sabato 30 marzo 2024

Bisogna essere contro la guerra o anche contro le sue radici? - Alessandra Ciattini e Federico Giusti

Nonostante la censura, molti analisti e soggetti politici stanno da tempo prendendo posizione contro gli attuali conflitti, che potrebbero sfociare nell’“ultima guerra mondiale”. Purtroppo, essi non si pongono spesso il problema del perché questo sistema economico e sociale inevitabilmente genera guerre e conflitti, finendo col sostenere un astratto e inefficace pacifismo.

Nel panorama politico e mediatico internazionale appaiono, ormai da tempo insieme ai propagandisti di regime, molti soggetti che prendono posizione contro la guerra in Ucraina, contro il genocidio di Gaza, contro lo smisurato incremento delle spese per le armi, sempre più sofisticate. Pur apprezzando, con qualche distinguo, questa posizione politica, vorremmo qualcosa di più. In particolare urge comprendere perché, sempre più, le questioni internazionali si risolvano con la violenza, demonizzando nella forma più semplicistica e grottesca gli avversari, e adoperandosi per persuadere le masse, ormai inerti e quasi rassegnate, alla necessità della guerra, magari non più diretta dagli Stati Uniti ma portata avanti da un “finalmente autonomo” esercito europeo. A questo scopo l’Ue dovrà dotarsi di forze di intervento rapide, dei migliori armamenti disponibili sui mercati, di strumenti informatici e tecnologici avanzatissimi, ricorrere all’intelligenza artificiale e ai sistemi tecnologici guidati a distanza. E probabilmente la guerra diventerà ancora più spietata.

Questi aspetti sono documentati dagli ultimi dati, forniti dal Sipri (Stockholm International Peace Research Institute), i quali attestano una riduzione della spesa sociale nei paesi Ue e, allo stesso tempo, il potenziamento della ricerca a fini di guerra e della spesa militare nel suo complesso.

Citiamo testualmente un passaggio tratto dall’ultimo rapporto Sipri:

“Gli Stati europei hanno quasi raddoppiato le loro importazioni di armi principali (+94%) tra il 2014-18 e il 2019-23. Nel 2019-2023, volumi maggiori di armi sono affluiti verso l’Asia, l’Oceania e il Medio Oriente, dove si trovano nove dei dieci maggiori importatori di armi. Gli Stati Uniti hanno aumentato le esportazioni di armi del 17% tra il 2014-2018 e il 2019-23, mentre le esportazioni di armi della Russia si sono dimezzate a causa della guerra e delle sanzioni… Il 55% delle importazioni di armi da parte degli stati europei che sono state fornite dagli Stati Uniti nel 2019-2023 ha rappresentato un aumento sostanziale rispetto al 35% nel 2014-2018. I successivi maggiori fornitori della regione sono stati Germania e Francia, che rappresentavano rispettivamente il 6,4% e il 4,6% delle importazioni. Tuttavia, globalmente il volume del trasferimento di armi è leggermente diminuito.”

Un altro elemento importantissimo presente nell’attuale scenario internazionale è rappresentato dai fenomeni recessivi che si palesano con forza nei paesi europei. L’Ue si è trovata nelle condizioni di dover riscrivere il Pnrr (Piano nazionale ripresa e resilienza) nell’autunno 2023 a causa delle ripercussioni negative della guerra in Ucraina sulla sua economia. Infatti, l’acuirsi della conflittualità internazionale, dopo il difficile periodo pandemico, ha generato tensioni nel mercato delle materie prime e problemi nelle catene di approvvigionamento. E certamente, secondo molti economisti, anche a causa delle masochistiche sanzioni alla Russia delle quali invece hanno beneficiato gli Stati Uniti.

La riscrittura del Pnrr è stata la conseguenza dell’aumento dei costi, dei ritardi causati dai problemi sopra menzionati, che hanno rallentato la realizzazione dei progetti o addirittura l’irraggiungibilità degli obiettivi. Pertanto, la guerra in Ucraina ha inferto un duro colpo all’economia del vecchio continente, costringendola a rivedere i piani nazionali secondo una nuova direttiva comunitaria rivolta a favorire l’approvvigionamento energetico, la robotizzazione, la digitalizzazione, l’economia Green; finalità che, secondo alcuni, l’Ue stenterebbe a perseguire.

Il rallentamento o la stagnazione dell’economia europea erano già visibili da tempo; in un suo documento la Banca europea indica esplicitamente di possibilità di recessione nel 2024, da parte sua la Commissione europea ha tagliato le previsioni crescita del Pil e molti specialisti parlano di recessione tecnica del vecchio continente e in particolare della Germania. Emblematici, per esempio, sono i risultati semestrali dell’industria chimica e farmaceutica tedesca con un calo produttivo del 10,5% rispetto all’anno precedente e il 77%, delle capacità produttive non completamente utilizzate. A ciò si aggiunge la crisi demografica causata dalla vorticosa riduzione della natalità e dal conseguente aumento della popolazione anziana non più in grado di lavorare (da notare come la crisi demografica abbia spinto negli anni anche a innalzare l’età pensionabile nei vari paesi Ue per ridurre la spesa pubblica).

Tornando alla guerra in Ucraina, più che analizzarla come conseguenza dell’espansionismo russo (le cause reali sono ben diverse da quelle apparenti come scriveva uno storico della Grecia classica oltre 2000 anni fa), urge ricordare che essa è il prodotto dell’espansione della Nato a oriente e dell’antico progetto statunitense, da un lato, di impedire la saldatura tra l’economia russa e quella europea (soprattutto tedesca), che sarebbe stata vantaggiosa per entrambe, dall’altro di disintegrare la Russia per appropriarsi delle sue straordinarie risorse. Molti analisti hanno considerato un vero e proprio suicidio la scelta delle élite europee di far propri gli obiettivi dell’aggressivo paese nordamericano, ma ci chiediamo se le analisi possano ridursi a questa mera constatazione o piuttosto cercare argomentazioni più convincenti.

Per rispondere a questa difficile domanda non è sufficiente il solo ricorso alla geopolitica, è necessaria piuttosto una prospettiva di classe. In questo senso, in primo luogo crediamo sia opportuno fare una radiografia alla nostra classe dirigente, sia quella economica, non sempre visibile, sia quella politica che è un’emanazione della prima.

Secondo Kees van der Pijl siamo governati da una classe atlantista, formatasi dopo la guerra di secessione nel Nord America e ristrutturatasi alla fine del Novecento, essendo stata beneficiaria della “privatizzazione delle nuove tecnologie nei settori della difesa e dell’intelligence” e avendo dato origine ai grandi monopoli informatici. Secondo lo studioso olandese, “I settori della sicurezza nazionale e dell’intelligence, internet e i relativi interessi e i conglomerati (multi)mediatici formano insieme un triangolo al centro del blocco di potere che guida la ‘nuova normalità’” (La pandemia della pauraProgetto totalitario o Rivoluzione?, 2023: 78).

Gli esponenti di questa frazione del settore capitalistico sono gli uomini più ricchi del mondo, come Bernard Arnault (impresario del lusso), Bill Gates, Elon Musk, che amano presentarsi come filantropi e che non hanno una relazione con un paese specifico. È questo gruppo transnazionale di supermiliardari ad avere tratto vantaggi straordinari da questi decenni di crisi più o meno striscianti, caratterizzati da fenomeni quali l’inglobamento dei piccoli capitali, la distruzione della classe media, l’impoverimento dei lavoratori, la dissoluzione dello Stato sociale. Come è evidente a tutti, le altre classi sono state, invece, altamente danneggiate da queste trasformazioni del sistema capitalistico, tanto che nessuno ormai nega l’accrescersi delle disuguaglianze economiche e sociali. E come scrive Andrea Pannone, l’imponente espansione su scala planetaria delle attività finanziarie ha accresciuto a dismisura il potere di queste nuove oligarchie economiche attraverso il “sabotaggio” del tradizionale meccanismo di formazione della ricchezza basato sullo sfruttamento del lavoro. Ciò genera continuamente instabilità e conflitti tra i gruppi di potere a prevalente trazione finanziaria e quelli a prevalente trazione produttiva, che si scaricano sulle comunità umane e plasmano le politiche degli Stati (Che cos’è la guerra? La logica dei conflitti capitalistici tra XX e XXI secolo, 2023).

Pertanto, da queste rapide considerazioni sembra che quelli che vengono “suicidati” sono i lavoratori e le lavoratrici, destinati a nuovi “sacrifici” per la difesa degli ideali europei, mentre le élite stanno incamerando cospicui guadagni sia pure a corto termine, perché a questo punto è difficile prevedere quale futuro ci aspetti.

Dato che stiamo scrivendo contro la guerra o meglio le guerre, limitiamoci a una breve analisi del settore militare, presentato come baluardo della sicurezza nazionale o delle “democrazie” contro le “autocrazie”, che si sviluppa in stretta sinergia con i settori informatici, altamente tecnologici e di intelligence.

Ogni giorno siamo bombardati da sedicenti esperti che prevedono nei prossimi anni un attacco da parte della Russia (v. Macron), affetta da un maligno desiderio di espansione territoriale, pur essendo lo Stato più grande del mondo e per di più poco popolato.

Ci viene detto che centinaia di miliardi di euro saranno spesi per rafforzare il sistema di difesa dell’Europa nei prossimi anni, creando un esercito indipendente ma in stretto rapporto con la Nato.

Secondo il sito Investigate Europe “la politica militare europea è stata progettata principalmente per sostenere finanziariamente l’espansione dell’industria militare europea”. La prima domanda da farci è questa: chi sono i proprietari di questo settore chiave per il dominio imperialistico?

Questa è la risposta tratta dalla medesima fonte: “Le cinque grandi aziende che ricevono la parte del leone dei fondi pubblici hanno sede e sono di proprietà di pochi Stati europei: Francia, Germania, Italia e Spagna. Questi enormi produttori di armi sono molto intrecciati con i governi e persino con i concorrenti. Sono anche in parte di proprietà degli stessi fondi americani che controllano parti importanti delle azioni dei loro concorrenti americani. Tutto ciò crea una concentrazione del mercato nelle mani di pochi giganti del settore, che, come sottolineano gli esperti, è un problema di concorrenza”.

E ovviamente non sarà il Parlamento europeo, fragile velo al potere oligarchico, a decidere e controllare gli investimenti in questo ambito; le decisioni saranno prese da pochi nelle celate stanze, e magari quei pochi avranno anche specifici interessi personali da difendere. Nel frattempo, a causa dei terribili conflitti in Ucraina e in Palestina, le quotazioni in borsa delle industrie degli armamenti, come Leonardo (Italia), Rheinmetal (Germania), Saab (Svezia), Thales (Francia) etc. sono cresciute in maniera straordinaria, complessivamente del 75% e più sia in Europa che negli Usa. E c’è anche da chiedersi se l’incremento della dotazione di armi potrà difenderci o piuttosto sarà la molla per scatenare nuovi conflitti.

Naturalmente, questa tragica scelta militaristica sta avendo drammatiche ripercussioni sulla vita sociale, perché occorre tenere sotto controllo coloro che dissentono dalle politiche di guerra, impedire che questi convincano la maggioranza del loro carattere disastroso, coartando – come già sta avvenendo – la libertà di opinione e di espressione. Insomma, la classe dirigente deve ingaggiare anche una battaglia ideologica, la quale sta “svelando” a tutti noi che la guerra è necessaria e legata all’indispensabile difesa della nostra identità. Come scriveva Jonathan Swift, nel 1710, bisogna “convincere il popolo di salutari falsità per qualche buon fine”.

Nell’ambito di questa strategia militarista deve essere collocata la militarizzazione delle scuole e delle università, della ricerca e della società in genere ormai passivizzata dalla degenerazione della cosiddetta democrazia, in cui il potere esecutivo è sempre più dominante. Infatti, gli studenti dei vari gradi ricevono lezioni impartite da insegnanti militari, oppure vengono addirittura inviati a seguire corsi di formazione militare, e i progetti di ricerca in questo ambito hanno la preminenza a discapito di altre pur importantissime tematiche. E un ruolo dirimente viene svolto dalle Fondazioni legate a doppio filo a centri di potere e imprese, “mecenati” che si prefiggono il compito di normalizzare la guerra, giustificandone la barbarie agli occhi delle giovani generazioni.

I vari governi (Spagna, Francia, Germania e anche Italia) stanno pensando di ripristinare la leva obbligatoria, mentre Zelensky ha smentito poco tempo fa la sua precedente richiesta di inviare i giovani europei in Ucraina, che Macron sembrerebbe invece voler spedire colà per cambiare le sorti del conflitto. I francesi hanno già risposto tappezzando le strade di cartelli che dicono: “Macron, on ne mourra pas pour l’Ucraine”. E noi non abbiamo niente da rivendicare?

da qui

L'Italia fra l'affaire albanese e la guerra senza fine, vendendo armi, come sempre



Migranti in Italia a 35 euro/giorno e ira della Lega, 100 in Albania e applausi - Remocontro

C’era una volta la destra italiana che si scagliava contro i 35 euro al giorno per l’accoglienza dei migranti.. Ora, nel bando del Viminale per la gestione dei centri oltre Adriatico, scoprono i cronisti del ‘Domani’, le tariffe sono triplicate rispetto a quelle previste in Italia. In Albania i migranti costano 100 euro al giorno, e da Roma gli stessi contestatori di allora si applaudono. A Tirana invece si sfregano le mani, con molte buone ragioni.

 

Quando Giorgia Meloni e Matteo Salvini…

La campagna politica anti migranti a denunciare ciò gli clandestini dei centri di accoglienza ‘rubavano‘ agli italiani. Ora al governo, «manifestazione di interesse per l’affidamento dei servizi di accoglienza in Albania» che prevede un costo quasi triplo. Dal 21 marzo seminascosto sul sito del Viminale, senza comunicati né lanci diagenzia. Infatti se ne è accorto quasi solo il quotidiano Domani con un articolo di Federica Borlizzi e Marika Ikonomu.

34 milioni anno, dopo quelli per costruire i centri albanesi

34 milioni anno previsti, da dividere per i migranti coinvolti e confrontarlo con quello che si spende in Testo ministeriale: «I corrispettivi riconosciuti pro-capite/ pro-die, secondo la tipologia di centro ed il relativo numero degli ospiti presenti, ammontano presuntivamente a complessivi € 33.950.139 annui, dimensionati per l’accoglienza massima prevista».

Somma e divisione

Dividendo la spesa complessiva per la capienza a pieno regime e i giorni di un anno si arriva «presuntivamente» al costo quotidiano per migrante in trasferta albanese di 90 euro. A cui vanno sommate le spese che, secondo il ministero dell’Interno non si possono calcolare in anticipo, dei servizi di trasporto; manutenzione ordinaria e straordinaria; presidi anti- incendio; assistenza medica. E perfino tutte le utenze: idriche, elettriche, per rifiuti e wifi.

Viminale, esecutore sospetto

«Perché il Viminale considera la gestione dei servizi più cara in Albania dove il costo della vita è inferiore? L’unica risposta possibile è che vogliono pagare l’ente gestore in maniera sproporzionata. Comprarselo», attacca Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio italiano di solidarietà e membro dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione.

Caos italiano del sistema migranti

«L’Italia, che accoglie meno di gran parte dei paesi Ue come mostrano i dati Eurostat, ha un sistema d’accoglienza nel caos. Migliaia di persone vivono per strada, mentre in Albania per uno straniero trasferito nei nuovi lager fuori confine spenderemo come in un hotel a 4 stelle», afferma Filippo Miraglia, dirigente nazionale di Arci.

Ancora conti albanesi

Sommando le diverse voci della legge di ratifica venivano fuori 645 milioni di euro nei primi cinque anni di validità. Ma se nello stesso periodo all’ente gestore andassero 34 milioni ogni anno il totale darebbe 815 milioni. Altri conti che non tornano.

Trasporto marittimo dei migranti

Dalle acque internazionali al porto di Shengjin. In assenza di valutazioni governative serie, e se le 880 persone del centro di trattenimento cambiassero ogni mese arriveremmo a 10.560. Per tenere lontano dal territorio nazionale l’equivalente dello 0,01% della popolazione italiana, si spenderebbero così 15mila euro a migrante.

Ma se, come probabile, le tempistiche ipotizzate dal governo non saranno rispettate, il rapporto percentuale con la popolazione italiana diminuirà mentre aumenterà la spesa pro capite. «Un po’ troppo, anche per uno spot elettorale», denuncia Giansandro Merli sul Manifesto.

da qui



Armi made in Italy in Ucraina-Israele e nel mondoRemocontro

 

Presentata al Parlamento la «Relazione sulle operazioni per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento». Ma Roma vende apparati bellici a Paesi in guerra che la legge vieterebbe e che governo e Parlamento sembrano ignorare. Esportazioni destinate ad aumentare, con molti retroscena dietro l’ufficialità di commerci non sempre confessabili.

 

Il mondo ‘veste armi’ made in Italy

«Le guerre hanno piegato ogni ritrosia geopolitica, cavillo normativo, titubanza etica», scrive Calo Tecce su l’Espresso. «Il mercato è in fermento, le apprezza, le prenota, le baratta, ne fa incetta». Ucraina, Israele, Ungheria, Azerbaigian, Arabia Saudita. Ovunque. «Quando le armi della politica tacciono, vale soltanto la politica delle armi».

Fonti istituzionali

+24% l’esportazione di armi italiane, soprattutto grazie alle vendite all’Ucraina, passate da zero a quasi mezzo miliardo di euro. «Controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento», relazione 2023, inviata dal governo al Parlamento. Un documento che, se fosse approvata la riforma della legge 185 del 1990 sul commercio delle armi presentata dal governo, conterrebbe molte meno informazioni. Al momento riusciamo a sapere del +24% l’esportazione di armi italiane, soprattutto grazie alle vendite all’Ucraina, passate da zero a quasi mezzo miliardo di euro.

Documenti riservati

Ma andiamo a curiosare anche tra altre fonti, meno ufficiali. La compravendita di armamento in Italia, nel 2023 ha prodotto affari per 7mila 562 miliardi di euro, con un +25 per cento. Esportazioni autorizzate per 6mila 311 miliardi (+19 per cento). Le importazioni che non registrano le operazioni italiane in Europa, in gran parte provengono dagli Stati Uniti: 1.250 miliardi di euro, e -attenzione-, il 618 per cento in più rispetto a tre anni fa.

Ucraina, nuovo cliente

Il governo di Kiev è un nuovo cliente per l’industria bellica italiana, ma già il secondo in assoluto con acquisti per 417 milioni di euro nel 2023, soprattutto in munizioni di vario tipo e sistemi di difesa. E quest’anno promette il sorpasso della Francia, nostro primo ‘cliente’ con 465 milioni. Kiev nuovo cliente in guerra, con le anomalie giuridiche che comporta. O che, a legge in vigore, dovrebbe comportare.

Il trucco di ‘cedere’ rispetto al ‘vendere’

La differenza fra «cedere» e «vendere». La «cessione» è consentita da un decreto del governo Draghi, prorogato da Giorgia Meloni per ‘derogare’ dalla legge 185 del 1990 che vieta le «esportazioni e il transito di materiale di armamento verso Paesi in stato di conflitto». Da allora sono seguiti otto provvedimenti ministeriali a firma bipartisant Guerini e Crosetto. Utile ricordare che le commesse al governo di Kiev non rientrano negli aiuti gratuiti.

La legge beffata

Trucco «cessione non onerosa» prendendo dalle riserve delle forze armate (che prima o poi dovrai reintegrare). Invece per le vendite ci vorrebbe una nuova legge, che oggi non esiste. Eppure le vendite a Kiev hanno raggiunto 417 milioni di euro nel 2023. Ma per il governo il problema non esiste. «Ci sono gli accordi con gli alleati europei e atlantici che determinano la nostra politica estera». Un po’ come la struttura clandestina di Gladio secretata anche al parlamento.

Italia polverificio d’Europa

Italia, polveriera tedesca. Rheinmetall è una multinazionale tedesca che controlla l’ex azienda italiana Rwm, la fabbrica di bombe. Amministrazione a Ghedi, Brescia, stabilimenti a Domusnovas in Sardegna. Prodotto principe, il più richiesto, i proiettili di artiglieria da 155 millimetri, e seconde, bombe pesanti per l’aviazione. Il fatturato italiano di Rheinmetall è inarrestabile. 287 milioni di euro lo scorso anno, mentre Rwm è schizzata da 46 a 613 milioni.

Israele

«Dal 7 ottobre 2023 abbiamo bloccato i contratti per la vendita di armi a Israele», sostiene il ministro Esteri Tajani. Ma non sono state bloccate le esportazioni autorizzate prima del 7 ottobre. Nessuna limitazione di fatto. Con Tel Aviv che ha ottenuto esportazioni per 9,9 milioni di euro in linea con i 9,3 del 2022.

Ora decide direttamente la presidenza del consiglio. Con dei colpi di fantasia da applauso. Merita la citazione, le armi all’Azerbaijan (che ci dà gas e petrolio), ma che è Paese in guerra. «Non erano mezzi da combattimento di terra e di aria, ma dei sottomarini», risponde una fonte del governo. Geniale presa in giro.

da qui


 


Uno sguardo di sintesi sulle relazioni Italia/UE-Cina - Alberto Bradanini

Per comprendere oltre alla forma anche la sostanza delle relazioni Cina-Italia/Europa è cruciale acquisire consapevolezza dei pilastri della soggettività statuale dei due protagonisti, tenendo in conto che le caratteristiche istituzionali, politiche e ideologiche delle due nazioni, risultato di una distinta traiettoria storica, modellano anche le relazioni bilaterali e la rispettiva agibilità internazionale.

La Cina, innanzitutto: la Repubblica Popolare è un paese sovrano, espressione di una potenza economica e politica in crescita accelerata e palpabile in ogni angolo del pianeta. Al centro delle sue istituzioni è collocato il Partito Comunista, che garantisce stabilità e indipendenza alle scelte di politica interna e internazionale della Repubblica Popolare. Il pieno esercizio della sovranità, essenza costitutiva di ogni statualità degna di questo nome, ha rappresentato la prassi strategica che ha consentito alla Cina di riscattare il secolo dell’umiliazione nazionale (1839-1949), generando un benessere inedito per una popolazione che nella storia aveva conosciuto solo povertà ed emarginazione, divenendo in poco più di quarant’anni una potenza economica mondiale.

La gerarchia dei paesi che contano per Pechino vede al primo posto gli Stati Uniti – per i quali la Cina, a seconda dei casi, costituisce un partner, un concorrente o un insidioso rivale strategico – seguiti a distanza dalla Russia (per ragioni economiche/energetiche e di comune interesse a contenere l’egemonismo americano), dal Giappone (con cui vige una pace fredda, economia bollente, politica gelida), dai paesi produttori di petrolio e materie prime, e via via tutti gli altri.

Al centro di un mondo sempre più plurale – i cui principali gruppi di riferimento sono i Brics+[1], la Sco[2], la Rcep[3] e altre aggregazioni regionali esterne all’Occidente a guida Usa – si situa la Repubblica Popolare. L’Europa, non è una novità, riluce per la sua irrilevanza: vassallo politico/militare/economico/energetico etc. dell’alleato atlantico. Non sorprende dunque se il Vecchio Continente, un tempo protagonista della scena internazionale, è oggi percepito anche da Pechino nella sua reale dimensione e apprezzato esclusivamente come interlocutore economico-commerciale (sebbene anche qui a sovranità limitata), nulla di più.

Le relazioni Italia-Cina

L’Italia ha riconosciuto la Repubblica Popolare di Cina il 6 novembre 1970. Da allora i rapporti politici bilaterali sono stati condotti all’insegna di un saggio realismo e sono dunque privi di fattori critici. Roma non ha mai ceduto alla tentazione di interferire sui temi sensibili per Pechino – Taiwan, Tibet, la questione uigura, i diritti umani, Hong Kong – considerandoli affari interni cinesi. L’Italia, va tuttavia aggiunto, fa parte di un sistema di alleanze centrato sugli Stati Uniti, i quali vedono nella Cina l’insidia maggiore alla loro egemonia. Se un giorno le tensioni tra le due superpotenze dovessero superare la soglia critica, i rispettivi alleati sarebbero tenuti ad allinearsi senza troppi distinguo. È questo un profilo solitamente sottaciuto che i dirigenti cinesi evitano di evocare negli incontri bilaterali, che tuttavia va tenuto a mente.

Nella valutazione cinese l’Italia è un paese di medie dimensioni, in declino strutturale, alle prese con seri problemi esogeni ed endogeni, con autonomia politica[4] e peso internazionale minimi[5]. Il Paese deve fronteggiare un duplice livello di subordinazione: sul piano politico-militare l’obbedienza all’egemone atlantico, su quello economico-monetario-finanziario la subordinazione alle oligarchie nordeuropee (al cui centro si colloca il direttorio franco-tedesco). Il combinato disposto di tale binomio genera quel pilota automatico al quale l’Italia ha consegnato la sovranità politica e monetaria, e con essa la chiave del proprio futuro economico e sociale.

Il giudizio severo della dirigenza cinese sull’Italia, seppure spesso taciuto, si estende alla classe dirigente: un paese guidato da un ceto politico modesto e un’amministrazione obsoleta, alle prese con corruzione diffusa, criminalità organizzata e un’immigrazione incontrollata, che insieme si riflettono su crescita, qualità dei servizi, investimenti, politiche industriali, ricerca-accademia, tutela del lavoro e via dicendo, e dunque anche sulle relazioni con Pechino.

A quanto sopra deve aggiungersi l’oggettiva difficoltà a fronteggiare una globalizzazione, agguerrita e ingovernata, senza adeguati strumenti per bilanciare la de-industrializzazione, il calo di produttività e la scarsa capacità d’innovazione. Sono lontani i tempi (maggio 1991) quando la Penisola veniva certificata quarta potenza economica al mondo, dopo aver superato Francia e Regno Unito, e che anche Pechino considerava un interlocutore economico di forte rilevanza. È triste constatare come un’infantile autoesaltazione e un indecifrabile spirito di subordinazione impediscano alla classe dirigente italiana di riflettere sul senso strategico di quanto sopra e su una possibile uscita da tale cupo scenario.

Alcuni dati

Nel 2022, i flussi commerciali bilaterali hanno superato gli 80 miliardi di euro (Eurostat[6]). Le esportazioni cinesi verso l’Italia si sono attestate intorno ai 58-62 miliardi, quelle italiane in Cina sui 17-19 miliardi[7] (l’approssimazione dei dati è dovuta ai flussi che transitano per Hong Kong e Rotterdam, inspiegabilmente nemmeno monitorati dal sistema e dunque conteggiati sui flussi bilaterali Olanda-Hong Kong-Cina). L’export italiano verso Cina è costituito per i 4/5 da beni strumentali, mentre le note tre effe (fashionfoodforniture) non superano il 15% del valore, a conferma che l’industria meccanica rappresenta tuttora il settore di punta delle nostre esportazioni.

Il disavanzo italiano[8] subisce un’impennata a partire dal 2001 con l’ingresso di Pechino nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), passando dai 4 miliardi di euro agli attuali 41/43 (la curva del deficit UE ha un percorso analogo, da 30 miliardi nel 2000 a 395,7 nel 2022, su un totale di 856,7 miliardi).

L’accesso cinese all’OMC era stato propiziato nella seconda metà degli anni ’90 dalle grandi imprese statunitensi/occidentali, che hanno accumulato da allora ingenti profitti, producendo in Cina a costi bassi (delocalizzando per di più le produzioni più inquinanti) e riesportando nei ricchi mercati americani ed europei.

Il mercato italiano, sebbene tuttora interessante, presenta tuttavia caratteristiche di fungibilità per Pechino, a sua volta consapevole delle competenze europee (e non del governo di Roma) su temi importanti quali lo status di economia di mercato, le procedure antidumping, gli accordi e i contenziosi commerciali e altro ancora. Solo quando l’Italia fa sentire la sua voce nelle istanze UE (talvolta accade), lo sguardo di Pechino si fa più attento alle rivendicazioni di Roma.

Quanto agli investimenti italiani in Cina, il loro stock (i numeri sono avvolti nell’opacità e le proiezioni dunque orientative) dovrebbe aggirarsi intorno ai 16/18 mld di euro. Quasi tutti green-field, nell’arco di alcuni decenni essi hanno generato in Cina centinaia di migliaia di posti di lavoro. Il loro flusso è oggi in forte calo, anche se qualche impresa ha ancora convenienza a spostare laggiù la produzione. Nel complesso, il fenomeno è in via di esaurimento, a causa dell’aumento dei costi (lavoro e servizi), della competitività locale, di un’imposizione fiscale non più incentivante come un tempo, di una maggiore attenzione cinese alla protezione ambientale e dell’appeal di paesi alternativi, oltre che per le difficoltà delle nostre imprese a reperire capitali.

Per quanto concerne gli investimenti cinesi in Italia, secondo Forbes[9], nel 2019 essi si aggiravano intorno ai 15,3 mld di euro. Da allora, il loro ammontare dovrebbe aver raggiunto i 18/20 miliardi, concentrandosi su merger and acquisition di società esistenti, tecnologia e sbocchi di mercato, senza creare nuovi posti di lavoro, seppur con qualche eccezione (Huawei a Segrate, il centro design per auto a Torino e altri minori)[10]. Cresciuti lentamente negli anni, e dopo l’impennata del quadriennio 2013-2017, anche questi flussi vanno ora esaurendosi. Quanto agli investimenti in borsa e nei titoli del debito pubblico italiano (di ammontare non conosciuto), questi sono volatili per definizione e non generano nuovo lavoro, trovando motivazione nell’esigenza di allocazione diversificata dei capitali: al settembre 2023 riserve valutarie di Pechino[11] ammontavano a 3.120 miliardi di dollari, equivalenti a circa il doppio del Pil italiano.

Sulla vexata questio delle infrastrutture logistiche marittime, ha sempre fatto difetto la chiarezza d’intenti da parte italiana. Non si è mai giunti all’identificazione di un porto-hub per accogliere le merci in entrata destinate all’Italia e all’Europa, sebbene le portacontainer cinesi transitino davanti alle nostre coste per proseguire verso Gibilterra e il Nord Europa. È vero che la Cina ha legami di lunga data con i porti nordeuropei, dove confluiscono ingenti flussi di import-export che generano elevate economie di scala. Ciononostante, a date condizioni, Italia e Cina trarrebbero entrambe ingenti benefici nel servire l’Europea centro-meridionale e orientale attraverso i porti italiani più vicini ai mercati di destinazione[12]. Pechino ha invece preferito, ad esempio, il porto di Atene-Pireo (investendovi oltre 800 milioni di euro). I governi italiani succedutisi nell’ultimo quarto di secolo dovrebbero chiedersi la ragione di tale preferenza.

In generale, il giudizio dell’Italia sui capitali stranieri in entrata è affetto da pensamenti a giorni alterni: talora essi sono visti come una forte spinta alla crescita, altre volte considerati una minaccia al sistema produttivo. È evidente che gli investimenti esteri siano diversamente accolti a seconda che provengano da Occidente-Usa o dalla Cina. L’Italia aderisce però dogmaticamente agli ordini di demonizzazione della Cina, volti a scoraggiare legami e cointeressenze con il gigante asiatico, di cui il nostro sistema industriale avrebbe invece enorme bisogno.

Va altresì ricordato che in quarant’anni di interazione il know how e la tecnologia italiana, insieme ai trasferimenti della Cooperazione italiana allo Sviluppo (2,3 miliardi di euro), hanno assicurato un contributo tangibile al sistema economico cinese[13]. Un quadro d’insieme, questo, che insieme all’elevato disavanzo rende ancor più giustificata la rivendicazione di un forte, seppur graduale, riequilibrio.

Per meglio acquisire dati e aggiornamenti di tali dinamiche, occorre aggiungere, sarebbe indispensabile che il Sistema Italia disponesse di un’efficiente organizzazione di conoscenza dell’universo Cina che incorporasse istituzioni, mondo della ricerca e accademia. Informazioni, analisi e contatti su un paese imprescindibile per i destini del mondo costituiscono anche il presupposto di qualsiasi attività di tutela e promozione degli interessi del Paese. In Italia non mancano persone di qualità che si occupano di Cina. È tuttavia assente un’entità di massa critica, in grado di accumulare conoscenza e promuovere collegamenti strutturati con il mondo cinese. Altre nazioni, non solo quelle di consolidata tradizione sinologica, affrontano il gigante asiatico con ben altri strumenti.

La Via della Seta (Belt and Road Initiative, Bri)

Sul tema Bri la letteratura è sterminata. Lanciata da Xi Jinping nel 2013, essa aveva inizialmente due obiettivi: a) favorire la connettività tra Cina e paesi limitrofi; b) accorciare le distanze Cina-Europa, via terra e mare, attraverso l’infrastrutturazione dei territori/paesi intermedi. La Bri ha poi maturato obiettivi più ampi, tematici e geografici, puntando finanche, nel tempo lungo, a modificare alcuni aspetti dell’ordine economico internazionale.

Il progetto cinese è fondato su investimenti, commercio, crediti, procedure e uniformità di standard, mirando ad attirare in particolare, ma non solo, i paesi emergenti che oggi guardano soprattutto al Beijing consensus, la via cinese di uscita dal sottosviluppo, piuttosto che al Washington Consensus, la via neoliberista/americana, alla quale molte nazioni hanno sacrificato la sovranità politico/economica, senza raccogliere apprezzabili risultati.

I progetti Bri non vengono finanziati a dono dal sistema bancario (cinese e internazionale, tra cui la AIIB[14] e la Banca dei Brics). Un nodo da sciogliere resta dunque la sostenibilità economica di tali progetti, che devono generare risorse sufficienti a ripagare il debito.

Gli Stati Uniti hanno manifestato la loro contrarietà alla Bri sin dal suo sorgere, sebbene tale progettualità meritasse il plauso dell’intero pianeta, e in primis il sostegno delle Nazioni Unite: favorire l’uscita dei paesi poveri dall’arretratezza rafforza infatti, è quanto mai evidente, le prospettive di pace e stabilità nel mondo.

In tale contesto, il 23 marzo 2019, Italia e Cina sottoscrivono un accordo denominato “Memorandum d’Intesa sulla collaborazione nell’ambito della “via della seta economica” e della via della seta marittima nel 21° secolo[15], che sulla carta avrebbe dovuto porre le basi per una stretta collaborazione economica bilaterale. L’Italia, unico Paese G7 ad aver aderito a tale lungimirante strategia, avrebbe dovuto puntare non tanto alla riduzione del deficit commerciale (pure importante), quanto a creare le condizioni per una collaborazione industriale e di lungo respiro con la Cina, partendo dall’infrastrutturazione dei paesi intermedi tra Estremo Oriente ed Europa Occidentale (è questo, del resto, il senso della Belt and Road Initiative). Un obiettivo questo mai divenuto realtà, per inerzia, inadeguatezza e distacco da parte italiana. Del resto, alla luce delle critiche che la firma di tale Accordo aveva generato da parte di Stati Uniti e partner europei, l’MoU è stato vissuto dall’Italia come una colpa, invece che come una straordinaria opportunità per costruire una relazione privilegiata con l’universo Cina.

Non solo. Sebbene priva di reale sovranità, come già rilevato, l’Italia avrebbe potuto tuttavia utilizzare i pur esistenti spazi d’autonomia – trattando di temi economici/commerciali, privi di implicazioni politiche o militari, l’accordo non metteva certo in discussione lo schieramento strategico dell’Italia – per aprire una storica pagina d’innovazione geopolitica, a beneficio del nostro paese e dell’intero continente.

L’orizzonte sarebbe stato quello euroasiatico, ricco di opportunità, con l’intento di affiancarlo a quello euro-atlantico, non in chiave alternativa (e nemmeno complementare), ma supplementare, lasciando spazio a chiunque, compresi gli Usa, semmai avessero dismesso le vesti della sola nazione indispensabile al mondo (e del malato eccezionalismo di cui sono schiavi), tornando ad essere una nazione normale. Ciò avrebbe favorito pacificazione, sviluppo e collaborazione tra tutti i paesi/territori dell’Eurasia.

Un sogno, ne siamo convinti, poiché, come noto, la scelta dell’alleato atlantico è stata un’altra, cosicché il contesto geopolitico ha indotto l’attuale esecutivo, su pressioni Usa, a notificare al governo cinese, il 6 dicembre scorso, l’uscita definita dall’MoU.

Sorprende che l’accanimento Usa contro legittimi e innocui interessi italiani – il Pil dell’Italia è tuttora inferiore dell’1,7% rispetto al 2007, anno precedente la crisi Usa dei sub-prime, e sono trascorsi 16 anni da allora! – sia vissuto con inspiegabile disinvoltura da governo, accademia, comunità industriale e media, quando invece l’argomento dell’interesse nazionale sarebbe stato presumibilmente compreso e rispettato persino dagli Stati Uniti.

Una saggia soluzione alternativa cui Roma avrebbe potuto ricorrere sarebbe stato un aggiornamento/modifica dell’MoU, con l’inserimento di clausole vincolanti per la parte cinese su: a) lo squilibrio commerciale, attenuando semmai il crudo realismo di coloro che reputano che l’Italia del declino industriale non ha molto da offrire al sistema Cina; b) collaborazione infrastrutturale sulla Via della Seta, ignorando le intimidazioni dei cosiddetti paesi amici, ma mobilitando gli ambienti industriali e finanziari, oggi decisamente assonnati.

In un’ottica ideale, tenuto conto dei flussi, degli investimenti e della sofisticata tecnologia di cui oggi la Cina dispone, la cooperazione bilaterale dovrebbe svilupparsi sulle nuove tecnologie, l’automazione, l’ambiente, l’aerospazio, la sanità, l’agricoltura sostenibile, la mobilità, l’interconnessione, l’urbanizzazione innovativa e le smart cities, le nuove energie, la robotica, la ricerca applicata e altri settori di punta. La strada resta in salita, ma le prospettive decisamente attraenti.

Andrebbe da ultimo utilizzata con convinzione l’architettura istituzionale già esistente, tra cui il Comitato Governativo Cina-Italia, incaricato di coordinare soggetti pubblici e privati, il Business Forum, favorendo d’interazione diretta tra uomini d’affari dei due paesi e il Forum Culturale, prezioso strumento di collaborazione tra superpotenze della Cultura quali sono Italia e Cina, attivando le industrie creative, la scienza, il turismo, la produzione enogastronomica, gli scambi accademici e studenteschi.

L’uscita dall’MoU, secondo quanto è dato sapere, sarà ora compensata dalla riattivazione del cosiddetto partenariato strategico bilaterale (firmato nel lontano 2004, che a dispetto del nome ha avuto ben poco di strategico), anch’esso privo di impegni per le parti, ma formalmente più rassicurante, perché esterno al contesto Bri che tanto irrita l’alleato atlantico.

In definitiva, tale cancellazione non fa bene alle relazioni Italia-Cina, anche se Pechino non adotterà misure di ritorsione, ma conferma lo spirito di subordinazione del governo più sovranista che l’Italia abbia mai avuto.

Resta la plateale contraddizione di una nazione amica (gli Stati Uniti) che ostacola brutalmente gli interessi di un paese con un’economia media e sofferente (come già riportato, circa 80 mld di euro di interscambio), mentre il commercio Cina-Usa ha raggiunto nel 2022 i 690 miliardi di dollari (record storico), quello Cina-UE gli 856,7 miliardi di euro[16], quello Cina-Germania i 350/380 mld, quello Cina-Giappone i 400 mld di dollari[17] e in proporzione Corea del Sud, Australia e via dicendo.

Cina – Unione Europea

La Repubblica Popolare, oggi geo-politicamente appagata, militarmente protetta, geo-economicamente compiaciuta della sua interazione esterna e geo-culturalmente fiduciosa sul suo avvenire, si confronta con un’Europa in crisi identitaria, politica, economica e valoriale.

A partire da fine secolo – dopo aver aggiornato la nozione di Grande Potenza, alla luce dei cambiamenti intercorsi nel pianeta – la Cina ha cessato di annoverare i paesi europei in tale categoria, così come l’Unione Europea (UE) in quanto tale, che Pechino considera una costola muta dell’impero americano.

Fino alla caduta del Muro di Berlino la minaccia dell’Unione Sovietica aveva consentito all’Europa di passare sotto silenzio la sua sottomissione alla superpotenza atlantica con l’argomento auto-assolutorio della difesa della libertà. Con la fine del Patto di Varsavia il Vecchio Continente avrebbe potuto recuperare sovranità e dignità politica, se le sue classi dirigenti fossero state all’altezza dei tempi.

A ottant’anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, invece, gli Usa mantengono ancora il continente europeo sotto stretta sorveglianza, sterilizzando ogni ipotesi di un’Europa sovrana, semmai ve ne fossero le condizioni endogene, a loro volta – va detto – inesistenti. Non è un caso che l’UE sia priva di un governo, di un vero Parlamento e di una Banca Centrale che risponda a istituzioni democratiche. L’intangibile progetto di Federazione Europea – che lampeggia tuttora come un fuoco fatuo davanti agli occhi di masse sprovvedute, senza che alcun documento politico, dalla conferenza di Messina in avanti, l’abbia mai evocata – è solo il parto di uno scrittore di fantascienza, filiazione della mitologica invenzione di un popolo europeo. Gli stati non si costruiscono a tavolino. Essi sono il frutto di sedimentazioni storiche, linguaggio, costumi, sangue versato, guerre vinte o perse, caratteristiche economiche e sociali, e altro ancora, tutti fattori ineludibili dell’essenza di una nazione.

Se anche ipotetici governi nei paesi-guida (Germania e Francia), folgorati sulla via di Damasco, proponessero di oltrepassare la linea d’ombra – indicando un percorso davvero europeista (la Federazione Europea implica il trasferimento di risorse dai paesi ricchi a quelli in ritardo) – è facile profezia che essi verrebbero spazzati via a furor di popolo.

In linea teorica, la Cina sarebbe entusiasta dell’esistenza di un soggetto che alla forza economica (di cui l’Europa è ancora dotata) potesse affiancare un’effettiva agibilità politica, irrobustendo quella dimensione multipolare delle relazioni internazionali che risponde ai suoi interessi. Si tratta però di un’ipotesi d’accademia, poiché quella entità non esiste in natura, non è prevista dai Trattati istitutivi ed è impedita dalle oligarchie dominanti (interne ed esterne alla UE) che ne verrebbero danneggiate.

Il declassamento del ruolo dell’UE da parte cinese è una novità relativamente recente. Esso prende avvio con il mandato di Jiang Zemin negli ultimi anni del secolo scorso, consolidandosi con Hu Jintao (2002-12), il quale, nella prospettiva di un mondo plurale, inizia a prestare maggior attenzione ai paesi emergenti e alle dinamiche multilaterali, trascurando una UE auto-riflessa e politicamente asservita a interessi altrui. In quegli anni, il Partito così sintetizza lo scenario internazionale: “le grandi potenze sono la chiave; i paesi limitrofi la priorità; quelli in via di sviluppo la base; le istituzioni multilaterali il palcoscenico”. Se fino ad allora l’Europa era considerata una delle chiavi, seppure in posizione ancillare rispetto agli Usa, essa viene ora declassata. Oggi, la sua irrilevanza è percepita ovunque: in Ucraina, Palestina, Iran, Siria, Yemen, Afghanistan, Corea del Nord e via dicendo la voce dell’Europa non è che un mormorio.

L’Unione resta però per la Cina un interlocutore importante per commercio, capitali, know how, tecnologia. Pechino è anche consapevole delle competenze dell’UE su accordi commerciali, procedure antidumping, status di economia di mercato e altro, e agisce con accortezza tra Bruxelles e le capitali in funzione dei suoi interessi.

Commercio e investimenti Cina-Unione Europea

Nel 2022, la Cina si è confermata un partner economico primario per l’Europa, attestandosi al secondo posto, con un interscambio di 856,7 miliardi di euro[18], poco meno di quello tra UE e Stati Uniti, al primo posto con 867,7 mld di euro[19]. Nel 2019, l’export UE verso la Cina rappresentava il 2,4 per cento del totale, quello verso gli Usa il 5,7 per cento. Da allora questi dati non sono cambiati di molto.

Il commercio UE-Cina resta poi al di sotto del suo enorme potenziale. Il mercato cinese assorbe un flusso ridotto di esportazioni europee. Nel 2022 l’UE ha esportato in Cina (1,42 miliardi di individui) appena il 23% in più rispetto a quanto esportato in Svizzera (che conta meno di 9 milioni di abitanti). Le importazioni dalla Cina hanno fatto registrare una crescita sostenuta (+30% in un anno, secondo Eurostat, 2022), ma le esportazioni verso la Cina sono aumentate solo di un misero 3%.

Nel 2022, nel commercio Cina-UE (su un totale di 856,7 mld di euro il deficit UE è stato di 395,7 miliardi), la Germania è il solo paese, se si esclude l’irrilevanteIrlanda (surplus di 776 milioni di euro), che registra un rapporto bilanciato con Pechino (236 mld di euro sulla carta e 24 mld di deficit, ma non meno di 350 mld e un sostanziale equilibrio se si includono i flussi che transitano per Hong Kong e Rotterdam). Non è un caso che la Germania imponga all’intera Unione Europea una China policy accomodante, in linea con i suoi interessi.

Quanto agli investimenti, quelli cinesi in Europa restano contenuti, solo il 5% del totale in entrata (200 mld circa), rispetto ai 1.800 mld degli Stati Uniti (anno 2020). 

Negli ultimi anni, poi, è emersa una diversa percezione del mercato cinese da parte delle aziende europee[20], le quali un tempo adottavano le decisioni d’investimento escludendo il rischio politico, che oggi invece incombe sulla catena di approvvigionamento. 

In assenza di un’autonoma strategia UE e prive di sostegno politico, cresce l’inquietudine di tali imprese che valutano sempre più la possibilità di dislocare gradualmente i loro investimenti su altri mercati.

Alla fine del 2022, lo stock cumulato (nei 20 anni precedenti) d’investimenti europei in Cina ammontava a 160-170 miliardi di euro: si tratta del medesimo ammontare che le imprese UE investono negli Stati Uniti ogni 12 mesi!

Gli investimenti esteri verso la Cina sono cresciuti per anni alla luce di un contesto stabile e privilegiato. Oggi, sebbene sulla carta il paese rimanga una grande opportunità, sono emersi nuovi interrogativi, la sfida tecnologica, l’enfasi sui temi della sicurezza, la priorità Usa sul contenimento e via dicendo, che hanno modificato lo scenario. La maggior parte delle imprese presenti in Cina mantiene le posizioni, ma non intende pianificare altri investimenti, mentre un numero crescente di esse valuta altri mercati, dove i costi sono minori e il rischio politico assente[21].

Le ripercussioni di tutto ciò si fanno sentire anche sugli investimenti cinesi in Europa, area verso la quale un tempo la Cina nutriva preferenza rispetto agli Stati Uniti, assai precoci in tema di politicizzazione. Ora, però, a partire dal 2019[22], anche la Commissione Europea ha introdotto meccanismi di monitoraggio che autorizzano i paesi membri ad ostacolare gli investimenti stranieri in entrata (e dunque anche cinesi) che beneficiano di aiuti di stato o che costituiscano un pericolo per la sicurezza nazionale.

L’Accordo Cina-UE sulla protezione degli investimenti

Nel dicembre del 2020, dopo un annoso negoziato, Cina e Commissione UE hanno siglato in linea di principio il cosiddetto Accordo sulla Protezione degli Investimenti[23], con l’impegno per una pronta ratifica nei mesi successivi.

Negli auspici europei, l’Accordo avrebbe dovuto aprire la strada a una forte crescita dei flussi commerciali, al loro graduale riequilibrio e a un’ulteriore integrazione dei sistemi produttivi. Va rilevato che il testo, di forte impronta liberista come del resto l’insieme dell’impalcatura UE, tutela soprattutto gli interessi delle economie nordeuropee. Se ad esso farà seguito in futuro, secondo alcune indiscrezioni, un testo ancor più assertivo in tema di libero commercio, con la rimozione delle residue barriere a tutela dei settori industriali esposti, i danni per il sistema produttivo europeo nei comparti ancora parzialmente tutelati (per l’Italia acciaio, quel che rimane del tessile, l’elettronica e altre nicchie produttive) saranno ancor più profondi.

Il testo concordato, tuttavia, non ha avuto l’evoluzione attesa. Dal marzo 2021 una serie di impedimenti ostacola l’iter di ratifica e la sua entrata in vigore è al momento in forte discussione.

All’atto della firma (dicembre 2020), gli Stati Uniti (al presidente uscente D. Trump aveva fatto eco il subentrante J. Biden) criticano veementemente l’accordo, con il pretesto che esso non affronta adeguatamente la problematica del lavoro forzato in Cina. Nel marzo successivo, l’UE sanziona quattro funzionari cinesi presuntamente coinvolti nella gestione di campi di lavoro nella provincia cinese dello Xinjiang. Quale misura di ritorsione, Pechino impone restrizioni a quattro entità e dieci funzionari UE, di cui cinque membri del Parlamento europeo, spingendo Bruxelles, nel maggio 2021, a sospendere sine die la procedura di ratifica.

Il conflitto in Ucraina che prende avvio il 24 febbraio 2022 porta altre nubi nel cielo delle relazioni Bruxelles-Pechino e della possibile finalizzazione dell’accordo, alla luce della indisponibilità cinese ad aderire alle sollecitazioni occidentali (Ue e Usa) di intervenire sul governo di Mosca. A tale quadro si somma la decisione di Pechino di sanzionare la Lituania per aver consentito l’apertura di ufficio diplomatico taiwanese a Vilnius. Il 24 marzo 2021, il commissario europeo al commercio, V. Dombrovskis, dichiara quindi: “il processo di ratifica non può essere separato dall’evoluzione dell’insieme delle relazioni UE-Cina”, occultando tuttavia le forti pressioni Usa. Con l’uscita di scena in quell’anno della cancelliera Angela Merkel, principale sostenitrice dell’accordo e della tutela delle buone relazioni Germania-Cina, il menzionato accordo è giunto a un punto morto. La sua possibile ratifica dipenderà pertanto dall’evoluzione del contesto geopolitico, in particolare delle relazioni Cina-Usa, le quali al momento non incoraggiano alcun ottimismo in termini di distensione e riconciliazione.


[1] Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, più (dal 1 gennaio 2024) Arabia Saudita, Argentina, Emirati Arati Uniti, Egitto, Etiopia, Iran (altri 16 paesi hano chiesto di aderire, Alberia, Bangladesh, Bahrein, Bielorussia, Bolivia, Cuba, Honduras, Indonesia, Kazakistan, Kuwait, Nigeria, Palestina, Senegal, Thailandia, Venezuela, Vietnam

[2] Shanghai Cooperation Organization  

[3] Regional Cooperation Economic Partnership

[4]https://contropiano.org/news/politica-news/2020/01/08/in-italia-ci-sono-decine-di-bombe-atomiche-pochi-lo-sanno-e-chi-sa-tace-0122697;https://www.tpi.it/esteri/bombe-nucleari-usa-italia-dati-documenti-20190717372685/https://www.voltairenet.org/article164892.html; https://cnduk.org/resources/united-st ates-nuclear-weapons-europe/

[5] L’Italia è a tutti gli affetti pratici un protettorato Usa, le cui truppe la occupano da oltre 78 anni, impedendole di eleborare un’autonoma azione politica, se non in linea con gli interessi degli Stati Uniti

[6]https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=China-EU_-_international_trade_in_goods_statistics#Trade_with_China_by_EU_Member_State

[7] Anche qui l’approsimazione dei dati è dovuta alle merci che transitano nei porti di Rotterdam e Hong Kong, i cui flussi vengono conteggiati, rispettivamente, nel commercio Cina-Olanda e Italia-Hong Kong. Nell’interscambio Ue-Cina, l’Italia occupa la quarta posizione come paese esportatore (dopo Germania, Regno Unito e Francia) e importatore (dopo Olanda, Germania e Regno Unito). La posizione apicale dell’Olanda nell’import di prodotti cinesi è dovuta ai container che giungono a Rotterdam e poi redistribuiti su tutto il continente. Solo in Italia arriverebbero dal porto olandese oltre due milioni di container ogni anno.

[8] L’export italiano in Cina è rappresentato per i 4/5 da beni strumentali, mentre le note tre effe (fashion, food, forniture) non coprono più del 15% del totale, a dimostrazione che l’industria meccanica (o quel che ne resta) rappresenta tuttora il perno dell’export italiano, godendo dell’apprezzamento cinese per qualità e competitività internazionali.

[9] https://forbes.it/2019/03/09/via-della-seta-quanto-investe-davvero-la-cina-in-italia/

[10] Tali investimenti sono concentrati per lo più in Lombardia, Lazio, Piemonte, Veneto, Trentino-Alto Adige, riguardano i settori high tech, manifatturiero ed energetico e sono riconducibili alle seguenti tipologie:

 – partecipazioni in aziende quotate (intorno al 2%): Eni, Enel, Prysmian, Fca, Telecom, Generali, Saipem, Intesa San Paolo, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena, Mediobanca, e Atlantia/Autostrade (quest’ultima al 5%).

 – acquisti di titoli del debito pubblico italiano, il cui ammontare è stimato intorno ai 20 mld di euro, investimenti di natura speculativa e precari per definizione;

 – investimenti volti ad acquisire tecnologia: Pirelli, Cifa, Ferretti, Parmeestelisa, Krizia, Benelli, Salov, LFoundry, 35% di Reti Snam/Terna di CDP (da parte di State Grid of China), Shanghai Electric 40% di Ansaldo Energia e altri minori;

 – investimenti greenfield: pochissimi, in pratica Huawei a Segrate e il centro design per auto a Torino;

 – alcune squadre di calcio (Inter e Milan…).

[11] https://tradingeconomics.com/china/foreign-exchange-reserves

[12] Oggi, dunque, i porti di Genova e Trieste potranno attirare qualche limitato investimento cinese, ma nel Mediterraneo l’hub di riferimento la Cina l’ha da tempo acquisito, investendo 800 milioni di euro nel porto di Atene-Pireo. Quel treno l’Italia l’ha perso per sempre, non essendo riuscita (nei primi anni 2000, con i governi Berlusconi, Prodi e altri) a costruire una proposta viabile per gestire le merci cinesi in arrivo nel Mare Nostrum.

[13] Il 5 agosto 2011 (Governo Renzi-Guidi), il 35 per cento di CDP Reti, società che controlla le reti di trasmissione nazionale, viene venduto da Cassa Depositi e Prestiti a State Grid Europe ltd, società con base a Londra, controllata della State Grid Investment Development LLC, con base a Hong Kong, posseduta a sua volta dalla statale State Grid Corporation. Non si tratta di partecipazione finanziaria, ma di diritto di proprietà su un asset di valenza strategica. Oggi, State Grid dispone anche della facoltà di vendere le sue quote a concorrenti diretti, con uno sbilanciato diritto di prelazione di CDP da esercitare entro sessanta giorni alle condizioni e prezzo del possibile acquirente.

[14] Asian Infrastructural Investment Bank

[15]https://www.governo.it/sites/governo.it/files/Memorandum_Italia-Cina_IT.pdf

[16]https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=China-EU_-_international_trade_in_goods_statistics

[17] https://www.mofa.go.jp/region/asia-paci/china/data.html

[18]Il commercio https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=China-EU_-_international_trade_in_goods_statistics L’interscambio UE-Cina ha superato nel 2022 856,7 mld di euro, con un disavanzo europeo di circa 395,7 mld. Nel commercio con Pechino, quasi tutti i paesi soffrono disavanzi in proporzione. La Germania (per la quale la Cina è il primo partner commerciale in assoluto) soffre sulla carta un deficit di 23 mld circa, con un interscambio sempre sulla carta di 237 mld. Tuttavia, se si considerano i flussi che transitano per Rotterdam e HK il comemrcio bilaterale raggiunge i 320/350 e il disavanzo tende ad azzerarsi.

[19] Il commercio Stati Uniti-UE è stato nel 2022 di 867,7 mld di euro, con import di 358,4 e export per 509,3 mld, e dunque con un avanzo di 150,9. https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=USA-EU_-_international_trade_in_goods_statistics

[20] https://www.friendsofeurope.org/insights/eu-china-trade-and-investment-unbalanced-and-well-below-potential/

[21] https://www.friendsofeurope.org/insights/eu-china-trade-and-investment-unbalanced-and-well-below-potential/

[22] https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/IP_19_2088

[23] Il testo punta a facilitare il rispetto dell’accordo di Parigi e la ratifica cinese delle convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sul lavoro forzato, attraverso un meccanismo di monitoraggio. Rafforza l’apertura dei mercati e un’economia aperta tra Cina e UE. Proibisce trasferimenti forzati di tecnologia a società cinesi, interferenze statali sulle licenze tecnologiche. Rafforza la protezione delle informazioni sensibili, la tutela della proprietà intellettuale e dei segreti commerciali. Migliora la trasparenza sui sussidi alle imprese, grazie all’estensione delle discipline dell’Omc per i beni industriali e i servizi. È prevista l’apertura al mercato di una lista di nuovi prodotti, l’eliminazione di restrizioni quantitative, di limiti di capitale o altri requisiti nelle imprese miste. Nel settore automotive, la Cina rimuove gradualmente i requisiti sulle imprese miste e garantirà l’accesso al mercato ai veicoli non inquinanti. Quanto alla finanza, Pechino s’impegna a liberalizzare alcuni settori e aprirli a investitori UE. Vengono rimosse le restrizioni alle imprese miste e nelle attività bancarie, nella negoziazione di titoli, assicurazioni, riassicurazioni e gestioni patrimoniali. Nel comparto salute, verranno elimintte le restrizioni agli investimenti negli ospedali privati di diverse città, tra cui Shanghai, Pechino, Tianjian, Guangzhou e Shenzhen. Nella ricerca e sviluppo (risorse biologiche), Pechino accetta di cancellare gradualmente le attuali restrizioni. Gli investitori UE potranno investire nei servizi cloud fino al 50%, mentre i servizi informatici verranno gradualmente aperti al mercato, ma senza precisi impegni di tempo, inclusa una clausola di “neutralità tecnologica”, secondo la quale i limiti di capitale non verranno applicati alla finanza, logistica e medicina, se offerti online. Nel trasporto marittimo, la Cina consentirà alle imprese UE di investire senza restrizioni nella movimentazione merci, depositi, stazionamenti di container e agenzie marittime, aprendo il mercato al trasporto multimodale, compreso il territorio nazionale del trasporto marittimo. Pechino eliminerà i requisiti restrittivi sui servizi immobiliari, di noleggio e leasing, riparazione e manutenzione per trasporti, pubblicità, ricerche di mercato, consulenza gestionale e servizi di traduzione, servizi ambientali, fognature, abbattimento acustico, smaltimento dei rifiuti solidi, pulizia dei gas di scarico, protezione dell’ambiente, servizi igienico-sanitari. Sul tema dei sussidi pubblici, viene istituito un meccanismo di consultazione, senza pregiudicare la possibilità di misure autonome di distorsione. Le imprese pubbliche cinesi s’impegnano a operare sulla base di regole commerciali e a rispettare la trasparenza.

da qui


venerdì 29 marzo 2024

Il popolo russo, Putin, la democrazia – Piero Bevilacqua

 

Pensare con idee ricevute. E’ davvero stupefacente leggere o ascoltare intellettuali e studiosi democratici e di sinistra, talora di sinistra avanzata o radicale ( cioé di sinistra, ma il termine è stato infamato dal cosiddetto centro-sinistra) che ancora oggi, dopo due anni di guerra in Ucraina, dopo tutte le rivelazioni di fonti americane, le ricostruzioni storiche dei precedenti che hanno preparato quel conflitto, continuano a ripetere lo slogan << la brutale invasione russa>> , <<l’occupazione violenta della Crimea>>,ecc. Gli stessi stereotipi e retoriche si ripetano per il massacro in corso nella martoriata Gaza. I combattenti di Hamas sono terroristi perché hanno ucciso civili israeliani con il pogrom del 7 ottobre (cosa, ahimé, terribilmente vera e ovviamente da condannare, ma non bisognerebbe mai dimenticare la storia che la precede e predispone) mentre i soldati di Israele che di civili palestinesi, e soprattutto di bambini, ne hanno ucciso e ne vanno ammazzando un numero spaventosamente superiore, restano soldati. Intendiamoci, la guerra è sempre un errore, è l’ingresso al più grande degli orrori. Quindi condanniamo quella scelta di Putin. Ma chi non riconosce che la Russia è stata trascinata in quel massacro è persona non   informata dei fatti.

Svolgo le considerazioni che seguono non solo per il dispiacere che provo a sentire anche tanti amici e studiosi di valore ripetere queste espressioni che sono il calco della vulgata occidentale, ma perché ovviamente tale subalternità interpretativa all’informazione corrente indebolisce gravemente l’opposizione politica all’atlantismo, che ci chiama alla guerra, all’involuzione antidemocratica dell’UE, frena l’azione a favore delle trattative e della pace. Le svolgo anche perché mi vado convincendo di un fenomeno culturale che meriterebbe di essere approfondito e che qui accenno appena. Le sempre più spinte specializzazioni scientifiche del nostro tempo –  per cui chi si occupa di sociologia finisce col sapere tanto del suo specifico campo sociologico, ma poco del resto, e così   chi si occupa di fisica, di diritto, economia,  ecc.– espone la mente di tanti studiosi a dipendere, per la propria visione della situazione politica mondiale, dalla idee circolanti e inverificate elaborate dai media dominanti. Media, come sappiamo, che orchestrano campagne di persuasione sistematiche e di vasta portata ormai da decenni. Se non si conoscono in maniera circostanziata le questioni, la comodità di avere, con poco sforzo e a portata di mano, una spiegazione semplice e rassicurante  fa perdere la libertà di un giudizio indipendente. Credo di poter parlare anche a nome personale. Chi conosce un po’ la mia biografia intellettuale sa che non mi sono mai rinchiuso nella mia specializzazione di storico. Eppure, anche io ero convinto di tante verità che erano idee ricevute accettate passivamente, spesso purissime menzogne. Superate solo dopo aver studiato su libri e documenti come sono andate realmente le cose. Purtroppo bisogna constatare che non si possono capire anche i gravi fatti del nostro tempo se ciascuno non compie uno sforzo supplementare di studio e di analisi, fuori dal proprio specialismo e non confidando nel giornalismo corrente. Troppo potenti e ben confezionate sono le falsificazioni che si respirano nell’aria per restare indenni. Quante prove ulteriori noi italiani dobbiamo avere, per come è stata raccontata la  guerra in Ucraina, per riconoscere che i nostri media sono una fabbrica di contraffazioni della realtà? Senza, dunque, uno sforzo di documentazione supplementare si resta vittime di una versione costruita da interessi potenti. Perché forse mai, come oggi, le élites dominanti sono in grado di sovrapporre alla realtà effettiva la loro manipolata narrazione, puntello fondativo del loro dominio, imponendola come un qualunque seducente prodotto di consumo.

Un’altra ragione di stupore è l’evidente pregiudizio antirusso che in Italia circola in ogni canto di strada. E il fenomeno, quando vede protagonisti sinceri democratici, è davvero incomprensibile o comprensibile assai bene, quale prova della forza del punto di vista americano che è diventato anche il nostro. Ma come facciamo a giudicare la Russia prescindendo completamente dal popolo russo, dalla sua storia, dai sacrifici immani che credo nessun popolo ha dovuto sostenere in età contemporanea? Come può accadere che c’è così poca empatia e curiosità storica disinteressata per la sua storia? Nessuno trae ragione di ammirazione da quel che questo popolo è stato in grado di fare per difendere il proprio paese da forze sovrastanti?  Chi si ricorda che i russi hanno dovuto dare alle fiamme Mosca, la loro amata città, per poter resistere all’invasione dell’esercito napoleonico? Qualcuno   rammenta battaglia di Stalingrado, la carneficina urbana durata quasi 6 mesi    che ha inflitto la più grave sconfitta strategica all’esercito di Hitler? Quell’esercito che nessuna potenza europea aveva potuto fermare? Uno sforzo bellico che costò alla Russia circa 20 milioni di morti. Oggi nell’immaginario collettivo americanizzato sono stati gli USA a vincere la guerra, cancellando la vittoria russa a Stalingrado, dimenticando che l’Armata Rossa è arrivata Berlino, nel cuore dell’invincibile Reich, nell’ aprile del 1945, precedendo addirittura gli eserciti alleati. Se la Russia fosse crollata Hitler avrebbe molto probabilmente vinto la guerra e avrebbe imposto all’Europa il suo feroce dominio.  Chi ha liberato i lager dove si era consumato l’olocausto? Eppure persino un comico geniale come Benigni ha messo le divise americane ai soldati che entrano nei campi di concentramento ne La vita è bella.

La rivoluzione d’Ottobre

Meno stupore desta l’oblio o perfino la dannazione della rivoluzione d’Ottobre. Essa viene fatta sparire sotto la facile demonizzazione dello stalinismo e dei suoi crimini, sotto la burocratizzazione elefantiaca dello stato russo del dopoguerra, sino alla sua finale dissoluzione nel 1991. Sappiamo quanto diffusa sia l’opinione, soprattutto nel campo un tempo di sinistra, che quella vicenda sia stata nient’altro che un unico e prolungato errore. Eppure non c’è giudizio più superficiale ed erroneo di questo. La rivoluzione del 1917, la prima rivoluzione proletaria della storia, a dispetto dei suoi errori e del sangue fatto scorrere, ha cambiato il corso della storia contemporanea. Qui basti ricordare, a parte l’eversione, spesso con prezzi umani drammatici, delle strutture feudali della Russia, che essa fin da subito ha avuto effetti di radicale trasformazione nella società del tempo spesso ignoti. Chi sa, ad es., che per effetto della rivoluzione, nell’Europa Centrale tra le due guerre, vennero avviate ampie riforme agrarie con divisione e distribuzione dei latifondi ai contadini per timore delle rivolte  che avevano rovesciato gli Zar? Quelle riforme che in Italia spezzarono il latifondo solo nel 1950? Ma la rivoluzione, che già nel 1918 gli occidentali, compresi gli USA (situati al di là dell’oceano), cercarono di soffocare sul nascere, ebbe effetti sotterranei nelle campagne dell’Asia e mise in moto vari movimenti contadini da cui prese slancio anche la Rivoluzione cinese.

Nel dopoguerra  

il sostegno economico, militare, politico dell’ URSS rese possibile e comunque facilitò enormemente la lotta anticoloniale dei Paesi del Sud del mondo, la liberazione di numerosi popoli da una dominazione secolare. Un stato burocratico e autoritario, che espresse anche dirigenti nefasti come Breznev, tuttavia, anche quando si muoveva per interessi geopolitici di potenza, svolgeva un ruolo prezioso per il processo di emancipazione  dei paesi poveri.

Ma non si può tacere un altro esito che ci riguarda. La Rivoluzione d’ ottobre rese possibile la nascita dei partiti comunisti dell’Occidente – fenomeno represso sul nascere negli USA democratici – forze politiche moderne che non solo hanno concorso alla lotta antifascista nel dopoguerra, ma hanno svolto un ruolo decisivo nel processo di sviluppo sociale e di costruzione di stati democratici moderni, dotati di un costituzione. Il caso del Partito comunista italiano costituisce un capitolo  esemplare di questa storia. Come si sarebbe potuto affermare il welfare – teorizzato peraltro da capi di stato lungimiranti come Roosevelt o da economisti come   William Beveridge – senza il concorso e le lotte dei partiti comunisti e socialisti, la grande forza popolare e la mobilitazione dei sindacati? La storia non è una partita di calcio in cui si vince o si perde, e nulla accade mai invano.

Basterebbero questi brevi cenni per far  comprendere quanto diversamente siano andate le cose rispetto alle convinzioni interessate e  false che si sono affermate, specie negli ultimi decenni in cui la Verità Neoliberista ha riscritto il nostro passato. Del resto, una volta tanto, la storia offre la possibilità di una verifica, per così dire controffattuale, per giudicare il valore della Rivoluzione d’ottobre e di quel che ne è seguito. Che cosa è accaduto alle società occidentali dopo il crollo dell’URSS, quando è venuto a mancare un antagonista al capitalismo occidentale? Che cosa è accaduto al pensiero politico, diventato pensiero unico?  Che cosa   al welfare, al lavoro, ai sistemi politici, alla democrazia, agli equilibri mondiali? Chi di noi avrebbe mai immaginato il ritorno in grande stile del lavoro schiavile nelle campagne? Eppure, dalla California all’Italia, passando per il Regno Unito e la Spagna, questa è diventata una gloria tangibile dell’Occidente. E’ stata dunque un’errore la Rivoluzione d’ottobre?

 E’ questa falsa coscienza, radicata nelle menti, che non consente di ragionare, che porta a guardare alla Russia come un ostacolo all’avanzare della democrazia nel mondo,  e a Putin come un mostro assetato di sangue. Cosi dobbiamo sentire in TV, ormai Ministero della Verità, giornalisti anche intelligenti e non faziosi, come ad esempio Corrado Augias, i quali si chiedono che cosa accadrà agli altri territori contermini << se si cede sull’Ucraina>>. Un’espressione che mostra l’assoluta ignoranza delle ragioni di questa guerra, che in parte è una guerra civile, ma che riduce la Russia attuale a una caricatura. Ma quali interessi dovrebbero spingere la Russia ad espandersi ulteriormente ? Il suo territorio statale è <<la più vasta entità territoriale del mondo>> (Treccani) e assomma a 17.075.400 km2, con una popolazione intorno ai 160 milioni di abitanti. L’Europa, tanto per fare un raffronto eloquente, è estesa 4.950.000 km2 ed è popolata da circa 500 milioni di persone. Quale dissennato uomo di stato può spingere un tale paese, letteralmente spopolato, a occupare nuovi territori portando a morire un buona parte dei suoi scarsissimi giovani? Possibile   che così pochi, in Italia e in Europa, sono in grado di sospettare che la dirigenza Russa non aveva nessuna convenienza a invadere l’Ucraina, con cui aveva convissuto per decenni, se non fosse stata minacciata dalla Nato ai suoi confini, se gli USA non si fossero mostrati indegni di qualunque fiducia, se la popolazione russofona non fosse stata sottoposta a ripetute persecuzioni? Ma chi grida al pericolo di un’espansione imperialistica ha una idea salottiera della guerra. Dimentica che essa costa la vita di migliaia e migliaia di soldati. Quanta intelligenza c’è nel pensare che anche un’autocrate come Putin può sacrificare, spensieratamente e senza conseguenze, la propria gioventù (sottratta peraltro a un’economia che ne necessita incessantamente) per astratti disegni di dominio?

Putin come Hitler?

Per finire alcune considerazioni su Putin. Ho da poco ascoltato in TV Massimo Giannini, un giornalista democratico e intelligente (a dispetto dei giornali padronali per cui scrive) lanciare grida di dolore di fronte alla notizia  che Putin era stato riconfermato presidente con un’ affermazione plebiscitaria di quasi il 90% dei votanti.<< Una grave sconfitta per l’Occidente >> l’ha definita con tono angosciato. Espressione che costituisce un involontario smascheramento dell’immagine caricaturale che i media, a partire dai giornali per cui Giannini scrive, hanno deliberatamente costruito della Russia e di Putin. Le nostre élites si rivoltolano negli errori e nelle finzioni che essi stessi propagandano. Esse hanno infatti inventato l’immagine di un dittatore sanguinario che estorce il consenso al suo popolo con il terrore. A questo servono pagine e pagine dedicate alla morte di Alexej Navalny, le decine e decine di trasmissioni televisive in cui si ricostruisce e ripete fine all’ esaurimento lo stesso evento. Se avessero un approccio meno propagandistico alla realtà potrebbero capire come stanno realmente le cose.  Ricordo che dagli elettori residenti all’estero Putin ha ricevuto il 72, 1% dei voti. E costoro certamente non subivano nessuna pressione o condizionamento. So che dispiace a tantissimi, ma quello del presidente russo è un autentico consenso popolare, dipendente da ragioni molto solide, che il giornalismo democratico dovrebbe avere l’onestà di ricostruire. Onestà di cui è gravemente sguarnito. Putin, agli occhi del suo popolo, ha il grande merito di aver sottratto il paese all’anarchia, alla spaventosa povertà di massa creata dal decennio dei governi di Eltsin, rimettendolo sulla strada di uno sviluppo sempre più ordinato e apportatore di benessere. Sviluppo capitalistico, beninteso, in un’economia di libero mercato, con una forte presenza statale. Quella che servirebbe tanto all’ Italia e all’ Europa. A lui riconosce il merito di aver domato in gran parte lo strapotere degli oligarchi, di aver limitato la corruzione dilagante, di aver soffocato il terrorismo ceceno che faceva esplodere bombe nei locali pubblici delle città e persino a Mosca. Repressione dolorosamente sanguinosa, certo, ma contro un nemico anch’esso sanguinario che prendeva di mira i civili. A Putin il popolo russo è grato per avergli restituito, dopo l’umiliazione del crollo dell‘URSS, l’orgoglio della propria storia, della propria identità. Questo rinato patriottismo – certo, spesso condito da Putin con improbabili e inopportuni richiami retorici alla Russia degli zar  – viene demonizzato in Occidente per poterlo trasformare in imperialismo aggressivo. Eppure non si capisce perché il patriottismo sia invece considerato lecito e benefico per la Francia di Macron, che vuole inviare truppe europee contro la Russia, o per l ‘Italia del governo di guerra della sovranista Meloni, che lo ha preventivamente ceduto agli USA per ragioni di legittimazione politica. Ma il popolo russo ha rafforzato il suo consenso a Putin negli ultimi  anni perchè ancora una volta avverte i venti di guerra  che soffiano contro di lei. La Nato  e l’intero Occidente minacciano di “sconfiggerla” sul suo territorio, cioé ancora una volta di invaderla,  e noi  ci stupiamo che il suo popolo   moltiplichi il proprio appoggio al leader che si è mostrato più capace di difenderlo da questa minaccia mortale?  Ma come pensano i nostri analisti?

Infine, sempre dedicato agli intellettuali democratici e di sinistra, qualche considerazione su Putin dittatore spietato, argomento impervio, ma che credo di poter affrontare col dovuto equilibrio e freddezza. E’ un compito sgradevole che mi assumo non certo per difendere Putin, ma perchè attraverso la sua demonizzazione si fa strada la propaganda bellicista dell’esportazione della democrazia e del regime change:il vero obiettivo per cui gli USA hanno provocato la guerra in Ucraina. Confido perciò nell’intelligenza del lettore. Comincio col dire che io immagino Putin come uomo di grande intelligenza politica, ma sicuramente spietato. Lo credo anche capace di ispirare l’eliminazione di qualche avversario politico. La sua provenienza e la sua esperienza autorizzano questa visione. D’altra parte, è noto, come qualche volta sosteneva Marx, che gli uomini fanno la storia, ma anche l’inverso, che cioé è la storia a fare gli uomini. Del resto come avrebbe potuto rimettere in piedi un moderno stato, in un paese sprofondato nel caos, senza un certo grado di spietatezza? Nella patria di Machiavelli queste considerazioni non dovrebbero destare stupore. Tuttavia quando gli si attribuiscono responsabilità dirette nella morte di un oppositore come Navalny o nell’uccisione della giornalista Anna Politkovskaja, ogni serio analista, che non può contare su nessuna prova che non siano le opinioni dei nostri giornalisti, dovrebbe avere l’intelligenza di porsi delle domande. Occorre sempre esaminare le “convenienze” degli attori in campo per comprendere le dinamiche della politica. E’ davvero giovata a Putin la morte del prigioniero Navalny? Abbiamo poi saputo, del resto, che era destinato a uno scambio di detenuti. E Putin temeva a tal punto la giornalista Anna Politkovskaja, da farla assassinare in quel modo plateale, esponendosi alla condanna universale dei paesi occidentali?

Quel che appare inaccettabile in queste ricostruzioni inverificate e spesso infondate è la rappresentazione del presidente russo come un signorotto feudale, che comanda a piacimento i propri sudditi, riducendo la Russia a un villaggio rurale dell’‘800.Si dimentica che   anche in quel paese esiste una magistratura che gode di una relativa indipendenza, formata da magistrati che vi accedono per concorsi. Si sopprime interamente la complessità di quella società, al cui interno operano servizi segreti, anche stranieri, criminalità organizzata, fazioni politiche in lotta reciproca, ecc. L’assassino della Politkovskaja, è stato infatti individuato e condannato a 20 anni di carcere. Come si fa a rappresentare Putin come un grande burattinaio se non per legittimare un suo rovesciamento progettato negli studi degli strategici americani? E infatti non si fanno campagne diffamatorie contro il turco Erdogan, l’egiziano Abdel al Sisi, l’indiano Modi, il saudita Mohammed bin Salman, com’è noto campioni di democrazia liberale.

La democrazia e il popolo russo

In una delle tante interviste rilasciate da Giulietto Chiesa prima di morire questo grande esperto delle cose russe e amico di quel paese, pur riconoscendo a Putin molti meriti, gli rimproverava di non aver fatto avanzare il processo di democratizzazione e liberalizzazione di quella società.  La giusta critica che tutti gli rivolgeremmo se la propaganda USA non lo avesse trasformato nel nemico numero uno dell’Occidente. E tuttavia una riflessione sulle difficoltà di fare avanzare il processo di democratizzazione in Russia andrebbe fatto, coinvolgendo il suo passato storico e l’antropologia del suo popolo. Certo, il processo di espansione della Nato e la continuazione della guerra fredda da parte degli USA, anche dopo il crollo dell’URSS, ha ostacolato i processi di democratizzazione interni di quel paese.I dirigenti russi sanno bene quanto danaro e forza organizzativa i servizi segreti USA sono in grado di impiegare per dar vita a formazioni politiche eversive, organizzare rivolte e colpi di stato. Non avevano bisogno di aspettare il rovesciamento del legittimo governo di Kiev nel 2014. D’altra parte non bisogna dimenticare che dopo Eltsin la Russia si è aperta a un’economia di mercato, capitalistica, in cui operano liberi imprenditori, che godono più o meno delle stesse libertà che in Occidente. Dunque l’evoluzione in senso democratico del sistema politico sarebbe naturale, se le relazioni internazionali fossero meno minacciose e agitate. E tuttavia l’inimicizia ricercata e orchestrata dagli USA e dalla Nato per ragioni geopolitiche non basta a spiegare la lentezza dei processi di democratizzazione, anche se appare sufficiente per giustificare la loro recente involuzione.

La democrazia non è un semplice costrutto giuridico, non si esaurisce nella sua architettura istituzionale. E’ una forma di organizzazione della società frutto di un lungo processo storico. Perciò la storia appare come la disciplina chiave per avvicinarsi con meno superficialità ai fenomeni complessi che riguardano questo sconosciuto paese.

E anche in questo caso guardare il corso delle cose dal lato del popolo è importante. Non bisogna dimenticare che in Russia   la servitù della gleba è stata abolita, sul piano giuridico, solo nel 1861. Quindi mentre in Italia si avviava il processo di unificazione del paese la Russia, ma solo sul piano meramente formale, cominciava a uscire dal Medioevo. Era una società dominata da una immobile burocrazia imperiale con alla base l’immenso popolo dei contadini, un mondo ai margini della modernità, che noi conosciamo grazie a narratori giganteschi, alla più grande letteratura dell’età contemporanea. La Rivoluzione d’ottobre mandò in aria quel pachiderma e vide per qualche tempo il protagonismo delle masse popolari sino a che la dittatura del proletariato non si trasformò in dittatura tout court. Per oltre 40 anni il sistema di potere dominato da Stalin tolse al popolo ma anche all’intelligentija ogni possibilità di iniziativa e di creatività. Le cose non cambiarono di molto dopo la morte del dittatore e l’esplosione della guerra fredda, la corsa agli armamenti, ecc non aiutarono l’evoluzione liberale di quella società-apparato. Il tentativo di Kruscev, com’è noto, venne risucchiato dagli elementi conservatori che puntarono al rafforzamento della difesa e agli armamenti per fronteggiare gli USA. Da qui ovviamente le tragedie delle repressioni, prima in Ungheria nel 1956, l’occupazione di Praga nel 1968. Dunque sin quasi all’avvento di Gorbaciov alla dirigenza del paese, il controllo burocratico della popolazione russa è stato sistematico, spesso soffocante. Come si fa a non comprendere la passivizzazione civile della popolazione che ne è derivata, la sua scarsa confidenza con la democrazia, la sua apatia partecipativa?  Come si poteva costruire la democrazia con tali precedenti storici se non attraverso un lungo processo?  Bruno Giancotti, un italiano che ha lavorato nello staff giornalistico di Gorbaciov e vive in Russia da 40 anni, mi ha spiegato che tra i russi domina una particolare attitudine a demandare il potere a chi sta più in alto, si sentono rassicurati dalla protezione del “Nachalnik”, che vuol dire il “tuo capo”.

Non è un caso che il processo di democratizzazione della Perestrojka, avviato da Gorbaciov forse con non piena consapevolezza della complessità del compito, crollò in poco tempo, trascinando l’URSS nel collasso. Ma come era possibile trasformare in una democrazia liberale, nel giro di   mesi, un società senza stato, surrogato da un partito burocratizzato e in parte corrotto, priva di un vero parlamento, di partiti indipendenti, magistratura, sindacati e corpi intermedi autonomi, senza una libera stampa, una tradizione popolare di partecipazione alla vita politica? Perciò il decennio di Eltsin fu una fase fra le più dolorose nella storia del popolo russo in tempo di pace. Dunque, Putin – che, come è emerso nella recente intervista al giornalista Dmitrij Kisilev , aveva rifiutato, in un primo tempo,  di fronte alle difficoltà immani del compito, di  assumere la responsabilità della presidenza, offertagli da Jeltsin, – dovette ricostruire uno stato che non c’era e ricomporre un’organizzazione economica e sociale devastata dall’improvvisa apertura al mercato, di una società che nelle sue strutture amministrative e rappresentative non doveva essere molto  più dinamica di quella zarista. E dunque solo uno statista privo di senno poteva cercare di rimettere in piedi una società interamente collassata – forse un caso unico per dimensioni nell’età contemporanea – ripercorrendo la strada fallimentare di chi l’aveva preceduto. E infatti lo avrebbero preteso, dai loro tranquilli studi, le anime belle del giornalismo occidentale. Senza un elevato tasso di governo autoritario dei processi di riorganizzazione, visto tra l’altro la forza eslege che avevano guadagnato moltitudini di oligarchi, il terrorismo nelle regioni del Caucaso (che si è tragicamente rifatto vivo il 22 marzo) e la corruzione dilagante, il tentativo era destinato al fallimento.

E’ dunque questa, per brevissimi cenni, la storia, sono questi i processi che spiegano Putin e la sua gestione autoritaria che i democratici dovrebbero considerare. La sua demonizzazione non serve né a comprendere le cose, né a favorire il processo di democratizzazione della società russa. Giova   all’atlantismo e all’imperialismo guerriero della dirigenza USA, che ha un interesse supremo nel costruire un nemico impresentabile per tenere unita la propria società lacerata un sistema politico esaurito. Quella dirigenza che oggi mostra al mondo la sua feroce capacità di mentire, fingendo di opporsi a Netanyahu, ma continuando a inviargli armi perché completi il massacro a Gaza. Capire dunque un po’ meglio la storia giova alla causa ragionevole della pace.

da qui