Era solo ieri mattina quando sui vari canali social del Movimento No Tav
rimbalzavano le foto delle recinzioni e dei sigilli già simultaneamente apposti
ai due ‘storici’ presidi NoTav in Val di Susa: in località I Mulini poco fuori
Giaglione, e a San Didero, lungo la trafficata nazionale che da Torino
costeggia i binari del treno, andando verso l’alta valle. Un’operazione
condotta in grande stile, cominciata sin dalle prime luci dell’alba con le
notifiche a vari attivisti del Movimento – e con agenti e ruspe in piena
azione, specialmente in Val Clarea. Le immagini prontamente raccolte da chi non
senza difficoltà si è precipitato in loco, sfuggendo ai controlli, documentano
impressionanti operazioni di disboscamento, che oltre al sacrificio di un
ingente patrimonio boschivo, sono riuscite a compromettere persino una porzione
dell’antico abitato noto appunto come i Mulini, che lo storico-ambientalista
Mario Cavargna (tra l’altro Presidente di Pro Natura Valsusa) aveva documentato
come raro esempio di architettura arcaica, recentemente proposto all’attenzione
del FAI come ‘luogo del cuore’, con tantissime adesioni da tutt’Italia.
“Quello che era un luogo caro non solo per noi, non solo significativo per
le tante esperienze di lotta di cui era stato teatro, ma luogo proprio bello,
significativo dal punto di vista anche naturalistico, paesaggistico… non esiste
più”ha
raccontato stamattina
Nicoletta Dosio ai microfoni di Radio Onda D’Urto. “Non
esiste più materialmente. Dopo aver sbancato tutto il bosco che si sviluppava
al disotto de I Mulini, sono arrivati a distruggere con le loro ruspe anche il
vecchio frantoio, hanno abbattuto quelli che sembravano ruderi ma in realtà
erano resti di antiche màcine. Le costruzioni e la casa che avevamo preso in
comodato d’uso sono ancora in piedi, perché fuori dalla zona espropriata. Ma
intorno hanno fatto il deserto.”
Una devastazione che non ha risparmiato neppure la farfalla Zerynthia
Polyxena, sulla quale qualche anno fa, in collaborazione con l’Università di
Torino, la TELT aveva sviluppato la più surreale campagna di greenwashing,
per certificare chissà quali ‘valori’ della Torino-Lione in termini di
salvaguardia e valorizzazione del patrimonio ambientale!
Anche la Zerynthia Polyxena è storia passata.
“Nella loro furia di devastazione le ruspe hanno spazzato via anche le
piantine da cui le larve prendevano nutrimento per un paio d’anni, prima di
svilupparsi in farfalle” ha proseguito la Dosio nel suo sconsolato
rapporto a Radio Onda D’Urto. “Restavano solo due alternative:
rassegnarci, o rispondere… “
E la Valle che Resiste ieri sera ha risposto con un doppio appuntamento:
nel tardo pomeriggio a Giaglione, trovandosi di fronte un tale e massiccio
sbarramento poliziesco da rendere impossibile persino il passaggio delle auto
(figuriamoci raggiungere i Mulini lungo il Sentiero del Gallo); e poi verso le
20, per quella che un’assemblea nel piazzale di San Didero che si è conclusa
con la ‘liberazione’ del Presidio.
“Considerato l’improvvisato tam tam, si sono presentati in moltissimi:
molti giovani anche da Torino; molte vecchie facce che non si vedevano da
tempo, che hanno sentito l’urgenza di essere lì, in risposta all’indecenza di
quell’abuso. Per cui sì, ci siamo ripresi il Presidio: siamo entrati, abbiamo
acceso il fuoco, ci siamo presi anche un bel po’ di lacrimogeni, a un certo
punto dall’altra parte hanno bloccato la statale… “ e le
foto-video che già circolavano quando non erano ancora le 22.30, erano di
recinzioni ridotte a mucchietto in mezzo al piazzale.
Vittoria ahimè di brevissima durata, perché di nuovo stamattina è arrivata
la notizia dei sigilli riapposti d’ordinanza sulle nuove recinzioni, per quelli
che la Procura di Torino considera basi operative “per l’attuazione di reati e
comportamenti delittuosi ai danni dei cantieri TELT”, a seguito delle indagini
di quest’estate, quando (erano i primi di agosto) tutti i presidi NoTav vennero
perquisiti da cima a fondo, sulla scorta di un lungo elenco di episodi
considerati incompatibili con il normale andamento dei lavori sulla Grande
Opera
“Ma non c’è niente d’irrevocabile, quando la volontà popolare continua a
manifestarsi così determinata” è la conclusione di Nicoletta
Dosio. “E’ chiaro che la loro prepotenza ha l’obiettivo di fiaccare la
partecipazione del Movimento NOTav per tutto ciò che rappresenta, in
prospettiva della data dell’8 dicembre che anche quest’anno rinnoverà la
memoria della vittoriosa sollevazione popolare del 2005 a Venaus ed è proprio
alle porte. Ma come pensano di fiaccare la memoria di quei luoghi che
sono stati teatro della nostra socialità, della nostra voglia di vivere, della
nostra richiesta di giustizia sociale e ambientale, del rifiuto di un’intera
valle di essere ridotta a corridoio di traffico, a cantierificio, con decine e
decine di camion che già da tempo percorrono la valle in lungo e in largo per
il cosiddetto ‘movimento terra’ che è l’unico vero obiettivo di questa Grande
Opera? (…)
Come Movimento NOTav ci sentiamo più che mai in sintonia con i popoli che
resistono, la valle pochi giorni fa ha vissuto una bella fiaccolata per la
Palestina e per la sua resistenza. Anche quest’anno il nostro 8 dicembre sarà
un grido di liberazione che si leverà alto contro l’ingiustizia, contro lo
sfruttamento di sempre, per un futuro senza più sfruttamento né padroni. Ci
saranno nei prossimi giorni momenti, di riflessione, sopralluoghi ai terreni su
cui stanno facendo cosiddetti ‘rilievi archeologici’ funzionali al tunnel che
dovrebbe collegare le stazioni di Susa con quella di Bussoleno, e la cosa bella
è che ci sono tanti giovani che si stanno impegnando insieme agli anziani,
grazie a questa comune lotta.”
In una nota diffusa ieri, anche la consigliera regionale Francesca Frediani
(Unione Popolare) ha preso le difese del movimento No Tav: «I presidi
sono spazi di democrazia e tutela del territorio in Val di Susa, dove si
svolgono le iniziative informative, i dibattiti, gli eventi di socialità. Sono
i luoghi dove è nata, cresciuta e maturata l’opposizione a quest’opera inutile
e devastante, in una valle che con il passare degli anni ha visto la
progressiva sottrazione dei servizi essenziali e il crollo della propria
economia, sacrificata sull’altare del Tav. Questo ennesimo tentativo di
criminalizzazione non intaccherà le nostre giuste ragioni e non indebolirà la
nostra determinazione».
E’ tornata libera Dana Lauriola, l’attivista del Movimento NoTav condannata
nel settembre del 2020 a due anni di detenzione per il reato di ‘speakeraggio’
(sic, nella nostra conclamata democrazia!) durante una manifestazione di
protesta al casello autostradale di Avigliana il 3 marzo 2012. Necessario
flashback sulle circostanze di quella manifestazione: per il movimento NoTav
erano giorni di estrema tensione, dopo gli espropri di quei terreni, in Val Clarea,
che erano stati a lungo presidiati – e che nel giro di pochi mesi avrebbero
visto l’avvio dell’attuale devastazione, con il cantiere per il tunnel di
Chiomonte.
Solo pochi giorni prima, il 27 febbraio, l’attivista Luca Abbà era
precipitato da un traliccio durante un’iniziativa di protesta ed era stato
tradotto in ospedale più morto che vivo. Erano seguite cariche e scontri anche
nei giorni successivi, culminanti appunto con quell’iniziativa del blocco dei
tornelli di Avigliana, intitolata «Oggi paga Monti» e durata neanche mezz’ora.
L’ammanco complessivo era stato di circa € 700, prontamente rimborsati al
gestore. Ma anche per Dana Lauriola, come già per Nicoletta Dosio per la stessa
accusa (“violenza privata” e “interruzione di servizio di pubblica necessità”),
la Procura di Torino era stata severissima: due anni di reclusione, a partire
dal 17 settembre 2020.
Dopo sette mesi, 15 aprile 2021, anche in seguito alla sentita campagna di
sensibilizzazione che era nel frattempo cresciuta sul suo caso nonostante le
restrizioni imposte dal lockdown, a Dana erano stati concessi i domiciliari.
Particolarmente attive durante tutti i mesi precedenti erano state le Mamme
in piazza per la liberta di Dissenso di Torino insieme alle Fomne valsusine, con
i loro presidi sotto le mura del carcere anche nei giorni più cupi e con il
costante sostegno delle donne delle Madri Contro la Repressione di
Cagliari e della Biblioteca UDI di Palermo. Si erano distinte
in particolare l’ex parlamentare Daniela
Dioguardi e Ketty
Giannilivigni, tra le principali promotrici di una raccolta firme
diventata subito virale e ripresa anche da Pressenza).
Una campagna alla quale avevano aderito anche Sabina Guzzanti,
Zerocalcare, Elio Germano con
un personale appello su You Tube e anche Amnesty International, che aveva
dichiarato in una nota :
“Esprimere il proprio dissenso pacificamente non può essere punito con il
carcere. L’arresto di Dana è emblematico del clima di criminalizzazione del
diritto alla libertà di espressione e di manifestazione nonviolenta, garantiti
dalla Costituzione e da diversi meccanismi internazionali”.
E ieri, per appunto, ecco la bellissima notizia dell’anticipato ‘fine
pena’: uno ‘sconto’ di quasi cinque mesi, motivato (a quanto pare) dall’ottima
condotta della ‘reclusa’. In effetti sulla sua pagina Facebook Dana non ha mai
mancato di aggiornare i suoi compagni e compagni circa la ripresa degli studi,
la preparazione degli esami, la partecipazione a manifestazioni culturali, per
esempio nel caso della scorsa edizione del Festival del
Cinema dei Diritti Umani di Napoli, che l’ha vista far parte
della giuria.
Molto bello, intriso di ironia e di giustificata “rabbia per il tempo
negato”, il messaggio con cui la stessa Dana ha diramato ieri la notizia della
riconquistata libertà sulla sua pagina Facebook e che
riportiamo qui integralmente:
“Rieducata. L’ultimo atto di questa grande beffa, giudizio improprio come
quelli precedenti. Serve questa valutazione per chiudere la partita, a quanto
pare. Giustificare la punizione, le stagioni rubate, gli abbracci negati, la
solitudine forzata lunga giorni mesi anni. Rieducata, da chi, perché.
Ero pericolosa e irrecuperabile, hanno scritto che per questo sarei dovuta
andare in carcere e ora sono rieducata. Sulla base di cosa? Com’è una donna
rieducata. Spiegatemelo. Ne voglio conoscere altre come me, rieducate e capire
cosa ci accumuna. Avrebbero dovuto scrivere che la vendetta è conclusa. Vediamo
cosa resta di te, nemica del Sistema. Avrei apprezzato di più, sarebbe stato
più onesto, non pensate?
E ora libera. Torno libera. Di uscire, di respirare, di guardare i lunghi
orizzonti, di sentire l’odore dell’erba. Di alzarmi e decidere cosa fare, di
prepararmi per andare a letto e poi cambiare idea e uscire. Andare al pub.
Citofonare a un amico. Rivedere le persone che amo, che nel frattempo hanno
avuto figli, vissuto lutti, qualche ruga in più. Complici, nel dolore provocato
da questa separazione, ma col cuore pieno di felicità perché la vita ci
permette ancora una volta di stringerci forte. Che grande fortuna.
E fa girare la testa questa libertà, così desiderata in questo lungo tempo
e ora così maestosa e potente. La rabbia per il tempo negato fa scendere
qualche lacrima, grida vendetta.
Sarà una rinascita lenta, lo so. Io sono così. Ho bisogno del tempo e di
riscoprire e riscoprirmi passo dopo passo. Rinasco forte dell’amore e del
sostegno che mi avete dato. Grazie di tutto.”
Ma già ieri sera, eccola a festeggiare la riconquistata libertà lassù in
Val di Susa. Nella foto la si vede abbracciata a Emilio Scalzo, anche lui
liberato di recente, nella calda atmosfera de La Credenza a
Bussoleno. Entrambi ahimè per niente liberi dai vari ‘carichi pendenti’, che
prima o poi torneranno a turbare i loro giorni…
Nel corso della trasmissione “Mezz’ora in più” andata in onda su RAI3
il 10 ottobre 2021 Maurizio Molinari,
direttore di Repubblica, ha detto: “I no tav sono un'organizzazione
violenta, quanto resta del terrorismo italiano degli anni settanta.
Aggrediscono sistematicamente le istituzioni, la polizia, anche i giornali,
minacciano giornalisti a Torino e la cosa forse più grave che sono in gran
parte italiani che si nutrono anche di volontari che arrivano da Grecia
Germania e a volte dalla Francia, quindi sicuramente…”
E poco dopo ha aggiunto: "Per un torinese 'No Tav'
significa sicuramente terrorista metropolitano, chiunque vive a Torino ha
questa accezione..."
Che il movimento notav sia un’organizzazione terroristica è con ogni
evidenza un falso.
A dire il vero non è neppure un'organizzazione ma un movimento, la differenza
non è poca, ma questo è il meno, il punto centrale è l'aggettivo
"terroristica".
Molinari dovrebbe sapere che chi dichiara pubblicamente il falso se ne assume
la responsabilità.
Il Controsservatorio Val Susa presenterà querela per diffamazione nei
confronti del disinvolto direttore che finge di ignorare diverse cose: non
soltanto la storia del movimento ma anche il fatto che nel solo caso in
trent'anni in cui un'accusa di terrorismo nei confronti di quattro attivisti
(per un unico specifico episodio) è arrivata a giudizio, la stessa è stata
totalmente esclusa sia dai giudici di merito (Corte d'assise e Corte d'assise
d'appello di Torino) che dalla Corte di Cassazione. Questi sono i fatti, quelle
di Molinari sono solo parole velenose in libertà.
Il Controsservatorio Val Susa ha tutti i titoli per sentirsi diffamato: è nato
denunciando "un’offensiva senza precedenti contro il
Movimento No Tav sul piano politico, su quello mediatico e su quello
giudiziario" e le molteplici iniziative assunte dal
Controsservatorio in questi anni sono la diretta conferma della sua
collocazione nell'ampio fronte notav: valga per tutte la presentazione
dell'esposto al Tribunale Permanente dei Popoli che ha poi aperto una sessione
dedicata a “Diritti fondamentali, partecipazione delle comunità locali e grandi
opere” nella cui sentenza si legge tra l'altro che "il ricorso alla denigrazione e alla criminalizzazione della
protesta è la documentazione più evidente della inconsistenza e della mancanza
di credibilità degli argomenti dei promotori delle grandi opere, che mirano a
convincere le persone e le comunità colpite della bontà e dei vantaggi dei
progetti. In questa attività partecipano in modo determinante i mezzi di
comunicazione più diffusi, che sostituiscono con una esplicita disinformazione
al servizio degli interessi dei loro proprietari e gestori, la loro funzione di
servizio al diritto all’informazione".
Il direttore di Repubblica questa volta è andato oltre le righe: non
si è limitato a denigrare e criminalizzare il movimento no tav e inneggiare a
un indistinto fronte "si tav" (alcune sue perle erano state citate
nel corso del convegno "La Fabbrica del Consenso").
Questa volta ha anche offerto il suo generoso appoggio a Fratelli d'Italia
& C (leggi Lega e Forza Italia) che nel tentativo di sminuire le
responsabilità delle squadracce fasciste chiamano in causa
anarco-insurrezionalisti torinesi e no tav. Ma questa è un'altra storia e del
suo ossequio alla destra dovrebbe rendere conto ai lettori del suo giornale, ai
giudici dovrà rispondere per diffamazione.
Il Controsservatorio Val Susa non sarà l'unica associazione a
presentare querela: lo faranno altre associazioni, singoli amministratori
locali della valle, lo faranno molti singoli attivisti no tav e sostenitori del
movimento che si sentono diffamati per diverse ragioni.
L'intero movimento no tav si è attivato e, in accordo con gli
avvocati che da anni difendono i militanti dalle accuse più infamanti, ha
predisposto un facsimile di querela e dettagliate istruzioni. Nel muoversi
anche su questo fronte il movimento non dimentica certo che la resistenza a
tutto ciò che porta con se il folle progetto TAV in Val di Susa non si vince
certo nelle aule dei tribunali, ma un segnale chiaro anche in questa occasione
non può mancare.
Venerdì 19 novembre 2021, al
mattino, verranno depositate al palazzo di giustizia di Torino le prime
querele: sarà una pioggia di querele perché i notav accorreranno in tanti a
Torino per trovare un posto in prima fila.
In contemporanea un altro folto gruppo di notav depositerà altre querele alla
caserma dei carabinieri di Susa.
Ma sarà solo l’inizio perché seguiranno nei giorni successivi chissà quante
querele da parte di coloro che, come notav, si sentono diffamati da Molinari:
che vivano in Val di Susa, a Torino o in qualsiasi altra città poco conta.
Mercoledì 17 novembre. Valle di Susa paese. Interno della tabaccheria.
Cliente: “Buongiorno, una marca da bollo da 3,92 euro”. Tabaccaia:
“Incredibile, in questi giorni tutti vogliono sta marca…”. Sorriso. Discorso
sospeso, complicità.
Le istruzioni sono precise: compilare il modulo con le motivazioni di
appartenenza al movimento No tav, chi ha acquistato il metro quadrato di terra
a Chiomonte segni quello. Perché la querela possa andare avanti bisogna poter
dimostrare di “appartenere” veramente al movimento, non solo a parole. Per
depositare la querela, l’appuntamento è a Torino davanti al tribunale venerdì
19 novembre. Chi non può si presenti a Susa, alla caserma dei carabinieri,
puntuali alle ore 9: bisognerà mettersi in coda. Con mascherina e
distanziamento, portiamo bandiere e fazzoletti al collo ma non facciamo
caciara. Questa volta non è una manifestazione, è l’esercizio di un
diritto di cittadini a querelare chi li ha diffamati. “Bisogna armarsi di santa
pazienza per l’ingresso in tribunale e la coda dell’ufficio ci sarà da
aspettare. Ma questa attesa sarà ordinata, pacifica educata, non accettiamo
provocazioni”. Intanto rimbalzano email, telefonate e messaggi whatsApp: gli
impegni quotidiani vengono organizzati in funzione dell’appuntamento, chi
chiede permessi dal lavoro, chi trova il modo di sistemare i nipoti all’uscita
di scuola. C’è fermento.
La giornata si chiamerà “Io querelo in prima fila” per ricordare
una delle tante occasioni in cui il movimento No tav ha saputo inventarsi un
nuovo strumento per inserire il famoso granello di sabbia nell’ingranaggio.
Acquistare un metro quadro di terreno là dove avrebbero dovuto in seguito
espropriare. Sono state centinaia e poi un migliaio le persone che si sono
presentate. Accadeva nel 2008. L’acquisto è stato esteso ai terreni di Venaus,
alla Maddalena di Chiomonte poi a Susa e in altre zone strategiche del
progetto.
Un pronunciamento del Consiglio di Stato, massimo organo giudiziario in materia
di amministrazione, aveva deliberato che per espropriare un bene deve
esserci il contraddittorio con tutti i proprietari, negando la richiesta fatta
da TELT. Questo ha provocato alla società Tunnel Euralpin Lyon Turin, non pochi
problemi e il movimento No tav è stato sempre pronto a rispondere alle
chiamate. Tutto può succedere, perché la storia è lunga di trent’anni e
non è stata affidata a un solo leader, non si è affidata a una sola persona
che nel tempo coltiva il culto della personalità. Il movimento esiste perché
esiste una comunità consapevole, cresciuta insieme, con tutte le differenze ma
radicata e presente. È per difendere questo patrimonio umano fatto di tante
storie che è stato deciso di non soprassedere, di querelare Maurizio
Molinari direttore de La Repubblica, il quale all’interno della
trasmissione televisiva “Mezz’ora in più” diretto da Lucia Annunziata il 10
ottobre ha detto che: “I No tav sono un’organizzazione violenta, quanto
resta del terrorismo italiano degli anni Settanta. Aggrediscono
sistematicamente le istituzioni, la polizia, anche i giornali, minacciano i
giornalisti a Torino e la cosa forse più grave è che sono in gran parte
italiani che si nutrono anche di volontari che arrivano da Grecia, Germania e a
volte dalla Francia e – ha proseguito – per un torinese No Tav
significa sicuramente terrorista metropolitano; chiunque vive a Torino ha
questa accezione”. Concludendo poi con l’affermazione “la cosa più grave
nei confronti dei No Tav è che siccome si avvalgono di una motivazione
ambientalista, quando questa motivazione viene legittimata, loro reclutano, con
una dinamica che ci riporta davvero agli anni Settanta”. Nello studio era
presente anche Maurizio Landini, chiuso in un silenzio pesante.
La segnalazione della tabaccaia che continua a vendere bolli di 3,92 fa
intendere più di ogni altra cosa quanto i No tav siano un movimento popolare
difficile, molto difficile, da archiviare.
Domenica 8 novembre 2015, al termine della sessione
conclusiva del Tribunale Permanente dei Popoli dedicata a "Diritti fondamentali, partecipazione delle comunità locali e
grandi opere (5 - 8 Novembre 2015)", è stata
pronunciata una sentenza storica di condanna dell'intero
SISTEMA DELLE GRANDI OPERE.
Una sentenza che accoglie l'impianto accusatorio e lo rafforza, che riconosce
la violazioni di diritti fondamentali non soltanto in Val di Susa, che denuncia
la violazione di convenzioni internazionali da parte degli stati che le hanno
sottoscritte, che chiede per la Valsusa la sospensione dei lavori e la
cessazione dell'occupazione militare.
Riportiamo di seguito il Dispositivo e le
Raccomandazioni della sessione conclusiva del Tribunale Permanente dei Popoli
dedicata a Diritti fondamentali, partecipazione delle comunità locali e grandi
opere.
Considerando la Dichiarazione
universale dei diritti dei popoli adottata in Algeri nel 1976 e in particolare
gli articoli 7 e 10;
Considerando l’insieme dei
trattati internazionali e degli altri strumenti di protezione dei diritti
umani, inclusi i diritti economici, sociali, culturali e ambientali, così come
i diritti civili e politici;
Considerando, in particolare
l’art. 21 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 10 di dicembre
1948 e l’art. 25 del Patto internazionale sui diritti civili e politici del 16
dicembre 1966, che riconoscono il diritto di tutte le persone alla
partecipazione nelle questioni di interesse pubblico;
Considerando la Convenzione
sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi
decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale, adottata in
Aarhus il 25 giugno del 1998, di cui sono membri 46 stati tra cui l’Italia, dal
13 giugno 2001, e la Francia dall’8 luglio 2002, e approvata dall’UE con la
decisione 2005/370/CE del Consiglio del 17 febbraio 2005 e la cui applicazione
parziale a livello comunitario si è realizzata con la Direttiva 2003/4/CE
relativa all’accesso della società civile all’informazione ambientale e la
Direttiva 2003/35/CE relativa alla partecipazione del pubblico nelle procedure
relative all’ambiente;
Considerando la Direttiva
85/337/CEE del 27 giugno 1985 riguardante la valutazione dell’impatto di
progetti pubblici e privati sull’ambiente, modificata con la Direttiva
2011/92/UE riguardante la valutazione dell’impatto di progetti pubblici e
privati sull’ambiente e la Direttiva 2014/52/UE del 16 aprile 2014;
Considerando l’insieme di prove
documentali e le testimonianze che sono state presentate in questa sessione,
RITIENE che deve essere
menzionato l’art. 1 della Dichiarazione Universale dei diritti umani, che
afferma che “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali per dignità e
diritti. E soprattutto che “essi sono dotati di ragione e coscienza, e devono
agire gli uni verso gli altri in uno spirito di fraternità”. Il concetto di
fraternità, troppo spesso sostituito con quello di solidarietà, ha un valore
costituzionale nel diritto francese (Preambule e art. 2, Costituzione francese
4/10/1958) e rinvia all’idea che proprio sulla fraternità degli umani a livello
mondiale e sulla sua dimensione intergenerazionale che si fonda l’imperativo
della protezione dell’ambiente. È perciò importante restituire al concetto di
fraternità il suo valore giuridico, come principio attivo che ispira, guida e
fornisce una quadro di riferimento all’elaborazione della legge. Nella
Costituzione italiana, che prevede come obbligatorio e non derogabile il
compimento dei doveri di solidarietà politica, economica e sociale, il
principio di fraternità è assente, ma l’esigenza della realizzazione dei doveri
sopra ricordati rinvia di fatto alla nozione di fraternità, così come questa
viene utilizzata nella Dichiarazione universale dei diritti umani. È questo
principio fondamentale di “fraternità” che è al cuore delle rivendicazioni
delle persone che si sono mobilitate contro il TAV, il grande progetto inutile.
IL TRIBUNALE
adeguandosi alle tendenze
culturali e giuridiche che si vanno ormai affermando e che sono garantite dai
trattati e dalle altre norme internazionali sopra richiamate, riguardanti i
comportamenti in materia di costruzione di grandi opere, intese come le opere
che producono importanti effetti territoriali e ambientali, elencate negli
allegati alla Convenzione di Aarhus:
RICONOSCE tra i diritti
fondamentali degli individui e dei popoli, quello alla partecipazione ai
procedimenti di deliberazione relativi alle stesse opere. Questo diritto, oltre
a essere espressione del diritto di partecipazione degli individui e dei popoli
al proprio governo – come stabilito nella Dichiarazione universale dei diritti
(art. 21) e nel Patto sui diritti civili e politici (art. 25) – è funzionale ai
principi della democrazia e della sovranità popolare e alla garanzia
dell’effettivo rispetto degli altri diritti umani, incluso il diritto
all’ambiente e a condizioni vita conformi alla dignità umana degli individui e
delle comunità locali coinvolte dalle opere.
RITIENE censurabili tutti
quegli Stati che, in diritto e nella prassi, non aprano a forme efficaci di
partecipazione – il cui modello può essere attinto alla Convenzione di Aarhus –
nei procedimenti relativi alle grandi opere.
Pertanto RICHIEDE a tutti gli
Stati, in Europa e nel mondo, di dotarsi delle norme e di seguire le prassi a
ciò necessarie.
I casi esposti nella sessione
del TPP dai rappresentanti delle comunità di Val di Susa, Notre Dame des
Landes, di Londra, Birmingham e Manchester, di Rosia Montana e Corna, dei Paesi
Baschi di Francia e di Spagna, di Stoccarda, di Venezia, di Firenze, della
Basilicata e delle regioni d’Italia interessate ai progetti di trivellazione,
di Messina e di Niscemi, e di tutti gli altri progetti presi in considerazione,
documentano un modello generalizzato di non conformità operativa a questi
principi, da parte di un gran numero di governi e di enti pubblici oltre che
dei committenti esecutori di grandi opere.
IL TRIBUNALE
GIUDICA ILLEGITTIMA questa
condotta procedurale e la denuncia davanti all’opinione pubblica mondiale e
DICHIARA
- che in Val di Susa si sono
violati i diritti fondamentali degli abitanti e delle comunità locali. Da una
parte, quelli di natura procedurale, come i diritti relativi alla piena
informazione sugli obiettivi, le caratteristiche, le conseguenze del progetto
della nuova linea ferroviaria tra Torino e Lione (conosciuto come TAV),
previsto inizialmente nell’Accordo bilaterale tra Francia e Italia del 29
gennaio 2001; di partecipare, direttamente e attraverso i suoi rappresentanti
istituzionali, nei processi decisionali relativi alla convenienza ed
eventualmente, al disegno e alla costruzione del TAV; di avere accesso a vie
giudiziarie efficaci per esigere i diritti sopra menzionati. Dall’altra parte
si sono violati diritti fondamentali civili e politici come la libertà di
opinione, espressione, manifestazione e circolazione, come conseguenze delle
strategie di criminalizzazione della protesta che saranno dettagliate più avanti.
- che queste violazioni si sono
realizzate tanto per commissione che per omissione. Da un lato, la omissione di
uno studio serio di impatto ambientale del progetto nel suo complesso, prima
della sua autorizzazione; non si è garantita una informazione completa né
veritiera in tempi sufficientemente precoci alle comunità coinvolte; si sono
esclusi gli individui e le comunità locali da ogni procedura effettiva di
partecipazione nella deliberazione e nel controllo della realizzazione delle
opere, simulando anzi procedure di partecipazione fittizie e inefficaci; non si
è dato corso ai procedimenti attivati nei tribunali per far valere i diritti di
accesso alla informazione e alla partecipazione nei processi decisionali.
D’altra parte ci sono le violazioni che sono il prodotto di azioni deliberate e
pianificate: la diffusione di informazioni contenenti falsità e manipolazione
dei dati relativi alla necessità, alla utilità, all’impatto dei lavori; la
simulazione di un processo partecipativo con l’istituzione dell’Osservatorio
per il collegamento ferroviario Torino Lione, che arriva ad escludere i
dissidenti (Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 19 gennaio
2010), e ad annunciare un accordo inesistente, il cosiddetto Accordo di Pra
Catinat del giugno 2008, utilizzato largamente nei rapporti con l’opinione
pubblica e le istituzioni europee; la adozione di misure legislative aventi
come obiettivo l’esclusione della partecipazione dei cittadini e delle comunità
locali; la strategia di criminalizzazione della protesta con pratiche
amministrative, legislative, giudiziarie, di polizia, che includono anche la
persecuzione penale sproporzionata e la imposizione di multe eccessive e
reiterate, l’uso sproporzionato della forza.
- che, in particolare, dichiarano
abusivamente i territori attinenti alla costruzione di grandi opere “zone di
interesse strategico”, con regimi speciali che modificano e interferiscono con
le competenze di gestione del territorio escludendone le amministrazioni
locali, con la Legge 443 del 21 dicembre 2001, conosciuta come Legge
Obiettivo (“Delega al Governo in materia di infrastrutture ed
insediamenti produttivi strategici ed altri interventi per il rilancio delle
attività produttive"), e il decreto-legge 190 del 20 agosto 2002 (“Attuazione
della legge 21 dicembre 2001, n. 443, per la realizzazione delle infrastrutture
e degli insediamenti produttivi strategici e di interesse nazionale”) o il
decreto-legge 133, del 12 settembre 2014 (“recante misure urgenti per
l’apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la
digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l’emergenza del
dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive”). Le
successive modifiche della posizione governativa nella utilizzazione della
Legge obiettivo nel caso TAV hanno portato, sulla base di dati falsi, alla
decisione della sentenza del Tribunale Amministrativo del Lazio adito sul punto
dalla Comunità Montana che, in una sentenza (Sentenza 02372-2014 Tar Lazio
04637-2011 Reg. Ric), ha dedotto da una nota ministeriale la prova che l'opera
non fosse mai uscita dalla Legge Obiettivo, mentre l'allegato al 7° DPEF
2010-2013, al quale si riferisce la nota ministeriale, attesta esattamente il
contrario. La sentenza è irrevocabile in quanto non impugnata dalla Comunità
Montana, perché la stessa è stata dichiarata estinta (commissariata) con
decreto della Regione Piemonte dopo soli 3 giorni dalla notifica della
sentenza.
- che le centinaia di progetti
qualificati come strategici possono essere assoggettati (come sta accadendo in
Val Susa) al controllo di polizia e militare ed interdetti ai cittadini. Nel
caso del cantiere della Maddalena di Chiomonte, da una parte l’articolo 19
della legge 12 novembre 2011, n. 183 (più nota come “legge stabilità” o
finanziaria 2012) prevede, sotto la rubrica «Interventi per la realizzazione
del corridoio Torino - Lione e del Tunnel del Tenda» che “le aree ed i siti del
Comune di Chiomonte, individuati per l’installazione del cantiere della
galleria geognostica e per la realizzazione del tunnel di base della linea
ferroviaria Torino-Lione, costituiscono aree di interesse strategico
nazionale”, spostando sul luogo truppe dell’esercito italiano. D’altra parte si
è proceduto ad una applicazione scorretta dell’art. 2 del Testo Unico di
pubblica sicurezza, ampliando in misura esagerata l’aera interessata, e
convertendo in permanente un provvedimento, che poteva essere solo transitorio,
attraverso successive ordinanze emerse a partire dal 22 giugno 2011 dal prefetto
di Torino, che ha assegnato l’area adiacente al cantiere alle forze di polizia,
vietando l’accesso, lo stazionamento dell’area, e la circolazione nelle zone
limitrofe. Nella loro visita alla zona, i membri di una delegazione del TPP
sono stati trattati come potenziali delinquenti. Ciò rende evidente che gli
effetti sulla vita quotidiana degli abitanti sono stati enormi, tanto dal punto
di vista degli ostacoli posti alle normali attività lavorative (spostamenti da
o verso i propri luoghi di residenza e i luoghi di lavoro agricolo), come dal
punto di vista del danno morale rappresentato dal fatto di dover continuamente
esibire documenti di identificazione ed essere sottoposti all’arbitrarietà
degli agenti di forza pubblica per l’autorizzazione o meno al passaggio, o dal
fatto di dover essere, in tempo di pace, osservatori impotenti della
occupazione delle proprie terre, da parte delle forze armate nazionali, con una
azione diretta contro cittadine e cittadini del loro stesso stato. In questo
contesto sono represse, in quanto considerate questioni di sicurezza pubblica,
le manifestazioni di pensiero e di riunione, e sono accusati perfino di reati
di terrorismo coloro che vi prendono parte, affidando alla repressione di
polizia e giudiziari problemi di rilevanza democratica e sociale.
- che le persone che si
mobilitano contro il TAV, come contro l’aeroporto di Notre Dame des Landes o in
altri progetti, devono essere considerate come “sentinelle che lanciano
l’allarme” al constatare violazioni di diritto che possono avere un grave
impatto sociale ed ambientale e che, con modalità legali, cercano di allertare
le autorità in vista della cessazione di atti contrari agli interessi di tutta
la società. Accademici, professionisti, amministratori pubblici, lavoratori agricoli,
qualsiasi abitante possono svolgere questo ruolo. Nel diritto europeo sono
molte e precise le regole e le raccomandazioni che definiscono lo statuto di
questa funzione di “sentinelle che lanciano l’allarme”: queste regole sono
vincolanti per i giudici dei singoli paesi (Consiglio d’Europa, Résolution
1729 (2010) du 29 avril 2010 e Recommandation CM/Rec(2014)7 du 30 avril
2014).
- che il ricorso alla
denigrazione e alla criminalizzazione della protesta è la documentazione più
evidente della inconsistenza e della mancanza di credibilità degli argomenti
dei promotori delle grandi opere, che mirano a convincere le persone e le
comunità colpite della bontà e dei vantaggi dei progetti. In questa attività
partecipano in modo determinante i mezzi di comunicazione più diffusi, che
sostituiscono con una esplicita disinformazione al servizio degli interessi dei
loro proprietari e gestori, la loro funzione di servizio al diritto
all’informazione.
- che l’autorizzazione per
l’inizio dei lavori per il tunnel della Maddalena è particolarmente grave, in
quanto decisa prescindendo: dal principio di precauzione, senza uno
studio preliminare di impatto ambientale in grado di definire in modo adeguato
il rischio attuale e futuro derivante dalla probabile presenza di amianto e di
urano, e dall’impatto sugli equilibri idrogeologici dell’area; dal
principio di prevenzione in quanto non esiste a tutt’oggi un piano
definito di analisi e di trattamento del materiale che si sta estraendo. È da
notare, tra l’altro, che tutto ciò ha comportato la distruzione deliberata e
ingiustificabile di una necropoli datata a 4000 anni a. c., che rappresentava
un elemento fondamentale del patrimonio archeologico della regione, dimostrando
in tal modo la mancanza assoluta di sensibilità sociale e culturale dei suoi
autori.
- che la responsabilità di
queste violazioni deve essere attribuita in primo luogo ai governi
italiani che si sono succeduti negli ultimi due decenni, alle autorità
pubbliche responsabili della assunzione delle decisioni e delle misure
che sono state sopra denunciare, ai promotori del progetto e
all’impresa responsabile della sua esecuzione TELT (Tunnel Euralpin
Lion Turin).
- che la responsabilità di
queste violazioni deve essere attribuita anche all’Unione Europea che,
con la sua omissione di risposte concrete alle denunce ripetutamente formulate
dalle comunità colpite e presentate alla Commissione di petizioni del
Parlamento europeo e con la accettazione acritica delle posizioni dello stato
italiano, permette in consolidamento e ciò che è ancor più grave, il
cofinanziamento di un’opera che si sviluppa in chiara violazione del principio
di precauzione, affermato nell’art. 191 del trattato di funzionamento dell’UE,
delle direttive europee sulla valutazione di impatto ambientale dei progetti,
sull’accesso alla informazione e sulla partecipazione all’adozione di decisioni
riguardanti l’ambiente, distorcendo così il criterio di priorità che prevede la
costruzione dei collegamenti non ancora conclusi e l’eliminazione di colli di
bottiglia specialmente nelle tratte transfrontaliere secondo le corrispondenti
e vigenti norme europee (Reglamento UE nº 1315/2013 del Parlamento Europeo y
del Consejo, de 11 de diciembre de 2013, sobre las orientaciones de la Unión
para el desarrollo de la Red Transeuropea de Transporte, y Reglamento UE No
1316/2013 del Parlamento Europeo y del Consejo de 11 de diciembre de 2013 por
el que se crea el Mecanismo «Conectar Europa»).
- che si sottolinea la
particolare gravità e insensibilità del comportamento del coordinatore europeo
del corridoio TEN-T Mediterraneo Laurence Jan Brinkhorst che ha contribuito
alla diffusione informazioni non controllate e alla squalificazione della
protesta delle comunità di val di Susa ignorandone i contenuti reali, e
stigmatizzandole come poco rappresentative e violente.
- che la non applicazione dei
principi di cui sopra volti ad assicurare la partecipazione piena ed effettiva
dei cittadini, tanto ben documentata nel caso della Val Susa, non è un caso
isolato in Italia come si è avuto occasione di constatare con tutti i casi
presentati nelle udienze pubbliche e come il TPP ha potuto constatare in molte
altre focalizzate su citazioni extraeuropee.
- che tutto quanto è stato
sottolineato, sembra dimostrare la esistenza di un modello consolidato di
comportamento nella gestione del territorio e delle dinamiche sociali ogni
volta che ci si trova in uno scenario di approvazione e realizzazione delle
grandi opere infrastrutturali: i governi sono al servizio dei grandi interessi
economici e finanziari, nazionali e sovranazionali e delle loro istituzioni nel
disporre senza limiti né controllo dei loro territori e delle loro risorse: si
ignorano totalmente le opinioni, gli argomenti, ma ancor più il sentire vivo
delle popolazioni direttamente colpite. Ciò rappresenta, nel cuore dell’Europa,
una minaccia estremamente grave all’essenza dello stato di diritto e del
sistema democratico che deve necessariamente essere fondato sulla
partecipazione e la promozione dei diritti ed il benessere, nella dignità,
delle persone.
Questa Sessione ha permesso al
TPP di apprezzare e condividere la enorme capacità delle comunità di Val di
Susa di mettere in comune la loro energia e le loro conoscenze, che sono il
risultato di competenze scientifiche e tecniche e di saperi diffusi che
derivano da una vita e un lavoro quotidiano con profonde radici nel territorio,
e che hanno permesso di costruire una realtà conoscitiva e una narrazione
coerenti, convincenti, e tali da permettere di mantenere per 25 anni una lotta
esemplare in difesa dei loro diritti fondamentali.
RACCOMANDAZIONI
Constatando che, sia nel caso
del TAV Torino-Lione, che nel caso dell’aeroporto di Notre Dame des Landes e in
tutti i casi esaminati in questa sessione dedicata a “Diritti fondamentali,
partecipazione delle comunità locali e grandi opere”, il diritto
all’informazione e alla partecipazione dei cittadini, così come molti altri
diritti fondamentali, sono stati violati,
IL TRIBUNALE PERMANENTE DEI POPOLI
Raccomanda, nel caso del TAV Torino Lione, agli Stati Italiano e Francese,
di procedere a consultazioni serie delle popolazioni interessate, e in
particolare degli abitanti della Val di Susa per garantire loro la possibilità
di esprimersi sulla pertinenza e la opportunità del progetto e far valere i
loro diritti alla salute, all’ambiente, e alla protezione dei loro contesti di
vita. Queste consultazioni dovranno realizzarsi senza omettere nessun dato
tecnico sull’impatto economico, sociale e ambientale del progetto e senza
manipolare o deformare l’analisi della sua utilità economica e sociale. Si
dovranno esaminare tutte le possibilità senza scartare l’opzione “0”. Finché
non si garantisce questa consultazione popolare, seria e completa, la
realizzazione dell’opera deve essere sospesa in attesa dei suoi risultati, che
devono essere in grado di garantire i diritti fondamentali dei cittadini.
Raccomanda allo Stato francese, nel caso dell’aeroporto di Notre Dame
des Landes, di presentare uno studio documentato sulla opportunità e necessità
del progetto e le sue conseguenze sociali, economiche, ambientali e di
sospendere la realizzazione dell’opera.
Raccomanda al Governo italiano di rivedere la Legge Obiettivo del
dicembre 2001, che esclude totalmente le amministrazioni locali dai processi
decisionali relativi al progetto, così come il decreto Sblocca Italia del
settembre 2014 che formalizza il principio secondo il quale non è necessario
consultare le popolazioni interessate in caso di opere che trasformano il
territorio.
Il controllo militare del
territorio nella zona del progetto di Val di Susa costituisce un uso
sproporzionato della forza. In uno Stato democratico in tempo di pace,
l’esercito non può intervenire su affari interni, limitando i diritti di
cittadinanza garantiti dalla Costituzione, dalla Dichiarazione universale dei
diritti umani e dalla Convenzione europea dei diritti umani. Il TPP raccomanda di
sospendere la occupazione militare della zona.
Lo Stato deve anche astenersi
dal criminalizzare la protesta cittadina giustificata per l’assenza di
concertazione e protetta dalla Costituzione e da molti strumenti internazionali
ratificati dall’Italia. Il TPP raccomanda allo Stato di non
ostacolare l’espressione della protesta sociale.
Chiede alla Soprintendenza per i beni archeologici del Piemonte di
ispezionare la zona archeologica de la Maddalena per verificare i danni apportati
ai reperti dai mezzi militari, secondo testimonianze raccolte sul luogo anche
da parte dal Tribunale, così da adottare i provvedimenti di salvaguardia e di
ripristino necessari.
Chiede alle istituzioni europee competenti, Commissione europea e
Commissione delle petizioni del Parlamento europee di esaminare con la serietà
necessaria e in modo critico i progetti presentati dalle imprese promotrice e
gli Stati, prendendo in considerazione l’interesse reale delle comunità colpite
e delle popolazioni in generale.
Raccomanda ai governi di considerare l’attivazione di grandi opere solo
se vagliate da procedure tecniche partecipative serie ed efficaci che ne
dimostrino l’effettiva necessità nel sostituire o integrare infrastrutture
esistenti di cui sia accertata l’impossibilità di migliorie significative. Di
dare priorità rispetto alle grandi opere a programmi vasti ed efficaci inerenti
i servizi e le opere di interesse vitale e quotidiano dei cittadini, quali le
opere di contrasto di fenomeni idrologici e idrogeologici e situazioni di
degrado e di mancanza di manutenzione dell’edilizia e dei trasporti di pubblico
interesse.
Gli Stati hanno il dovere
costituzionale di proteggere i diritti dei loro cittadini. Per questo motivo
devono perciò assicurare questa protezione contro le lobby economiche e
finanziarie nazionali o transnazionali esaminando ogni progetto secondo i
criteri definiti da vari trattati internazionali, in particolare la Convenzione
di Aarhus del 25 giugno 1998 che prevede una informazione adeguata ed
efficiente, la partecipazione effettiva dei cittadini durante tutto il processo
di decisione e l’obbligo delle istituzioni competenti di tenere in conto in
modo adeguato dei risultati derivanti dalla partecipazione dei cittadini.
Infine, il Tribunale raccomanda ai
movimenti sociali, alle associazioni e ai comitati che si battono o potrebbero
battersi contro le violazioni degli obblighi di cui sopra in materia di grandi
opere, di richiedere, col necessario vigore, secondo l’esempio di ciò che è
avvenuto in Val di Susa, agli Stati e agli altri soggetti tenuti ad assicurare
la partecipazione del pubblico alle procedure di deliberazione di grandi opere
di praticare in concreto tali procedure fin dall’inizio di ogni attività di
deliberazione e per tutta la loro durata, così come richiesto dalla Convenzione
di Aarhus; nonché di sperimentare ogni legittimo strumento per costringerveli
in caso di inadempimento degli obblighi suddetti, in particolare il ricorso al
Comitato sull’adempimento della Convenzione di Aarhus.
COMPOSIZIONE DELLA GIURIA
Presidente:
Philippe Texier(Francia)
Magistrato onorario della Corte suprema di Cassazione francese,
già membro e presidente del Comitato di diritti economici, sociali e culturali
dell’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite
Componenti:
Umberto Allegretti (Italia)
Giurista, già docente di Diritto costituzionale presso
l’Università di Firenze, già direttore di “Democrazia e diritto”, studioso
della democrazia partecipativa
Perfecto Andrés Ibáñez (Spagna)
Magistrato del Tribunal Supremo spagnolo e direttore della rivista
“Jueces para la Democracia”
Mireillle Fanon Mendès France (Francia)
Presidente della Fondazione Frantz-Fanon e componente del Gruppo
di lavoro di esperti per le popolazioni afrodiscendenti del Consiglio per i
diritti umani delle Nazioni Unite
Sara Larrain (Cile)
Ecologista e politica cilena, direttrice del Programa Chile
Sustentable dal 1997
Dora Lucy Arias (Colombia)
Avvocata, componente del Consiglio direttivo del Colectivo de Abogados José Alvear Restrepo
Antoni Pigrau Solé (Spagna)
Professore di Diritto internazionale pubblico presso l’Universidad
Rovira y Virgili di Tarragona, direttore del Centro de Estudios de Derecho
Ambiental de Tarragona
Roberto Schiattarella (Italia)
Economista, professore di Politica economica presso l’Università
di Camerino
Il danno negato: la Torino Lione è un crimine climatico
Molti si chiedono a che punto sono i lavori per la realizzazione del
progetto Torino-Lione, la risposta è: non sono fermi ma neppure avanzano
secondo il calendario concordato con l’Unione europea, che è stato addirittura
secretato alla lettura dei cittadini dai Governi italiano e francese. Se i suoi
promotori fossero convinti della sua utilità e urgenza, il progetto lo
avrebbero già inaugurato da anni, anche grazie al forte dispiegamento di
centinaia di militari a protezione dei cantieri in Valle Susa.
Se i lavori non avanzano secondo il crono-programma, non si sono fermate
invece l’opposizione e le forti critiche che fanno riferimento alla natura
climalterante di questa grande opera.
Siamo infatti sempre più convinti che, all’indomani della forte
mobilitazione globale intorno alla COP26 per la riduzione delle emissioni di CO2,
sia più che mai appropriato ribadire la vera natura del progetto Torino-Lione,
che non è “verde” come viene definito dal promotore TELT[1],
ma più precisamente un Crimine climatico. Vediamo perché.
PresidioEuropa No TAV da anni attira l’attenzione dell’opinione pubblica
sulla natura climaticida di questo progetto, la fonte di questa convinzione è
il Governo italiano stesso che, basandosi sui dati forniti dal promotore TELT,
ha scritto nei Quaderni dell’Osservatorio: “La costruzione del tunnel
di base di due canne da 57,2 km tra Italia e Francia genererà emissioni di CO2 pari
a 10 milioni di tonnellate”. Il tema è stato ripreso anche da Fridays for
Future Italia.[2]
La discussione intorno ai drammatici cambiamenti del clima va avanti da
molto tempo, le Conferenze COP[3] si
riuniscono ogni anno dal 1995, siamo ormai giunti alla 26a edizione
e abbiamo capito alcune cose.
Questa per esempio: in un ecosistema chiuso come il pianeta Terra, non vi è
altra soluzione per fermare il cambiamento climatico generato dall’aumento
della CO2 nell’atmosfera che adottare il principio
dell’economia circolare e abbandonare l’ingannevole concetto economico di
crescita sostenibile del PIL come promessa per il futuro benessere degli
abitanti del Pianeta.
La Torino-Lione, come molte altre grandi
opere[4],
è presentata enfaticamente dai suoi promotori come il motore della crescita
sostenibile del PIL a livello locale, nazionale, europeo.
In questo senso, ultimamente ha fatto sentire la sua autorevole voce il
premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi dichiarando
che “Se il PIL rimarrà al centro dell’attenzione, il nostro futuro sarà
triste”[5].
L’urgenza di fermare il cambiamento climatico impone invece l’abbandono di
progetti climaticidi come la nuova linea ferroviaria Torino-Lione che
rottamerà, con un mega tunnel a due canne di 57,5 km, la linea esistente la
quale dispone di una capacità trasportistica ampiamente sufficiente ai bisogni
dei traffici di oggi e di domani.
La Corte dei Conti europea ha messo in evidenza nel suo Rapporto
Speciale n. 10/2020[6] la
palese manipolazione dei dati presentati dai promotori del progetto. Il prof.
Crozet, consulente della Corte dei Conti europea ha scritto: “La
galleria Lione-Torino è un tipico esempio di questa manipolazione
del calcolo economico[7] in
cui, oltre alla sopravvalutazione del traffico, vi sono valutazioni fantasiose
dei guadagni in termini di emissioni di CO2. Una volta rivisti, i
dati del calcolo economico danno al progetto un quadro
completamente diverso”.[8]
Sei anni dopo la COP di Parigi, il Parlamento europeo ha approvato lo
scorso 24 giugno 2021 la Legge sul Clima che prevede la riduzione delle
emissioni dei GES (gas a effetto serra, principalmente CO2 e
metano) del 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 e la neutralità
carbonica entro il 2050.
È bene tuttavia sapere che l’Unione europea non sarà costretta a ridurre
del tutto le sue emissioni di GES dato che gli obiettivi 2030 e 2050 saranno in
gran parte raggiunti attraverso il sistema EU ETS[9] che
opera secondo il principio dello
scambio delle quote CO2.[10]
Ma l’Unione europea, nonostante le numerose e indiscutibili valutazioni
negative di questo progetto, e nonostante la sua adesione all’obiettivo della
limitazione del riscaldamento terrestre a + 1,5°C confermato dalla COP26 a
Glasgow che non ha tuttavia indicato con certezza le tappe della
decarbonizzazione dell’economia globale, continua a sostenere questo progetto
climaticida: nel luglio 2021 è stato approvato il finanziamento
CEF2[11] per
la costruzione del tunnel a due canne sotto le Alpi di 57,5 km e delle linee
nazionali di accesso al tunnel di base da Torino e da Lione.
Il Vice Presidente della Commissione europea Frans Timmermans[12] difende
il progetto, lo ha scritto a chiare lettere il 2 luglio 2021: La
strategia per una mobilità sostenibile e intelligente adottata dalla
Commissione nel dicembre 2020, fissa l’ambizioso traguardo di raddoppiare il
traffico ferroviario ad alta velocità nell’UE entro il 2030 e mira a rendere
più verde il trasporto merci. Progetti come la Lione-Torino rimarranno
importanti per raggiungere questo obiettivo.
Secondo gli accordi internazionali del 2012 e i successivi aggiornamenti,
il finanziamento
del tunnel dovrebbe essere sostenuto dall’Unione europea per il
55%, dall’Italia per il 26% (con proprietà di 12,5 km del tunnel) e dalla
Francia per il 19% (con proprietà di 45 km del tunnel)[13].
È importante sapere anche che la Francia, a differenza dell’Italia, non ha
ancora inserito il progetto
Lyon-Turin in un budget pluriennale. La decisione finale è
stata di fatto differita in attesa di conoscere il nome del nuovo inquilino
dell’Eliseo nel 2022.[14]
[10] Questo
sistema viene definito “una pietra angolare della politica
climatica dell’Unione e ne costituisce lo strumento fondamentale per ridurre le
emissioni di gas a effetto serra in modo efficiente in termini di costi.” nel
Punto 13 del Regolamento (UE) 2021/1119del Parlamento
europeo e del Consiglio, del 30 giugno 2021, che istituisce il quadro per il
conseguimento della neutralità climatica e che modifica il regolamento (CE) n.
401/2009 e il regolamento (UE) 2018/1999 («Normativa europea sul clima») https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32021R1119&from=IT
Per chi avesse qualche dubbio sulle intenzioni del
Governo dei Migliori in tema di Transizione ecologica, o volesse farsi un’idea
degli impatti che questo stile di Transizione infligge già da tempo
all’ambiente mentre dice di voler fare tutto il contrario, consigliamo una gitarella in Val di Susa.
Dove il consumo di
suolo non è mai stato un problema, anzi! a giudicare dalla sfilata di capannoni abbandonati nel corso dei
decenni. Ma quando poi si tratta di “interventi
utili per velocizzare la realizzazione dei cantieri della Torino-Lione”
come nel testo dell’emendamento al decreto Trasporti recentemente votato in
Parlamento con il sostegno della Regione Piemonte, la devastazione diventa un
tale meritorio affare da fregiarsi del titolo di Grande Opera, per di più
Strategica per cui: a qualsiasi costo, compresa la prevista necessità di
mobilitare l’esercito per la sorveglianza dei siti “perché abbiamo visto
nuovamente moltiplicarsi gli attacchi alle aree che ospitano i cantieri”, da
non credersi.
In una valle già
parecchio stretta e già molto ‘consumata’ nel corso dei decenni, ecco dunque
aggiungersi nelle scorse ore l’ennesima dichiarazione di guerra: questo decreto fortemente voluto dal vicepresidente
di Forza Italia Roberto Rosso, con il sostegno di un altro deputato forzista
fervente Si TAV, Diego Sozzani (che tra l’altro a breve andrà a processo nel
quadro di un’inchiesta che riguarda un sistema di appalti e finanziamenti
illeciti in Lombardia) e praticamente
immodificabile “dopo il via libera del Governo”. Cosa fatta capo
ha.
Da notare: tutto questo succedeva negli stessi giorni in
cui tutti noi fuori dal Palazzo, riuscivamo al massimo a condividere messaggini
sull’affossamento della “Legge Zan”, in aggiunta ai normali litigi attizzati
dal Green Pass – e insomma il solito indecente teatrino, anzi peggio del
solito.
E
quindi, cosa prevede questo Decreto che estende la qualifica di area
d’interesse strategico a ben sette comuni della Val Susa, oltre a quello di
Chiomonte? In rapida carrellata con davanti la mappa, ecco in alta valle il comune di Salbertrand, che dovrebbe
ospitare su un’estensione di 100.000 mq stretta tra il fiume e l’autostrada A32, la fabbrica dei conci utili al
rivestimento della galleria, utilizzando buona parte del materiale di
scavo dalla galleria del versante italiano. E poi Giaglione, dove è previsto l’allargamento del cantiere già aperto in Val
Clarea per la costruzione del tunnel di base. Subito dopo viene Susa, che dovrebbe ospitare l’avveniristica stazione internazionale dove
attualmente sorge l’autoporto che in anni passati avevano pensato e persino già
ultimato a San Didero, ma ooops proprio
mentre stavano per inaugurarlo hanno cambiato progetto – e cosa vuoi che sia
(per l’ambiente) qualche tonnellata in più o in meno di cemento, quando è
proprio lì che ci si guadagna! Subito dopo Susa viene Bussoleno, dove sarebbe previsto il ponte per il raccordo tra la nuova linea
ferroviaria e quella storica. Per i comuni di San Didero e Bruzolo questo
decreto si limita a sancire quanto in effetti già avvenuto lo scorso aprile –
ovvero l’occupazione dei terreni destinati al ‘nuovo’
autoporto sulle rovine di quello ‘vecchio’ che avevano quasi inaugurato…Occupazione
in piena notte, senza alcun preavviso ai sindaci, con impressionante dispiego
militare, come ci si aspetterebbe per una missione di guerra in territorio
nemico – da non credersi. Ed eccoci infine a Torrazza
Piemonte, cui toccherà l’area
di stoccaggio del materiale di scavo dal tunnel di Chiomonte, benché distante
un centinaio di chilometri – e quel materiale estratto dalle
viscere di una montagna notoriamente ricca di radhon e materiale amiantifero,
ha già da tempo messo in allarme vari Comitati NoSmarinosin dall’area di Chivasso, dove (per non farci
mancare nulla) gli abitanti si stanno mobilitando anche contro la possibilità
che la zona venga scelta per il deposito
nazionale di rifiuto radioattivi.
Ora,
proviamo solo per un attimo a visualizzare il colossale movimento terra e
conseguente trasporto per anni in quantificabili volumi di materiale di scavo
su e giù per la valle, in una valle oltretutto caratterizzata da forti venti,
in diretta corrispondenza con una Pianura Padana già da tempo al top delle
classifiche di inquinamento in Europa – per la realizzazione di un TAV che si
pregia di voler togliere dalla strada un milione di camion per ridurre il traffico
su ruota considerato inquinante, ma nel frattempo produrrà un incremento di CO2 che (lo ha detto la
stessa Corte dei Conti Europea) sarà possibile compensare solo nell’arco di
vari decenni, ma senz’altro NON entro le scadenze teoricamente previste dal Green New Deal… ed ecco spiegato perché 1) il Movimento NoTAV ha mille ottime ragioni per
opporsi a un progetto in tutti i sensi sbagliato, climaticida, da cancellare;
2) le priorità sarebbero ben altre, su tutti i possibili fronti, in particolare
quello della sanità e della messa in sicurezza: 3) l’intero castello della
Transizione Ecologica è una colossale presa in giro, un’indecente aggressione
ai territori e a chi ci vive dentro.
Alla Sindaca
di Bussoleno, Bruna Consolini, abbiamo chiesto un commento.
“In un certo senso
ce l’aspettavamo. I nostri consulenti del Comitato Tecnico
stavano ragionando da tempo circa il
rischio che la Val di Susa venisse trasformata in un unico grande cantiere per
opere funzionali alla Torino-Lione, e insomma: non posso dire di
essere sorpresa, ormai non possiamo più sorprenderci di niente” ci ha risposto.