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venerdì 7 gennaio 2022

Ma quali diritti umani? - Rawa


La Giornata internazionale dei diritti umani arriva in un tempo in cui l’Afghanistan non sta più affrontando la “catastrofe dei diritti umani”, ma il completo collasso della vita umana. Dopo che gli Stati Uniti e la NATO hanno tradito di nuovo il nostro popolo e consegnato l’Afghanistan al loro servitore talebano, come previsto, i cosiddetti “risultati” di vent’anni sono crollati in venti minuti e hanno messo il nostro popolo di fronte a una crisi onnicomprensiva e senza precedenti.

Sebbene i Talebani abbiano annunciato una “amnistia generale” per ingannare l’opposizione, hanno in pratica ucciso e mutilato centinaia di persone in tutto il paese. Oltre alle punizioni da età della pietra, si verificano lapidazione, devastazione, impiccagione in pubblico, ogni tipo di tortura e barbarie, che la maggior parte dei media del mondo non riporta. Stanno commettendo crimini contro il nostro popolo indifeso mentre abbracciano ladri e traditori come Hamid Karzai, Abdullah Abdullah, Omar Zakhilwal, Zia-ul-Haq Amarkhail, Gulbuddin, Dawood Sultanzoi e altri come loro.

I Talebani stanno cercando di fingere di essere “cambiati” per ottenere il sostegno finanziario e diplomatico globale, il riconoscimento e la revoca delle sanzioni. Emettono persino fatwa in “difesa dei diritti delle donne”! Come ci si può aspettare un “cambiamento” da un gruppo di mercenari medievali e alieni la cui intera vita è associata a spargimenti di sangue, suicidi, esplosioni e ferocia? Fino a che la rete Haqqani, il gruppo terroristico più pericoloso, è in gran parte al potere, l’aspettativa di qualsiasi “cambiamento” nella natura dei Talebani è autoinganno e stupidità! Ogni giorno, dimostrano la loro vera natura nel reprimere le donne che protestano coraggiosamente per i loro diritti a Kabul e nelle province. Nei primi giorni del loro ritorno al potere, i Talebani hanno sparato sui manifestanti di Herat, uccidendo due insegnanti di Herat che volevano solo aprire le scuole e guadagnarsi da vivere.

 

L’esperienza dell’Afghanistan negli ultimi quattro decenni ha mostrato che le potenze occidentali e i paesi regionali coinvolti nella questione afghana sono disposti a lavorare con i più grandi assassini del popolo per i propri interessi. Per loro, il destino del popolo afghano non ha valore. Ora, da un lato, gli Stati Uniti e l’Occidente hanno imposto sanzioni ai Talebani, dall’altro hanno relazioni romantiche con i funzionari talebani e le relazioni diplomatiche continuano. Nelle loro competizioni nella regione, stanno sacrificando ancora una volta il popolo afghano e ognuno di loro sta affilando i denti per ingoiare gli ultimi beni del nostro paese. Dai governi di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia fino a quelli di Pakistan, Cina, Russia, Iran, India, Turchia, Qatar, ecc. vengono versate lacrime di coccodrillo davanti ai media per la situazione catastrofica del popolo afghano e per la povertà, la miseria e la carestia. In segreto, però, tutti lavorano con i Talebani per rafforzare la loro influenza in Afghanistan non rifuggendo alcuna forma di sabotaggio e terrorismo.

Il popolo afghano deve imparare dalla storia sanguinosa, soprattutto degli ultimi vent’anni, che giustizia, libertà, diritti umani e democrazia non sono doni che gli sono stati dati dai paesi stranieri. Questi valori umani possono essere istituzionalizzati nella società solo attraverso la lotta e gli sforzi del popolo di una nazione, in quel caso nessuna forza sarà in grado di minacciarli e riprenderseli.

 

Le donne afghane hanno acquisito la consapevolezza di essere oggi in prima linea nella lotta al fondamentalismo per la libertà e la giustizia, sia pure a un livello ancora rudimentale. Crediamo fermamente che le azioni di protesta quotidiane diventeranno più diffuse e dirompenti. Il successo dell’ondata di proteste richiede il rifiuto di compromessi e il rifiuto di elementi di interessi commerciali ed egoistici. Le donne come Fawzia Koofi, Nahid Farid, Shahrzad Akbar, Roya Rahmani, Habibeh Sarabi, Fatemeh Gilani, Farkhondeh Zahra Naderi e altre simili non dovrebbero essere autorizzate a scendere a compromessi e a ottenere interessi personali sotto le spoglie della “resistenza nazionale”.

Comprendendo le difficoltà e il percorso estremamente pericoloso che abbiamo intrapreso, da sempre impegnati nella lotta senza compromessi contro il fondamentalismo e l’antimperialismo, non trascureremo di smascherare i traditori e i loro pennarelli e di informare e mobilitare le donne. Nonostante l’atmosfera cupa e soffocante della società, non c’è via d’uscita dall’attuale miserabile situazione se non la lotta per la giustizia.

Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan (RAWA)

Fonte in lingua originale qui, traduzione Comune-info

da qui

martedì 14 settembre 2021

l’Afghanistan è lontano?

 

"I POLITICI AFGHANI CI HANNO TRADITO, MA LA RESISTENZA DELLE DONNE CI RESTITUISCE SPERANZA"

Intervista di Joshua Evangelista al regista Amin Wahidi

 

Amin Wahidi è un giornalista e regista nato a Kabul. Dopo aver lavorato per la rete televisiva nazionale ATN (Ariana Television Network) creando e presentando contenuti televisivi educativi, nel 2007 ha subito minacce di morte durante le riprese de Le chiavi per il paradiso, un film a cui stava lavorando e che parla degli attentatori suicidi in Afghanistan. Oggi vive in Italia, dove ha realizzato cortometraggi come l’Ospite, vincitore del Premio Città di Venezia 2014, il lungometraggio La Cena Persiana e il documentario Behind Venice Luxury, vincitore del premio Città di Venezia 2017. Oggi Amin è attivamente impegnato come mediattivista nel far conoscere quello che sta succedendo in Afghanistan. Lo sentiamo quasi contemporaneamente all'annuncio ufficiale della formazione del nuovo governo talebano. Accetta volentieri di darci il suo punto di vista sull'Afghanistan di oggi ma chiede di non parlare della sua vicenda personale. "Sono passati tanti anni e in una situazione del genere non mi sembra giusto distogliere l'attenzione da quanto sta succedendo in Afghanistan. Ogni personalismo crea solo distrazione".

Amin, la presa di potere da parte dei talebani poteva essere evitata?

Senza dubbio. Ci sono diversi fattori da analizzare. Il primo riguarda il modo in cui la comunità internazionale abbia lasciato tutto il potere nelle mani un gruppo di poche persone, con doppia cittadinanza. Persone senza radici popolari, che non hanno fatto alcun investimento effettivo sulla società civile. Fino alla presa di potere dei talebani, tutto era controllato da tre persone: il presidente Ashraf Ghani (cittadino statunitense), il responsabile dello staff governativo Fazal Mahmood Fazli (cittadino svedese) e l'adviser sulla sicurezza nazionale Hamdallah Moheb (cittadino britannico). Come loro diversi altri dirigenti erano arrivati in Afghanistan senza avere nessun rapporto diretto con il popolo. Ad esempio Ajmal Ahmady, governatore della Banca di Afghanistan, è un cittadino libanese spacciato per afghano che non parla bene né dari né pashto a cui è stata data quella posizione di potere solo per rapporti personali con la moglie di Ghani, a sua volta libanese. Queste persone, tra l’altro, sono state accusate di essere scappate con milioni di dollari.

E qual è stato il ruolo della società civile?

Anche l’atteggiamento del popolo afghano è stato discutibile. Se le proteste che vedo in questi giorni ci fossero state tempo fa non saremmo arrivati a questa situazione. La gente si aspetta che qualcuno venga da fuori a fare qualcosa per loro, e questo è sbagliato. Ma ora non hanno scelta: se non vogliono questa egemonia religiosa ed etnica non possono fare altro che scendere in piazza e lottare per il proprio destino, con la sola forza del credere nella libertà.

Come siamo arrivati a questa situazione?

Questa caduta era stata di fatto preparata nel 2014. Mentre gli altri leader etnici, hazara, uzbeki, tajiki, avevano creduto nelle parole di unità nazionale, il presidente ha smantellato il Paese. Lo ha fatto in due modi: in primis disarmando le altre forze di resistenza ai talebani non pashtun e mettendosi al centro di ogni decisione militare, creando così immobilismo. Inoltre è stato a capo del comitato che ha trasferito nel 2014 il potere militare dalle forze NATO a quelle afghane. Si parla della debolezza dell’esercito, in realtà era Ghani che non voleva che venissero colpiti i talebani: avrebbe significato spargere sangue pashtun, la sua etnia. Ultimamente la Reuters ha pubblicato in esclusiva la famosa conversazione tra lui e Biden precedente al collasso. Il presidente americano chiedeva un piano difensivo, ma Ghani non gliel’ha consegnato. Perché aveva da tempo in mente un piano di evacuazione.

Qual è il ruolo del Pakistan, in quest’ottica?

Anche qui, ci sono due aspetti diversi da analizzare. Pochi giorni prima della fuga di Ghani, alcuni leader afghani non pashtun sono andati in Pakistan per spiegare alla leadership locale che le minoranze etniche afghane non andavano trattate come nemiche del Pakistan; anzi, chiedevano supporto per la costruzione di un nuovo governo che tenesse conto di tutte le comunità etniche presenti nel territorio. Quello che questi delegati non sapevano, è che Ghani aveva già incontrato il comando dell’esercito del Pakistan, per tre volte. Aveva deciso di consegnare il potere al Pakistan in cambio del mantenimento di una leadership pashtun. C’è stata una svendita del Paese, una competizione a chi lo vendeva prima e a buon mercato. Il primo ministro pakistano, Imran Khan, un ex giocatore di cricket, è anche lui un pashtun e non gli dispiace che il potere afghano rimanga nelle stesse mani.

Inoltre, se il Paese è nelle mani dei talebani, tutti i movimenti fondamentalisti che creano problemi in Waziristan potranno essere mandati in Afghanistan. Ma, soprattutto, il Pakistan potrà partecipare alla gestione delle risorse afghane e a quella degli aiuti che arriveranno da Occidente. In pratica sta giocando lo stesso ruolo che svolgeva durante la Guerra fredda. Ad esempio, sta aiutando nell’evacuazione degli stranieri ancora rimasti a Kabul. Tutto questo viene fatto in cambio di un cospicuo sostegno economico. E per gli Stati Uniti è meno costoso finanziare i pakistani rispetto al rimanere in Afghanistan.

Il tema dell’etnocentrismo è ricorrente nella descrizione che gli afghani fanno dei talebani. Eppure in Occidente ci si sofferma solo sul fondamentalismo religioso. Secondo te perché?

Da una parte tutti i media tendono a seguire quanto dice un grande giornale senza approfondire. Negli Stati Uniti si segue spesso l’opinione di Zalmay Khalilzad, afghano-americano già ambasciatore in Afghanistan e in Iraq e ultimamente, sotto Trump e Biden, rappresentante statunitense per la riconciliazione con talebani. Ora, Khalilzad e Ghani si conoscono da una vita, hanno studiato insieme in Libano e perseguono la stessa strategia. Non parlano mai di pashtun. Sempre sfruttano la parola “afghani”, anche se per loro è sinonimo di pashtun. Tornando ai media, c’è ignoranza e si affidano a lobby di intellettuali pashtun per spiegare la politica afghana. Ad esempio, troppo poco si è parlato delle resistenze nel Panjshir e a Behsud. Mi sono fatto un’idea: per essere rilevante per i media internazionali o devi avere il potere di minacciare l’Occidente o il potere per garantirne gli interessi. I pashtun hanno entrambi questi poteri.

Hai accennato alla resistenta in Behsud, di cui non si parla mai. Com’è la situazione?

Si tratta di una resistenza popolare nata per caso. Dai tempi dei massacri storici, quando sotto l'emiro Abdur Rahman Khan tutti i pashtun erano stati riuniti per uccidere gli hazara, le tribù nomadi erano state invitate a prendere le terre degli hazara. Da allora fino a oggi le tribù kochi, che sono pashtun, hanno invaso i villaggi hazara uccidendo i locali, senza alcuna resistenza dal governo. Così alcuni giovani hazara hanno iniziato a difendere i propri territori. Oggi questa resistenza combatte i talebani da sola, dopo che tra gennaio e marzo di quest'anno il presidente Ghani aveva provato a distruggerla. In quell'occasione l’esercito ha ucciso 11 civili e bruciato le case. Va detto che anche il presidente Ghani ha origine kochi e suo fratello Hashmat Ghani Ahmadzai è leader del Gran consiglio dei kochi e ha recentemente giurato fedeltà ai talebani. La resistenza hazara oggi è formata da partigiani che si nascondono e provano ad attaccare i terroristi, guidati da Abdul Ghani Alipur.

Che differenza c'è rispetto alla resistenza, più nota, del Panjshir?

La resistenza hazara è una resistenza povera, fatta di contadini che condividono il pane tra loro. Quella del Panjshir è sostenuta dal Tajikistan, che considera i combattenti dei fratelli, dall’India e forse ora da Uzbekistan e Francia, vista la grande popolarità che ha Aḥmad Shāh Masood in Francia. Inoltre hanno le armi del vecchio esercito afghano. Gli hazara, non avendo sostegni, vanno avanti solo con coraggio e determinazione, conoscendo le loro zone. Ma non hanno armi.

Che idea di sei fatto della gestione dell'evacuazione del Paese da parte del governo di Biden?

Questa ritirata prima o poi sarebbe dovuta avvenire. Ghani ha giocato di furbizia, fingendo che l’esercito avrebbe potuto resistere altri sei mesi. Però, guardando questa nuova resistenza, penso che Biden abbia fatto la scelta giusta. Noi riteniamo che un bambino, arrivati i 18 anni, debba organizzarsi la vita da solo. Eppure in Afghanistan, grazie a 20 anni di aiuti internazionali, molte persone si erano adagiate a una vita fatta di sostegno esterno, in una eterna attesa che qualche straniero facesse qualcosa. Al contrario, credo che se si vuole salvare il Paese si debba prendere delle responsabilità, fare sacrifici, rischiare la vita per ottenere la libertà. Non ci sono angeli che ci salvano: o cambiamo la situazione noi oppure non lo fa nessuno. Tutte le rivoluzioni sono nate così. Oggi, quando vedo sui social i video che raccontano il coraggio delle donne di Kabul divento ottimista. Non me l’aspettavo, sono sincero.

Può essere la risposta alla repressione?

Sono davvero ottimista. Queste donne sono istruite, aperte, vivono in città. Ghani è scappato e ha venduto il Paese, ma le cose possono cambiare. Prevedo che possa esserci nel lungo termine una scissione tra nord e sud, o una soluzione federalista. Non è improbabile. Biden diceva che gli Stati Uniti non sono andati in Afghanistan per costruire una nazione, questa scelta spetta agli afghani, da secoli divisi e in guerra. E secondo me ha ragione, dipende da quello che vogliono fare i gruppi etnici: o vogliono vivere civilmente, con una democrazia e una relativa libertà. O vogliono stare sotto il giogo dei terroristi. Quello che vedo con le donne e con i giornalisti coraggiosi mi fa pensare che la resistenza può proseguire.

A tal proposito, quali figure stanno emergendo oggi in Afghanistan per coraggio e dissenso?

Tra le donne sicuramente Leila Haidari, che è rimasta lì e nel “sottosuolo” fa cose incredibili. Ma anche i leader Masood e Alipur possono ispirare coraggio e speranza agli altri. Al contrario, i vecchi leader della resistenza sono scappati all’estero. E poi ci sono i giornalisti come Fahim Dashti, che hanno ucciso, e Zaki Daryabi, direttore del quotidiano investigativo Etilaatroz, che coraggiosamente rimane in Afghanistan e ci informa.

da qui

 

 

Gli Stati Uniti non hanno mai capito l’Afghanistan - Shadi Hamid

Gli Stati Uniti non hanno mai capito l’Afghanistan. I pianificatori di Washington pensavano di sapere di cosa avesse bisogno il paese, ma non era la stessa cosa che voleva la sua gente. La politica degli Stati Uniti era animata da diverse pie illusioni. La principale era l’idea che i taliban potessero essere eliminati e che, nel farlo, potesse essere trasformata un’intera cultura.

In un mondo ideale i taliban non esisterebbero. Ma esistono, ed esisteranno in futuro. Gli osservatori occidentali fanno sempre fatica a capire come gruppi così spietati ottengano legittimità e sostegno popolare. Sicuramente gli afgani ricordano il terrore del dominio taliban negli anni novanta, quando le donne venivano frustate se si avventuravano fuori di casa senza burqa e le persone adultere erano lapidate a morte negli stadi di calcio. Come si possono dimenticare quei giorni cupi?

Gli Stati Uniti consideravano malvagi i taliban. Ritenere un gruppo malvagio significa gettarlo fuori dal tempo e dalla storia. Ma si tratta di una visione da privilegiati. Vivere in una democrazia con una sicurezza di base permette ai cittadini di puntare più in alto. Saranno delusi anche da un governo relativamente buono proprio perché si aspettano di più. Negli stati falliti e nel mezzo di una guerra civile, tuttavia, le questioni fondamentali sono quelle dell’ordine e del disordine, e come avere più del primo e meno del secondo.

 

Cecità e pregiudizi di Washington
I taliban lo sapevano. Dopo aver perso il potere nel 2001, il gruppo era debole, e doveva riprendersi dai devastanti attacchi aerei contro i suoi dirigenti. Ma negli ultimi anni ha ripreso terreno e messo radici più profonde nelle comunità locali. I taliban sono stati brutali. Allo stesso tempo hanno spesso garantito un’amministrazione migliore del lontano e corrotto governo centrale afgano. Fare poco è servito a molto.

Il governo dell’Afghanistan, sostenuto dagli Stati Uniti, non è fallito solo a causa dei taliban. È stato ostacolato fin dall’inizio dalle cecità e dai pregiudizi di Washington. Gli Stati Uniti hanno visto in un’autorità forte e centralizzata la risposta ai problemi del paese, e hanno sostenuto una costituzione che ha dato al capo dello stato ampi poteri. Questo, insieme a un sistema elettorale bizzarro e confuso, ha minato lo sviluppo dei partiti politici e del parlamento. Uno stato forte richiedeva istituzioni legali formali e gli Stati Uniti hanno debitamente sostenuto tribunali, giudici e altri orpelli del genere. Nel frattempo alimentavano il risentimento promuovendo programmi che dovevano ridisegnare la cultura afgana e le relazioni di genere.

Tutte queste scelte erano un riflesso dell’arroganza delle potenze occidentali, che consideravano le tradizioni afgane come un ostacolo da superare quando, a quanto pare, erano la linfa vitale della cultura politica del paese. Alla fine pochi afgani hanno creduto in un governo centrale che non hanno mai sentito vicino, o si sono presi la briga di navigare tra le sue lungaggini burocratiche. Hanno continuato a risolvere le loro controversie tramite autorità informali e comunitarie, rivolgendosi a figure locali di cui si fidavano. E questo ha aperto la strada al progressivo ritorno dei taliban.

L’Ispettore generale speciale per la ricostruzione dell’Afghanistan (Sigar) ha supervisionato il modo in cui gli Stati Uniti hanno erogato i fondi per la ricostruzione e valutato la loro efficacia. Lo scorso anno sono uscite due deprimenti valutazioni del Sigar.

Una, pomposamente intitolata What we need to learn: lessons from twenty years of Afghanistan reconstruction (Cosa dobbiamo imparare: lezioni da vent’anni di ricostruzione dell’Afghanistan), fa notare che gli Stati Uniti hanno speso circa novecento milioni di dollari per aiutare gli afgani a sviluppare un sistema legale. Sfortunatamente la cosa non sembra avere impressionato gli stessi afgani.

Una delle prime cose che fanno gruppi armati come i taliban quando entrano in un nuovo territorio è fornire una soluzione delle controversie “sbrigativa e rapida”. Spesso sono più rapidi del sistema giudiziario locale. Come abbiamo notato io, Vanda Felbab-Brown e Harold Trinkunas nel nostro libro del 2017 sulle capacità di governo dei gruppi ribelli, “gli afgani mostrano un alto grado di soddisfazione per i verdetti dei taliban, a differenza di quelli del sistema giudiziario ufficiale, dove chi chiede giustizia deve spesso pagare considerevoli tangenti”.

Questa è una delle ragioni principali per cui la religione, in particolare l’islam, è importante. Fornisce un quadro organizzativo per una giustizia sbrigativa e una giustificazione per la sua attuazione, e ha più probabilità di essere percepita come legittima dalle comunità locali. I gruppi e i governi laici fanno, semplicemente, più fatica a fornire questo tipo di giustizia. Il governo afgano non era necessariamente laico, ma aveva ricevuto decine di miliardi di dollari da governi che certamente lo erano. Un sistema informale di risoluzione delle controversie, basato sulla sharia, sarebbe quasi certamente disapprovato da quei finanziatori occidentali. Quanto era probabile che un governo afgano guidato da un tecnocrate con un diploma di un’università della Ivy League potesse battere i taliban al loro stesso gioco?

Come ha notato il rapporto Sigar, “gli Stati Uniti hanno giudicato male quel che avrebbe costituito un sistema giudiziario accettabile dal punto di vista di molti afgani, il che in ultima istanza ha permesso ai taliban di esercitare la loro influenza”. O, per dirla con un ex funzionario dell’agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (Usaid): “Abbiamo scartato il sistema di giustizia tradizionale perché pensavamo che non avesse alcuna rilevanza rispetto a ciò che volevamo vedere nell’Afghanistan di oggi”.

 

Un sistema sbilanciato
Ma cosa volevano, per l’appunto, vedere gli Stati Uniti nell’Afghanistan di oggi?

Quando l’amministrazione Bush ha contribuito a formare il governo afgano post-taliban, sosteneva ancora di essere poco interessata alla costruzione dello stato. Prendere a prestito dalle costituzioni passate dell’Afghanistan era più facile che proporre qualcosa di più appropriato a quello che era diventato un paese molto diverso. La nuova costituzione ha creato un sistema sbilanciato che ha dato al presidente “quasi gli stessi poteri di quelli esercitati dai re afgani”, come ha scritto Jennifer Brick Murtazashvili, un’importante studiosa dell’Afghanistan.

I sistemi presidenziali forti sono allettanti perché offrono la prospettiva di un’azione decisa. Ma la concentrazione di potere allontana inevitabilmente altre parti interessate, in particolare al livello locale e regionale.

Fin dall’inizio il parlamento afgano ha sofferto di un deficit di legittimità. L’Afghanistan ha usato un sistema elettorale cosiddetto a voto unico non trasferibile (sntv), uno dei più rari al mondo. Ci sono varie ragioni per cui l’sntv è talvolta usato nelle elezioni locali ma quasi mai al livello nazionale: tra le altre, perché assegna i voti in un modo che ostacola lo sviluppo dei partiti politici. Se c’è un qualcosa di cui l’Afghanistan ha bisogno, sono partiti politici – e un parlamento – che possano controbilanciare i poteri del presidente.

I rischi di un sistema presidenziale crescono nelle società divise, e l’Afghanistan è diviso lungo linee etniche, religiose, tribali, linguistiche e ideologiche, quasi in ogni modo possibile. Questo aumenta la posta in gioco della competizione politica, perché ciò che conta di più è chi finisce al vertice.

Il sistema, infine, funziona solo se il presidente è competente. Il presidente ormai in esilio, Ashraf Ghani, era riuscito a essere onnipotente in teoria, ma decisamente inetto in pratica. Nonostante sia stato il presidente dell’Istituto per l’efficenza dello stato, la sua inefficienza – che si riflette nel suo stile volubile e nella sua propensione alla microgestione – ha infettato l’intero sistema politico, e poco si è potuto fare per invertire la tendenza finché è rimasto in carica.

 

Valori non condivisi
Oltre a creare nuove istituzioni politiche, gli Stati Uniti credevano di poter trasformare la cultura del paese. Naturalmente la maggior parte dei politici, delle organizzazioni non governative e dei donatori statunitensi pensavano che le cose funzionanti nelle democrazie avanzate avrebbero fatto lo stesso in quelle incompiute e fragili. I valori liberali erano universali. E dal momento che erano universali sarebbero stati, se non adottati, almeno apprezzati.

È stato speso quasi un miliardo di dollari per promuovere l’uguaglianza di genere. Ma una simile attenzione è stata troppo spesso simile a una forma d’ingegneria sociale e culturale in un paese conservatore, che stava ancora lottando per stabilire una sicurezza di base. La politica di Usaid sull’uguaglianza di genere e la promozione e il rafforzamento della presenza femminile indicava tra i suoi obiettivi, piuttosto ambiziosi, quello di “lavorare con uomini e ragazzi, donne e ragazze per apportare cambiamenti di atteggiamento, comportamento, ruoli e responsabilità”. Si tratta di un obiettivo degno, ma l’approccio statunitense ha avuto mano pesante ed è stato a volte controproducente.

Come ha concluso il secondo rapporto Sigar, intitolato Support for gender equality: lessons from the U.S. experience in Afghanistan (Sostegno all’uguaglianza di genere: lezioni dall’esperienza degli Stati Uniti in Afghanistan), ai funzionari statunitensi serve “una comprensione più sfumata dei ruoli e delle relazioni di genere nel contesto culturale afgano” e di “come sostenere donne e ragazze senza provocare contraccolpi che potrebbero metterle in pericolo o bloccare il progresso”.

Questi sforzi erano ben intenzionati, ma si basavano su ipotesi sull’arco del progresso e sulla convinzione che gli Stati Uniti avrebbero reso possibile tale progresso nonostante gli afgani stessi fossero meno ottimisti.

 

Avere voce in capitolo
Se gli Stati Uniti avessero fatto altre scelte, il risultato sarebbe stato diverso? Non lo so. Gli statunitensi credono in certe cose. Sospendere queste convinzioni in nome della comprensione di un’altra società può facilmente degenerare in un relativismo morale e culturale che molti, se non la maggior parte, degli statunitensi rigetterebbero. Un repubblicano – ma, in realtà, anche un progressista che diffidi del ruolo della religione nella vita pubblica – si sarebbe sentito a suo agio nel sostenere in Afghanistan programmi che prevedevano l’attuazione di una certa versione della sharia, anche se diversa da quella dei taliban?

In una transizione, tuttavia, l’ordine e la sequenza contano. Oggi è chiaro che abbiamo sbagliato la sequenza in Afghanistan, specialmente considerando che i diritti delle donne sono stati a lungo una delle questioni più divisive del paese. Come hanno avvertito le esperte Rina Amiri, Swanee Hunt e Jennifer Sova nel 2004, quando i taliban sembravano una reliquia del passato, “nonostante la situazione sia notevolmente migliorata dai tempi del regime taliban, è ancora propizia a una lotta fra tradizionalisti e modernisti; e ancora una volta il ruolo delle donne e la religione sono centrali in questo conflitto”.

 

Era compito dell’America cambiare una cultura? Qualcuno si aspettava davvero che il governo degli Stati Uniti sarebbe stato capace di farlo? Se esiste un cambiamento che dovrebbe venire dall’interno, si tratta probabilmente di un cambiamento culturale. Ma se esiste qualcosa di universale – e che trascende la cultura e la religione – è il desiderio di avere voce in capitolo nel proprio governo. Invece di dire agli afgani come vivere, avremmo potuto dargli lo spazio necessario a decidere chi volevano essere.

Con un parlamento debole, in parte a causa di questo bizzarro sistema elettorale, tutta l’attenzione è stata dirottata sulle competizioni presidenziali, invariabilmente piene di risentimento. Il risultato è stato un sistema del “chi vince prende tutto” in un paese dove i vincitori hanno a lungo sottomesso, o peggio, gli sconfitti. Non è una sorpresa, quindi, che “ogni elezione presidenziale afgana sia stata mediata da diplomatici statunitensi”, come ha detto Jarrett Blanc, uno di questi diplomatici. È questa la democrazia che gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno cercato, per anni, di costruire.

Molte delle istituzioni politiche che gli Stati Uniti hanno contribuito a creare sono state spazzate via. È quasi come se non fossero mai esistite. Insistendo sul primato della cultura sulla politica, gli Stati Uniti pensavano di poter migliorare entrambi. L’Afghanistan sarebbe stato comunque condannato? Può darsi. Ormai è troppo tardi per saperlo.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito su The Atlantic.

da qui


UNIAMOCI ALLA RESISTENZA DELLE DONNE AFGHANE!

 

“Noi alzeremo la nostra voce ancora più forte e continueremo la nostra resistenza e la nostra lotta per la democrazia e i diritti delle donne!”

RAWA

L’invasione dell’Afghanistan da parte degli USA e dei paesi NATO, fatta con il pretesto di sconfiggere il terrorismo e liberare le donne, è stata un gigantesco fallimento.

La guerra ha prodotto 241.000 vittime (https://watson.brown.edu/costsofwar/costs/human/civilians/afghan) e oltre 3,5 milioni di sfollati (https://news.un.org/en/story/2021/07/1095782).Oggi l’Afghanistan produce il 90% dell’eroina mondiale, la corruzione all'interno delle cosiddette istituzioni afghane ha raggiunto livelli spaventosi (l'Afghanistan è al 165o posto su 180 paesi nelle statistiche di Transparency International) e il paese ha pochissime e gravemente carenti infrastrutture, scuole, ospedali.

In questi 20 anni di occupazione militare gli USA hanno speso 2.300 miliardi di dollari, la Germania 19 miliardi di euro e l’Italia 8,7 miliardi di euro.

La "liberazione delle donne" non è stata garantita: l’87% delle donne afghane è ancora analfabeta; le donne che hanno avuto la possibilità di studiare e lavorare costituiscono un’esigua minoranza, usata dall’Occidente per dimostrare il successo dell’occupazione.

Quanto al terrorismo, oggi in Afghanistan è più che mai rampante; il paese è stato regalato ai talebani, dal 2015 è attiva la violentissima cellula ISIS Khorasan e i signori della guerra a cui nel 2001 la coalizione di potenze occidentali ha dato il potere sono pronti a rialzare la testa nel caso in cui i talebani non assicurino loro una fetta della torta.

Chiediamo che i governi e le istituzioni dei paesi dell’Unione Europea:

  • non forniscano nessun riconoscimento al regime dei talebani;
  • avviino azioni di supporto alle forze laiche e democratiche afghane come RAWA (RevolutionaryAssociation of the Women of Afghanistan, http://www.rawa.org/index.php) e Hambastagi (Solidarity Party of Afghanistan, http://hambastagi.org/new/en/);
  • dicano "basta" a imperialismo, militarismo, fascismo e fondamentalismo religioso e smettano di usare i diritti delle donne per altri interessi;
  • cessino la politica di contenimento delle migrazioni fondata sull’esternalizzazione e la militarizzazione delle frontiere e cancellino qualsiasi pratica di respingimento e detenzione;
  • organizzino corridoi umanitari e ponti aerei per l’evacuazione immediata di coloro che sono in pericolo;
  • blocchino, anche attraverso il disinvestimento nell’industria degli armamenti, il ciclo perverso delle “guerre infinite” che imprigiona l’Afghanistan e buona parte delle popolazioni del Medioriente;
  • istituiscano un osservatorio speciale per il monitoraggio delle violazioni dei diritti delle donne e dei diritti umani in Afghanistan;
  • cessino di ubbidire in silenzio ai diktat degli Stati Uniti e di partecipare alle loro guerre, che portano solo più fondamentalismo, più emigrazione, più povertà; rendano conto del loro operato in questi lunghi 20 anni di guerra in Afghanistan.

COSTRUIAMO INSIEME UNA RETE MONDIALE DI DONNE RESISTENTI

da qui

 

 

Per i profughi afgani i problemi non sono ancora finiti - Annalisa Camilli

Aveva deciso di tornare in Afghanistan nel 2016, dopo sette anni in Italia e la laurea in economia e gestione aziendale all’università di Trento: M. A. era sicura che avrebbe potuto mettere a frutto gli studi nel suo paese di origine e mai avrebbe pensato di essere costretta a fuggire di notte con i due figli, il marito e il fratello, dopo aver distrutto tutti i documenti che riguardavano il suo lavoro come dirigente al ministero delle finanze afgano. “Il mio sogno di avere una vita in Afghanistan rimarrà tale, ero tornata perché volevo essere utile al mio paese, ma non è stato possibile”, afferma.

Ha 32 anni ed è originaria della provincia di Ghazni, la incontro i primi giorni di settembre, nella tendopoli di Avezzano, in Abruzzo, gestita dalla Croce rossa e dalla Protezione civile, prima che sia trasferita in un centro di accoglienza in Campania. È arrivata in Italia cinque giorni prima del nostro incontro grazie al ponte aereo che da Kabul ha portato in Italia più di cinquemila persone quando i taliban hanno preso il potere nel paese. Ora si sente finalmente al sicuro dopo settimane passate a nascondersi in casa, senza viveri, con il terrore di essere uccisa per la sua collaborazione con i governi occidentali e con l’esecutivo di Ashraf Ghani.

 

Non ha portato niente con sé, né ricordi né documenti: ha preso giusto qualche vestito per cambiare i bambini, ma non sono serviti, perché per raggiungere l’aeroporto di Kabul ha dovuto attraversare un fiume ed è arrivata dall’altra parte completamente inzuppata. Solo parecchie ore dopo essere arrivata nella tendopoli di Avezzano ha potuto mettere dei vestiti puliti ai suoi figli, che hanno rispettivamente quattro anni e un anno.

  1. A. ha dovuto affrontare molti ostacoli nella sua vita e ora spera che il suo perfetto italiano la aiuti a trovare un lavoro da interprete o da mediatrice e che i suoi figli possano studiare nel paese che l’ha già accolta quando aveva diciannove anni e le ha permesso di andare all’università con una borsa di studio. Il primo ostacolo che A. si è trovata di fronte è stato quello di affrontare un percorso scolastico in un paese in cui il tasso di analfabetismo femminile si aggira ancora tra l’84 e l’87 per cento.

In seguito, convincere i suoi a farla partire per l’Italia non è stato facile: “Nei sette anni in cui sono stata in Italia da sola, la mia famiglia ha subìto migliaia di domande da amici e conoscenti, chiedevano cosa facessi da sola in Italia. La mia famiglia si è fidata di me, mi ha lasciato partire a 19 anni, visto che io fin da piccola avevo il desiderio di studiare”, racconta. Il giorno che i taliban sono entrati a Kabul ha ricevuto una telefonata: dal suo ufficio le hanno detto di distruggere tutti i documenti in suo possesso, di cancellare tutte le informazioni, perché era in pericolo di vita per il semplice fatto di lavorare per il governo afgano.

“Non avrei mai pensato che sarebbero arrivati al potere così velocemente: avevamo una bella vita, un bel lavoro, una casa, non pensavamo di dover ricominciare tutto da zero all’improvviso. E invece…”. Invece sono stati rinchiusi per giorni nella loro casa di Kabul finché, grazie a due amiche italiane, hanno avuto il lasciapassare per raggiungere l’aeroporto.

“I militari italiani ci hanno detto di raggiungere un certo posto, dovevamo distruggere tutti i messaggi WhatsApp subito dopo averli letti, ma quando siamo arrivati in quel posto, c’erano centinaia di persone ad aspettare”, racconta A. “Abbiamo sventolato una cartellina blu come eravamo rimasti d’accordo e questo ci ha salvato”, ricorda.

La felicità di salire sull’aereo che li ha portati prima in Qatar e poi in Italia è stata grande, pari alla preoccupazione per quelli che sono rimasti indietro. “Siamo in contatto con loro, ci scriviamo, la situazione è terribile”. A. ha fiducia nel futuro: il suo sogno è di potere iscriversi al dottorato o a un master. “Ho sempre sognato di proseguire gli studi”. Ma quando ci sentiamo qualche giorno dopo il nostro incontro mi dice che è stata trasferita a Napoli in una struttura per i malati di covid, l’ospedale del Mare, insieme ad altri 112 profughi. Si trova in quella struttura per essere sottoposta a quarantena, ma teme di prendere il covid e di non essere trasferita a Trento, dove ha degli amici che la potrebbero aiutare.

Un’altra che è preoccupata del suo futuro è S. H., un’attivista per i diritti delle donne, che dalla tendopoli di Avezzano è stata trasferita in un centro di accoglienza a Irsina, un comune di 4.500 abitanti in Basilicata. “Siamo arrivati venerdì e per tre giorni non ci hanno detto niente, il centro di accoglienza è sporco, le lenzuola rovinate e non ci stanno dicendo nulla sul futuro, neppure spiegando come possiamo fare per studiare l’italiano”, mi scrive qualche giorno dopo il nostro incontro in Abruzzo.

  1. è dovuta scappare da sola, lasciando nel suo paese il padre e i fratelli. La situazione per lei che si era occupata in particolare della condizione femminile era molto pericolosa. “Non sarei voluta partire, ma tutti mi hanno spinto a farlo, perché mi hanno convinto che posso essere più utile al mio paese se sono viva e se sono in Europa”. Anche H. ha dovuto distruggere tutti i documenti legati al suo lavoro di attivista e di insegnante, è riuscita a portare con sé solo il suo computer e dei piccoli orecchini d’argento con una pietra azzurra che sono un ricordo di sua madre, morta per una malattia due mesi prima della presa di potere da parte dei taliban. Anche per lei studiare è stata un’impresa: “Dovevo camminare quattro ore per raggiungere la scuola, ma volevo andarci a tutti i costi”.

Lavorare come attivista per i diritti delle donne nel suo paese negli ultimi sette anni è stato in ogni caso pericoloso: “Ricevevamo minacce e non potevamo andare in certe aree del paese, perché era rischioso”. H. è ancora scioccata dalla presa di Kabul da parte dei taliban, anche lei non se l’aspettava. Racconta di essere entrata subito in clandestinità e di essersi rifugiata per tre giorni a casa di un’amica, senza uscire. “I taliban ci hanno cercato casa per casa, hanno fatto irruzione nell’appartamento di una collega e dopo questo episodio abbiamo capito che non c’era altro da fare che lasciare il paese”.

Dopo nove giorni è riuscita a mettersi in contatto con i soldati italiani attraverso l’aiuto di un’amica. “Sono andata all’aeroporto di Kabul di notte, mi avevano dato una parola d’ordine da comunicare ai soldati per farmi passare, ma l’aeroporto era pieno di gente, ho aspettato dieci ore”, racconta. Ora la sua preoccupazione è imparare l’italiano, ottenere i documenti e provare a portare in salvo anche la sua famiglia, che ha dovuto lasciare in Afghanistan.

L’Italia è stato il paese europeo che ha accolto più afgani dall’inizio della crisi ad agosto, ma le associazioni del Tavolo asilo sono preoccupate che non sia riservato loro un trattamento adeguato. Il centro della Croce rossa di Avezzano ha ospitato fino al 3 settembre una parte dei profughi arrivati con il ponte aereo: in tutto 1.320 persone di cui il 50 per cento donne, 220 nuclei familiari, 324 minori sotto i dodici anni. “Il campo di Avezzano è stato allestito per una prima accoglienza dignitosa a chi è arrivato con il ponte aereo ed è stato organizzato in modo da fare cominciare la quarantena a seconda dell’ordine di arrivo, le tende sono state suddivise per unità familiare”, dice Francesca Basile, responsabile immigrazione della Croce rossa che ha lanciato una raccolta fondi. Ai profughi è stata fornita assistenza sanitaria, vestiti e pasti caldi, infine sono stati vaccinati e sottoposti a tampone.

Mentre alcuni sono in fila per salire sugli autobus militari che li porteranno a destinazione e altri aspettano di sottoporsi al test per il coronavirus, incontro A. B., una ragazza hazara. È la figlia di uno dei leader del gruppo e in Afghanistan era una ciclista e una lottatrice di taekwondo. Ora vorrebbe continuare a fare sport, perché “è tutta la sua vita”. Mi mostra dei video sul telefono con le gare a cui aveva partecipato nel suo paese. “Potrò ancora allenarmi?”, chiede.

Chi invece è preoccupata per la sua famiglia che è rimasta in Afghanistan è F. S., che incontro all’interno di una tenda azzurra, seduta su una branda. Faceva la giornalista radiofonica nel suo paese e aveva lavorato anche con il contingente italiano a Herat. Sono stati proprio i militari italiani a contattarla dopo l’arrivo dei taliban per aiutarla a scappare dal paese: è riuscita a portare con sé suo marito, i suoi due figli e sua suocera, ma ha lasciato suo fratello che ora non ha speranza di uscire.

Le uniche cose che ha portato con sé sono delle foto: ci sono matrimoni, ragazzini in posa di fronte a palazzi storici, tutta la vita della famiglia in quegli scatti. “Mio fratello ha lavorato per gli americani, si aspettava di essere portato in salvo da loro, ma non ha ricevuto in tempo il visto e le indicazioni per uscire”, mi guarda con occhi stanchi. “Non mi darò pace finché saprò che è ancora lì”.

Alla fine di agosto sono arrivati in Italia circa cinquemila profughi dall’Afghanistan con un ponte aereo da Kabul: alcuni sono stati ospitati dall’hub di Avezzano nei primi giorni, altri in strutture del ministero della difesa e delle regioni, prima di essere trasferiti in diverse regioni italiane, ma secondo gli esperti non ci sono abbastanza posti nel sistema di accoglienza ordinario (Sai, ex Sprar), che dovrebbe accoglierli a causa dei tagli subiti dal settore a partire dal 2018. I posti nel Sai nell’ultimo anno sono diminuiti del 5 per cento. “Se bastano poche migliaia di persone per fare andare in tilt il sistema, è un problema”, afferma Gianfranco Schiavone dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). “Il sistema dovrebbe essere subito allargato, sperando che i comuni offrano la loro disponibilità a collaborare, perché sappiamo che il Sai è un sistema a cui si aderisce su base volontaria”, conclude Schiavone. Intanto il Tavolo asilo, il coordinamento che riunisce tutte le organizzazioni italiane che si occupano di rifugiati, ha convocato una conferenza stampa l’8 settembre per chiedere al governo italiano di farsi promotore in Europa di un programma di reinsediamenti di profughi afgani, offrendo loro la protezione temporanea e pari trattamenti all’interno dell’Unione europea.

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Per sostenere il RAWA (Revolutionary Association of Women from Afghanistan) offriamo un’azione artistica condivisa:

Alberto Masala, col libro Taliban (a questo link la sua storia), introduzione di Jack Hirschman e copertina di Fabiola Ledda, in quattro versioni (Italiano, Inglese, Francese, Spagnolo).

Marco Colonna,che ha composto l’opera L’ombra dei suoi passi, da lui eseguita al clarinetto con Giulia Cianca (voce), Mario Cianca (contrabbasso), Ivo Cavallo (percussioni).

Come per l’edizione di vent’anni fa, niente andrà a noi. Voi scaricate l’opera, libro e disco insieme, noi versiamo il ricavato al RAWA

scaricate qui
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In Afghanistan è riapparso il terrore. Si torna indietro. Una volta aboliti i modesti progressi compiuti negli ultimi vent’anni, ancora una volta le donne vivranno nella paura, recluse, prede di stupri, lapidate, uccise. I talebani hanno già le liste di quelle da eliminare o vendere come schiave del sesso. Le bambine non torneranno più a scuola per paura di essere intimorite o perfino uccise, e, quelle che cresceranno, lo faranno senza libri, cinema, televisione, musica, destinate ad essere rinchiuse dentro il buio di un burqa, la loro definitiva tomba dove si potrà solo immaginarle vive. Brutalmente sottomesse al mehram (padre, fratello, marito)che ne scandirà il passo di tutta la loro esistenza.

Quel dominio maschile sarà totalitario. Avrà una marca omosessuale. E non mi si fraintenda: sto parlando dell’atroce deformazione patriarcale di un’omosessualità assolutista e omofoba, propria dei sistemi politico-religiosi che anche in Islam ha comunque tratto radici dalla nostra cultura cristiano-giudaica: feroce, maniacale, furiosamente oppressiva e violentemente escludente per le donne. La stessa delirante patologia che origina i femminicidi anche in Occidente. Talmente dolorosa per l’umanità da non meritare spazio per la comprensione né per alcuna giustificazione, e che si situa nello stesso orribile luogo del genocidio.

Non ha un centro la tenebra: difficile trovare parole capaci di raccontarla.

Già vent’anni fa l’ho fatto con voce e parola di donna. Ancora una volta affermo che, quando scrivo, trasvivo oltre me stesso per trasformarmi in ciò che sto scrivendo. Importa il risultato.
Impressionato dalla follia del sistema talebano, scrissi questi testi nell’aprile del 2001 con l’obiettivo di ricavare fondi per il RAWA,l’Associazione rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan attiva fin dal 1978, che clandestinamente ha assistito e sostenuto le donne con libri, medicine e aiuti di ogni genere. Eroicamente, a rischio delle loro vite.

Negli anni niente è cambiato.

Le parole di allora sono drammaticamente attuali, cambia solo lo scenario. Mentre scrivo, termina una guerra. Come ogni guerra mi ha visto distante dalle sue assurde motivazioni. Si preparano anni di dolore. Continueranno a cadere vittime innocenti. E follie religiose o idee di supremazia etnica ancora percorrono il mondo. Con gli stessi criminali che hanno consumato la terra, estirpato le foreste, contaminato i mari. Dietro queste idee si occulta il denaro del mercato dell’oppio, un oleodotto, i traffici delle mafie multinazionali, lo sfruttamento di un capitalismo assassino senza scrupoli. Questo è il potere del patriarcato.

Ma attenzione: non sono folli. Stanno soltanto freddamente difendendo il loro profitto.

Io non combatterò per loro.

 

Alberto Masala – 2021.

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martedì 24 agosto 2021

scrivono sull'Afghanistan

 «Vergognatevi per quel che ci avete fatto!» - Mahbouba Seraj

 

La situazione è davvero brutta. Tutte le donne che ho sentito, impegnate nel mondo dell’associazionismo per la difesa dei diritti delle donne, stanno lasciando il luogo in cui vivono in cerca di un posto sicuro. Ribadisco: la situazione è estremamente drammatica.

Quello che mi rende molto triste è il fatto che l’Afghanistan e il popolo afghano siano diventati per il mondo unicamente hashtag su Twitter. L’Europa e le Nazioni Unite come il resto del mondo guardano passivamente. Cosa pensano che possa accadere in Afghanistan?

Non ci aspettiamo che sia il Governo afghano a proteggerci. Il Governo non ha nessun piano per noi. Le strade sono piene di persone che scappano e in cerca di cibo. Le persone dormono per strada e lasciano le proprie abitazioni. Le donne afghane non si aspettano che il Governo le protegga. Come già visto in Siria e in Iraq anche in Afghanistan noi donne saremo le vittime di questa guerra.

Vorrei dire a tutto il mondo “vergognatevi” per ciò che avete fatto a noi e all’Afghanistan. Ci prendete in giro e ci usate. Non contiamo più su di voi, non ci fidiamo più di voi. Non vorrei nemmeno parlare con voi perché il tempo per parlare è finito.  

Ci siamo rivolte a voi, vi abbiamo chiesto aiuto, vi abbiamo presentato le nostre richieste, abbiamo fatto di tutto e a voi non è importato nulla di tutto ciò. Gli uomini di potere del mondo che prendono decisioni secondo i propri interessi prendendo in considerazione solo alcune delle nostre richieste, hanno così distrutto tutto quello che abbiamo costruito con fatica. Siete tutti disgustosi.

Tutti i leader del mondo e tutto il mondo, vergognatevi per tutto quello che avete fatto in Afghanistan. Non conto più su di voi perciò non ho nemmeno voglia di rivolgermi a voi. Perché ormai il tempo per parlare è finito. Tutto quello che accade oggi in Afghanistan riporterà il paese a 200 anni indietro. Come riusciremo a sistemare tutto? Io non potrò vedere le cose sistemate, morirò prima. Nemmeno la prossima generazione potrà mai vedere il mio Paese tornare in equilibrio. I giovani se ne andranno, migreranno. Che cosa vi aspettate da loro? Pretendete che rimangano a combattere per essere sconfitti di nuovo? Dovremmo sacrificare l’ennesima generazione per una guerra scoppiata da una stupida decisione? Quanto durerà tutto questo? Forse, fino a quando non saremo tutti morti. È questo quello che sta avvenendo. Non capisco, mi dispiace, non capisco….

Vi ringrazio per avermi dato l’opportunità di dirlo. Siete, tuttavia, tutti disgustosi».

 

Il testo è la trascrizione di una dichiarazione resa il 10 agosto all’emittente turca TRT World
La traduzione in italiano è di Murat Cinar

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Afghanistan: quel che si può fare - Bianca M. Pomeranzi


Rawa, associazione rivoluzionaria delle donne afghane, 40 anni di storia straordinaria e una priorità: nessuna democrazia sarà mai possibile con un tasso di analfabetismo così alto, soprattutto tra le donne

Le immagini atroci dell’aeroporto di Kabul ci hanno annichilito. La rabbia e la paura di una popolazione disperata hanno preso il sopravvento sulla nostra apatia verso una guerra lontana di cui tutti, adesso, sembrano vergognarsi. Il dolore per chi rimane, per le molte e i molti che vedranno la loro vita in pericolo o annientata, per bambine e per giovani che perderanno la possibilità di scegliere il futuro non può di nuovo annegare nell’enfasi del “salviamo le donne” dall’alto della nostra libertà.

Né possiamo accettare che le afghane siano ostaggio di una guerra persa nel finto scontro tra patriarcati. Quando, venticinque anni fa, siamo insorte per la violenza sistematica e esibita del primo governo talebano verso donne e bambine, non abbiamo creduto neanche un po’ che in nome dei loro diritti si potesse bombardare un’intera popolazione. Nessuna guerra fa bene, in particolare alle donne.

Sapevamo che era un pretesto, un sottile velo di umanità sulla spessa coltre di interessi “geopolitici” che muovevano la macchina della guerra al terrore. Così come abbiamo capito da subito, a talebani cacciati da Kabul, che i pochi milioni a disposizione della ricostruzione sociale, l’istruzione, la sanità, la giustizia e l’informazione non potevano bastare a compensare i miliardi di finanziamenti in armamenti, infrastrutture e crediti a fondo perduto che finivano nelle casse dei signori della guerra. Oppio, armi e corruzione hanno nutrito i fondamentalismi da entrambi le parti.

Nelle aree rurali dove vive più dei due terzi della popolazione, i signori locali attraverso le regole non scritte di famiglie, clan, etnie, hanno mantenuto il controllo sulla vita delle donne e sul loro lavoro, disponendo della possibilità di decidere sugli aiuti e sull’accesso a educazione e salute. Per quelle donne per lo più giovani e giovanissime, la vita è cambiata poco e troppo lentamente. Eppure, un terzo delle afghane, almeno nei grandi centri abitati, ha saputo guadagnare spazi di libertà, accesso all’istruzione, al lavoro e, con difficoltà, alla giustizia.

Ce lo hanno mostrato le attiviste, le giudici, le registe, le giornaliste e tutte e tutti quelli che hanno con coerenza combattuto per i diritti fondamentali e la giustizia sociale, con e senza il sostegno delle cooperazioni istituzionali, quasi sempre inserite in un perimetro definito dalle forze militari. Adesso che povertà e violenza esplodono davanti agli occhi del mondo, tutti piangono sui destini delle donne, sulle responsabilità verso chi ci ha aiutato, sugli errori commessi in venti anni. I crimini contro la popolazione civile afghana si erano accresciuti con il decrescere degli interessi americani e internazionali sul paese. Fino alla stretta, voluta da Trump, sugli accordi di Doha nel 2020 che l’attuale amministrazione americana non ha voluto fermare e l’opinione pubblica occidentale non ha saputo vedere.

Certo, ora, è importante assumere la responsabilità di combattere i fondamentalismi nostrani, ricordare ai nostri stati il dovere morale di fermare i rimpatri, concedere il diritto di asilo e non utilizzare i campi di detenzione alle periferie dell’Occidente. Il nostro governo, anche attraverso il G20, deve negoziare con tutti i mezzi (whatever it takes?) l’apertura dei corridoi umanitari per chi vuole partire, ma soprattutto le condizioni per chi rimane.

Per noi femministe certo è prioritario, oltre all’impegno nell’accoglienza, agire attraverso le reti che già esistono, in Italia e nei circuiti internazionali, per far arrivare alle associazioni delle donne afghane, nel paese e nella diaspora, il sostegno, civile e istituzionale, necessario. Ascoltiamole e ascoltiamo le reti femministe islamiche.

I talebani certamente non sono cambiati, ma ora sanno che non possono continuare a uccidere e umiliare perché, comunque, le donne non taceranno. Quello che possiamo fare noi, femministe di un occidente confuso e impaurito, è soprattutto riflettere sulle esperienze e sulle nuove consapevolezze dei nostri limiti per trasformare la solidarietà in forme nuove di relazione, in nuovi linguaggi sul mondo.

La pandemia ci sta insegnando che per “proteggere” occorre sconfiggere il continuum di violenza e propaganda che separa e domina, che crea il caos su cui, solo apparentemente, prosperano padri e padroni del nulla.

Fonte: pagina facebook della Casa Internazionale delle Donne

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Afghanistan La Waterloo della democrazia esportata in armi - Guido Moltedo


Tra i 238 e i 241 mila morti, di cui 71 mila civili. È la guerra dei vent’anni che si è combattuta in Afghanistan ma anche, vale la pena ricordarlo, nelle regioni confinanti del vicino Pakistan. Costata agli Stati uniti 2.261 militari caduti, a cui vanno aggiunti i 3.936 contractor americani uccisi in combattimento, i mercenari, di cui poco si parla ma che, anche in questo conflitto, hanno avuto un ruolo cruciale.

In più i caduti della Nato. Una guerra per cui sono stati spesi 2.261 miliardi di dollari. Immaginare altri dieci, vent’anni così, per poi arrivare allo stesso esito, alla stessa situazione che vive l’Afghanistan in queste ore e giorni, non avrebbe alcun senso e certo non avverrà sotto questa presidenza, ha detto chiaramente il commander-in-chief dell’ultima, umiliante Waterloo americana. Un prezzo politico alto, paga Joe Biden, l’ultimo dei quattro presidenti implicati nel conflitto, per i sei mesi finali degli oltre duecento dell’impresa afghana.

 

Le immagini della vittoria talebana, del caos, del panico, del fuggi fuggi, della disperazione hanno avuto la meglio sulla sostanza di quanto è accaduto e sta ancora accadendo e che Biden ha vanamente cercato di incorniciare dentro una visione logica, pragmatica e, soprattutto, in linea con gli interessi americani, buttando al macero l’ottusa retorica della democrazia formato export di chi iniziò la guerra. Il sussulto che suscitano le scene da Kabul non deve meravigliare nella nostra età ormai matura della comunicazione globale e quindi, delle emozioni globali. Così come non meraviglierà la sua rapida scomparsa dal circuito mediatico perché più di tanto, anche le peggiori tragedie, nulla possono fare contro la tirannia del ciclo breve, sempre più breve della notizia.

Certo, è stato stolto da parte della Casa bianca non predisporre un piano di uscita dall’Afghanistan con le sembianze di un ritiro ordinato, ma davvero sarebbe stato possibile attuarlo, come pontificano i tanti generali in poltrona che affollano tv, giornali e social? Qualcuno ricorda un ritiro ordinato da un conflitto, da una guerra palesemente ingiusta, o da un’invasione neocoloniale? Da Saigon? Da Teheran? Da Beirut? Da Mogadiscio? Da Baghdad? E dove la cessazione di un conflitto è stata apparentemente «ordinata», quel che è seguito non lo è stato altrettanto, come dimostra la Bosnia, per non andare tanto lontano.

 

Biden, a modo suo, ha avuto quello scatto che neppure il suo ex numero uno aveva avuto, contribuendo a lasciare aperto il conflitto afghano per darlo in eredità ai suoi successori. C’è da chiedersi se e quanto la decisione di Biden sia davvero frutto di un calcolo strategico e costituisca parte di una «dottrina» di lungo periodo. Una «dottrina» nella quale l’esplicitazione della priorità su tutto dell’interesse nazionale americano è chiara, dichiarata, senza inutili e offensivi orpelli ideologici, tipo esportazione della democrazia e dei valori occidentali. Una «dottrina» eminentemente isolazionista non ne ha più bisogno e, tolto tutto ciò che c’era di odioso in Trump, è sulla sua scia che si muove Biden, e con lui i poteri che contano a Washington e nel capitalismo americano.

Biden dovrà innanzitutto spiegare la sua «dottrina» – se tale è e non dilettantistica improvvisazione – agli alleati europei, ancora fermi, per convenienza, per ignavia, per subalternità, a un credo che, con i Bush, aveva rinnovato in chiave globale e alternativa all’Onu un’alleanza nata e consolidata per «combattere il comunismo», per poi dignitosamente andare in pensione con la sua fine, e che avrebbe dovuto rigorosamente agire per statuto entro il perimetro europeo. Il collasso afghano mette a nudo questa costruzione ideologica, edificata a Washington ma con il contributo convinto degli europei, che cara ci è costata, anche all’Italia, in termini di vite umane e di energie vitali regalate alla morte.

 

La nervosa reazione europea alla scelta di Biden supera largamente la stizza verso le intemperanze di Trump, compreso l’esibito disprezzo verso la Nato, col retropensiero che il suo successore avrebbe rimesso le cose a loro posto. Essa è rivelatrice soprattutto di un vuoto di pensiero europeo sul mondo d’oggi e su come esserne parte e averne parte.

La «dottrina» Biden, e con essa quel che sarà della politica estera europea, è ora alla prova di due dossier non meno rilevanti di quello afghano, quello iraniano e quello cubano. Con l’Afghanistan, Iran e Cuba erano in cima alle priorità dell’amministrazione Obama e nel programma elettorale di Biden. Nell’immediato, come scrive lucidamente sul manifesto Luciana Castellina, è «urgente dialogare con il governo di questo paese, che non è nostro amico, per facilitare il passaggio di quella frontiera». Tanto più che gli hazara, la minoranza sciita dell’Afghanistan è ancor più in difficoltà oggi, in balia di una maggioranza estremistica che, tanto per dare un segnale, ha abbattuto due giorni fa la statua di Abdul Ali Mazari, martire della lotta di questo fiero popolo sciita.

Con Cuba, un minimo di coerenza e di saggezza suggerisce di abbandonare definitivamente l’approccio ideologico. L’esasperazione nell’isola è da tempo ai limiti di guardia. Proseguire lungo la via delle sanzioni, comprese le ultime aggiunte da Trump, non porterà che a un conflitto, anche sanguinoso, questo a poche miglia dagli Stati Uniti. È questo che vuole l’amministrazione Biden, dopo la Waterloo afghana?

 

L’articolo è stato pubblicato sul Manifesto del 19 agosto 2021 col titolo La democrazia esportata con le armi, la Waterloo di Biden e della Nato


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In Afghanistan il fallimento umiliante dell’Occidente - Alberto Negri

 

Quali altre guerre sbagliate, e che non si possono vincere, ci aspettano, dopo gli inutili bagni di sangue di Afghanistan e Iraq? A Kabul c’è stato «un fallimento epocale finito in maniera umiliante», titolava il New York Times, quotidiano che ha appoggiato Biden nella campagna elettorale contro Trump. Eppure mai come adesso è vera la frase del grande musicista Frank Zappa: «La politica in Usa è la sezione intrattenimento dell’apparato militar-industriale». Biden, come in una caricatura hollywoodiana, continuava a sostenere in tv che il potente esercito afghano avrebbe respinto i talebani che stavano già alla periferia di Kabul. Ma il ruolo presidenziale è proprio questo: raccontare bugie, anche insostenibili, e contare gli utili, prima ancora dei morti. Anche le dichiarazioni del segretario di Stato Blinken – «abbiamo raggiunto gli obiettivi» – appaiono meno ridicole di quel che sono se viste in questa ottica.

Gli americani e la Nato dicono di volere esportare democrazia, in realtà esportano prima di tutto armi: il resto – “nation-building”, diritti umani, diritti delle donne – è un delizioso intrattenimento per far credere che con le cannonate facciamo del bene. Se vuoi aiutare un popolo puoi farlo senza usare i fucili, questo tra l’altro insegnava Gino Strada, vituperato da vivo dagli stessi ipocriti che oggi lo incensano e all’epoca sostenevano le guerre del 2001 e del 2003.

Chi paga davvero il prezzo del fallimento e il ritorno dei talebani non sono gli americani e noi europei, loro complici, ma gli afghani. In vent’anni i progressi per loro sono stati insignificanti e le perdite umane altissime, decine di migliaia di morti deceduti negli ultimi anni più nei raid americani e Nato che non negli scontri con i talebani. I 36 milioni di afghani – di cui cinque-sei milioni sono profughi – vivono in media con meno di due dollari al giorno. In particolare perdono le donne che erano riuscite a rivendicare il diritto allo studio e un certo grado di autonomia personale, del tutto negato nel primo Emirato dei talebani. L’Emirato II° forse sarà, si spera, un po’ meno duro o solo più pragmatico. Tra l’altro oltre alle donne pure i maschi a scuola ci vanno assai poco, se non nelle madrasse dei mullah: il sistema d’istruzione statale è allo sfascio. Vent’anni dopo l’invasione è una delle notizie peggiori. Con un’avvertenza: i sacrosanti diritti delle donne in questi anni sono stati esercitati soprattutto dalle afghane nei grandi centri urbani. Fuori, nelle zone rurali, hanno continuato a vivere secondo canoni oscurantisti e tradizionalisti, come del resto avviene in Arabia saudita dove nessuno per questo si sogna di bombardare il principe assassino Mohammed bin Salman. Ma a Riad sono talebani di successo di una monarchia assoluta e acquirenti di miliardi di armi americane. Nelle provincie remote i talebani hanno sempre controllato territorio e popolazione: il movimento jihadista esercitava già il suo predominio sul 40% del Paese.

L’Afghanistan oltre che una guerra sbagliata è stata anche una narrazione sbagliata. I progressi sul piano dei diritti umani e civili hanno riguardato sempre una minoranza del Paese, una élite: è una delle diverse ragioni del fallimento. I talebani hanno conquistato senza combattere 25 città in 10 giorni e non sarebbe stato possibile senza poter contare, oltre che sulla disgregazione dell’esercito, su un certo consenso della popolazione esclusa dal circuito dei soldi e della corruzione che ha caratterizzato governi marcescenti e dipendenti da aiuti occidentali. L’approccio Usa di favorire una élite degli afghani si è rivelato superficiale. Ancora di più di quello dei sovietici che invasero il Paese nel 1979 per ritirarsi dieci anni dopo. Sotto i russi ci fu una modernizzazione in apparenza imponente: un embrione di riforma agraria, le università aperte alle donne, i cinema anche nelle città di provincia. Eppure anche quello slancio riguardò una minoranza ma più convinta: il governo afghano, senza Mosca, resistette altri tre anni prima di cadere. Questa volta esercito e governo si sono liquefatti subito. Deve far meditare che i talebani abbiano letteralmente passeggiato fino alla capitale vent’anni dopo la loro disfatta del 2001: significa che la “modernizzazione” non ha investito gran parte dei giovani afghani che hanno continuato a sostenere i jihadisti.

Il fallimento militare e politico è bruciante ma lo è forse ancora di più quello ideologico. Richiamandosi alla tradizione dei mujaheddin che sconfissero i sovietici, i jihadisti possono vantare due clamorose vittorie in 40 anni: contro i comunisti negli anni Ottanta – con il sostegno americano – e oggi contro il sistema liberal-capitalistico. L’Afghanistan può rappresentare un polo d’attrazione per gli islamisti più radicali. Adesso hanno di nuovo a disposizione una nazione, dipenderà dall’Emirato II° non fare mosse false come l’appoggio ad Al Qaeda nel 2001.

I Talebani, al momento, sono vincenti sul piano interno ma anche su quello internazionale. I negoziati di Doha voluti da Trump li hanno legittimati. È inutile girarci intorno. E quando Biden ha annunciato il ritiro, russi, cinesi e iraniani si sono precipitati a fare accordi con loro: le loro ambasciate a Kabul restano aperte. Sono tutti vicini di casa e hanno interessi politici ed economici nel cuore dell’Asia centrale.

Biden è apparso una figura grottesca ma funzionale al sistema americano. Dovremmo ricordarcelo prima di farci ancora trascinare in altre guerre “sbagliate”. Ma i nostri governi sono regolarmente sottomessi agli Usa.
Secondo i sondaggi Joe Biden ha comunque ancora il 60% dell’approvazione degli americani per il ritiro dall’Afghanistan. Un po’ di sondaggi e un po’ di propaganda forse serviranno a mascherare la figuraccia di Kabul. Non a oscurare le menti pensanti.

L’articolo è stato già pubblicato su il manifesto del 16 agosto

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Afghanistan, Alberto Negri: «Fallimento politico-militare ma anche ideologico»

(intervista di Ruggero Tantulli)

 

Il fallimento in Afghanistan? Politico-militare ma anche ideologico. Dopo i sovietici, i talebani hanno sconfitto anche gli occidentali, pur con importanti differenze. E ora costruiranno l’Emirato II, con nuovi partner e una nuova struttura statale. Per capirne qualcosa di più, Ventuno ne ha parlato con Alberto Negri, giornalista tra i massimi esperti di esteri, che conosce l’Afghanistan – dove è stato una dozzina di volte a partire dagli anni ’80 – come le sue tasche. Editorialista de Il Manifesto, quotidiano che ha compiuto 50 anni, Negri è stato a lungo inviato di guerra per Il Sole 24 Ore, seguendo in prima linea, tra le altre, le guerre nei Balcani, in Somalia, in Afghanistan e in Iraq.

Cosa sta succedendo in Afghanistan?

«Per dirlo in maniera dettagliata bisognerebbe essere sul posto. Abbiamo sempre un taglio della realtà afghana che proviene soprattutto da Kabul, la capitale. Sappiamo poco, però, di quello che accade nelle province. Questo è un limite dell’informazione attuale che ci dovrebbe far riflettere, perché la storia dell’Afghanistan non è solo quella di una guerra sbagliata, ma anche di una narrativa sbagliata. Per esempio si ignora che i talebani controllavano già il 40-50% del territorio quattro-cinque anni fa. Soprattutto nelle province. Questo spiega perché c’è stata una loro rapida avanzata, dovuta ovviamente alla dissoluzione dell’esercito nazionale afghano, ma anche al fatto che in questi anni i talebani hanno consolidato la loro presenza, stando molto più attenti che in passato ai rapporti con la popolazione civile».

Come?

«Il Mullah Baradar, che ha rappresentato i talebani nel negoziato di Doha e che gli americani conoscono benissimo – fu arrestato nel 2010, tenuto in prigione in Pakistan fino al 2018 e liberato su richiesta degli stessi americani – è autore di un codice di comportamento in cui si chiedeva ai combattenti di non fare attentati o azioni militari che mettessero troppo a rischio la popolazione civile innocente. Questo ha aiutato a consolidare il movimento talebano, che poi ha allargato le sue alleanze, anche superando in alcuni casi alcune barriere etniche settarie che hanno sempre contraddistinto l’Afghanistan. La sconfitta del 2001 è stata la sconfitta non solo dell’Emirato, ma anche dei pashtun, cioè dell’etnia maggioritaria (con il 40%) dell’intero Paese. Questa è un po’ la rivincita anche da quella disfatta di 20 anni fa».

Qual è la narrativa sbagliata?

«Avere scambiato Kabul, Herat o Mazar-i-Sharif per tutto l’Afghanistan. Molte donne afghane in questi vent’anni avevano potuto tornare a scuola o entrare in politica, ma molto spesso nelle province le donne afghane hanno continuato a vivere secondo regole tradizionali oscurantistiche che hanno dominato la vita dell’Afghanistan nei secoli. E non solo con i talebani. Inoltre, si è pensato alla modernizzazione del Paese ma rivolgendosi soprattutto a un’élite politico-economica che poi ha dato vita a governi altamente corrotti. Questo, uno degli aspetti più superficiali della politica americana e occidentale in Afghanistan, ha determinato il fatto che la stragrande maggioranza degli afghani rimanesse fuori dal circuito economico e dalle aspirazioni a una vita migliore di un popolo che vive con un dollaro e mezzo al giorno. Ecco perché non solo si è disgregato l’esercito nazionale, ma addirittura le nuove generazioni afghane – su cui gli occidentali pensavano di puntare – alla fine hanno invece appoggiato i talebani. E non hanno fatto alcuna resistenza alla loro avanzata. Quindi la sconfitta americana e occidentale in Afghanistan non è solo militare ma anche ideologica, perché il processo di modernizzazione è completamente fallito. E oggi i jihadisti possono vantare due vittorie in 40 anni contro due superpotenze: una contro i sovietici, cioè contro il comunismo con l’appoggio degli americani, l’altra contro il sistema liberal-capitalistico».

Questa è stata una guerra sbagliata, quindi?

«Sono sempre sbagliate tutte le guerre che non si possono vincere. E soprattutto sono sbagliate le guerre che nella propaganda occidentale mirano a esportare la democrazia, ma dove nella realtà dei fatti c’è ben altro».

Ecco. Cos’altro c’è, nella realtà dei fatti?

«La missione del 2001 avrebbe dovuto “vendicare” l’11 settembre. Se si fosse limitata a quello, puntando soprattutto su Al Qaeda, si sarebbero risparmiati molto tempo e molti morti. Invece si è pensato, abbattendo il regime dei talebani, di imporre un modello occidentale a un Paese che ha rifiutato questi modelli e li aveva già rifiutati nella storia. In realtà, gli americani avevano pensato di mettere una postazione strategica nel cuore dell’Asia, ai confini con l’Iran e con la Cina, nell’area di influenza della Russia e vicino al Pakistan, paese che ha creato i talebani – con il governo di Benazir Bhutto – come strumento di penetrazione in Asia centrale. Erano in Pakistan, non a caso, i generali che avevano i contatti con i talebani e con Osama Bin Laden: io ho intervistato capi talebani e jihadisti in clandestinità, nella lista nera degli Usa, alla periferia di Islamabad, non di Kabul. Quindi è stata un’operazione sbagliata anche da quel punto di vista!»

Che Afghanistan vedremo con questo Emirato II?

«Mentre il primo Emirato – che aveva la sua capitale a Kandahar –  lo conoscevamo poco e male, questo secondo lo conosciamo perfettamente. Gli americani ci hanno combattuto per anni contro e poi ci hanno trattato a Doha. Oltretutto questo secondo Emirato ha una rete di relazioni internazionali molto più estesa del precedente. A trattare con i talebani in Qatar andavano turchi, iraniani, russi, cinesi… Non stupisce infatti che questi paesi abbiano ancora le ambasciate perfettamente funzionanti. Questo Emirato probabilmente sarà radicale nei metodi e nell’ideologia, come il precedente, ma più pragmatico nei rapporti internazionali».

Perché?

«Perché dovrà governare il Paese. Dovrà assicurare la stabilità e il controllo sul territorio, ma dovrà anche far funzionare la macchina statale. E per questo servono i soldi. Finora i soldi arrivavano da statunitensi ed europei».

E ora quali saranno i partner dei talebani?

«La Cina è uno dei partner più probabili dal punto di vista economico. Con la Via della Seta sta investendo dozzine di miliardi di dollari in Pakistan (il maggior alleato dei talebani) e in Iran, ha già investito nelle miniere in Afghanistan ed è politicamente interessata acché gli afghani non destabilizzino la popolazione musulmana degli uiguri nel confinante Xinjiang».

Quali altri?

«La Russia vorrà avere la sua influenza. Poi l’Iran, che ha incontrato e forse appoggiato più volte i talebani e che ora si aspetta un comportamento più corretto nei confronti della popolazione afghana sciita. Poi ci sono i paesi arabi del Golfo: prima di tutto gli Emirati Arabi Uniti (già oggi il maggior partner commerciale dell’Afghanistan), il Qatar e l’Arabia Saudita. Su di loro i talebani puntano per fare cassa».

Come potrà essere strutturato questo Emirato II?

«Il primo ruotava intorno alla figura carismatica del Mullah Omar. Questo è un po’ diverso, perché non c’è un leader carismatico. C’è un leader, l’emiro Akhundzada, che è capo politico-militare ma anche religioso. Poi c’è una parte più pragmatica, costituita da suoi vice: Baradar, la rete Haqqani, Yaqoob (il figlio del Mullah Omar)… Quindi si può delineare una struttura in due modi: un capo supremo e una struttura di governo che si occupa delle questioni politiche e di gestione del Paese, un po’ all’iraniana».

In questi giorni si parla molto della condizione delle donne e si vedono immagini dell’esperienza socialista afghana di alcuni decenni fa, con donne a viso completamente scoperto per esempio, che stridono con la situazione attuale…

«La presenza sovietica in Afghanistan è stata molto forte ed è durata a lungo, anche negli anni ’60-’70. Il partito comunista afghano (il Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan) nel 1979 chiese aiuto all’Urss, che invase l’Afghanistan il 24 dicembre 1979 per sostenere la guerra contro i mujaheddin allora sostenuti dagli Stati Uniti, dall’Arabia Saudita e dal Pakistan. C’erano già dei forti piani di modernizzazione all’epoca, prima dell’intervento dell’Urss: la riforma agraria e dell’istruzione per esempio. L’attuale università di Kabul è a forma di stella rossa! In quell’università era da vent’anni che andavano a studiare non solo gli uomini ma anche le donne, che giravano a capo scoperto e persino con la minigonna. Nel 1975 a Kabul ci fu il primo concerto rock dell’Asia centrale! Se è vero che i russi furono costretti a ritirarsi nel 1989, il governo afghano resistette per tre anni prima di cadere, fino al 1992. Poi le truppe dei mujaheddin entrarono a Kabul e impiccarono l’ex presidente Najibullah a un lampione».

Questo cosa ci dice di oggi?

«Allora, come in questi ultimi 20 anni, anche i russi puntarono a creare un’élite per tenere in piedi lo stato afghano. Ma quell’élite era molto più convinta, coesa e larga di quella creata dagli americani, altrimenti quel governo non sarebbe resistito da solo, senza l’aiuto di Mosca, per tre anni. Invece la modernizzazione applicata negli ultimi 20 anni si è sciolta come neve al sole, perché questa élite è subito scappata e non ha difeso le istituzioni impiantate dagli occidentali».

Ci sono coincidenze tra la fuga da Saigon, in Vietnam, nel 1975 e quella di questi giorni da Kabul?

«No. L’apparenza delle immagini ci fa sfuggire tantissime differenze. Innanzitutto quella guerra fu combattuta dagli Usa con un esercito di leva e ci morirono decine di migliaia di soldati americani. La guerra in Afghanistan invece non ha coinvolto gli americani emotivamente. Contro la guerra in Vietnam, poi, c’era un grande coinvolgimento nelle proteste, anche qui in Italia. Per l’Afghanistan quante manifestazioni si sono viste?»

Le colture di oppio erano state quasi azzerate prima dell’intervento degli Usa del 2001. Poi è andata diversamente…

«Oggi la produzione è 10-12 volte superiore a quella del primo Emirato talebano, con un’estensione quasi pari a quella della Lombardia. La produzione di oppio è una delle basi “economiche” del Paese, oltre all’estrazione mineraria. In Afghanistan ci sono diversi minerali che fanno gola alla Cina».

Si può dire, in definitiva, che la guerra in Afghanistan è il più grosso fallimento della Nato?

«L’Alleanza atlantica, a dispetto del nome, è andata a fare guerre ben lontane, ma gli errori non finiscono. Ora la missione Usa in Iraq sarà sostituita da una missione Nato, il cui prossimo comando sarà preso dall’Italia. Il fallimento Usa e Nato in Afghanistan dovrebbe far riflettere su come noi accettiamo supinamente missioni militari e guerre senza mai opporci».

Chi si opponeva era Gino Strada, morto pochi giorni fa.

«Gli ipocriti che hanno incensato Gino Strada in questi giorni sono gli stessi che sostennero gli interventi militari americani nel 2001 e soprattutto nel 2003, oltretutto sulla base della fake news più colossale della storia: le armi di distruzione di massa che non vennero mai trovate. Cosa andiamo a fare in queste guerre? A esportare la democrazia? I diritti umani? Questi argomenti sono ridicoli, servono a giustificare le cannonate su interi paesi che potremmo aiutare senza sparare un colpo».

Come?

«Per esempio con aiuti alla cooperazione, con aiuti sanitari o con aiuti nel campo dell’istruzione. In Afghanistan è difficile andare a scuola non solo per le ragazze ma anche per i ragazzi, perché il sistema scolastico statale è completamente crollato in questi 20 anni. E dove andavano a studiare i ragazzi? Nelle madrasse, le scuole islamiche. Ecco un altro motivo che ci spiega perché i talebani hanno fatto larga propaganda. L’Afghanistan è il motore concreto dei fallimenti successivi: in Iraq, in Libia, in Siria etc. Queste guerre mascherate da interventi umanitari hanno ridotto intere regioni nel caos. La “strategia del caos” l’ha teorizzata Hillary Clinton da Segretario di Stato Usa. E gli effetti di questi disastri li vediamo qui nel Mediterraneo».

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La missione italiana in Afghanistan. Considerazioni a margine di un fallimento - Monica Quirico

 

In questa estate semi-apocalittica – tra alluvioni, incendi e rigurgiti neo-oscurantisti – la morte di Gino Strada, concomitante alla definitiva rivincita talebana, chiude simbolicamente il cerchio di quel capolavoro al contrario che sono state le missioni internazionali in Afghanistan dal 2001 a oggi. Chi adesso celebra il fondatore di Emergency come una sorta di santo laico (!) lo liquidava con fastidio quando, vent’anni fa, disarticolando la retorica “umanitaria” dell’intervento occidentale, profetizzava che esso avrebbe solo esasperato la situazione.

Le 160.000 vittime afghane (di cui tra i 35.000 e i 43.000 civili) e i 54 morti tra i soldati italiani (32 dei quali in seguito ad atti ostili), le une e gli altri rimossi dal dibattito pubblico, sollecitano qualche riflessione sul modo in cui nella fragile democrazia italiana è stata rappresentata la più rilevante operazione militare del dopoguerra, con un’attenzione particolare per il rapporto tra lutto e politica, in una prospettiva di genere.

Il 9 ottobre 2001 il Parlamento italiano approvava quattro risoluzioni (bipartisan) che impegnavano l’Italia a onorare i suoi obblighi di membro della Nato, dando il suo sostegno all’operazione Enduring Freedom, scattata due giorni prima come ritorsione agli attentati dell’11 settembre. Un mese dopo, le Camere votavano a larghissima maggioranza a favore dell’intervento militare, che prendeva il via il 18 novembre. Per la prima volta nel dopoguerra, alle truppe italiane si applicava in modo esplicito il codice militare di guerra (introdotto nel 1941). Negli anni, in un gioco di rimpalli tra Onu e Nato, cambiavano i nomi delle missioni ma restava, anzi aumentava, la presenza occidentale.

Dell’attività delle truppe italiane (che nel 2010 superavano le 4.000 unità) e in particolare della Task Force 45, creata dal governo Prodi II, si sapeva (e tuttora si sa) poco o nulla: di fatto era una missione di combattimento, che sfruttava le ambiguità delle autorizzazioni parlamentari. Beninteso, i Governi italiani che si succedevano dal 2001 in poi, fossero di centrodestra o di centrosinistra, si guardavano bene dal menzionare la parola “guerra”, preferendole espressioni come: intervento umanitario; azione di contrasto al terrorismo; operazione di polizia internazionale. Il topos “Italiani, brava gente”, esteso anche all’esercito, è sempre spendibile e trovava infatti la sua consacrazione in una mostra patrocinata nel 2012 dalla presidenza della Repubblica (all’epoca retta da Giorgio Napolitano), che, dopo l’inaugurazione al Vittoriano, veniva riproposta in diverse città italiane. Intitolata “I volti dei militari italiani. I valori della patria in un’immagine”, l’allestimento mescolava sapientemente stralci di mail inviate a parenti e amici dai militari italiani in missione all’estero (non solo in Afghanistan) a scatti che li ritraevano in atteggiamenti cordiali nei confronti della popolazione locale. L’esposizione era strutturata come un vero e proprio catalogo delle virtù delle forze armate, nell’ordine: Solidarietà, Dedizione, Onore, Dignità, Lealtà, Altruismo, Coraggio, Fedeltà, Disciplina, Umanità, in una mescolanza di valori guerreschi tradizionali e attualizzazioni consone alla retorica umanitaria che pervadeva la narrazione delle missioni. In tal senso, il clou era rappresentato dalle immagini di donne soldato (immancabilmente sorridenti) che assistevano anziani, donne e bambini, in una sorta di incontro transnazionale fra soggetti minoritari e tuttavia tutelati, con la soldata che presumibilmente doveva fungere da modello di emancipazione per le ragazzine locali.

Mentre la protezione delle donne afghane era invocata come una delle motivazioni decisive alla base dell’intervento militare, ad altre donne – le madri e le mogli dei militari italiani – era richiesto di fare la loro parte: quella di sempre, accettare la morte dei loro cari come compimento di un destino, il sacrificio per la patria. Già, perché, in una narrazione che legittimava l’intervento militare in nome della pace e dei diritti umani, quando tornavano in Italia le salme dei “caduti” (termine che suggerisce una fatalità del tutto fuori luogo) evidentemente i valori universalistici non bastavano a dare un senso al dolore – o almeno così pensavano le istituzioni. Si rispolverava allora il repertorio classico, quello della mater dolorosa, punto di intersezione tra culto mariano (Maria spettatrice affranta ma composta della Passione) e pratiche penitenziali pagane (l’eruzione del dolore); un’icona che ha incontrato larga fortuna nel discorso nazionale forgiato a partire dal Risorgimento e la cui chiave di volta è l’attribuzione del dovere di onorare la patria tanto agli uomini in armi quanto alle donne che, a casa, sublimano la perdita nella celebrazione del valore trascendente del gesto eroico.

Le commemorazioni dei “caduti” italiani in Afghanistan ricalcavano questa divisione di genere dei ruoli, pur con qualche incrinatura: il dolore non è mai interamente addomesticabile. La continuità enfatizzata dai media e dalle liturgie funebri tra il lutto della singola famiglia biologica, quello della più ampia famiglia militare e infine quello della comunità nazionale mirava a ricordare a tutti che, di fronte all’enormità del sacrificio che il militare deceduto così come la sua famiglia avevano compiuto per il bene della nazione, le distinzioni sociali e politiche dovevano passare in secondo piano. Anche nel caso dell’intervento in Afghanistan, l’appello all’unità fondato su un sentimento universale come il lutto ha costituito infatti un potentissimo strumento di neutralizzazione del dissenso, delegittimando il confronto razionale, oltre che etico, sull’opportunità di portare avanti la missione. Indimenticabili le parole di Matteo Renzi, all’epoca presidente del consiglio, in visita a Herat nel 2015: «Non siamo qui per un motivo logistico ma per un ideale»; poi rincarava: «Possa il loro sangue [dei caduti] servire ed aiutare anche qui in Afghanistan nuove generazioni a conoscere bellezza, libertà e pace».

Non è stato così, come ben vediamo oggi, scandalizzandoci dai nostri comodi divani per la sorte che attende le donne afghane; vano chiedersi se qualcuno tra i molti politici che hanno sostenuto le varie missioni avrebbe il coraggio di incontrare i parenti dei militari morti e ammettere che il loro “sacrificio” è stato totalmente destituito di senso. È tuttavia proprio la logica dell’eroismo (e del suo brodo di coltura: il nazionalismo) a dover essere cacciata nel pattume della storia: è vero, parliamo di eserciti professionali, ma ciò non attenua lo sgomento per il paradosso che Judith Butler ha così riassunto: «Da un lato, dunque, questi soldati sono ritenuti “indispensabili” alla difesa della patria. Dall’altro, essi fanno parte della popolazione dispensabile. E anche se la loro morte è a volte oggetto di glorificazione, essi sono e restano dispensabili: persone sacrificate in nome del popolo. […] Così, in nome della difesa del popolo, la nazione spinge qualcuno sull’orlo del precipizio. E quel corpo strumentalizzato per motivi di “difesa” è reso dispensabile proprio dall’obiettivo di garantire quella stessa “difesa”».

Se la vulnerabilità è un dato ontologico, perché comune a tutti i viventi, essa è nondimeno sperimentata in modo differenziato a seconda della classe sociale, della nazionalità, del genere e di altre variabili socialmente costruite. L’attuale distribuzione del lutto pubblico nella popolazione mondiale, con la gerarchia tra le vite degne di essere piante (quelle dei cittadini USA, ad esempio) e le vite che non meritano le lacrime dell’opinione pubblica (quelle degli afghani o dei palestinesi), non può che alimentare la spirale della violenza e del militarismo. Come scriveva Gino Strada nel 2003, «questa è la vera guerra mai dichiarata: la guerra ai poveri del mondo, agli emarginati, agli sfruttati, ai deboli, ai diversi, la guerra a tutti gli “spendibili”, vittime designate dei nostri consumi».

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Non ci sono più i talebani di una volta – Giovanni Iozzoli

Nel 2007 esce un bel film diretto e interpretato (tra gli altri) da Robert Redford. Si presenta come una pellicola molto progressista, di quelle che al cinema fanno commuovere le platee colte e liberal. Al centro di diversi intrecci si colloca la storia, iper-americana, di due giovani proletari, uno nero l’altro ispanico, che scelgono di arruolarsi volontari e partire per l’Afghanistan perché solo così riusciranno a pagarsi l’università e realizzare il sogno dell’uscita dal ghetto sociale. Sono due studenti brillanti – capaci e meritevoli –, non sono militaristi o guerrafondai: sono giunti però alla conclusione che indossare la divisa e partire per una missione all’estero è l’unico modo che hanno per assicurare a sé stessi studi di qualità. Qui gli autori si dimostrano assai polemici verso il sistema di istruzione americana. Un professore di liceo dei due ragazzi, Redford, sessantottino reduce dalle manifestazioni contro il Vietnam (con tanto di cicatrice in fronte), cerca di dissuaderli in ogni modo dall’arruolamento. Loro però hanno già scelto e non cambieranno idea. Finiranno proprio a combattere contro i talebani in Afghanistan e li ritroveremo, nelle scene finali, ad alta tensione emotiva, isolati e circondati su un picco innevato, di notte. Moriranno da eroi, in piedi, armi in pugno, accerchiati da un nemico spietato. Qui l’occhietto liberal si inumidisce alquanto: il dramma americano è completo, i poveri (quelli meritevoli) ambiscono strenuamente alla elevazione sociale, mentre il sistema li costringe a morire, seppur eroicamente, per pagarsi gli studi. In tutto il film l’Afghanistan non si vede, se non in quell’ambiente buio, ostile e gelato. La tragedia americana si compie in un paese fantasma. Potrebbe essere uno scenario di guerra qualsiasi, magari l’Iraq o la Siria, ma sempre uno sfondo resta. Anche gli afghani nel film non esistono; si parla spesso di loro ma non li si vede mai; sono un nemico nell’ombra, tanto più terrorizzante quanto invisibile. Va da sé che non contano molto, sono solo comparse del grande dramma dell’American Dream. La morale è che andare a sparare in casa d’altri per pagarsi gli studi, è una scelta dolorosamente nobile.

Lo stesso approccio del regista Robert Redford, viene adottato oggi dai nostri media nel raccontare “la tragedia di Kabul”.  Il popolo afghano sostanzialmente non esiste, non lo vediamo mai, men che meno gli diamo parola. Ci interessiamo solo (un po’) dei “nostri”, quelli che abbiamo fidelizzato e che giustamente, dopo avere annusato i profumi d’occidente, oggi vorrebbero scappare dal loro paese e raggiungere il paradiso: “autisti, camerieri e interpreti”, così una ragazzetta di qualche tg li ha scrupolosamente classificati, riducendo ai suoi stereotipi servili un orgogliosissimo popolo di guerrieri che nei secoli ha messo in fuga ogni nemico. Ma il popolo – il popolo vero, da Kabul alle campagne, nel suo caleidoscopio etnico e linguistico – cosa pensa della caduta del vecchio regime e dell’avvento dei nuovi governanti? Qualcuno lo ha chiesto, in giro? Perché fino a ora si sono sentite solo interviste e dichiarazioni di afghani legati, in un modo o nell’altro, all’occupante. Eppure, se per vent’anni i talebani hanno continuato a controllare buona parte del paese, viene il dubbio legittimo che forse hanno sempre goduto di prestigio e radicamento. E tutti lo sapevano, fingendo di ignorarlo per vent’anni – magari per continuare a spremere miliardi al contribuente occidentale, convinto da una narrazione fasulla ed edulcorata, che con i suoi soldi si stesse finanziando una “missione di pace” che godeva del pieno sostegno dei cittadini afghani. Nella verità perversamente rovesciata, piatto tipico del menu che ci stanno servendo i media in occidente, i talebani sono gli invasori e gli eserciti Nato il legittimo sovrano spodestato.

La domanda sul “perché gli afghani non hanno combattuto” è la più buffa e farebbe sbellicare dalle risate quei soldati che al momento giusto hanno gettato la divisa alle ortiche e si sono dati alla macchia. Per chi avrebbero dovuto morire: per difendere la salvezza e i conti correnti dei Quisling che abbiamo piazzato per vent’anni al governo? Avrebbero dovuto morire per salvare la faccia agli Usa e garantire una ritirata dignitosa, che non somigliasse tanto alla maledetta Saigon? Il passaggio di poteri era già stato deciso all’epoca degli accordi di Doha, tutti lo sapevano, anche i soldati che “avrebbero dovuto resistere”. La saggia celerità con cui hanno rinunciato a qualsiasi pantomima di resistenza, ha salvato loro la pelle ed evitato ulteriori spargimenti di sangue. Probabilmente gli stessi talebani sono stati colti di sorpresa dallo squagliamento dei reparti posti a difesa di Kabul. Si vede che lo spirito da “autisti, camerieri e interpreti” deve avere un po’ infiacchito la memoria genetica di questi nipotini di Alessandro Magno. I talebani invece hanno continuato a combattere, dal 2001, senza soluzione di continuità. Forse perché non sanno fare altro, dopo quaranta anni di guerra. Ma da dove nasce questa strenua, ostinata resistenza? Sarebbe stato più saggio e facile piegarsi all’occidente, alle sue lusinghe, alle sue donazioni, riciclarsi nel costruire centri commerciali e oleodotti; invece hanno continuato per vent’anni a nascondersi nelle caverne, con i kalashnikov in mano e i droni stelle e strisce che gli sparavano nel culo. Perché, va ricordato, l’occupazione americana è stata anche una strage infinita, fatta di bombardamenti su moschee e feste di matrimonio, torture e galera, compresi i soggiorni, spesso senza ritorno, a Guantanamo. Se capiamo bene perché i soldati regolari abbiano mollato così facilmente le loro postazioni, per noi resta più difficilmente spiegabile l’inossidabile tenuta talebana, protratta tanto a lungo contro un’armata multinazionale apparentemente invincibile. Forse è la dimostrazione che c’è qualcosa di indomito, che serpeggia nei cuori dei popoli oppressi; qualcosa che ti fa stringere i denti e remare anche contro i flutti della storia; l’orgoglio, la dignità, un qualche fine superiore che trascende le storie individuali e che a un certo punto si sente dentro, come una chiamata inesorabile. Del resto perché i cubani resistono da sessant’anni? Non sarebbe stato più facile arrendersi e mettersi in vendita al nemico facoltoso? C’è un luogo nascosto nell’animo umano che ci fa abbracciare l’irrazionale, il sacrificio, la morte, quando sentiamo di avere ragione. Un posto pericoloso e necessario.

L’altro smarrimento che coglie i salottini televisivi e gli editoriali riguarda l’incapacità dei “nostri valori” di attecchire in quelle contrade. C’è incredulità e un pizzico di indignazione: abbiamo speso tanti di quei miliardi e questi invece di difendere il sistema che gli abbiamo esportato, se ne vanno per i fatti loro. Certo, gli afghani hanno arraffato tutto quello che gli abbiamo messo davanti: i soldi della corruzione, gli ospedali, i servizi sociali; però non hanno mai preso troppo sul serio il nostro modello di vita, tanto da desiderare di imitarlo.  Questo è un elemento comune a tanti popoli del sud del mondo: invidiano il nostro benessere materiale (e fanno carte false per condividerlo) però sono un po’ scettici sul “pacchetto occidente”, sull’insieme di “valori” (chiamiamoli così) che veicoliamo attraverso il nostro immaginario, che è ormai largamente cine-televisivo e facilmente fruibile a livello planetario. Ci siamo mai chiesti cosa pensano davvero di noi, del nostro mondo, delle nostre esistenze, un contadino o un operaio di una qualsiasi periferia del mondo non occidentale – specialmente nell’epoca dei satelliti e della iper-connessione globale? Ma siamo sicuri che vogliono tutti diventare come noi? Condividere i nostri stili di vita? I nostri film, le nostre serie televisive, la nostra musica – tutte cose terra terra, d’accordo, ma l’unico vero biglietto da visita che spediamo in giro per il mondo – danno di noi un’idea di eccellenza, di felicità e realizzazione? O piuttosto il contrario: offriamo di noi l’immagine di società opulente ma cronicamente depresse, nevrotiche, compulsive, in cui i cani hanno preso il posto dei bambini e – stereotipo per stereotipo – la modella con la barba ben rappresenta un certo grado di confusione di cui sembriamo portatori (ebbene sì, anche i Taliban oggi possono leggere Vanity Fair con due click). Hai voglia ad esportare ONG. Il sistema della Shura deve sembrare democraticamente più rappresentativo ed equilibrato delle elezioni americane, dopo quello che si è visto in gennaio a Capitol Hill.

Non c’è un’autostrada della storia, dove noi siamo “più avanti”, con gli altri che arrancano dietro e prima o poi dovranno passare attraverso le stesse curve e gli stessi caselli. E noi non siamo il punto più alto dello sviluppo umano, da imitare e raggiungere. E questo vale anche per la condizione della donna. Se non usciamo da questa perversione eurocentrica saremo eternamente destinati ad alternare i bombardieri e il paternalismo, nel nostro rapporto con il sud del mondo, cioè con la stragrande maggioranza dell’umanità che non ci capisce. Intanto, i talebani stanno mettendo in atto un’offensiva sul piano dell’immagine e della credibilità internazionale, che è anch’essa un segno dei tempi. È chiaro che anche loro, come tutte le precedenti leadership afghane, stanno pensando ai flussi d’investimento che potranno intercettare, se staranno buoni, senza imbarazzare troppo russi, turchi e cinesi. I richiami alla Sharia sembrano più che altro pleonastici – la Sharia non è un corpus mistico e dogmatico, è esistita in centinaia di versioni diverse ed è sempre stata il prodotto di mediazioni storiche e sociali, dentro tutte le società islamiche. Sicuro che la versione attuale sarà più digeribile di quella di vent’anni fa. Del resto l’Afghanistan è straordinariamente cambiato e i primi a capirlo sembrano essere stati proprio i suoi nuovi padroni.

Quelli che proprio non capiscono niente sono i nanetti europei, che fingono di ignorare che lo scenario in corso era già stato per larghe linee definito senza la loro opinione. I tardi epigoni di un atlantismo fuori tempo massimo (come la maggior parte della politica italiana) non riescono a capacitarsi della facilità con cui Biden ha mollato l’ancora ed è salpato. Continuano a pensare alle cose con un ventennio di ritardo; stanno lì a chiedersi se “l’America ha perso” e qual è stato il loro tristissimo ruolo nella storia. Ma di quale America si sta parlando? Quella di vent’anni fa? Quella forse sì, ha perso, ma solo nel mondo ideale dei proclami e delle retoriche, perché in quello reale quell’America non esiste più da un pezzo. Gli Usa del “nuovo secolo americano”, in cui si teorizzava la distruzione creativa e una rigerarchizzazione di nazioni, popoli e risorse economiche, sono solo un ricordo. In un ventennio tutto è cambiato. Nessuno stratega americano sano di mente può pensare che oggi gli Usa abbiano la forza di permanere al centro di un’egemonia unipolare, tanto meno dentro il caos ribollente del medio oriente. Gli Stati Uniti di oggi sanno di essere in ritirata su tutti gli scenari strategici – a partire dall’economia. Oggi le loro aspettative sono molto ridimensionate – gli basta mettere fuori gioco i nemici peggiori e sferrare qualche gancio arretrando. Del resto, la “distruzione creativa” c’è stata e in qualche modo ha funzionato: i peggiori ostacoli americani – Saddam, Bin Laden, Gheddafi, Assad, la Resistenza palestinese – sono morti o fuorigioco; alcuni di loro travolti proprio dal doppiogiochismo e dal rapporto ambiguo e ambivalente che intrattenevano con il Grande Satana. L’America di oggi non sa che farsene dell’Afghanistan. Il nuovo gruppo dirigente democrat, più che dei talebani, ha paura delle elezioni di medio termine e dello spettro di una opposizione interna (armata) che non si è liquefatta: è lì, incistata, pronta a esplodere contro quello che ritiene un ceto politico di usurpatori. Ogni stagione ha il suo “rischio terrorismo”.

Noi abbiamo un debito storico, rispetto ai popoli afghani. E non tanto perché stiamo smobilitando: siamo in debito perché alla fine degli anni Settanta l’occidente ha riversato su queste terre e queste genti un fiume inesauribile di armi e mercenari, trasformando quel paese in una trincea, in nome della battaglia antisovietica. E per nobilitare l’investimento e dare un senso pseudo-religioso alla contesa, i sauditi esortarono il veleno wahabita, con un esercito di imam, sobillatori, teologi – e madrasse, moschee, petroldollari – che cambiarono l’antropologia di queste terre, un tempo ospitali e tolleranti. Il wahabismo ha formattato un popolo, spingendolo nella sofferenza e nell’ignoranza. E ancora oggi, le mani che gestiscono i fondi finanziari e immobiliari che rilevano interi quartieri metropolitani e prestigiose squadre di calcio – mani che la borghesia occidentale bacia volentieri – sono le stesse che aprono e chiudono i rubinetti del jihadismo globale, spostando alla bisogna le loro truppe sullo scacchiere globale. Avere immolato quarant’anni fa il popolo afghano sull’altare della battaglia anticomunista: di questo bisognerebbe chiedere perdono a quelle genti martoriate che da allora hanno conosciuto solo guerra e oscurantismo.

I popoli in rivolta scrivono la storia, si cantava nei cortei. Ed è quello che sta succedendo in Afghanistan, niente di più niente di meno. La prima sacrosanta rivolta è stata contro l’occupante Nato, ed è finita. Adesso ne seguiranno altre. Il premio Nobel V.S. Naipaul scrivendo della sua India che si modernizzava, la raccontò nei termini di “un milione di rivolte”. È quello che bisogna augurarsi per l’Afghanistan. Cacciato l’invasore, assisteremo al proliferare di tanti fuochi di trasformazione in ogni angolo della società – i talebani non riusciranno né a governarli né a reprimerli. La fine dell’occupazione romperà la bolla di vetro di un ambiente artificiale e stagnante, che non riusciva a produrre trasformazioni reali dentro il corpo sociale, talmente estraneo a esso pareva. La storia e le storie entreranno in fibrillazione, in modalità non prevedibili. In particolare, la storia delle donne, la cui libertà è come il dentifricio: una volta uscito, neanche i più volenterosi aguzzini possono rificcarlo nel tubetto.

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La Democrazia non si esporta, si conquista - Farid Adly (*)

Leggo sui media analisi distorte sulla disastrosa fine dell'occupazione statunitense e dei paesi della Nato in Afghanistan. Viene negato il fallimento dell'operazione scaturita dalla vendetta di Bush per i 3000 morti delle Torri Gemelle, nel nome della lotta al terrorismo qaedista. Il tema centrale che si vuole sviluppare è quello della validità del concetto di “esportazione della democrazia”, qualche volta scritta con la D maiuscola. Alcuni commentatori usano questi temi per fini di politica interna. Si prende di mira chi argomenta sulla caduta di Kabul, sostenendo che l'errore fondamentale era stato il tentativo di camuffare l'intervento bellico con slogan devianti, coprendolo con una foglia di fico.

La democrazia non si esporta, ma si conquista!

Nessuna potenza occidentale ha il copyright sul diritto alla libertà. Va ricordato a tutti che l'Europa è stata la madre che ha dato i natali a fascismo e nazismo e non può dare lezioni a nessuno. Le teorie razziste, sul deficit democratico di certi popoli, ignorano che la democrazia è un processo sociale che va di pari passo con lo sviluppo economico. Le dottrine politiche non hanno l'impronta etnica, ma sono condizionate dal modo di produzione. Tutte le analisi che non prendono in considerazione il contesto storico peccano di un pregiudizio che parte dalla falsa superiorità dell'uomo bianco.

In secondo luogo le bombe non portano mai libertà, ma morte. Nella condotta dei Bush, che hanno scatenato le guerre in Afghanistan (2001) e Iraq (1991 e 2003), non c'è nulla di democratico, ma soltanto violazione dei diritti, uccisioni e distruzioni. Gli eserciti Usa e dei paesi Nato hanno sperimentato nuove armi e imposto il loro dominio su uno scacchiere strategicamente importante per i loro interessi, quello dell'Asia centrale e del Golfo arabo-persico.

Guardare agli eventi soltanto dal punto di vista occidentale e non ascoltare anche le voci dei popoli oppressi è un limite che porta ogni discussione fuori strada. Tutti i popoli aspirano alla libertà e per realizzarla sono stati disposti, e lo sono tuttora, a molti sacrifici. Nessuno aspetta l'elemosina dei paesi capitalistici e soprattutto si dovrebbe avere la consapevolezza che le guerre e la vendita di armi non aiutano le forze democratiche nel sud del mondo, anzi consolidano i regimi dispotici e corrotti amici dell'Occidente. Gli esempi dell'Arabia Saudita e dell'Egitto sono lampanti. I fratelli e le sorelle afgane di orientamento democratico e progressista, dopo 20 anni di occupazione, non partono dal punto zero, ma da molto e molto più indietro: i fondamentalisti adesso sono visti dalla povera gente come dei liberatori che hanno sconfitto la più grande macchina da guerra. Gli effetti sulle altre realtà, dal Medio Oriente all'Africa, si faranno sentire con una nuova ondata di integralismo soffocante ed assassino.

Agli strateghi delle capitali dell'opulenza questo effetto domino è un aspetto collaterale di seconda importanza, perché saranno altri a pagarne l'alto prezzo; infatti, il jihadismo ha mietuto più vittime tra i popoli di fede islamica.

A 20 anni di distanza rinnovo il mio appello: “Occidentali, non vendeteci più armi!”

 

(*) Farid Adly è direttore di  Anbamed, notizie dal Sud Est del Mediterraneo

 

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Per le donne afghane - Magistratura democratica

 

Così scriveva Jane Austen nell’incipit di Orgoglio e pregiudizio, nell’anno 1813, parlando della condizione della donna in quel tempo, nella occidentalissima Inghilterra: «È una verità universalmente riconosciuta che uno scapolo provvisto di un ingente patrimonio debba essere in cerca di moglie. Per quanto al suo primo apparire nel vicinato si sappia ben poco dei sentimenti e delle opinioni di quest’uomo, tale verità è così radicata nella mente delle famiglie dei dintorni, da considerarlo legittima proprietà dell’una o dell’altra delle loro figlie».

Così scriveva, ancora, Azar Nafisi in Leggere Lolita a Teheran (p. 292), parlando della condizione femminile nell’Iran di Khomeini e commentando il libro della Austen: «All’inizio della rivoluzione avevo sposato un uomo che amavo. […] Quando nacque mia figlia, cinque anni dopo, eravamo già tornati ai tempi di mia nonna: la prima legge a essere abrogata […] fu quella che proteggeva la famiglia e garantiva i diritti della donna a casa e sul lavoro. L’età minima per il matrimonio venne di nuovo abbassata a nove anni – o meglio, otto e mezzo lunari, ci dissero. L’adulterio e la prostituzione dovevano essere puniti con la lapidazione. E, infine, le donne per legge valevano esattamente la metà di un uomo». Erano i tempi della rivoluzione che portò l’ayatollah al potere e che condusse con sé questo tipo di decisioni. Le uniche donne nel regime più liberale diventate personaggio pubblico, sulla scorta delle loro conoscenze e capacità, subirono l’esilio (ove già fuggite all’estero) o la pena di morte. 

C’è da domandarsi cosa scriverà la letteratura di domani quando registrerà il regresso delle condizioni umane, specie delle donne, a causa dell’ingresso dei Talebani a Kabul e se in quella letteratura resterà traccia della impotenza dell’Occidente tutto.

Lungi dal proporre l’occidentalizzazione dei costumi come panacea di ogni male, Magistratura democratica resta convinta che ogni regime autoritario che passi dall’oscurantismo della condizione della donna debba essere approfondito oggetto di una campagna internazionale di mobilitazione delle coscienze e di sostegno umanitario. Consapevoli della complessità della questione e della difficoltà di soluzioni che non passino da iniziative politiche militari, Magistratura democratica, nel plaudire a tutte quelle associazioni umanitarie, nazionali e non, che si pongono a sostegno delle condizioni delle donne afghane, auspica che tutti i Governi e gli organismi internazionali mettano al centro dei loro programmi il dovuto ausilio alla popolazione afghana e attivino ogni necessario meccanismo di protezione internazionale per le donne e i profughi di questo Paese.

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Il disastro della "missione afgana" - Lotta Continua

 

Il di­sa­stro in Af­gha­ni­stan è un di­sa­stro an­nun­cia­to per­ché gli Stati Uniti, prima con Trump poi con Biden, ave­va­no già trat­ta­to l'u­sci­ta dal paese con i ta­le­ba­ni. Il go­ver­no ame­ri­ca­no si era reso conto che ogni anno mi­glia­ia di sol­da­ti che ab­ban­do­na­va­no l'e­ser­ci­to af­ga­no si di­sper­de­va­no o ve­ni­va­no re­clu­ta­ti dalle mi­li­zie che avreb­be­ro do­vu­to com­bat­te­re.

Il ri­sul­ta­to di 20 anni di guer­ra è un di­sa­stro da tutti i punti di vista. La mis­sio­ne af­ga­na è co­sta­ta al­l'I­ta­lia 53 sol­da­ti morti oltre 700 fe­ri­ti con danni per­ma­nen­ti e con me­no­ma­zio­ni gra­vis­si­me di cui por­te­ran­no le con­se­guen­ze per tutta la vita. Solo il no­stro Paese ha speso 8,5 mi­liar­di di euro in que­sta lunga mis­sio­ne, si trat­ta di soldi sot­trat­ti alle spese so­cia­li con le quali si sa­reb­be po­tu­to as­si­cu­ra­re una vita mi­glio­re agli af­gha­ni co­struen­do stra­de, ospe­da­li, scuo­le. Soldi uti­liz­za­ti per as­si­cu­ra­re alle mul­ti­na­zio­na­li il con­trol­lo delle vie di tran­si­to del­l'e­ner­gia. Il bi­lan­cio com­ples­si­vo è molto più grave: si­cu­ra­men­te hanno perso la vita più di 200 mila per­so­ne, di cui 70 mila ci­vi­li. Fra i morti vanno ri­cor­da­ti i circa 4.000 con­trac­tor sta­tu­ni­ten­si uc­ci­si in com­bat­ti­men­to, si trat­ta di mer­ce­na­ri di cui poco si sa e poco si dice, ma che hanno avuto un ruolo de­ter­mi­nan­te nel con­flit­to.

Come sap­pia­mo l’im­pre­sa af­ga­na è stata giu­sti­fi­ca­ta uf­fi­cial­men­te con la vo­lon­tà di “espor­ta­re la de­mo­cra­zia” nel paese asia­ti­co, la stes­sa mo­ti­va­zio­ne adot­ta­ta per le guer­re in Siria e in Iraq. Pochi sanno che le cause della guer­ra hanno ori­gi­ni lon­ta­ne. Nel 1997, pochi mesi dopo che i ta­le­ba­ni pre­se­ro il con­trol­lo del­l’Af­gha­ni­stan, la gran­de mul­ti­na­zio­na­le pe­tro­li­fe­ra sta­tu­ni­ten­se Uno­cal trat­tò con i capi ta­le­ba­ni un ac­cor­do che avreb­be con­sen­ti­to di co­strui­re un oleo­dot­to che dal Turk­me­ni­stan pas­san­do at­tra­ver­so l’Af­gha­ni­stan avreb­be rag­giun­to il Pa­ki­stan e l’In­dia. L’ac­cor­do non fu rag­giun­to. Que­sto pro­get­to che con­sen­te di ag­gi­ra­re il ter­ri­to­rio ira­nia­no è tut­to­ra in campo e va con­si­de­ra­to come uno degli ele­men­ti in gioco nello scac­chie­re af­ga­no.

Le im­pli­ca­zio­ni geo­po­li­ti­che della si­tua­zio­ne af­ga­na, e di que­sta na­zio­ne fra le più po­ve­re del mondo, sono mol­te­pli­ci e com­ples­se. Do­vre­mo tor­nar­ci in modo ar­ti­co­la­to. Sono molti i fat­to­ri che in­ter­ven­go­no nella que­stio­ne af­gha­na. In­tan­to va con­si­de­ra­to il ruolo di gran­de ri­le­van­za del Pa­ki­stan dove si tro­va­no i pa­dri­ni po­li­ti­ci dei ta­le­ba­ni, vanno con­si­de­ra­ti i loro fi­nan­zia­to­ri in­ter­na­zio­na­li che pro­ba­bil­men­te si tro­va­no a Doha nel Qatar.

Per quan­to ri­guar­da L'Eu­ro­pa e l'I­ta­lia non emer­ge nes­su­na linea co­mu­ne nei con­fron­ti del­l'Af­gha­ni­stan e nei con­fron­ti dei mi­gran­ti. L'U­nio­ne Eu­ro­pea vor­reb­be evi­ta­re che Cina, Rus­sia e Tur­chia la fac­cia­no da pa­dro­ne con nor­ma­li re­la­zio­ni com­mer­cia­li e po­li­ti­che con il nuovo Af­gha­ni­stan, re­le­gan­do in se­con­do piano gli in­te­res­si eu­ro­pei. Per quan­to ri­guar­da la que­stio­ne dei fu­tu­ri pro­fu­ghi af­gha­ni da un lato ab­bia­mo un'i­po­cri­ta so­li­da­rie­tà nei con­fron­ti delle donne e della po­po­la­zio­ne ci­vi­le, dal­l'al­tra pre­va­le la real­po­li­tik che, per quan­to ri­guar­da Fran­cia e Ger­ma­nia, con le ele­zio­ni vi­ci­ne, ha come obiet­ti­vo quel­lo di bloc­ca­re i flus­si mi­gra­to­ri af­gha­ni, anche at­tra­ver­so ac­cor­di con la Tur­chia e il Pa­ki­stan sul­l’e­sem­pio degli ac­cor­di rag­giun­ti fra Unio­ne eu­ro­pea e Tur­chia nel caso dei pro­fu­ghi si­ria­ni.

Si con­ti­nua an­co­ra una volta a chie­de­re al­l'Eu­ro­pa di in­ter­fac­ciar­si con gli Stati Uniti al­l'in­ter­no della ge­stio­ne delle po­li­ti­che glo­ba­li che in pas­sa­to hanno pa­le­sa­to tutte le loro con­trad­di­zio­ni. Ci sem­bra anche evi­den­te l'e­nor­me con­trad­di­zio­ne con la quale si im­pu­ta a Trump la scel­ta di ab­ban­do­na­re l'Af­gha­ni­stan. Una scel­ta det­ta­ta in primo luogo dai costi ec­ces­si­vi della guer­ra e dalla ne­ces­si­tà degli Stati Uniti di uti­liz­za­re i fondi im­pie­ga­ti nel­l'av­ven­tu­ra af­ga­na a so­ste­gno di un wel­fa­re che pro­prio in epoca pan­de­mi­ca si è di­mo­stra­to del tutto ina­de­gua­to, in­suf­fi­cien­te, in­ca­pa­ce di as­si­cu­ra­re cure e as­si­sten­za alla po­po­la­zio­ne ame­ri­ca­na. Que­ste sono le reali mo­ti­va­zio­ni per le quali è stato ab­ban­do­na­to l'Af­gha­ni­stan, è stata una crisi tutta in­ter­na al­l'im­pe­ria­li­smo ame­ri­ca­no.

In­tan­to si sta già met­ten­do in moto la mac­chi­na delle men­zo­gne, ad esem­pio quel­la se­con­do cui i ta­le­ba­ni pro­teg­ge­reb­be­ro Al Qaeda, ma nulla viene detto sulle mi­glia­ia di con­trac­tor pre­sen­ti nel ter­ri­to­rio af­gha­no e sul cui fu­tu­ro nulla sap­pia­mo. So­prat­tut­to per chi com­bat­te­ran­no per quali tipi di in­te­res­se, se ab­ban­do­ne­ran­no il paese come lo ab­ban­do­ne­ran­no.

Di si­cu­ro gli in­te­res­si di Al Qaeda e quel­li ta­le­ba­ni non sem­pre sono an­da­ti nella stes­sa di­re­zio­ne, men­tre in­ve­ce è ac­cla­ra­to che a po­ten­zia­re la mano di Al Qaeda sono stati anni di sov­ven­zio­ni degli Stati Uniti in fun­zio­ne an­ti­so­vie­ti­ca prima, e an­ti­rus­sa e anche an­ti­ci­ne­se oggi. Al con­tem­po l'Eu­ro­pa con­ti­nua ad es­se­re di­vi­sa sulle que­stio­ni dei mi­gran­ti per­ché è certo che al se­gui­to di ogni guer­ra ci sono flus­si mi­gra­to­ri che de­vo­no es­se­re fron­teg­gia­ti e ge­sti­ti. A tutti è sfug­gi­to il par­ti­co­la­re che la sede del go­ver­no dei ta­le­ba­ni è a Doha dove qual­che no­stro po­li­ti­co ogni tanto va a par­la­re in qua­li­tà di con­fe­ren­zie­re.

È re­pel­len­te la sen­sa­zio­ne che pro­via­mo leg­gen­do l'ul­ti­ma in­ter­vi­sta di En­ri­co Letta che di­chia­ra che “la de­mo­cra­zia non si può espor­ta­re”, pec­ca­to che sia quel­lo che è ac­ca­du­to negli ul­ti­mi ven­t'an­ni.

Non sap­pia­mo con quale co­rag­gio il Par­ti­to De­mo­cra­ti­co parli del­l'im­pos­si­bi­li­tà di espor­ta­re la de­mo­cra­zia at­tra­ver­so i con­flit­ti ar­ma­ti, per­ché è l'e­sat­to con­tra­rio di quan­to hanno pra­ti­ca­to. L'in­ter­vi­sta ri­la­scia­ta da Letta a Re­pub­bli­ca è un cam­pio­na­rio di luo­ghi co­mu­ni, ma anche di gros­se con­trad­di­zio­ni. Per lui il pro­ble­ma sta nel­l'u­ni­la­te­ra­li­smo con cui gli Stati Uniti hanno ge­sti­to la que­stio­ne af­gha­na, come se la loro con­cer­ta­zio­ne con l'U­nio­ne Eu­ro­pea nella ge­stio­ne del con­flit­to avreb­be po­tu­to cam­bia­re gli esiti della guer­ra. In real­tà quel­lo che dice Letta a mezza bocca è che l'o­biet­ti­vo suo e del­l'U­nio­ne Eu­ro­pea è quel­lo di con­ti­nua­re a in­tro­met­ter­si nella vita del po­po­lo af­ga­no, ma­ga­ri pro­po­nen­do un go­ver­no di unità na­zio­na­le a so­ste­gno degli in­te­res­si oc­ci­den­ta­li che sono an­co­ra molto forti al­l'in­ter­no del paese.

Ci sem­bra poi del tutto ipo­cri­ta che oggi il Par­ti­to De­mo­cra­ti­co si ri­cor­di della fi­gu­ra di Gino Stra­da esal­tan­do­ne l'o­pe­ra­to, quan­do in real­tà Gino Stra­da nel corso del la­vo­ro con Emer­gen­cy è stato di fatto osteg­gia­to da que­sto Par­ti­to in nome delle “guer­re giu­ste.”

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Afghanistan, ora ci vuole la nonviolenza - Movimento Nonviolento

 

Comunicato stampa del Movimento Nonviolento sulla situazione Afghana

La prima vittima della guerra è la verità.

In Afghanistan quello che è accaduto negli ultimi 20 anni, dal 2001 al 2021, si è retto sulla menzogna, una montagna di bugie sostenute e diffuse dai militari combattenti delle varie fazioni, dai politici responsabili delle scelte fatte, dall’informazione al soldo degli interessi in campo. Poi ci sono le vittime in carne ed ossa, bambini, donne, uomini, morti o feriti sotto le bombe, negli attentati, negli scontri, o cercando di fuggire da un futuro di paura.

La guerra cambia il significato delle parole: gli invasori diventano liberatori, i terroristi diventano patrioti, i morti degli altri diventano effetti collaterali.

L’attacco terroristico dell’11 settembre a New York (il primo della storia in diretta televisiva) non poteva rimanere senza risposta, ma quella dell’invasione dell’Afghanistan e dei bombardamenti su Kabul, è stata la più sbagliata: ha innescato reazioni a catena con variabili indipendenti e fuori controllo, che in vent’anni hanno determinato una situazione insostenibile. La fuga precipitosa degli eserciti stranieri lascia il campo in mano proprio a chi doveva essere battuto. E quel che è peggio, gli lascia in eredità un ingente arsenale di armi che dovevano “esportare la democrazia” e ora saranno al servizio del nuovo Emirato islamico: cambia ideologia, ma la violenza è la stessa. Un’intera generazione è cresciuta conoscendo solo la guerra come condizione di vita e di morte.

I risultati di quella guerra sono la diminuzione delle aspettative di vita degli afghani, la crescita della mortalità infantile, l’aumento della povertà e il calo dell’alfabetizzazione. Solo i produttori di sistemi militari si sono arricchiti a dismisura (con un rendimento addirittura dell’872% ci dicono gli analisti della Rete Pace e Disarmo, di Opal, di Milex, gli unici che forniscono i dati reali di questa guerra che all’Italia è costata 8,7 miliardi di euro).

Ora vige il caos ed è facile prevedere che si aprirà la stagione della guerra civile tra le diverse etnie sostenute da altre potenze esterne. Il bottino Afghanistan è troppo ghiotto, ricco com’è di materie prime (tra l’altro produttore dell’80% di oppio a livello mondiale), e la cui importanza strategica geopolitica è determinata dal suo ruolo di crocevia asiatico. Qualsiasi tentativo di semplificazione della storia e dell’attualità afghana porterebbe ad errori di valutazione, ma è fuori di dubbio che oggi le influenze maggiori sul suo futuro si giocano tra Pakistan, Cina, Russia, Turchia, Iran, ma anche sul ruolo che i giovani afghani vorranno prendere nelle proprie mani. In questi giorni i riflettori sono puntati sull’aeroporto internazionale di Kabul, ma la stragrande maggioranza delle persone, donne, uomini e ragazzi dell’Afghanistan di domani, sono nelle province, nelle periferie, nelle montagne e sugli altipiani di quella sterminata regione, dove i “corridoi umanitari” non arriveranno mai e dove si determineranno i destini di quelle persone. Le poche reali informazioni che abbiamo vengono dalle Organizzazioni non governative, anche italiane, o dalle Agenzie internazionali che sono e restano davvero presenti sul territorio nonostante i disastri combinati dall’operazione militare Usa-Nato. Sono le sole voci, insieme a quelle delle associazioni della società civile afghana, oggi ascoltabili e che possono parlare con dignità. Irricevibili e vergognose, invece, le parole ipocrite di politici e partiti che avevano sostenuto le ragioni dell’intervento armato, votato i finanziamenti della missione militare, e di giornalisti ed “esperti” che hanno giustificato la “guerra giusta” contro il terrorismo internazionale e per “liberare le donne” dal burka, ed ora ci spiegano, con la stessa faccia tosta, la necessità dell’aiuto umanitario, affidato a quelle stesse forze armate artefici del clamoroso fallimento militare. Ma davvero non si vergognano?

Davanti a questo sfacelo, ampiamente previsto da chi si è opposto a questa guerra infinita, come a tutte le guerre, ci sono solo tre cosa da fare:

·         moltiplicare l’impegno nonviolento contro la preparazione della prossima guerra (contro l’industria bellica, contro i bilanci militari, contro le banche armate, per la smilitarizzazione e l’istituzione della difesa civile non armata e nonviolenta);

·         offrire aiuto alle vittime della guerra, ai profughi che fuggono dalla violenza;

·         sostenere l’islam nonviolento contro il fondamentalismo talebano, sull’esempio di Abdul Ghaffar, detto Badshah Khan (il Gandhi musulmano), che operò in Pakistan e Afghanistan, fondando il primo “esercito” nonviolento della storia addestrato professionalmente.

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La vostra ipocrisia - Paolo Cacciari

Guerrafondai impenitenti. Voi tutti che avete riempito pagine di giornali e schermi delle tv per giustificare le guerre “giuste”, i bombardamenti “mirati”, le invasioni “liberatrici”, tra cui l’operazione “Enduring Freedom”, potreste, almeno in questo momento, avere il pudore di risparmiarci questo spettacolo indecoroso di ipocrisia per le sorti delle donne afghane?

Voi governi della Nato che avete usato in Afghanistan tanti (nostri) denari per armi (due trilioni di dollari) quanti nella seconda guerra mondiale, vi facciamo una proposta per verificare se davvero avete a cuore il bene delle persone oppresse: continuate a stanziare le stesse cifre per altri vent’anni, ma questa volta non per armi, ma per migliorare le condizioni di vita delle persone affidandoli non a militari, ma alle organizzazioni non governative internazionali (che operano sul modello di Emergency per la sanità, dell’Unicef per i bambini, della UN Entity for gender Equality and Emplowerment of Women, del Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane, o altre).

Voi che avete approvato ogni anno per vent’anni i crediti di guerra per finanziare l’invasione dell’Afghanistan non vi viene in mente, neppure ora di fronte di un così evidente, clamoroso e vergognoso fallimento della missione militare, che la strategia della vendetta e dell’”occhio per occhio” rende il mondo cieco (Gandhi), non più pacifico e tantomeno più giusto? Non vi accorgete che le guerre non risolvono, ma aggravano e incancreniscono i problemi di convivenza tra i popoli e di rispetto dei diritti umani?
Voi che ritenete di avere l’esclusiva del modello più avanzato di civiltà, non vi siete mai interrogati delle ragioni per cui l’Occidente suscita in tante parti del mondo tanta repulsione e odio?

Voi che avete ammantato le vostre brame di dominazione su tutte le terre e le risorse del pianeta con la promessa di portare benessere e libertà ai popoli, potreste per una volta prendere atto con modestia e realismo del vostro fallimento?

Voi che piangete lacrime di coccodrillo per la sorte dei collaboratori civili dei vostri governi fantoccio abbandonati a se stessi a Kabul, perché non riaprite subito le frontiere, per loro e per tutte le donne e gli uomini perseguitati non solo dai talebani islamisti, ma anche da tutti gli altri regimi politici oppressivi, maschilisti, schiavisti, fondamentalisti religiosi che imperversano sul pianeta?

Voi che avete deriso come “anime belle” i movimenti pacifisti e nonviolenti che pure vi avevano avvertito in tutti i modi che le vostre pratiche di guerra sarebbero state controproducenti, per una volta, dategli ascolto: ritirate i militari da ogni parte del mondo (ad iniziare da Iraq e Libano) e lasciate fare alle forze di interposizione nonviolenta e alla cooperazione internazionale vera (non quella dei business del petrolio e delle materie prime).

Voi che in vent’anni di occupazione militare avete lasciato che l’Afghanistan diventasse il più grande narco-stato del mondo, cosa state facendo per evitare di importare oppiacei per rifornire i nostri civilissimi e floridi consumi di droga?

Ma prima di tutto, per poter ripartire davvero su basi nuove, dovreste imparare a chiedere scusa.

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Parole magiche e responsabilità - Emanuele Giordana

Ha ragione Lakhdar Brahimi, veterano delle Nazioni unite, che ieri ha detto ad Al Jazeera che l’Onu dovrebbe intensificare gli sforzi diplomatici in Afghanistan: «È tempo – ha detto – di diplomazia». Mentre il dibattito sembra vertere invece solo sulla fuga da Kabul e sulla cattiveria della guerriglia in turbante, riappare la politica e quella parola magica che ne presuppone altre: negoziato, trattativa, dialogo. Ha ragione Lakhdar Brahimi. Ma è solo. O meglio, se l’Onu ha comunque già deciso di non abbandonare il Paese, i governi degli eserciti che per due decenni han presidiato il campo afghano hanno invece chiuso, con le ambasciate, le porte della diplomazia.

ANZICHÉ ESSERE DOVE ORA si dovrebbe trattare, negoziare, accompagnare, le ambasciate occidentali si sono trasferite a casa come se anche il lavoro politico si potesse fare via zoom. In Afghanistan la pandemia si chiamava, oltreché Covid, anche “guerra” e per gestirne la sua (apparente) fine sarebbe necessario essere lì, non certo dall’altra parte del pianeta.

Aiutare chi si sente minacciato è un dovere etico oltreché un atto di solidarietà dovuto ed è dunque necessario che, come da più parti si chiede, il ponte aereo vada avanti sino alla finestra del 31 agosto (che pare sia stata garantita da chi comanda a Kabul) imbarcando tutte le persone in serio pericolo le cui liste sono state inviate al ministero degli Esteri e della Difesa. Ma terminata questa missione emergenziale quanto essenziale, che non può chiaramente svuotare l’Afghanistan dagli afghani ma solo garantire un porto sicuro a chi potrebbe rischiare la vita, è necessario che la politica e non la logica dell’emergenza prenda il sopravvento.

DI QUESTA POLITICA e dei ragionamenti conseguenti per ora non si è vista l’ombra né nelle dichiarazioni di Draghi, né in quelle dei ministri del suo governo. Non ci sembra che si stia guardando – come d’abitudine – oltre il cortile di casa, concentrandosi al massimo sulle polemiche che già arrivano contro i sindaci che aprono le porte delle loro città ai profughi. O al massimo rimproverando a Di Maio l’ombrellone pugliese. Nessuno che gli abbia chiesto di parlare del futuro.
Politica significa – come ha scritto Luciana Castellina due giorni fa – anche dialogare col nemico. Come dice anche Brahimi: trattare, negoziare, dialogare.

Tre verbi che la società civile italiana ha sempre tentato, inascoltata, di coniugare sin dall’inizio della sciagurata campagna del 2001. Tanto le premeva allora una soluzione negoziata alla guerra, che in questi giorni già si va formando un gruppo di persone che di questo discute: finiti i sacrosanti ponti aerei, come si gestirà l’emergenza umanitaria? E, durante quella, cosa faremo per garantire che le conquiste della società civile afghana non vadano perse? Cosa faremo per sostenere chi è rimasto anche correndo seri rischi? Come potremo garantire che chi arriva ora in Italia possa tornare in sicurezza a casa propria (un sacro diritto, non un becero rimpatrio forzato)?

 

SEBBENE SIA INCREDIBILE che lo sfascio di una guerra debba essere quantomeno analizzato soprattutto da chi l’ha sempre condannata come soluzione – peraltro in linea col dettato costituzionale – questo è ciò che nei prossimi giorni faranno le persone convinte che le soluzioni si trovano solo quando vengono cercate. E senza aspettare il buffetto del padrino di turno. In attesa che il nostro governo si pronunci e con lui un parlamento che le vacanze tengono silente, salvo rari e molto apprezzati casi, cercheremo di fare la nostra parte.

Tutto ciò ha bisogno di un quadro sereno e non solo in Afghanistan. Il fuggi fuggi e la sindrome di Saigon – che si è comprensibilmente impossessata degli afghani – sembrano aver contagiato anche noi e reso piatto anche l’encefalogramma del pensiero nazionale che di solito elargisce pillole di saggezza. Buona parte della stampa italiana sembra infatti ancorata alla ricerca affannosa degli scantinati più bui da cui far emergere voci angosciate che ci strappino una lacrima; alla ricerca di una fiammella che possa divampare in un fuoco che incendia la prateria e la prima pagina.

LE TRE MAGICHE PAROLINE: trattativa, negoziato, dialogo faticano a spuntare ma qualcuno ci prova. Se ne discuta anche animatamente e senza nascondersi le responsabilità collettive, tanto meno quelle di noi giornalisti, colti di sorpresa da una realtà che ci ha stupiti e sopraffatti non meno di politici e generali.

Fonte: il manifesto

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Favole da Kabul - Marco d'Eramo


Nella narrazione di questi giorni mancano alcuni particolari. Per esempio, che per molti anni i talebani sono stati finanziati e armati dagli americani in funzione antisovietica. Ma naturalmente anche la narrazione inversa, quella che vuole i talebani coraggiosi combattenti antimperialisti, è una favola, perché non basta essere vittime per diventare innocenti.

 

Ok, tutti i talebani sono orchi cattivi. Non sono come i comunisti che mangiavano i bambini, loro li violentano e basta. E tutti i 48 milioni di afghani sono minorenni indifesi che noi occidentali, prodi difensori NATO degli inermi, abbiamo vilmente lasciato orfani in preda a questi orribili babau. Le mamme afghane praticano addirittura il lancio dell’infante (oltre il filo spinato), come sembra mostrare una singola foto ritrasmessa migliaia di volte.

La narrazione che ci viene spiattellata di quel che sta succedendo a Kabul e dintorni è così demenziale che si fa fatica a credere come mai in così tanti ci crediamo. Dimentichiamo alcuni particolari. Il primo è che gli orchi cattivi, i barbari spauracchi, sono stati finanziati, armati, addestrati, incoraggiati per più di dieci anni dagli stessi americani per combattere altri protettori stranieri degli inermi afghani, solo che allora i paladini della modernità erano sovietici (oh perfido Osama bin Laden!). Il secondo, e più importante, è che gli orchi hanno riconquistato tutto l’Afghanistan in un paio di mesi senza praticamente sparare un colpo, cioè con l’accordo di tutta (o quasi) la popolazione afghana. Il corollario logico di questo fatto è che i 48 milioni di minorenni afghani non amano affatto i loro autonominatisi tutori, i benigni protettori delle donne e dei bambini. E soprattutto, come ha avuto il coraggio di dire solo una giornalista alla Bbc, il corollario di questa riconquista senza colpo ferire è che, nella quasi totalità, gli afghani odiano questi invasori occupanti che per venti anni li hanno trattati come bambini arretrati a cui inculcare le regole elementari della civiltà e della democrazia. Dimentichiamo sempre che, per quanto benigni e illuminati, in genere gli occupanti stranieri sono piuttosto invisi. Come già sapeva Rudyard Kipling, il fardello dell’uomo bianco è di sopportare l’ingratitudine dei popoli a cui pensa (o crede) di apportare la civiltà.

Immaginiamo una narrazione che racconti come gli eroici talebani, pur in posizione di micidiale inferiorità di armamenti, di risorse, di tecnologia, sono riusciti a cacciare dal proprio Paese gli occupanti della più potente coalizione al mondo. E che una minoranza di collaborazionisti (nella Francia liberata dai tedeschi le donne collaborazioniste venivano rapate a zero) voglia, con giustificato timore, scappare all’estero, come avvenne nella Saigon liberata dai vietcong nel 1975. Venti anni di occupazione creano qualche centinaio di migliaia, forse qualche milione di collaborazionisti.

Il che ci porta a guardare l’integralismo islamico come la nuova forma che assume la lotta anticoloniale: l’esempio più lampante e rivelatore è quel che sta succedendo nel Sahel, dove la guerra antifrancese ha preso le forme del fondamentalismo islamico. Non fa piacere dirlo a un fedele discepolo di Denis Diderot quale sono io, ma così è (dialettica dell’illuminismo, Theodor Adorno, eccetera). Non è quello che speravamo, che Marianna si mettesse il burqa.

Non sempre, anzi quasi mai, l’antiimperialismo è portatore di valori illuministici (basti pensare al cattolicesimo retrivo dei nazionalisti irlandesi nella loro lotta d’indipendenza contro la Gran Bretagna). E quindi la narrazione inversa alle fiabe per bambini è anch’essa una fiaba, perché non basta essere vittime per diventare innocenti. Non solo, ma come mi faceva notare Robin Blackburn, ogni volta che i popoli islamici hanno cercato di accedere alla modernità, all’indipendenza e alla democrazia per via laica, l’occidente glielo ha impedito con le buone, ma soprattutto con le cattive (si ricordi come fu estromesso il moderato iraniano Mohammad Mossadeq, o si pensi alla strage dei comunisti indonesiani), finché, come in un esperimento comportamentale, l’unica via che gli è stata lasciata aperta è quella integralista. Senza dimenticare che le due grandi rivoluzioni che hanno traghettato il mondo anglosassone nella modernità furono opera dei fondamentalisti: i padri pellegrini che sbarcando dal Mayflower nel 1620 fondarono quelli che sarebbero diventati gli Stati uniti d’America, e i puritani di Olivier Cromwell che furono i primi europei a tagliare la testa a un re (1649).

Perciò, per favore, basta con questa favoletta che ripropone spudorata il mito dell’imperialismo umanitario di Gladstone e di Kipling in cui tutti i media occidentali si strappano i capelli e si stracciano le vesti per non essere stati abbastanza imperialisti e non voler rimanere un altro secolo a occupare un paese che non avrebbero mai dovuto invadere.

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