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martedì 3 febbraio 2026

Trump, predatore senza prede - Pino Arlacchi

 

(Il Fatto Quotidiano | 30 gennaio 2026) 

Ma chi è davvero Donald Trump? È troppo facile sbarazzarsi dell’interrogativo con la scorciatoia cognitiva della follia e della delinquenza. È troppo facile perché gli psichiatri ci dicono che il delirio di molte patologie mentali è metodico e coerente. E perché la criminologia ci dice che il comportamento criminale è razionale rispetto allo scopo e perciò lucido e prevedibile. Tutto il contrario di un Trump squilibrato e/o malfattore.

Proviamo invece a leggere il presidente americano attraverso il famoso ritratto dei protagonisti del capitalismo dipinto da Fernand Braudel, il maggiore storico del ’900, e attraverso gli studi più recenti sul comportamento animale.

 

Nella sua opera più nota, Braudel ha disegnato i profili delle singolari creature che si aggirano negli strati più alti del capitalismo occidentale. Quegli ambienti off-limits, avvolti nella nebbia, che l’autore chiama l’antimercato. Zone dove non ci sono più la regolazione e la concorrenza che dominano i piani più bassi del sistema, la “sfera rumorosa della circolazione delle merci”, il mercato dove tutto accade in superficie e dove vige la trasparenza.


I vertici supremi del capitalismo degli ultimi sette secoli, secondo Braudel, sono il regno degli animali da preda: le decine e centinaia di Donald Trump cui non può importare di meno delle regole che valgono per gli animali più deboli. Il “dolce commercio” è pacificatore finché non diventa grande impresa monopolistica o cartello di Stato. Il mercato stesso si basa su probabilità di guadagno non cruente, legali finché, come ci ha insegnato il vecchio Marx, non entrano in campo i mega-profitti della rapina coloniale e dello scambio ineguale accompagnati dai monopoli, dai dazi e dai prestiti a strozzo all’ombra delle navi da guerra. E anche Keynes ha sfiorato l’argomento quando ha parlato degli “spiriti animali” come forza motrice dell’accumulazione del capitale. Questo imprinting barbarico finalizzato all’appropriazione dei beni altrui che si rivela in ogni aspetto della vita e delle opere di Trump, non l’abbiamo colto.

 

Perché ci è sfuggito? Ci è sfuggito perché 80 anni di trionfo del capitalismo cosiddetto avanzato, imbellettato di tecnologia, democrazia e legalità, ci hanno imbevuti di un pensiero unico liberista che ha oscurato l’anima profonda del capitalismo euroamericano. Quella custodita nell’antimercato di Braudel. Un grumo di potere dentro il quale coabitano senza attriti violenza di Stato e alta tecnologia, Silicon Valley e Wall Street, Pentagono e imprese multinazionali. L’anima estorsiva e plutocratica degli Stati Uniti espressa da Trump che lascia ai gonzi il credo dell’America come guida della civiltà e della democrazia occidentali. Ed è qui che l’etologia si rivela di grande aiuto per capire le mosse del presidente Usa. Se vuole nutrirsi con successo, il predatore deve calcolare bene gli ordini di grandezza di volta in volta in gioco e attaccare solo prede sicuramente soccombenti. Non deve mai cacciare prede più grandi di lui, e deve astenersi se l’esito dell’aggressione è minimamente incerto.


Se leggete il documento di sicurezza nazionale Usa appena pubblicato, non troverete una parola ostile contro Cina e Russia. Prede troppo grosse, che praticano, per giunta, strategie di sopravvivenza più evolute. L’atto aggressivo, inoltre, deve preservare scrupolosamente l’incolumità dell’aggressore.

Un lupo calcola attentamente i rischi prima di avvicinarsi a una preda che potrebbe ferirlo. Le navi militari americane si sono tenute per mesi a 700 km di distanza dalle coste del Venezuela senza sparare un colpo, perché la loro vulnerabilità ai droni e ai missili di Maduro le avrebbe esposte a perdite pericolose di reputazione esterna e di consenso in madrepatria. Al contrario, un attacco spropositato di 150 aerei da combattimento provenienti da 20 diverse basi militari e convergenti contro un unico bersaglio – un singolo uomo, sia pure capo di Stato residente in un luogo fortificato – è un’operazione vinta fin dall’inizio, come abbiamo visto.

 

Altra storia è un cambio di regime, effettuato con massimo spiegamento di mezzi su un territorio vastissimo, contro una forza militare compatta e discretamente armata, sostenuta da una popolazione numerosa e ostile come quella venezuelana. Nessun predatore avveduto si imbarcherebbe in una caccia così rischiosa. E così è stato. La scala dell’aggressione si è degradata. Invasione e cambio di regime del Venezuela si sono ridotti all’estorsione di un pizzo su una risorsa strategica della vittima, costretta ad accettare l’umiliazione di chi si ritrova una pistola dietro la testa se non consegna le chiavi della cassaforte.


La svolta trumpiana non è nuova nella storia degli Stati Uniti, ma rappresenta un’evoluzione rispetto al passato perché si ispira a una certa prudenza nell’esercizio dell’aggressione. Attraverso le catastrofi afghana, vietnamita, irachena e simili, gli Stati Uniti hanno scoperto che anche prede apparentemente deboli possono risultare letali quando praticano la guerra asimmetrica. Le ferite sofferte hanno insegnato al predatore a riconoscere i limiti della propria forza e a schivare con maggior cura le aggressioni perdenti. Il risultato è che tutte le potenziali prede minacciate da Trump si trovano fuori della sua portata reale, eccetto la Groenlandia. Una vittima minuscola, da 57 mila abitanti, dove l’aggressione comporterebbe un tenore di rischio inferiore a quello del sequestro di Maduro. Lo stile della predazione diventa così circoscritto.

 

Contro l’Iran, attacchi contenuti – l’uccisione di Soleimani, raid limitati – che non degenerano in guerra aperta. Contro Colombia e Messico minacce di intervento che rimangono nel regno della coercizione simbolica. Contro pari o prede impossibili – Canada, Panama, Unione europea – minacce rumorose, ma prive di seguito militare. È la strategia del predatore che ringhia per difendere il territorio residuo, il proprio continente, e non per espandersi.

La lente etologica ci permette di cogliere anche la peculiare storicità di Trump, che è quella di un animale in difficoltà nei confronti di un ecosistema radicalmente trasformato rispetto agli anni d’oro della caccia. Le prede sono diventate meno vulnerabili e più rare, e la foresta pullula di competitori e di nemici. La Cina e l’Asia più ampia non sono semplici competitori nello stesso gioco predatorio. Rappresentano un modello alternativo che opera attraverso pratiche pacifiche piuttosto che predatorie.


Le Belt and Road Initiative, l’Asian Infrastructure Investment Bank, i Brics, non sono armi di spoliazione unilaterale ma di integrazione multilaterale. Non sono espressione di animali più grossi che divorano i più piccoli, ma creazioni di specie che prosperano attraverso comportamenti mutualistici. Frans de Waal, nei suoi studi sui primati, ha documentato come le strategie collaborative prevalgano su quelle puramente aggressive quando l’ambiente diventa complesso.

Gli Stati Uniti di Trump si trovano quindi in una posizione etologicamente insostenibile: sono un predatore costretto a sopravvivere in un ambiente che non può più controllare.

 

Le minacce di Trump sono l’unico strumento rimasto a una bestia feroce che non può più permettersi di combattere come una volta. Ma sono anche inefficaci. Perché nell’ecosistema del XXI secolo la sopravvivenza non si ottiene con il ringhio solitario, ma con l’integrazione in reti cooperative. Ma questo adattamento richiede proprio ciò che la tradizione americana fatica a concepire: la convivenza paritaria, l’accettazione di essere una potenza tra le potenze piuttosto che la potenza egemone. Gli animali feroci di Braudel devono imparare a convivere. Perché la lezione etologica è implacabile: i predatori devono adattarsi o estinguersi.


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domenica 20 aprile 2025

Il suicidio dell'UE e l’antica Grecia - Pino Arlacchi

(da Fatto Quotidiano, 16 aprile 2025)

 

L’Europa di oggi è afflitta, come la Grecia antica, da disuguaglianze e fratture: si sta spegnendo perché è caduta in mano a élite scadenti, preoccupate solo della propria sopravvivenza

Con il suo folle piano di riarmo l’élite al potere in Europa Occidentale sta tentando di costruire una minaccia russa che esiste solo nei suoi deliri e che serve a nascondere la sua incapacità di giocare la vera partita, che è tutta interna all’Europa stessa.


La partita del lento e inesorabile impoverimento della sua popolazione a vantaggio di pochi privilegiati che dura da mezzo secolo. La partita della perdita dell’energia vitale del continente, sempre più isolato in un pianeta non più dominato dall’Occidente e che trabocca di voglia di emancipazione e di pace.

Il progetto europeo, concepito dopo il 1945 come reazione a due guerre mondiali che avevano portato l’Europa sull’orlo dell’autodistruzione, ha esaurito la sua spinta propulsiva.

Non è più un grande piano di pace e prosperità condivisa. Si è corrotto e ribaltato in un cupio dissolvi, in un rinnovato impeto suicida.

Che altro può essere se non un folle voto verso la morte l’attacco che l’oligarchia dell’occidente europeo sta sferrando ad un’altra parte dell’Europa, la Russia, dotata di armi di distruzione di massa in grado di distruggere l’intera civiltà europea?

E se la Russia decidesse di prendere sul serio la minaccia di aggressione lanciata da Bruxelles giocando d’anticipo e prendendo l’iniziativa invece di aspettare vent’anni come nel caso dell’Ucraina? Per il momento Putin pare più propenso a considerare poco più che un vaniloquio le dichiarazioni della von der Leyen e le isterie anti-russe del Parlamento europeo. Ma nel caso opposto non credo che la fine dell’Europa avverrebbe lentamente, nell’arco di secoli o di generazioni, come è accaduto alla sua casa madre, la Grecia classica, estintasi per le stesse assurde ragioni promosse oggi dagli inetti leader europei.

Non sono stati gli archi dell’invasore persiano né le lance macedoni a spegnere la voce di Atene, ma il graduale avvelenamento delle sue stesse radici. La Grecia classica non cadde sotto i colpi di un nemico esterno. Morì per un prolungato suicidio, consumato nell’arco di guerre fratricide. Lo sfacelo della Grecia antica conserva una risonanza inquietante e un’attualità che non possiamo permetterci di ignorare.

La narrazione tradizionale che attribuisce alla “minaccia persiana” le origini del declino ellenico è una semplificazione storica che non regge all’analisi critica degli eventi. Come ha osservato Arnold Toynbee, le civiltà non muoiono assassinate, ma si suicidano. Il caso greco ha contribuito a ispirare questa massima, rivelando come il sistema delle poleis, le città-stato, con la sua straordinaria vitalità culturale e le sue profonde contraddizioni politiche, contenesse già in sé i semi del proprio disfacimento.

L’evento catalizzatore di questo processo di autodistruzione fu indubbiamente la guerra del Peloponneso (431-404 a.C.), un conflitto che lacerò il mondo greco per 27 anni, contrapponendo Atene e la sua Lega Delio-Attica a Sparta e la Lega Peloponnesiaca. La guerra fu iniziata dagli Spartani ma Tucidide, il grande storico testimone diretto degli eventi, distingue tra la “causa vera” e i “pretesti immediati”.

Secondo lui, la causa profonda era stata “la crescita della potenza ateniese e il timore che essa provocava in Sparta”. Atene aveva trasformato la Lega di Delo (nata come alleanza difensiva in stile Nato contro i Persiani) in un vero e proprio impero marittimo le cui navi minacciavano le coste del Peloponneso spartano. Quindi, se formalmente fu Sparta a dichiarare guerra, Tucidide suggerisce che fu l’espansionismo ateniese a rendere il conflitto praticamente inevitabile. (Vi viene in mente qualcosa?).

I numeri parlano da soli: Atene perse circa 30.000 cittadini durante l’epidemia di peste del 430-429 a.C., un quarto della sua popolazione.

L’aggressione del 415-413 a.C. contro Siracusa, una splendida polis siciliana colpevole solo di far ombra ad Atene, si concluse con la sconfitta e la perdita di 40.000 uomini e 200 navi. Quando, nel 404 a.C., la città si arrese a Sparta, le sue mura furono abbattute mentre i suoi abitanti piangevano la fine dell’egemonia ateniese e, con essa, di un’epoca d’oro del pensiero umano.

Come scrive Luciano Canfora, “La Grecia classica morì così, consumandosi in un’interminabile successione di guerre, in cui ogni vittoria era effimera e ogni sconfitta permanente. Solo l’arte e il pensiero greco sopravvissero, ma in forme sempre più distaccate dalla realtà politica”.

Nel cuore di questa autodissoluzione giaceva un paradosso irrisolto: il sistema delle città-stato, che aveva generato l’incredibile fioritura culturale del V secolo a. C., si rivelò incapace di evolversi verso forme di aggregazione politica più ampia.

Ogni polis difendeva gelosamente la propria autonomia (autonomia) e libertà (eleutheria), considerando l’indipendenza un valore assoluto e non negoziabile. Nessun pensatore greco andò oltre effimeri vagheggi su una federazione delle poleis di lingua greca.

Non dimentichiamo, al riguardo, come i padri fondatori dell’Unione europea consideravano l’inclusione della Russia come la meta finale del cammino verso un Europa estesa dall’Atlantico agli Urali. Cammino interrotto e progetto espansivo crollati ormai senza rimedio. E senza alternativa.

La lezione della caduta della Grecia classica è che nessuna eccellenza artistica e filosofica può salvare una civiltà la cui leadership non sa affrontare le sfide politiche e sociali del momento. Le civiltà muoiono quando perdono la capacità di rinnovarsi dall’interno, di ringiovanire come sta adesso accadendo alla Cina: il paese più povero del mondo che diventa tra i più ricchi nell’arco di soli 40 anni grazie alla qualità della sua leadership e del suo progetto socialista.

L’Europa contemporanea è afflitta, come la Grecia antica, da disuguaglianze e fratture che appaiono insanabili. La nostra civiltà si sta spegnendo perché è caduta in mano a élite scadenti, preoccupate solo della propria sopravvivenza, pronte ad asservirsi a padroni esterni e condannate a diventare vittima delle proprie paranoie.

Se la parte russa dell’Europa decide di prendere davvero in considerazione la minaccia armata che l’oligarchia dell’Europa occidentale sta cercando di costruirle contro, la storia si ripeterà sotto forma di una tragedia ancora più definitiva di quella che ha distrutto l’antichità greca. Perché adesso c’è in scena l’Apocalisse nucleare.

Ma la storia sembra ripetersi, fino adesso, sotto forma di farsa. Speriamo.

da qui


mercoledì 9 aprile 2025

Lo sterminio a Gaza è il male oscuro del nostro Occidente - Pino Arlacchi

Per secoli gli imperi hanno applicato e giustificato metodi vendicativi; solo di recente l’opinione pubblica ha avuto il potere di stabilire cosa è giusto.

Come è possibile che a Gaza, negli stessi luoghi di analoghi misfatti descritti dalla Bibbia, l’esercito israeliano armato dagli Usa stermini senza pietà donne e bambini a migliaia senza suscitare reazioni di orrore in Occidente?

La risposta viene da lontano, e sta nel male oscuro che continua ad affliggere l’Occidente nonostante i suoi tentativi di curarlo. L’arma di affamare una popolazione assediata per farla arrendere o annichilirla è vecchia quanto l’Iliade e la Bibbia. La morte per inedia e maltrattamenti delle popolazioni ostili o ridotte in schiavitù è stata per lungo tempo, per i poteri occidentali, una possibilità che rientrava nell’ordine naturale delle cose.

Nell’antichità greco-romana madre dell’Occidente, giustizia voleva dire vendetta e il concetto di giustizia era completamente arcaico. Esso includeva il genocidio, come quando Agamennone rimprovera il fratello Menelao d’aver compassione per un ostaggio che lo implora di non ucciderlo: “… Perché mai tanti riguardi per questi uomini? Ti hanno proprio fatto così del bene a casa tua? No. Di loro qui nessuno ha da sfuggire alla morte. Neanche il piccolo che la madre si porta ancora in grembo – no, neppure quello scamperà. Devono scomparire tutti insieme…”. E Omero approva, dicendoci che quest’esortazione di Agamennone, date le sue “buone ragioni”, coglie nel segno e convince il fratello.

Dovevano passare mille anni perché una più evoluta idea di vendetta/giustizia si affermasse in Occidente, giungendo a includere la proporzionalità e la clemenza, e a escludere l’annichilimento del nemico e di tutta la sua stirpe. Ed è su questo sfondo che dobbiamo collocare la massima biblica dell’“occhio per occhio e dente per dente”.

La legge del taglione fu un progresso. Essa significava che occorreva limitarsi a togliere solo un occhio per ogni occhio, piuttosto che uccidere il trasgressore e tutti i suoi parenti. Questa evoluzione dal genocidio alla proporzionalità dell’atto di vendetta si accompagna alla progressiva distinzione tra responsabilità individuale e colpa collettiva.

Ma la tensione tra queste diverse concezioni della guerra e della vendetta/giustizia, in realtà, non si è mai sciolta in Occidente. È divenuta minoritaria perché sopravanzata dal processo di incivilimento, per poi tornare alla ribalta nei nostri giorni, con genocidi e crimini contro l’umanità il cui ritorno veniva ritenuto impossibile. L’Olocausto nazista e il genocidio di Gaza sono due tristi esempi di ciò.

Nei secoli la violenza della Bibbia ha continuamente prevalso sul Vangelo, costituendo un modello che ha ispirato le Crociate, le guerre di religione, l’espansione coloniale oltreoceano, il genocidio dei nativi americani e altri crimini fino a Gaza.

Il Vaticano dei cattolici è stato simbolo di corruzione e di violenza lungo l’intera epoca moderna, mentre i pastori protestanti hanno benedetto tutte le nefandezze europee nel Nuovo Mondo. Si è dovuti arrivare al XX secolo per trovare Papi che hanno iniziato a ripudiare la guerra, e ai nostri giorni per avere Francesco, il cui Pontificato si è caratterizzato per la condanna alla guerra in quanto tale, senza se e senza ma.

È vero che la tradizione occidentale della guerra è variegata, includendo le guerre di conquista, di conservazione dello status quo e le guerre imperiali. Ma in fondo a ogni guerra c’è sempre stata, e c’è, l’opzione dell’herem, dell’annientamento puro e semplice del nemico, a dispetto degli stessi scopi iniziali del conflitto. Ed è stato proprio il maggiore studioso della guerra occidentale, von Clausewitz, ad ammonirci che “l’introdurre un principio di moderazione nella guerra è una vera assurdità”.

Il culmine della traiettoria iniziata con i genocidi della Palestina del Vecchio Testamento è stata l’invenzione dell’arma più conforme al genocidio: la bomba atomica creata dai vertici della scienza occidentale, e usata dagli americani a Hiroshima e Nagasaki. La guerra atomica globale è la versione ultima dell’herem biblico. È il regalo che la vocazione distruttiva e autodistruttiva dell’Occidente ha fatto a se stesso e al resto del mondo.

Gli imperi si sono autocelebrati definendosi come portatori di stabilità e di pace. In realtà, la “pacificazione” è consistita nell’uso della violenza senza freni contro ogni insubordinazione. Di fronte alla ribellione, l’ultima ratio del potere imperiale è stata quasi sempre il genocidio. È così che si sono comportate due potenze “democratiche” come Atene e Roma. L’annichilimento della popolazione di Melos da parte di Atene viene giustamente ricordato come uno dei primi genocidi. Una tipica campagna di conquista come quella della Gallia da parte di Giulio Cesare o della Giudea da parte dell’imperatore Adriano poteva costare centinaia di migliaia di vittime civili.

La mentalità genocidiale s’è trasmessa quasi intatta dall’antichità al Medioevo. Il genocidio come strumento di governo s’è trascinato per i secoli successivi e fin dentro il Novecento. L’opzione dello sterminio totale fu tenuta sul tavolo dai poteri metropolitani che si trovarono a fronteggiare popolazioni che sostenevano la guerriglia e i movimenti di liberazione nazionale. In Corea, Algeria, Vietnam, Laos e altrove, i regimi democratici imperiali hanno rinunciato con riluttanza a usare le tattiche d’annientamento.

Il fattore decisivo per la cessazione dei genocidi imperiali durante la decolonizzazione postbellica e fino adesso, non è stato la capacità militare delle forze ribelli ma l’evoluzione dell’opinione pubblica nei territori metropolitani. Questa ha condannato con veemenza sempre maggiore le pratiche di sterminio e ha fatto dipendere i risultati elettorali dal comportamento dei governi su questo tema, creando nel contempo il cosiddetto “tabù atomico”.

Gli eserciti metropolitani si sono trovati così nell’impossibilità di vincere guerre contro piccole entità ribelli. Non potendo usare le armi della distruzione totale, sono stati costretti a ritirarsi. L’ultimo episodio è la ritirata ignominiosa Usa dall’Afghanistan nel 2021, dopo 20 anni di occupazione militare.

Una diagnosi approfondita del male oscuro che affligge la civiltà occidentale fin dai suoi albori non è stata ancora fatta. Alcune grandi menti hanno percepito il destino tragico dell’Occidente senza darne una vera spiegazione. La vita dell’Europa sembra come sovrastata da un indelebile difetto primordiale che la condanna al declino e alla fine.

Questo ordine di idee è inchiodato all’intuizione di Nietzsche sul nichilismo europeo, cioè sul cupio dissolvi dell’Occidente. La guerra senza freni ha finito col trionfare, da noi, su ogni altra cultura militare. Questa stessa tradizione ha portato al disastro della prima guerra mondiale combattuta quasi esclusivamente tra stati europei. La Seconda guerra mondiale ha completato la rovina iniziata dalla prima e ha introdotto nella scena le armi nucleari, che sono l’avveramento della massima di Nietzsche, nonché la negazione dell’idea che la guerra sia la continuazione della politica.

Ma è tempo di andare avanti, perché anche le civiltà possono crescere, imparare dagli errori e curare le proprie patologie. È tempo d’andare avanti perché altri aspetti del destino occidentale – quelli del lato illuminato della sua storia – hanno creato le condizioni per un possibile superamento del male oscuro. Può anche darsi che ci troviamo al fondo di una breve caduta, pronti per un nuovo rimbalzo come quello avvenuto dopo il 1945.

da qui

sabato 8 febbraio 2025

Trump e il colonialismo Usa nel segno di Theodore Roosvelt - Pino Arlacchi

(da Il Fatto Quotidiano)


La vecchiaia e la morte sono un po’ un ritorno alle origini, ed è questo che sta avvenendo negli Stati Uniti con Trump, presidente della fase terminale dell’impero americano. Con Trump, l’America torna alle sue radici profonde. Che non sono imperiali nel senso di una pretesa di governo del pianeta, ma coloniali. La differenza tra imperialismo e colonialismo non è di poco conto. L’imperialismo è universale. Il colonialismo è nazionale.

Con tutta questa storia di annettersi Canada, Panama e Groenlandia – e di dare magari un colpetto al Venezuela che “siede su una montagna di petrolio che noi dobbiamo pagare” – Trump non sta facendo altro che richiamare in vita l’istinto di predazione del loro continente che ha mosso i suoi primi predecessori.

 

L’impero americano non è nato come tale, ma da un progetto di sopraffazione concepito da un gruppo di colonie d’insediamento nate in un’età di poteri coloniali e parte di un impero coloniale, che vedevano se stesse come una replica delle nazioni da cui provenivano. Il ceto di settlers che le guidava si era affermato tramite lo sterminio delle popolazioni indigene e l’importazione di schiavi dall’Africa. L’America delle origini era proiettata verso l’accaparramento dei territori contigui alle 13 colonie iniziali, ed era refrattaria all’idea di un impero universale.

Attenzione all’imbroglio sulla nascita degli Stati Uniti. La Rivoluzione americana non fu una anticipazione di quella francese, ma un evento radicalmente reazionario. Fu una rivolta di proprietari di schiavi ribellatisi a una madrepatria che diventava anti-schiavista allo scopo di proteggere la propria miserabile ricchezza.

La Costituzione americana delle origini tutela, è vero, la ricerca della felicità, ma è la felicità dei Padri fondatori di una repubblica fondata sulla schiavitù, che è codificata in alcuni dei suoi articoli più importanti, modificati solo dopo la guerra civile del 1865, ma rimasti per un altro secolo nella testa dei suoi governanti.

 

I primi presidenti americani non fecero altro che scimmiottare i sovrani europei, massacrando i nativi, invadendo e annettendo territori altrui come nel caso del Texas, del New Mexico, della California e delle Hawaii, comprando interi Stati dalle potenze europee, come nel caso della Louisiana, della Florida, dell’Oregon e dell’Alaska, o stabilendo con la forza proprie colonie e avamposti nel canale di Panama, nelle Filippine e a Cuba. Solo per poco non riuscirono ad annettersi anche il Canada.

La forza motrice del colonialismo degli Stati Uniti era il capitalismo di rapina impersonato oggi da Donald Trump. Trump non è un’anomalia. È l’erede di tutti i presidenti USA dalla fondazione della Repubblica fino ai primi del Novecento. È la fotocopia di due presidenti sbruffoni, populisti, razzisti e ultra-colonialisti come Andrew Jackson e Theodore Roosevelt. Stesso costume di appello diretto al popolo scavalcando le istituzioni, stessa enfasi sull’uomo comune bistrattato dalle élite, stessa aggressione degli avversari politici mascherata da vittimismo.

 

Un bilancio poco elegante ma veritiero del tenore dei rapporti tra il governo americano e i “baroni ladri” dell’epoca coloniale rediviva con Trump, ci è stato fornito nel 1935 da un celebre “pentito” come il generale Smedley Butler, il marine più decorato della sua generazione: “Sono stato di aiuto nel fare di Haiti e Cuba un posto decente per i profitti ammassati dai boys della National City Bank. Sono stato di aiuto nello stupro di una mezza dozzina di repubbliche centro-americane per conto di Wall Street. Sono stato di aiuto tra il 1909 e il 1912 nel purificare il Nicaragua per conto della banca internazionale dei Brown Brothers. Nel 1916 ho “illuminato” la Repubblica Dominicana per conto degli interessi del cartello americano dello zucchero. Nel 1903 ho aiutato l’Honduras a diventare “praticabile” per le compagnie americane della frutta… Guardando indietro a tutto ciò, sarei stato in grado di dare qualche dritta ad Al Capone. Ma il massimo che lui avrebbe potuto fare sarebbe stato quello di gestire i suoi racket in tre distretti cittadini. Noi Marines operiamo in tre continenti .

 

L’impero americano è stato prefigurato negli anni 10 del Novecento dal presidente Wilson – un convinto segregazionista diventato internazionalista – e poi incarnato per la prima volta negli anni 40 da Franklin Delano Roosevelt, autore di un progetto compiuto di governo mondiale da far gestire alle Nazioni Unite e degradato nel dopoguerra a un impero ristretto al cosiddetto “mondo libero” degli USA e dei loro satelliti.

Il capitalismo liberale che ha animato il predominio americano è stato osannato come il punto di arrivo, la “fine della storia”, ma la festa, nonostante i tempi supplementari della Belle Epoque di Clinton, è finita nel 1989. E Biden è stato l’ultimo presidente imperialista, illuso di governare il mondo come dispensatore del bene supremo della sicurezza e non come titolare di un racket di protezione mafiosa.

Perché mafiosa? Perché la differenza tra la mafia e la polizia è che la polizia non produce le minacce dalle quali ci protegge.

 

Come finirà? Sarà la solita ripetizione farsesca della storia? Credo di sì. Quelli di Trump sono vaneggiamenti sulla tomba di un potere imperiale ormai svanito, e che accelereranno invece di rallentare la corsa verso la fine. Perfino i servitori più fedeli dello zio Sam come gli europei e i giapponesi saranno costretti a dissociarsi da questi deliri e a guardarsi intorno.

Ma i vaneggiamenti di un bullo nazionalista, protezionista e ben armato non sono comparabili a quelli di un nullatenente. Penso che Trump finirà col danneggiare l’America e renderla ancora più piccola di quanto sia già diventata. Ma non credo che l’alt gli arriverà dalla sezione liberal-internazionalista dell’establishment a stelle e strisce. Dopo i primi segnali di reale pericolosità che potrebbero arrivare con i 100 decreti esecutivi dei primi 100 giorni, sarà lo stato profondo, per conto dell’uno per cento che comanda l’America, che deciderà se sbarazzarsi di lui o se imporgli una retromarcia.

Questa analisi non è wishful thinking. È un distillato della storia degli Stati Uniti.

da qui

mercoledì 22 gennaio 2025

CIA, sempre CIA

 

La matrice tutta atlantista dell’omicidio Mattarella - Pino Arlacchi

La storia è sempre storia del presente. Purtroppo, mi è venuto di pensare osservando le reazioni al docu-film Magma che ricostruisce il delitto Mattarella del 1980. Il filo conduttore dell’opera è la ferma convinzione di Giovanni Falcone che si fosse trattato di un assassinio politico di matrice “atlantica”. Un caso Moro bis a meno di due anni distanza. Perché siamo nel presente? Lo siamo perché siamo in mezzo a una guerra in Ucraina la cui lampante matrice è, appunto, “atlantica”.

Matrice atlantica significa né più né meno che un’origine imperiale, radicata negli interessi e nella volontà superiori dell’impero americano. Matrice atlantica significa violazioni del diritto internazionale nel caso dell’Ucraina, e violazioni del diritto penale e della sovranità nazionale nei casi Moro, Mattarella e La Torre. Significa mettere in atto ingiustizie e degenerazioni delle istituzioni democratiche da negare e nascondere con ogni mezzo soprattutto nei campi di battaglia dei satelliti, cioè nei luoghi della sovranità limitata. Il delitto Mattarella fu un caso Moro bis perché fu uno degli ultimi capitoli italiani della Guerra fredda, avvenuta in Italia anche sotto forma della cosiddetta “Strategia della tensione”. Dico uno degli ultimi perché l’ultimo fu la strage di Capaci, accaduta dodici anni dopo ma come uno strascico della stessa Guerra fredda.

Mattarella era un uomo coraggioso, deciso a proseguire lungo il sentiero proibito dell’accordo di governo con i comunisti che era costato la vita del suo maestro. I

l presidente della Regione Siciliana era stato pesantemente avvertito – come Moro, minacciato esplicitamente da Henry Kissinger un paio di anni prima della sua fine – che il suo esperimento nell’isola violava il fattore K e lo esponeva alle sanzioni previste da Washington in questi casi. Mattarella va a Roma dal ministro dell’Interno Virginio Rognoni, suo compagno di partito e di corrente, che invece di rassicurarlo lo fa preoccupare ulteriormente. Dico questo perché la sua assistente ha confermato che il presidente era rientrato da Roma stravolto e le aveva chiesto di non parlare ad alcuno del suo incontro con Rognoni salvo la sua eliminazione fisica. E dico questo perché sono stato amico di Rognoni, il quale mi ha candidamente detto di aver consigliato Mattarella di essere più prudente e di abbassare i toni. Il vento interno alla Democrazia cristiana ormai spirava in direzione contraria, e il mini-compromesso storico siciliano era considerato come l’ultimo ostacolo alla normalizzazione post-Moro. Al rientro cioè dell’Italia nella sfera della completa fedeltà agli Stati Uniti.

Ho lavorato assieme a Falcone nel mettere insieme i diversi tasselli logici e fattuali dell’omicidio Mattarella e di quello, strettamente connesso, di Pio La Torre, avvenuto due anni dopo. Dove la matrice atlantica era ancora più pronunciata di quella del caso Mattarella, non essendoci qui alcuna seria pista concorrente da esplorare. La Torre aveva un conto aperto pluridecennale con Cosa nostra, ma la sua fine fu opera dei super-anticomunisti di Gladio e della P2 che lo odiavano per la sua battaglia contro gli euromissili in Sicilia.

Le indagini su entrambi i casi non approdarono, com’è noto, a nulla, e furono riprese da Falcone nei suoi ultimi anni, da Direttore degli affari penali del ministero di giustizia, quando era ormai privo di titolarità investigativa diretta. Le indagini furono depistate, si rivolsero subito contro il terrorismo di sinistra, e si concentrarono solo sugli esecutori.

Falcone mi disse di avere trovato una fonte attendibile interna all’estrema destra. Era venuta fuori una significativa partecipazione diretta di capimafia alla rete Gladio. C’era una base logistica Sismi a Trapani, e c’era stato un interessamento iniziale alle indagini da parte di Bruno Contrada – agente Sisde da noi ritenuto un avversario pericoloso.

In questi casi, concordavo con Giovanni, non bastava percorrere il solito processo induttivo che parte dalla scena del crimine e va verso l’alto. Non c’è mai, nei grandi delitti, “la pistola fumante”. Ci sono tanti, tantissimi indizi, e qualche prova. Occorreva perciò seguire anche il percorso inverso, deduttivo, dall’alto, reso possibile dalla caduta del Muro di Berlino e dallo “scaricamento” da parte americana di tutta la filiera andreottiana-piduista-Gladio-Servizi-Affari riservati.

Sono certo che percorrendo questo sentiero saremmo arrivati alla verità giudiziaria sui grandi delitti italiani. Ma si trattava di un sentiero già percorso, e i personaggi della connection atlantica erano in allarme rosso dopo il “si salvi chi può” lanciato da Andreotti con la sua denuncia-ricatto su Gladio del 1990. La loro risposta fu Capaci. E poi via D’Amelio.

Ho ricevuto in seguito importanti conferme dell’impronta imperiale sulle stragi avvenute prima e dopo Moro e Mattarella. Un agente Cia oggi in pensione e in servizio presso la stazione di Roma ai tempi del caso Moro, di fronte alle mie assillanti domande sul ruolo della sua agenzia mi rispose: “Non avete mai trovato prove sulla partecipazione della Cia e simili nel caso Moro, Mattarella e La Torre perché siete andati a cercare nella direzione sbagliata. Non siamo mai intervenuti direttamente perché non ce n’era alcun bisogno. Non eravate un paese del Terzo mondo dove dovevamo fare tutto noi. Avevate apparati di intelligence vasti e ben organizzati che sapevano bene cosa fare, che rispondevano a politici accorti i quali non avevano bisogno di ricevere autorizzazioni su cosa fare con chi superava le linee rosse. Era evidente che Moro, Mattarella e La Torre le avevano superate”.

Una seconda spiegazione l’ho ricevuta nel corso dei miei lunghi colloqui con Francesco Cossiga, e l’ho descritta nel mio libro su Giovanni e io. Cossiga fu l’unico politico atlantista ad ammettere apertamente l’esistenza in Italia di un regime di sovranità limitata. Secondo lui questa menomazione era giusta e necessaria. Il comunismo era un pericolo esistenziale e ci eravamo trovati perciò fino al 1989 in uno stato di guerra civile latente dove la democrazia e i diritti fondamentali, in Italia, erano stati rispettati “nei limiti del possibile”. E dove gli Usa erano l’alfa e l’omega della nostra sicurezza. La sua risposta alla mia ovvia domanda se le stragi e i delitti di Stato rientrassero in questo discorso era quella che “c’erano stati alcuni che avevano esagerato, ed erano usciti da limiti che anche in guerra bisognava rispettare”.

E la mafia? Incalzavo. “Su Moro non è c’entrava niente – rispondeva impaziente – Su Mattarella e La Torre credo di sì, ma non perché i mafiosi agissero da semplici killer. Erano ottimi amici degli Stati Uniti, anticomunisti come tutti noi, sempre pronti a compiacerci. Ma queste cose le sai, e le sapeva anche Falcone, e forse sarebbe arrivato il giorno in cui anche questo vecchietto lo avrebbe potuto aiutare. Ma è un’epoca passata, e tra qualche anno non ci sarà più nessuno in vita in grado di raccontarla a puntino. I protagonisti tutti in pensione, morti o troppo vecchi per ragionare”.

È per queste ragioni che credo non ci siano speciali segreti sepolti assieme al caso Moro, all’omicidio Mattarella, a Capaci e via D’Amelio. La verità giudiziaria completa non verrà mai alla luce perché è troppo tardi per raggiungerla. Ma una verità storico-politica convincente, sufficiente a spiegarne ragioni e significati, è già emersa, sia pure in parte, ed è su questa che occorre riflettere. Anche per capire meglio il presente.

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Italia schiava della Cia da Abu Omar ad Abedini - Alessandro Orsini

Un accademico svizzero-iraniano, Mohammad Abedini Najafabadi, è stato arrestato in transito a Malpensa su mandato americano mentre si dirigeva a Istanbul con l’accusa di avere aiutato Teheran a costruire alcuni droni. Per ritorsione, l’Iran ha arrestato una giornalista italiana per uno scambio di detenuti. Sentiamo dire che l’Iran agisce in questo modo perché è l’incarnazione del Male universale. La realtà è diversa.

Per comprendere la mossa dell’Iran, occorre capire come il “caso Abedini” sia legato al “caso” dell’imam Abu Omar, rapito a Milano sotto il governo Berlusconi: uno dei casi più documentati di azione illegale condotta dai servizi segreti americani in un Paese straniero. Abu Omar fu rapito, il 17 febbraio 2003, da dieci agenti della Cia. L’imam fu portato nella base aerea di Aviano e poi condotto in Egitto, dove fu brutalmente torturato con la falsa accusa di essere un terrorista islamico. Dalle sentenze della magistratura milanese, emerge che i vertici dei servizi segreti italiani e, quindi, il governo Berlusconi, erano informati e coinvolti nell’operazione della Cia. Nel dicembre 2010, la Corte d’appello di Milano ha stabilito un risarcimento di un milione di euro per Abu Omar e di 500 mila euro per la moglie, a carico di ben 23 agenti della Cia, tutti cittadini americani. I vari governi italiani hanno sempre fornito protezione agli agenti americani, ricorrendo persino al segreto di Stato per ostacolare le indagini della magistratura.

I giudici di Milano condannarono anche agenti italiani eliminando ogni dubbio sul coinvolgimento del governo Berlusconi in questa orrenda violazione dei diritti umani contro un musulmano. Sulla base del caso Abu Omar, l’Iran pensa che il governo Meloni sia un governo “fantoccio” della Casa Bianca. L’Iran pensa che, davanti agli ordini degli Stati Uniti, l’Italia cessi di essere uno Stato sovrano e indipendente, soprattutto quando si tratta di violare i diritti umani dei musulmani.

Tornando al caso Abedini, gli abusi commessi contro quest’uomo sono evidenti. Iniziamo dall’accusa della Casa Bianca di avere collaborato con Teheran alla costruzione di alcuni droni. La logica delle relazioni internazionali dice questo: gli ingegneri americani aiutano il governo americano a costruire i droni e gli ingegneri iraniani aiutano il proprio governo a fare altrettanto. L’eventuale collaborazione di Abedini con il governo iraniano sarebbe del tutto lecita. In secondo luogo, Abedini non è stato colto a origliare dietro la porta del presidente del Consiglio. Aveva semplicemente fatto scalo in Italia verso Istanbul per la sfortuna di non avere trovato un volo diretto. In terzo luogo, Abedini non ha arrecato alcun danno all’Italia che ha deciso di incarcerarlo sulla base delle accuse fumosissime di un governo, gli Stati Uniti, in guerra con l’Iran, di cui è incolpevolmente cittadino. Dopo il caso Assange, Omar e molti altri, nessuna persona dotata di raziocinio avrebbe dubbi sul fatto che Abedini, una volta negli Stati Uniti, subirebbe un processo farsa, i cui presupposti giuridici sono già posti in tutta la loro assurdità. Eccoli: siccome il governo americano considera il governo di Teheran un governo di terroristi, allora tutti gli iraniani sono potenziali terroristi, anche se hanno semplicemente avvitato un bullone di un drone. Negli Stati Uniti vige la legge, non ci sono dubbi, ma alcune leggi sono assurde perché sono concepite per la guerra, non per la giustizia.

Antonio Tajani ha esortato a non parlare della vicenda. Un invito anomalo giacché, nelle società libere, i ministri non decidono quali temi trattare e come trattarli. Crosetto, invece, ha invitato a non sollevare l’indignazione contro l’Iran perché: “Questi problemi, purtroppo, non si risolvono con lo sdegno popolare”. Ma l’intento di quest’articolo non è suscitare indignazione contro l’Iran, bensì contro il governo Meloni. Tajani invita al silenzio non per tutelare la giornalista italiana, ma se stesso, ché la vergogna è grande. Il governo Meloni mette in pericolo gli italiani per eseguire un ordine della Casa Bianca funzionale alle guerre americane. La Casa Bianca ha spinto l’Italia in guerra con la Russia. Adesso pretende che l’Italia faccia la guerra all’Iran con un’operazione simile, nella logica di fondo, al caso Omar. Abedini sta subendo un abuso intollerabile in una società libera e andrebbe liberato. Prostrato dietro le sbarre, la sua sofferenza è ingiusta e ingiustificata come quella della giornalista italiana. Quest’uomo è stato sottratto alla famiglia in un Paese ostaggio degli Stati Uniti. Questo è chiaro agli iraniani. Molto meno a certi giornalisti mainstream che, afflitti da smisurati complessi di superiorità, non si accorgono nemmeno quando l’Italia opera in modi simili alle dittature.

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lunedì 18 novembre 2024

Una imbarazzata, vile e indecente passività - Pino Arlacchi

 

(da Fatto Quotidiano, 14 novembre 2024)

Una imbarazzata, vile, indecente indifferenza di fronte ad un genocidio che si svolge davanti i nostri occhi sembra paralizzare la comunità internazionale da un anno a questa parte.

Con il pretesto di vendicare una strage di innocenti a sua volta subita, uno stato assassino sta sterminando senza ritegno la popolazione inerme di un altro stato con lo scopo dichiarato di volerla annientare fisicamente e farla fuggire dalla propria terra.

Non è la prima volta che ciò accade, ma è la prima volta che lo spettacolo di morte può essere gustato gratuitamente, stando seduti sul divano di casa invece che sulle gradinate del Colosseo. I media dominanti alternano gli aggiornamenti sulle partite di calcio a quelli sugli eccidi di Gaza senza mostrare alcuna empatia per le vittime. I due genocidi più vicini nel tempo, quello del Rwanda del 1994 e quello della Bosnia del 1995, non hanno goduto del privilegio di una copertura mediatica quotidiana.

 

Ma è proprio questa insolente evidenza che mette in risalto l’insensibilità dei governi e delle istituzioni globali di fronte ad una catastrofe che poteva essere evitata fin dal suo inizio se non ci fossero stati di mezzo Israele e gli Stati Uniti. Non ci sono al riguardo valide giustificazioni. Il “crimine dei crimini” è ben codificato fin dal 1948 da una apposita Convenzione contro il genocidio che obbliga i firmatari ad intervenire anche in via preventiva, ed è anche ben studiato a livello accademico. Anche l’indifferenza dei più verso i primi atti di un genocidio è stata individuata come una condizione fondamentale per il completamento dello stesso.

Gli studi più recenti hanno abbandonato vecchie chiavi di lettura. I genocidi non sono più visti come il prodotto del lato bestiale e sadico della natura umana, pronto a scatenarsi contro la diversità razziale, politica, etnica o religiosa. Le “soluzioni finali” sono di regola progetti razionali, concepiti da consorterie di potere intente a preservare il loro dominio che ricorrono allo sterminio dei civili come un mezzo per restare in sella oppure come ultima ratio dopo aver esaurito le alternative.

 

Le pulizie etniche contro popolazioni disarmate sono lucidi programmi di sopraffazione messi in piedi da piccoli gruppi di politici o di militari capaci di attivare macchine di coercizione e propaganda micidiali. La cui efficacia prescinde in larga misura dal consenso o dalla partecipazione attiva di larghe masse.

Secondo questi studi, non c’è nulla di incomprensibile e di irrefrenabile nella dinamica delle “soluzioni finali”. Le discese nel regno dell’oscurità continuano ad accadere perché non sono difficili da organizzare. Sono opera di minoranze risolute e di governi tirannici o fintamente democratici che confidano nell’indifferenza, nello scoramento e nella passività della grande maggioranza della gente.

I nazisti, i khmer rossi, i militari indonesiani dei massacri anticomunisti del 1967, gli ufficiali bosniaci, i capi Hutu, sapevano di poter contare sul fatto che i loro connazionali non avrebbero alzato un dito di fronte ai loro crimini. Si sarebbero voltati dall’ altra parte per fingere di non vedere, e per non dare ascolto alla propria coscienza.

 

Ed è precisamente su questo che contano oggi Netanyahu ed i suoi ministri. La società israeliana, un tempo reattiva in tema di stragi di palestinesi, è stata avvelenata dai sentimenti di vendetta e dall’odio antipalestinese diffuso dal governo. Il senso di impunità dei perpetratori viene inoltre amplificato dalla protezione americana e dalle deboli condanne internazionali. Solo una decina di stati hanno censurato Israele e preso misure punitive nei suoi confronti.

Ma non tutto è perduto. Anzi. Il modo di concepire il genocidio che abbiamo citato ha conseguenze pratiche di rilievo. La più importante è che i macrocrimini sono prevedibili e contrastabili. Per evitare i bagni di sangue non occorre rimuovere le montagne. Non è necessario risalire alle sorgenti della cattiveria umana. Ci sono precisi segni premonitori che possono essere decifrati – sono stati individuati i 5-10 passi che precedono l’olocausto. Tecniche, dinamiche e protagonisti dei genocidi sono simili dovunque. Ed esiste una vasta gamma di possibilità di intervento che non richiedono, nelle prime fasi, grandi risorse.

 

Il più grave genocidio - quello del Rwanda – poteva essere spento nelle sue prime settimane (durò in tutto cento giorni), e quello di Srebrenica non sarebbe neppure iniziato se le Nazioni Unite, presenti sul posto con contingenti di caschi blu sufficienti alla bisogna, non avessero rinunciato ad usarli nei modi e nei tempi necessari.

Al pari delle guerre e delle malattie infettive, le atrocità possono essere prevenute senza sforzi sovrumani. Colpendo con precisione e durezza quel nucleo iniziale di politici falliti o in via di fallimento (vedi Netanyahu), avventurieri a profittatori senza scrupoli (vedi industrie militari), professionisti della violenza (vedi mafie) e della provocazione (media intossicanti) decisi a costruirsi posizioni di potere o ad arricchirsi sfruttando vecchi risentimenti o inventando pericoli mortali.

Se nelle prime settimane del macello di Gaza, il Segretario generale dell’ONU avesse attivato l’unità costituita proprio per lanciare gli allarmi preventivi sulle pulizie etniche ed i genocidi, la comunità internazionale non avrebbe dovuto attendere il gennaio dell’anno successivo per ricevere il monito della Corte di giustizia internazionale sull’esistenza di un tentativo di genocidio che era, in realtà, già in corso da mesi.

 

Questo ufficio esiste da quasi 20 anni, ed è stato creato dal mio diretto superiore, Kofi Annan. Non è molto, ma è tutto quello che lui è stato capace di fare per rispondere alle critiche sulla sua personale responsabilità, come capo del peacekeeping ONU, per non avere impedito sia il Rwanda che Srebrenica.

Cosa sarebbe accaduto se Guterres avesse chiesto subito - nelle prime settimane dei bombardamenti su Gaza - agli organi dell’ONU di intervenire usando lo strumento più pesante a loro disposizione, una missione di caschi blu in difesa dei civili palestinesi massacrati?

E cosa sarebbe accaduto se, di fronte al prevedibile veto USA in Consiglio di Sicurezza, Guterres avesse invitato gli stati membri o le associazioni regionali - in base al capitolo VII della carta delle Nazioni Unite, quello che disciplina l’uso della forza - a costituire comunque una coalizione di paesi in grado di formare un contingente di intervento a protezione dei civili di Gaza e del personale e delle strutture dell’UNRWA bombardate quotidianamente?

 

A fare cioè la stessa cosa che una associazione regionale come la NATO ha fatto nel 1999 in nome del capitolo VII intervenendo contro la Serbia per ostacolare un genocidio che per giunta era inesistente!

Probabilmente non sarebbe accaduto nulla di sconvolgente, salvo una richiesta americana di dimissioni immediate del Segretario generale. La furia necrofila di Israele sarebbe continuata implacabile.

Certo. Ma sarebbe proseguita in condizioni sicuramente più difficili, perché la scossa ONU si sarebbe trasmessa alla comunità internazionale. Ne avrebbe lacerato l’apparente passività di fronte alla catastrofe di Gaza ed alla degenerazione di Israele.

Questa passività è in fondo una maschera che cela la frustrazione e l’impotenza del mondo accumulate da decenni di sconfitte sul fronte del mantenimento della pace. E ancora più in profondo, in realtà, continuano a scorrere una immutata volontà di giustizia ed una sotterranea empatia verso le vittime delle atrocità che potrebbero affiorare in superficie.

 

Ma è il mondo stesso che deve prendere atto, finalmente, di essere diventato multipolare, e quindi più libero di dare sfogo alle forze della pace e dei diritti. Nell’ Assemblea generale delle Nazioni Unite si è ormai formata una ampia maggioranza coerente con questo nuovo ordine mondiale. Dobbiamo tracciare il cammino perchè l’indifferenza e lo scoramento di oggi si trasformino in impegno operativo in soccorso delle vittime di Gaza.

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martedì 7 maggio 2024

E TU? MORIRESTI PER LA NATO?



articoli e video di Gianandrea Gaiani, Pino Arlacchi, Giuliano Marrucci, Raniero la Valle, Mike Whitney, Andrea Zhok, Fiammetta Cucurnia, Giordano Zordan, Elena Basile, Kit Klarenberg, Stefano Zecchinelli, Fabrizio Poggi


DA TRIESTE A LECCO NUOVE MOBILITAZIONI CONTRO LA GUERRA E CONTRO CHI CI GUADAGNA

Di Konrad Nobile per ComeDonChisciotte.org

Riceviamo e diffondiamo le locandine di due cortei che si terranno a breve.

Nell’ultimo articolo scritto per ComeDonChisciotte “LA GRANDE GUERRA IN ARRIVO: NON SE MA QUANDO”  concludevo auspicando e invitando alla mobilitazione contro l’attuale minaccioso clima di guerra e chi lo alimenta.

Ebbene fortunatamente qualcosa si muove e, in merito, segnaliamo che tra le varie iniziative si terranno due importanti cortei.

Sabato 11 maggio, a partire dalle ore 17:30, si svolgerà a Trieste una manifestazione per richiedere politiche di pace e la neutralità della città di Trieste (1), oltre che per solidarizzare con la Palestina e dimostrare la contrarietà alla NATO e alle sue guerre.

L’evento di Trieste viene organizzato, promosso e sostenuto da diverse realtà (i promotori ufficiali sono “Fronte della Primavera Triestina”, “Coordinamento No Green Pass e Oltre di Trieste”, “Alister”, “Insieme Liberi FVG” e “La Tavola per la Pace FVG”) e persone coordinatesi per l’occasione e che, percepita la drammaticità dell’attuale periodo, hanno sentito la necessità di mobilitarsi e chiamare la popolazione a far sentire la sua voce.

 

Sabato 18 maggio, si terrà invece a Lecco un corteo organizzato dalla locale “Assemblea Permanete Contro le Guerre”.  Il corteo avrà luogo nella città nella quale trova sede la nota azienda produttrice di munizioni Fiocchi Munizioni Spa, ditta partecipata dalla multinazionale del militare “Czechoslovak Group” che esporta proiettili in tutto il mondo.

Proprio per dare un concreto contributo contro la guerra e la militarizzazione ecco che da Lecco ci si muove per denunciare e contrastare l’operato di chi dalla guerra e dal traffico di armi ci guadagna.

Come scrivono gli organizzatori sul volantino del corteo, “in questi tempi di guerra, è necessario partire dal qui ed ora per inceppare gli ingranaggi del militarismo mondiale” e “Per non divenire complici delle carneficine che stiamo vivendo in tutto il mondo è necessario agire”.

Ebbene, confidando nella riuscita di questi cortei (e sperando che siano dei tasselli iniziali per una ampia e concreta opposizione alle nostrane politiche guerrafondaie), riceviamo e diffondiamo le locandine dei due eventi, riportando nel caso di Trieste anche il testo di chiamata al corteo.

 

CORTEO PER LA PACE E PER UNA TRIESTE NEUTRALE, 11 MAGGIO, TRIESTE

Testo di chiamata al corteo:

E TU? MORIRESTI PER LA NATO?”

La promessa infranta dall’occidente di non espandere la NATO “neanche un centimetro più ad est”, fatta in seguito al crollo dell’ Unione Sovietica, sta trascinando il mondo in una nuova guerra mondiale.

 L’imperialismo occidentale, scosso da una profonda crisi economica e dal riordinamento dell’assetto geopolitico, continua ad alimentare l’escalation militare in Ucraina per difendere la propria egemonia sul mondo.

Non da ultimo arrivano le allarmanti dichiarazioni del presidente francese Macron, che dice di non escludere l’invio di truppe francesi in Ucraina, il che ci lascia immaginare che il peggio debba ancora venire.

 Similmente il genocidio del popolo palestinese che, in pochi mesi, ha causato almeno 33 mila morti, dimostra come l’occidente ed i suoi vasalli siano pronti a tutto pur di mantere integro il proprio giogo oppressivo.

L’indiscriminato massacro a Gaza e l’indomita lotta della resistenza palestinese danno ulteriore testimonianza dell’aggravamento dello stato di crisi dell’egemonia occidentale e dei suoi piani.

 Su ogni fronte il macello continua e si intensifica, nonostante la sempre più marcata  contrarietà dell’opinione pubblica. Il clima di guerra viene sempre più apertamente alimentato e sostenuto dalle istituzioni politiche e statuali.

 Ma, mentre i nostri politici parlano di investire in truppe ed armamenti, ampi strati della popolazione vengono spremuti dall’aumentare dell’inflazione e da condizioni di vita e lavorative sempre più precarie.

 Questo anche nella nostra città che, data la sua posizione strategica e con il suo porto, rimane un polo cruciale nella scacchiera geopolitica usata dai padroni del mondo.

Il diritto internazionale però è chiaro: Trieste deve essere una città neutrale, demilitarizzata e dotata di un porto franco internazionale aperto a tutti gli Stati del mondo – inclusi quelli non allineati all’ ordine atlantista.  Lo Stato italiano e la NATO stanno però violando il Trattato di Pace di Parigi del 1947 che impone questo status, trascinando pure la città di Trieste e la sua popolazione nel delirio bellico. A riprova di ciò ci sono le recenti dichiarazioni del ministro Urso, che ha definito Trieste “il porto di Kiev“.

 Il nostro territorio, che per diritto dovrebbe essere libero e demilitarizzato, può ormai contare soltanto sulla volontà delle persone che lo vivono veramente. Quando le istituzioni sono vendute agli interessi bellici è compito nostro opporci a tali sfruttamenti e combattere per la demilitarizzazione e la pace.

Scendiamo assieme in piazza l’11 Maggio – data scelta simbolicamente anche per la vicinanza alla Giornata della Vittoria sul Nazismo, che si celebra il 9 Maggio e che dovrebbe appartenere a tutti i popoli del mondo.

Facciamo sentire la nostra voce contro la NATO, l’escalation militare e per una Trieste non soggiogata all’interesse dell’ imperialismo!

Che si senta ovunque la nostra voce, proveniente da una città aperta, una città che vuole pace, fratellanza, solidarietà e libertà!”

CORTEO “DISARMIAMO LA FIOCCHI”, 18 MAGGIO, LECCO

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PINO ARLACCHI – “Effetto Kissinger”: come l’Europa è stata suicidata dagli USA

Nessun paese ha mai tratto profitto da una guerra prolungata
Sun Tzu, V secolo A.C.

Diceva Henry Kissinger che essere nemici degli Stati Uniti può essere pericoloso, ma esserne amici è fatale. E nel caso dell’Europa odierna la fatalità, il “fattore Kissinger”, consiste nel suicidio economico impostole dagli Stati Uniti e culminato con la guerra in Ucraina, ma preparato e istigato da lungo tempo. La vocazione autodistruttiva del nostro continente è stata preconizzata da Nietzsche due secoli fa con il concetto di “nichilismo europeo”. La sua prova generale sono state le due guerre mondiali del Novecento, e il percorso verso la soluzione finale è iniziato con il vassallaggio verso gli Usa instaurato dopo il 1945. La sudditanza dell’Europa non è stata lineare. Si è dipanata in fasi alterne, con sussulti di indipendenza durante i quali il Vecchio continente ha reclamato la sua sovranità.

Il più importante sobbalzo ha prodotto la nascita dell’Unione europea e di una valuta, l’euro, potenzialmente alternativa al dollaro. Ma si è poi caduti sempre più in basso, fino alla corrente fase terminale.

La rottura con la Russia del 2022, con la guerra in Ucraina, capovolge il cammino verso Est dell’Unione europea e vanifica la formula del suo capitalismo. Questa rottura comporta tre conseguenze letali, destinate ad aggravarsi nei prossimi anni salvo reazioni dettate dall’istinto di sopravvivenza. Il primo effetto è la prosecuzione della stagnazione di lungo periodo del capitalismo europeo iniziata negli anni 70. Le previsioni del Fondo monetario parlano chiaro: il Pil dell’Unione resterà vicino allo zero per almeno tre anni, in controtendenza rispetto a quello degli Usa, della Russia e del resto del mondo.

Lo stop è dovuto in massima parte alle sanzioni contro il petrolio e il gas che l’Europa acquistava a basso prezzo dalla Russia prima del 2022. Petrolio e gas che dopo lo scoppio della guerra vengono acquistati dagli Usa a prezzi fino a 4-5 volte superiori.

Nessuno parla dei veri termini della questione dei rifornimenti di energia. Troverete centinaia di articoli su quanto siamo stati bravi a ridurre nel giro di un anno le importazioni di gas dalla Russia, senza che quasi alcuno di essi parli dei folli prezzi della bolletta energetica pagata ora agli Stati Uniti. Gli Usa hanno spinto gli alleati europei verso sanzioni estreme contro Mosca. Dopo poche settimane dall’inizio delle ostilità hanno pressato l’Ucraina a combattere invece di concludere un accordo già quasi negoziato. E hanno completato l’opera distruggendo il gasdotto Nord Stream nel settembre 2022: tutto alla luce del sole, dopo che Biden aveva avvertito gli alleati che quel gasdotto era condannato. Un atto di guerra contro la Germania ingoiato dalla sua élite come se nulla fosse. È con questi metodi che gli Stati Uniti si sono assicurati il primo posto tra gli esportatori di gas liquefatto verso l’Europa e verso il mondo.

L’Europa è divenuta, inoltre, la prima destinazione del loro petrolio: 1,8 milioni di barili al giorno contro 1,7 verso l’Asia e l’Oceania. Un colpo “alla Kissinger” contro gli alleati d’oltreatlantico che il centro Bruegel ha valutato costare quasi un punto e mezzo del Pil dell’Unione europea. Un colpo che è il costo più grande della guerra Nato contro la Russia.

Sommato alle spese in armamenti e agli altri oneri della belligeranza, siamo intorno – sempre secondo Bruegel – a 316 miliardi di euro, pari al 2% del Pil dell’Unione nel 2022. Cifra aumentata nel 2023 e che corrisponde, guarda caso, alla differenza tra il +2,4 del Pil Usa e il +0,4 dell’Unione. Il tutto tramite contratti-capestro firmati con gli Usa dalla Von der Leyen e da vari governi europei che proteggono lo Zio Sam da eventuali rinsavimenti della controparte tramite scadenze pluriquinquennali. L’aumento dei prezzi dell’energia, inoltre, è responsabile del 40% dell’aumento dell’inflazione in Europa. E un altro 40% è dovuto ai superprofitti degli importatori europei di gas. Non ci si deve meravigliare, allora, se Politico.eu raccoglie gli sfoghi di alti dirigenti di Bruxelles “furiosi con l’Amministrazione Biden che sta accumulando una fortuna con la guerra a spese dei Paesi europei. Gli Stati Uniti sono il Paese che sta approfittando di più dalla guerra perché vendono più gas a prezzi più alti, e perché vendono più armi” (24.11.2022).

Ma la storia del nichilismo europeo non si ferma qui. Il secondo elemento letale è la secca perdita di competitività delle industrie europee rispetto a quelle americane causata dall’impennata dei prezzi dell’energia. Non c’è industria manifatturiera nostrana che possa reggere un costo dell’energia 4 volte maggiore di quello sostenuto dalla concorrenza. Non troverete cenno al “fattore Kissinger” nei rapporti angosciati e codardi di Draghi e di Letta sul futuro del sistema Europa. Il Paese più bastonato (o meglio, auto-bastonato) è stato la Germania, che sta assistendo alla distruzione della sua base industriale e alla fuga di centinaia delle sue imprese verso gli Stati Uniti. Attratte, queste ultime, anche dagli incentivi dell’Inflation Reduction Act. Un mix di misure di favore equivalenti ai famigerati “aiuti di Stato” di Bruxelles che Biden sta distribuendo a piene mani agli “amici” d’oltreatlantico per far trasferire negli Usa pezzi interi del loro apparato produttivo.

La mitica Germania è diventata un Paese in via di de-industrializzazione nonché la nazione con la peggiore performance tra tutte le economie avanzate: Pil a -0,3% nel 2023-24. La terza pozione letale che deve trangugiare l’Europa è la fine del suo modello di crescita degli ultimi trenta anni, basato sulla Russia e sulla Cina. È stato proprio Josep Borrell a dichiarare candidamente agli ambasciatori Ue, nell’ottobre 2022, che “la nostra prosperità si è basata sulla Cina e sulla Russia: energia e mercato. Energia a basso costo dalla Russia e accesso al mercato cinese per importazioni, esportazioni, investimenti e beni di consumo a basso prezzo… Quel mondo non c’è più”. Il tramonto di quella formula di crescita ha spinto ciò che resta del capitalismo europeo in un vicolo cieco. La Russia ha reagito allo scontro con l’Europa accelerando la sua integrazione in uno spazio economico asiatico sempre più vincente. In soli due anni il commercio della Russia con l’Asia è passato dal 26 al 71%. In questo spazio Cina e India diventano ancora più competitive rispetto a Europa e Stati Uniti grazie allo sconto sui prezzi degli idrocarburi importati adesso dalla Russia. Uno spazio divenuto, inoltre, più sicuro perché le transazioni tra le potenze maggiori dell’Asia avvengono ora tramite le loro valute nazionali invece che con i dollari.

C’è qualcuno in grado di affermare, allora, che esista un modello di crescita del capitalismo europeo alternativo a quello appena distrutto dal “fattore Kissinger”? Potranno mai i balbettii neoliberali su “più mercato” e “più Europa” sostituire una credibile nuova narrativa sul posto dell’Europa nell’ordine mondiale post-americano e multipolare emerso ormai nitidamente?

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