella storia –sbagliando su molte cose, come ho capito con il senno di poi. Ma raccontarla come mi sembrava realmente fosse e non come altri volevano vederla, mi portò a subire alcuni attacchi da parte degli organizzatori degli incontri. E Dopo l’uscita nel 2002 del film “Il ritorno degli Aarch”1, fui definitivamente escluso da quel ciclo di conferenze e incontri, che proseguì con altri attivisti, più allineati sulla visione dei compagni italiani.

Questo accadeva nella sfera anarchica. All’altra estremità del ventaglio della galassia della sinistra, nel campo antimperialista di stampo staliniano, mentre Bouteflika riconsegnava le riserve energetiche alle multinazionali, si continuava a sognare quell’Algeria intesa come “Mecca dei Rivoluzionari” di tutto il mondo, quella degli anni Sessanta e Settanta. E chiunque, come noi, osasse dire che le cose in Algeria andavano male diventava automaticamente un agente del capitalismo mondiale.

Ostaggi del benessere

Quell’esperienza mi portò a riflettere sul rapporto che la classe media colta – di sinistra, ma non solo – intrattiene con la narrazione del mondo e con il desiderio di libertà e diritti.

Franz Fanon, ne I dannati della terra2, sosteneva che solo abbandonando le città per rifugiarsi nelle campagne, ed entrando in contatto con “le masse contadine, e in particolare i contadini senza terra”, l’attivismo dei giovani intellettuali indipendentisti può trasformarsi in una guerra rivoluzionaria.

Fanon osserva che nelle città l’attivismo politico e sindacale dei colonizzati urbani non riesce a essere abbastanza radicale da trasformarsi in una vera guerra di liberazione. Questo dipende, secondo lui, dal fatto che la popolazione indigena urbana – operai, insegnanti, funzionari pubblici – ha acquisito alcuni privilegi. Pochi, forse, ma sufficienti ad assaggiare il sapore del benessere. E una volta assaporato, l’obiettivo diventa aumentarli, non metterli in discussione.

La stessa cosa si potrebbe dire, a mio parere, delle classi medie colte nel mondo di oggi.

Dagli anni Sessanta in poi, dopo la vittoria delle ultime lotte per le indipendenze, non si è più ripetuta quell’unione – magica ed effimera – tra élite intellettuali e masse lavoratrici per contrastare con la rivoluzione il potere politico e militare dei ricchi. L’unico moto rivoluzionario vincente è stata la rivoluzione iraniana, che però venne presto recuperata dal clero sciita e dagli ultraconservatori.

Per quanto riguarda il mondo occidentale, l’assenza dell’energia necessaria per rovesciare i poteri economici e politici capitalistici in posto è legata anche a ciò che viene celebrato come grande conquista dei movimenti operai: lo Stato del welfare.

Bob Marley, credo, diceva che dai paesi ricchi si guarda al Sud del mondo come a una prigione, perché lì non si hanno tutti i privilegi di uno Stato moderno. Ma forse, suggeriva il poeta giamaicano, la vera prigione per i cittadini dei paesi ricchi sono proprio quei privilegi.

L’aiutante magico

Le classi medie colte dei paesi ricchi sanno che questo mondo in cui viviamo è ingiusto. Sanno che la ricchezza dei ricchi è costruita sulla povertà dei più poveri. Sanno dell’ingiustizia del colonialismo e poi del neocolonialismo. Sanno che il sovrasfruttamento del pianeta porta alla rovina di tutti. Sanno delle guerre neocoloniali, delle speculazioni delle banche che strozzano intere popolazioni. Sanno tutto.

Ma non si oppongono, perché hanno troppo da perdere. Lo stesso sistema che distrugge altri popoli e devasta il pianeta è quello che garantisce loro la casa, il riscaldamento, l’auto, le ferie, il buon cibo, le cure gratuite, la pensione, una buona scuola per i figli.

Allora la rivoluzione non si fa – abbiamo troppo da perdere – ma la si continua a sognare. Non saremo noi a farla, perché noi stiamo bene. Saranno i paesi poveri a farla per tutti. E così si proiettano i desideri di rivoluzione su qualche leader: Che Guevara, Mao, Ho Chi Minh, Castro, Chávez, Gheddafi. Si arriva persino a trasformare in rivoluzionario anche Putin – che nel frattempo finanzia e sostiene partiti fascisti in giro per il mondo e persino l’ayatollah Khamenei.

Nelle fiabe tradizionali esiste una forma di aiuto che arriva quando ogni via di salvezza sembra preclusa. Vladimir Propp, l’antropologo russo, massimo specialista della struttura del linguaggio fiabesco, lo chiamò “l’aiutante magico”3. È quella formica, quell’uccellino, quell’essere apparentemente piccolo e senza forza che il protagonista ha aiutato in qualche modo, o verso il quale ha dimostrato tenerezza o generosità, e che all’improvviso si trasforma in una forza salvifica.

Così funziona anche per certi leader terzomondisti: quelli che con fatica hanno liberato qualche piccola nazione un tempo colonia, per magia si trasformano -nell’immaginario di molti- in guide supreme pronte a condurre i popoli del mondo verso la libertà. Che poi trattino i loro stessi popoli come merda, en passant, è solo un piccolo dettaglio.

“I paesi latinoamericani hanno bisogno sempre di una figura forte al potere”, mi disse una compagna peruviana, un giorno. È una frase che ho sentito spesso ripetere anche da europei bianchi, non particolarmente razzisti.

“Ma ti rendi conto”, le dissi, “che stai ripetendo pari pari uno dei peggiori luoghi comuni infantilizzanti del pensiero colonialista? Il bianco evoluto sarebbe adatto alla democrazia, mentre il povero indigeno avrebbe sempre bisogno di essere comandato con il bastone”.

Non essendo stupida, ma solo priva di esperienza, la ragazza si rese conto subito dell’aberrazione delle sue affermazioni. Molti amici europei, invece, continuano a pensarla così.

Lontani dal popolo

Nei paesi del Sud del mondo il fenomeno che si è verificato è molto simile a quello dei paesi ricchi, ma ha riguardato in buona parte soltanto la classe media istruita. Dopo le indipendenze, le famiglie della classe media hanno preso possesso delle città, delle amministrazioni, del potere – se non politico, almeno amministrativo. La loro situazione è migliorata enormemente, mentre la maggior parte del popolo è rimasta molto povera. Questo divario ha progressivamente creato, e poi allargato, una frattura tra le classi.

Questo fossato separa la classe istruita dalla popolazione povera e con un basso livello culturale. Le persone colte che sono rimaste progressiste continuano a sognare progresso per tutti, libertà e benessere condiviso. Ma non avendo modo di dialogare con il popolo, e quindi di costruire un progetto rivoluzionario dal basso –barricati come sono nei loro quartieri residenziali, nei bar esclusivi e negli uffici con l’aria condizionata– proiettano il loro desiderio sul regime in carica.

Sarà il leader a portare il paese verso il progresso.

E se il leader si rivela un vigliacco venduto alle multinazionali o un tiranno megalomane, violento e corrotto – come è successo la maggior parte delle volte – allora riversano tutte le loro speranze sull’intervento esterno: ci libererà la NATO, o ci libererà Putin, o lo Spirito Santo.

Il vero lavoro rivoluzionario di costruzione dei movimenti dal basso – stare con i poveri, dare loro istruzione, orientamento politico e culturale – lo hanno fatto, negli ultimi decenni, i fascisti di ogni estrazione: integralisti musulmani, cristiani, induisti ed ebrei, ultranazionalisti di ogni dove. Ed è per questo che stanno fiorendo regimi conservatori, xenofobi, razzisti, violenti e intolleranti ovunque.

Ciò che è male per te può essere buono per me?

È pieno di contraddizioni il rapporto tra la classe media di sinistra dei paesi del Sud e le potenze imperialiste della NATO. Tutti sanno bene che l’intervento della NATO nei paesi aggrediti negli ultimi sessant’anni è sempre andato a favore delle multinazionali e del dominio delle ex potenze coloniali sulle risorse del Sud del mondo e mai a favore della popolazione. Ma quando si tratta del proprio paese, ecco che ci si convince che possa portare a un netto miglioramento grazie all’eliminazione del tiranno di turno.

Ero in Iraq nel 2004-2005, quando gli esuli iracheni rientrarono dall’estero con il cuore pieno di speranza, per vedere poi il loro paese sprofondare progressivamente nel caos. Un caos, in buona parte, programmato dalle potenze “liberatrici” – o dai loro alleati locali.

In quel periodo ho conosciuto amici siriani scandalizzati dall’invasione anglo-americana dell’Iraq. Alcuni andarono persino a combattere come volontari nelle fila della resistenza irachena per qualche tempo.

Quando toccò alla Libia, vidi alcuni amici libici – gli stessi che ieri erano contro l’invasione dell’Iraq e oggi contro l’aggressione all’Iran – fare il tifo per i bombardamenti franco-britannici e per l’abominevole linciaggio di Gheddafi.

Quando toccò alla Siria, iracheni e libici erano contro l’aggressione camuffata da guerra civile, orchestrata da una schiera di potenze locali (Israele, Turchia, paesi del Golfo) e internazionali (USA, Gran Bretagna, Francia). Eppure i miei amici antiimperialisti siriani erano molto contenti. Fuggiti all’estero, per la maggior parte, perché non in grado di sopravvivere al drago integralista creato dai Ben Saud e ben nutrito da Erdogan, ma comunque felici per l’imminente caduta del tiranno.

E ho visto, per le strade di Torino, ballare militanti – uomini e donne di sinistra, laici – per l’improvvisa ascesa al potere del macellaio oscurantista Al-Charaa. In questi giorni sono amici iraniani quelli che ballano.

Ecco la tragica situazione in cui ci ha gettato il naufragio universale della sinistra. Non il naufragio del pensiero – perché il pensiero ancora c’è, forte e giusto – ma quello delle persone che vi aderiscono idealmente senza voler accettare che per fare una rivoluzione, violenta o non violenta che sia, bisogna pur sacrificare qualcosa: soldi, benessere, sicurezza, tempo, energia. Qualche volta bisogna sacrificare tutto: la vita.

Finché non accettiamo questo fatto. Dico noi, perché in questo naufragio ci metto anche me stesso. Finché non lo accettiamo, saremo solo dei poveri sognatori.

Nessuno uccellino magico

Ma lo statuto di sognatore, seduto al calduccio a immaginare grandi rivoluzioni, è anche il mio. Non ne sono molto fiero, ma è mio. Il mio quindi non è un giudizio. Non giudico chi non fa niente. Non butto la pietra come raccomandava quell’altro compagno rivoluzionario di Nazareth.

Non giudico, non prendo in giro chi sogna. Soprattutto, non mi permetto di prendere in giro da osservatore esterno chi vive gli eventi sulla propria pelle, o sulla pelle dei propri cari.4 Ma almeno mi sforzo di non cercare nessun aiutante magico. Non ce n’è. Nessun uccellino, nessuna formica magica ci salverà. Se non ci salviamo da soli.

Quindi non aspetto che l’Algeria sia liberata da Trump o da Macron, nel rispetto dei vecchi accordi di Yalta, se ne è rimasto qualcosa. No, non lo voglio. Ma non aspetto nemmeno di essere liberato dall’oppressione dell’asse del male capitalista da Putin, Khamenei o Kim Jong-un. No, grazie. Forse Xi Jinping…?

No. Non c’è nessun salvatore. Nessun Messia.

Solo noi. E la nostra enorme, pesante, mastodontica responsabilità.

Torino il 04/03/2026. Ore 00.14


NOTE

1Il ritorno degli Aarch. I villaggi della Cabila scuotono l’Algeria. Documantario in Video 60′. di Karim Metref e Michelangelo Severgnini. Ed. Metissart – Carta-Cantieri Sociali. 2002

2. Frantz FANON. LES DAMNÉS DE LA TERRE. Paris: François Maspero, 1961,

3. Vladimir Propp, Morfologia della fiaba, Torino, Einaudi, 2000 [1928]

4. A questo proposito leggere qui la risposta che mi scrisse l’amico Farid Adli sull’intervento anglo francese in Libia: “…Tu puoi anche stare a guardare e aspettare per sapere dove e come finirà; io no. Io ho la mano sulle bracci ardenti. E devo prendere posizione, scegliere un campo. Oggi, in Libia il nemico, che si deve neutralizzare cacciandolo dal potere, è Gheddafi, la sua famiglia e le sue brigate di assassini.
https://karimmetref.blog/2011/03/25/la-risposta-di-farid-no-caro-karim-le-cose-non-stanno-cosi/

 

Iran: buio sulla «rivolta». Blackout non solo interno

di Gianluca Cicinelli (*)

Da più di quattro giorni l’Iran è, di fatto, un Paese a luci spente. Non è una metafora: secondo l’osservatorio NetBlocks, che misura la connettività su larga scala, siamo di fronte a un blackout prolungato che ha superato le cento ore, con ampie porzioni della popolazione senza accesso ai servizi online e senza la possibilità di comunicare con l’esterno.
Nel momento stesso in cui la voce si spegne, però, si accende un secondo buio, meno visibile ma altrettanto decisivo: quello che si forma fuori dall’Iran, nello spazio dell’informazione globale. Nella guerra moderna silenziare le voci autentiche crea un vuoto che viene riempito da narrazioni di parte e da disinformazione. Il blackout interno non è soltanto censura. È un moltiplicatore di opacità che rende più difficile verificare, più facile manipolare, più conveniente mentire.
Ma proprio su questo piano crolla la retorica “liberatoria” con cui questa guerra è stata presentata mostra la sua prima contraddizione strutturale. La Casa Bianca e l’ecosistema politico che la sostiene hanno invitato gli iraniani a “rialzarsi” e a “riprendersi il Paese”, come se la liberazione fosse un pulsante da premere. Una sollevazione popolare però non nasce da uno slogan, e non nasce da una rete clandestina di pochi contatti.
Perché una rivolta di massa esista serve una condizione banale: che le persone sappiano, nello stesso momento, che cosa sta accadendo, dove, con quali rischi, con quale speranza. Serve un linguaggio comune e un minimo di coordinamento. Serve, in altre parole, comunicazione.
Se davvero l’obiettivo dichiarato fosse “aiutare” una popolazione a sollevarsi contro gli ayatollah, la prima domanda più che quante bombe servono sarebbe con quale canale permettere a milioni di persone di restare connesse quando il regime taglia Internet. Il paradosso è questo: in una guerra che dice di voler liberare, la condizione tecnica e politica della liberazione – poter parlare, sapere, coordinarsi – viene resa impraticabile proprio quando la repressione si fa più pericolosa.
Come ha spiegato ieri Ben Rhodes, ex consigliere senior di Barack Obama, non si tratta di un dettaglio polemico: è il punto morale e operativo che inchioda alle sue menzogne la narrativa bellica. Se oggi la gente scendesse in piazza in Iran, chi la proteggerebbe dalla repressione?
Gli Stati Uniti e Israele possono colpire infrastrutture, possono decapitare vertici, possono distruggere radar. Ma non possono “scortare” una folla nelle strade di Sanandaj o di Teheran, non possono impedire a un apparato di sicurezza di fare ciò che gli apparati di sicurezza fanno quando temono di perdere il controllo: arrestare, sparare, terrorizzare. Invitare a sollevarsi quando non puoi proteggere chi si espone è un gesto politicamente irresponsabile.
La seconda contraddizione è ancora più rivelatrice, perché riguarda i mezzi. Non è vero che “non esiste” una tecnologia capace di bypassare la censura. Esistono connessioni satellitari, reti mesh, strumenti di aggiramento. Lo dimostra proprio la cronaca di questi mesi: il Wall Street Journal ha raccontato che l’amministrazione Trump avrebbe fatto arrivare clandestinamente in Iran migliaia di terminali Starlink, cioè dispositivi per collegarsi a Internet via satellite senza passare dalla rete controllata dallo Stato
Anche il Guardian ha descritto un vero e proprio ecosistema di tecnologia contrabbandata che, nelle settimane del grande blackout di gennaio, ha permesso a una minoranza di iraniani di restare agganciata al mondo, mentre Teheran rispondeva con disturbi elettronici, caccia ai terminali e pene durissime.
Foreign Policy ha aggiunto un dettaglio che fa capire quanto il conflitto sia entrato nella sfera delle comunicazioni: nelle fasi più dure non si bloccano solo social e messaggistica, ma anche reti mobili, linee telefoniche, servizi di base — e perfino l’accesso satellitare può essere ostacolato.
E allora la domanda che tutte le persone in buona fede capiscono immediatamente è: se esistono strumenti per “fare Radio Londra” nel 2026 – non una radio romantica, ma un’infrastruttura minima per mantenere informata una popolazione sotto censura – perché il risultato politico che si diceva di voler ottenere non si vede? Perché la sollevazione non arriva, o arriva solo in frammenti isolati e facilmente schiacciabili?
La risposta più onesta non è psicologica (“gli iraniani non vogliono”), ma strutturale: una sollevazione di massa non nasce nel buio, e soprattutto non nasce quando chi la invoca non paga il prezzo della repressione. Se la comunicazione alternativa è minoritaria, rischiosa, discontinua; se il Paese è spezzato tra chi riesce a connettersi e chi no; se la paura di essere individuati rende impossibile trasformare un messaggio in una folla; allora la “rivolta” resta un argomento da conferenza stampa, non un processo reale.
In questo senso, il blackout è già un pezzo di guerra: non perché “nasconde” soltanto, ma perché impedisce la formazione di una massa, cioè l’unico soggetto che potrebbe dare senso alla parola “liberazione”.
Il buio interno produce automaticamente il buio esterno. Quando dall’Iran escono meno immagini, meno testimonianze, meno verifiche incrociate, l’informazione globale cambia natura: diventa più dipendente da dichiarazioni ufficiali, da fughe di notizie, da account partigiani, da video non verificati.
È la condizione ideale per il rumore. Wired ha documentato come, dopo l’avvio dei raid, la piattaforma X sia stata invasa da contenuti fuorvianti sulla localizzazione e sulla scala degli attacchi. Un flusso che corre più veloce della verifica, e che si alimenta proprio dell’assenza di fonti dirette.
In questo ambiente, la volatilità comunicativa di Donald Trump è un acceleratore del caos. Annunci solenni, promesse di “opportunità storiche”, inviti alla popolazione a “riprendersi il Paese”, seguiti da smentite e correzioni operative. Il risultato non è solo la confusione nei commentatori: è un vantaggio per chiunque, dentro e fuori dall’Iran, abbia interesse a trasformare la guerra in una palude narrativa dove nessuno risponde davvero di ciò che dice e di ciò che fa.
Riprendendo quindi il filo della sollevazione popolare, che chi ha a cuore la libertà degli iraniani auspica materialmente, a differenza di chi la agita cinicamente, la continuazione dei bombardamenti senza comunicare con i soggetti della dichiarata rivolta denuncia ulteriormente la menzogna.
Se la guerra fosse davvero “per liberare”, il suo primo investimento sarebbe la possibilità per gli iraniani di parlare tra loro e con il mondo quando il regime chiude i rubinetti. Se la guerra fosse davvero “per liberare”, non basterebbe avere contatti clandestini con poche cellule interne – quelle del Mossad e della Cia già presenti all’interno del Paese – perché la liberazione non la fa una rete segreta, la fa una moltitudine.
Quindi: cosa stanno facendo concretamente, Usa e Israele per non consegnare quei civili alla repressione?
Questo doppio blackout, quello che spegne la società e quello che sporca la verità, non è un effetto collaterale. È la struttura stessa del conflitto. E la struttura di questa guerra che rende impraticabile la condizione minima della liberazione. La parola “liberazione” smette di essere un obiettivo e diventa un alibi. Ai civili si chiede il coraggio più alto mentre si offre la protezione più bassa. Perchè di quei civili in realtà non importa a chi sgancia bombe uccidendo anche loro.
(*) da diogenenotizie.com – 5 marzo

 

ANTONELLA BUNDU ha scritto su FB

Il dolore della signora iraniana che è venuta in Piazza Goldoni per gridarci in faccia, a voce alta, urlando:

“Dove eravate quando hanno ucciso 40.000 persone? Dove eravate quando vi abbiamo chiesto aiuto? Se ci sono iraniani qui, sono quelli che non hanno parenti in Iran.”

Io ho sentito tutto quel dolore e non penso fosse una provocatrice mandata apposta.

E mi sono chiesta: dove eravamo?

C’eravamo.

Io c’ero.

Ero alla manifestazione in Piazza Santa Maria Novella, dove c’era anche lei, penso fra le organizzatrici.

Io c’ero e poi però ho visto le bandiere di Azione, la bandiera con il simbolo dello Shah.

Poi la bandiera di Israele.

C’ero e sono andata via perché no, non era la mia piazza.

Sono venuta via da quella piazza, perché quel dolore non poteva essere in alcun modo lenito dall’alleanza con chi opprime, bombarda, viola il diritto internazionale, commette genocidi.

Dov’eravamo?

C’eravamo anche in altre piazze.

C’ero in Piazza Sant’Ambrogio, in una piazza convocata in solidarietà con il popolo iraniano, che non era con la monarchia filo-occidentale ed era contro un intervento degli Stati Uniti e di Israele. Quella manifestazione ha avuto una contestazione con l’irruzione durante gli interventi di un paio di ragazzi con bandiere con il simbolo dello Scià.

C’ero e poi sono andata via.

E due giorni fa quella signora ci chiedeva perché eravamo lì, in Piazza Goldoni. Perché? Dov’eravate prima?

Io lì c’ero,

Due giorni fa siamo scesi in piazza contro gli attacchi USA e israeliani che hanno scelto unilateralmente di scendere in guerra e bombardare l’Iran,non come una risposta a un pericolo imminente reale, ma come  politica di dominio e di conflitto e di mantenimento di potere e influenza.

C’ero anche io in quella piazza quando urlava e l’ho sentita

Ero in piazza e ho proseguito nel corteo.

E penso anche alle proteste sciite.

Perché la figura di Khamenei non era soltanto politica: per milioni di sciiti è anche un punto di riferimento religioso, in Iran ma anche in Pakistan, in Libano e altrove.

Colpire o delegittimare una figura che ha questa doppia valenza — politica e spirituale — significa non guardare alle conseguenze, agli equilibri religiosi, alle reazioni identitarie che attraversano confini e generazioni, per una questione di potere.

In questo vuoto crescono gli estremismi.

Si alimentano raccontando il conflitto come una vendetta contro l’imperialismo statunitense e contro il sionismo israeliano.

E ogni aggressione rafforza quella narrazione.

Dove eravamo?

Io c’ero.

C’ero nelle piazze, in alcune sono andata via e in altre sono rimasta.

Pain and suffering.

La domanda resta: dove eravamo?

Eravamo lì.

E dove saremo?

Continueremo a esserci  contro oppressione,  sopraffazione, contro ogni conflitto, per costruire la pace

da qui

martedì 2 dicembre 2025

Fanon può entrare ma i palestinesi d’Italia no, perché? Perché il palestinese buono è quello morto o rassegnato. Appunti sull’inadeguatezza della sinistra italiana – Laila Hassan

“La guerra di liberazione non è un’istanza di riforme, ma lo sforzo grandioso di un popolo, che era stato mummificato, per ritrovare il suo genio, riprendere in mano la sua storia e ricostituirsi sovrano” [1]

 A 100 anni dalla nascita di Fanon alcune brevi, forse inutili, considerazioni.

Se c’è un atteggiamento che in questi anni mi ha particolarmente colpita è l’incapacità di alcuni ambienti in solidarietà con la Palestina di comprendere il significato della lotta palestinese. La rabbia palestinese non è un sentimento che il pubblico occidentale, in lacrime, commosso di fronte alle immagini dei corpi dilaniati palestinesi, può accettare. La rabbia del colonizzato è incomprensibile, fuori dalle regole dell’accettabilità, è animalesca per natura. Un sentimento che può generare mostri, e che ci ha attaccato addosso l’etichetta di incivile, barbaro, dannato. Non è la scoperta dell’acqua calda, né la pretesa di teorizzare qualcosa che è già stato scritto da militanti e intellettuali impegnati nelle più disparate tradizioni anticoloniali, ma l’atteggiamento paternalista, colonizzatore e razzista messo in campo da chi “ti vuole difendere” è ciò da cui dobbiamo stare alla larga.

Utilizzo quindi queste righe per diversi motivi: primo, su tutto, dare sfogo alla mia frustrazione, da palestinese, italiana, militante di un’organizzazione palestinese in Italia. In secondo luogo, per condividere con chi leggerà alcuni dei pensieri che hanno abitato i nostri corpi, spesso in tensione e arrabbiati, spesso incapaci di trovare nello sguardo del solidale un alleato di cui fidarsi.

Le lotte anticoloniali che hanno caratterizzato la metà del ‘900 – stesso periodo in cui si ufficializzava l’istituzione coloniale in Palestina, hanno attraversato diverse fasi, tradizioni, pratiche, riflessioni politiche, momenti in cui le scelte dei colonizzati hanno assunto forme e modalità adatte alle contingenze. Allo stesso modo, pensare che i palestinesi abbiano prediletto una forma di resistenza all’altra vuol dire non essere in grado di leggere la situazione coloniale, né di entrare in connessione con la prassi anticoloniale. Spesso, negli ambienti “di sinistra”[2] – bianchi non per colore della pelle ma per postura politica – si commette l’errore di non comprendere la varietà delle forme di resistenza e la loro fluidità. In Palestina durante la Grande Rivolta del 1936-39 si sono sperimentate pratiche tra le più disparate tra loro, lo sciopero (durato 6 mesi), assalti armati alle pattuglie inglesi, boicottaggio del pagamento delle tasse, organizzazione della resistenza armata nelle colline.

Tutto insieme.

Perché scrivo tutto ciò? Perché come palestinesi esigiamo il diritto alla nostra opacità. Opacità che si esprime nella mancanza di volontà nel dover negoziare continuamente con l’ambiente “solidale” italiano la nostra postura politica, le nostre rivendicazioni e anche il logorante esercizio di rivendicare il nostro diritto alla resistenza. L’opacità diventa quindi una necessità contro l’imposizione della pratica rivelatoria per cui per essere ascoltati siamo costretti a svelare le nostre fragilità, il nostro dolore e a fare un racconto personale ed emotivo della catastrofe palestinese. In questi anni, la nostra soggettività politica è stata quindi relegata ai margini, resa voce inascoltabile, aliena, risultato del fatto che il pubblico occidentale – soprattutto quello delle sinistre liberali e non – non si è mai liberato della postura orientalista e colonizzatrice per cui devono decidere per noi. Da qui deriva un atteggiamento paternalista che infantilizza la soggettività palestinese, accettata sono nella sua dimensione sofferente. La mancanza di spazio per il processo di soggettivizzazione palestinese ha diversi tipi di conseguenze; una delle più critiche è l’impossibilità per i palestinesi di poter elaborare un piano politico. Se non lo possiamo fare noi, lo faranno gli altri, i non palestinesi. Gli europei, gli occidentali. Infatti, come dimostrato dalla storia della lotta di liberazione del nostro popolo, dalla fase degli accordi di Oslo a quelli di Camp David, alla richiesta di disarmo avanzata alle fazioni della Resistenza durante l’invasione israeliana del Libano nel 1982, sono sempre forze esterne a produrre l’elaborazione politica di ciò che è auspicabile, praticabile e realizzabile per il progetto palestinese.

Oggi con Gaza si riproduce la stessa dinamica.

L’orientalismo di ritorno è quindi quell’atteggiamento per cui non solo lo spazio a noi deputato è quello personale, dell’eterna vittima, del 5×1000, ma anche in questo caso la modalità con cui esprimiamo il nostro dolore e lutto deve passare il vaglio dello sguardo dell’altro rispetto a noi. La rabbia, sentimento generato dall’esperienza dell’ingiustizia sistemica e prolungata nel tempo e nello spazio, della volontà di vendetta, è il motore che, insieme ad altri sentimenti, genera volontà e coraggio. Il razzismo interiorizzato, anche di chi frequenta l’ambiente della generica solidarietà con la Palestina, si esplicita attraverso forti prese di posizione che criticano la nostra ossessione per il martirio. Ci viene detto che il progetto palestinese, secolarizzato, comunista, della Palestina Rossa (ma dov’è questa Palestina Rossa? Parlate proprio voi che avete trasformato l’internazionalismo anti-imperialista in carriere nelle ONG?), non prega i martiri, non li commemora. Ciò è ancora più sorprendente quando pensiamo al ruolo dei martiri nella memoria partigiana della Resistenza italiana. E quindi piazza dei martiri sì, ma se sono bianchi.

La Rivoluzione non è un pranzo di gala, ma un bagno di sangue.

Come palestinesi impegnati nel lavoro di ricerca accademica, militanti di organizzazioni della diaspora, non abbiamo mai trovato disponibilità a poter esprimere i nostri pensieri e analisi su giornali, riviste italiane. Il nostro spazio è all’estero, nei media arabi o nelle diaspore dei barbari che ci assomigliano. Al contrario, le voci degli ebrei sionisti liberali trovano ampio spazio di espressione nella maggior parte delle testate di “sinistra”; non è un caso. La voce dell’ebreo critico verso l’occupazione, alcuni garantiti anche dal passaporto israeliano, che pubblica un articolo alla settimana tra una conferenza con esponenti del PD ed ex primi ministri israeliani (noi ci ricordiamo bene le azioni di “pace” con il fosforo bianco di Olmert), e una visita a Massafer Yatta, ma con la casa di famiglia a Jaffa espropriata a qualche palestinese nell’ormai lontano 1948 (che pesanti voi palestinesi che siete ancora fermi nel passato!) o che addirittura si arrogano il diritto di spiegarci Said e Fanon (audaci!). Se quindi noi, palestinesi, arrabbiati, inascoltabili, fuori dai confini dell’accettabilità non riusciamo a leggere la fase del nostro tempo, lo facciamo fare a chi da intellettuale impegnato, militante, ha svolto questa funzione prima di noi. Perché nella nostra riflessione collettiva il ruolo del pensatore, dello studioso non può e non deve rimanere slegato dal lavoro di lotta, organizzativo e militante (lo so, suoniamo così novecenteschi, tant’è!). Partiamo da una domanda, la stessa che Césaire si poneva durante la conferenza della Négritude nel 1987 a Miami: “Quanti di me sono morti?”. Cerco di rispondere a questa domanda chiedendomi “quanti di noi sono ancora vivi?”. E se davvero non era previsto che sopravvivessimo, ora che siamo sopravvissuti, cosa facciamo con questa vita che abbiamo in mano? Per me la risposta è semplice: lottare.

Forse dovremmo dare vita alla nostra Palestitude, crearci uno spazio nuovo, dove praticare il diritto all’opacità di cui scrivo e quello della rappresentazione quando ne abbiamo voglia, nelle modalità in cui desideriamo. Parliamo di nuovo di Fanon, perché? Quest’anno cade il centenario dalla sua nascita e tantissimi spazi sociali, organizzazioni e accademici hanno organizzato iniziative dedicate alla sua memoria e all’eredità del suo pensiero politico. Alcuni di questi, gli stessi che permettono al militante martinicano di abitare i loro spazi, hanno negato la possibilità ai membri dei Giovani Palestinesi d’Italia di partecipare a delle iniziative di divulgazione sulla causa palestinese a causa del loro posizionamento “estremo” in riferimento alla lettura politica del 7 ottobre. Io stessa sono stata costretta a ritirare la mia partecipazione a uno di questi eventi spiegando che non posso scindere il mio impegno militante da quello di scrittura e che, per me, i due vanno di pari passo.

Fanon, che credo di aver compreso semplicemente perché leggo la storia di lotta del mio popolo, nel suo articolo “Gli intellettuali e i democratici francesi di fronte alla Rivoluzione algerina” ci aiuta a spiegare alcune delle contraddizioni che oggi emergono nel rapporto tra il movimento di liberazione palestinese e la “sinistra” liberale e non italiana.

Parlando di coscienza nazionale Fanon scrive: “appoggiare senza riserve le rivendicazioni nazionali dei popoli colonizzati è uno dei primi doveri degli intellettuali, per i quali in questo caso si adopera il termine “intellighenzia” e raccontando l’inizio della fase della lotta armata algerina contro le forze coloniali, analizza il rapporto tra la sinistra democratica francese e la sua incapacità di comprendere la portata delle azioni algerine. Specifica:

“il popolo, quello vero, gli uomini, le donne, i bambini, i vecchi del paese colonizzato si rendono conto senza sforzi che esistere nel senso biologico della parola equivale ad esistere in quanto popolo sovrano. La sola soluzione possibile, l’unica via di salvezza per questo popolo sta nel rispondere il più energeticamente possibile al genocidio perpetrato contro di lui.”

Queste parole mi risuonano profondamente perché riassumono esattamente ciò che proviamo a rivendicare da tempo: la nostra via di salvezza contro l’eliminazione biologica della nostra presenza è la lotta. Come popolo sovrano, non come popolo sottomesso alla volontà delle potenze coloniali e alle decisioni delle loro istituzioni (Nazioni Unite, Unione Europea…) che ci concedono a parole le briciole della nostra terra. Parlando della guerra in Algeria, Fanon si sofferma sull’atteggiamento della sinistra francese nei riguardi di un’azione militare contro dieci civili francesi uccisi in un’imboscata e afferma:

“tutta la sinistra francese con un sussulto unanime grida: non vi seguiamo più. Si orchestra la propaganda, s’insinua nelle menti e affossa convinzioni di per sé assai vacillanti. Compare il concetto di barbarie e si stabilisce che in Algeria la Francia combatte la barbarie”.

Non siamo di fronte alla stessa dinamica? Sostituiamo Algeria con Palestina e Francia con Israele, non stiamo forse parlando degli stupri del 7 ottobre e dei presunti bambini decapitati? Noi abbiamo smesso di essere compresi quando abbiamo smesso di morire inermi, vittime perfette, quando abbiamo deciso – a più riprese nel corso della nostra centenaria lotta di liberazione – di alzare la testa contro il colonialismo.

“Dal 1956 gli intellettuali e i democratici francesi di tanto in tanto si rivolgono all’FLN (…) Consigli e critiche si spiegano con il desiderio mal represso di guidare, orientare finanche il movimento di liberazione dell’oppresso. (…) Lungo questa linea di oscillazione, i democratici francesi, che sono al di fuori della lotta o che manifestano la volontà di seguirla dal di dentro e magari parteciparvi in qualità di censori, consiglieri, per incapacità o rifiuto di scegliersi un terreno preciso di lotta all’interno del dispositivo francese, fanno minacce e ricatti. La pseudo giustificazione addotta è che per esercitare un’influenza sull’opinione pubblica francese bisogna condannare certi fatti, respingere le escrescenze inaspettate, conservare le distanze di fronte agli “eccessi”. In questi momenti di crisi, di scontro, si chiede al FLN di orientare la violenza, di renderla selettiva.”

Visto che noi palestinesi facciamo fatica a formulare un pensiero politico complesso, lascio che sia Fanon a parlare, perché sembra decifrare con precisione l’atteggiamento di chi pretende di orientare il pensiero palestinese.

Sempre nelle stesse pagine, il militante dell’FLN affronta una questione che nel caso palestinese è spesso oggetto di dibattito: chi è il colono? Chi è l’occupante? Qual è la differenza tra civile e militare?

“La situazione coloniale è in primo luogo conquista militare ininterrotta e rafforzata da una amministrazione civile e poliziesca. In Algeria, come in ogni colonia, l’oppressore straniero si oppone all’autoctono perché ne limita la dignità e costituisce una negazione della sua esistenza in quanto nazione. La condizione dello straniero, del conquistatore, del francese in Algeria è quella dell’oppressore. Il francese in Algeria non può essere neutrale o innocente. In Algeria ogni francese opprime, disprezza, domina. La sinistra francese, che non può restare indifferente e impermeabile ai suoi stessi fantasmi, adotta in Algeria, nel periodo che precede la guerra di liberazione, delle posizioni paradossali.”

Il sionismo nasce come movimento coloniale che tra le sue fondamenta ha la negazione dell’esistenza della nazione e del popolo palestinese e solo attraverso la sua presenza militare e civile riesce dagli anni del mandato britannico ad oggi a condurre il suo progetto di insediamento coloniale. Esistono quindi civili israeliani in Palestina? Quel è stato il ruolo del trasferimento dei “civili” in Palestina nel disegno del progetto coloniale? È responsabilità palestinese la loro condizione futura o presente?

“Oggi ogni francese in Algeria è un soldato nemico. Finchè l’Algeria non sarà indipendente, questa conseguenza logica va accettata”

“L’algerino patisce in blocco il colonialismo francese, non per schematismo o xenofobia, perché, in realtà, ogni francese in Algeria ha con l’autoctono dei rapporti basati sulla forza”.

Tale rapporto di potere e forza è esemplare nel caso palestinese e lo possiamo vedere anche in esempi semplici e vicini come nel caso della relazione tra due i registi Basel Adra e Yuval Abraham, vicintori del premio Oscar per il film-documentario “No Other Land”; nonostante il pubblico occidentale abbia voluto celebrare l’amicizia perfetta, desiderata tra il buon palestinese il buon israeliano, per le ragioni descritte qui sopra, tra le altre la volontà di governare il discorso dell’oppresso e di mantenere in vita la legittimità dell’oppressore, la relazione di potere esistente tra i due è chiara. Anche dal punto di vista corporeo, basti osservare lo spazio occupato da Yuval durante la cerimonia di conferimento dell’Oscar, una scena che non dimenticheremo facilmente.

Leila Khaled si, Anan Yaeesh no.

Da più di un anno Anan Yaeesh, militante palestinese, si trova in prigione in Italia. Accusato di terrorismo internazionale, Anan che da quando era un giovane ragazzo di Tulkarem e ha deciso di prendere parte alla Resistenza durante gli anni della Seconda Intifada. “Israele” l’ha imprigionato, torturato. Per questo motivo in Italia, ad Anan, viene riconosciuta la protezione internazionale. E per questi stessi motivi oggi si trova dietro le sbarre della democrazia italiana. Dopo aver respinto la richiesta “israeliana” di estradizione, la magistratura italiana lo accusa di terrorismo internazionale. Ma ad Anan non vengono imputati reati commessi sul suolo italiano, ma viene accusato di aver preso parte ad azioni di Resistenza in Palestina.

In questo anno di prigionia, Anan ha scritto lettere dal carcere rivendicando con forza il diritto del suo popolo ad alzare la testa, nei modi ritenuti legittimi e utili alla lotta di liberazione. Non solo, Anan ha iniziato uno sciopero della fame, in segno di protesta contro l’ingiusto processo nei confronti della Resistenza palestinese; qualche giorno fa l’ultima notizia di un suo atto di autolesionismo per chiedere il rispetto dei diritti basilari in carcere.

Ma tutti tacciono su Anan. È sorprendente vedere come la maggior parte delle realtà in “solidarietà” con la Palestina ha fatto orecchie da mercante quando si trattava di chiedere a gran voce la sua liberazione e di rivendicare il diritto della popolazione palestinese a resistere. A breve si concluderà il processo e, ancora, di Anan non si parla. Dall’altro lato, però, sempre negli stessi ambienti, non ci si astiene dall’utilizzare l’immaginario della Resistenza palestinese, come nel caso del feticismo verso figure come Leila Khaled o della venerazione delle combattenti curde dello YPJ, comprensibili grazie alla riproduzione di un immaginario di femminilità vicino allo sguardo occidentale.

Continuando la lettura delle pagine di Fanon in “Decolonizzazione e Indipendenza” il discorso del militante dell’FLN sull’atteggiamento della sinistra francese non comunista è interessante perché ci può aiutare a tracciare delle linee di similitudine con lo sguardo che la sinistra occidentale oggi posa sulla resistenza palestinese, soprattutto quando essa assume forme vicine all’islam politico. La sinistra preferisce condizionare la solidarietà: imporre limiti, giudicare, ricattare:

“barattare il colonialismo francese con il «colonialismo» rosso o nasseriano gli sembra un’operazione infruttuosa, perché, come essi affermano, in quest’epoca di grandi blocchi si impone un allineamento e i loro consigli sono espliciti: bisogna scegliere il blocco occidentale. Questa sinistra non comunista di solito non si pronuncia quando noi cerchiamo di spiegarle che, per il momento, il problema del popolo algerino è anzitutto di liberarsi dal giogo colonialista francese. Rifiutando di mantenersi unicamente sul piano della decolonizzazione e della liberazione nazionale, la sinistra francese non comunista ci scongiura di abbinare i due sforzi: rifiutare il colonialismo francese e il comunismo sovietico neutrale.”

E ancora:

“Dobbiamo confessare che ci riesce insopportabile vedere dei francesi che credevamo amici comportarsi con noi come dei mercanti e compiere questa specie di odioso ricatto in cui la solidarietà vuole imporre fondamentali restrizioni ai nostri obiettivi.”

E allora.

Scrivo queste parole come augurio, affinché la sinistra nostrana si guardi allo specchio e riconosca il proprio atteggiamento coloniale e quindi razzista.
Che smetta di riabilitare il pensiero anticoloniale solo quando serve a ripulire la propria coscienza.

“Noi non vogliamo mettere sotto accusa i democratici francesi, ma attirare la loro attenzione su certi atteggiamenti che ci sembrano in contraddizione con i principi dell’anticolonialismo.” La critica non risiede quindi in un mero senso di frustrazione personale ma nell’auspicio che si possa guardare la situazione palestinese attraverso i principi dell’anticolonialismo.

Concludo riportando l’appello che FLN rivolse alla sinistra francese, come riflessione sul ruolo dell’intellettuale impegnato, militante alcuni forse direbbero organico nei progetti di liberazione nazionale dal colonialismo:

Il FLN si rivolge alla sinistra francese, ai democratici francesi e chiede loro di incoraggiare tutti gli scioperi intrapresi dal popolo francese contro l’aumento del costo della vita, le nuove imposte, le restrizioni delle libertà democratiche in Francia, conseguenze dirette della guerra in Algeria.

Il FLN chiede alla sinistra francese di rafforzare la sua azione di informazione, di seguitare a spiegare alle masse francesi le caratteristiche della lotta del popolo algerino, i principi che l’animano, gli obiettivi della Rivoluzione.

Il FLN rivolge un saluto ai francesi che hanno coraggiosamente rifiutato di prendere le armi contro il popolo algerino e sono ora in carcere.

Tali esempi devono moltiplicarsi perché sia chiaro a tutti, e in primo luogo al governo francese, che il popolo francese rifiuta questa guerra fatta in suo nome contro il diritto dei popoli, per mantenere l’oppressione, contro

L’avvento della libertà.

 

NOTE

[1] Fanon F. (1971) Opere Scelte. Decolonizzazione e Indipendenza. Violenza, spontaneità è un testo pubblicato in italiano nel 1971 curato da Giovanni Pirelli e pubblicato da Einaudi, una traduzione del testo originale uscito nel 1959 pubblicato da François Maspero editore. Il testo a cui faccio riferimento qui è tratto da vari articoli pubblicati sul «El Moudjahid» n. 13, 14 dicembre; n. 14, 15 dicembre; n. 15, 30 dicembre 1957. Ripubblicati in «Pour la Révolution africaine». Gli scritti di «El Moudjahid. Organe Central du Front de Libération

Nationale», non portavano mai firme, essendo, o volendo essere espressione di elaborazione collegiale. Dopo la morte di Fanon, per iniziativa dell’editore Maspero e con la collaborazione di Josie Fanon e di alcuni ex redattori del giornale, furono identificati (non senza incertezze e pareri discordi) quegli articoli la cui stesura era attribuibile a Fanon. Essi furono pubblicati nella IV sezione di Pour la Révolution africaine.

[2] con “sinistra” intendo sia gli ambienti della sinistra istituzionale sia quelli di “movimento”, dai collettivi agli spazi sociali che spesso sono stati i protagonisti di questo atteggiamento censorio.

da qui

venerdì 10 ottobre 2025

ancora sul 7 ottobre, genocidio, resistenza palestinese, ecc.

Il 7 ottobre secondo mio padre - Karim Metref


Oggi è il 7 ottobre 2025.


Sono passati due anni da quel tristemente celebre 7 ottobre del 2023.

Dopo due anni di massacri a senso unico, ci sono ancora persone che pongono la condanna di ciò che accadde in quel giorno come condizione imprescindibile per qualsiasi discussione sulla situazione in Palestina.

Sentendo le polemiche sterili — tra chi vuole festeggiarlo come fosse stata una grande vittoria e chi invece lo condanna come il più grande crimine contro esseri umani mai commesso su questa terra — torno, come spesso mi accade, alle parole di mio padre.

Morire o scalciare?

Mio padre fu un giovane militante del Fronte di Liberazione Nazionale durante la guerra d’Algeria.
Un giorno, da bambino, mentre guardavamo in TV l’ennesima replica del capolavoro La battaglia di Algeri, gli chiesi: “Papà, non ti sembra brutto mettere bombe in caffè e locali dove ci sono solo civili?”...

continua qui


La memoria del pogrom del 7 ottobre seppellita sotto 70mila corpi - Marco Bascetta

Perfino i governi europei più vicini a Tel Aviv hanno dovuto prendere qualche distanza. Il disegno egemonico ed espansivo israeliano non ha più nulla a che fare con il 7 ottobre

Che fine ha fatto il 7 ottobre, la memoria di quel sanguinoso pogrom che i miliziani di Gaza scatenarono due anni fa contro inermi cittadini israeliani? La risposta più diretta e immediata è che è finito sepolto sotto decine di migliaia di morti e una montagna di rovine. All’indomani della strage del 7 ottobre Israele fu oggetto di una estesa solidarietà. Tuttavia non mancarono in diversi paesi esponenti e militanti della sinistra che accecati da fanatismo antisraeliano salutarono il massacro come un atto di liberazione. Dall’altra parte anche il più timido accenno, privo di ogni intento giustificatorio, al contesto di oppressione e sofferenza in cui quell’attacco era maturato fu subito tacciato di antisemitismo filoterrorista. Comprensibilmente, le modalità raccapriccianti dell’incursione dei miliziani non lasciavano spazio a divagazioni storico-politiche.

Ma cosa è cambiato due anni dopo nell’opinione pubblica mondiale e nei rapporti tra Israele e i suoi alleati? Quasi tutto. Perfino i governi europei più vicini a Tel Aviv, hanno dovuto alla fine far ricorso a un’espressione, che più ipocrita e viscida non poteva essere, come «reazione sproporzionata», per nominare eufemisticamente il massacro di 70mila persone e l’immane devastazione della striscia di Gaza da parte dell’Idf. Insomma Netanyahu avrebbe semplicemente esagerato. Ma in questa «esagerazione» c’è una logica. Vi è infatti qualcosa che il governo di Israele voleva ad ogni costo seppellire attraverso un’azione smisuratamente devastatrice. Non certo la memoria dei suoi morti e delle violenze subite, ma quella del suo fallimento, del mito infranto di una intelligence infallibile e dell’esercito più efficiente e tempestivo del mondo, garante di una protezione ermetica dei cittadini israeliani. A questo scopo, per riscattare la classe dirigente e ristabilire il prestigio del suprematismo militare israelita e degli inafferrabili 007 infiltrati per ogni dove, nonché restituire consistenza alle sue minacce, lo stato ebraico ha deciso di colpire indiscriminatamente e ovunque, di radere al suolo città, villaggi, quartieri e palazzi, non solo a Gaza e in Cisgiordania, ma dalla Siria allo Yemen, dal Libano all’Iran al Qatar. Di porsi al di fuori e al di sopra di ogni regola del diritto internazionale e di ogni ragionevole moderazione.

La «dismisura» diveniva il cuore della politica israeliana. Al servizio di un disegno egemonico ed espansivo che col 7 ottobre e la sicurezza del paese non aveva da tempo più nulla a che fare.

Man mano che le operazioni militari si allargavano e approfondivano, pure la loro narrazione cambiava di tono. Sparivano, anche perché smentite dall’evidenza dei fatti, le celebrazioni delle qualità etiche e democratiche dell’Idf, le finte inchieste sulle sopraffazioni e le violenze gratuite da parte dei soldati israeliani, i bombardamenti chirurgici e l’attenzione per l’incolumità dei civili, fino ad arrivare al tiro al bersaglio sulle persone in attesa di cibo. L’esercito «più morale del mondo» lasciava volutamente la scena a quello più spietato, vendicativo e indiscriminato nell’uso della forza. Ogni palestinese un terrorista o un suo complice, ogni edificio una «infrastruttura di Hamas».

Con questo sfacciato cambio di tono in gran parte dell’Europa diveniva praticamente impossibile mettere a tacere il moltiplicarsi delle denunce dei crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano, reprimere le manifestazioni sempre più partecipate a favore della Palestina, assimilare al terrorismo simboli e slogan, come avveniva durante il primo anno di guerra, soprattutto in Italia e Germania. Anche l’accusa di antisemitismo, rivolta in una prima fase contro ogni critica indirizzata all’azione politica e militare di Israele, che aveva esercitato una certa deterrenza soprattutto a sinistra, è stata talmente abusata, stravolta e strumentalizzata, da perdere di forza e significato. Se si denuncia l’intera Onu, come covo di antisemiti, non si può pretendere di essere presi sul serio. Nonostante si registri effettivamente una ripresa di vecchi e nuovi sentimenti antisemiti in Europa anche tra quelli che stigmatizzano la guerra di Netanyahu, però sulla base di torbidi presupposti antiebraici.

Ma intanto l’immagine e la credibilità di Israele hanno subito altri colpi micidiali: l’entusiastica condivisione della grottesca idea trumpiana di trasformare Gaza, una volta sterminati e deportati i suoi abitanti, in una riviera di lusso fonte di lucrosi affari immobiliari è già apparsa abbastanza ripugnante.

Si aggiungono poi le ripetute esternazioni dei due ministri dell’estrema destra nazionalista che tengono in piedi il governo di Netanyahu e che nessuno stato anche solo formalmente democratico potrebbe mai tollerare. Fino ad oggi i governi europei hanno cercato di ignorarle per non essere obbligati a troncare i rapporti con un governo che annovera tra i suoi ministri fautori della superiorità razziale ebraica e del diritto divino allo sterminio dei nemici. Personaggi che non hanno nulla da invidiare ai tagliagole dell’Isis o ai Talebani e che sfoggiano orgogliosamente la propria ferocia.

Di pari passo con le difficoltà dei governi europei nel salvaguardare i rapporti politici e affaristici con questa Israele, cresce in tutta Europa un imponente movimento di solidarietà con i palestinesi che incrocia però anche diverse altre linee di conflitto: dall’erosione degli spazi democratici al riarmo, dal nazionalismo xenofobo alle diseguaglianze e all’avanzata dei nuovi fascismi. Per dimensioni e partecipazione questo grande movimento filopalestinese ha un precedente: l’imponente ondata di manifestazioni e proteste in tutta la Germania dopo il convegno dell’estrema destra a Potsdam intento a pianificare la «remigrazione», ossia la deportazione di massa degli stranieri. A ben vedere c’è più di una affinità tra questi due movimenti europei nello spirito antifascista e antisuprematista in lotta contro quell’idea di purezza, omogeneità sociale e proprietà etnica del suolo, che accomuna gli Smotrich e i Ben Gvir ai neonazisti europei.

* Fonte/autore: Marco Bascetta, il manifesto

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