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domenica 16 febbraio 2020

La Cina dietro la guerra Manila-Washington - Emanuele Giordana




Il ministero degli Esteri di Manila – su diretto mandato del presidente Duterte – ha formalmente inviato martedi scorso l’avviso di chiusura dell’accordo VFA (Visiting Forces Agreement) al governo degli Stati Uniti. Il VFA è l’accordo bilaterale che riconosce un determinato status legale alle truppe statunitensi presenti nel Paese per esercitazioni militari e operazioni di assistenza umanitaria. Uno schiaffo a Washington che appare anche come un capitolo della guerra tra Stati Uniti e Cina e dunque con Paesi che guardano più da una parte o più dall’altra.

Il patto – che è stato applicato in almeno due casi famosi di stupro e omicidio che hanno coinvolto soldati americani – durava da vent’anni. La cancellazione è una ritorsione annunciata da Duterte dopo che gli Usa hanno negato il visto d’ingresso in America al senatore Ronald “Bato” Dela Rosa (nella foto a sn), uomo di fiducia del presidente e alla guida della sanguinosa guerra a trafficanti, spacciatori e tossicodipendenti condotta da Manila su impulso della presidenza. Il generale Bato è stato a capo della Polizia nazionale dal luglio 2016 all’aprile del 2018.

Anche se l’accordo era in scadenza (agosto 2020) e anche se non riguarda il rapporto nel suo complesso della collaborazione militare tra Filippine e Stati Uniti, è ovviamente uno schiaffo all’Amministrazione Trump che ha infatti reagito immediatamente: l’ambasciata americana a Manila – scrive Cnn – ha confermato di aver ricevuto dal Dipartimento degli affari esteri filippino l’avviso di chiusura del VFA, definendo il gesto un “passo serio con implicazioni significative per l’alleanza USA-Filippine”. Ieri poi il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Mark Esper ha rincarato la dose sostenendo che l’incombente conclusione dell’Accordo sulle forze di visita (VFA) con le Filippine “sarebbe una mossa nella direzione sbagliata”, una mossa “sventurata” in un momento in cui gli Stati Uniti e i suoi alleati stanno spingendo la Cina a rispettare le norme internazionali. Una frase rivelatrice.

La guerra tra Manila e Washington va infatti vista nell’ottica dell’enorme influenza che Pechino ha su Manila e su un dissidio che nel tempo si è consumato con Washington proprio per via dei rapporti tra le Filippine e la Rpc. Questo è infatti il secondo schiaffo di Duterte a Trump di cui ha rifiutato l’invito a partecipare in marzo a una riunione dell’Asean a Las Vegas. Per Trump è l’occasione per rilanciare la politica americana in Asia; per Duterte, la prova di una pressione indebita. E’ solo però: gli altri leader dell’Associazione del Sudest asiatico ci andranno proprio perché ci vedono l’occasione di equilibrare i giochi in Asia tra Usa e Rpc.

sabato 21 dicembre 2019

Il mito tossico dell’anticorruzione - Benjamin Fogel




La lotta alla corruzione è diventata un tema cruciale della politica contemporanea. Chiunque, dalla Banca Mondiale a Donald Trump, insiste sulla necessità di bonificare questa palude e rimuovere i funzionari corrotti. E tuttavia, dal colpo di stato soft che ha dismesso la presidentessa brasiliana Dilma Rousseff alla campagna assassina dell’uomo forte filippino Rodrigo Duterte contro criminali e criminalizzati, può capitare che l’anticorruzione prenda una piega nettamente reazionaria.
In questo senso da sinistra si fa fatica a formulare una risposta coerente al problema, specialmente quando le politiche anticorruzione vengono agite contro i governi progressisti. Spesso si è semplicemente minimizzata la corruzione come effetto superficiale del capitalismo, una questione che non ha bisogno di essere affrontata separatamente; si sono giudicate le accuse di malaffare come una mera campagna diffamatoria; o, anche peggio, ci si è allineati alla retoriche anticorruzione proprie della destra.
Tuttavia, se la sinistra fa sul serio quando parla di esercitare e trasformare il potere statale, deve andare oltre la lamentela moralistica sulla corruzione.
Nessuno può razionalmente essere a favore della corruzione. Ma è soltanto comprendendo le cause profonde del problema, e le ragioni della sua attualità e importanza, che la questione può essere affrontata come questione politica.

Cos’è la corruzione?
La corruzione tende a prosperare in mezzo a una cultura di impunità e a un basso livello di sviluppo. Nell’era moderna, gli avanzi delle oligarchie pre-capitaliste che continuano a coltivare forme di potere personalistico rappresentano una delle maggiori cause di corruzione nei rapporti fra stato e capitale. Questa tendenza viene amplificata ovunque i movimenti di massa non abbiano la forza sufficiente di inchiodare le élite alle loro responsabilità. Per questo la corruzione non è il destino inevitabile delle nazioni impoverite o peccaminose, è il prodotto di specifiche forze storiche e di lotte di classe.
In realtà, la stessa definizione di corruzione è cambiata nel corso del tempo. Questa categoria per millenni è stata al centro del pensiero e della pratica politica, occupando un posto di rilievo in lavori come i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio di Niccolò Machiavelli e Le passioni e gli interessi di Abert Hirschman. Le teorie politiche classiche vedevano la corruzione come un processo inevitabile di degenerazione delle istituzioni, salvo che qualcuno intervenisse. La filosofia tradizionale repubblicana riteneva che la corruzione indebolisse la tempra morale della società nel suo complesso; la lotta alla corruzione richiedeva dunque un ritorno alla “virtù civica”, ritorno garantito da un progetto politico unificante.
Una descrizione del genere è molto diversa da quella usata oggi nelle politiche anticorruzione promosse da istituzioni internazionali come la Banca mondiale, che invece definisce la corruzione come «l’insieme di comportamenti che infrangono le regole che stabiliscono l’atteggiamento dei funzionari pubblici nei confronti del perseguimento di interessi personali, come la ricchezza, il potere o lo status». È una definizione che curiosamente sorvola su tutti quegli attori non statali che, di solito, sono coinvolti negli scambi. Ad esempio, l’imprenditore corrotto che cerca di influenzare il politico con una mazzetta è scagionato, relegato a un ruolo puramente passivo. Ma questo mutamento nella definizione di corruzione riflette un processo più ampio: si è passati dal considerare la politica come una sfera di passioni e virtù civiche al vederla come niente più che il terreno di scontro di interessi contrapposti.
In verità, la corruzione consiste in più di una semplice sequenza di transazioni illecite. È piuttosto una strategia politica che determinati attori utilizzano per prendere in ostaggio o influenzare le istituzioni o lo stato. È, nella sua essenza, la privatizzazione della vita pubblica.
Per capirlo, dobbiamo rivolgerci ai Guptas, un clan imprenditoriale indiano che recentemente è riuscito a impossessarsi del Sud Africa. Con l’aiuto del vecchio presidente Jacob Zuma (che hanno, di fatto, comprato), i Guptas sono arrivati a stabilire gli appuntamenti del gabinetto, il budget e la strategia degli appalti pubblici, in modo da dirottare i soldi pubblici nei loro fondi privati.
In realtà, i soggetti privati non soffrono semplicemente di corruzione, ma la generano attivamente. Si collocano all’interno di una gamma di possibilità che va dall’imprenditore che corrompe i politici per ottenere un voto favorevole sulla deregolamentazione, fino ad attività non per forza illegali come il riciclaggio  dei politici “silurati” alle elezioni in fondazioni o enti privati. Gli attori privati possono corrompere le istituzioni nel tempo, fino al punto in cui codici e prassi non scritte incentivano i pubblici ufficiali a prendere parte o a chiudere un occhio sui casi di corruzione. Quando queste prassi diventano “ordinaria amministrazione”, possiamo dire che un’istituzione è stata corrotta.
Allo stesso tempo, alcune usanze, definite come “corruzione” da chi vi si oppone, possono avere un ruolo redistributivo, ad esempio quando con il voto si stabilisce un rapporto di clientela per la costruzione di una determinata infrastruttura, spesa pubblica o edilizia popolare Un simile atteggiamento è riassunto dalla famosa espressione brasiliana “rouba mas faz” (rubare, ma fare le cose). Se si è costretti a scegliere fra un politico neoliberista che potrebbe non essere corrotto, ma che ha in previsione di fare a pezzi la spesa sociale, e un demagogo corrotto che rassicura la propria comunità sul fatto che porterà a casa i risultati possiamo davvero dire che quest’ultimo è il peggiore?

Corruzione e sviluppo
Questo ragionamento, tuttavia, nasconde delle insidie. La corruzione sistemica fa molti più danni che una semplice interferenza col funzionamento delle istituzioni. Dà vita a un circolo vizioso di aspettative ridotte, producendo apatia e demoralizzazione politica. Se le persone riconoscono un partito politico o un movimento come “corrotto”, e dunque inadatto a farsi strumento di un cambiamento significativo, il cinismo che ne deriva le condurrà a tornare a fare i propri affari o al limite a guardare alla politica in termini di puro scambio. Se il cambiamento politico è impossibile, cos’altro fare se non prendersi cura della propria famiglia e del proprio tornaconto individuale?
Questo genere di cinismo è tossico. E la corruzione sistemica renderà, in ogni caso, molto più semplice per un funzionario pubblico giustificare la propria corruzione come parte della normale prassi politica; le tangenti si trasformano così in “regali” e “favori”, e le transazioni illecite diventano espressione di “amicizia” e “solidarietà” invece che di interesse personale.
È un circolo vizioso talmente imponente che la Banca Mondiale ha individuato nella corruzione l’ostacolo più grande allo sviluppo globale. In risposta a ciò, le politiche anticorruzione sono diventate un tratto comune dei progetti di sviluppo post-Guerra Fredda. Sono state istituzionalizzate, diventando una caratteristica dell’ordine mondiale neoliberista. Ma in realtà la corruzione non è sempre stata vista come un ostacolo allo sviluppo. Il cambiamento di status della corruzione, che è passata dall’essere vista come un problema di politica interna a una preoccupazione internazionale, è peculiare dell’era post-Guerra Fredda.
Durante il periodo d’oro delle teorie della modernizzazione negli anni Cinquanta e Sessanta, alcuni teorici chiave dello sviluppo come Samuel Huntington hanno argomentato che la corruzione è in realtà portatrice di sviluppo, perché snellisce gli adempimenti burocratici e rende il mercato più fluido, così che per le multinazionali diventi più facile fare affari. All’epoca, la corruzione non venne vista come elemento esterno al processo di modernizzazione; anzi, era considerata come un suo prodotto inevitabile.
Quando il Terzo Mondo entrò in crisi per il debito, negli anni  Ottanta e Novanta, in gran parte per essere stato costretto seguire le ricette neoliberiste decise dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale come condizione per i prestiti, l’Occidente ha invocato la corruzione per autoassolversi dall’accusa di aver inflitto povertà miseria e sofferenza nel mondo. In questo quadro, il fallimento delle nazioni impoverite nella strada verso la modernizzazione non era colpa degli esperti tecnocrati che avevano introdotto le politiche di adeguamento strutturale, ma della corruzione endemica di quei paesi, troppo sottosviluppati per raggiungere gli standard internazionali.
Anche i (reali o supposti) fallimenti del socialismo sovietico e delle social-democrazie furono spiegati in questi termini. Negli anni Novanta gli ideologi liberali si precipitarono a dichiarare che il socialismo si era dimostrato impraticabile, insistendo sul fatto che tutti i progetti di collettivizzazione erano comunque destinati a fallire a causa dell’avidità individuale e del razionale perseguimento dell’interesse personale, i quali conducevano inevitabilmente alla corruzione. Secondo il loro ragionamento, tali energie potevano essere controllate e messe a valore soltanto dal libero mercato.
Dopo il collasso dell’Unione Sovietica, la corruzione cominciò ad essere considerata il principale ostacolo allo sviluppo del Terzo Mondo. Nel 1993 l’anticorruzione era stata adottata come componente chiave delle politiche di sviluppo internazionale dalla Banca Mondiale, dall’Fmi, e dalle Nazioni Unite. Le politiche anticorruzione furono incentrate su un concetto come “trasparenza” – l’aderenza, cioè, a una serie di standard modellati sugli interessi del capitale internazionale. Gli interessi delle multinazionali, e la facilità con cui la finanza poteva spostare quattrini e fare affari, divennero il cardine della vigilanza anticorruzione. In realtà, significò soprattutto dare il via a una battaglia per aumentare l’autonomia delle burocrazie locali rispetto alle proprie popolazioni, schermandole dall’influenza “corruttrice” della politica di massa, e rendendole invece sempre più dipendenti dalle istituzioni internazionali che le monitoravano.

Tecnocrati e populisti
La politica che si dichiara contro la corruzione può essere suddivisa essenzialmente in due grandi tipi, a seconda che sia in prevalenza tecnocratica o populista. La prima è tipica dell’ordine politico ed economico internazionale promosso da istituzioni multilaterali come la Banca Mondiale e l’Fmi, o da ricche Ong come la Transparency International. L’anticorruzione populista, invece, è una forma di politica basata sul perseguimento della salvezza nazionale dalla piaga della corruzione, grazie all’intervento di una figura messianica, al di fuori del sistema, chiamata a “fare pulizia”.
L’anticorruzione tecnocratica mira a trasferire il potere dall’elettorato alle élite responsabili. Stabilisce standard internazionali su quello che dev’essere considerato corruzione, spesso in linea con un processo di apertura dei paesi ai capitali internazionali. L’intervento statale nell’economia, le riforme redistributive e il welfare state sono raffigurate o come vulnerabili all’influenza di interessi corrotti oppure, a volte, come una forma di corruzione vera e propria (specialmente per i libertariani che considerano ogni tassazione come un furto). A noi qui interessa soltanto la condanna rituale della burocrazia e dei regolamenti.
L’anticorruzione populista emerge in risposta a un sistema politico largamente percepito come impantanato nella corruzione, la quale investe ogni singolo politico e ogni partito indipendentemente dall’ideologia. Appare allora un outsider carismatico, incontaminato dal lerciume della classe politica, che promette di fare piazza pulita del sistema, purgando le élite corrotte che dominano il paese, come se lui – perché è sempre un lui – offrisse politiche messianiche di redenzione.
L’anticorruzione gioca un ruolo centrale nell’anti-politica – quel sentimento diffuso per cui la politica non è più un veicolo di cambiamento tangibile. Qualunque tentativo di promuovere un cambiamento attraverso la politica finirà inevitabilmente vittima della corruzione, tutto il sistema è corrotto e solo qualcuno o qualcosa al di fuori del sistema sarà in grado di produrre un cambiamento significativo. Solo un partito, un leader, o un movimento al di fuori del sistema – cioè al di fuori della “politica” – sarà in grado di produrre un cambiamento, come ad esempio un ufficiale militare o un imprenditore di successo. Ma il rifiuto generalizzato della politica e del sistema non sta spianando la strada ai socialisti rivoluzionari e a una loro presa di potere in stile bolscevico; anzi, sta portando all’ascesa di outsider carismatici e autoritari che promettono di spazzare via la corruzione, come Rodrigo Duterte nelle Filippine o l’appena eletto presidente Jair Bolsonaro in Brasile, proveniente dall’estrema destra.
L’anticorruzione populista, anche se non è necessariamente una tendenza conservatrice, di fatto favorisce le forze reazionarie. Ciò è specialmente vero nel contesto contemporaneo, in cui i partiti maggioritari di centrosinistra o socialdemocratici hanno perso credibilità. Il vuoto lasciato dalla sinistra lo stanno colmando queste forme di anticorruzione populista e destrorsa, come il Front National in Francia o la Lega in Italia.
L’anticorruzione populista è una forma di moralismo nascosto da un velo di anti-politica; la soluzione sta semplicemente nel cacciare le mele marce. La corruzione tende ad essere individualizzata e personificata nell’élite distante, mentre il politico di centro-sinistra diventa il simbolo di tutto ciò che è corrotto e sbagliato. È un’operazione che funziona soprattutto quando è plausibile (come nel caso di Hillary Clinton) ma può funzionare anche in termini di odio di classe, sessismo, razzismo e guerra ai poveri nel caso di Dilma Rousseff in Brasile. L’anticorruzione individualizza la politica, mentre ignora gli incentivi strutturali che producono la corruzione sistemica; ironicamente, questo processo dà potere a leader corrotti e individualisti come Donald Trump o Silvio Berlusconi.
L’anticorruzione populista e quella tecnocratica condividono gli stessi sentimenti anti-democratici. L’anticorruzione populista tende a rigettare il sistema politico perché corrotto, rappresentando i diritti costituzionali o l’imparzialità del processo giudiziario come cose che sbarrano la strada alla lotta alla corruzione. «Sparate a quei bastardi», «Chiudeteli in cella e buttate la chiave» e altre spacconate auto esaltanti simili sono elementi comuni di questo tipo di retorica. Le politiche anticorruzione di marca tecnocratica vedono la mobilitazione popolare e il dibatto come illegittimi, e dunque corruttrici.
A volte le modalità anticorruzione dei populisti e dei tecnocrati possono addirittura fondersi. L’esempio più calzante è in questo senso il caso dell’italiano Movimento 5 Stelle, che propone una forma di populismo anti-politico, nell’ottica di sottrarre il potere a una classe politica corrotta per metterlo nelle mani di esperti, controllati da un’audience online di attivisti. In pratica, la tecno-utopia rimpiazza le mobilitazioni di piazza, il dibattito pubblico, e altre forme di vita politica inclusiva, e le sostituisce con un incessante sondaggio online. Nei fatti, dato lo svuotamento delle attuali organizzazioni politiche e del dibattito che le riguarda, l’atomizzato popolo del web non fa altro che approvare automaticamente le politiche decise dai leader del M5S, presentate come se fossero la “volontà popolare”.
Il M5S combina le politiche anticorruzione tecnocratiche a quelle populiste. Anche al di là degli impulsi anti-democratici che accomunano questi due approcci, possiamo inoltre rilevare che la condivisione si estende a una sorta di spirito millenarista, in cui solo la forza redentrice della tecnologia o della leadership può eliminare la macchia della corruzione e redimere la nazione.
Ironicamente, rimuovendo la politica dalla bilancia dell’equilibrio democratico, l’anticorruzione di marca tecnocratica conduce esattamente a quella disillusione verso la politica che permette alla corruzione di prosperare. Esula gli ufficiali corrotti dal rendere conto alle masse e lascia la sorveglianza anticorruzione nelle mani del settore privato, che spesso non ha alcun interesse nel contrastare il fenomeno. L’anticorruzione di marca populista, invece, riduce la lotta politica a questione moralistica, spesso delegittimando la lotta delle masse quale strumento di un cambiamento significativo.

Criminalizzare la social-democrazia
Nell’ottica di illustrare più concretamente i fallimenti delle politiche anticorruzione, vale la pena contemplare l’esempio specifico dei loro effetti in Brasile. Lì, le proteste di massa anti-corruzione del 2015 contro Dilma Rousseff e il governo del Partito dei Lavoratori (Pt) hanno accompagnato un colpo di stato “parlamentare” soft, che ha distrutto decenni di avanzamento nel campo dei diritti sociali. Le proteste sono seguite alla storica indagine Lava Jato, che ha portato all’incarcerazione del precedente presidente Lula da Silva sulla base di prove deboli e ha virtualmente implicato l’intera classe politica brasiliana. Eppure il suo reale obiettivo si trovava altrove.
Seguendo le sirene dei media, centinaia di cittadini brasiliani perlopiù della classe media sono scesi in strada a protestare contro la corruzione. Ma era la classe sociale più ricca a guidare queste proteste, anche se al suo interno erano presenti pezzi della classe lavoratrice e persino i sindacati. Le proteste erano supportate da movimenti anticorruzione ambigui, come il Movimento per la Libertà del Brasile (Mlb), fondato dai fratelli Koch e sostenuto dal dark web di soldi libertariani e dai partiti della destra internazionale.
Le proteste anticorruzione sono così diventate adunate di nemici del Pt. Tuttavia, la cosa davvero rilevante è che l’anticorruzione è stata usata come slogan pigliatutto per giustificare l’ostilità alle politiche sociali del partito. Benché non avesse rotto col neoliberalismo, il governo del Pt aveva prodotto alcune storiche misure sociali, come l’aumento del salario minimo, i sussidi per il welfare, e l’introduzione da parte delle università di élite di quote che ne permettessero la frequenza anche a studenti più poveri.
Persino queste politiche sociali di stampo assai moderato sono state interpretate come un sovvertimento dell’ordine naturale – la cosiddetta “meritocrazia” – che innalzavano di status sociale i poveri immeritevoli. I media di destra hanno così individuato nello stato sociale una tangente per i poveri e per la classe lavoratrice. Nuovi fautori dello sviluppo avevano provato a stimolare il settore manifatturiero brasiliano, in sofferenza da anni, promuovendo alcuni settori del capitale – nella fattispecie pezzi dell’industria edile e delle imprese di proprietà statale – che sono stati poi particolarmente bersagliati dal fronte degli attivisti anticorruzione. Lava Jato ha paralizzato questi sforzi, e con l’aiuto dei partiti di opposizione ha impedito che il Pt rispondesse alla crisi economica. Lava Jato era solita individuare la corruzione in qualunque tentativo di intervento statale sull’economia.
L’effetto è stato quello di criminalizzare la social-democrazia moderata e la sinistra attraverso la retorica dell’anticorruzione. Il presidente del dopo-colpo Michel Temer – che gode delle percentuali di approvazione più basse della storia recente – e il suo governo sono stati travolti da scandali legati alla corruzione. Ma nonostante Temer sia pesantemente coinvolto nello Lava Jato non è stato sottoposto ad alcun procedimento giudiziario. Le proteste anticorruzione hanno bersagliato soltanto il Pt, mentre la sfacciata criminalità del governo Temer ha suscitato nient’altro che indifferenza da parte delle stesse forze che avevano chiesto la testa di Dilma.

Moralità e Democrazia
Chiamare il popolo a raccolta contro l’elite corrotta è una caratteristica tipica della retorica politica di sinistra, che ha, per esempio, giocato un ruolo chiave nella storica vittoria elettorale di Andrés Manuel López Obrador in Messico. E tuttavia questo tipo di politiche nascondono spesso i semi del loro fallimento. Un governo di centrosinistra o socialista che raggiunge il potere attraverso una piattaforma basata sull’anticorruzione rischierà sicuramente la demoralizzazione e la disaffezione dell’elettorato se sarà lui stesso preda di scandali. È per questo che la sinistra deve superare la retorica facile e moralista dell’anticorruzione, specialmente se vuole seriamente prendere il potere.
La sinistra ha di fronte una sfida particolare, quella di convincere le persone comuni che non solo l’ordine esistente è indesiderabile, ma che può essere radicalmente trasformato dall’azione collettiva, in una lotta che richiede sacrifici necessari. In questo senso la destra porta un peso assai più leggero, poiché di solito tutto quello che deve fare è convincere il popolo a stare a casa e perseguire i suoi interessi individuali. La corruzione e i movimenti anticorruzione rappresentano un pericolo considerevole per la sinistra, perché entrambi ridefiniscono la politica su questo terreno, mentre allo stesso tempo nutrono il cinismo diffuso che vede la politica come nient’altro che un campo di battaglia di interessi individuali.
Prendere il potere richiede necessariamente una dose di compromessi; qualunque progetto politico avrà degli elementi che saranno assorbiti dallo stato, e chiunque governi le istituzioni – che sono rette secondo i loro codici non scritti – dovrà in qualche misura dipendere dallo scambio di favori o di influenza. Spesso, come nel caso di Syriza in Grecia, un governo di sinistra deve la sua esistenza ad alleati sgradevoli. Questo fa sì che intellettuali e quadri chiave siano assorbiti da una burocrazia che incentiva non solo la negoziazione, ma addirittura il mercanteggiamento. Allo stesso tempo gli opportunisti saranno sempre indotti a rivolgersi a un partito di successo per favorire le loro carriere, anche se questo volesse dire rinunciare ai loro principi.
La corruzione rappresenta dunque una sfida particolare per la sinistra, una sfida che riguarda la presa del potere. È troppo facile per la sinistra concentrarsi sul mantenere la propria purezza in uno stato di perenne opposizione, seguendo l’ondata di moralismo cinico, senza riflettere sull’effetto boomerang che ciò potrebbe avere sulla possibilità di credere in un cambiamento politico in generale. Molte descrizioni scontate di leader che avrebbero tradito le lotte dei lavoratori o la rivoluzione spesso non sono molto differenti dalle narrazioni conservatrici sulla natura corruttrice del potere, capace di distruggere anche quei progetti che ambiscono a usare lo stato con fini progressisti.
Una politica anticorruzione di sinistra, dunque, deve ottenere due importanti risultati. Per prima cosa, deve politicizzare la corruzione, in una maniera che non sia né moralistica né tecnocratica. Secondo poi, deve concentrarsi sull’eliminare le cause profonde della corruzione sistemica – il potere delle élite e le diseguaglianze. La corruzione sistemica può essere sconfitta soltanto attraverso la lotta politica, una lotta che miri ad ottenere riforme significative combinate con politiche sociali di stampo egualitario.
Se la sinistra che già occupa delle cariche pubbliche vuole evitare di essere stritolata da meccanismi statali di per sé corruttivi, ha bisogno di iniziare a costruire un’eredità istituzionale da lasciare ai futuri governi di sinistra. Ciò necessita di una riforma politica significativa e di misure che erodano il potere dei nemici all’interno della macchina statale. Ma imporre un cambiamento simile – probabilmente la sfida più grande che una politica anticorruzione di sinistra si trova davanti – richiede anche la costruzione di un controllo popolare attraverso la mobilitazione di massa. Dobbiamo lottare contro la corruzione non semplicemente vantandoci della nostra superiorità morale, ma attraverso la lotta per espandere gli orizzonti della democrazia stessa.

sabato 9 febbraio 2019

Scemenza dello jihadismo sconfitto, stragi dalle Filippine alla Somalia - Piero Orteca



Strategia neo isolazionista Usa
Dalle Filippine alla Somalia jihadismo al contrattacco
L’ennesimo sanguinoso attentato in Somalia (un’autobomba ha fatto almeno 11 morti e una decina di feriti a Mogadiscio) e l’uccisione di un manager maltese da parte dei terroristi di Al-Shabaab, riportano in primo piano la guerra, ormai planetaria, dichiarata dal jihadismo all’Occidente o a tutti coloro che all’Occidente si ispirano. Come dimostra anche il recente attacco portato dal gruppo Abu Sayyaf nelle Filippine. Se fino a pochi anni fa la strategia della Casa Bianca ricordava, però, quella assunta, dagli anni Cinquanta in poi, come conseguenza della dottrina del “containment”, cioè del “contenimento” (un’espressione riferita allo sforzo fatto per arginare il tentativo di espansione dell’Unione Sovietica), oggi la musica è cambiata.
La strategia neo-isolazionistica di Trump lo porta, paradossalmente, ad abbandonare le aree di crisi tradizionali e a crearne di nuove, soprattutto nel campo della corsa agli armamenti nucleari e in quello, per certi versi ancora più minato, della finanza e del commercio internazionale. Si spiega così come il fondamentalismo islamico, dopo la Presidenza Obama, vada riprendendo fiato in diverse regioni della Terra, spesso lontanissime tra di loro. Dal Marocco fino all’Indonesia e alle Filippine, senza dimenticare l’Asia Centrale. Con l’aggravante che, questa volta, l’avversario non è rappresentato da una superpotenza, cioè da una controparte “legittimata” con cui è possibile scontrarsi, ma anche incontrarsi sul terreno della diplomazia.

Scontro tra civiltà e valori
Né si combatte un’ideologia, cioè una ricetta istituzionale, economica e sociale che, per quanto estrema e agguerrita, è destinata a rimanere confinata sul terreno della politica. Nel caso specifico, senza scomodare Huntington e il suo arcinoto “scontro tra civiltà”, appare sempre più evidente che l’estremismo islamico incarna tutta una serie di valori in molti casi diametralmente opposti a quelli predicati, nel bene e nel male, dall’Occidente: Stato basato su principi religiosi contro Stato laico (con quel che ne consegue dal punto di vista istituzionale), rapporti economici e sociali improntati da un lato alla solidarietà stabilita da precetti coranici e dall’altro a una visione incentrata sì sui valori di libertà e sui diritti fondamentali dell’uomo, ma anche sul profitto e sull’analisi costi-benefici.
Per non parlare di un’interpretazione della vita che fa perno, da una parte, su una spiritualità portata alle estreme conseguenze e dall’altra su una ricerca a volte equilibrata, ma molte altre volte esasperata, della qualità (materiale) della vita. Sono due impostazioni antitetiche e probabilmente destinate, nella loro profonda diversità, a non incontrarsi mai. Il fondamentalismo rifiuta il modo di vivere occidentale, lo combatte con la violenza e ha ormai impugnato la bandiera dei “senza casta” di gran parte del Pianeta: dalla Mauritania fino al Sud-Est asiatico, come già detto, dai quartieri ghetto del New England americano fino alle “banlieus” parigine, cresce il risentimento verso una società occidentale giudicata “blasfema” e corruttrice, una perfida sirena capace di ottundere le menti dei buoni musulmani.

Fine della storia, mille altre storie
La Somalia è solo uno dei focolai, che come tizzoni incandescenti sotto uno strato di cenere, rischiano di divampare violentemente al primo refolo di vento, ma che per ora sembrano silenti o hanno sussulti occasionali: l’Algeria dove ha impazzato una guerriglia sanguinosa per molti anni, il Sudan con la ferita aperta del Darfur, ovviamente la Libia, l’Egitto con un vertice occidentalizzato e una base sensibile al verbo dei Fratelli Musulmani, l’ex Africa coloniale francese, la Nigeria. E, ancora, il Caucaso e la Transcaucasia, con la Cecenia in prima fila, il Kashmir indiano, l’Asia Centrale con Tajikistan e Turkmenistan, tutta l’Asia Sud Orientale, con Myanmar, Indonesia e Filippine.
Come in un perverso domino, ogni tessera del mosaico che si muove sposta tutte le altre, sommando nuovi rancori a secolari inimicizie, offrendo l’occasione per regolare vecchi conti e per aprire scenari inquietanti di ingovernabilità su scala mondiale. La “Fine della storia” incautamente vaticinata da Francis Fukuyama dalle pagine del conservatore “The National Interest”, sembra piuttosto l’inizio di mille altre storie, dove gli elementi coinvolti interagiscono tra di loro con tale velocità e con tale complessità da rendere l’ordine mondiale una chimera. La Somalia è solo una di queste aree di crisi, destinate nel tempo a spegnersi e a riaccendersi ciclicamente.

Estremismo islamico conflittualità permanente
Il copione è quello già visto ultimamente in altre regioni del mondo: gli estremisti islamici pronti a catapultarsi ovunque si possa alimentare una conflittualità permanente con l’Occidente, gli americani sempre meno ansiosi di premere il grilletto per fare terra bruciata intorno al fondamentalismo, le fazioni locali alla ricerca di appoggi di qua o di là a seconda della convenienza del momento e i vicini di casa (nello specifico l’Etiopia) spinti a intervenire inseguendo antichi sogni di egemonia. La contrapposizione tra Etiopia e Somalia è millenaria e trae spunto da motivi etnici, religiosi (gli uni sono quasi al 50% cristiano-copti, gli altri musulmani sunniti) e soprattutto territoriali, a cominciare dalla disputa sull’arida regione dell’Ogaden.
Negli ultimi anni sono state combattute due guerre sanguinose (tra il 1964 e il 1977) fino ad arrivare a un malfermo accordo di pace nel 1978. A partire dagli anni ’90 la Somalia è stata scossa da scontri tribali sfociati in una guerra civile e nel ‘96 gli etiopici sono intervenuti sconfiggendo le forze islamiche a Luuk e creando solide relazioni con alcune delle fazioni in lotta, tanto che un loro “protegé”, Abdullahi Yusuf è diventato nel 2004 presidente ad interim installandosi nella città di Baidoa. La situazione è però precipitata quando le Corti islamiche hanno prima preso Mogadiscio (probabilmente con l’aiuto di Al Qaida) e hanno poi cominciato ad avanzare verso sud dichiarando la “guerra santa” contro l’Etiopia.

Ancora bandiera nera e Califfato
La reazione di Addis Abeba non si è fatta attendere e il primo ministro Meles Zenawi ha proclamato il 25 ottobre del 2006 lo stato di guerra contro le Corti islamiche. Un tentativo, fatto a Gibuti, di comporre il conflitto è fallito, così gli etiopici (sostenuti dal Pentagono) hanno scatenato una violenta offensiva fino a conquistare Mogadiscio e a insediare al potere Yusuf. Le forze islamiche, in fuga verso sud, sono state inseguite fino al Kenya e bombardate dagli americani, che hanno cercato di decapitare, senza riuscirci, la centrale di comando somala di Osama bin Laden.
Successivamente, dopo i primi segnali di una ripresa del confronto tra i “signori della guerra” e di ulteriori divisioni dentro il governo somalo (il presidente del Parlamento era stato “silurato” mentre si trovava a Roma) si sono accavallati gli interrogativi sul futuro della regione. Specie dopo gli appelli alla “jihad” lanciati dal nuovo leader di Al Qaida, Ayman Al Zawahiri, e, soprattutto, dallo Stato Islamico di Abu-Bakr al Baghdadi. Sconfitto quest’ultimo, sulle macerie ideologiche e religiose del “Califfato” sventola sempre la bandiera dei fondamentalisti più esaltati. Che a quell’esempio si rifanno ancora oggi e che, anzi, dimostrano di voler ripartire al contrattacco in mezzo pianeta.
da qui

venerdì 8 febbraio 2019

Il dovere di prendere posizione - Alessandro Ghebreigziabiher



Prendete posizione, dicono.
Anzi, no, esigono.
Perché è un dovere, farlo, altrimenti si è complici.
Anche a distanza.
Soprattutto a quanto mai interessata distanza.
Dice, ma non vedi gli altri?
Stati Uniti per primi, già, sempre per primi, qualora occorra, è ovvio, ma anche la Germania, il Regno Unito la Spagna e la Francia hanno chiarito pubblicamente da che parte stanno.
Orsù, quindi, prendete posizione tra il truce dittatore Nicolás Maduro e la nascente stella democraticamente eletta, ovvero, Juan Guaidó.

È il mondo a chiederlo, perché le sorti di quest’ultimo dipendono da chi sta con chi.
È urgente rispondere in merito alla questione venezuelana, non si può eludere l’invito.
D’altra parte, vi avranno di sicuro domandato di fare altrettanto con la Turchia di Erdogan, il cui regime calpesta quotidianamente i diritti umani dei suoi cittadini.
Prendete posizione, vi avranno di sicuro consigliato, prendete posizione sulla Corea del Nord e il suo dittatore Kim Jong-un, il cui trattamento degli eventuali oppositori assume contorni a dir poco inquietanti.
Naturalmente, vista la vicinanza geografica, avrete già preso distanze inversamente proporzionali dall’attuale governo in Polonia del partito di Andrzej Duda, accusato tra le altre cose di promulgare leggi illiberali e pericolose dal punto di vista giudiziario. Prendete posizione, cribbio, come avrete già fatto in relazione all’operato di Viktor Orban, che ha praticamente trasformato il governo d’Ungheria in una struttura autocrate che controlla tutto il sistema affaristico.
Inutile dire che, ancora prima della diatriba tra Maduro e Guaidó, vi avranno chiesto di esprimervi su Aleksandr Lukašenko, che del tutto indisturbato è a capo dalla Bielorussia da venticinque anni…
Lo so, è scontato.
Vi sarete già schierati intorno alla leadership tutt’altro che democratica di Putin in Russia, e quella di Ramzan Kadyrov, in Ceceniaimplicato in casi di tortura e omicidio.
Quante volte vi avranno già detto di prendere posizione su Gurbanguly Berdimuhamedow, ennesimo dittatore del Turkmenistan e Nursultan Nazarbaev, il cosiddetto “leader della nazione” del Kazakistan.
Non mi sorprendo certo al pensiero di vedervi indignati di fronte alla deriva autoritaria di Emomali Rahmon, in Tagikistan, e la mancanza di libertà di stampa nell’Azerbaigian di Ilham Aliyev.
Prendete posizione è un monito che giungerà incessante a piè sospinto alle vostre sensibili orecchie, sulle elezioni farsa di Hun Sen, in Cambogia come sulla dittatura di Prayut Chan-o-cha, che dal 2014 governa la Thailandia grazie a un colpo di stato.
Immagino, anzi, do per certo che avrete sottoscritto centinaia di petizioni critiche del governo di Hassanal Bolkiah, il sultano del Brunei che regna su quest’ultimo come se fosse roba sua, e mostrato il vostro sentito dissenso nei confronti del sanguinario presidente delle Filippine Rodrigo Duterte.
Chi è che non ha espresso ferma condanna di quel Teodoro Obiang, il quale ha iniziato il suo regime dittatoriale nella Guinea Equatoriale nell’agosto del 1979, ovvero 40 anni fa?
Ecco perché prendere posizione sul Venezuela è un obbligo impellente, morale quanto politico.
Mica c’entra il petrolio, dai, su, siamo seri.
Cioè, c’entra eccome, c’entra sempre, ma la popolazione sta soffrendo questo stato di cose, giusto?
E quando le popolazioni del mondo soffrono questo stato di cose, i paesi e i cittadini responsabili.
Prendono posizione.
Sempre…