Entre los centenares de llamados y mails
recibidos, elijo uno. “No lo puedo creer. Estoy tan angustiada y con tanta
bronca que no sé qué hacer. Logró lo que quería. Estoy viendo a Orlando en el
comedor de casa, ya hace unos años, diciendo ‘él quiere ser Papa’. Es la
persona indicada para tapar la podredumbre. Es el experto en tapar. Mi teléfono
no para de sonar, Fito me habló llorando.” Lo firma Graciela Yorio, la hermana
del sacerdote Orlando Yorio, quien denunció a Bergoglio como el responsable de
su secuestro y de las torturas que padeció durante cinco meses de 1976. El Fito
que la llamó desconsolado es Adolfo Yorio, su hermano. Ambos dedicaron muchos
años de su vida a continuar las denuncias de Orlando, un teólogo y sacerdote
tercermundista que murió en 2000 soñando la pesadilla que ayer se hizo
realidad. Tres años antes, su íncubo había sido designado arzobispo coadjutor
de Buenos Aires, lo cual preanunciaba el resto…
La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
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giovedì 14 marzo 2013
domenica 22 luglio 2012
Desaparecidos, il Vaticano sapeva - Horacio Verbitsky
La politica dei “desaparecidos” che il dittatore Jorge
Videla ha finito
per ammettere con diverse dichiarazioni e in tribunale, era nota fin dal 10
aprile 1978 alla Commissione esecutiva della Chiesa cattolica che, però, si
guardò bene dall’informare l’opinione pubblica. Tutto questo risulta da un
documento rinvenuto nell’archivio della Conferenza episcopale.
Il documento
porta il numero 10.949 e già il numero dà un’idea della quantità di
informazioni sulle quali la Chiesa continua a mantenere il segreto. Il
documento fu redatto a cura del Vaticano al termine di un pranzo con Videla ed
è conservato nel fascicolo 24-II. Sono riuscito a visionare il documento in
maniera surrettizia dopo che a una formale richiesta le autorità ecclesiastiche
avevano risposto con la sorprendente affermazione secondo cui l’Episcopato non
avrebbe archivi.
Quando incontrava esponenti della Chiesa cattolica,
Videla parlava con la franchezza in uso tra amici. L’allora presidente
dell’Episcopato, il cardinale Raul Francisco Primatesta, comunicò all’Assemblea
Plenaria che lui e i suoi due vicepresidenti, l’arcivescovo Vicente Zazpe e il
cardinale Juan Aramburu, avevano parlato a Videla dei casi di prigionieri
apparentemente rimessi in libertà, ma in realtà assassinati, si erano
interessati dei sacerdoti desaparecidos, quali Pablo Gazzarri, Carlos Bustos e
Mauricio Silva, e di altre persone scomparse nei giorni precedenti all’incontro
con Videla. Secondo il documento episcopale “il presidente ha risposto che
apparentemente sarebbe ovvio affermare che sono già morti; si tratterebbe di
varcare una linea di demarcazione: questi sono scomparsi, non ci sono più.
Questo sarebbe il più chiaro, comunque ci porta a una serie di considerazioni
in ordine a dove sono stati sepolti: in una fossa comune? E in tal caso chi li
avrebbe sepolti in questa fossa? Una serie di domande alle quali le autorità di
governo non possono rispondere sinceramente in quanto la cosa coinvolge diverse
persone”, un eufemismo per alludere a coloro che avevano svolto il lavoro
sporco di sequestrarli, torturarli, ucciderli e fare sparire le spoglie.
L’atteggiamento del clero aveva sfumature sottili. Zazpe chiese: “Cosa
rispondiamo alla gente visto che c’è un fondamento di verità in quanto
sospettano?”. E Videla “ammise che era vero”. Aramburu spiegò che “il problema
è di rispondere in modo che la gente non continui a chiedere spiegazioni”…
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